Capitolo XXIII.Pierluigi Farnese.
Promulgata la Bolla confermatrice dell’odioso balzello, comminati a’ recalcitranti que’ fulmini celesti, che, di que’ tempi, in mano del vicario di Cristo, erano anco destinati a far l’uficio di agenti delle tasse; il papa — come si usa dire — si tenne alla finestra, per vedere in qual modo i bravi perugini accogliessero e giudicassero quelle sue disposizioni e — siccome non stette molto a risapere come le avessero pigliate in pessimo verso e si fossero levati a tumulto strepitando, minacciando, attalchè, senza il predominio grande che esercitava sopra di loro l’Alfani, capo del magistrato, si sarebbero spinti sa Iddio a quali eccessi — egli cominciò a far subseguire i fatti alle parole, scagliando contro di loro l’interdetto, che fu proclamato in Perugia il 18 marzo 1540.
Per dieci giorni consecutivi nessuna chiesa venne aperta a’ fedeli.
Solo a Pasqua, che cadeva il 28 — dietro intercessione del legato, monsignor Cristoforo Jacobacci e del suo supplente, monsignor Aligerio — il papa acconsentì vi si riapprissero e durante i tre giorni pasquali si celebrassero messe.
Sinchè l’Alfani si mantenne alla testa del magistrato — e questo fu sino alla fine del suddetto mese di marzo — le cose, tra mal’e peggio, tirarono via senza suscitare gravi apprensioni.. — Ma, co’ primi di aprile, il popolaccio tornò a rimbaldanzire, la ribellione rizzò di bel nuovo alta la cresta ed i più corsero alle armi.
Paolo III comprese allora che a fare il manoso c’era tutto da perdere e, rotti gli indugi, chiamò a sè il capitano Alessandro Vitelli, e gli commise di raggranellare quanta più gente potesse e di marciare sopra Perugia.
Il Vitelli — discendente da quel Vitellozzo, che Cesare Borgia fece proditoriamente strozzare a Sinigalia in uno col Freducci da Fermo — era uno degli ultimi professanti quel così dettomestiere dell’armi, che Werner di Montfort, duca d’Urslingen e nemico di pietà e di misericordia, Giovanni Hawkwood, Witinger di Landau, Anichino Bongardo, Alberto Stertz ed altri predoni stranieri avevano appreso a que’ nostrali che — tra il conte Alberigo da Barbiano e Giovanni de’ Medici delle Bande Nere — si dissero Jacopo dal Verme, Facino Cane, Ottobuon Terzi, Andrea Braccio da Montone, Giacomuzzo Attendoli, Francesco Sforza, Niccolò Piccinino, Bartolomeo Colleoni e via discorrendo; veromestiere, che consisteva nel vendere il proprio braccio al migliore offerente.
Alessandro Vitelli era un omaccione disgrazioso, dalle estremità elefantili, la faccia schiacciata color di terra, i capelli neri, opachi, lanosi, in grandissima nomea di valente non sappiam meglio se nel condurre battaglie alla vittoria, o nell’allungare le mani al saccheggio. — Per lui tanto, una sconfitta dello inimico, dopo la quale non ci fosse da far bottino, e’ la considerava come sconfitta di sè medesimo.
Tale il guerriero cui la Santa Sede Apostolica affidava il delicato incarico di ridurre a obbedienza i traviati suoi sudditi.
Ed egli vi ci si accingeva di lieto core.
Associatisi i capitani e colonnelli Gerolamo Orsini, Giambattista Savelli, Teobaldo Starnotti da Cerreto ed il conte Niccolò da Tolentino; messi insieme senza capparii quanti uomini gli capitarono sotto; egli era già molto inoltrato ne’ suoi preparativi di guerra e sul punto di porsi in campagna; quando una sera, ad ora già molto tarda, il Recalcato annunziò al Santo Padre che suo figlio, l’eccellentissimo signor duca di Castro, chiedeva istantemente parlargli.
Paolo III ordinò subito lo si facesse entrare e, come si trovarono soli:
— Cosa mai mi volete di quest’ora? — gli domandò.
— Una grazia, Padre mio! — gli rispose Pierluigi.
— Quale?
— Voi siete in sul punto di far attaccare Perugia dalle vostre genti....
— È verissimo: ebbene?
— Ebbene: io vi pregherei di assegnarne a me stesso il comando.
— A voi?.... impossibile!
— O perchè!
— Perchè l’ho già delegato a messere Alessandro Vitelli.
— Ostacolo di lieve conto!.... del Vitelli m’incarico io.
— In qual modo?
— Lo pregherò di rendermi questo servigio, ed egli non mel saprà rifiutare.
— Quando sia così.... ma qual è il segreto motivo che vi spinge?....
— Nessun segreto motivo; ma il desiderio ardentissimo di farmi utile alla Santità Vostra e agl’interessi della Chiesa e della Religione.
Paolo III, ch’era sprofondato nel suo gran seggiolone, a siffatte parole si sollevò alquanto su la persona, folcendosi delle sue mani a’ braccioli, e sporse inanzi il volto guardando negli occhi il figliuolo, con espressione di sarcastica meraviglia.
Pierluigi dovette far violenza a sè stesso per rendersi impenetrabile e, con l’accento della più ben simulata ingenuità:
— Null’altro — continuò a dire — null’altro che questo desiderio!
— Eh! — fece il papa, crollando il capo in aria dubitativa e riadagiandosi sul suo seggiolone — comunque metta pena a comprendervi, non vi vorrò contradire e.... se messere Alessandro non solleva difficoltà, come voi sembrate farvene mallevadore, io consentirò volontieri al piacer vostro!
— Oh, grazie, padre mio! — sclamò il duca di Castro, baciando con effusione la mano del vegliardo — voi coronate uno de’ più caldi miei voti!
E si licenziò tutto pieno di contentezza
Quanto al Vitelli, l’astuto ne conosceva il debole e sapeva benissimo quale il miglior lenocinio per adescarlo. — In compenso della cessione del supremo comando, gl’impromise la metà giusta di tutte quante le prede ed il rapace capitan di ventura si mostrò l’uomo più remessivo e condescendente che mai si potesse.
Però, due dì dopo, dal Pontefice in persona, Pierluigi Farnese venne publicamente confermato gonfaloniere e capitan generale di Santa Madre Chiesa e posto alla testa dello esercito pontificio, che, oltreVitelli e gli altri capitani e colonnelli ricordati più sopra, constava di ottomila fanti italiani raccolti fra la peggio schiuma, di quattromila spagnuoli ceduti da don Pedro di Toledo vicerè di Napoli, e di ottocento tedeschi.
Con tale esercito, Pierluigi Farnese, si pose subito in via per alla volta di Perugia.
Era il 13 aprile.
Le meraviglie grandi fatte dal papa a proposito della improvisa resoluzione del figlio non erano senza gravi cagioni, ad apprezzare adeguatamente le quali basta conoscere, ne’ loro particolari, i precedenti di costui.
Pierluigi Farnese era nato in Roma al tocco e un quarto circa del diecinove dicembre 1503 — l’anno istesso in cui si combatteva fra Andria e Quarata su quel di Trani il famosoXIII Pugilum Certamencantato dal cremonese Marco Jeronimo Vida; l’anno istesso, in cui papa Alessandro VI dei Borgia, vittima vuolsi del suo proprio veleno, spirava al demonio, suo patrono, l’anima scellerata; l’anno istesso, in cui la lodevole opera unificatrice compiuta dalle malvage arti del Valentino ricascava in isfascio per riaprire il varco a’ Vitelli, a’ Baglioni, ai d’Appiano, a’ duchi d’Urbino, ai signori di Camerino, di Pesaro, di Sinigaglia, che, a mo’ di lupi, ripiombavono su gli aviti domini.
Legittimato dieci anni dopo con Bolla di Papa Giulio II dalla Rovere; si connubiò nel 1519 a donna Gerolama di Luigi Orsini, conte di Pitigliano, ottima e santa signora che visse poi sempre sequestre dal mondo, tutta onninamente intesa alle pietose sue cure di carità cristiana.
Un dissidio, a cagione della costei dote lo inimicòa’ suoi cognati, talchè collegatosi a Sciarra e Camillo Colonna, che militavano contro la città eterna sotto gli ordini del celebre contestabile di Borbone — si mise al seguito di costui e prese parte a quel terribile sacco di Roma, per cui, secondo il Berni,
. . . . . . . . .Non vide il solePiù crudele spettacolo e più fieroDe la città del successor di Piero.
. . . . . . . . .Non vide il solePiù crudele spettacolo e più fieroDe la città del successor di Piero.
. . . . . . . . .Non vide il sole
Più crudele spettacolo e più fiero
De la città del successor di Piero.
E queste furono le sue prime armi: sanguinosa aurora di assassinî, di stupri, di violenze e rapine, in cui già si leggeva il tramonto; prognostico assai men menzognero di quello che il ciurmadore suo astrologo gli fece dappoi, quando gli predisse: «Mors tua erit naturalis, sed proveniet ex nimia humorum ubertate, seu cattharali suffocatione aut nimio coitu post crapulam».
Viste le grandi sue prodezze nello scannare inermi, vituperare le femine e rapinare l’altrui; gl’imperiali — ossia, quella bulima di ladroni d’ogni sequenza raccolti sotto le insegne dello avventuroso figliuolo di Chiara Gonzaga — lo spedirono con altro dei loro sul promontorio del Gargano, alla guardia di Manfredonia, dove Camillo Orsini lo assalì dalla parte di terra e, dalla parte di mare, gli si schierarono contro venticinque galee, e dove — al dire del Guazzo — «attese a ribattere con indicibil coraggio una sì fiera tempesta, e da invittissimo capitano con tanta valorosità, con tanta prudenza in tal assedio ritrovossi che gli soldati, quai per offendere sua signoria erano andati, con più loro danno che utile si dipartirono».
Quindi, secondo ce ne ha lasciato scritto MonbrinoRosco da Fabriano nel suoPoema dell’assedio e bellicosa impresa di Firenze, il principe Filiberto di Oranges
Lettere scrisse al signor del FarneseVenisse con sua gente e belle imprese.Era con le sue gente il signor dettoIn Nocera di Napoli alloggiatoDuo milla seco havea ognun perfettoNell’arme e experto e pratico soldatoQual subito ne venne assai direttoPer obbedire el principal mandatoPassando valle pian cole e pendisiChe arrivò un giorno alli confin d’Assisi.
Lettere scrisse al signor del FarneseVenisse con sua gente e belle imprese.Era con le sue gente il signor dettoIn Nocera di Napoli alloggiatoDuo milla seco havea ognun perfettoNell’arme e experto e pratico soldatoQual subito ne venne assai direttoPer obbedire el principal mandatoPassando valle pian cole e pendisiChe arrivò un giorno alli confin d’Assisi.
Lettere scrisse al signor del Farnese
Venisse con sua gente e belle imprese.
Era con le sue gente il signor detto
In Nocera di Napoli alloggiato
Duo milla seco havea ognun perfetto
Nell’arme e experto e pratico soldato
Qual subito ne venne assai diretto
Per obbedire el principal mandato
Passando valle pian cole e pendisi
Che arrivò un giorno alli confin d’Assisi.
Ma poi? — Poi non stette guari a ritirarsi dallo esercito «per essere stato casso dal marchese del Vasto con ignominia della milizia».
E così — per allora tanto — si chiuse gloriosamente la sua carriera militare.
Salito al trono pontificio Alessandro Farnese, suo padre, assoluto da questi delle censure in cui era incorso, per aver partecipato al sacco di Roma, e creato prima signor di Montalto, poi di Frascati, quindi duca di Castro, Nepi e Ronciglione, gonfaloniere e capitan generale della Chiesa e, dallo imperatore Carlo V, marchese di Novara; trasse egli sempre dappoi lieta e tranquilla vita ne’ suoi domini, salvo il correre or qua or là, vuoi spedito dal padre a complimentare questo o quel principe, a montar macchine od a sventare intrighi; vuoi trattovi dallo istesso suo sfrenato disio di piaceri e di galanti avventure.
Più di due lustri erano così trascorsi dalle sue ultime imprese guerresche, e però non aveva torto suopadre a stupirsi nel vederlo sì premuroso di ricacciarvisi dentro.
Sotto quel suo intenso desiderio qualche gatta doveva indubiamente covare.
E la gatta era mastro Pellegrino di Leuthen, o — per dire più giusto — era la nostra giovine Bianca della Staffa.
In qual modo?
Poche parole basteranno per spiegarlo a’ lettori.
Tre settimane dopo il suo ritorno nella città de’ Cesari e dei Papi, Pierluigi era stato raggiunto dai suoi figli e dalla nuora che aveva lasciato — come vedemmo nella rôcca dei conti di Santafiora. — Secoloro giungeva pure il Trentacoste da Camerino, con le sue dodici barbute, e gli recava una missiva del sedicente numismatico tedesco, nella quale questi gli esponeva aver esplorato tutte le circostanti campagne, terre e castella, senza che nè dell’uomo dalla buffa calata, nè del gigantesco familiare de’ Camia, nè di madonna Olimpia Marazzani, nè di Bianca della Staffa, gli fosse riuscito raccogliere il più piccolo indizio.
Pierluigi — per quanto glie ne costasse — dovette però mettere il cuore in pace e renunziare alle vagheggiate speranze di rappresaglia e di vendetta.
Senonchè il mattino del giorno istesso in cui lo vedemmo recarsi a sollecitare dal padre il comando delle milizie raunate contro Perugia, il degno Pellegrino di Leuthen era giunto improviso ad annunziargli che Bianca trovavasi appunto in questa città.
Ciò che non avevan potuto le perlustrazioni, le indagini, le astuzie, il caso puro e semplice glie lo aveva fatto scuoprire.
Nel transitare da Firenze a Roma, s’era soffermatoper alquante ore in quella città; su la piazza maggiore aveva travisto Terremoto: pedinandolo, lo aveva seguito sino alla casa dov’era domiciliato e quivi — presa voce — risaputo che, insieme a lui, trovavasi pure la sua giovine signora, la quale, da vari mesi, aveva ricetto presso il proprio zio, messer Bartolomeo della Staffa, uno de’ più danarosi ed influenti di tutta Perugia.
Ed ecco qual era stato il recondito movente che aveva trasfuso in Pierluigi Farnese tanto belligero ardore.