L’incredulità del conte Ettore ebbe ancora in quel giorno uno scatto; e fu quando vollero allontanarlo di là, facendogli intendere che tutto era finito. Alla contessa Albertina che con delicatissimi modi cercava di condurlo fuori, trovando per quello sventurato le parole del cuore, egli rispondeva feroce:
—Ah, la vostra religione! la vostra religione è una grande menzogna. E voi, con le vostre divozioni, l’avete uccisa; coi vostri digiuni, coi vostri scrupoli, coi terrori del vostro inferno l’avete assassinata.—
Albertina chinò la fronte, in atto di rassegnazione sublime. Poi dolcemente, quasi umilmente, gli disse:
—Il vostro dolore è legittimo, è sacro. Ma pensate, signor conte, che un angelo è salito in cielo a pregare per voi.—
Il conte Ettore fu atterrato da quella calma risposta; ed anche si pentì d’aver parlato con tanta durezza.
—Perdonate;—le disse.—Voi che credete, siete angeli in terra.—
Quella sera la contessina di Vaussana ebbe testa per tutti. Fatta preparare una lettiga e adagiare sovr’essa la sua morta amica, la fece trasportare nella notte alla Balma. Triste convoglio a lume di luna; triste ritorno della povera Gisella alla dimora de’ suoi padri, dond’era uscita il mattino con tanta gioia nell’anima, così fiorente di salute e di bellezza! Lariposero nel suo letto; la sua stanza, tutta ornata di fiori e di doppieri, fu tramutata in camera ardente. Tre giorni la salma fu lasciata colà, assiduamente vegliata dai suoi, e dagli amici della famiglia, che si davano la muta. Così era adempiuto un desiderio della morta, a cui l’immediato trasporto della salma al camposanto era sempre parso un atto irriverente e crudele.—Io non intendo,—aveva detto essa tante volte,—io non intendo, quando uno muore, che smania sia quella dei cari congiunti di levarselo subito dagli occhi. Temono forse che non sia morto davvero, e che possa da un momento all’altro riaprire i suoi alla luce?—
Ma per lei non c’era più dubbio. Al terzo giorno un indugio maggiore sarebbe stato irriverente e crudele come una più pronta levata. La povera Gisella fu composta nella bara, e molti fiori scesero a dormire con lei nel chiostro della chiesuola patronale, dove già riposavano tante castellane dei Matignon della Bourdigue.
Maurizio s’era preso il carico di tutti quei funebri uffizi. Non aveva lagrime; era come istupidito; pareva tranquillo. Anch’egli aveva vegliate le due notti nella camera ardente, a due passi dal generale, che restava là, col capo tra le braccia ripiegate sulla spalliera d’una seggiola, muto, immobile, assopito nel suo dolore. La prima notte il vecchio non aveva notata la presenza di Maurizio: si avvide di lui sul finiredella seconda, all’atto che fece Maurizio di andare a raddrizzare un torcetto.
—Voi?—gli disse sottovoce.—Perchè non siete andato a riposare?
—Lasciarvi solo?...—balbettò Maurizio.—
Il generale tentennò la testa, e trasse un sospiro.
—Non lo sono io forse, e per sempre?—esclamò.—Ho perduta la poesia della mia vita; ho perduto il mio Dio.—
E diede in un pianto dirotto. Poteva piangere, quell’uomo. Maurizio no. Perchè? Egli ne sentì una rabbia sorda, profonda nel cuore. E crescendo questa, e montando, come fa certe volte, dal cuore alle labbra, volle dire a quell’uomo: vi ho ingannato. Sarebbe stata un’espiazione. Aveva il coraggio fisico di farlo; gli venne meno il coraggio morale. Infine, il dire a quell’uomo: vi ho ingannato, non sarebbe stato un confessargli altresì: ella vi ha ingannato?
Ed era là, sempre là; accanto a quell’uomo, per non lasciarlo solo nel suo dolore. Il giorno dopo la morte di Gisella si era telegrafato al Dutolet, che si trovava allora di guarnigione a Saumur, sperando che potesse ottenere una licenza straordinaria, per venire ad assistere il suo vecchio comandante. Il Dutolet possedeva tutta la fiducia del conte; conosceva i suoi interessi; poteva essere di un prezioso aiuto al suo generale, che oramai non pensava più a nulla; vera rovina d’uomo e d’intelligenza!
Maurizio era andato un mattino a cercarlo. Il conte non si vedeva al pianterreno, ed egli salì al primo piano, andando di camera in camera, fino alla stanza di Gisella. Era di casa, allora più che mai; nessuno poneva mente al suo andare per ogni verso, là dentro. In quella stanza, del resto, egli entrava ogni giorno, restandoci lunghe ore in compagnia del padrone di casa, muti ambedue. La stanza, tolti da tre giorni i funebri apparati, era vuota e fredda; per le finestre aperte penetrava la luce grigia d’una giornata nuvolosa. Il letto, il piccolo letto sotto un gran padiglione di stoffa azzurra operata, con trine di vecchio oro, si vedeva diligentemente rifatto, come se aspettasse ancora la sua dolce signora. A capo del letto, sulle grandi pieghe della cortina, pendeva in isporto una tavola antica, donde una bella Madonna di Ludovico Brea, forse il capolavoro del buon pittore nizzardo, chinando amorosamente la testa sul divino infante, sembrava covare, coi grandi occhi neri, il capezzale della contessa.
Entrato in quella camera triste, Maurizio provò un’altra volta il senso di mancamento che lo assaliva sempre colà, più profondo che altrove. Quanto tempo vi rimase meditando? Non lo seppe egli, che oramai non contava più il tempo, nè più badava ai proprii atti. Entrò ad una cert’ora il conte Ettore, e non parve avvedersi della presenza di Maurizio; nè questi si mosse per lui dall’angolo in cui era seduto. Era sempre così,tra quei due. Il generale andò risoluto verso il piede del letto, s’inginocchiò, ascose la faccia sulla balza della coperta di seta; e rimase là, in atto di preghiera, singhiozzando. Maurizio sentì una stretta al cuore; gli parve di soffrir mille morti, mentre quell’uomo piangeva e pregava, ed egli non poteva pregare nè piangere. Soffriva ancora pensando che le labbra di quell’uomo baciavano il tessuto morbido su cui tante volte si era posata la mano di Gisella; e così soffrendo sentì l’odio antico montar su, montar dal cuore alla gola. Maurizio in quei giorni faceva paura; non lo sapeva, perchè non si guardava più, non badava più a sè; ma era diventato uno spettro. Lo vide il generale, quando si alzò; lo vide, lo fissò lungamente negli occhi, fissato lungamente egli pure da quegli occhi lucenti nell’ombra, e gli disse con accento di stizza:
—Tu soffri dunque più di me?—
Maurizio rabbrividì involontariamente alla domanda improvvisa. Era anche la prima volta che quell’uomo gli dava del tu. Non si mosse, tuttavia; non rispose; seguitava a guardare.
—Mi annoi;—riprese il vecchio, cedendo ad un moto repentino di collera.—Va’ via.—
Fremette quell’altro, sentendo l’offesa. E si alzò, guardandolo ancora, guardandolo sempre. Una frase, la frase, la terribile frase, voleva in quel punto venirgli alle labbra. Già apriva la bocca; già stava per proferirla, mentre il vecchio pareva aspettarla, e aspettandola gli s’illuminavano d’una strana luce gli sguardi. Ma quella luce si spense ad un tratto; le palpebre si abbassarono, si chiusero violentemente, e la fronte del vecchio si scosse, come in atto di scacciare a forza un pensiero molesto.
—No, no!—gridò egli con piglio furibondo, con accento disperato.—Va’ via! va’ via! va’ via!—
Maurizio raccapricciò, al pensiero di ciò che stava per fare. Chinò la testa, come dicendo a sè stesso: ha ragione; ed uscì dalla stanza, mentre quell’altro, non istando più alle mosse, prendeva a misurare con passi concitati il pavimento. Scese le scale, fuori di sè dall’ira, dal rimorso, dalla vergogna: sarebbe giunto fuori dell’atrio senza vedere nessuno, se proprio sul limitare il passo non gli fosse stato impedito.
Era un gran movimento, laggiù: i servi affacciati sull’ingresso; un facchino che entrava allora, con una grossa valigia sulle spalle; dietro a lui, ancora sulla gradinata, un bagliore di larghi e lunghi calzoni rossi. Maurizio riconobbe il comandante Dutolet, arrivato in quel punto, ancora in piccola divisa di capo di battaglione. Non poteva evitarlo. Del resto, perchè lo avrebbe evitato? Veniva a dargli la muta; veniva proprio in buon punto, mentre egli smontava la sua guardia, e per sempre.
Il buon ragno, come lo chiamava Gisella, non gli fece dimostrazioni di tenerezza. Erano sempre stati, l’uno verso dell’altro, nei termini di una fredda cortesia. Un cenno del capo, una frase a mala pena incominciata, che volesse dire e non dire, dovevano essere più che bastanti. Maurizio, per altro, nel passargli daccanto, aggiunse poche parole di ripiego, che nella gravità del momento potessero giustificare la freddezza dell’incontro, agli occhi della gente di servizio.
—Il generale—diss’egli—ha gran bisogno di voi.
—Lo penso;—rispose l’ufficiale, facendo un breve saluto cerimonioso.
Maurizio s’incamminò sulla spianata, verso il gran viale de’ tigli. Oramai, per ritornare al Castèu, come per venire alla Balma, non passava più dal sentiero della montagna. «Lo penso» andava intanto ripetendo tra sè: «Lo penso!» E pensò egli pure; pensò che il Dutolet aveva ragione anche lui, se pensava che egli, Maurizio, non fosse il miglior compagno di lutto per il vecchio castellano della Balma.
Giunto al Castèu senza neanche vedere la strada, simulò un mal di capo fortissimo, intollerabile. Effetto di grande stanchezza, soggiungeva egli; passerà con qualche ora di riposo. La stanchezza era più che giustificata da tante veglie, da tante commozioni, sostenute pei suoi amici della Balma. In casa volevano fargli prendere qualche ristoro; ma egli ricusò asciuttamente ogni cosa; voleva dormire, dormire, e nient’altro. Andato a rinchiudersi nella sua camera, si buttò vestito com’era sul letto, e si addormentò. Certamente era stanco; la natura voleva la parte sua. Ma se il corpo dormiva, la mente vegliava, la mente torbida di dolorosi pensieri. Stette lunghe ore sul letto, in apparenza inerte, ma col cervello sconvolto, agitato da sogni pazzi, da visioni terribili, da incubi spaventevoli. La montagna gl’incombeva sull’anima; la cascata dell’Aiga aveva gran parte nellevisioni del dormente. Cantava l’abisso, invitandolo; ed egli e lei si precipitavano abbracciati nel baratro. Ah, meglio sarebbe stato il morire così, tutt’e due, in un punto, che non quello spegnersi lento e doloroso di lei, e il sopravviver codardo di lui. Perchè viveva egli ancora? perchè il cielo non aveva pietà? perchè lo condannava a star lì, ancora e sempre, sospeso ad un filo? L’idea del suicidio, ultimo scampo ai terrori, non gli era venuta fino a quel punto, neanche nel sogno. Perchè? forse perchè lo stato suo era tutto d’inerzia, non di ribellione al dolore. Si sentiva palleggiato, travolto di visione in visione, mezzo addormentato, mezzo desto, tra la incertezza e la coscienza di sè. Sopra tutto, sentiva un grande stiramento delle fibre del cervello, che parevano volersi tutte spezzare, e non si spezzavano mai. Ad un certo punto si vide ancora ammalato, col ghiaccio alla testa, vaneggiante, delirante, colla gente attorno, che ascoltava tutte le sue parole, che coglieva a volo tutte le confessioni a lui strappate dalla febbre. E quell’uomo lo aiutava a parlare, gli levava le parole di bocca, compiva egli le frasi che non uscivano intiere; la povera creatura adorata si torceva nello spasimo, si copriva la faccia con le palme, negava, fuggiva disperata dalle unghie del vecchio; ed egli, trattenuto, inchiodato là dal suo male, non poteva muovere al soccorso. Che orrore! e quell’altro l’aveva afferrata pei capelli; alzava la mano, armata d’uncoltello, e feriva, feriva a colpi replicati. Il sangue scorreva, allagava il terreno, cresceva, cresceva, ed egli ci diguazzava per entro. Che orrore! Volle uscirne, uscirne ad ogni costo, scivolando, lordandosi di quel sangue, bevendolo, bruciandosi il cuore. E si destò in soprassalto, non vedendo nulla, ma sentendosi nel suo letto, e udendo battere, batter forte, a replicati colpi, all’uscio di strada. Quei colpi rintronavano sinistramente nella oscurità della notte.
Balzò dal letto e corse ad aprir la finestra. Un barlume di luce bianchiccia appariva da levante. Potevano esser le tre del mattino. Chi batteva frattanto? Si affacciò, per domandare, mentre un’altra finestra si apriva al piano inferiore.
—Son io.... Filippo;—rispose una voce dal piazzale.
Filippo era il nome di uno dei servitori della Balma.
—Che c’è? che volete?—chiese Maurizio, riconoscendolo.
—Il generale....—ripigliava quell’altro, con voce rotta dall’affanno.—Signor conte, il mio padrone sta male, molto male. Venga per carità. Son già passato dal medico, che si è vestito subito; a quest’ora è già in cammino.—
Maurizio lasciò il davanzale, e al fioco albore che penetrava nella camera, andò verso l’uscio. Era vestito tuttavia; poteva correre senz’altro. Sul pianerottolo, con un lume tra le mani, siaffacciava allora allora il suo servitore, che veniva ad offrirgli l’opera sua.
—Signor conte,—gli disse il servitore,—non vuole almeno cambiarsi? Ne avrà bisogno, mi pare; perchè senza spogliarsi è andato a letto: e ieri, e l’altra notte non ha fatto che dormire. Sarà anche necessario che prenda qualche cosa.
—No, no, impossibile; non c’è tempo da perdere.—
Così dicendo, Maurizio infilava la scala. Al piano inferiore trovò illuminato il salone. Una figura di donna, in accappatoio bianco, veniva incontro a lui. Gli parve di veder Gisella, e tremò tutto: ma si riebbe tosto, riconoscendo Albertina.
—Oh Dio!—diss’ella.—Sempre disgrazie?
—Sorella mia,—rispose tristemente Maurizio,—è questo il tempo. Pregate per chi n’è stato cagione.—
La contessina chinò gli occhi lagrimosi, appoggiandosi alla parete. Era profondamente commossa, la pietosa donna, e bene intendeva ciò che volesse dire suo fratello in quel punto. Egli passò, scese rapidamente nel vestibolo, e aperto il portone uscì fuori. Andava a bruzzico, vedendo abbastanza la strada; non badando, per altro, che passava pel sentiero della montagna. Se ne avvide, al rabbrividire che fece, sentendo sulla sua testa il fragore della cascata.
Che orrore! che orrore! E ad un certo punto,udendo dietro a sè un rumore di passi, un rumore tanto più incalzante quanto più egli correva veloce, pensò che uno spettro lo inseguisse. Di certo, le visioni e gli incubi di quelle trentasei ore passate non lo avevano ancora abbandonato del tutto. Fermatosi, col coraggio della disperazione, vide Filippo, che lo seguiva ansimando.
—Signor conte,—gli disse il brav’uomo,—è difficile seguirla. Pare che abbia le ali.—
Giunto alla Balma, trovò tutta la casa in trambusto. Ascese le scale volando, come diceva Filippo; seguito da lui entrò nell’appartamento del generale. Il medico Soleri stava già nella camera. Si volse, all’apparire di Maurizio, e crollando malinconicamente la testa, gli disse:
—Sono giunto anch’io troppo tardi.—
Maurizio si avvicinò al letto del generale. Il vecchio gentiluomo era là, disteso, irrigidito, livido, con gli occhi semiaperti, la bocca fortemente contratta da un lato; fiero ancora nell’aspetto, orribile a vedersi nella torva guardatura di quegli occhi stravolti.
Com’era andata? I servitori raccontarono. Il generale si era ritirato nella sua stanza alle dieci di sera. Nella notte, intorno alle due, aveva suonato. Filippo che dormiva poco distante da lui, era accorso; ma il suo padrone non aveva potuto dirgli perchè avesse suonato; rantolava, agitava un braccio, come in atto di chieder soccorso. Spaventato, il servitore si era affrettato a svegliare il comandante Dutolet e tutti gli altri della casa: poi, mentre essi cercavano di soccorrere il generale, dandogli a bere qualche goccia di liquore, spruzzandogli d’acqua il viso ed il petto, egli, Filippo, era corso a precipizio in paese per avvertire il medico, per avvertire il conte di Vaussana.
Nè altro c’era da dire. Qualcheduno, alla rapidità fulminea di quella morte, aveva sospettato un suicidio. Non potendo sopravvivere alla contessa, aveva egli forse ingoiato un veleno? Ma così non la pensava il dottore, osservando tutti i segni di una apoplessia per congestione cerebrale. A questa fine il conte Ettore era predisposto dall’età, dalla vita sedentaria, contro cui il medico stesso aveva già protestato più volte. Causa prossima del triste caso non poteva essere che un patema d’animo sopraggiunto in quei giorni: e c’era stato pur troppo, il patema d’animo, violento, manifesto, innegabile, nella morte della moglie adorata: quello, e non altro, il veleno.
Maurizio lo sapeva bene, lo conosceva anche meglio del dottore, il veleno che aveva ucciso quell’uomo. E cadde senza far parola, sul seggiolone a piè del letto, rimanendovi accasciato, assorto ne’ suoi negri pensieri. Quante rovine intorno a lui, e per cagion sua, per colpa sua! Il destino.... Si accusa facilmente il destino degli errori degli uomini. Ed era lui, Maurizio, conte di Vaussana, nel cui scudo era inciso il motto«tout droict Sospel», lui, il cavaliere senza macchia, il credente, il virtuoso soldato, che aveva fatto tutto ciò? che aveva portata la maledizione in quella calma dimora, alta nella stima degli uomini come era elevata sul colmo del monte, in quel nobile asilo della grazia disposata all’onore?
Il dottore voleva ridiscendere in paese per fare la sua dichiarazione. Invitò il signor di Vaussana a seguirlo.
—No, grazie, rimango ancora;—rispose Maurizio.—Non ho forza di muovermi. Veglierò questo cadavere, come ho vegliato quell’altro.—
E chinò la testa sul petto, mentre il dottore usciva dalla stanza. Ma, subito dopo, un uscio dall’altra parte si aperse, e Maurizio sentì che il Dutolet stava per comparire. Alzò la fronte, e vide infatti l’ufficiale, che usciva dallo studio del conte Ettore, grave, rigido come sempre, ma più severo, più accigliato del solito.
—Il dottore?—disse il Dutolet, volgendogli a Filippo, che era rimasto in mezzo alla camera.
—Esce adesso, signor comandante.
—Richiamatelo; debbo pregarlo di un favore.—
Il medico era ancora sulla scala; richiamato dalla voce di Filippo, ritornò subito nella stanza.
—Io non ho pratica degli usi e delle leggi di qui;—disse allora il Dutolet.—Vogliate chiamar voi, signor dottore, le autorità competenti. Ho trovato or ora sulla scrivania delgenerale il suo testamento. È suggellato; sono autorizzato ad aprirlo; non lo farò senza testimoni.—
Il dottore s’inchinò, e partì, promettendo di ritornare al più presto possibile.
Maurizio in quel punto si alzò. Il Dutolet lo scorse allora, e non potè trattenere un gesto d’ingrata maraviglia. Se ne avvide Maurizio; ma non aveva da offendersi per così poco.
—Egli aveva lasciata una lettera per voi?—domandò, indicando un foglio che l’ufficiale teneva ancora aperto tra mani.
—Sì, per me, che pure mi ritrovavo a pochi passi da lui; rispose l’ufficiale. Povero conte! come ha dovuto soffrire, scrivendola!—
E guardava il signor di Vaussana con piglio severo. Maurizio si volse a guardare dietro di sè. Non c’era nessuno; anche Filippo era uscito. Egli allora, cedendo ad un impulso repentino dell’anima, si accostò all’ufficiale, e a voce bassa, ma con accento vibrato, incominciò:
—Signor Dutolet, siete voi sempre di quella rara perizia nelle armi, che io ho ammirata altre volte?—
L’uffiziale rizzò la testa, e squadrando il signor di Vaussana dal capo alle piante, gli domandò:
—Che cosa volete voi dire?
—Voglio chiedervi,—rispose Maurizio, non mutando voce nè accento,—se a venticinque passi, come facevate due anni fa, a venti, aquindici, come vi pare, sareste sempre capace di mettere una palla nel bersaglio, senza puntare, guardando magari in aria, alzando appena il braccio, e portandolo automaticamente in linea.—
L’ufficiale guardò un istante negli occhi il signor di Vaussana; poi, senza batter ciglio, replicò brevemente:
—Sì.
—Sta bene;—disse Maurizio.—E quando?
—Oggi il dovere;—rispose l’ufficiale.—Domattina, se vi piace.—
Si salutarono freddi, e Maurizio partì.
Finalmente! finalmente! per quella volta egli si sentiva liberato d’un gran peso. Ah, la vita, che molesto fardello! E così, senza troppa fatica, per la mano del buon ragno.... Ma sì, era ancora un modo di accostarsi a Gisella. Scese a passi più calmi il gran viale dei tigli; uscì tranquillo, quasi ilare, dal cancello. E perchè no? Voleva infatti esser ilare, parerlo a tutti, in paese; che il giorno dopo, risapendo una certa notizia, non avessero i maligni a metterla d’accordo con la sua cera da funerale. La sua vigilia non doveva esser triste: non è mai triste il soldato, il cavaliere, quando va a gittar la sua vita. Sorrise, adunque, sorrise a quanti incontrava per via, sorrise perfino al Pinaia, al panattiere arpagone, che gli rammentava i Feraudi. Anche da quei poveri contadini del Martinetto voleva andare, quel giorno. Voleva veder tutto, visitaretutti quei memori luoghi. Non aveva più terrori nell’anima; sarebbe andato lassù, a pregare, a pensare nella cameretta dove si era spenta Gisella; ed anche nel rifugio, sul torrione, dove la bella creatura adorata gli era caduta come morta fra le braccia, alla vista del frate. Ah, il frate! una allucinazione; egli lo sentiva bene, oramai, di aver veduto ciò che Gisella vedeva, e solamente perchè, sotto la sensazione di un alto spavento, le braccia dell’amata donna si erano avvinghiate al suo collo. Anche là, nella camera di Biancolina, non si era ripetuto il fenomeno, per il fatto che la mano di Gisella aveva stretta la sua, e gli occhi di lei lo avevano guidato a vedere ciò che ella vedeva? Quanti arcani, del resto, quanti misteri nella vita! e come l’invisibile d’ogni parte ci preme!
Passava in quel punto sulla piazza maggiore. Voltato l’angolo della chiesa, entrava nella via che metteva al Castèu. Un monaco, un frate cappuccino era là, davanti a lui di cinque o sei passi; muoveva lento, curvo, quasi piegato in due, rasentando il muro, come egli già lo aveva veduto una volta, passando di là con Gisella. Ma che? non poteva essere un altro? Maurizio affrettò il passo per raggiungerlo; gli venne a pari, l’oltrepassò, e si volse a guardarlo. Quell’altro alzò allora la faccia, e Maurizio lo riconobbe. Era lui, il padre Anselmo da Carsoli.
—Frate, che tu sia maledetto!—gli gridò inferocito Maurizio.—Domani.... domani non ti vedrò più.—
Il frate era sparito. Ma non così presto, che alla maledizione del signor di Vaussana non avesse risposto levando la mano benedicente; benedicente, come l’aveva veduta Maurizio, al letto di morte della povera bella.
Quel giorno, presso alle cinque del pomeriggio, mentre già si disponeva a scrivere una lettera per chiedere concerti al comandante Dutolet, il signor di Vaussana ricevette un biglietto del suo avversario, che lo aspettava al caffè di San Giorgio. Intese subito che lo stesso pensiero suo era venuto a quell’altro, ed uscì per andare da lui.
Si salutarono come due buoni amici, essendoci persone a qualche distanza, che potevano vedere e notare ogni cosa. Dopo di che il Dutolet, con molta calma e con altrettanta serenità, quasi con grazia, parlò in questa guisa a Maurizio:
—Signor conte, voi eravate molto afflitto, questa mattina, e per conseguenza un po’ alterato. Anch’io, quanto voi, ed avevo ragione di esserlo. Possiamo noi dimenticar le parole che ci siamo scambiate?
—No;—disse Maurizio.
—Era mio dovere di domandarvelo;—replicò il Dutolet, facendo un mezzo inchino.—Resta che c’intendiamo sull’ora e sul luogo.
—Domattina, si era detto;—disse Maurizio.—Di là da quella montagna, sulla vostra diritta, ce n’è un’altra, detta la Sisa. Risalendo dalla cascata dell’Aiga, ci si va di prateria in prateria. Lassù, al lembo dell’ultimo di quei prati, è il confine. Vi accomoda?
—Sì,—rispose il Dutolet.—Portiamo testimoni?
—Nessuno.
—Come vi piace. Ma uno di noi due non isfuggirà all’imputazione di assassinio.
—Ci ho provveduto,—rispose Maurizio,—scrivendo una dichiarazione in due originali. Firmerete anche voi. Eccoli appunto.
—Avete proprio pensato a tutto;—esclamò il Dutolet, prendendo i due fogli, a cui appose la sua firma colla matita.—Dunque lassù, al piano della Sisa. Ci sarò alle sei del mattino. Ma intendiamoci bene;—soggiunse egli;—senza vergogna d’un po’ di ritardo che si potesse fare dall’uno o dall’altro di noi.
—Giustissimo;—disse Maurizio.—Del resto, io m’incamminerò per tempissimo. Di sopra l’Aiga si vede la Balma; io vi vedrò sempre salir la montagna.—
Presiquesticoncerti si separarono. Maurizio si avviò verso casa. Non trovò sua sorella Albertina, e gli spiacque.
Si sente in cuore così facilmente, così naturalmente, il bisogno di stare un po’ vicini alle persone che si amano, quando si è sul punto di separarci da loro per sempre! Chiese di lei alla gente di servizio: era uscita, gli dissero; forse per far qualche visita. Non già alla Balma, pensò egli allora, poichè lassù era andata prima del meriggio, a pregare sulla salma del povero conte Ettore. In paese, dunque: ma il paese, per piccolo che fosse, aveva ancora troppe case, troppe famiglie amiche e conoscenti, tra le quali non poteva indovinare Maurizio, che salutava tutti, ma non faceva visite a nessuno. Era in queste incertezze sulla piazza maggiore: la chiesa si vedeva aperta, ed egli entrò in chiesa. Avrebbe dovuto pensarlo prima; sua sorella stava là, al suo solito posto, nella cappella di patronato della famiglia Sospello; stava là, visibile ancora nella penombra della sera imminente.
Non era giorno di benedizione; ma la contessina soleva andare in chiesa ogni giorno, o di mattina o di sera, salvo i casi d’impossibilità, quando le cure domestiche, o i doveri della ospitalità, venissero a frastornarla. Soleva dire che la casa del Signore riconcilia colla vita: non per bigotteria, ma per riposare lo spirito, una visita anche breve a quella casa è piacevole: là dentro, dopo tutto, si pensa meglio al buon Dio.
Il gran crocifisso, unica maraviglia artistica della chiesa parrocchiale di San Giorgio, torreggiava sopra l’altar maggiore, spiccando col suocolor cereo sul fondo scuro dell’abside. I piedi del martire sparivano sotto una gran fioritura di rose, disposte a mazzo enorme, che s’intendeva benissimo esser legato al tronco della croce. Quelle rose d’ogni colore, che davano all’augusto morente l’aspetto di un trionfatore, erano l’offerta costante della contessina di Vaussana. Quando il giardino del Castèu non aveva più rose in copia, erano gigli; quando non aveva più gigli, si succedevano le azalèe, le peonie, le giorgine, gli amaranti, gli astri, e tutti gli altri fiori della stagione autunnale. Recava anche il suo tributo l’inverno; più scarso, ma sicuro anche quello, essendo fiori di stufa.
La chiesa era deserta, e Maurizio non volle disturbar la sorella neanche col rumore dei passi: perciò, appena entrato, si pose sull’ultima panca a destra, sotto la grande navata. Era il posto di Gisella, quando giungeva un po’ tardi, e non volendo dare spettacolo del suo passaggio lungo le arcate, s’inginocchiava umilmente lì, mescolandosi volentieri alle povere donne del paese. Là dentro, finalmente, egli ottenne ciò che da sei giorni desiderava invano. Si sentì d’improvviso stemperare il cuore: senza sforzo, senza impeto, le lagrime gli scesero dagli occhi giù per le guance, silenziose lagrime e fitte, come una pioggia d’autunno. E in mezzo a quelle lagrime vide chiarori maravigliosi; tra quei chiarori gli apparve la povera morta, tutta vestita di luce, risalente entro una schiera d’angioli all’incontrodel Dio di misericordia. Allucinazione anche quella? Una voce dal profondo voleva dirgli di no.
Rasciugò le sue buone lagrime, vedendo muoversi sua sorella Albertina. Essa lo vide, passando; ed egli si alzò per accompagnarsi a lei.
—Pregavi?—gli chiese Albertina.
—Sì, per tutti;—rispose.
Tranquillissimo, quella sera, quasi sereno, ragionò lungamente di cento cose con lei, evocando memorie infantili, facendo perfino castelli in aria per i giorni che non sarebbero venuti. Non egualmente serena si mostrava Albertina; ma la buona fata del Castèu aveva imparato nella lunga solitudine a padroneggiarsi, a non lasciar troppo scorgere le sue tristezze. Quando soffriva, soffriva dentro, e i sorrisi, come pallide viole alpine, le fiorivano timidamente sul labbro.
Maurizio si ritirò nelle sue camere alla solita ora. Ebbe un sonno profondo, senza visioni, senza incubi. Anche il cervello ha le sue calme nei grandi momenti, come le ha il cielo innanzi la tempesta. Quando si svegliò, erano le quattro del mattino. Si vestì senza fretta; sotto un leggero pastrano che portava qualche volta per la nebbia, nascose la busta delle pistole, e dall’uscio dell’orto si avviò verso la montagna. Ad una certa distanza si volse, per guardare il Castèu, la vecchia dimora dei suoi, la casa dov’era nato, e mandò un bacio alla sua buona sorella che non avrebbe veduta mai più.
Non gli mancava il tempo; andò a passi lenti su per la ripida costa. Si fermò anche un istante al borro, per sentir la cascata. Cantava, il gran fascio delle acque scorrenti, cantava sempre la sua monotona canzone all’abisso. Ma allora il signor di Vaussana sentì per la prima volta due canti in uno. Tendendo l’orecchio, udiva attraverso il frastuono della cascata un suono più sottile e più lontano, molle, ondeggiante, come una salmodia di chiesa. Sorrise, ricordando che quel fenomeno di sdoppiamento dell’udito gli era occorso spesso; in istrada ferrata, per esempio, quando il fragore delle ruote, lo strepito, lo scricchiolìo delle carrozze in moto, lascia intendere, a chi presti attenzione, un suono lontano lontano, come di angeliche voci laudanti nello spazio. Non era una allucinazione, quella; Maurizio conosceva il fenomeno, ancorchè non sapesse darsene una ragione. Nondimeno, gli piacque di sentir quelle laude lontane, attenuate via via, evanescenti nel profondo dei cieli.
Passato il gran salto dell’Aiga, superato il colmo del monte, dove le acque correvano a guisa di ruscello, andò oltre, risalendo di prateria in prateria, fino al piano della Sisa. Il comandante Dutolet non era ancora arrivato: ma erano appena le cinque e mezzo; si poteva dunque aspettare. Il buon ragno non volle del resto approfittare della scusa che si era preparata; e Maurizio lo vide, alle cinque e tre quarti, sbucare da una macchia di abeti, volgendo gli occhi di qua e di là, in atto di orientarsi tra quei rialti verdeggianti che vedeva per la prima volta. Maurizio sventolò il fazzoletto; il buon ragno lo vide, fece un gesto di riconoscimento e si avviò più sollecito, allungando quel suo paio di seste. Salutò, come fu vicino; Maurizio rese il saluto, e si avviò ancora per fargli strada sopra un bel prato alto, incurvato a guisa di sella tra due colmi di monte.
—Ecco il confine;—disse Maurizio.—Se voi andate trenta passi più in là, siete sul vostro.
—Tra due patrie,—osservò il Dutolet, incamminandosi,—che piccola cosa a vedere! e che gran cosa a pensare!
—Le più grandi cose son là;—soggiunse Maurizio, indicando su certe creste montuose alcune linee biancheggianti.—Il vostro forte di sbarramento è quello; il mio è quest’altro. Speriamo che tacciano sempre.
—Ma parlando noi per essi, non è vero?—esclamò il Dutolet.
—Che farci?—ribattè Maurizio.—Volete che contiamo i passi?
—Avete detto a me di farne trenta, per essere sul mio;—rispose il Dutolet.—Ne ho fatti trenta: accettiamo l’assegnazione del destino. Ancora una volta io vi domanderò: non possiamo dimenticare le nostre parole di ieri?
—No,—disse il signor di Vaussana,—vi ringrazio.—
E cavò dalla busta le sue pistole.
—Sono di misura eguale alle mie;—notò il Dutolet.—Tenga ognuno le sue.—
Così dicendo, prese posizione di combattimento. Il signor di Vaussana lo imitò.
—A voi;—diss’egli.
—A voi;—rispose quell’altro.
—Capisco;—disse allora Maurizio.—Si gareggia di cortesia. Spariamo al comando, vi pare? Conteremo uno, due, all’unisono; al tre faremo fuoco.
—Sia pure;—rispose l’ufficiale.
L’uno e l’altro presero a contare; al tre due lampi s’incrociarono, e si udirono simultaneamente due colpi.
Rimasto illeso, Maurizio guardò trasognato il suo avversario. Voleva parlare, ma quell’altro lo precorse.
—Altro è tirar sul bersaglio, altro sull’uomo;—diss’egli.
—Puntando, sicuramente;—rispose Maurizio.—Ma voi tirate senza puntare, e l’errore non è più possibile.
—Chi ve lo dice, signor di Vaussana?
—Ricominciamo, allora.
—No.
—No, voi dite? perchè? Comandante Dutolet, voi mi mancate di parola.—
Il comandante Dutolet s’inalberò a quella osservazione, che voleva essere ingiuriosa. Ma poi crollò il capo, e rispose molto tranquillamente:
—V’ingannate. Io non vi avevo promesso nulla. Mi avevate chiesto se avessi sempre il mio colpo infallibile: vi ho risposto di sì. Ne dubitate? Ecco là il vostro cappello sull’erba, un po’ indietro a voi; trentadue, forse trentatrè passi; guardate.—
Così parlando, assai lentamente, aveva levata dalla busta la seconda pistola. Senza puntare, non facendo altro che alzare il braccio in linea, colpì il cappello di Maurizio, che ruzzolò al colpo due passi più in là.
—Vedete, signor conte?—ripigliò allora il comandante Dutolet.—Quel che prometto mantengo. Se ieri mi aveste fatto giurare di uccidervi, credete pure che non vi avrei mancato di parola. A me lo avevo promesso, invece, a me solo. Che volete! un’idea; ed era ben salda nell’animo mio, ieri mattina. Ma a me posso mancar di parola, sicuro del fatto mio. Ed ho cambiato opinione.
—Voi siete crudele,—disse Maurizio,—ed io ho meritato lo scherno. Ma qui ce ne ancor una delle mie;—soggiunse, chinandosi alla busta,—ed è carica.
—Fermate!—gridò il Dutolet, avvicinandosi rapidamente.—Ho ancora qualche cosa da dirvi. Signor di Vaussana, credete in Dio?
—Sì;—rispose Maurizio.
—E allora, perchè suicida? Aggiungete che non me lo son meritato neppur io, questo infame spettacolo, dopo essermi esposto abbastanza cortesemente al vostro fuoco. Ho pensato,ieri, ho pensato a lungo, e l’ira mi è morta nell’anima. Voi pure, a vostra volta, pensate. C’è stato un fallo, signor di Vaussana; un fallo che ha già cagionato due morti; quel fallo, chi lo ha commesso? V’intendo; voi volevate punirlo ora; avete il coraggio di far ciò. Ma non è il coraggio del valoroso, quello a cui vi appigliate; e la pena, del resto, non avrebbe adeguato il delitto. Non sapete voi d’una pena più grave, che è il vivere? Sì, il vivere, lasciatemi finire il mio pensiero; il vivere vergognando, il vivere soffrendo; il vivere tormentandosi, uccidendosi giorno per giorno. È questo il suicidio sublime a cui vi condanno, nel nome di quel vecchio onorato che dorme la sua gran notte oramai;—proseguì il comandante Dutolet, alzando la voce dal tono grave al solenne.—Laggiù, oltre quelle vette, a quattro leghe da Grenoble, dove io son nato, tra montagne di difficile accesso, segregati dal mondo, in dura disciplina, accanto ad uomini che non avendo fatto il male si son pure rinchiusi per evitarlo, muoiono così di giorno in giorno molti infelici che hanno fallito, che hanno fatto soffrire, che portano il peso dei loro trascorsi. Meditando, tacendo, scavando con le loro mani la fossa che li deve accogliere, aspri cavalieri del dolore, pregano per coloro che hanno offesi; tristi e rassegnati, sospesi tra cielo e terra, attendono, invocano, espiano.—
FINE.
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