CAPITOLO XIV.Le nozze di Numeriano.
La mattina del sesto giorno sopra gli Idi d'aprile....
Ma qui, prima di andar oltre, bisognerà spiegarci un tratto. Il calendario romano è così disforme dal nostro, con le sue calende, le sue none, i suoi idi, e l'uso di contare i giorni alla rovescia! Gli Idi d'aprile cadevano al 13; dunque, tornando indietro sei giorni, abbiamo ilsexto Idus, corrispondente agli 8 d'aprile.
È un bel giorno per Cinzio Numeriano, e un giorno di grandi faccende per Tizio Caio Sempronio, che ha dovuto perfino rinunziare alla sua visita mattutina in casa di Clodia Metella. Per altro, come vedrete, ha pensato a lei, e fa conto di vederla dopo il tramonto del sole.
Quella mattina, adunque, Tizio Caio Sempronio si alzò da letto più presto del solito, e, preso ilbagno consueto, stette allo specchio un'ora di più che non facesse negli altri giorni; indi, tutto azzimato, spirante ambrosia alla guisa d'un Nume, si dispose ad uscire di casa.
Il vecchio Lisimaco lo attendeva nell'atrio.
— Mio signore! — disse l'arcario, inchinandosi.
— Orbene, Lisimaco, che c'è?
— Chiederei di trattenerti per breve ora, se non ti spiace. Ho certi conti da farti vedere....
— A proposito, — interruppe Caio Sempronio, — hai mandati i fiori a Clodia Metella?
— Sì, mio signore.
— Col silfio cirenaico?
— Col silfio cirenaico; — rispose Lisimaco, traendo un sospiro.
E aggiunse tra sè, commentando quel sospiro malinconico:
— Mille denari, per una pianticella che non è la metà del mio braccio! —
Il silfio era una pianta preziosissima e celebre tra gli antichi per le miracolose proprietà che le erano attribuite. Risanava ogni male, purificava l'aria e l'acqua, e, come se ciò non bastasse, addormentava le pecore e faceva starnutare le capre. Tolgo questi particolari da Teofrasto e da Plinio, che ci indicano il silfio come una pianta fornita d'una radice carnosa, d'un gambo simile a quello del finocchio, e d'una foglia a un dipresso come quella del selino. A Cirene lo si aveva per sacro, essendo apparso di botto, come diceva la leggenda, dopo una pioggia di bitume, sette anni dopola fondazione della città, nell'anno 420 di Roma. I compagni d'Alessandro il Macedone trovarono questa pianta copiosamente sparsa sulle montagne di Candahar. Aristofane fa dire ad un sicofante che egli non muterebbe vita, neppur se gli regalassero del silfio, consacrato a Batto, il fondatore di Cirene. Giulio Cesare vendette per mille cinquecento marchi d'argento la provvista di silfio che si custodiva nel pubblico erario di Roma. Nerone un giorno ne ricevette una pianta in dono, e a palazzo se ne fecero molti discorsi, come di un presente straordinario. Infine, il silfio è rappresentato sul rovescio delle monete di Cirene, che non è celebre solamente per questo, ma anche per aver dati i natali al poeta Callimaco e al filosofo Carneade, quello che va debitore della sua fama, in uguale misura, ai grandi elogi di Cicerone e alla poco salda memoria di Don Abbondio.
— Bene! — esclamò Caio Sempronio. — Dunque, sta sano, mio vecchio Lisimaco.
— Ma... vorrei dirti...
— Sì, sì, capisco che vorrai dirmi qualche cosa; ma non ho tempo, sai? Oggi si tratta di lavorare per la felicità degli altri, e non è tempo da pensare alla propria. —
Ciò detto, diè una voltata sulle calcagna e si avviò verso il pròtiro, lasciando il suo vecchio arcario a crollar mestamente il capo, com'era suo costume da parecchi giorni.
Lisimaco non aveva anche finito di ciondolare, che il cavaliere tornò indietro.
— Vedi che bestia! Dimenticavo l'essenziale. Sono andati i servi agli Orti Ventidiani?
— Sì, mio signore.
— Col monile di perle?
— Col monile di perle; — ripetè l'arcario.
E aggiunse mormorando:
— Trentamila sesterzi! E non è ancora contento!
— Che cosa borbotti? — domandò il cavaliere, sorridendo.
— Che l'hai pagato trentamila sesterzi, e ti pare d'aver fatto un dono di poco.
— Ma sì, pur troppo! — esclamò Tizio Caio. — Le son perline da nulla, e mi duole non averne trovato di più vistose. Non sai tu, vecchio Lisimaco, che ce ne sono di grosse come le noci e più ancora? Si racconta che in Egitto, nella reggia dei Tolomei, ce ne siano due molto più grosse degli occhi che mi stai ora facendo.
— Sono in Egitto; che fortuna! — gridò l'arcario, che proprio non se la poteva rattenere fra i denti.
— Chiamala una disgrazia; — rispose il cavaliere. — Noi, per averle, dovremmo far guerra all'Egitto. E chi sa, che un giorno o l'altro non me ne salti il ticchio?
— La guerra è una bella cosa; — notò il vecchio servitore; — essa riempie i forzieri, non li vuota.
— Ed io, vedi, ho risoluto; andrò nella milizia. —
Lisimaco ebbe un barlume di speranza.
— Quando, mio signore? — domandò egli sollecito.
— Appena avrò speso l'ultimo quattrino; — rispose Caio Sempronio.
La fronte del vecchio si rannuvolò di bel nuovo. Intanto il nostro cavaliere si avviò da capo all'uscio di casa, e questa volta per non tornare più indietro.
Tizio Caio Sempronio andava a piedi, perchè i Romani di quel tempo non si erano ancora tanto infemminiti da adoperar la lettiga. Ma i suoi servi lo avevano preceduto agli orti Ventidiani, ed uno di loro portava, tra gli altri arnesi, un paio di mullei, calzari elegantissimi, dello stesso colore della tunica, affinchè il padrone potesse comparire in casa di Cinzio Numeriano senza traccia di polvere.
Quel giorno il nostro cavaliere faceva l'ufficio di auspice; un quissimile di ciò che è presso i moderni francesi ilgarçon de la noce. Era lui che qualche giorno prima aveva assistito al contratto degli sponsali e che quella stessa mattina aveva osservati gli augurii; senza ridere, vi prego di crederlo. Inoltre, da buon romano, aveva posto mente a non stabilire le nozze in giorno nefasto, come sarebbero state le Calende, le None e gli Idi, le feste Parentali, le Salie, ed altre che per brevità si ommettono.
Tre giorni si spendevano dai Romani nella celebrazione delle nozze. Nel primo, lo sposo visitava la sposa in casa del padre di lei; nel secondo la sposa andava a dormire in casa del suocero,per uscirne sull'alba del terzo, che era propriamente il giorno nuziale, e quello in cui si celebrava il matrimonio nei modi già detti altrove, della mutua compera, e della confarreazione, e con tutte le cerimonie che or ora vedremo, se non vi dà noia lo assisterci.
Le prime cerimonie erano state compiute, e non al tutto secondo gli usi romani. Rammentate che Delia era greca e che viveva in Roma da sola, fuori d'ogni potestà di parenti. Perciò il nostro Numeriano non aveva potuto andare dal padre di lei per fargli la domanda rituale: «volete voi darmi la vostra figliuola in moglie?» Neanche era stato il caso di fare per due giorni, tra le due case degli sposi, quei viavai che ho accennato pur dianzi. Erano andati dal pontefice massimo, e là, alla presenza del gran sacerdote, e di dieci testimoni, il Flamine Diale, o sacerdote di Giove, aveva sacrificata una pecora e divisa tra gli sposi la tradizionale focaccia di fior di farina. Quindi la bella etèra di Corinto se ne era tornata alla sua casa, donde il giorno seguente gli amici dello sposo dovevano andarla a levare per forza.
Era anche questa una cerimonia inutile, perchè non si trattava più d'una fanciulla, che si dovesse strappare dal seno della famiglia. Ma questa era la forma più antica e più solenne di matrimonio, a ricordo del modo in cui Romolo e i suoi celibi compagni si erano impadroniti delle belle Sabine; e Delia, poichè aveva a maritarsi, voleva fare le cose con ogni maggior pompa, aconforto della sua vanità femminile. Ora, argomentate se l'innamorato Numeriano non volesse contentarla anche in questo.
Il giovane poeta era fuori di sè dalla gioia. Quando il suo auspice giunse agli orti Ventidiani (li chiameremo ancora con questo nome, per intenderci alla bella prima), Numeriano, tutto vestito di bianco e coi capegli tagliati di fresco secondo il rito, stava disponendo ogni cosa pel sacrificio augurale di quel giorno. Un popa, specie di sacerdote beccaio, era già in attesa, coi suoicultrarii, o sgozzatori assistenti; la vittima grugniva ai piedi dell'altare, davanti all'uscio di casa.
Lettori, io non ci metto di mio nè sal nè pepe. Si sacrificava il dì delle nozze una scrofa, simbolo di fecondità coniugale presso i Romani. Virgilio stesso ha creduto necessario di citare nel suo poema la scrofa meravigliosa, trovata da Enea sotto un leccio, presso la riva del Tevere, con trenta porcellini intorno;triginta capitum foetus enixa.
Compiuto il sacrificio nelle debite forme, di cui vi fo grazia, venne il giro di una breve refezione d'amici. Era l'ultimo addio dato da Cinzio Numeriano al suo celibato, e l'avverbiofelicitersuonò da tutte le labbra, mentre si andavano vuotando le tazze.
La giornata era bella e il pranzo s'era fatto fuori della casa, in giardino, per non guastare i preparativi del triclinio, destinato alla cena nuziale. Era un bel giardino, anzi un bosco senz'altro,quello che Ventidio aveva venduto a Caio Sempronio e questi liberalmente donato al suo giovane amico. Elci, roveri e pini vi erano cresciuti fitti abbastanza per far riparo dai raggi del sole, ed altri arbusti più umili, come il biancospino, la betulla e il corbezzolo, consolavano gli occhi con le varie temperanze del verde ond'erano rivestiti.
Quello era davvero il luogo per un poeta. Fauni, Naiadi, Driadi ed Amadriadi, ci dovevano esser tutti, quei cari numi, di cui la religione pagana aveva popolate le selve del Lazio. Quei sassi coperti di muschio, quelle acque zampillanti, quegli ombrosi recessi, dovevano aver voci arcane e piene di attrattive per un seguace d'Apollo. E il nostro Numeriano prendeva moglie! Abitatrici del sacro monte, Pierie, Castalie, e comunque vi piaccia esser nomate, dove eravate voi in quel punto?
Intanto che i nostri celibi finiscono di pranzare (e più non occorre di dire che cosa fosse il pranzo dei Romani) andiamo poco lunge, caliamo dall'Esquilino verso ponente e ascendiamo il Celio, dov'è la regione più popolosa della eterna città. Lassù, presso il tempio di Tullo Ostilio, in una casetta modesta di fuori, ma arredata internamente con greca eleganza, troveremo la sposa, in mezzo ad un cerchio di amiche, intente ad ornarla per l'ultima cerimonia, e ad invidiarla per la sorte che le tocca, di doventare una matrona romana.
Delia era semplicemente vestita, come l'uso portava. Non ori, non perle, non porpora, ma solamentela stola di lana bianca, tessuta in casa, per seguitare l'esempio di Caia Cecilia. E qui bisognerà fare un po' di parentesi per raccontare chi fosse costei. Caia Cecilia, o, per dire il suo nome arcaico, Tanaquilla, era la moglie di Tarquinio Prisco, famosa per cento domestiche virtù, tra cui prima di filare e tessere la lana.Lanam fecit, diventò, dopo questa donna esemplare, il più bel vanto d'una matrona romana; portare il dì delle nozze una stola come la sua, fu obbligo a tutte le sue pronipoti. Come se ciò non bastasse, fu costume universale di assumere per quel giorno il nome di lei. Tutte le spose, nella cerimonia nuziale, si ornavano del nome di Caia.
La stola nuziale di Delia era stretta al fianco da una zona, o cingolo, di lana di pecora. Anche qui c'era la sua ragione, trovata dai teologi del tempo. Festo Pompeio vi dirà che, nella medesima guisa in cui la lana della pecora, ravvolta in gomitolo, appare tra sè congiunta, così il marito è congiunto e legato alla moglie. Troppa sottigliezza, signor Festo Pompeio! Il vero si è che la sposa, per somigliare a Caia Cecilia, doveva essere tutta vestita di roba fatta in casa; epperciò la zona non poteva non essere di lana, come lo era la stola. Il cappio di questa zona dicevasi il nodo d'Ercole (Herculaneus nodus) e lo scioglieva alla sera il marito, a titolo di buon augurio, per essere felice di molta prole, come lo era stato Ercole, famoso per molte fatiche e più ancora per avere avuto una settantina di figli, che Dio ne scampi ogni fedel cristiano.
Delia era vestita oramai di tutto punto, e i capegli biondi aveva attorcigliati e raffermati alla nuca con una piccola asta di ferro. Era l'asta di Giunone Curite, così detta dal vocabolo sabinocuris, che significava per l'appunto quell'arma. I teologi di cui sopra hanno lasciato scritto che quell'asta nei capegli augurava una prole maschia, forte e bellicosa. Gli amici della storia pura vedono in questa cerimonia un altro accenno alle prime nozze romane, che furono fatte con l'armi alla mano.
Mancava ancora la ghirlanda di fiori e di verbene, e mancava il flammeo, velo finissimo che col suo colore ranciato doveva nascondere il rossore, il «color di fiamma viva» come è stato detto così bene da Dante Alighieri, che disse bene ogni cosa. Ma, per venire a quest'ultima parte dell'acconciamento nuziale, occorreva che giungessero all'uscio di strada i rapitori.
E giunsero finalmente, guidati da Tizio Caio Sempronio, che, nella sua qualità d'auspice, d'amico e di protettore, doveva avere gli onori della giornata. Delia aspettava lui per l'appunto, e, vedendo lui, non badò a Postumio Floro, ad Elio Vibenna, nè a Giunio Ventidio, che lo accompagnavano in quella facile impresa.
— È dunque vero che tu vuoi rapirmi la figlia? — disse l'amica più vecchia di Delia, che faceva presso di lei l'ufficio di pronuba.
— Sì, madre, è necessario; ed avverrà con tua buona pace, — rispose Tizio Caio, sorridendo amabilmente, — se pure non vuoi che scorra il sangue fino alle falde del Celio.
— Se lo volessi pur io, non lo vorrebbe Giunone; — mormorò la pronuba, trattenendo le risa, — E dove la condurrai tu?
— A Publio Cinzio Numeriano, che l'ha ottenuta ieri col farro e col sale, che l'ama e che la farà padrona di casa sua. Come fu portata la più bella tra le Sabine a Talassio, così noi porteremo la più bella tra le Corinzie a Numeriano.
— Talassio! Talassio! — gridarono festosamente alcuni adolescenti vestiti di bianco e inghirlandati di fiori.
Chi era questo Talassio? Rimontiamo al ratto delle donne Sabine e lo vedremo. Il fatto avvenne, come sapete, in occasione dei giuochi solenni ordinati da Romolo, in onore del Dio Nettuno equestre. Giunta l'ora della festa, e mentre i padri Sabini erano intenti ai giuochi, i giovani romani, al segno dato, corsero a rapire le fanciulle dei loro vicini. La maggior parte furono possedute da coloro che le rapirono; alcune delle più belle, come destinate a taluno dei principali patrizi, erano condotte loro a casa da certi della plebe, che di ciò (narra Tito Livio) avevano avuto commissione. Tra le quali essendo stata presa una di eccellente bellezza dalla compagnia di un certo Talassio, e domandando molti che la incontravano a chi mai fosse condotta, i portatori, perchè non le venisse fatta violenza, rispondevano ch'era di Talassio e che essi la portavano appunto a Talassio. Onde fu poi questa voce nelle nozze gridata e celebrata.
Talassio, dunque, Talassio! E mentre tutti così gridavano in coro, uno deimatrimi, che così, ed anchepatrimi, erano chiamati gli adolescenti del cortèo, andato ad un'ara che ardeva nell'atrio davanti ad un simulacro di Giunone Cingia, la dea degli sponsali, v'accese la face di biancospino. Anche questa era una cerimonia d'importanza. Il biancospino era stimato di gran virtù per discacciare le malìe. Inoltre, quella face, prima che il cortèo entrasse nella casa del marito, era contesa e rapita dagli amici di lui, affinchè non avesse da estinguersi in casa, o non si conservasse, per abbruciarla poi nei funerali d'uno dei coniugi. Ambedue questi casi, come ben vede il lettore, potevano riuscire di pessimo augurio.
Postasi in fronte la corona e velata la testa col flammeo, la bellissima etèra uscì dalla sua casa sul Celio. La seguivano le amiche più fidate e gli amici di Numeriano. Andavano innanzi i giovinetti, uno dei quali, come ho già detto, con la face di biancospino, un altro con la conocchia, col pennecchio di lana e col fuso, a simbolo di ciò che la donna romana doveva fare in casa del marito; un altro ancora col cùmero, o vaso nuziale, in cui si recavano tutti gli utensili della sposa. Tutto intorno e dietro al cortèo, gran numero di curiosi, la più parte ragazzi della plebe, che aspettavano una gettata di noci dalla liberalità del marito, quando fossero giunti alla casa di lui.Talassio!gridavano tutti.Talassio!ripetevano i viandanti, che s'imbattevano nel cortèo e si tiravano da un lato per lasciarlo passare. E nonmancavano le lodi alla bellezza singolare della sposa, che veramente le meritava, nè gli augurii di felicità, tutta roba che costa poco, val poco, e lascia il tempo che trova.
Così, sceso dal Celio e traversata la via Nevia, il cortèo nuziale salì all'Esquilino, per andare agli orti Ventidiani. La casa di Numeriano, davanti a cui già s'era adunata gran gente, aveva l'uscio spalancato e le mura tutte ornate a festoni di rose, di lauro e di mirto, intrecciati fra loro. Altri festoni di fiori adombravano il tabernacolo del vicino crocicchio, dov'erano esposte alla venerazione dei viandanti le immagini dei Lari compitali.
L'usanza delle nicchie e degli altarini sugli angoli delle vie, come vedete, è antica. Scambio delle anime purganti, di Sant'Antonio, o di San Rocco, c'erano i Lari compitali, custodi del passeggiero, oppure i due serpenti affrontati, con un'ara nel mezzo, che rappresentavano ilgenius loci, e, mercè la riverenza dovuta alla divinità tutelare, distoglievano i viandanti dal meritarsi una multa, per contravvenzione ai regolamenti municipali.
Gli stipiti della porta erano tutti coperti con fasce di lana rossa, e drappelloni della medesima stoffa pendevano dall'architrave, non dissimilmente dai parati con cui si rivestono nelle grandi solennità gli archi e i pilastri delle chiese. Quanto alla soglia, essa luccicava di un unto che le avea dato poco dianzi lo sposo, strofinandovi sopra un cencio impiastricciato di grasso di lupo. Pliniomi dice a questo proposito che il grasso di lupo era indicatissimo contro le malìe, come la face di biancospino. E qui vorrei chiedere al mio amico Degubernatis se l'usanza sia d'origine ariana o semitica. Io tra i popoli del Sennaar ho trovato molte di queste ubbie; ma certo il mal occhio e simili altre diavolerie sono di tutti i popoli, come il timore, di cui parla Lucrezio, che lo ha celebrato artefice e padre di tutti gli Dei.
Del resto, lettori umanissimi, tornando all'unto di cui sopra, non temete pei leggiadri calzari e per la stola di Delia. Essa non toccherà in nessun modo il limitare dell'uscio. Ha in quella vece toccata col sommo delle dita la brocca dell'acqua e l'orlo del focolare, collocati davanti all'ingresso. Il fuoco e l'acqua erano due elementi, presso gli antichi, e, secondo la grammatica, maschile il primo, femminile il secondo. Nella loro congiunzione era adunque simboleggiato il matrimonio. Infatti, soggiungeranno gli arguti, l'acqua spegne il fuoco, e il matrimonio è spesso un grande spegnitoio. Ma queste sono malignità dei moderni. Noi diremo in vece cogli antichi che l'acqua era la purità, il fuoco la incorruttibilità, e che ambedue convenivano egregiamente a significare la fede.
La brocca dell'acqua, toccata appena, fu portata dentro dai servi, perchè con quell'acqua così consacrata si dovevano lavare i piedi agli sposi. Così i due coniugi erano uniti per sempre, salvo il caso del divorzio, con le mani e co' piedi.
Compiuta quella prima cerimonia della toccatina ai due sacri elementi, Delia si fermò davantiall'uscio. Numeriano era apparso di là dalla soglia, pallido per la commozione, ma con gli occhi scintillanti di desiderio.
— Chi sei? — domandò egli, per obbedire alle uggiose lungherie del rito.
L'auspice si avvicinò in quel punto alla sposa e le bisbigliò la risposta all'orecchio.
— Dove tu sei Caio, io sarò Caia; — rispose Delia, ripetendo le parole dell'auspice.
Le quali parole volevano dire: ove tu sei signore e padre di famiglia, io sarò signora e madre di famiglia con te.
— Ben vieni; — ripigliò Numeriano. — Sii Caia dunque, secondo il rito dei nostri maggiori, Caia secondo i voti del mio cuore. —
L'invito era pieno d'ardore e di tenerezza. Ma la signora Caia nicchiava. Ed anche questo era d'obbligo; dovendosi intendere che la pudica fanciulla entrasse di mala voglia in una casa, dove, anche padrona, aveva a perdere qualche cosa del suo. Ora, la bella etèra di Corinto doveva far tutto romanamente quel giorno, anche a risico di veder ridere i maligni.
Tizio Caio Sempronio era lì pronto, per tutti i casi difficili.
— La soglia della casa maritale è consacrata a Vesta, la castissima Dea; — entrò egli a dire sollecito. — Calpestarla sarebbe un sacrilegio. Sposa di Numeriano, consenti all'auspice di sormontare l'ostacolo. —
Così dicendo Caio Sempronio si chinò verso di lei e, stendendo con pronto atto le palme, sollevòdi peso la bella persona. Tremò la fanciulla e mise il grido adatto alla circostanza; ma tosto si ricompose, secondando la destra operazione del suo rapitore, e aiutandosi coi piedini a far ricadere in caste pieghe i lembi della stola. Così, com'ella faceva, io mi son sempre figurato il primo atto di Proserpina, anche in mezzo alle angosce del suo istintivo terrore, quando si sentì levata da terra, nelle braccia dell'innamorato Plutone. E non è forse vero, mie vezzose lettrici, che voi in un caso simile vi diportereste tutte del pari? Se mi diceste di no, sarei costretto à non credervi. La donna porta in ogni cosa l'indole sua. Vedete la Niobe di Scopa; anche in quel brutto momento della sua vita, la bella donna ha l'aria di domandare a qualcheduno se le pieghe della sua veste e i suoi atti siano artisticamente composti, davanti agli occhi dei critici.
Non si tiene impunemente tra le braccia un peso così dolce, come quello che teneva Caio Sempronio tra le sue. Il nostro eroe pensò che la cosa non era stata male ideata e che l'usanza meritava di conservarsi. Ma egli amava Numeriano, era tutto compreso della dignità dell'ufficio, e respinse prontamente quel pensiero così poco dicevole alla circostanza. Si affrettò, quindi, mirando a scavalcare anche lui lo sdrucciolo limitare, e, giunto dall'altra parte, depose la trepidante colomba davanti a Numeriano, che la baciò divotamente sugli orli del flammeo e la condusse a sedere sul letto geniale, collocato nell'atrio.
Si avanzarono allora i servi della casa, l'ostiario,l'atriense, il cubiculario, il cuoco, il dispensatore e va dicendo, ognuno dei quali s'inginocchiò davanti alla nuova padrona e pose nelle sue mani una chiave, significando così che a lei toccava la custodia di tutte le cose domestiche. Tra costoro era anche il cellario; ma egli, dopo essersi inginocchiato, non consegnò altrimenti la sua chiave, che era quella della cantina.
Una chiave di quella fatta non si dava alla sposa. E ciò per seguire, almeno nella cerimonia, gli antichi Romani, che vietavano l'uso del vino alle donne, perchè il vino, dicevano essi, era incentivo a certe marachelle. Così cantava la legge di Romolo: «Si vinum biberit domi, uti adulteram puniunto.» Si ricordava a questo proposito l'esempio di Fauna che, per aver bevuto vino contro la legge, perdè la vita tra le battiture datele dal marito. Per altro, ingentiliti i costumi, la donna che beveva vino non si uccideva più; bensì era lecito al marito di ripudiarla, tenendosi bravamente la dote.
Ed anche questa rimase nella storia come una severità soverchia del tempo di Catone, il quale stabilì che le donne, entrando in casa del marito, fossero baciate da tutti gli astanti, acciò non potessero nascondere il grave odore del vino, caso mai ne avessero bevuto.
Il lettore discreto immaginerà che Publio Cinzio Numeriano facesse in questo particolare una piccola eccezione alle patrie leggi, e non amasse lasciar esercitare da altri un così piacevole sindacato.