Capitolo VI.Giovanni il Grosso.
Da castello a castello.
È necessità questa, ed è, in uno, carattere distintivo de’ tempi che abbiamo impreso a descrivere.
Dalla crollante torre de’ Nicelli, passiamo alla rôcca dei Camia, sita in luogo avvallato e pantanoso su la riva sinistra della Nure, quattro miglia più in su di San Giovanni di Bèttola, tra Olmo e Revigozzo.
Ivi dimora Giovanni il Grosso, capo principale delle famiglie avverse a’ Nicelli, che contendono a questi il predominio del Valnurese.
È il mattino poco più tardi dell’alba.
Un omicciatto dalle grame apparenze, tutto da capo a’ piedi, vestito di bigio — traghettato che s’ebbe il torrente su la barchetta del navichiere — s’avvicinava al castello e — fattone scendere il ponte col declinare il suo essere — penetrava ne’ cortili e richiedeva del signor conte.
Seguiamolo.
In una piccola stanza tappezzata a scuri arabeschi, che, addì nostri, diremmo gabinetto, dove — su una grezza e pesante tavola di quercia voluminosi in folio de’ filosofi greci s’affastellavano con seste e fiale edaltri arnesi di matematica e di alchimia, tenevasi seduto il conte Giovanni Camia il Grosso, vecchio più che settuagenario, alto e corpulento, cui una lunga e candida barba dava severo aspetto di autorevole maestà, mentre un cotal risolino che gli errava continuo su le labra e negli occhi lo diceva ad un tempo benevolo ed astuto.
Noi lo trovammo già a Parma, compagno alla vezzosa fanciulla, che vedemmo fidarsi alla custodia del nostro Neruccio.
Era sua nipote.
Bianca — perocchè tale il nome di costei — era nata a Perugia da una sua figlia e da Sigismondo della Staffa gentiluomo di quella città.
Nel 1534 fu questi tra i non pochi che, nella notte del 1.º ottobre, ne apersero le porte al fuoruscito Ridolfo Baglioni e gli tennero mano ad impadronirsi del vescovo di Terracina, vice-legato pontificio, che, poscia, in uno co’ suoi auditori e cancellieri, venne posto a’ tormenti e decapitato su la publica piazza.
L’anno di poi, papa Paolo III vi spedì le sue genti capitanate da Alessandro Vitelli, il quale volse in fuga il Baglione, diroccò dalle fondamenta le sue terre di Spello, Bettona e Bastia e fece mettere a morte vari de’ suoi fautori, tra’ quali Sigismondo della Staffa.
Fu allora che Bianca trasse presso dell’avolo, insieme alla propria madre, la quale — uscita quasi di senno pel tragico fine del consorte — morì di crepacuore pochi mesi dopo.
Bianca della Staffa, orfana a quindici anni, rimase però sola col vecchio nonno, i cui molti figliuoli — uno de’ quali quel Gilberto, che udimmo menzionare dal Monte Ochino siccome dannato alla gogna in seguito del supplizio di Stefano Nicelli — vivevanocon le mogli e la prole sparsi per altre terre e castella della valle di Nure.
Quando un valletto salì ad annunziare a Giovanni il Grosso la persona che chiedeva parlargli:
— Pellegrino di Leuthen? — fece questi, inarcando le ciglia — che diamine può mai volere da me?.... digli pure che salga!
E chiuse il volume, cui stava leggendo, cacciandovi trammezzo come indice la lama di un pugnale, mentre il servo introduceva quel mal sagomato tedesco, che pure vedemmo a Parma, in occasione dello ingresso del papa.
— Ben venga il nostro mastro Pellegrino — gli disse affabilmente il conte Giovanni, appena lo scorse — qual vento vi sbatte quaggiù nella rôcca di Camia?
— Fente cattife, magnifiche messere — rispose il tedesco nel suo solito gergo, allungando il labro inferiore in aria sconsolata e crollando melanconicamente la testa — prutte notiscie.... crante prutte notiscie!
— Oh! oh! voi mi sbigottite, Pellegrino!.... forse che Sua Beatitudine si trova male in salute, o che Sua Maestà Cattolica non attiene le sue promesse?
— Niente! niente! Sua Peatitudine sempre fegete e ropuste, sempre ciofine malcrado fecchiaia.... Sua Maestà mantate da Parcellone tiplome infestitura marchesate Nofare Sua Eccellensce il tuca di Castre, con penscione tuemila seicento cinquanta scuti d’oro da cinque lire imberiali ogni scuto.... matrimonie brincipe Ottafie con tonna Marcherite celeprate Rome.... lui afute tucate Camerine da Cuitupalte dalla Rofere... Farnesi tutti gontenti, molto gontenti.... ma io barlare di foi, magnifiche messere, di foi che state minacciate crantissime tiscrazie.
— Io?
— Foi... foi, magnifiche messere!.... conti Nicelle, topo Stefene lasciate testa Biacenza, molto arrapiate, molto stegnate, molto tesiderio fenticascione.... oh, cente furba e cattifa conti Nicelle!.... supito capito fostro tratimente.... supito tetto: Camia fatto ammazzare Stefene, noi ammazzare Camia.... tente ber tente..... pena del taglione!
— Poter del mondo, mastro Pellegrino, voi mi parete la Cassandra, di cui stavo appunto leggendo le profezie in questi oscuri versi di Licofrone!... e d’onde viene che mi scioriniate di siffatte malinconie?
— Fiene, magnifiche messere, che Bellecrine stare ciorno e notte sempre ficilante per suoi poni batroni.... io bresentemente essere incaricato Santo Batre scantagliare medalli delle Ferriere.... io essere da fari ciorni in quelle barti.... ieri sera, passanto Gastelle Ganafurone fetute crante luciore fenire dalle finestre....der teifel!subito tetto a io metesimo, qui star cosa straortinaria e, biane biane, atace atace, antate ficine una di quelle finestre e fetute e sentite tutto quanto si facefa e ticefa di dentro... stare tutte Nicelle condurate, Mont’Ochine, Gattaragne, Eppie, Nicete e capitani e soltati, e tire e ciurare questa notte metesima folere voi assaltare e brentere fostre gastelle e foi e fostra cento e tutti fostri barenti e sequaci tutti bassare file di spate e rufinare fostre gase e rupare fostri guadrini e fare crante cenerale fenticascione sopra di foi!
Il conte Giovanni, che aveva seguito la tartagliata del tedesco con un misto crescente d’interessamento e di stupore, come quello si tacque, corrugò fieramente la fronte e, rizzandosi in piedi:
— Voi avete udito tutto codesto? — esclamò, ficcandogli gli occhi negli occhi.
— Udite e fetute come io fetere e utire foi metesimamente — rispose il tedesco.
— Erano molti?
— Aferne gontate tuecento.
— E dite che questa notte?...
— Folere foi assaltare e fare crante fenticascione sopra di foi.
— E sia: mi troveranno pronto a riceverli!.... intanto vi sono grato della vostra sollecitudine: uomo avvisato, mezzo salvato!
— Foi pone amiche conti Sandafiore; conti Sandafiore pone barente e niboti Sua Peatitudine; Sua Peatitudine mio pone batrone: io niente fatto chè mio tofere pono e fetel serfitore.
— Lo so, lo so: mi ripeteste codeste istesse dichiarazioni quando assumeste sopra di voi di denunziare al pro-legato la clandestina intrusione in Piacenza di quello sciagurato di Stefano....
— Ciustamente!... conti Sandafiore molto tesiterare sua scompariscione del mondo.... io molto tesiterare serfirli.... poi afere cento pelli ducali da cuataniare.
— Comunque sia e per allora e per adesso so di dovervi una gratitudine che non verrà mai meno.
— Troppe penefole.... troppe intulcente!
— Ma, dico: per giungere da Castel Canafurone sin qui, a quest’ora del mattino, dovete aver galoppato più di un cervo.... sarete stanco, affamato....
— Stanco no: oh, io afere campe di ferre.... fiacciare come temonio.... ma anche fame come temonio... fentricole parere porsa senza guadrini!
— E voi affrettatevi a ristorarlo — gli disse il conte Giovanni e — richiamato il valletto — commisea costui di menarlo dal credenziere con ordine gl’imbandisse quanto di meglio serbava in dispensa.
Chetàti, con un mezzo pollo allo spiedo, un quaccino dì segala ed un buon fiasco di vino del sito, i morsi dello stomaco; intascati, senza cerimonie, gli scudi d’oro, che il conte gli snocciolò in compenso del salutare suo avvertimento; mastro Pellegrino di Leuthen riprese la via dei monti, diretto, com’e’ diceva, ad istruire di quanto accadeva i feudatarî di Castell’Arquato.
Pellegrino di Leuthen — come lo avranno già avvertito i nostri lettori — sotto la maschera di metallurgo e antiquario, altro non era che un attivissimo spione del papa e di tutti i costui aderenti. — Paolo III, infatti, sino dal 1538, gli aveva dato incarico, con apposito Breve, di ormare e consegnare in potere della giustizia i non pochi falsari, che, abusando il nome pontificio, avevano preso a fare spaccio di apocrife patenti largitrici di dispense, di perdono e d’altro, per mezzo delle quali andavano squattrinando a scapito dell’altrui buona fede, e — più tardi — quello di scandagliare e studiare le miniere della valle di Nure; ma, nel medesimo, era segretamente istruito di tener d’occhio agl’interessi tutti di casa Farnese e di riferire a tempo e luogo, quanto gli accadesse notare che ne valesse la pena.
In altri termini, Pellegrino di Leuthen era niente più niente meno di ciò che al giorno d’oggi si chiama un agente secreto di publica sicurezza.
Mentre costui saziava il suo vorace appetito tedesco e si rimetteva in via per la montagna; Giovanni il Grosso — fatti venire i suoi familiari ed uomini d’arme ed impartiti loro gli ordini opportuni perchè procacciassero il necessario alle difese — avevaspedito procacci e staffette a cavallo a’ suoi figliuoli e congiunti, alfine che prima dello annottare convenissero tutti al suo castello.
Il sole non aveva, infatti, per anco raccolto i suoi ultimi raggi, che — alla spicciolata, l’uno dal monte, l’altro dal piano — vi giunsero tutti, di guisa che quando, alla ritirata serale, si rialzarono i ponti e si situarono le scolte su i merli, più di quattrocento uomini parati al combattere trovavansi chiusi entro la rôcca di Camia.
Ma quella notte trascorse, e un’altra, e un’altra ancora, senza che di nemici si avesse il minimo indizio.
Si ritenne allora che Pellegrino avesse preso un granchio a secco e, a poco a poco, i convenuti si licenziarono e fecero ritorno alle rispettive dimore: compagni al vecchio Giovanni non rimasero ultimi chè suo figlio Gilberto, suo genero Alfisio Malvicino, un Cristoforo Chinello, e un Battistino ed un Franceschino Zazzera, i quali pure — traendo ottimo auspicio da una quarta notte passata nella più completa tranquillità — cominciavano a parlare di andarsene l’indomani.