Capitolo XLVII.Triplice alleanza.

Capitolo XLVII.Triplice alleanza.

Neruccio, l’Anguissola e Terremoto giunsero a Castel Leone di Cremona, che volgevano tuttavia le prime ore del mattino.

I due giovani uficiali si tennero in disparte, mentre il colosso, ch’era ben conosciuto dalle genti del luogo, introducevasi nel castello.

Vedendolo entrare affrettatamente e con sul volto quell’aria interrogativa che accompagna sempre le ansiose agitazioni; talune donne, attinenti alla corte della duchessa d’Este e che furono le prime a badargli, credettero giungess’egli apportatore di qualche infausta novella e gli si fecero incontro premurose, chiedendogli a dieci voci:

— Ecchè?... perchè di ritorno voi solo?... chi v’ha spedito inanzi?... cos’è mai accaduto?... che è mai che qui vi conduce?... qualche malanno è forse toccato a monsignore il duca?...

— No, no, — s’affannava a risponder loro il buon Terremoto — nessuno mi spedisce.... non precedo nessuno.... non ci sono, almeno spero, malanni di sorta....

— Ma che è, dunque?...

— Nulla, vi replico, madonne.... piuttosto io mi piglierò licenza di domandare a voi se mi sappiate direove si trova, in questo momento, donna Bianca, la mia signora.

Le damigelle si guatarono l’uaa l’altra di sottecche, con fare stupito, quasi mormorassero tra loro:

— O intendiamo noi di sghimbescio, o costui, poveraccio, ha egli dato il cervello a rimpedulare!

Terremoto girava l’occhio da questa a quella, meravigliando a sua volta della inesplicabile loro meraviglia e cominciando a sentirsi il petto sbattuto dal batticore.

— Vi domandavo — riprese esitante — se mi saprete indicare....

— Eh, v’abbiamo inteso, mastro Rinolfo — lo interruppe una di quelle — ma solo non ci sappiamo spiegare il fine recondito di cotesta vostra domanda.

— Fine recondito?... e che v’ha di strano in questo, che io, ritornando dopo alcuni giorni di assenza, chiegga a cui primo incontro: dov’è la mia signora?

— Ma egli è che, maestro, dov’ella sia il dovreste sapere voi medesimo assai meglio di noi.

— Io?... oh marchiana cotesta!... e come?... e per qual ragione?

— Per la ragione semplice, che ella è partita da Cremona stamane istessa al primo crepuscolo, con la persona da cui l’avete mandata a ricercare.

Terremoto non fiatava per lo sbigottimento.

— Partita?... — farfugliava tra denti, che un’ansia mortale gli facea sbattere come per freddo — partita al crepuscolo?... con una persona che io?... ma chi è codesta persona?...

— Eh, gua’?... — fece la donzella — la persona istessa, che è venuta per conto vostro a richiederla.

— Un vecchietto — soggiunse una delle costei compagne — una specie di castaldo, che scortica la lingua nostra alla maniera de’ tedeschi.

— Ah! — sclamò con un grido Rinolfo.

E, con atto di suprema disperazione, si cacciò ambo le mani tra i cerfugli cascanti dalla bionda capellatura.

Le damigelle lo contemplavano esterrefatte come se avessero dinanzi un fenomeno.

— Ma come.... come? — ripigliò a dire il povero uomo, dopo la pausa di un istante — com’è accaduto che donna Bianca abbia seguito quel farabutto di tedesco, senza sospettare che sotto alle sue parole indiavolate ci potess’essere qualche bertovello?

— Gli è facile a spiegarselo — fece una di quelle — come ve lo abbiamo detto testè, il vecchierello che voi chiamate tedesco, è venuto qui insieme ad un suo fante....

— Ah.... c’era pur seco un fante?

— Sì, certamente; ma questi nemmanco è entrato nella rôcca.

— Era egli un giovinotto sbarbato, con due grandi occhioni neri e lucenti, le sopracciglia copiose e ritte ed alcunchè di donnesco in tutta la persona?

— Che avesse del donnesco mal saprei asseverare, chè lo abbiamo sbirciato solo così alla sfuggiasca; ma giovine e con occhi e sopracciglia come voi dite, era per certo.

— Ebbene, ebbene?

— Il vecchierello, dunque, lasciato il suo servidore al di là del ponte, s’è fatto inanzi a domandare di donna della Staffa, soggiungendo ch’e’ veniva direttamente da Busseto, con una ambasciata vostra per lei.

— Ed a chi s’era rivolto per ispifferare di simili fandonie?

— A messere Amerigo de’ Coronei, il mastro diSua Magnificenza la duchessa nostra; ma talune di noi... io, per esempio.... eravamo presenti.

— E che gli rispose mastro de’ Coronei?

— Nulla; senonchè io medesima andai al nostro dormentorio ed a madonna Bianca, che s’era a pena levata di letto, perchè un cotal poco indisposta...

— Ah, er’anco indisposta quell’angelo santo?

— Cosa da nulla, Rinolfo caro! un po’ di gravezza al capo buscatasi in una passeggiata che abbiamo fatto iersera lunghesso le rive del Po.

— Tirate inanzi.

— A donna Bianca, dunque, annunziai la persona che, per conto vostro, l’aveva richiesta.

— E donna Bianca?

— C’è tampoco a domandarlo? non così udì il vostro nome, che subito si lanciò fuori dell’uscio ad incontrare colui.

— E colui?

— Colui non le tornò nè ignoto, nè discaro, poichè ella a pena lo scorse, gli volò inanzi sclamando: oh, messer Pellegrino! oh, messer Pellegrino! e stette quasi per gittarglisi fra le braccia!

— Eh, mi spiego cotesto!... il manigoldo era già stato attinente e divoto e pressochè familiare della casa del suo misero avo.... ella non potea figurarsi che, ligio e venduto siccom’è alla genìa de’ Farnesi, dovesse tradire le antiche amicizie per darla in balìa del suo persecutore... è sì buona ed onesta madonna Bianca, che si rappresenta tutta l’umanità creata a sua similitudine!

— Sarà benissimo come voi dite; ma il fatto si è che ell’accolse il nuovo venuto con ogni più manifesto segno di attenzione e di simpatia e non l’ebb’egli così annunziato come venisse, per conto ed incaricovostro, onde seco menarla direttamente a voi, che ella corse subito alla duchessa, gliene chiese licenza e si apparecchiò senz’indugio a partire.

— Oh, la mia disgraziata signora!... e quale strada hanno dessi pigliata?

— Oh, non badammo a cotesto!... nevvero, voialtre?

— No, certo — risposero le compagne.

Ed una soggiunse:

— Ma egli è fuori dubio che avranno pigliato quella del Po’ se volevano traversarlo per arrivare a Busseto.

— Eh, che a Busseto non ci hanno fatto ritorno!

In quel punto sorvenne mastro Amerigo de’ Coronei.

— Messere — gli chiese tosto Terremoto, nella cui grossa cervice era balenata una idea — sapreste voi, per avventura, ove presentemente si trovi Monsignor Pierluigi Farnese?

— Il duca di Castro? — fece mastro Amerigo, pigliandosi il labro inferiore tra l’indice e il pollice della mano destra e stirandoselo inanzi con fare di sufficenza — eh, il duca di Castro, se memoria non mi falla, s’ha, in questo punto, da trovare a Piacenza, dove non so se più stia per ingaggiare cavalli e fanti a servizio dello esercito papalino, o per attendere quelle buone novelle che spera gli abbiano a giugnere da castel di Busseto.

— A Piacenza, voi dite?

— A Piacenza, a Piacenza.

— Non mi rimane più dubio!

E con questa conclusione gittata là in modo esclamativo, il gigante abbandonò in asso le dame e il gentiluomo della corte estense, per tornar frettoloso fuori del castello e raggiungere i suoi due compagni.

Con vivo interessamento da parte dell’Anguissola e con profondo dolore da parte di Neruccio, questi ascoltarono la triste narrazione che quello fece loro di quanto aveva risaputo nel castello.

Bianca era disparsa; Bianca era stata rapita da donna Olimpia Marazzani e Pellegrino di Leuthen; Bianca trovavasi probabilmente a Piacenza già in potere di Pierluigi Farnese.

Un siffatto persuadimento rinfocolava gli odî mal sopiti dei due sventurati amatori, a’ quali aggiungevasi Terremoto, che — a giudicarne almeno dagli atti irosi e da’ sonori sospironi, che gli uscivano dal colossale torace — appariva di loro non meno addolorato e sdegnato.

Senza pronunziar verbo, i due giovani capitani si strinsero espressivamente la mano, quindi — volgendosi, in pari tempo, al gigante, con uno sguardo che significava un invito:

— A Piacenza! — esclamarono a due voci.

— A Piacenza! — rispose Terremoto.

E partirono tutti tre al trotto, queglino de’ loro eccellenti corridori e questi del suo misero ronzino.


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