CAPITOLO XXIII.Dopo la sentenza.
Abbiamo lasciato il nostro eroe sotto il peso della sentenza pretoria, e non ci siamo neanche fermati a dire con che animo l'avesse accolta. Ma questo s'immagina facilmente. Caio Sempronio era andato al Foro con poca speranza di vincere, ma quella poca gli bastava per non prevedere un colpo così grave. E mentre sperava che l'eloquenza di Cicerone facesse condannare i suoi creditori come usurai, o che almeno il suo amico Elvio Sillano volesse offrirsi mallevadore per lui, ecco, gli capitava tra capo e collo la mazzata, si sentiva ghermito dalle luride mani di Servilio Cepione e dei suoi brutti colleghi.
A quel tocco improvviso si scosse, e un senso di paura gli scorse per tutte le fibre. Ma in pari tempo gli sovvenne che era in un luogo pubblico, al cospetto di mille, e rialzò fieramente la testa,come per far fronte al destino con la dignità del silenzio. Era la mano di Cepione, quella che si era posata sulle sue spalle; ma egli sentì la mano di Clodia Metella, di Clodia Metella, che oramai gli appariva ciò che veramente era, un vile strumento degli argentarii. Forse era da credersi che quella Venere spogliatrice gli avesse voluto un po' di bene, in mezzo a tutti gli artifizi che le erano comandati dal suo mestiere di adescatrice, e che ciò avesse destato la gelosia di Cepione; altrimenti, non si sarebbe potuto spiegare l'accanimento dell'usuraio contro di lui.
Come mai era penetrato l'amore in quella montagna di carne? Caio Sempronio ci perdeva il filo. Forse non era amore, quello di Cepione, ma vanità offesa, che è peggio. Comunque fosse, il povero Caio Sempronio era diventato lo schiavo, l'addictusdi quell'uomo e de' suoi due prestanomi.
E andando in mezzo a loro, pensava con raccapriccio al futuro. Chi lo avrebbe riscattato dalle loro mani per una somma così ragguardevole, come quella che formava lo scoperto de' suoi debiti? Valeva egli il sacrifizio d'un milione di sesterzi? E avrebbe trovato l'amico compassionevole, o il matto, che si scomodasse a tal segno per lui?
Il nostro povero cavaliere si vedeva già fatto a spicchi. Le Dodici Tavole parlavano chiaro. «Se più saranno i creditori (e questo era proprio il suo caso), scorso il terzo giorno dei mercati, lo facciano in pezzi; se qualcheduno ne tagliasse più o meno, non sia incolpato di frode.»
Tre spicchi, adunque, perchè i creditori eranotre. Questa la prospettiva, e non c'era mica da scherzare. Al nostro prigioniero tornava in mente quel certo pugillare di Clodia Metella, dal quale aveva avuto principio la loro relazione. «Stimo te grandemente, nè l'ho taciuto in alcuna occasione; fors'anco sarà giunto alle tue orecchie. Alle mie è giunto un sogno, niente più d'un sogno; ma tu sai quanta fede debba prestarsi a questi avvertimenti del cielo. Una mia schiava prediletta ha sognato di te, che eri fatto in tre pezzi da uomini assetati del tuo sangue. Ho tremato in udire il racconto della sua visione, e non ho potuto resistere al desiderio, nè voluto sottrarmi all'obbligo di avvisarti. Chiedi ai matematici, e godi le prospere Megalesi; è il mio voto.»
Caio Sempronio era superstizioso come tutti gli antichi Romani. I lettori rammentano che, appena ricevuto lo strano viglietto di Clodia Metella, egli aveva interpretato il sogno col fatto dei tre amici, che volevano danari da lui. E certo, allora come allora, la spiegazione poteva bastare. Ma adesso, che tristo lume non riceveva il sogno dalla sentenza di Marco Rutilio Cordo? O non si sarebbe detto che quel sogno era una profezia, da dar dei punti ai famosi libri della Sibilla?
Alla Sibilla ci penso io, raccontando. Ma non ci pensava di sicuro il nostro povero eroe, che aveva ben altro pel capo. Uscì dal Foro, sempre in mezzo ai suoi argentarii e ad una caterva dei loro clienti, con la fronte alta, guardando tutti e nessuno, e senza che l'animo partecipasse alle impressioni della vista.
Così in confuso gli parve che alla prima cantonata Cepione lo avesse lasciato, raccomandandolo a qualcheduno, ma non ci badò più che tanto. Andava con la corrente, dove lo portavano i gomiti dei suoi vicini, e non ritornò alla coscienza di sè medesimo se non quando si trovò nell'atrio d'una casa, che non era la sua, ma quella del suo capitale nemico.
Due servi, facce proibite come il loro padrone, lo presero per le braccia e lo condussero in una camera sotterranea, che in altri tempi doveva aver servito da cantina, e il cui finestrino, munito di sbarre di ferro, prendeva lume dal vano del peristilio. Là dentro fu chiuso. Poco stante gli portarono una brocca d'acqua e una focaccia di farina, del peso d'una libbra. Cepione faceva ogni cosa secondo la legge.
C'era buio là dentro, e a tutta prima il nostro prigioniero non ci si raccapezzava. Ma avvezzando gli occhi a poco a poco, vide contro la parete una specie di rialzo, come un letto di fabbrica, che poteva anche, e più facilmente, essere stato un ripiano per collocarvi due o tre botti di fila. Comunque fosse, quello doveva essere il suo letto. Onesto Cepione! Vedete un po' come aveva pensato anche ai comodi del suo debitore.
Si appoggiò alla proda di quella costruzione a doppio uso, incrociò le braccia sul petto e rimase lunga pezza immobile, assorto nei suoi tristi pensieri. Era così nuovo il suo stato! E gli giravano tante cose per la mente confusa! Non aveva coscienza del tempo, nè dello spazio; era qua e làin un punto, col passato e col futuro, che facevano a cozzi nel suo spirito e si scambiavano le parti.
Clodia Metella lo amava e non aveva potuto salvarlo. Era stato chiamato in giudizio, ma Cicerone con una splendida arringa aveva fatto condannare i suoi creditori a pagargli due milioni di sesterzi per la illecita usura. Cepione era scoppiato dalla rabbia. Giunia Sillana lo portava in trionfo. Numeriano cantava la sua vittoria ed egli lo ricompensava col dono degli orti Ventidiani. Postumio Floro gli domandava diecimila sesterzi in imprestito, ed egli lo mandava a quel paese, dopo avergli rinfacciata la sua ingratitudine e il cattivo servizio reso a lui presso Numeriano, il giorno dopo le nozze di Delia. Il suo ritorno in auge gli avea conciliata l'amicizia di tutta Roma; il magno Pompeo lo voleva dalla sua, gli offriva il comando di una legione; Cesare andava su tutte le furie e gli giurava un odio mortale; vinta la fazione di Pompeo, s'impossessava del giovane tribuno, e lo gettava in un carcere.
Si tornava al carcere, come vedete; questo era il triste, l'innegabile vero.
Parecchie ore erano trascorse in quella corsa sfrenata della fantasia vagabonda. Ad un tratto, e mentre il suo pensiero ritornava alla realtà delle cose, il prigioniero fu colpito da strani rumori, che gli venivano dall'alto. Erano grida confuse, ma non d'alterco; la nota dell'allegria risaltava chiaramente da quel pazzo tumulto di suoni.
I nemici di Caio Sempronio banchettavano sullatesta del prigioniero; celebravano la loro vittoria tra i fumi dell'orgia.
Si accostò alla parete, donde col frastuono delle voci gli veniva un filo di luce; si aggrappò alle ineguaglianze del muro e giunse ad afferrare le sbarre che chiudevano il finestrino. Sospeso in quel modo, tese l'orecchio e rimase in ascolto, se mai gli venisse fatto di capirne qualche cosa.
Il triclinio di Cepione non doveva esser molto lontano dal peristilio. Poco stante il prigioniero riconobbe la voce del suo nemico. Servilio Cepione doveva già aver alzato più volte il gomito, perchè quella voce gorgogliava maledettamente; segno che il vino bevuto faceva nodo alla strozza.
— A te, padrona! — gridava l'avvinazzato argentario. — Ti chiamino pure Venere spogliatrice, e quadrantaria, i nostri nemici! Tu sei una donna portentosa, e noi ti faremo una statua. —
Una voce di donna rispondeva a quel brindisi; ma Caio Sempronio non riuscì ad afferrarne una sillaba. Per altro, il suono di quella voce, e più l'allusione dell'argentario, gli fece intendere che quella donna era Clodia Metella.
Lei dunque al banchetto di Cepione! Lei presente a quella invereconda orgia di strozzini! Proprio nel giorno che egli era stato condannato, e certamente non ignorando dove egli fosse rinchiuso! Come era caduta! Come si dimostrava corrotta ed infame!
Ed egli aveva potuto invaghirsi di quella donna; vivere così lungamente ai piedi della quadrantaria, senza vederne la bruttura, senza sentirne il lezzo?La nausea gli venne alla gola e provò il bisogno di bere. Lasciatosi cadere sul battuto, andò a cercare la brocca e tracannò un sorso. L'acqua gli seppe d'amaro e la rigettò in fretta, come se fosse veleno. La sua bocca era amara, non l'acqua; il povero Caio aveva la febbre.
I rumori del convito gli tornavano molesti. Provò a non badarci e volse il pensiero a Giunia Sillana, a quella donna che poteva avere i suoi difetti come tante e tante altre, ma che gli aveva dimostrato un po' d'affezione. Certo, se fosse dipeso da lei, egli non sarebbe caduto nelle unghie di Cepione, non sarebbe finito là dentro. E certo, in quell'ora, in quel punto medesimo, mentre la vile quadrantaria sorrideva procacemente allo stuolo impuro dei suoi nemici, inebriandosi di vino e di scherni, Giunia Sillana pensava a lui e cercava il modo di essergli utile.
Quel pensiero lo confortò un tratto. Si sdraiò sul suo letto di pietra, volgendo la faccia alla parete e stringendosi le palme agli orecchi. Era stanco, sfinito da tante commozioni, e cadde in un sonno profondo. I sogni lo consolarono della realtà. Tornava all'aperto, respirava le aure soavi della libertà, e Giunia Sillana gli stendeva le braccia. In verità, era costei la più bella donna di Roma; non impiastricciata di farina e di minio come quell'altra, che usava levarsi dallo specchio tutta lucente come una figurina di smalto, ma bianca del suo pallore naturale, amabile pallore che rendeva agli occhi la mite bianchezza del marmo. E al marmo poteva paragonarsi la salda maestà di quelle sueforme rigogliose, invidia eterna di tante patrizie, celebrate per bellezza in una città dov'erano così numerose le belle.
E gli occhi, Dei immortali! Dove trovare i più grandi e i più nobilmente pensosi, sotto l'arco maestoso e profondo delle lunghe ciglia? Come un mare tranquillo lascia scorgere le arene dorate del fondo, così quegli occhi mostravano a tutta prima i tesori dell'anima, la pietà e l'amore. E l'una e l'altra cosa erano per lui, gli erano promesse da quegli occhi benignamente rivolti su lui.
Nel più bello, fu risvegliato in soprassalto da un improvviso rumore. L'uscio girava sui cardini rugginosi, e un'ombra nera, spiccando sulla luce rossastra d'una lucerna che dietro a lei era recata da un servo, entrava poco stante nel carcere. Caio Sempronio balzò in piedi, e riconobbe il suo creditore e padrone.