Capitolo XXIX.La taverna.
Caduto Castel Torsciano, Perugia non poteva più resistere a lungo.
Panta Almenna dette sibbene una brava pettinata ai cavalli di Alessandro Vitelli, che — preso quel forte — s’erano avviati al Ponte Pattolo per devastare le campagne. Gli altri difensori della città, condotti dal Baglione e dal dalla Staffa tentarono sibbene una nuova uscita, con la quale, — meglio avventurati che non nella prima — giunsero a respingere e sbaragliare il grosso dell’esercito farnesiano che — dopo il fatto di Pretola — s’era cotanto avanzato da cacciarsi sin dentro il Borgo di Fontenuovo e — per gli oliveti del monistero di Monteluce — accostarsi alla porta di Sant’Antonio. Una batteria situata sul monte di Porta Sole li coglieva in pieno lungo la via scoperta de’ Cappuccini, per la quale si erano volti in ritirata e ne faceva macello. Giunse sibbene da Rimini messer Roberto Malatesta, col soccorso di qualche barbuta. Ma erano — diremo — pannicelli caldi.
Le spelazzate alle campagne, l’esaurimento de’ quattrini — a grande fatica — accattati, fecero scarseggiare,poi difettare totalmente le vettovaglie e mancar le paghe a’ soldati. Il Baglione, ch’era mosso da ingordigia di bottino e da avidità di salario più che da nissuno amor patrio, strepitava, minacciava, a ogni tratto d’andarsene e di sciorre la sua mal cappata accozzaglia. Un consiglio generale, tenuto il primo giugno — nell’atto istesso che le milizie respingevano i primi attacchi nemici — deliberava spedire a Roma il cavalier Gian Benedetto Montesperelli e messere Orazio della Corgna, a chiedere perdonanza e indulgenza. N’ebbe vento il popolame minuto e se n’adirò, sbraitando per le vie di voler impiccare a gueffi delle case quattro quinti de’ traditori Venticinque. Taluni di costoro, e primissimi quel Giulio della Corgna e quel Tindaro degli Alfani, che avevano sempre parteggiato per gl’indugi e.... la manna del cielo, n’ebbero la tremarella, ed il primo così potente, che lo trasse a fuggir furtivo dalla città; l’altro si preparò ad imitarne lo esempio col mandar fuori tutto il meglio delle sue argenterie, arredi e supellettili, il che scoperto, venne arrestato, posto prigione e poco mancò la bordaglia irritata e schiamazzante non lo mettesse a pezzi. I maggiorenti — gli uomini del commercio, del lavoro, del danaro che ce n’è sempre — si sgomentarono di tutto un simile arrugginìo e cominciarono a sobillare il Baglione perchè trattasse della resa. Il Baglione non domandava omai di meglio e, due dì dopo, il 3 giugno, la resa venne trattata.
Contava egli tra’ suoi medesimi avversari un congiunto — Gerolamo Orsino. A costui spedì, quindi, un suo araldo proponendo una capitolazione. Il trattato venne discusso presso il monistero di Monteluce e stabilito come segue:
1) che Ridolfo Baglioni si partisse securamente, con le sue genti di battaglia e con le bandiere spiegate;
2) che il duca Pierluigi Farnese entrasse in Perugia, con una guardia d’italiani a lui convenevole, senza alcun spagnuolo;
3) che prendesse possesso della città per il Papa e la conservasse in quello stato in cui era avanti la ribellione, salva la roba e la vita di tutti e l’onore delle donne.
Ma non corriamo troppo oltre ed arrestiamoci un tanto, per ritornare ai principali personaggi della nostra istoria, che il desiderio di tener dietro passo passo alle vicende politiche dellaGuerra del Sale, ci ha fatto, per avventura, dimenticare oltre il convenevole.
Non così Pier Schianchino de’ Mattei e Volframo di Rautzengrachenberg, o — a più giusto dire — il giovane capitano Tre-Grazie ed il vecchio Pellegrino di Leuthen, ebbero adempiuto allo incarico loro, annunziando ai capitani Panta Almenna e Gerolamo della Bastia ed ai Venticinque il prossimo arrivo di Ridolfo Baglioni; che quello — seguendo le indicazioni dello astuto tedesco — si mise tosto in giro per iscuoprire le tracce della nostra giovine Bianca.
Nè il compito doveva tornargli difficile, dappoichè Pellegrino — nella precedente sua sosta a Perugia — avesse scoperto come la fanciulla si trovasse albergata presso lo zio Bartolomeo della Staffa e dove sita la casa di costui.
Tre-Grazie non ebbe che a rendervisi, con un pretesto, per sincerarsi della esattezza di tali scoperte. E il pretesto fu subito trovato. Da’ medesimi capitani baglioneschi, a’ quali era stato commesso, aveva risaputo come il della Staffa — impaziente e dubitosoqual era del sollecito arrivo de’ richiesti soccorsi — si fosse deciso a spedire ingaggiatori suoi propri per le circostanti borgate in busca di gregari e cavalli. Trasse quindi partito da ciò per recarsi a fargli visita ed assecurarlo in persona che quei soccorsi erano in sul punto di giungere.
Messer Bartolomeo lo accolse da quel perfetto gentiluomo che era con ogni maniera amabilità e cortesie e — volendo farlo capace di sua viva riconoscenza per quanti volavano in difesa dell’amata sua patria — lo pregò istantemente acciocchè si compiacesse pigliar stanza in sua casa e posto alla sua mensa.
Tre-Grazie non avrebbe saputo domandare di meglio: toccava il cielo col dito. Tanto per rispetto alla forma, cominciò dal rifiutare l’onorevole invito; ma poi — come cedendo alle gentili sollecitazioni dell’ospite — finì ad accettarlo e — da quel giorno istesso — si trovò insediato in casa dei della Staffa, sotto il medesimo tetto che ricovrava la giovine Bianca, vale a dire: padrone del campo.
Occupata la posizione, lo studiare il piano che lo menasse a vittoria completa, non doveva essere per lui che l’affare di un attimo. E lo fu. Ne scrisse allora diffusamente al Farnese, esponendogli, in primo, il resultato de’ propri maneggi e, quindi, le sue speranze ed i suoi intendimenti per l’avvenire e gl’inviò la lettera col mezzo di Pellegrino, che ottenne ovviamente di far uscire dalla città, sotto colore di spedirlo al capitano Signorelli, con una sua particolare missiva.
Sbarazzatosi del tedesco — che, restando in Perugia, poteva essere riconosciuto e guastargli le ova nel paniere — egli si senti anche più forte. Gli pareva che nulla più al mondo potesse sovraggiungeread attraversare i suoi progetti, i quali — come il sagace lettore può facilmente imaginario — erano tutti in odio della nostra misera Bianca.
Ai pasti cotidiani della numerosa famiglia della Staffa, egli trovavasi assiso al di lei fianco.
La giovinetta — come lo scorse — ebbe un soprassalto di terrore e un freddo brivido le corse per tutte le ossa. Le sembrava non essere quella la prima volta che si vedeva dinanzi quel volto imberbe e fortemente accentuato e che quegli occhi scintillanti si affisavano in lei. Ma — per quanto frugasse e rifrugasse ne’ più reconditi penetrali delle sue reminiscenze — mai pervenne a scovare un solo ricordo, che coonestasse una tale imaginaria supposizione.
Allora pensò, che quanto stimava rimembranza non fosse, invece, altro che presentimento e — siccome la vista del giovine ufiziale le aveva dato quasi una stretta al cuore — non potè credere che a presagio funesto ed istintivamente alienarsi da lui.
Se ne avvide Tre-Grazie e — mettendo ogni più accurato studio nel far onore al proprio nomignolo — s’industriò quanto più seppe per combattere nell’animo della fanciulla quella prevenzione di repugnanza. E tanto vi si adoprò destramente che non era ancora scorsa una mezza settimana senza che Bianca fossa costretta a mormorare fra sè:
— Perchè mai mi tormento con le strane mie ubbie?.... cotesto capitano è il più garbato giovane che mi conosca; è tutto condescendenza ed affettuose cure pe’ miei ospiti e congiunti; non mi rivolge mai verbo che non improntato della più onesta reverenza; ed io ho a serbargliene rancore?.... e di che? e perchè?.... evvia! bando una volta a queste sciocche idee da feminuccia volgare!
Se in quel tanto di brutale istinto, che pur s’incontra nell’uomo, c’è molto del cattivo, e c’è pur anche molto del buono. Certe spontanee repulsioni, che ci si manifestano inconsapevolmente al primo aspetto di una cosa, o di una persona, appartengono forse a questa seconda parte dello istinto nostro. Ma noi — con la ragione sviluppata dalla educazione e col criterio sviluppato dalla ragione — in luogo di secondarle ci adopriamo del nostro meglio a combatterle, rintuzzarle, annientarle e non sempre col nostro maggiore vantaggio.
Bianca si trovava appunto a far questo: la poverina imponeva silenzio alle provide voci del proprio istinto e — cedendo al fascino di una ben giuocata comedia — si lasciava attrarre come usignuolo dal serpe.
Non andò guari, infatti, che Tre-Grazie se n’ebbe cattivata tutta la confidenza, come già godeva quella dell’intera di lei famiglia.
Il piano di costui era della più grande semplicità. Dal modo, in cui camminavano le faccende, egli comprendeva bene che i perugini non l’avrebbero potuta durare a lungo e che il giorno di capitolare la resa non doveva essere lontano. A questo punto, tornava evidente, che i più de’ Venticinque — come quelli che reputavansi maggiormente compromessi, ed in ispeciale messer Bartolomeo della Staffa, che lo era daddovero e molto — non avrebbero indugiato a mettere il più di strada possibile tra la loro gola e il capestro, che probabilmente gli apparecchiava il Farnese. Egli, dunque, si sarebbe proposto — nella sua qualità di nuovo amico di casa — di tutelare e scortare con alquanti de’ suoi la fuga di messer Bartolomeo e la sua famiglia; avrebbe disposto in guisa che questasi operasse di notte; quindi — aiutato dalle tenebre e da’ compagni — toltasi in braccio Bianca, fatto voltar groppa al cavallo e, via, dàtogli di sprone sino alla tenda di Pierluigi.
Presumibilmente nulla poteva intervenire, che gli sconcertasse un simile piano.
Tutto lo assunto compendiavasi nello accaparrarsi il concorso di quattro o cinque ausiliari, che — per quattrini, s’intende — consentissero a prestargli mano nel divisato rapimento; ed era ovvio che cosifatti satelliti dovesse ricercarli tra le milizie del Baglione, da vari giorni già arrivate in Perugia e che racchiudevano ogni maniera de’ più eterocliti elementi, e non durar pena a trovarli.
In capo della via, allora dettaNuova, perchè costrutta nel 1390, piegando verso l’Arco di Augusto, aprivasi una lurida bettolaccia dalla porta sgangherata, le tavole unte e bisunte, le panche traballanti su’ loro piedi sconnessi, dove i soldati e i capilance di quelle milizie avevano preso l’andazzo di convenire ogni sera, in cui non fossero di guardia alle mura, per accoppare il tempo giuocando a zara e sbevazzando vin cotto delle Marche, o vin crudo delle Romagne.
Ivi trasse una sera Tre-Grazie, nello intendimento di farvi, a bell’agio, i suoi studi....in anima vilie la sua scelta.
Confidente nel proverbialein vino veritas, era egli persuaso che, in nessun luogo meglio che alla taverna, avrebbe potuto formarsi uno esatto criterio sul carattere e l’indole vera dei farabutti, cui era sul punto di domandare sussidio.
Tra superiori e subalterni, ce ne trovò, infatti, congregati bene una ventina, gli uni stretti in circoloattorno a un tavolo su cui due loro compagni si garrivano, o ai dadi o alla mora, prima le paghe, poi il cavallo, poi la daga, la spada, il pugnale, il moschetto e — finalmente — la loro parte di bottino...in fieri; altri a cavalcioni di una panca, con le gomita puntellate al sordido desco e gli occhi già imbambolati dalle reiterate libazioni: altri, infine, o accoccolati o stesi addirittura sul terroso pavimento e immersi nel sonno.
I morioni, le barbute, gli elmetti, le partigiane, i centuroni, i cosciali, smessi da’ giuocatori e da’ bevitori, per istar meglio in panciolle, giacevano alla rinfusa in un canto della stamberga, cui davano l’aria d’un magazzino di rigattiere antiquario.
L’ostessa — grossa contadina di Foligno, dall’epa regurgitante, gli occhi lagrimosi e il mento barbuto — s’affaccendava, da destra a manca, qui recando un paio di bicchieri di stagno, là un fiasco di Sangiovese, dove una frittatina grassa al battuto di lardo, dove una lucernetta d’ottone a tre becchi, per meglio rischiarare una partita ai dadi.
Appesa nel mezzo del soffitto a vôlto, nero come quello d’una cantina, un enorme lanternone di ferro, dai vetri fuliginosi e dal lucignolo scoppiettante, spandeva la sua luce tetra e rossastra su quella scena bizzarra.
Quando vi penetrò il giovane capitano Tre-Grazie, la bettola echeggiava de’ più bestiali e assordanti clamori: giuocatori, che si bisticciavano e, dalle parole, minacciavano passare alle busse; capilance, che gridavano più forte, per sedarne la bizza e ricondurli al silenzio; beoni che tempestavano le tavole di colpi, per richiedere nuovo alimento alla loro sete da spugne, o che — in quella beata estasi della prima ebrezza — intuonavano sguaiate ed oscene canzonacce; tuttii dialetti, tutte le imprecazioni e bestemmie più accidentate, che s’incrociavano, come razzi e girandole, in un fuoco d’artefizio; formavano una chiucchiurlaia di suoni, di urla, di strilli, così strepitosa, da disgradarne due locomotive, quando si rasentano, in uno scambio di convogli sotto una galleria ferroviaria.
Tre-Grazie sedette, si fece apprestare un bicchiere di lambrusco riminese e prestò attenzione.
— Bada, Guidalesco — vociava uno de’ giuocatori, mentre agitava il bossolo fatale — se perdo anco questa, che sia impiccato, che sia, se non diserto domani e non piglio su il mio moschettone nuovo della fabrica di Milano e quel famoso colpo di stocco, che m’ha insegnato lo svizzero Gaspardo di Feltz, per andarli a profferire a Sua Grandezza, Monsignor Duca di Castro, che Dio faccia campare mill’anni e che sarà sempre meno tirchio e noioso di questo branco di bottegai perugini!
— Tieni la lingua a posto, Brancaccio! — gl’intimò un capo bandiera — o che io, se la duri, ti fo legare su stretto peggio d’una salsiccia e mortificare le carni, come ad un santo anacoreta!
— Ho detto: se perdo! — fece remessivamente Brancaccio.
— E hai perduto — gli ghignò in volto il suo antagonista.
— Sacramento! — urlò il perdente e s’allontanò dal tavolo, dopo averla quasi sfondata con un pugno.
Tre Grazie lo chiamò a sè.
Aveva cominciato a scegliere.
Per via dello stesso Brancaccio — scampolo di galera che, a furia d’aver mutato padrone e militato sotto tutte le insegne, non ricordava più tampoco ilpaese dov’era nato — non tardò a stringere lì per lì, conoscenza con altri tre birbaccioni, i quali — udito di che si trattasse e dopo essersi fatti un po’ tirare per quanto al compenso, — consentirono tutti di mettersi a’ suoi ordini e di aiutarlo in ogni sua impresa.
Ma il proverbio dice che se il diavolo fa spesso le pentole non fa sempre i coperchi.
Infatti — tra i frequentatori della taverna — tutti indistintamente o assorbiti dal giuoco, o avvinazzati o dormienti, epperò non in istato di prestare la minima attenzione al crocchio misterioso che Tre-Grazie e i suoi quattro accoliti formavano in un canto — uno per eccezione ve n’era, che vi badava ed anche tendendo molto l’orecchio.
Era costui un giovane capo di lancia, alto, ben fatto, pallido, melanconico, il quale non si trovava in quel luogo che per mero caso, indottovi da uno de’ suoi commilitoni, quello istesso che, poco prima, aveva ammonito Brancaccio. Chiassone e sollazzevole quant’altri mai, questo suo compagno non aveva tardato molto a staccarsi da lui per assistere ad una partita di zara; cosicchè egli era venuto a trovarsi tutto solo in mezzo a un ambiente, che — stando alle apparenze — non doveva minimamente confarsi nè a’ suoi gusti, nè al suo carattere.
Volendo tuttavia — per non mostrarsi scortese — aspettare ad andarsene che la partita di zara fosse finita; e’ s’era addossato frattanto ad una delle pareti e stava là ritto, tutto assorto ne’ propri pensieri; quando talune parole rivolte a fior di labra da Tre-Grazie a Brancaccio, lo scossero vivamente e lo trassero da quel sue meditare.
Tali parole erano le seguenti:
— Quindi passare al soldo del signor duca Pierluigi Farnese!
Il giovine, all’udirle, ebbe come un trabalzo di sdegno; si staccò un momento dalla parete; fece un passo inanzi; ma quindi — mutato aviso — tornò a riprendere la sua postura, mormorando fra sè stesso:
— Sta bene! vi terrò d’occhio!