—I soliti incomoducci, che fanno comodo così grande alle signore donne;—soggiungeva il generale;—nervi, fumi, vapori, isterismi ed altri cataclismi da ridere. Del resto, un po’ di riposo le farà bene. Quel prodigio di mnemonica, a buon conto, non sarà mica stato senza consumo di materia cerebrale. Siamo macchine, mio caro.—
Così ragionava; ed era contento di sè, il castellano della Balma. In fin de’ conti, quella poteva contarsi come una buona giornata per l’autorità del marito, se anche gli era stata procacciata da una sequela di ribellioni all’autorità del filosofo. Buona giornata, davvero, e neprometteva delle altre. Lo sentiva egli, questo? si dava ragione della sua contentezza? Forse no, anzi, diciamo pure senza il forse, ed ammettiamo che in lui operasse una specie d’istinto. Del resto, egli poteva esser contento di aver sentito parlare come piaceva a lui. Per una volta tanto queiblagueursdi preti erano buoni a qualche cosa.
Quella sera Maurizio fece una mezza dozzina di partite a carambolo, perdendole tutte, e la testa per giunta. Ma un vincitore a carambolo, facendo le sue lunghe serie di colpi, non ha tempo nè modo di guardare dove il suo avversario abbia la testa. Così la sera passò, triste conclusione di una triste giornata. Le giornate, poi, si seguono e non si rassomigliano. La mattina seguente capitò Gisella al Castèu. Veniva in apparenza a prender l’amica, per andare con lei alla predica. Nel fatto, voleva combinare in casa il signor di Vaussana, per domandargli un libro in imprestito; un esemplare del nuovo Testamento, niente di meno. Desiderava di leggere l’evangelio di san Giovanni e le epistole di san Paolo; due autori che il quaresimalista citava spesso e volentieri. Nella libreria della Balma il nuovo Testamento non c’era, e per una buona ragione: per la stessa ragione non c’era neanche il vecchio. Ma oramai non sarebbe più stato così: Maurizio offriva l’uno e l’altro, non già come imprestito, ma come presente, come omaggio alla contessa Gisella. Regalava la traduzione del Martini, approvata da Roma: quanto a lui, possedeva la versione latina di san Geronimo, ed anche in un altro esemplare la versione italiana del Diodati, non approvata, ma ad ogni incontro, ad ogni bisogno, egualmente opportuna. L’ortodossìa di Maurizio non badava a certe piccolezze.
Gisella tremò, vedendolo comparire in salotto, e una fiamma le corse alle guance. Ma subito si ricompose, e gli espresse il suo desiderio, avendone quell’esito che fu dianzi accennato. D’altro non fu possibile parlare, essendo presente Albertina.
—Ed ora vi sentite meglio, non è vero?—si restrinse a domandarle Maurizio.
—Sì, molto meglio,—rispose Gisella.—Non è stato che un male passeggero.... qui;—soggiunse ella, indicando il cuore.
—Con quei colori?—gridò egli, inarcando le ciglia, e dissimulando nell’atto di maraviglia un vivo senso di pena.
—Con questi colori, pur troppo;—replicò sorridendo Gisella.—È stata anche la malattia di mia madre. Ma non esageriamo la cosa;—riprese tosto la bella signora;—altrimenti meriterò i rimproveri del generale, a cui queste bambinerie non piacciono. Affrettiamoci piuttosto ad andare in chiesa; dovrebbe esser quasi l’ora. Di che parlerà oggi il padre Anselmo?
—Dell’amor divino;—rispose Albertina, acui la domanda era rivolta.—Non hai sentito, quando l’annunziava?
—No, mi ero forse distratta.... pensando a tutte l’altre belle cose che aveva finito di dire.—
La predica dell’amor divino fu un inno in prosa, e frammezzato di versi. Quel diavolo d’un frate ci aveva quel giorno tutti testi profani. Citava Girolamo Benivieni, che sull’amor divino aveva dettato armoniose e calde terzine; citava Lucrezia Tornabuoni, e le sue affettuose laude spirituali; citava messer Agnolo Poliziano, autore anch’egli (pare impossibile) di poesie religiose; citava perfino Lorenzo de’ Medici, e le sue amorose rime sulla ricerca di Dio.
Allor vedrò, o Signor dolce e bello,Che questo bene e quel non mi contenta:Ma levando dal bene e questo e quello,Quel ben che resta il dolce Dio diventa:Questa vera dolcezza e sola sentaChi cerca il ben: questo non manca mai.
Allor vedrò, o Signor dolce e bello,Che questo bene e quel non mi contenta:Ma levando dal bene e questo e quello,Quel ben che resta il dolce Dio diventa:Questa vera dolcezza e sola sentaChi cerca il ben: questo non manca mai.
Quella mattina, sulla piazza della chiesa, non mancò più Maurizio, ad aspettar le signore.
—Non è vero che è stato bello?—gli chiese Gisella, nella breve conversazione di commiato.
—Sì, bello;—rispose Maurizio.
E non potè dirle altro, tanto soffriva. Ah, quel bene terreno che non contenta più l’anima! quel bene terreno da cui si può levar tante parti, e il resto si trasforma in amore di Dio!
Quella sera, andò ancora alla Balma, sapendogià di non averne alcun bene. Pure, il caso gli fu più umano del solito, facendolo restare abbastanza lungamente solo con lei.
—Non andrete più al Martinetto?—le disse, dopo alcuni istanti di silenzio, che gli erano parsi secoli.—C’è il piccolo Vittorio ammalato.
—Oh, poverino! Sicuramente ci andrò;—rispose Gisella, che a tutta prima era rimasta confusa.
Ed egli la precedette il mattino seguente lassù; o credette di precederla. Ma la contessa non si lasciò vedere al Martinetto, nè prima nè dopo la predica. Triste cosa, su cui egli non osò farle la più piccola osservazione. Pure, le giornate erano belle, ancora un po’ fresche, ma serene e luminose; e i cardellini dell’Aiga, salutando Maurizio, avevano l’aria di dirgli: i vostri nocciuoli sono stati i primi tra tutti gli alberi della montagna a riprender le foglie; come va che non ci si rivede ancora? sareste mutati voi, da quelli di prima?—
Gisella andò a vedere il figliuoletto di Biancolina, ma dopo aver pranzato, senza pericolo d’imbattersi nel signor di Vaussana. Maurizio la vide ritornare alla Balma, mezz’ora dopo ch’egli era giunto lassù. Rimase male, vedendo che Gisella aveva cercato di evitare la sua compagnia. Ma la signora non potè egualmente evitare l’occasione di un breve colloquio con lui, mentre il generale era andato più oltre lungo il viale a ragionar col fattore.
—Perchè?...—le disse.—Perchè mi sfuggite?—
Maurizio aveva l’aria d’un moribondo, parlando in quel modo.
—Perchè....—mormorò ella, non resistendo a quell’accento di angoscia suprema.—Amico mio, non mi parlate così! Se sapeste come mi levate il coraggio!... Siamo nell’errore, Maurizio; ho paura.
—Paura!—esclamò egli.—Di che?
—Siamo colpevoli.
—Colpa.... d’amore....
—È colpa, e basta. Io mi faccio orrore, e qui dentro mi domando spesso: che cosa penserà Maurizio di me, se anch’egli usa scendere nel segreto dell’anima sua, e vede l’abisso in cui siamo caduti? Ah, meglio laggiù,—gridò ella rabbrividendo—meglio laggiù in quell’altro abisso, nel vortice dell’acque, quando io non credevo di far tanto male; e tu già lo sapevi, già n’eripersuaso, perchè hai tardato un istante a rispondermi!—
Così finiva la quaresima, vedendo Maurizio la contessa Gisella ogni mattina alla sfuggita quando si usciva di chiesa, ogni sera più lungamente quando egli andava alla Balma; non più altrimenti, come avrebbe potuto sperare dal ritorno alla buona stagione, da lui con tanto ardore invocata. E parlava di cose vane con lei, quando c’erano altri in conversazione; e non parlava più affatto quando restavano soli. Quei due poveri cuori sembravano divenuti l’uno all’altro stranieri; tra quelle due coscienze, già così intimamente unite, si era fatto un gran vuoto. Egli oramai era in uno stato da far compassione; reggeva l’anima co’ denti; avrebbe voluto non essere: intanto, per capriccio di sorte o crudeltà di destino, doveva sorridere, sorrider sempre, piegandosi a tutte le fantasie d’un vecchio fanciullo, che mostrava di non saper stare un minuto senza la compagnia del suo migliore amico. Sospello di qua, Vaussana di là, e Maurizio da pertutto; non c’era che lui.
L’avvicinarsi della pasqua avrebbe dovuto portare qualche obbligo particolare per quel saldo credente. Ma quel saldo credente non era uno stretto osservante: andava in chiesa; e levato di lì, praticava poco, sicuramente credendo che il credere bastasse. Del resto, c’era la politica di mezzo; ed egli, non volendo inchinarsi a certe pretensionide hoc mundo, non aveva neanche scrupoli di coscienza. «Quando avranno disarmato verso l’Italia una, mi accosterò anch’io un po’ meglio», diceva egli qualche volta a sua sorella Albertina.
Uno di quei giorni, veduto che sua sorella usciva prima dell’ora, tutta vestita di nero e col velo di pizzo ugualmente nero in testa, scambio del solito cappellino, le domandò brevemente:
—Precetto pasquale?
—Sì,—rispose Albertina,—da una settimana è incominciato il tempo utile.—
Un’idea passò per la mente di Maurizio; e per averne l’intero, mezz’ora dopo che sua sorella era uscita, andò in chiesa anche lui. Giunse a tempo per vedere il cappuccino uscire dal confessionario, donde aveva ascoltate ed assolte parecchie penitenti. Rivolti gli occhi all’altar maggiore, riconobbe sua sorella inginocchiata alla balaustrata di marmo, e accanto a lei la contessa Gisella, anch’essa tutta vestita di nero. Ah, dunque ella pure si era confessata dal frate; ella pure si accostava alla mensa eucaristica;ella pure, perdonata, monda di colpe, contenta? E fu triste senza fine; per quel giorno mutò perfino il posto alla predica; finita questa, se ne andò verso casa, senza aspettare le signore al varco del piazzale. Di questo, poi, non erano neanche da farsi le maraviglie: oramai erano più le volte che il signor Maurizio faceva così, che non quelle in cui si tratteneva a riverire Gisella, a barattare con lei le poche frasi di commiato.
—Confessa bene?—domandò egli di punto in bianco a sua sorella, quando furono a tavola.
—Come predica;—rispose Albertina.—È un dotto, ed è un santo,—
Maurizio non disse più altro. Quella sera gli mancò il coraggio di salire alla Balma. Sentiva bene che un gran rivale gli era stato suscitato; ma da chi? non forse da lui? e perchè darne colpa o merito ad altri? Egli, egli solo, aveva introdotto il gran nemico in casa. Che dolore, e che orrore! Egli amava più che mai quella donna; e quella donna era di Dio.
Andò alla Balma il giorno dopo, di mala voglia, soffrendo in ogni parte dell’esser suo, nè ben sapendo di che. Trovò la contessa al suo telaio di ricamo, pallida, cerea nel volto, ma calma. Il generale era di cattivo umore, e misurava a gran passi, in diagonale, gli ottanta e cento metri quadrati del vestibolo. Incominciava a temere gli effetti della vita sedentaria; voleva fare del moto: e per farlo, e per istizzirsidi non poterne fare abbastanza, sceglieva le ore che Gisella dedicava al riposo. A mala pena ebbe veduto comparire Maurizio, il passeggiatore si fermò, prendendo un’aria severa.
—Non vi abbiamo veduto, iersera; diss’egli, con accento di rimprovero.—E sareste stato così utile, per darci una mano! Si è dovuto mandare pel medico, capite? pel medico; e l’abbiamo avuto qui tutta la sera.—
Maurizio non ci vedeva già più.
—Ah!—gridò egli, prima che quell’altro finisse la sua invettiva.—Che è stato? Io non sapevo.... Se avessi immaginato....—
E si volgeva così dicendo a Gisella, di cui poc’anzi aveva notato il pallore. Ma per allora non discerneva più nulla, tanto era turbato; l’immagine della donna adorata gli veniva agli occhi confusa, come i pensieri alla mente, come le parole alle labbra.
—Cose di poco, signor Maurizio;—rispose ella placidamente.—Mal di stagione, e non valeva neanche la pena di parlarne. Non istò forse bene, ora?—soggiunse, volgendosi a suo marito, che aveva fatto un gesto di stizza.
—Che stagione mi andate voi stagionando?—gridò il generale.—Ma sì, dite bene,—ripigliò, mutando proposito,—è la stagione.... ecclesiastica; è la vostra quaresima, che il diavolo se la porti. Capirete, Maurizio; tutti i giorni in chiesa! Il fumo delle candele doveva bene un giorno o l’altro portare i suoi effetti deleterii. Ieri, poi, per compir l’opera, la nostra signora è stata fino al tocco senza prender niente; nè bevanda nè cibo.
—Quante volte non sono stata così!—rispose Gisella, sorridendo.
—Ma ieri non potevate. E non va bene restar tanto a stomaco digiuno; segnatamente voi altre donne, che mangiate come gli uccellini, e avete bisogno di nutrirvi più spesso. Questo ve lo ha detto anche il medico. Ma ieri, Dio ci abbia in grazia, bisognava far la pasqua, bisognava prendere la comunione.... Credo che sia la prima, dopo quindici anni;—osservò il generale, ghignando.
—Ettore! Voi dite i miei peccati.
—Ed anche quella era stata di troppo;—continuò il generale, senza badare alla interruzione.—Venite, Maurizio, facciamo due passi all’aperto. Il medico ha dato un buon consiglio anche a me. Non faccio moto abbastanza, e ci buscherò una congestione di sangue. Sarà necessario che io ripigli l’uso di montare a cavallo. Le strade qui non sono molto adatte; ma bisognerà contentarsi. Cavalcate, voi?
—Male;—rispose Maurizio.
—Ah, sì, scusate, dimenticavo che siete un marinaio. Ci vorrebbe un cavallo marino, per voi.—
E trascinava Maurizio con sè, lontano dalla casa, volendo rifarsi della noia di quella giornata. Ma col discorso ritornava spesso a sua moglie.
—Credo che quel monaco l’abbia stregata;—diceva. Dal giorno che ha cominciato a seguire quel maledetto quaresimale, Gisella non ha più pace. Perfino di notte, vedete, ella sogna del monaco. Almeno, io penso che sia così. Prima d’ora, dormiva i suoi sonni tranquilli, come una bambina; ed ora è in agitazione continua; di tanto in tanto, svegliandomi, sento che si lagna come una persona malata. Scendo da letto, vado a vedere che cos’ha, le domando se si sente male: non risponde; è addormentata, ma d’un sonno cattivo, come quando s’è fatta una cattiva digestione. Ha l’affanno, l’oppressione, una specie d’incubo che la fa rammaricare, gemere, uscire in frasi rotte, incomprensibili. Capirete, amico mio, che tutto ciò è molto grave. Quando si parla dormendo, è segno che il cervello lavora; e lavora male, il cervello, quando non è la sua ora, quando egli ha bisogno di rifarsi della fatica del giorno.—
Maurizio fremette, pensando alle frasi rotte, alle frasi incomprensibili, che ben potevano una volta o l’altra riuscir frasi formate, ed esser comprese. Non temeva per sè; questo era l’ultimo de’ suoi pensieri. Ma non voleva perder Gisella; lo atterriva l’idea d’esser cagione d’una sventura per lei. Povera bella! ed era ammalata; un guasto era avvenuto in quell’essere così perfetto. Ma come grave? a che punto poteva giungere? come si poteva rimediarci? Anzitutto, che cosa aveva osservato il medico? che cosa avevadetto a quel marito? se aveva detto qualche cosa, che fede meritava?
Il medico di San Giorgio era un uomo di mezza età; non faceva lunghi discorsi, nello impostare la diagnosi; anzi annaspava un pochino, accennando i sintomi, i segni osservati; tanto che non pareva avere una cognizione ben chiara del male, e contentava poco i suoi ascoltatori. Ma egli non annaspava poi nella pratica; correva ai rimedii, alle ordinazioni, alle operazioni, con una prontezza mirabile, che dinotava altrettanta sicurezza di giudizio. Apparteneva alla scuola vecchia: buona cosa, il più delle volte, perchè la scuola vecchia è tutta esperienza accumulata intorno ad un metodo riconosciuto; non ha tante parole dottamente aggrovigliate, non ha tanti sistemi frettolosamente fabbricati. Ma questo ci avviene, quando cade inferma una persona a noi cara: se il medico è della scuola vecchia, temiamo sempre che non ne sappia abbastanza; e tanto più lo temiamo oggidì, che il giornalismo ci confonde più facilmente con cento notizie di scoperte, di globuli, di piastrelle, di microbii, di micrococchi, d’iniezioni ipodermiche, di trasfusioni, di sterilizzazioni, di attenuazioni, di tentativi audaci, di processi rigeneratori, di cure portentose, facendoci credere che un nuovo mondo sia stato scoperto ieri, e un altro debba essere scoperto domani. Se poi il medico è d’una scuola moderna (ci sono infatti tante scuole quanti sono gli sperimentatorinuovi, i nuovi cercatori della verità scientifica) temiamo che la sua scuola non sia la buona, che voglia veder troppo, che si fidi troppo ad un sistema non ancora provato, ad un rimedio non ancora abbastanza sperimentato, che prenda un dirizzone scambio d’un indirizzo ragionevole, e vada e conduca noi fuori di strada.
Maurizio non ebbe pace fino a tanto non gli venne fatto di abboccarsi col medico, per sentire da lui che cosa fosse il malore ond’era minacciata la contessa Gisella. Ma doveva egli entrar subito in argomento? Un po’ di confidenza ci voleva, e Maurizio pensò di non averla ancora meritata. Egli lo aveva sempre un po’ trascurato, quel brav’uomo, che esercitava l’arte sua con molta coscienza, e che era degno dell’amicizia di tutte le persone per bene. Incominciò dunque col fargli la corte, fermandolo per via, accompagnandosi con lui, chiedendogli notizie dei suoi ammalati, informandosi delle malattie dominanti e del metodo di cura tenuto da lui. Biancolina e il piccolo Vittorio furono anche buoni gradini per risalire bel bello alla contessa Matignon, a quella graziosa e cara provvidenza di tutti i poveri, di tutti i sofferenti del vicinato.
Anche lei, povera provvidenza, sì certo, aveva bisogno di cura. E il signor di Vaussana, accennando quelle piccole indisposizioni delle quali era stato testimone, aveva ad arte aggravate le cose, nella speranza, quasi nella certezzadi sentirsi rassicurare dal medico. Ma quell’altro non aveva corrisposto alla sua aspettazione; batteva le labbra, aveva l’aria di dargli ragione, gliene dava sicuramente più ch’egli non mostrasse di volerne avere. E allora Maurizio a turbarsi davvero, a fremere di spavento, a tempestar di domande.
Ma, che dire? Non bisognava confidar troppo, nè sgomentarsi prima del tempo. Il medico, dopo tutto, aveva osservato lì per lì, badando alle necessità del momento. Sì, certo, c’era qualche cosa al cuore. Vizio cardiaco, dunque? Si poteva temerlo. Di mal di cuore era morta anche la vecchia contessa Matignon, la madre di Gisella, e questo per l’appunto gli dava da pensare; forse per questo egli si era così prontamente fissato sul sospetto del vizio cardiaco. Aveva notato irregolarità di polso, asistolìe, acinesìe; in altri termini, ritardati movimenti di sistole, troppo lunghi intervalli nel doppio movimento di diastole e di sistole, dilatazione e restringimento alterno del cuore. Ed anche accennava a troppa frequenza di respiro, a qualche piccolo rantolo alla base dei polmoni, indizio di stasi, ossia ristagno del sangue.
Erano sintomi poco piacevoli, sicuramente: ma potevano esser passeggieri. Il medico non voleva pronunziarsi troppo presto, nè troppo risolutamente. Ma aveva incominciato, doveva anche finire, per contentare la curiosità incalzante del signor di Vaussana, la cui amichevolesollecitudine per i signori della Balma meritava benissimo una esposizione sincera. Non prendesse il signor di Vaussana per vangelo tutto ciò ch’egli diceva; ammettesse ancora la possibilità di un errore; ma per lui il vizio cardiaco ci doveva essere, e valvolare. In altre parole, e più chiare, il medico di San Giorgio credeva di aver notata una insufficienza della valvola bicuspidale dell’ostio auricolo ventricolare sinistro.
—Che nomi!—aveva esclamato Maurizio, sforzandosi di sorridere, mentre il cuore gli tremava e un sudor freddo gli gemeva dalle tempia.
—Che ci volete fare?—disse di rimando il dottore.—Il nostro linguaggio è complesso e avviluppato, come la nostra povera macchina. Si tratta infine della valvola che separa il ventricolo sinistro del cuore dalla corrispondente orecchietta.
—Capisco, capisco, rispose Maurizio.—E quali le conseguenze?...
—Ci vengo. Premettiamo che l’orecchietta sinistra, con le sue contrazioni, ha per ufficio di spingere il sangue nel ventricolo sinistro. La valvola si apre allora, abbassandosi; e allora il ventricolo, ripieno del sangue che l’orecchietta gli ha mandato, si contrae a sua volta per ispingerlo nell’aorta. Ci siete? Orbene, se la valvola è insufficiente, che cosa avverrà? che il sangue, alla contrazione del ventricolo, non andrà tutto verso l’aorta, ma in parte rifluirà verso l’orecchietta; e questa a sua volta, ingombrata daquesto ritorno, non potrà accogliere tutto il sangue che contemporaneamente le verrà trasmesso dalle vene polmonari. Quindi ristagno nei polmoni, ristagno che sarà risentito dalla parte destra del cuore, che non potrà scaricare nei polmoni tutto il sangue venoso.
—E tutto ciò,—disse Maurizio,—è molto pericoloso?
—Sì e no;—rispose il medico.—Durante la gioventù e l’età verde, la natura trova qualche compenso sulla dilatazione del ventricolo destro e della orecchietta corrispondente. Più tardi, venendo un po’ meno la forza di resistenza, o per indebolimento da qualsivoglia causa prodotto, o per indurimento di vasi, a cagione dell’età, il disequilibrio cardiaco è maggiormente sentito. Allora i moti disordinati, le fatiche protratte, le passioni, specie se afflittive, avendo grande influenza sul cuore, possono facilmente esser cagione di lipotimìe, o deliquii che vogliamo dire, di sincopi, di morte improvvisa.
—Mi fate fremere;—disse Maurizio.
—Parlo dell’età inoltrata, s’intende;—ripigliò il medico.—Qui non siamo nel caso.
—Ma ad ogni modo,principiis obsta, non è vero? E quale è la vostra cura?
—Quella che ho incominciata: è la solita; non c’è novità, in questa materia; infusione di digitale, pillole di sparteina, gocce di strofanto, tutte sostanze vegetali, tutti rimedii cardiaci, rallentatori, riordinatori delle funzioni del cuore.E poi decotto di china; è un corroborante. Vedete, signor conte; abbiamo ancora delle armi per difenderci. Ed anche la gioventù, che è una buona corazza, per chi la possiede.—
Il medico aveva un bel dire di gioventù, di cose non certe, e ad ogni modo di pericoli ancora lontani. Maurizio aveva ricevuto il colpo in pieno, e il colpo gli era andato all’anima. Anche il pericolo lontano lo sgomentava; ed egli non poteva avvezzarsi all’idea della morte di Gisella, neanche in un lontano futuro. Bella virtù dell’amore, che sempre s’illude di vivere eterno! Intanto, fra questi terrori, che gli furono aggravati dal troppo pensare delle ore notturne, Maurizio fu colto dalla febbre; e la mattina seguente, poichè egli non ebbe forza di alzarsi dal letto, si dovette chiamare il medico per lui. Povero medico! Per la prima volta che aveva parlato un po’ a lungo, dando ragione dell’arte sua, faceva un bel guadagno davvero! Capì allora molte cose, il buon discepolo di Esculapio; ma non le disse, non le ripetè neanche a sè stesso. La vista continua di tanti mali ha educati i medici alla religione del segreto. Per quella volta non fece nessuna diagnosi. Aveva trovata una gran febbre, una eccitazione generale dell’organismo, il volto acceso, gli occhi scintillanti, e una tale palpitazione al cuore dell’infermo, da sentire lo scuotimento del viscere senza bisogno di mettergli la mano sul cuore. A questi primi sintomi di una meningite, si aggiunsetosto il delirio, il vaniloquio. Il buon dottore non istette a pensar più che tanto; mise mano all’antipirina, alla fenacetina; poi ordinò ghiaccio alla testa, ghiaccio pesto in bocca, ombra nella camera, anzi buio fitto, e riposo assoluto.
La febbre era già salita di alcune linee sopra i quaranta gradi, e non accennava a lasciarsi domare. Cominciò allora per Maurizio la triste sequela delle pazze visioni. Le immagini come le idee s’inseguivano nella sua mente con una rapidità vertiginosa, senza che alcuna potesse giungere al suo compimento, incalzate com’erano, l’una sull’altra, a guisa di flutti alla spiaggia, quando il mare è in tempesta. E il mare appariva quasi sempre minaccioso, terribile, ora strappandogli una amata creatura dalle braccia, ora inabissandolo insieme con lei, che atterrita si avvinghiava al suo collo. Quando non era il mare, era una cascata rumorosa, che si spandeva d’ogni lato, sgretolando il masso, scoscendendo il terreno, abbattendo, inghiottendo ogni cosa, scrollando ad ogni tratto un torrione su cui egli e lei erano rimasti prigionieri. Unica via di salvezza, prender lei in collo, spiccare un salto, afferrare un ciglione non ancora intaccato dalle acque irrompenti; ed egli tentava, lanciandosi a volo col dolce peso sulle braccia; ma proprio allora si smottava il terreno sotto i suoi piedi, ed egli e lei rovinavano giù, giù, sempre più giù nell’abisso, senza toccare mai fondo. E poi, di qua, di là, stranianimali che s’avventavano, parole misteriose che apparivano sui muri di un ignoto edifizio, voci arcane che uscivano sibilando dallo spiraglio di una caverna, lampi sinistri nel buio, fragori sordi, rombi sotterranei, tanaglie strette alla gola, risa beffarde nell’aria, fornaci in fiamme, tutti i tormenti, tutte le paure, tutte le follie della ragione turbata.
Stanco, abbattuto, disfatto da tanti viaggi, senza potersi formare un’idea del tempo che erano durati, vide ancora Gisella, ma non più in pericolo con lui. Egli era disteso in un letto, con le membra prosciolte, mentre Gisella andava e veniva per la sua stanza, insieme con Albertina; ambedue in aspetto d’infermiere, di assistenti al suo capezzale. Ebbe allora un senso di dolcezza, di sollievo, di refrigerio allo spirito, e pregò tacitamente le potenze invisibili a cui era stato così lungamente in balìa, che non mutassero più la visione. Fu quello il suo ritorno alla coscienza della vita; ritorno lento, timido, incerto, ma a grado a grado più chiaro. Era ben lui che vedeva intorno a sè; ma era nel suo letto, ammalato, e vedeva il vero: non più sgomenti, non più terrori, non più larve di sogni, non più visioni di febbre.
La bella creatura spiava quel ritorno dell’infermo in sè stesso. Lo indovinò alla insistenza con cui egli guardava verso di lei, dovunque ella andasse o da una parte o dall’altra della camera. Meglio ancora lo intese, essendogli venuta vicina, al desiderio ch’egli mostrava di parlarle, allo sforzo che faceva per balbettare il suo nome. Ma ella non voleva che l’infermo si affaticasse; voleva essere un conforto, un argomento di sollievo, non una cagione di nuovo abbattimento per lui; e involgendolo tutto d’un sorriso amoroso, si recò un dito alle labbra, in atto di dirgli: Silenzio, per ora!
Maurizio era tanto spossato allora, quanto era stato da prima in orgasmo. Obbedì, come un bambino buono al comando della mamma; avrebbe obbedito ad un così dolce comando, se anche fosse stato nella pienezza delle sue forze. Così passarono due giorni, in cui gradatamente si riebbe: ma ancora non si muoveva dalla sua postura di giacente. Buona postura, per altro, se quella adorata gli veniva dappresso e chinava la faccia amorosa a guardarlo. Ah, i belli occhi d’indaco, sprazzi di faville d’oro! Ma c’erano anche delle lagrime, che inumidivano le ciglia, senza spegnerne il lampo.
—Sono stato dunque molto male?—mormorò egli il secondo giorno di quella lenta risurrezione.
—Sì, povero Rizio!—bisbigliò la cara donna, chinandosi ancora un tratto su di lui.—E sono stata io, non è vero? io la cagione del tuo male! Ma voglio che tu guarisca, m’intendi? lo voglio. Ad ogni costo, risanerai; non ti ammalerai più; non avrai più da soffrire, te lo prometto.
—E tu?—mormorò ancora l’infermo, aprendo ben gli occhi, come se volesse significarle colla intensità dello sguardo tutto quello che non poteva dirle colle parole.
—Io? nulla; ora sto bene. Ve l’ho detto, che era una cosa di poco; perchè spaventarti? Mi ero troppo esaltata; avevo anche fatto dei digiuni troppo lunghi. Ma ora non più. Ragiono un po’ meglio, sai? E sono tua;—soggiunse con un filo di voce, ma con una intensità di accento che andò al cuore di Maurizio;—tua mi capisci? E voglio esser tua, viver tua, morir tua.—
Maurizio sorrise; una vampa di felicità gli corse alle guance, gli brillò dagli occhi accesi. Le labbra si tesero, cercando, chiedendo, pregando. Ma ciò non era da savio, e la buona infermiera lo chetò con un gesto che voleva dir molte cose.
Poco stante ritornava il generale. Anch’egli capitava ogni giorno; ed erano già sei, che Maurizio era caduto infermo; ma egli non restava a lungo, avendogli il medico ordinato di fare del moto. Quel giorno, trovando il convalescente di migliore aspetto, il generale diede la stura ad una bottiglia di buon umore,première marque, che teneva in serbo per il suo amico Vaussana, quando fosse in grado di assaggiarne. E lo chiamava il suo «intéressant moribond» e gli ripeteva la facezia feroce di Robert Macaire al povero ammalato: «allez, allez à l’Hôtel-Dieu; on fera des manches de couteau avec vos os, on en fera des jeux de dominos, on en fera des boutons pour guêtres.» Ed anche quel genere tutto mascolino di celia faceva ridere Maurizio.
—Ma sapete, interessante moribondo,—continuava il generale,—che ci avete spaventati ben bene? Ve lo dico ora, che ne siamo fuori. E come lavoravate di fantasia! Ci avete fatto perfino un trattato di storia naturale, insistendo particolarmente sul capitolo dell’ornitologia. Non parlavate che di nidi tra i rami, di passere, di lucherini, di cardellini; di questi ultimi sopra tutto. Certo li avete amati molto, da ragazzo.
—La febbre!—mormorò Maurizio.
—Sì, capisco, la febbre. Ma c’è anche la sua ragione, nel ritorno di certe immagini, quando la febbre lavora;—ripigliava il generale.—Si ridiventa bambini. Il fatto è scientificamente dimostrato. Il nostro cervello è come una cipolla, per rispetto alle impressioni ricevute, una cipolla di tante tonache sovrapposte. Si guastano nella malattia le impressioni più superficiali, si cancellano le più recenti, e le più antiche rimangono, vengono per così dire alla vista. Si cita il caso di un ammalato di malattia cerebrale, che sapeva otto lingue, e ne perdette parecchie via via, nell’ordine contrario a quello in cui le aveva imparate. Basta, per voi non è stato il caso; quella brutta cosa della meningite è stata scongiurata dal nostro grande Soleri. Ma è sempre strano il fatto di quei ricordi d’infanzia ritornati a galla, ridiventati padroni del campo.—
Bisognava lasciargli credere quel che voleva, e Maurizio non si provò a contraddirlo. Il buon umore di quell’uomo era la pace sua, per allora, era la certezza di veder sempre Gisella. Andava sempre e veniva, la bellissima creatura; pensava a tutto, lei, prevedeva tutto, faceva tutto, e covava il suo malato con gli occhi, come una madre il suo bambino. Mai convalescente fu tenuto nella bambagia più e meglio del signor di Vaussana. La stupenda infermiera cedeva a tutti i suoi capriccetti; lo involgeva nelle sue occhiate fosforescenti, accostandogli il cucchiaio alle labbra; o chinandosi su lui per ravviargli il lenzuolo sotto il mento, lo inondava di fragranze soavi. Il medico, vedendo opportuno il momento, prese a rinvigorirlo con qualche pezzetto di carne, con vino generoso e qualche goccia di cognac. Ma più fece un bacio leggero leggero che una mattina sfiorò furtivamente le labbra di Rizio.
—No, non più vane paure;—bisbigliava a lui una soavissima bocca.—Credere è bello; ma bisogna credere come te. Hai ragione tu, Rizio; Iddio, che ti ha condotto sulla mia strada, che ha voluto essermi rivelato da te, non può volere che io ti abbandoni.—
La mattinata era stupenda; l’aria calda, attraversata da piacevoli ondate di frescura; il cielo uno splendore di azzurro perlato; la montagna una festa di colori svariati, dal verde cupo e dal metallico lucente allo smeraldino, al giallo tenero, con chiazze ferrigne, rossastre, turchine, disposte qua e là nelle curve del terreno, nelle insenature delle balze, nel mutarsi dei piani in lontananza; involto il tutto, fuso, attenuato, in una tonalità violacea, che s’inteneriva negli sfondi fino alla espressione del grigio. Un buon tepore si svolgeva dal terreno, e in quel tepore si stemperavano, vaporando, tutte le fragranze della selva e dei prati. Maurizio respirava a larghi polmoni aria, tepori e fragranze, dando anch’egli, a quell’angolo di paradiso terrestre, il suo profumo di felicità. Come era bella la montagna, e come pareva contenta di sè! Ginepri e pini, frassini, corbezzoli ed eriche, sterpaglie, rovi e fiammole, tutto verdeggiava, luccicava, rideva dai ciglioni, dallezolle, dai sassi; ogni arbusto, ogni frutice, ogni più umile pianticella del bosco, persino la cèspita dalle foglie glutinose, perfino i muschi del prato e i licheni dei grigi lastroni scabrosi, sfaldati a migliaia d’inverni, avevano qualche cosa da dire al sole, all’aria, agli insetti alianti e ronzanti, contenti anch’essi di vivere, di respirare, di splendere.
—Voi felici!—disse Maurizio, vedendo due uccellini che si rincorrevano a brevi volate tra gli alberi.—Ma sono felice ancor io, sapete? Ella verrà fra poco, per pochi momenti forse, troppo pochi al mio desiderio, ma verrà, verrà.—
E andava ripetendo sottovoce le due sillabe del verbo gaudioso, per sentirne meglio, per assaporarne tutta la dolcezza ineffabile. Gisella aveva promesso; sarebbe apparsa senza fallo. Che festa, la cara donna che si aspetta! e come è bello il momento che fugge, avvicinando sempre più l’ora della dolce apparizione! e come il luogo dove la cara donna è aspettata, si anima, sorride, si compone a bellezza, preparandosi a riceverla!
Assai prima di vedere la gran ruota del mulino, Maurizio lasciò il sentiero battuto che tutti i giorni lo conduceva alla Balma. Non andava alla Balma, per allora; s’inerpicava verso l’Aiga, e non gli bisognava risalir la costiera più in là; era anzi prudente risalirla più in qua dal mulino, evitando ogni incontro molesto, ogni sguardo importuno. E risalendo, inerpicandosidi ciglione in ciglione, sentiva la cascata rumoreggiare lontana sulla sua testa. Di tanto in tanto vedeva il ruscello nei serpeggiamenti del suo alveo, affondato tra rupi e cespugli in una piega del monte; i suoi passi frattanto si spegnevano sul morbido tappeto delle zolle erbose e dei muschi, mentre lo coprivano d’ombre discrete i rami degli ontàni e dei salici, onde erano vestite le balze. Così muovendo frettoloso per l’erta, trovando da esperto montanaro i passi più facili, le scorciatoie più pronte, afferrò l’orlo di un borro, sotto l’alta rupe donde precipitava in basso il gran volume delle acque. Lassù il burrone faceva conca per un giro abbastanza largo; in quella conca le acque si stendevano in forma di fossato, innanzi di cercarsi, tra nuovi scoscendimenti, la via; e là, dove incominciavano a trovarla, era gittato un pancone, che faceva ufficio di ponte. Il luogo alpestre era improntato di un’orrida bellezza. Davanti a Maurizio, e da tant’alto che pareva dovesse rovesciarglisi sulla testa, si dirupava la candida massa liquida, scintillante, spumeggiante, sempre in moto e sempre uguale nell’ampiezza del suo volume, venendo a frangersi in una larga incavatura del masso, donde rimbalzava divisa, sparpagliata, come una immensa capigliatura fluente di spume, in cento rivoli capricciosi e canori. Quanti scintillamenti cristallini! quante voci argentine di là! Ben vieni, parevano dire quelle voci a Maurizio, ben vieni. Frattanto, sul margine della cascata, l’arcobaleno stendeva a mezzo cerchio la fascia diafana dei suoi sette colori. Mai l’arcobaleno dell’Aiga era apparso più glorioso a Maurizio, più intenso, più luminoso, più vivo.
—Com’è bella,—pensava egli,—come è poetica la leggenda dei popoli primitivi! Hanno veduto nell’iride il pegno dell’alleanza tra Dio e le sue creature. Infatti, che cos’è l’arcobaleno? Un sorriso della luce dopo la tempesta. Qui le gocce del nembo, sciolte in vapori e sospese nell’aria, rifrangono i raggi del sole; ed è il sole, immagine di Dio, che si specchia in questo basso strato d’aria, largito per condizione di vita ai mortali.—
In un impeto di amore, Maurizio scoccò un bacio col sommo delle dita all’arcobaleno, che parve intenderlo, e gradire l’omaggio, muovendosi leggero leggero, quasi per far brillare i suoi colori d’una luce più viva.
Un’altra cura trattenne Maurizio colà, per alcuni minuti. Lungo le muscose pareti della stretta per cui scendeva la massa, delle acque, crescevano molti ciuffi di capelvenere, facendo ad ogni zampillo, ad ogni soffio di vento, tremolare sui lunghi picciuoli neri lucenti le verdi foglioline disposte a ventaglio. Quei graziosi e ben nomati ricami della natura piacevano tanto a Gisella; ed egli ne raccolse un bel pugno, per comporne un mazzetto, insieme con certi fiorellini azzurri che si vedevano spuntare qua e là. Fatto il suobottino, ripigliò la sua strada per l’erta: pochi minuti dopo giungeva alla macchia dei nocciuoli. Era là dietro, il torrione; era là, nascosto ancora ai suoi occhi, nascosto agli occhi di tutti, il suo nido. Ah, come gli batteva il cuore, afferrando quel colmo! E come fu lieto, mettendo il piede nel suo quieto rifugio! L’aspetto del luogo non era punto mutato; più folta la frappa, se mai, avendo i nocciuoli messo altri polloni in primavera. Tronchi grossi e sottili, asticciuole e virgulti, mettevano fuori gran ciocche di larghe foglie cuoriformi, arrotondate alla base. Già sulle vette dei rami si vedevano formati, a due, a tre, a quattro in un grappolo, i lunghi involucri verdolini campanulati e polposi, nel cui seno veniva crescendo il frutto, dal guscio ancora bianchiccio. Maurizio ricordò che da bambino li addentava volentieri, quei verdi invogli coriacei, per assaporarne il sugo aspretto, non dispiacevole al palato. E non era egli un bambino anche allora? Lasciava stare gli invogli delle nocciuole; ma componeva mazzetti di capelvenere e di talco celeste; intanto gli batteva il cuore nel petto. La cara donna sarebbe venuta lassù. Non più terrori, oramai; sarebbe venuta.
Terrori! e di che? Ma infine, Dio santo, perchè avete voi acceso questo fuoco nel cuore della vostra creatura? Non è un sacrifizio a voi, l’amore? non è un inno di lode per voi? Perchè dovremmo insospettircene? perchè dovremmo impaurirne? La legge, si dice. Ma l’uomo, l’uomosoltanto, ha fatta la legge, tela caduca, mutevole e vana; Dio ha fatto l’amore, la fiamma viva, durevole, eterna. Andate contro la legge; è niente, o poco meno di niente: andate contro l’amore; è lo schianto del cuore, il tormento dell’anima, la morte.
Ella e lui erano stati per morirne. Ma ora non più. Ed ella non doveva morire. Il medico aveva voluto veder troppe cose, in un momentaneo malore; si era troppo turbato di alcuni indizi fugaci, non sintomi, simulazioni di sintomi. Se si dovesse badare a tutte le passeggere irregolarità dell’organismo, ci sarebbe in verità da temere di averle tutte, le malattie dei trattati. Anch’egli, quante volte non si era sentito male nel corso della sua vita! quante volte, senza saper come nè perchè, non si era sentito andar via il cervello e la terra mancar sotto i piedi! Il medico di bordo gli aveva detto ridendo: inezie, scioccherie, scherzi del sangue; assottigliate questa volta, corroborate quest’altra; due giorni di dieta; nutritevi di più, ed altre cose simili. Quello era un dottore che la sapeva lunga. Ma quell’altro, il medico di San Giorgio! Un brav’uomo, e non c’era niente a ridire. Ma quelbrav’uomosi era ingannato. Come non esserne persuasi, oramai? Gisella non era stata mai così bella, così fiorente di salute, come dopo quel piccolo male, che aveva messo tutti in ansietà, e non era poi che l’effetto di un malaugurato cambiamento negli usi quotidiani della vita.
E bellissima, e fiorentissima, la cara donna aveva bisbigliato la sera innanzi a Maurizio:
—Domani andrò da Biancolina. È un pezzo che non vedo quella povera gente.... e quella bella montagna.
—Ci sarò io?—aveva chiesto egli tremando.
—Con che aria me lo domandate! Rizio farà bene ad essere da per tutto, come è nel mio cuore;—aveva ella risposto.—Tanto più, se vuol rinunciare a quella cera di funerale, che sembra accusarmi continuamente di crudeltà.—
Rizio si era sentito un gran rimescolo al cuore; il sangue gli era corso veloce alle tempie; gli occhi volevano schizzargli fuori dalle orbite. Se in quel punto lo avesse veduto il medico di San Giorgio, sicuramente ordinava un’altra applicazione di ghiaccio. Strano dottore, che non vedeva altro se non meningiti e vizi cardiaci!
Finalmente, ella doveva giunger lassù. Non più tormenti per lui, salvo quello di attenderla due o tre ore sulla montagna. Tanto tempo? Ma sì: con la solita prudenza egli aveva anticipata di tre ore la salita: facendo il giro largo e fermandosi al bosco, aveva consumato un’ora; lassù, poi, nel rifugio dell’Aiga era fuori d’ogni pericolo d’essere frastornato, perfino di esser veduto. Da quella banda i Feraudi non si mostravano mai; egli piuttosto avrebbe dovuto mostrarsi al Martinetto, poichè laggiù, con aria di non aspettarla, doveva incontrare Gisella. Maa quell’incontro fortuito non voleva andare troppo prima dell’ora. Che cosa avrebbe fatto laggiù? con qual pretesto avrebbe fatto una lunga fermata, egli che non soleva restarci più di quindici minuti, il tempo di salutare, di chieder notizie e di carezzare i bambini? Non si sarebbe sospettato che egli sapesse già della venuta, di Gisella, e che appunto per lei fosse andato a far sosta sull’aia dei Feraudi? Così, facendo l’ora del ritrovo, meditando la sua prossima felicità, sognando ad occhi aperti, guardava ad ogni tanto l’orologio. I minuti gli parevano secoli, e sempre al medesimo posto quelle lancette del malanno! Che cosa avevano, le due sottili asticciuole d’acciaio? Fatte per camminare, non volevano dunque più muoversi?
Le lancette ebbero pietà di lui, ma un po’ tardi, non un minuto prima del convenuto. Sono così metodici, gli orologi! Per uno che corre, quanti che ritardano! Erano le undici meno pochi minuti, quando egli uscì dal rifugio, e lento lento si avviò verso le rovine del Martinetto. Aveva lasciato sul sedile di pietra del torrione il suo mazzolino di capelveneri e di fiorellini azzurri, destinato a lei, e che perciò non doveva esser veduto anticipatamente da altri. Sceso sotto le rovine, si avviò per il solito sentiero che correva lungo la costa del monte, ed apparve alla vista del casolare dei Feraudi, avendo l’aria di venirsene a passo a passo dal Castèu. Lo videro da lontano i bambini, e Vittorio fu il primo a gridare:
—Il signor Maurizio! il signor Maurizio che viene da noi.—
Rosina accorse a sua volta, battendo le palme in segno di allegrezza; dietro a lui si affacciò Biancolina.
—Questi ragazzi vi fanno ritardare;—diss’ella, vedendo il signor di Vaussana, che lasciava la strada per prendere il sentieruolo del casolare.—Andate alla Balma?
—Sì, per portare alla contessa un’ambasciata di mia sorella Albertina;—rispose Maurizio, che sentiva il bisogno di preparare un buon pretesto.—Ma ci ho tempo;—soggiunse.—Tanto, a quest’ora non avranno finito di far colazione. E come va la salute?
—Bene, signor Maurizio; grazie a voi, non abbiamo più tempo di star male.
—Non dite questo, Biancolina. C’è qualchedun altro che vi assiste, e un po’ meglio di me.
—Volete dire quell’angelo della signora? La metteremo, se mai, a pari con voi. Son cinque giorni che non abbiamo la fortuna di vederla.
—Glielo dirò; glielo dirò, che non vi trascuri;—disse di rimando Maurizio, che non aveva l’aria di volersi rimettere in cammino per far la commissione.—E i vostri balocchi, bambini? Li avete già rotti? è il caso di rifarvi la provvista?—
Ne avevano infatti dei rotti; un cavallino, tra gli altri, a cui mancavano due gambe, e un cane che non abbaiava più, per essersi scollata lapelle del manticino. Ma ne avevano ancora dei nuovi, o quasi: un’arca di Noè, fabbricata a Norimberga, con otto o dieci animali ancora presentabili, e un alfabeto di legno, a cui, per miracolo, non mancavano che due o tre lettere. Quell’alfabeto era per allora il gran divertimento dei piccini. Vittorio conosceva già tutte le lettere; Rosina, più precoce di lui, compitava già qualche sillaba.
Seduto accanto alla tavola di cucina, Maurizio si divertì ad ordinare in varie forme parecchi tasselli di quell’alfabeto infantile. Cominciò col nome di Biancolina, e finì con quello di Gisella, tenendo desta l’attenzione dei ragazzi, e ammirando la prontezza con cui sillabava la piccola Rosina. Così nessuno si avvide della contessa Gisella, quando ella apparve sull’aia; e la bella signora, capitando improvvisamente là dentro, fu accolta da un grido di lieta maraviglia. S’intende che il più maravigliato di tutti parve il signor di Vaussana.
Vestita del suo prediletto color bianco, rallegrato dalle solite screziature di rosso, fresca, giovanile più che mai nell’aspetto, animosa nel sorriso delle labbra e nello sfavillìo delle pupille d’indaco, la contessa Gisella giustificava pienamente l’opinione di Maurizio: non era mai stata così bella come allora. Cessata la festa di tutti per la sua improvvisa apparizione, rimase lungamente a discorrere con Biancolina, a baloccarsi coi ragazzi, tenendo sulle spine Maurizio, che vedeva oramai correr tanto veloce il tempo, quanto era stato lento da prima. Egli chiedeva a sè stesso come mai avrebbe fatto la signora a spiccarsi di là, e incominciava a temere ch’ella non volesse più muoversi, se non per ritornare alla Balma.
—Sapete?—le disse, dopo aver almanaccato un bel pezzo.—Venivo a farvi un’ambasciata da parte di mia sorella Albertina.
—Non ce ne sarà più bisogno,—rispose Gisella,—perchè vado io da lei. Come vedete, ero in istrada. Ma voi, piuttosto, signor Maurizio, non avevate gran fretta di giungere alla Balma.
—Mi hanno veduto i bambini, mentre passavo di là sotto;—replicò egli, felice di avere avviate le cose.—Perciò mi son fermato un momento; come voi, signora, come voi.
—Quanto a me,—disse Gisella,—è un altro affare. Io non passo mai di qua senza fermarmi al Martinetto, per salutar Biancolina. Del resto,—soggiunse cerimoniosa,—ci ho guadagnato d’incontrarvi e di avere un buon compagno per la discesa. Venite dunque, Vaussana, e faremo anche il giro più largo. Così mentirà una volta ancora la vostra impresa:tout droict Sospel.
—Così la spiegate?—diss’egli, facendo bocca da ridere.
—E come no? Siete l’uomo dei gran giri, voi; ed anche delle lunghe fermate. Ci avete sempre qualche albero da ammirare, qualche sasso daadorare, qualche filo d’erba da restarci incantato.—
In questo modo era trovata la gretola. Salutata Biancolina, fatta una piccola distribuzione di confetti a Rosina e a Vittorio, la bella signora si avviò con Maurizio per la discesa; ma senza continuarla a lungo. Giunta appena fuor dalla vista del casolare, prese con Maurizio il sentiero verso le rovine del Martinetto. Finalmente! Ma ella tremava un pochino, prendendo il braccio che le offriva Maurizio.
—Ah!—esclamò egli, turbato.—Che avete?
—Nulla, nulla, son forte, più forte che tu non immagini;—s’affrettò ella a rispondere.—Povero mio Rizio! Hai tanto sofferto, non è vero?
—Mio Dio!—mormorò egli.—Temevo di non vederti più.... così, come quest’oggi. E sarebbe stato un orrore.
—A chi lo dici! Ero ben cattiva;—rispose ella, reclinando la bionda testa sul petto del compagno.—Ma voglio che tu mi perdoni; voglio che tu viva, che non ti ammali più, mio povero Rizio. Che viso hai tu, quando soffri! e come mi levi allora il coraggio! Ho combattuto, ho resistito a lungo; ma sono stata vinta, vinta, per non ripigliarmi mai più. L’ho detto ieri, l’ho giurato a me stessa: non sarà mai che il povero Rizio soffra tanto per cagion mia. Soffrivo anch’io, sai? Ma per me avrei sofferto ancora; non ci avrei badato; avrei saputo morire.Per te, no; per te mi son mancate le forze. Pensando come sei stato male, come hai vaneggiato, come hai delirato, mi sento un’altra, capisci? un’altra; quella di prima, dei giorni belli, che erano i tuoi, come questa povera creatura, che ritorna nelle tue braccia.—
Rabbrividì, entrando nella macchia; ma si riebbe, sotto un bacio di Maurizio, nel punto che egli metteva il braccio davanti a lei, per isviare i rami dei nocciuoli e darle passo nel folto. Voleva esser forte, valorosa, allegra; e sorrise al suo nido così bene ascoso nel verde, nell’atto di porre il piede sulla soglia del terrazzo. Ma il sorriso le morì sulle labbra, ed ella tremò tutta, vedendo un gesto di turbamento del suo dolce compagno.
—Che hai, Rizio?—gli domandò sbigottita.
—Nulla, nulla;—rispose egli, padroneggiandosi a stento.—Dei fiori, per voi.... Credevo di averli lasciati qui.... Li avrò forse portati con me, senza avvedermene, e mi saranno caduti.—
Parlava così, cercando d’ingannare sè stesso. Ma era ben sicuro del contrario, e tremava.
—Caduti? Certamente, ma non laggiù;—diss’ella, che in un volger d’occhio aveva frugato da per tutto.—Sarebbero questi, per caso?—
Così dicendo, muoveva verso il parapetto, e si chinava a raccattare in un angolo un mazzolino di capelveneri.
—Son questi, sì, son questi;—rispose Maurizio, respirando.—Ma come così lontano dal sedile, dove io li avevo collocati? Perchè mi ricordo, ora, mi ricordo bene di averli posati qui, al vostro posto.
—Ebbene?—ripigliò Gisella.—Erano qui? Rimettili dove li avevi lasciati. Vedi? ruzzolano ancora; segno che il sedile non è ben piano. Che caro spericolone, il mio Rizio! e come corre subito a pensare il peggio! Eravamo già lì col mal augurio, non è vero?—
Maurizio sorrise, e si calmò. Ma aveva avuta una bella paura.
—No, no;—rispose egli.—Cioè, diciamo pure di sì. Temevo di aver perduto quei fiori: e sarebbe stato veramente un cattivo augurio per me.—
Non voleva dire: temevo che qualcheduno fosse stato qui, mentre eravamo laggiù. Del resto, il dirlo sarebbe stato inutile, poichè i fiori erano stati ritrovati, e l’esperimento di Gisella aveva dimostrato in che modo fosse caduto il mazzolino. Egli era persuaso oramai, e voleva discacciare tutti i negri pensieri. Per discacciarli bene, bastava guardare quella stupenda creatura nel viso. Com’era bella. Dio santo! Maurizio la trasse a sè, con una gran sete di baci che gli ardeva il sangue, che lo stringeva alla gola.
Momento supremo! Stanchi di rincorrersi tra i rami, gli uccellini posavano sotto la frappa, sotto la bella frappa tinta di un verde carico, vaporante all’aria tiepida del mezzodì gli acriprofumi dei succhi vigorosi. Dormiva la brezza sotto la vampa del sole; e ad ogni palpito lieve del suo buon sonno, si muovevano lenti i chiari smeraldi onde i raggi solari frastagliavano capricciosamente i vani strati diseguali del cupo fogliame. In quell’alta pace delle cose, sola continuava ad agitarsi la cascata d’Aiga, rapida, fremebonda, impetuosa nella sua curva rutilante, cantando con assiduo metro all’abisso la sua canzone d’amore. E mentre essa volava piombando con desiderio infinito nel seno dell’amato, Rizio stringeva fra le sue braccia la bella creatura adorata, guardandola negli occhi, divorandola coi baci, e poi guardandola ancora, insaziato, insaziabile. Strana bellezza di quegli occhi! Per entro all’umor cristallino dal colore dell’indaco stemperato, nuotavano pagliole d’oro, simili alle vene ed ai punti del prezioso metallo ond’è sparsa la massa turchina del lapislazzoli. Ma in questa gemma è l’oro imprigionato ed immobile: in quegli occhi divini, come in gemme viventi, indaco ed oro palpitavano balenando; ed ogni palpito era una voce del cuore, ogni baleno un pensiero dell’anima, che si sprigionava di là, involgendo, accarezzando, inebriando. Momento divino! Le anime si son ritrovate; le anime si ricongiungono in quel punto; le anime si confondono l’una nell’altra, invocando l’eternità dell’istante. Sempre, van ripetendo le labbra, sempre, sempre! E nella dolce parola, proferita con tutta la energia di cui l’accentoumano è capace, non una lettera si perde, ognuna ha suono, colore e calore. La prima sillaba è una aspirazione intensa, come di preghiera in cui tutti i sentimenti si stemprino; la seconda riproduce la stretta violenta d’un bacio che scocchi premendo; le collega ambedue una profonda caduta, un abbandono confidente dell’essere. Sempre! O buon Dio, clemente e misericordioso Signore, che di tanta tenerezza, di tanta soavità, di tanta beatitudine avete fatto l’amore, perchè non fare di eternità il suo momento supremo? È ben vero che l’eternità parrebbe anch’essa un istante, e mai come allora si sentirebbe che le due cose son una.
Tutto ad un tratto la bella creatura sussultò nelle braccia di Rizio. Gli occhi si dilatarono in espressione di terrore; si scolorarono le labbra, e ne proruppe un grido d’angoscia. Tremante all’atto repentino, stringendo più forte la sua Gisella, quasi temesse in quell’istante di perderla, Maurizio girò tutto intorno gli occhi sospettosi: non vide nulla di nuovo; ed ancora si volse a lei, chiedendole collo sguardo il perchè del suo turbamento improvviso.
—Lui!—mormorò ella con accento soffocato.
—Lui!—ripetè Maurizio.—Chi? dove?—
E guardò ancora, guardò meglio, dove pareva accennare lo sguardo atterrito di Gisella. Frattanto, alzandosi a mezzo, si atteggiava istintivamente a difesa.
—Lui! lui! non vedi?—gridò ella, aggrappandosi spaventata alle braccia di Maurizio.—No, no, pietà, non mi guardate così!—soggiungeva con accento supplichevole.
Allora anche Maurizio vide. I capelli gli si rizzarono sulla fronte, e un freddo acuto gli corse per tutte le vene. Là, nella frappa, dalla parte dond’essi erano venuti al rifugio, ritto sul fianco, alta la testa, in atto severo, vestito d’una gran tonaca di color marrone, si vedeva un monaco; lui, lui, il padre Anselmo da Carsoli. Immobile della persona, irrigidito nel suo atteggiamento spettrale, non accennava di voler fare un passo più avanti; ma, a guardarlo bene, si vedeva tentennare lentamente il capo, con aria di muto rimprovero. Ad un tratto levò il braccio e tese la mano, minacciando col gesto, come già minacciava collo sguardo.
Maurizio era rimasto un istante perplesso, fissando con occhi sbarrati la strana apparizione. Ma tosto, irritato da quel gesto minaccioso, non potendo più sopportare la tetra luce di quello sguardo severo, fece l’atto di avventarsegli contro. Gisella lo trattenne, Gisella che si avvinghiava disperata al collo di lui.
—No, no,—ripeteva ella, come pazza di terrore.—Abbiate compassione! Dannata no.... dannata no. Voi me lo avevate detto; è vero, sì, è vero; sareste venuto a rinfacciarmi il mio delitto, venuto ad ogni modo, in ogni tempo, dovunque vi foste trovato, a punirmene. Lo so, padre, lo so. Ma egli moriva, moriva per cagionmia. Perdono! Iddio non poteva volerlo; perdono!—
Il colpo era stato troppo grave, l’esaltazione troppo grande; la povera creatura, disfatta dallo sforzo violento, ricadde inerte nelle braccia di Maurizio. Fremente di sdegno, egli l’adagiò sul sedile, e libero appena del caro peso si scagliò contro il monaco. Più nulla; il monaco era scomparso. Ma come? neanche una foglia si muoveva laggiù, dov’egli lo aveva pur dianzi veduto; nè alcuno strepito di rami smossi si udiva nella macchia, nè alcun rumore di passi tra gli sterpi. Un fantasma, dunque? E la povera Gisella nel suo terrore, ed egli sotto la pressione delle braccia di lei, erano stati in balìa d’una medesima allucinazione?
Gisella era svenuta. Sbigottito, egli corse all’acqua, risicando ad ogni passo di scivolar nell’abisso. Là, nel fascio spumeggiante, intrise il fazzoletto a guisa di spugna, per venire sollecitamente a spruzzarne il volto e il collo della creatura adorata. Con mano mal destra, ma pronta, strappando convulsamente dove non poteva slacciare, le aperse la veste al sommo del petto, per farla respirare più libera. Non ebbe pace, non ebbe posa, fino a tanto non la vide riaprire i begli occhi languidi alla luce del giorno.
Allora, prendendo animo dalla necessità del momento, se la recò tra le braccia e si avviò verso la macchia dei nocciuoli; proteggendole ilvolto come poteva, andando a ritroso, cacciandosi avanti colle spalle e coi gomiti, si faceva strada a forza tra i rami. Che orrore! che orrore, se non avesse potuto trarre in salvo la dolce creatura! Ma finalmente.... finalmente, uscivano da quell’intrico di piante. Ancora un centinaio di passi, e le rovine del Martinetto erano in vista.
Biancolina Feraudi ebbe quel giorno un segreto da custodire, anche per suo marito, quando il brav’uomo fu richiamato a gran voce dal pascolo e mandato in fretta e furia alla Balma, per avvertire il conte Matignon del triste caso toccato alla sua signora, mentre ella si trovava di passaggio al casolare del Martinetto.
Il generale ricevette l’annunzio doloroso mentre ritornava da una delle igieniche cavalcate che da pochi giorni aveva preso a fare per ordinazione del medico. Spaventato accorse, ansando e sbuffando, ma facendo i passi lunghi e frettolosi, come un giovanotto, non avvedendosi neanche della cattiva strada che doveva fare per recarsi lassù. Quando giunse, trovò Gisella ancora mezzo vestita, distesa sul letto di Biancolina, e il medico di San Giorgio al suo capezzale. La povera bella era inerte, con le braccia abbandonate sul lenzuolo, gli occhi semichiusi, cerea nel volto, come una morta.
—Che cosa è stato?—gridò il generale, cacciandosi avanti a guardare, poi rivolgendosi con gli occhi stralunati verso il dottore.—Parlate, in nome di Dio!
—Signor generale, che dirvi?—mormorò il dottore.—È ancora il suo male. Non era eliminata.... non poteva eliminarsi la causa.... e gli effetti si ripetono. Fortuna ancora che il signor di Vaussana è venuto ad avvertirmi subito.
—Sì,—soggiunse Biancolina,—e fortuna maggiore che i miei piccini l’abbiano veduto passar qui sotto, mentre dal Castèu si recava alla Balma. È stata una vera provvidenza che egli si ritrovasse sulla strada.—
Quella brava donna non era stata avvertita nè pregata di nulla; aveva indovinato tutto, o quasi tutto, e trovava nel suo cuore riconoscente il segreto delle pietose bugìe. Ma non era tempo per nessuno di fare indagini troppo minute: l’essenziale era di provvedere, di correre ai rimedii, di salvare, se fosse possibile, la povera inferma. Che cosa pensava il medico? che cosa consigliava? Il medico Soleri per allora non pensava, non consigliava nulla; bensì aveva molto da fare. Ripigliava in quel punto l’ufficio che dall’arrivo del generale gli era stato interrotto: con forti, assidue strofinate cercava di riattivare le funzioni cutanee. Biancolina, dal canto suo, con un gran ventaglio (il suo ventaglio di sposa, serbato fin allora gelosamentenel suo forziere nuziale) rinfrescava l’aria al viso ed al petto dell’inferma.
—Non c’è altro?—chiese il generale, dopo alcuni minuti.—Non c’è altro da fare?
—Sì, sì, non dubitate;—rispose il dottore.—Si fa ora quel che si può, in attesa dei rimedii.—
Aveva appena finito di parlare, che si sentì rumore di persone accorrenti. Giungeva allora il signor Maurizio, affannato, grondante di sudore, con una sporta tra mani.
—Ecco;—diss’egli, senza pure avvedersi della presenza del generale;—vedete se c’è tutto quello che avete ordinato.
—Siate benedetto!—rispose il dottore, mettendo mano alla sporta, e traendone fuori l’uno dopo l’altro parecchi involtini, boccette ed arnesi di varie forme.—Anche del cognac! egregiamente;—soggiunse, prendendo una bottiglia di vecchio Martel, e versandone alcune gocce in un piccolo cucchiaio, che accostò subito alle labbra dell’inferma.
Il generale si buttò nelle braccia di Maurizio, mescolando lagrime e ringraziamenti. Maurizio, a tutta prima confuso, accolse in silenzio quella dimostrazione affettuosa, che sentiva di meritar così poco. Ben presto la loro attenzione fu rivolta alla povera giacente. Le gocce dello spiritoso liquore l’avevano rianimata un tratto. Ma il respiro era quasi impercettibile, e si sentivano appena i battiti del cuore. Raccomandato aBiancolina di strofinar lei le braccia e il seno dell’inferma, il dottore aveva messo mano ad altri apparecchi, per farle alcune iniezioni ipodermiche di etere e di liquore anisato di ammonio. Era di una operosità portentosa, il bravo dottore. Trovò anche modo di applicare qualche vescicatorio volante, determinato con ammoniaca liquida concentrata. Oramai, la sporta di Maurizio gli permetteva quell’abbondanza di tentativi. E ci volevano tutti, proprio tutti, per far riavere la povera donna. Respirando sempre a stento, aperse gli occhi e li girò lentamente intorno; riconobbe il generale, allora, e con un fil di voce proferì il nome di lui.
—Ettore!...
—Oh, Gisella, figlia mia!—gridò egli, precipitandosi alla sponda del letto e dando in uno scoppio di pianto.
—Via, via! gli uomini non ridiventino bambini!—disse il dottor Soleri, intromettendosi coll’autorità del suo ministero.—Generale, lasciate fare; non turbiamo con queste commozioni il poco che si è potuto ottenere finora.
—Avete ragione;—disse il vecchio, ritraendosi;—obbedisco. Ma voi salvatela, dottore, salvatela!—
E andò singhiozzando a sedersi in un angolo, accanto a Maurizio, che si era buttato là sopra una scranna, con gli occhi a terra, senza parole, senza lagrime. Poco stante giungeva la contessa Albertina che avevano fatto chiamare i Feraudi. La mite e buona signora del Castèu, col pronto coraggio silenzioso che è tutto delle donne, prese subito il suo posto d’infermiera accanto al vecchio dottore.
Passarono due ore di terribile angoscia per tutti. Il respiro dell’inferma si era fatto più lento: appena dieci respirazioni al minuto. Il dottore credette necessario di avvertire che non aveva più speranze. Veramente, non ne aveva avute mai, dal momento ch’era stato chiamato. Ma parlava così per trarne occasione di consigliare che si mandasse pel prete, se pure i conforti religiosi fossero per piacere alla famiglia. Albertina conosceva l’animo di Gisella: si affrettò a condurre il generale fuori della camera, per dirgli il parere del medico, e insieme il suo consiglio, che non poteva essere disforme dal desiderio della malata.
—Tutto ciò che vorrete;—rispose il vecchio gentiluomo, stringendosi i pugni alla fronte.—Se Dio facesse un miracolo! Credete voi che lo farà?—
Albertina levò gli occhi al cielo, e uscita di là spedì subito ad avvisar l’arciprete di San Giorgio.
Mezz’ora dopo don Martino era giunto, con la cotta, la stola e la pisside, involta nel suo copertoio di seta. Dio entrava con lui; si ritirarono tutti. La giacente accolse don Martino con un lampo dagli occhi e un sorriso. Certamente aspettava quel momento. Ma non avevaforza di parlare, per confessarsi; don Martino parlò per lei; all’invito del confessore, una lieve pressione di mano, un lieve cenno delle labbra, doveva dire il pentimento delle colpe. L’assoluzione fu pronta, e pronto del pari fu il rito che univa quell’anima a Dio. Un senso di beatitudine si diffuse allora sul volto cereo della morente. Il medico poteva rientrare, e tutti gli altri con lui.
Il generale era rimasto nella cucina, seduto presso la tavola, con le braccia ripiegate sulla lastra e il volto ascoso nelle braccia. Doveva essersi assopito; non si era mosso, infatti, nè alla partenza di don Martino, nè all’andare e venire degli altri.
Maurizio entrò a sua volta nella camera, e si accostò al letto di Gisella. Non poteva più resistere al desiderio di vederla ancora. Il medico e Albertina stavano a’ piedi del letto, preparando una pozione, ed egli fu solo un istante al capezzale. Gisella aveva gli occhi semichiusi; lo vide, lo riconobbe, e fece uno sforzo per proferire qualche parola. Non fu che un soffio, per altro; ma egli intese quel soffio.
—Dio perdona;—diss’ella.
—Oh! perdoni a tutti;—rispose Maurizio.
Gisella aveva mossa la mano; ed egli aveva presa quella mano. Gisella allora volse gli occhi, come invitandolo a seguire il suo movimento; ed egli pure volse gli occhi dove ella accennava. Ah! che voleva dir ciò? Mauriziorabbrividì, mentre un sudor freddo gli bagnava le tempie. Dall’altra banda del letto, il frate! ancora il frate! Ma egli aveva il cappuccio calato sulle spalle; la testa del padre Anselmo appariva intiera, luminosa; l’aspetto era benevolo, la mano era stesa in atto di benedire.
Maurizio s’inchinò umiliato, e lasciò la mano di Gisella. Quando rialzò gli occhi non vide più il monaco. La visione era sparita. Gisella sorrideva ancora, e cercava con gli occhi, pareva domandar qualche cosa, o qualcheduno.
—Chi?—disse Maurizio—il dottore?
Ella fece un cenno di diniego col capo.
—Il generale?—rispose Maurizio.
Il capo e gli occhi di Gisella accennarono di sì.
Maurizio si mosse sollecito, e andò dal generale, che era ancora assopito. Scosso da lui, il conte Ettore si destò in soprassalto.
—Morta?—esclamò egli, rabbrividendo.
—No, generale; vi chiede.—
Il vecchio gentiluomo accorse, e si chinò con atto affettuoso verso di lei. Gisella guardò il marito, lo guardò lungamente; poi si sforzò di sorridergli. Schiantava il cuore, quel triste sorriso. E volle parlare, la povera creatura; ma non le venne più fatto. Maurizio, che vide l’atteggiamento di quelle labbra scolorate, Maurizio che ne colse una sillaba, intese ciò che la morente voleva dire al marito. E si ritrasse ancora, premendosi il pugno al cuore, che pareva volesse scoppiargli in quel punto.
—Ah!—pensò egli.—Perdono! sempre perdono! Chi perdonerà a me il mio delitto?—
Il rantolo crescente diceva che gli ultimi momenti si avvicinavano. Il medico tentò ancora di richiamare quella povera vita fuggente: ma l’etere non valse più a prolungarle l’agonia. Erano paralizzate le contrazioni del cuore; le respirazioni non più di sei al minuto. Albertina s’inginocchiò presso la sponda del letto, pregando. Anch’egli inginocchiato, il conte Ettore copriva la mano di Gisella delle sue lagrime silenziose. Quella mano a grado a grado si raffreddò tra le sue. Era cessato il respiro, cessato il movimento del cuore; un placido sorriso si era diffuso sulle labbra di Gisella. Le ombre del crepuscolo incominciavano ad invadere la stanza, viva ancora di mormorate preghiere, di mal rattenuti singhiozzi, e la bella creatura si era spenta dolcemente, addormentata con Dio.
Quella sera fu un gran pianto a San Giorgio. È dolore, è rammarico profondo in ogni paese, quando muore una bella donna, quando sparisce per sempre una di quelle figure in cui eravamo avvezzi a vedere la divinità in forma terrena. Ma nel paese di San Giorgio la contessa Gisella non era soltanto ammirata per la sua grande bellezza; era anche amata per la sua grande bontà. Dopo che l’avevano veduta entrare in chiesa, quei buoni alpigiani la consideravano una santa, e non dubitavano punto ch’ella non fosse per convertire alla fede il marito.