CAPITOLO VIII.L'attesa.

CAPITOLO VIII.L'attesa.

Se l'aveste veduta, come era bella, con quella sua stola di color d'ametista, fregiata d'oro sui lembi, che dava risalto alla marmorea bianchezza delle carni; opulenta di forme, ma snella in apparenza per la mirabile giustezza delle proporzioni; con que' suoi occhi profondi e languidi; con quelle chiome abbondanti, che luccicavano tra i due giri della vitta porporina, e col mazzocchio cadente in riccioluti corimbi sulla nuca; se l'aveste veduta, io metto pegno che avrebbe fatto dar volta ai vostri cervelli, come a quello di Valerio Catullo e di tanti altri suoi degni contemporanei.

Non era per quel giorno una bellezza procace, e molto negava delle sue lusinghe allo sguardo. Vi ho già detto che portava le braccia coperte da lunghe maniche, strette ai polsi con armille d'oro. In quei braccialetti foggiati a serpenti, erano incastonatirubini e smeraldi; agli orecchi portava pendenti di perle; ma il collo non avea vezzi, oltre quelli di madre natura. E forse per questo appariva più bello.

Insomma, io penso che se l'avesse veduta in quel punto il banchiere Cepione, il più ricco usuraio delle Botteghe Vecchie, pur di baciare quel collo, avrebbe date volentieri le sostanze di cento figli di famiglia. Ma Clodia, dal canto suo, avrebbe ricusata quella ecatombe. Sono tanto bizzarre le donne!

Perchè ho tirato in ballo Cepione? Ah, maledetta lingua! Io vi sfringuello i segreti dell'arte mia prima del tempo. Fate conto che non abbia detto nulla; se no, addio interesse dell'opera.

Veduta la sua signora che entrava nel tablino, un servo si avanzò per prendere i suoi ordini. Era un adolescente, e voi già lo avete veduto portare la colazione.

— Sei tu, Carino? — chiese la bella patrizia, voltandosi languidamente sullacathedra supina, sedia lunga, con la spalliera inclinata indietro, e senza bracciuoli, che era un quissimile delle moderne poltrone. — Vedi che ore sono. —

Carino usci nel cavedio (così aveva nome il vano dell'atrio, tra il compluvio e l'impluvio, dove batteva direttamente la luce) per dare un'occhiata all'emisfero, specie d'orologio solare, che prendeva il nome dalla sua rassomiglianza con un emisfero, o metà del globo, il quale si supponeva tagliato pel suo centro, nel piano d'uno de' suoi cerchi più grandi.

Prima di andar oltre nella descrizione, bisognerà dire qualche cosa intorno agli orologi e alla divisione del giorno in ore. Questa incominciò assai tardi presso i Romani, i quali non avevano nei primi secoli alcun mezzo per misurare e distinguere le ore, e fino al quarto secolo della loro storia non giunsero a stabilire il meriggio. In tre parti adunque dividevano il giorno: luce, crepuscolo e tenebre. La luce si spartiva in cinque periodi:mane, ad meridiem, meridies, de meridie, solis occasus. Il crepuscolo in due:vespereprima fax, che sarebbe da noi l'ora nella quale i lampionai vanno attorno per accendere il gasse. Le tenebre in sette:concubium, nox intempesta, ad mediam noctem, media nox, de media nocte(omediae noctis inclinatio),gallicinium, conticinium. Ilconcubiumsignificava l'ora di andare a letto: lanox intempestadiceva non esser tempo da far nulla, salvo dormire; ilgalliciniumera il canto del gallo; ilconticiniumil silenzio del gallo, considerato come passaggio all'aurora. Voi lo vedete, o lettori; la nomenclatura era ricca, ma la distribuzione incertissima. Bastava ad esempio che un gallo non potesse dormir le sue ore, per guastare tutto l'ordine prestabilito.

Il primo strumento che ebbero i Romani per distinguere le ore fu un quadrante, ossia orologio solare, portato di Sicilia da Marco Valerio Messàla, dopo la presa di Catania, nell'anno 477ab Urbe condita. Quinzio Marco Filippo, censore, ne stabilì uno più esatto nel 576. Ma questi orologi servivano solamente di giorno, e nei giorni di sole. Alle ore di notte aveva provveduto ScipioneNasica nel 493, con la introduzione dellaclepsydra, vaso pieno d'acqua, da cui il liquido passava per un piccolo foro in un bacino sottoposto, ove, a misura che andava crescendo, sollevava un pezzetto di sughero, che indicava le ore. Questa clessidra, si chiamò anche orologio d'inverno, e il suo perfezionamento permise ai Romani di spartire il giorno naturale in ventiquattro ore, dodici delle quali assegnate costantemente al giorno artificiale, e dodici alla notte; per modo che erano le une a vicenda or più brevi ed or più lunghe, secondo le diverse stagioni.

L'uso del quadrante durando tuttavia (e dura anche adesso sotto il nome di meridiana), si provvide a farlo concordare con la divisione del giorno in ventiquattr'ore. Per esempio, l'emisfero di Clodia Metella, disco concavo, sostenuto da un Atlante di marmo, portava, giusta l'uso del tempo, le dodici ore di luce divise in quattro parti, ognuna delle quali rappresentava per conseguenza tre ore. Queste divisioni prendevano i nomi di prima, terza, sesta e nona, che sono giunti fino a noi colleOre canoniche. Quanto alle ore della notte, anch'esse furono divise in quattro parti, distinte col nome di prima, seconda, terza e quarta vigilia, derivando il vocabolo dalla milizia e dall'uso dei soldati, che duravano in sentinella tre ore di seguito.

Adesso che mi sono mandato avanti questo po' di scienza imparaticcia, intenderemo il ragazzo Carino, che, dopo avere guardato l'emisfero e la linea d'ombra segnata dall'indice di bronzo, tornò nel tablino per dire:

— È vicina la terza. —

Segno che erano a un dipresso le undici del mattino, considerando che il sole era spuntato dopo le cinque.Inclinatio ad meridiem, avrebbero detto i Romani di dugent'anni prima.

Clodia Metella sospirò. Che fosse innamorata? Ma!... potrebbe anche darsi. Io, del resto, non vi assicuro nulla; dico che sospirò, e aggiungo che fece chiamare Eutiche, la fedele cameriera, per mandare i suoi comandi all'ostiario, o portinaio, se meglio vi torna.

— Verrà Caio Sempronio; — le disse; — fallo entrare.

— Sta bene; ma se venisse anche il vecchio Pluto? —

Pluto era il nome del dio delle ricchezze, ed era anche il soprannome che Clodia, ne' suoi dialoghi intimi con la fidata ornatrice, aveva dato all'argentario Cepione.

— Se venisse, — rispose Clodia, torcendo le labbra in atto di persona infastidita, — direte che non sono in casa.

— Ma... — soggiunse l'ornatrice, — se tu stai qui, mia signora, egli potrà vederti dal pròtiro. —

Eutiche non riusciva ad intendere perchè la sua padrona volesse quel giorno ricevere le sue visite alla presenza di tutti i famigli ed anche del primo venuto a cui si aprisse l'uscio di strada.

A questo proposito, mi sembra di avervi già detto, nella mia descrizione di una casa romana, che dall'androne dell'uscio si vedeva per l'appuntoil tablino, e che, se la mobile scena di quella camera fosse stata rimossa, si sarebbe anche potuto vedere il peristilio che veniva dopo, e l'eco, ultimo cortile di ogni abitazione un po' ragguardevole.

— È vero; — disse Clodia Metella, con aria sbadata. — Ma c'è rimedio. Dirai all'ostiario che cali la cortina del pròtiro. —

Eutiche s'inchinò, e veduto che la sua padrona non aveva più altro da comandarle, andò a dare le sue istruzioni all'ostiario. La cortina fu calata, e la quiete di Clodia Metella assicurata dallo sguardo dei visitatori importuni.

La bella patrizia si era mollemente abbandonata sulla spalliera del suo seggiolone, e, preso un codice che era su d'un monopodio lì presso, ne andava svolgendo le pagine.

È un errore il credere che i libri, nell'antica Roma, fossero tutti foggiati a volumi, o strisce di papiro incollate insieme, e arrotolate intorno ad un cilindro; donde l'espressioneevolvere volumenper dire che si leggeva un libro. Questo era l'uso comune per le opere d'una certa lunghezza. Ma gli antichi avevano anche ilcodex, libro composto di fogli staccati, legati insieme nella forma dei libri moderni. Quei fogli erano sottili assicelle di legno, rivestite di cera, chiamate per l'appuntocaudices; donde il nome di codice, rimasto poscia nell'uso, anche quando al legno si surrogò la carta, o la pergamena. E in questi libricciuoli non si scrivevano soltanto memorie e annotazioni, ma eziandio cose di maggiore importanza, come adire le leggi; donde più tardi il nome dicodex Justinianeus, Theodosianuse via discorrendo, perchè appunto in quella forma di libro riusciva più facile riscontrare una massima, un responso, un canone di giurisprudenza.

Non argomentate da ciò che Clodia Metella rubasse il mestiere ai giureconsulti e studiasse in quel codice gli editti dei pretori, o le leggi delle Dodici Tavole. Dato che il codice fosse la forma più acconcia per un libro da leggicchiarsi senza troppo fastidio, è naturale il pensare che dovesse esser quella d'una raccolta di versi, o d'un romanzo, i soli volumi che potessero andar per le mani d'una signora, a cui non piacesse la disagiata postura che i pittori hanno data alla Sibilla di Cuma e a San Giovanni evangelista.

Clodia Metella aveva proprio per le mani un romanzo. Veramente, il vocabolo non era anche inventato, e dicevasi in quella vece una favola milesia. Perchè questo nome? Ve lo dirò in breve; perchè Mileto, nella Jonia, era la città in cui fiorì primieramente questo genere di letteratura. Distinto dalla storia, accanto ad essa, sorse il romanzo, dopo le conquiste d'Alessandro il Macedone. I vinti Persiani innestarono i propri costumi ai costumi greci, e nella Jonia, che era tragitto fra l'Asia e l'Europa, si composero le favole milesie; accolte con favore perfino dai severi Spartani. Il primo di tali romanzieri fu un Antonio Diogene, co' suoiAmori di Dinia e Dercillide; ma il più celebre di tutti, che può considerarsi il padre del romanzo antico, fu il milesio Aristippo, di cui sicitano, unoSpecchio di Laide, e gliAmori d'Anzia e di Abròcomo. Le favole milesie passarono in Roma, per cura d'un Cornelio Sisenna, nel tempo che le fazioni di Silla e di Mario affliggevano la repubblica, e veramente (notano gli eruditi) sembrava che tali racconti fossero fatti per ricreare gli spiriti in mezzo alle sanguinose calamità della patria.

Or dunque, la nostra eroina leggicchiava il suo bravo romanzo, come potrebbe fare ognuna di voi, mie graziose lettrici. Se gliene fosse saltato il ticchio (io per altro non gliel'avrei augurato), Clodia Metella avrebbe potuto anche leggere un giornale, come fanno i vostri mariti, aspettando la colazione. Perchè, vedete, questo fiore della umana, sapienza non è mica una cosa moderna.Nil sub sole novi; i giornali, verbigrazia, si usavano già da molti anni in Roma, sotto il nome diacta diurna, e diacta urbis; che sarebbe come a dire i fatti della città.

Il vocabolodiariumera stato usato già da un Sempronio Asellio, il quale scriveva al tempo dell'assedio di Numanzia. Ma perchè c'è discrepanza tra i dotti intorno al vero significato della parola, ci atterremo soltanto a ciò che è stato dimostrato. E infatti si sa che gliacta diurnasurrogarono in Roma gli annali dei pontefici, e che la loro pubblicazione dovette essere anteriore al primo consolato di Giulio Cesare (anno 690ab Urbe condita), donde ebbe solamente principio quella degli Atti del Senato, che venne poi soppressa da Augusto, non permettendosi — più altra pubblicazione fuorquella deidiurna, odiurni; vocabolo da cui si formò quello didiurnale, adoperato principalmente in materia liturgica.

Quei primi esemplari del giornalismo odierno erano una semplice ed arida enumerazione di fatti, e non avevano spesso neanche il merito dell'esattezza. Ma questo, diranno i maligni, è un peccato originale che non hanno lavato più mai. Come si divulgavano? Chi li scriveva? Non se n'ha lume; nessun giornalista ci è stato conservato nelle ceneri pompeiane, o tra i cocci del monte Testaccio. Questo sappiamo, che i giornali, quantunque scritti da gente oscura, si leggevano comunemente, anche dalle signore, mentre sedevano allo specchio e flagellavano a sangue le cosmète che non facevano il loro dovere. Ce lo racconta Giovenale:

Et caedens longi relegit transacta diurni.

Et caedens longi relegit transacta diurni.

Et caedens longi relegit transacta diurni.

L'emisfero del cavedio segnava la terza, e Clodia Metella aveva a mala pena leggiucchiato due pagine della sua favola greca (il greco era per le Romane d'allora quello che è il francese per le dame del tempo nostro) quando si udì un colpo discretamente dato col picchiotto di bronzo all'uscio di strada. Poco dopo, l'ostiario trasse la fune del saliscendi e la porta cigolò sui cardini. Clodia Metella volse a mezzo la testa e diede una sbirciata là in fondo. La cortina si alzava in quel punto; segno che il visitatore era proprio quel desso che la signora aspettava.

Tizio Caio Sempronio comparve nel vano dell'androne,elegantemente vestito di due tuniche, lasubuculae l'angusticlavia; quella di lana tinta in violetto, con lunghe maniche, e il lembo che giungeva alla metà della gamba; questa di lana candidissima, con maniche corte e il lembo che terminava alla metà della coscia. Una cintura nascosta sotto un giro di dotte pieghe, le stringeva ambedue alla vita, rompendo artisticamente la dirittura delle due strette liste di porpora, cucite sulla tunica superiore, che erano il distintivo dell'ordine equestre, e che davano appunto alla tunica il suo nome diangusticlavia. Un calzaretto di cuoio colorato come lasubucula, allacciato con fettucce incrociate sul collo del piede e avvolte intorno alla gamba fino al principio del polpaccio, compiva dal basso il vestimento del bel cavaliere. Una toga, non troppo stringata nè larga, gli girava intorno al collo, leggiadramente annodata sulla spalla sinistra e trattenuta da un fermaglio d'oro, in cui si vedeva incastonata una gemma. Nella mano destra teneva il pètaso, che si era levato pur dianzi dal capo, mostrando le chiome bionde e ricciolute, spartite con una precisione inappuntabile nel bel mezzo della fronte.

Il nostro cavaliere apparteneva alla classe degli uomini delicati, e non andava per via senza cappello. Del resto, o cappello o berretto, l'usanza di coprire il capo era molto comune. La statuaria romana non ha tenuto conto del cappello, se non per rappresentarci Mercurio, o qualche araldo in viaggio; ma che per ciò? Neanche l'arte nuova dei tempi nostri ardisce scolpire i grandi uominicon la tuba, e i tardi nepoti, se dovessero prender norma dalle nostre scolture, avrebbero a credere che nel secolo decimonono andassero a capo scoperto anche i generali più freddolosi e più gelosamente inferraiolati del mondo. Manfredo Fanti informi, dal suo piedistallo della piazza di San Marco, a Firenze.

Lasciamo dunque da parte le testimonianze infedeli dell'arte scultoria, e badiamo piuttosto agli scrittori latini e a quel tanto di pittura domestica che ci fu conservato da un felice capriccio del Vesuvio. Era lecito agli antichissimi Romani di andare a capo ignudo, in quella guisa che era lecito di portare per unico vestimento un gonnellino intorno alle reni, come i Ceteghi berteggiati da Orazio, o di coprire la nudità con un semplice mantello, come Valerio Publicola, e di custodirsi il capo dai raggi di Febo con un lembo della toga, imitando la frettolosa acconciatura dei cittadini di Gabio. Ma i libri e i dipinti ci mostrano che i Romani non tardarono molto ad imitare dai Greci ilpileuse ilpileolus, di guisa che se ne videro d'ogni forma, dal berretto frigio di Paride al romano di Bruto, dal berrettino di Priamo a quello di Orazio Flacco, quando era in casa. Ilpileusfu il distintivo degli uomini liberi; lo si concedeva ai servi liberati, donde il modo proverbiale:ad pileum vocare; e lo portavano tutti gli schiavi di Roma, nella mascherata dei Saturnali.

Quanto alpetasus, cappello di feltro con la fascia bassa e la tesa larga, che gli scultori greci non poterono dispensarsi dal mettere in capo ai cavalieridella processione Panatenaica, effigiati sul Partenone, lo vediamo citato da tutti gli scrittori latini, come un capo di vestiario usato comunemente per via. Plauto lo accenna in più luoghi. Leggete Svetonio e vedrete Augusto che portava il cappello, e così volontieri, da non saperne star senza, neanche tra le pareti domestiche. E questo mi pare un argomento da troncare ogni disputa.

Gabellatemi dunque il cappello di Tizio Caio Sempronio. In altre cose moltissime i Romani antichi non erano dissimili da noi, quantunque l'abitudine del vederli in tragedia ce li abbia fatti credere diversi di costume e di sentimenti. La natura umana è sempre e dovunque la stessa, e i Romani non avevano soltanto la più parte dei nostri usi, ma altresì un buon numero delle nostre delicatezze, ed anche dei nostri vizi. Una cosa non pare che avessero al medesimo grado di noi, quella che certuni chiamano verecondia, ed altri ipocrisia. Ma questa è veramente virtù moderna, e i novellieri italiani e francesi ci mostrano che in tutto il medio evo la si conosceva poco in Europa. E forse anche oggi è praticata ugualmente dappertutto? Noi, verbigrazia, abitatori del continente europeo, non abbiamo tutti gli scrupoli e le titubanze degli Inglesi, e parliamo liberamente delle nostre camicie. È vero, per altro, che non citiamo più ogni sorte d'indumenti, in una scelta conversazione; segno che la verecondia anche tra noi fa passi da gigante.

Ma questa è apparenza. Nella sostanza noi siamo pari agli antichi Romani, e questi somigliavano anoi. Gli uomini di Plutarco, tanto citati a titolo di onore, ne facevano d'ogni cotta, e qualche volta avevano bisogno di cansare il biasimo con un arguto spediente, come avvenne, per esempio, a Scipione Africano, quando gli si domandarono i conti del denaro ricevuto da Antioco. Siamo lungi dai nostri due personaggi. Ma aspettate, fo un salto e ritorno nell'atrio.


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