Capitolo XXVIII.Castel Torsciano.
L’arrivo dei due emissari del Baglione venne accolto da’ perugini col massimo entusiasmo e tanto più che, nel frattempo, le schiere pontifice — dopo aver messo a ruba il circostante paese — s’avanzavano a marce forzate sopra la città assediata, gli spagnuoli scendendo dal monte di Assisi, gli altri prendendo la via del ponte di San Giovanni.
Nella tema che il Baglione o non attenesse la data parola, com’era suo costume, o che l’esercito assediante riuscisse a circuire interamente la città prima dello arrivo de’ suoi e ad intercluderne loro l’accesso; messer Bartolomeo della Staffa — lo zio della nostra giovine Bianca — come il più dovizioso ed influente de’ Venticinque — aveva spedito suoi creati e fedeli — tra’ quali Terremoto — a correre i dintorni per assoldare, in suo nome e per suo conto, fanti e cavalli, ed a messer Valerio Orsino, perchè, dal canto suo, armasse altra gente. Intanto si afforticavano gli spalti e si drizzavano bastite e beltresche, massime in Borgo San Pietro, presso lo Spedale del Cambio, e in quella parte delle mura che riguardano San Cataldo.
E con gli apparecchi della difesa e il crescere delle paure, cresceva eziandio il foco ascetico degli assediati, i quali, nudo il capo, a piè scalzo e ravvolti in bianco saio, come i flagellanti del secolo XIV, ivano notturnamente processionando per le strade della città e sostavano in lunghe orazioni dinanzi al crocefisso eretto su la scalinata della cattedrale.
Correva il 12 maggio.
Ad una bella e splendida mattinata di primavera era susseguito un pomeriggio scuro e annuvolato promettente nulla di buono. I nembi, incalzati da un gelido e furioso vento di tramontana, scendevano a precipizio giù giù dal vertice delle montagne fumiganti quali altrettanti vulcani, e s’andavano ad addensare nella valle, come falangi al momento della battaglia. Il buio della procella era sì intenso da non lasciar più scernere nè case, nè alberi, nè vie. Le raffiche dell’aquilone s’insinuavano con un lungo e funebre gemito, tra le chiuse imposte delle abitazioni e mettevano un freddo presagio nel core degli abitanti. La piova cominciò a cadere, prima a larghi, rari e chiassosi goccioloni, poscia a rovesci, a torrenti, come se tutte le cataratte del cielo fossero state tolte ad un tempo.
Era uno sbigottimento generale.
Ad ogni folata della impetuosa tramontana, le antenne, le travi, le tavole dei lavori di difesa, cigolavano sul loro asse, si schiodavano, si schiantavano minacciando rovinare in isfascio: persino le bombarde le colubrine, le cortane, i passavolanti, oscillavano sordamente su i loro affusti. L’aqua scorreva a rigagnoli lunghesso il lastrico delle vie e, in taluni luoghi, intercettando le comunicazioni, tanto il rigagnolo era presto convertito in canale.
Le donne gemevano, si strappavano i capelli. Le compagnie de’ penitenti continuavano a processionare sotto la pioggia battente percotendosi e flagellandosi le nude carni, affine d’implorare dalla suprema providenza il cessare di tanta jattura. Gli avversi alla guerra, cui erasi inconsultamente cimentata Perugia, ne traevano argomento per malaugurare della temeraria impresa ed erigersi ad altrettante Cassandre de’ loro concittadini.
In questo mezzo uno improviso squillo di campana pose tutti gli animi in sospeso.
Era la campana di porta Susanna, che dava, in tal modo un ben noto e ben sospirato segnale.
Annunziava l’arrivo del magnifico messer Ridolfo Baglioni e delle sue genti.
Infatti, in su lo scoccare delle ventitrè di quel medesimo giorno e mentre la tempesta infuriava anche più violenta, il nobile fuoruscito, alla testa de’ suoi capitani e dei molti uomini d’arme, ch’era andato vie via raccogliendo, penetrava nella città assediata e prendeva stanza nelle case che sono tra il Priorato ed il Duomo.
Con quella mutevolezza subitanea, che fu, è e sarà sempre carattere distintivo delle masse popolari, all’arrivo di quel forte nerbo di difensori, i buoni perugini — comecchè la procella infierisse tuttavia — convertirono in altrettanto giubilo il loro sgomento di poco prima, e vi dèttero libero sfogo, con spari di mortaretti, luminarie, fiammate e festivo sguinzagliamento di tutte le campane della città.
Intanto le milizie papali s’inoltravano sempre e, sino da due giorni prima, erano giunte in vista di Castel Torsciano.
Castel Torsciano, giacente a cavaliere del colle, benmunito ed afforzato, formava per così dire, la chiave di Perugia, ed era affidato in primo luogo alla guardia dei capitani Ascanio della Corgna e Andrea d’Arezzo ed, in secondo — come sappiamo — a quella del Cavalier Nero.
Le maniere distinte, il saper grande di costui, massime nelle cose militari, gli avevano subito assecurato un alto ascendente sopra i suoi due compagni nel comando, i quali non istavano mai dal consultarlo per tutto ciò che concerneva la difesa del castello. Su l’albeggiare del 10 maggio, i pontifici, capitanati da Alessandro Vitelli e dallo stesso Pierluigi Farnese, vi si accostarono improvisamente, senza piantar bastite, nè mettere approcci, e, con un forte impeto di artiglierie tentarono impadronirsene per sorpresa.
Ma fallirono nello intento.
I difensori del castello — comunque colti alla sprovista — non dormivano. Addatisi a pena del sovraggiungere de’ nemici, furono tutti quanti erano a presidio delle mura e, di lassù, cominciarono con le spingarde e i moschetti a sfolgorarli così che quelli dovettero rinunziare issofatto alla temeraria impresa e battere incompostamente in ritirata.
Primo fra i primi ad accorrere sul punto peggio esposto ai colpi de’ papalini, fu il Cavalier Nero, il quale — tutto chiuso nella sua bruna armatura e con nuda in pugno la spada — si dètte a postare una grossa colubrina, mentre impartiva l’ordine ad una parte de’ suoi di stendere lungo l’esterno delle mura sacconi e matterassi immollati d’aqua, per ammortire i proiettili, che venivano lanciati contro il castello, e ad altri dividersi in due schiere, l’una, in seconda linea, che caricasse le armi, l’altra in prima, che le scaricasse. Così determinò un fuoco continuo e bennodrito di moschetteria, al quale precipuamente si dovette di mettere in isbaraglio i nemici.
Mentre questi valicavano in disordine il ponte sul Chiagio, il Cavalier Nero rimarcò uno dei loro uffiziali che inutilmente cercava arrestarli e risospingerli all’attacco. Dalle ricche vesti, dalle splendide armi, niellate di aurei rabeschi, dal variopinto cimiero, facile indovinò esserne egli uno de’ capi supremi, ed acuì viemmaggiormente lo sguardo, per distinguerne le sembianze.
Era Pierluigi Farnese.
Il Cavalier Nero, riconoscendolo, mandò un grido, una specie di ferino ruggito e — strappato l’archibugio di mano ad uno de’ gregari, che lo aveva allora ricaricato — gettò la spada e glie lo appuntò contro, mirando a lungo per non fallire il colpo.
Scorgevasi chiaro che l’odio il più intenso gli guidava la mano, gli dava fermezza al polso e sicurezza allo sguardo.
E il colpo partì.
Nè avrebbe mancato il bersaglio se — in quel medesimo punto — il signor duca di Castro — fattosi capace della inutilità de’ proprî sforzi — non si fosse deciso ad allontanarsi, gittandosi a sua volta sul ponte del Chiagio.
Nel mentre istesso che il Cavalier Nero girava la miccia dell’archibugio per accostarla al focone; Pierluigi, con un colpo di sproni e una strappata di morso, faceva girar di fianco il proprio cavallo, nella cui groppa andò a configgersi la palla, che altrimenti gli avrebbe traversato il petto.
Il Cavalier Nero spinse lo sguardo ansioso tra il bianco volitare del fumo; vide il cavallo del Farnese impennarsi, rinculare un momento, quindi traboccaresul fianco, trascinando seco il proprio cavaliere; e non potè astenersi dal mettere un alta esclamazione di gioia.
Ma quella gioia fu di breve durata.
Il cavaliere rialzavasi tosto, soccorso da varî dei suoi subalterni, l’uno de’ quali gli cedeva il proprio cavallo e lo aiutava a montarvi in groppa.
Pochi istanti dopo non lo si scorgeva digià più. Era disparso al di là del ponte.
A guardare i dintorni di Castel Torsciano rimase solo Alessandro Vitelli, con alquante bandiere e il grosso dell’esercito pontificio si ridusse alla Villa di Pretola. Ma l’archibugiata, che gli aveva morto sotto il cavallo, era caduta su Pierluigi come una sfida ed una derisione ad un tempo. Non volendo lasciare agio a’ perugini di maggiormente affortificarsi, tanto più che i suoi spioni lo avevano già reso inteso dello approssimarsi di Ridolfo Baglioni, egli giudicò, pel momento, opportuno ritirarsi dalla impresa di assaltare il castello, per avvicinarsi e minacciare la città; ma fermò resolutamente in cuore di non ismetterne il proposito e di tornare ben presto alla riscossa.
Infatti non istette guari a tradurre in atto un simile suo divisamento.
I perugini — malgrado il rialzo de’ spiriti, procacciato loro dal giungere delle milizie baglionesche — non si sentivano troppo tranquilli e securi, e sapendo il Farnese, col forte delle sue truppe, già inoltrato sino a Villa di Pretola — i Venticinque si radunarono nel palazzo del Priorato, insieme al Baglione ed a’ suoi più ragguardevoli capitani e dibatterono a lungo il da farsi. Molti di quelli — tra’ quali segnatamente Giulio della Corgna e Tindaro degli Alfani — opinavano lo si dovesse lasciar procedere, senza intoppi,sino alle mura della città, profittando intanto del tempo ch’egli v’impieghierebbe, per provedere viemmeglio alle difese di queste, e attendere gli uomini impromessi da Valerio Orsino e da Ascanio Colonna — Bartolomeo della Staffa — per contrario — era di aviso si dovessero prendere immediatamente le offensive, e fare ogni sforzo per respingere e sgominare lo esercito assediante, prima che avesse campo di trincerarsi e di drizzare le sue macchine da guerra contro le mura della città.
Lungo fu il diverbio. Da principio anco il Baglione schieravasi sotto il vesillo de’ pusillanimi e sosteneva esso pure il partito de’ temporeggiamenti; ma talune punte di sarcasmo sferrategli contro dal focoso della Staffa lo consigliarono a mutar di proposito e ad abbracciare, a sua volta, lo aviso di questi.
La sortita così deliberata ebbe luogo nel pomeriggio del giorno 18.
Occultati dal dosso di colle, che divide Pretola da Perugia, i difensori della città di Cristo giunsero sin presso gli attendamenti de’ pontifici, senza che questi si addassero del loro accostarsi. Colti alla impensata, mentre badavano a prepararsi il rancio, il primo impeto de’ perugini li pose nel più completo disordine e li costrinse a sbandarsi, seminando di cadaveri il terreno. Ma le grida e gli eccitamenti de’ rispettivi loro comandanti non tardarono molto ad arrestarne la fuga, cosicchè — padroneggiato il panico della sorpresa — si riannodarono prestamente in ischiere serrate ed opposero tale un vallo irto di picche e di spade all’onda degli assalitori, la quale — nella illusione di una troppo facile vittoria — rovinava loro addosso furiosa ed incomposta; che questi istessi dovettero ben presto convincersi di aver preso a pelare unagatta assai più cattiva di quanto, da principio, non si fossero imaginato.
Il cozzo fu terribile.
Gli echi delle convalli ne ripeterono a lungo l’altissimo frastuono: atriti di ferri, scoppî di bombarde, urla di minaccia, grida di disperazione, gemiti di agonia, tutto un lugubre insieme.
E il cozzo si rinnovò più volte senza che nè l’una nè l’altra delle due schiere ostili indietreggiasse di un passo.
Solo, fra di esse, andò, grado grado, sorgendo, a mo’ di linea di demarcazione, una specie di baluardo continuo, come una cresta di monte, che non tardò guari ad elevarsi sino al petto de’ combattenti.
Erano altrettanti cadaveri.
Le perdite risultavano forse maggiori dal canto de’ pontifici e, probabilmente, un nuovo cozzo avrebbe dato il sopravento a’ perugini.
Ma, quando stavano appunto per cimentarvisi — il sovraggiungere improviso di altre milizie li consigliò ad arrestarsi e a battere in ritirata.
Era Alessandro Vitelli che — avertito nel frattempo da una staffetta — accorreva da Castel Torsciano in aiuto de’ suoi commilitoni.
La ritirata fu disastrosa.
Inseguiti da presso dalle rimbaldanzite legioni del Farnese e più da presso ancora dalla cavalleria, che giungeva in quell’atto — i miseri perugini durarono la più grande fatica del mondo a mantenere qualche po’ di ordine nelle loro file; dal passo accelerato, passarono a quello di carica, dal passo di carica alla fuga precipitosa: si affollarono, si accavalciarono, si pestarono a vicenda per penetrare i primi entro la porta della città e tracciarono anch’essi un sanguinosoitinerario, rigando di morti e di feriti la strada percorsa.
Giulio della Corgna e Tindaro degli Alfani si ravvolsero pomposamente nel peplo de’ profeti.
Era ciò che desiderava il Capitan generale di Santa Madre Chiesa.
Occupati a bisticciarsi tra loro, a sanare i loro feriti, a seppellire i loro morti, a rimarginare le gravi piaghe aperte nel corpo delle loro milizie da quel primo e funesto scontro; i perugini potevano essere lasciati qualche tempo in riposo, senza rischio che, nel frattempo, si rissanguassero e divenissero più forti. Intanto egli poteva pensare a prendere la sua rivincita su Castel Torsciano.
E vi pensò.
Raccolte tutte le sue truppe, tenuto consiglio co’ suoi capitani e colonnelli, la presa del castello venne decisa.
Con l’alba del dì successivo i tre difensori dello antemurale perugino si videro di bel nuovo circondati dal grosso dell’esercito pontificio.
Ma questa volta Pierluigi non procedeva più alla impazzata; non chiedeva più consigli all’ardimento, ma alla prudenza; da leone erasi fatto volpe; e volpe era dassenno.
Da Jacopo Meleghino di Ferrara e da Antonio Picconi del Mugello, dettoSangallo, valenti meccanici ed architettori del tempo, che virtù del quattrino raccoglieva sotto una medesima bandiera, comechè amici tra loro quanto cane e gatto — Pier Luigi fece apprestare i necessari lavori di approccio e non riposò tranquillo se prima non si vide securo co’ suoi tra bastite e trinceramenti al sommo de’ quali vennero situate le artiglierie.
L’indomani queste cominciarono a fulminare il castello e, per una settimana continua, non cessarono un momento dal vomitargli contro enormi proiettili infuocati, che ne sfiancavano, ne diroccavano le antiche muraglie.
Con lo spirare del settimo giorno, alla sera del 26, un’ampia breccia vi era già spalancata.
Non rimaneva che montare allo assalto. E quattro volte, ne’ successivi due giorni, vi si provarono i papalini; ma sempre inutilmente.
Sul più alto del castello si aggiravano, senza posa, tre uomini che sembravano l’anima della difesa, la cui vigilanza non pareva potersi mai cogliere in fallo.
Erano Ascanio della Corgna, Andrea d’Arezzo ed il Cavalier Nero. Qualcun di loro trovavasi sempre dove minacciava il pericolo, pronto ogni volta e suggerire spedienti e a prestare direttamente l’opera propria, per mettervi un riparo.
Sino a che aveva durato il bombardamento, il Cavalier Nero, facendo prevalere una sua particolare veduta, erasi sempre opposto a che gli uomini del castello cercassero — nascosti dietro i merli — di cogliere al bersaglio qualcuno degli assedianti coi colpi de’ loro moschetti. A suo vedere, sarebbe stato uno inutile spreco di altrettanta munizione, di cui non c’era troppa dovizie, e che dovrebbesi poi rimpiangere, al momento dell’assalto, il quale non poteva nè causarsi, nè venire indugiato, per la morte di alcuni bombardieri caduti sotto que’ colpi. Inoltre aveva consigliato di raccogliere accuratamente tutte le sugne, i grassami, ed ogni maniera di sostanze oleose che si trovassero nel castello e di porle a liquefare entro i caldaioni della cucina e della cura, mischiandovi certa quantità di cenere e di pece, per formarne unranno infiammabile e spellante. Infine, tutto allo ingiro della sommità delle mura, ordinò si disponessero quanti più sassi e scaglie di pietre e grossi macigni si poterono rinvenire ne’ cortili e nelle dipendenze del castello ed anco ritrarre dalla demolizione di alcuni interni suoi fabricati.
Così, quando i pontifici al rompere dell’alba del 27 maggio — ardirono avvicinarsi a quelle mura, e situatevi contro le loro scale, montarvi su resoluti per tentarne il primo assalto; una pioggia di olio bollente mista a grandinata di ciottoli ed a fuoco continuo di moschetteria, si rovesciò loro sul capo e li costrinse a dare indietro e refugiarsi ne’ loro trinceramenti.
E altrettanto accadde del secondo assalto, altrettanto del terzo, altrettanto del quarto.
Pierluigi — come direbbe un francese — se ne rodeva le mani sino a’ gomiti tant’era il dispetto che quella eroica resistenza gli metteva nel core. Non c’era supplizio a bastanza crudele, non morte a bastanza tormentosa, che, nel feroce animo suo egli non si proponesse d’infliggere a que’ strenui campioni di una causa santa, una volta fossero caduti in sua balìa. E siccome — malgrado i loro sforzi disperati — tornava indubitabile che, a simile estremità, ci sarebbero dovuti venire; egli già pregustava, e quasi diremmo voluttuosamente, l’atroce piacere delle sanguinose rappresaglie cui li avrebbe assoggettati viventi e fors’anco cadaveri.
In quell’uomo c’era assai della tigre.
Ad onta, infatti, della loro pertinace resistenza, i difensori di Castel Torsciano trovavansi ridotti allo stremo. Per respingere — come lo avevan fatto con tanto buon esito — il quadruplice assalto de’ papalini, era stato loro d’uopo lanciare sino all’ultima pietraversare sino all’ultima goccia del liquido ardente, bruciare fino all’ultimo loro granello di polvere. Non avevano più mezzi offensivi. Solo potevano prepararsi a vender cara la vita in una lotta disperata corpo a corpo, combattendo con le picche, le spade, i pugnali, con le mani, coi denti. Ma anche a ciò si opponeva un altro guaio: prima ancora delle munizioni da guerra, s’erano esaurite quelle da bocca, cosicchè correvano già tre giorni che i disgraziati non avevano toccato cibo. Ne’ primi giorni di carestia, avevano sopperito alla mancanza assoluta di vettovaglie, sgozzando e squartando i tre cavalli dei capitani e spartendosene tra loro le carni coriacee; poscia erano ricorsi ai gatti, ai sorci, persino al cane del castaldo; finalmente avevano fatto bollire i cuoiami delle selle, le suole de’ scarponi, le cinghie delle armature; ma, da tre giorni, non rimaneva loro più nulla e ne contavano già due, durante i quali non avevano potuto smettere un momento dalle aspre fatiche della difesa.
Scorse tutta la giornata del 29 senza che i pontifici ritornassero all’attacco.
Da un canto, i più di essi stavano occupati nella triste bisogna di sotterrare i loro morti, ch’erano assai; dall’altro, un proposito infernale era surto, frattanto, nel cervello di Pierluigi, per cui altri correvano i dintorni, onde procacciare i mezzi di mandarlo ad effetto. Tali mezzi consistevano in grossa copia di rami secchi, che costoro andavano raccogliendo per le siepi e le boscaglie e di cui formavano fascine; il proposito era quello di circuire con queste fascine il castello e di appiccarvi il fuoco, per costringerne la guarnigione a darsi vinta, o bruciarvela dentro.
Ma la fame e Sua Beatitudine il Papa disposero altrimenti.
Ed ecco il come.
Quel giorno di sosta, impiegato da’ papalini in un pio uficio ed in un esecrabile preparativo, era stato il colpo di grazia per gli assediati. Affiochiti dalle fatiche de’ precedenti due giorni, privi, da quattro, di ogni più tenue sostentamento; i miseri cadevano l’un dopo l’altro, a terra, accasciati dalla stanchezza e dallo sfinimento; lo stesso Ascanio della Corgna, lo stesso Andrea d’Arezzo sentivano mancarsi sotto le gambe e non avevano più nè il core, nè il senno di avisare ai pericoli della dimane. Il solo Cavalier Nero sembrava indomabile. Con le braccia incrociate, le linee del volto fieramente rattratte, egli s’aggirava, tetro e pensoso, per l’ampio cortile, sul cui lastrico giacevano quasi tutti i suoi compagni d’armi prostrati dalla più completa inanizione, e, a quando a quando, crollava superbamente la testa, come per scacciare un molesto pensiero.
— No — ripeteva egli — no, per la croce!... scannarci a vicenda tra noi, come fecero i prenestini per non arrendersi a Silla, piuttosto che darci in mano di cotesto malnato.
Ma un sordo mormorìo di malcontento rispose a quella balda dichiarazione. I suoi compagni non dividevano punto un simile aviso; l’idea di capitolare la resa s’era già impadronita dell’animo di tutti. E non ci fu modo: con l’alba del dì successivo un cencio bianco, che avrebbe voluto essere una bandiera, sventolava sul mastio di Castel Torsciano.
Pierluigi, intanto, era pur stato costretto di mutare, a sua volta, i propri divisamenti.
Nel cuore della notte gli era giunta una staffettada Roma, con una lettera dell’ottimo e massimo suo genitore, nella quale Paolo III lo istruiva degli apparecchi belligeri che andavano facendo i Colonna di Palliano e di Rocca di Papa, insorti eglino pure a motivo della sovrimposta sul sale, e lo esortava a finirla presto co’ perugini e a trovar modo di chiamare sotto le proprie bandiere tutto quel maggior numero di capitani e di lance, che questi avessero preso al loro soldo, attesocchè — conchiudeva — fosse suo intendimento lo affidare a lui anche il comando di quella nuova spedizione.
Per due distinti motivi, il Farnese accolse non senza dispetto un simile annunzio, e perchè gli prescriveva di allontanarsi subito di Perugia, non a pena l’avesse ridotta alla impotenza; e perchè lo forzava a renunziare al suo diabolico progetto di fare un auto-da-fè dei difensori di Castel Torsciano. Ma non c’era molto a dibattere: le notizie di Sua Beatitudine erano troppo importanti, non solo per gl’interessi di Santa Madre Chiesa, ma anco per quelli — più da curarsi — della gloriosa casa Farnese e le ingiunzioni di lui troppo esplicite e perentorie; perchè potesse frullargli in capo di non far caso delle une, o di contravvenire alle altre.
Stava quindi già per impartire contrordini a quelli tra’ suoi, che si preparavano a trascinar le fascine intorno intorno al castello, per appiccarvi il fuoco: quando scorse il bianco segnale ondeggiante sul mastio.
Il cacio — come suol dirsi — gli cascava su i maccheroni.
Siccome tornava evidente che i torscianesi domandavano di capitolare, egli spedì loro il suo capitano Bombaglino, con una trombetta, a mo’ di parlamentario.Patti: o s’arrendessero a discrezione; o promettessero tutti, insino all’ultimo, di tornare all’obbedienza delle Sante Chiavi e di pigliar soldo sotto gli stessi suoi ordini, di lui, Pierluigi, che li avrebbe spediti — non contra Perugia — ma contra i colonnesi di Rocca di Papa e di Palliano: altrimenti sarebbesi compiuto il proposito d’intorniare il castello di legna secche e d’incendiarlo; scegliessero.
E — com’è naturale — scelsero il meno peggio dei mali: quello, cioè, di riassoggettarsi al pontefice e di militar col Farnese.
Solo il Cavalier Nero avrebbe voluto opporsi a simile vergognosa arrendevolezza; ma le proteste, i clamori, le minacce de’ suoi compagni gli mozzarono sul labro i sermoni e lo fecero piegare a sua volta.
Del resto — nella stretta dell’ultimo momento — a lui pure soccorse un pensiero, che gli fece intravedere quella capitolazione sotto un tutt’altro rispetto e lo trasse a prestarvisi quasi di buon grado.
Così venne in potere de’ papalini l’antemurale dellaCittà di Cristonel mattino del 30 maggio 1540.