Era il giovedì santo.
I drappi neri e la cotonina nera, sbiadita dal lungo uso, gettavano ombre livide nella chiesuola, di solito così piena di luce, di aria e di campestre gaiezza.
Fuori, la campagna risplendeva: gl'insetti ronzavano; i passeri annidati sotto il cornicione della chiesa cinguettavano allegramente; e le rondini appena arrivate dai lidi lontani, parea che avessero mille cose da raccontarsi; mille osservazioni curiose da comunicare l'una all'altra.
Anche nella chiesa era un bisbiglio sommesso, un biascicamento di orazioni miste a sospiri. Le donne che si erano confessate la sera innanzi aspettavano l'ora della comunione.
Alcuni chierici finivano di adornare il sepolcro nella cappella laterale. In sagrestia, altri chierici si vestivano, preparavano gli oggetti per la prossima funzione, insieme a due pretonzoli venuti da un paese vicino per aiutare don Giorgio e buscarsi qualche soldo.
Nell'angolo più appartato, don Giorgio in cotta bianca e stola ricamata sopra la lunga veste nera, finiva di confessare gli uomini. Da due ore egli stava lì seduto, quasi immobile, nella luce tediosa di quella stanzuccia, nell'aria grave per tanti fiati misti al puzzo di moccolaia.
Una invincibile uggia abbatteva i suoi nervi; e il viso giovine, ancora fresco, dai lineamenti regolarissimi, appariva stirato, affranto: con dei lividori sotto ai piccoli occhi grigi, affondati, e intorno alla bocca tumida, sensuale. Alcune rughe precoci gli solcavano la fronte bianca; e la mano affilata, s'agitava per un moto nervoso nella schiacciante inoperosità. Nei movimentidel capo, il marchio sacerdotale luccicava come un disco d'avorio tra i folti capelli neri, nella luce filata che scendeva dalle alte finestre.
Di tratto in tratto, dopo di avere lungamente ascoltato, pronunciando appena le parole indispensabili, don Giorgio pareva preso da un grande interesse e si metteva a parlare con benevola effusione, curvandosi un poco sul penitente inginocchiato ai suoi piedi. Era la sua una eloquenza semplice e calda, alla portata di chi l'ascoltava: ispirata a una grande pietà. Dal pergamo o in confessione, le sue parole esprimevano quasi sempre un conforto, raramente un rimprovero. Ma egli sentiva l'inutilità del suo ardore; e una stanchezza mortale, uno sfiduciamento scettico s'impadronivano di tutto il suo essere, malgrado gli sforzi della volontà.
Nato in campagna, dotato di un corpo robusto, ricco di una esuberante giovinezza, don Giorgio soffriva specialmente della inoperosità materiale. Felice quando poteva maneggiare la zappa e la vanga nell'orto del presbitero; quando i doveri del suo stato lo portavano nel crudo inverno, o nella cocente estate, da una cascinaall'altra, di paesello in paesello; per la campagna gelata o sotto al sole ardente. L'aria tepida della chiesa, impregnata d'incenso e di esalazioni umane, lo sfibrava. Aveva languori strani; subitanei incitamenti. Volta a volta, gli pareva che il sangue gli s'arrestasse nelle vene spegnendogli ogni forza, ogni vita; mentre l'istante appresso era un torrente precipitoso che minacciava di straripare.
Nessuno più adatto di questo prete per comprendere i difetti e i bisogni dei contadini; ma nessuno più convinto di lui, che a mettersi in testa di correggerli e di migliorarli, avrebbe perso tempo e fatica.
—Troppa miseria!—soleva dire scrollando le larghe spalle—e troppo densa, inveterata ignoranza!
Egli faceva tuttavia quanto poteva fare, chè la pietà rimaneva ardente in fondo al suo cuore.
I contadini, senza comprenderlo, gli volevano bene; e se scoprivano in lui qualche debolezza, la coprivano con la stessa indulgenza di cui egli era così largo verso di loro.
Da parecchi mesi, forse fin dalle prime settimane che l'avevano mandato a quella cura, nel maggio dell'anno avanti, la grande debolezza di don Giorgio Castellani era la Cristina Scaramelli, quella bella ragazza ardita e franca, capace di sentimenti e d'intuizioni superiori al suo stato. Per amore di lei, egli s'era preso al servizio il vecchio Marco, gran fannullone, capace di votargli la cantina piuttosto che badare alla casa e all'orto. Ma la Cristina andava di tratto in tratto a dare una mano al vecchio ubbriacone, e il giovane curato aveva il piacere di vederla. Non una parola, però, aveva rivelato l'ardore segreto; neppure un cenno. Le sue labbra avevano i sette mistici suggelli. Soltanto gli occhi parlavano audacemente, accesi dal fuoco dell'amore.
E Cristina intendeva il linguaggio di quegli occhi, perchè lei pure era trascinata da una forza ineluttabile. Nonostante, se qualcuno si permetteva uno scherzo troppo... campestre, una allusione un po' salace, ella si rivoltava tutta di un pezzo.
Don Giorgio?... Ma che!... Un santo era!...
E se la parola non bastava, il braccio robustodella lavoratrice si levava per sostenere nel modo più energico la santità dell'ideale amante.
***
Le otto sonavano all'orologio del vecchio campanile, e ancora don Giorgio confessava gli uomini.
Tre ore!
E ce ne voleva prima che la fosse finita!
Don Giorgio contava meccanicamente quelli che aspettavano. Ogni volta che ne aveva assolto uno, e un altro andava ad inginocchiarsi ai suoi piedi per narrargli, nel solito modo grossolano, i vecchi peccati triviali, le vecchie miserie, don Giorgio sentiva che le sue forze diminuivano e l'uggia cresceva. Le distrazioni lo assalivano accanitamente. Alzava gli occhi, spingeva lo sguardo fuori della sagrestia, nella chiesa, tra le donne inginocchiate, cercando la Cristina; ripensando tristamente alle cose ch'ella gli aveva dette in confessione la sera innanzi.
Oh! a quale cimento l'aveva messo!
—Voglio bene a uno—aveva detto tremando la giovane voce impregnata di lagrime, di cui egli sentiva il soffio caldo traverso la graticcia,—voglio bene a uno che non mi può sposare... E gli voglio tanto bene che non me ne importerebbe niente di essere sposata... Questo è un grave peccato, lo so... e lui non vorrà mai... è un santo lui... Per questo... perchè sono stanca di patire... ho fissato di andare via... in America...
Ella soffocava; le mancava la voce per la gran vergogna e il dolore, ma diceva, perchè voleva dire.
Dio di Dio! Che passione di non poterla stringere fra le braccia e baciarla sulla bocca mentre parlava!...
Eppure egli aveva avuto il feroce coraggio di dirle che avrebbe fatto benissimo a partire, che era il suo dovere, che Dio l'avrebbe ricompensata ridonandole la pace dell'anima!...
E intanto si sentiva ardere e gelare. Non aveva patito così dacchè era al mondo.
Tutta la notte poi senza chiudere occhio;tormentato da spasimi incredibili... E ora si sentiva le ossa come frantumate; la bocca amara di tossico; il cervello torpido.
Era umano, soffrire a quel modo?... Perchè Dio gli aveva dato quel temperamento?... Ah! il male era di avere vestito quell'abito! Non ci era Dio, nè santi. Si trattava di una povera figliuola che egli avrebbe disonorata...
Un altro pensiero sorgeva improvviso nel suo animo turbato: forse l'aveva già disonorata guardandola, tirandosela in casa... I contadini, che l'avevano indovinato—di questo era certo—non potevano supporre... ma che!...
Lo stimavano lo stesso, però, lo compativano, perchè era giovane e con quel temperamento!... Loro già accomodavano ogni cosa: la terra e il cielo.
E continuava a cercare la Cristina e ad assolvere i peccatori. Assolveva tutti; ora per un sentimento di pietà fraternevole, ora sbadatamente.
Ma dov'era la Cristina? Non si sarebbe presentata alla Comunione?... Egli le aveva detto che se pensava ancora al suo amore, se ne sognavanella notte, non avrebbe potuto accostarsi alla mensa del Signore... Perchè dirle di quelle cose, lui che pensava sempre al suo amore, che ne sognava a occhi aperti?... Ah, perchè?... Per la speranza non confessata, ma conscia, ch'ella ritornasse a confessarsi la mattina, a dirgli che aveva pianto, sognato, delirato... come lui stesso!...
—Mea culpa... mea culpa...diceva con voce rotta un nuovo penitente inginocchiato ai suoi piedi.
Era un mingherlino, traballante sulle gambe, il viso bruciato, l'occhio spento: Marco Scaramelli, il padre di Maria e di Cristina.
Il prete gli conosceva i peccati dal primo all'ultimo.
—Anche ieri sera, sì, padre, signor curato... anche ieri sera!... Non posso trattenermi... non posso...
—Hai bevuto l'acquavite?...
—... Sì... Sono entrato dal tabaccaio... me l'hanno offerta...
—Dovresti almeno accontentarti del vinodella mia cantina che bevi, di nascosto, oltre quello che ti do...
—Oh!... signor curato, creda...
—Ricordati che stai confessandoti... non commettere sacrilegio almeno.
E il confessore si mise ad ammonire quello sciagurato, un po' con le brusche, un po' con le buone, convinto di non ottenere nulla; chè quello avrebbe continuato a bruciarsi coi veleni alcoolici che i liquoristi vendono ai poveri diavoli.
E non faceva lo stesso lui?... Non si bruciava tutti i giorni con la sua passione?... Non si era bruciato fin dall'adolescenza fissando gli occhi concupiscenti su tutte le donne?... E ora che ne desiderava una sola, era peggio che mai!... sarebbe disceso irreparabilmente, sempre più giù... fino alla dannazione dell'anima... alla rovina di tutta la sua esistenza.
Un brivido gli corse per le vene; i suoi pensieri si concentrarono sopra un solo soggetto; dimenticò l'ubbriacone e le tristi considerazioni che gli aveva ispirato.
Aveva scorto la Cristina.
Era inginocchiata in terra presso alSepolcro; il viso nelle mani, la testa curva, pareva annichilita.
Piangeva forse.
Don Giorgio sbrigò alla lesta il vecchio Scaramelli, assolvendolo con una indulgenza forse eccessiva—forse colpevole.
Presso alla Cristina, la moglie di Sandro pregava con intenso fervore.
—Ah!—pensò il curato—devo occuparmi anche di quella lì!... Cristina me l'ha raccomandata.
E cercò con gli occhi Sandro Rampoldi rimasto fra gli ultimi penitenti.
Un'altra colpa d'amore: un adulterio incestuoso! Caso purtroppo non raro tra campagnuoli.
Osservando i due amanti, mentre un mezzo cretino, che aveva preso il posto di Marco, si perdeva in un lungo racconto, don Giorgio li giudicava con sicurezza. Sandro gli era sempre parso un buon uomo.
Non poteva che essere acciecato dalla passione, dalla sensualità... Ma la Virginia gli pareva una furba da non affrontarsi direttamente.Nessun mezzo morale poteva avere presa su quell'indole molle, astuta, scivolante. Non sedotta, seduttrice, lei doveva aver trascinato Sandro al tradimento del fratello; appena sposa forse; e senza passione, senza acciecamento; per comandare a due uomini invece che a uno solo; perchè i guadagni di tutti e due mettessero capo nelle sue mani, e lei potesse contentare i suoi vizi capitali di contadina: l'avarizia e la gola. Certo era di quelle egoiste meschine che pensano a farsi la parte più comoda nella vita, a spese di chi le circonda; ma senza violenza, adoperando i vezzi, le moine, le astuzie.
Non vi poteva essere che un mezzo per farla retrocedere nel suo cammino: la forza. Bisognava schiacciarla.
Ma come?... Avvertire Pietro? Quel toro in furore l'avrebbe stritolata!... A meno che lei non trovasse il modo di calmarlo, protestandosi innocente, accusando magari il suo complice per salvare se stessa. Allora il solo Sandro sarebbe andato di mezzo; e Maria avrebbe pianto tutte le sue lagrime. Bisognava scegliere un'altra via. Commuovere Sandro sullo stato della sua poveramoglie: toccargli il cuore. Non era un'indole recalcitrante, tutt'altro. Ma vicino alla Virginia sarebbe ricaduto e come! Bisognava allontanarlo dunque.
Contento in fondo di questa nuova preoccupazione, che lo sottraeva per qualche istante almeno all'incubo tormentoso della propria passione, don Giorgio tornò a volgere lo sguardo sui contadini che ancora aspettavano. Erano due: un giovinetto che faceva il galante con tutte le ragazze del circondario, e Sandro Rampoldi.
Sandro si era tenuto per ultimo. Segno di ripugnanza. E la sua bella faccia abbronzata, dai lineamenti severi e composti, rivelava una vaga inquietudine: segno che la battaglia interna era fiera.
Queste sommarie osservazioni bastarono al confessore per giudicare che, senza la suggestione dell'abitudine, senza il timore dello scandalo, quell'uomo—che era sempre stato religioso—sarebbe fuggito di chiesa, o non vi sarebbe neppure entrato.
Ben presto, anche il bel conquistatore se ne andò assolto.
Serio e imponente nel suo portamento d'antico soldato, pur non riuscendo a vincere un leggero tremito di tutte le membra, il cavallante di Val Mis'cia andò a inginocchiarsi ai piedi del confessore.
Aveva giurato alla Virginia di non dir nulla. All'altro curato l'aveva detto; ma quello, un vecchio buontempone, si era accontentato di strapazzarlo un poco. Con don Giorgio era un altro paio di maniche. Chi sa che cosa gli avrebbe imposto, lui che proteggeva le Scaramelli!
—Quanto a me—concludeva la Virginia—non l'ho mai confessata questa cosa e non la confesserò... Mancherebbe!...
Ma al momento di commettere quell'atto così inaudito per lui, nel convincimento del sacrilegio, tutti gli scrupoli della sua anima religiosa e superstiziosa assalivano il povero cavallante.
E quando don Giorgio lo accusò severamente di essere un cattivo marito; di avere ridotta lasua povera sposa, magra e pallida, da quel pezzo di donna che era; quando gli fece intendere che se Maria moriva, egli sarebbe stato la causa di quella morte, e avrebbe gravata l'anima sua di un assassinio oltre che di tutto il resto, Sandro non potè reggere. Dimenticò la promessa fatta alla Virginia, e, commosso, tremante, sopraffatto da una suprema angoscia, confessò tutto, quasi felice di togliersi quel peso dalla coscienza, colto da un desiderio nuovo, impensato, che il prete lo aiutasse ad uscire da quella situazione dolorosa, tra la moglie che si struggeva nella gelosia, l'amante che lo dominava con la sua felina voluttà e il fratello che poteva scoprirlo da un giorno all'altro.
Dal fondo della chiesa intanto, Maria e Cristina volgevano gli occhi ansiosi dalla parte della sagrestia. Non vedevano altro che lo schienale del seggiolone occupato dal curato, e di quando in quando, in grazia di qualche movimento, una metà del suo viso. Pure, dacchè tutti gli uomini erano venuti fuori, e il solo Sandro non appariva, esse indovinavano che l'ultimo penitente era lui. E il cuore di Mariapicchiava e picchiava come se avesse voluto uscirle dal petto.
Nel banco vicino, la Virginia pareva assorta in fervente preghiera. Il viso candido, i lineamenti dolci, l'espressione calma, lo sguardo sereno, manifestavano a primo aspetto una coscienza tranquilla, un'anima senza peccato.
Le due sorelle la guardavano di tratto in tratto con una specie di terrore, spaventate da quella ipocrisia. E lei pure le guardava di sottecchi, e nell'armoniosa dolcezza del viso bianco di Madonna, guizzava un lampo d'odio, e l'occhio sereno si appannava nel segreto timore.
Ma la confessione di Sandro non finiva mai.
Già i chierici intenti alle ultime decorazioni delSepolcro, avevano compiuta l'opera loro; già tutto era pronto per la deposizione allegorica del sacro corpo: i lumini, accesi; i fiori, disposti in bell'ordine. Già le donne ammiravano.
Sonava il terzo segno della messa grande. I preti erano pronti; i turiboli, pieni d'incenso; l'altare maggiore, parato. E ancora don Giorgio non aveva finito di confessare il cavallante.
Che ansia nel cuore delle due rivali, che spasimo di speranza, di paura, di odio.
Maria pregava con uno slancio di anima liberata che si sente salire. La speranza era tutta per lei; la speranza la portava in alto.
Virginia, sempre più pallida, fissava la cognata con gli occhi ardenti. Gliela volevano fare dunque, gliela volevano fare? Codeste vipere di codeste Scaramelli si erano messe d'accordo col prete per rubarle l'amante, per calpestarla?... E quel vigliacco di Sandro aveva confessato?...
Finalmente don Giorgio alzò la mano per benedire e mandare in pace anche quell'ultimo penitente. La vittoria era stata completa: Sandro aveva promesso tutto. Ma don Giorgio sapeva troppo bene che se non lo faceva spartire dal fratello, il più presto possibile, quelle buone promesse sarebbero volate via come il vento; perciò non si rallegrava che a metà. Egli si levò finalmente da quella sedia; si tolse la cotta e la stola, e indossò il camice bianco e i paramenti sfarzosi della messa solenne.
L'organista, stanco di aspettare, intonò il solito pezzo dellaGazza ladra, con grande rinforzo di pedali, e la voce fessa del vecchio istrumento empì la navata.
La messa uscì. Uscirono i turiferari squassando i turiboli accesi.
Cristina vide la bella figura di don Giorgio salire all'altare, in mezzo a una nuvola odorante, e il suo cuore balzò, e i suoi occhi non si staccarono più dalla superba apparizione. Erano quelli i momenti luminosi, inebrianti dell'amor suo. Per una serie di sensazioni acute, e non analizzate nè analizzabili, ella confondeva in una gioia suprema, la commozione di femmina innamorata e l'estasi di un'anima istintivamente mistica: la tenerezza e il profondo rispetto: il desiderio e l'ammirazione: l'uomo agognato e l'uomo-dio.
Pallido, ma sempre calmo e diritto, anche Sandro Rampoldi uscì finalmente dalla sagrestia, e le due donne che l'aspettavano con tanta passione, lo fissarono, ansiose.
Egli non guardò che la moglie, e le sorrise.
La Virginia vide e comprese e serrò i denti per non scattare. Poi, domata la prima vertigine, si voltò verso la cognata e i suoi occhi sfavillanti dissero chiaramente:
—Non ti rallegrare! Mi vendicherò.
Giugno, il mese più laborioso per la gente di campagna, recava un caldo precoce, eccessivo, in Val Mis'cia, quell'anno. Il sole investiva tutta la pianura da mattina a sera, senza il refrigerio di un acquazzone.
Le donne zappavano il grano turco: o erano a mondare il riso con l'acqua fino al ginocchio, curve, le mani nell'acqua per strappare le erbacce che crescevano insieme alle pianticelle del riso: o voltavano il fieno: o rincalzavano il grano turco nei campi finiti di zappare.
Con l'intervento di don Giorgio, Sandro Rampoldi aveva trovato da collocarsi alla Cascina Grande. Così i due fratelli si erano spartiti, inmezzo ai lamenti e alle recriminazioni di Pietro e della Virginia. Ed ora, siccome Pietro non poteva fare tutto il lavoro da sè, e voleva spendere in salari il meno possibile, la bella delicatina non poteva più stare in casa e fare la signora, ma doveva zappare come le altre.
Tutti parlavano di queste vicende della bella invidiata. E chi cercava di consolarla, chi la aizzava; i più—indifferenti e maligni—la tiravano sul discorso della cognata per il gusto di sentirla menar la lingua.
Un sabato, stanca già dal lavoro di una settimana, essendo nelle ore più calde della giornata, che l'aria pareva fuoco, ella gettò la zappa, e asciugandosi il sudore esclamò quasi con le lagrime:
—È una vita da bestie!... Io non posso, non posso...
Sette o otto donne, pure incendiate da quelle vampe, che zappavano nel campo vicino, alzarono il capo, e talune sorrisero ironicamente.
—È meglio stare sedute all'ombra che zappare al sole!—mormorò la vecchia Meroni, sempre più secca e gialla, mentre posava avidamente—ciòche del resto facevano tutte, cercando l'unico refrigerio possibile—i piedi nudi, brucenti, sulla parte umida e fresca di una zolla appena rivoltata.
Fu una risataccia, poichè tutte compresero il sarcasmo. Soltanto Lucia, la giovinetta pallida dal viso rigonfio, che era più vicina al campo della Virginia, le domandò in aria di compassione:
—Siete molto stanca?...
—Non ne posso più!... Mi pare di morire!—sospirò la disgraziata che non c'era avvezza. E si buttò a terra fra le pianticelle ancora basse del melgone, cercando un filo d'ombra.
Le zappatrici, indurite al lavoro, scrollarono le spalle, sprezzanti; e le sette o otto zappe rialzate con nuova lena, ricaddero sulla crosta arida della terra, spezzandola vigorosamente.
—O Cristina!—gridò la Meroni che ce l'aveva sempre un po' su con le Scaramelli.—Se ci date dentro a quel modo, addio melgone, taglierete tutte le piante! Guardate, avete intaccata una radice!...
—Poco male! Vorrei gli si sciupasse tutto a quel cane...
Ella s'interruppe. Le sue compagne, che pocanzi ridevano, si erano voltate dall'altra parte, e le zappe brandite tornavano a fendere il suolo con lo stesso vigore, ma con maggiore precauzione. E ancora i piedi nudi, neri, tormentati, cercavano istintivamente la parte più umida e fresca delle zolle rimosse.
Il padrone, entrato nel campo dalla parte di dietro vide la pianticella rovinata dalla Cristina, udì le sue parole. Con voce irata tuonò:
—Scaramelli, giù quella zappa! E vammi fuori dei piedi... tanto, tu hai voglia... d'altro che di lavorare!...
La Cristina si drizzò di scatto. Il suo corpo di antica driade si disegnò superbamente sul fondo luminoso. Un istante, ella fissò gli occhi azzurri, scintillanti, nel viso adusto, non vecchio, non brutto, del padrone che pure la assava. E le braccia robuste, poderose e eleganti insieme, fecero l'atto di scaraventare la zappa alla testa di quell'uomo.
—Madonna Santissima! Lo ammazza!... Lo ammazza!...
La Virginia, balzata in piedi, guardava lascena terribile coi grandi occhi raggianti di perfida gioia.
Ma nessuno tentò d'intromettersi.
Nè il padrone si mosse, rimanendo quasi impassibile sotto la minaccia e continuando a sfidare la giovine con lo sguardo pieno di collera e di lascivia.
Per fortuna un miglior consiglio prevalse nell'animo di Cristina. Una risata che parve un singhiozzo le uscì dalla gola convulsamente: allentò le braccia e lasciò cadere la zappa. Poi si voltò e si allontanò a piccoli passi misurati, con la massima calma.
Allorchè il padrone pure si fu allontanato, la Virginia si mise a gridare dal suo campo:
—Sudiciona! sudiciona!... Ora la va dal curato. Ci penserà lui a mantenerla. Sudiciona!... Ah! so soltanto io che roba sono queste Scaramelli della malora!...
Ma poichè le compagne ancora troppo atterrite, non la incoraggiavano nelle sue imprecazioni, e quella che le era più vicina si rimetteva a zappare voltandole le spalle, la Virginia comprese, una volta di più, che non spirava buonvento per lei nel paese e che le contadine, ben lontane dal compiangerla, si godevano di vederla sgobbare e la canzonavano.
Senza altro dire, avvolgendole tutte nella stessa muta imprecazione, ella raccolse la zappa dimenticata in un solco, e si rimise alla sua fatica cercando di sbrigare alla peggio l'odiato lavoro.
—Il campo dei Rampoldi non renderà più come gli altri anni, ora che l'asino ha rotto la cavezza e se l'è svignata!—mormorava intanto la Meroni facendo sghignazzare le sue vicine.
Furente da prima e il cuore esulcerato per l'offesa patita, ma poi sempre meno triste e più padrona di sè, man mano che andava allontanandosi, la Cristina camminava traverso i campi e i prati, alla volta di Gel. Passò al guado la Vergonza quasi asciutta e quando fu sulla strada maestra incontrò il dottore che veniva da Casorate col suo legnetto per visitare la moglie del fittabile di Val Mis'cia. Egli fermò il cavallo.
—Ehi, Scaramelli, è bassa l'acqua?
—Sì, signor dottore...
—Sei malata?
Ella arrossì lievemente.
—No... sto bene...
—Allora è l'amore!...
E lanciò una facezia grossolana, tentando di pizzicare le belle braccia sode della contadina. Ma ella fece a tempo a ritrarsi.
—Scusa sai, non mi ricordavo che con te non si scherza. Ho visto la tua sorella alla Cascina Grande; non pare più lei. È un pezzo che non la vedi?
—Sarà un mese e mezzo...
—Va a trovarla, vedrai come ingrassa; e a dicembre ti fa zia!...
Mentre parlava, egli aveva gettato il mozzicone del sigaro e ne accendeva uno nuovo, mostrando i denti bianchi, la mano lunga, affilata, da signore. Era un bel giovinotto, ai primi esordi della carriera, e si annoiava mortalmente di quella condotta.
—Comanda altro?—domandò la Cristina seccata.
—No... ti dispiace eh, di star qui un momento... Maledetto paese! Tutte brutte, e le poche belle, scontrose!... Vai a Gel?—Ella impallidì. Andava a Gel, sì; ma non ci aveva pensato, e a sentirselo dire tremava tutta.
—Andrai alla cura... Canaglie di preti, tutte per loro!—brontolò il dottore masticando il virginia; poi ad alta voce:—Fammi il piacere, Cristina, passa da don Giorgio e digli che quei tali libri glieli porterò quest'altra settimana.
—Si signore! Sarà servito.
E s'allontanò in fretta, seguita dallo sguardo ironico del giovine medico, il quale attribuiva a don Giorgio le conquiste che a lui non riescivano.
Quando le ruote del calessino si rimisero in moto, la Cristina si arrestò per riflettere. Andava dal curato?... Certo; non poteva avere altra meta. Ma s'ei la scacciava? Dalla Pasqua in poi le stava più sostenuto; e sebbene a volte si fermasse a contemplarla, evitava di parlarle. Che non l'amasse più?... Non le pareva possibile. In ogni modo voleva averne il cuore netto e se la respingeva, se proprio non voleva saperne di lei... ebbene, l'agente d'emigrazione aspettava ancora la sua risposta!... Sarebbe partita... partita per quel paese tanto lontano che ci si metteva dei mesi ad arrivare; e sarebbemorta di crepacuore, o rimasta laggiù per sempre.
Con questa risoluzione si rimise a camminare, affrettando il passo, quasi senza accorgersi, come sospinta dall'ansia indomita.
Arrivò alla cura trafelata, gli occhi sfavillanti per l'interna concitazione, il volto vivamente colorito.
Tirò la cordicella che pendeva dal buco della serratura ed entrò come il solito chiedendo:
—È permesso?...
Nessuno le rispose. La casa era vuota; don Giorgio zappava l'orto e aveva mandato il vecchio a Casorate a vendere quei pochi bozzoli.
Cristina andò dritta in cucina e si guardò intorno. La pentola bollicchiava sul fornelletto, ma la cucina era in un disordine spaventevole. Piatti sporchi qua e là, avanzi di spazzatura lungo le pareti e perfin nel mezzo; ragni, attaccati a lunghi fili pendenti dal soffitto, danzanti nel vuoto.
Crollò tristamente il capo. Il vecchio non pensava più che a ubbriacarsi!... E don Giorgio non aveva voluto chiamarla; e lei non avevaosato presentarsi... per tutti quei giorni!... Povera casa!...
Ma adesso...
Ella ebbe uno scoppio interno di passione e un brivido nella schiena che la fece sussultare.
Un pensiero nitido, luminoso le era passato nella mente come un baleno: da ora in poi la casa era sua; ci avrebbe pensato lei a tenerla come si deve; e se il vecchio non le obbediva, peggio per lui!...
Stava per uscire dalla cucina e andare in cerca del curato, su, al primo piano, allorchè le parve di averlo visto dalla porta socchiusa che dalla cucina stessa metteva nell'orto. Fece un passo indietro e guardò meglio.
Era lui veramente. La lunga veste nera sacerdotale, gettata negligentemente traverso a un ramo di salice, metteva una nota lugubre nella festività luminosa dell'orticello tutto verde e fiorito. In compenso, nulla di lugubre aveva la maschia figura di quel giovine. La camicia bianchissima, di tela fine, aperta sul petto, con le maniche rimboccate, e i lunghi calzoni neri serratialla cintola, come egli usava nelle ore di lavoro, gli davano un aria ardita e procace, che nulla aveva del prete. In quel momento egli aveva deposto la zappa e si riposava mondando alcune piante. Voltava le spalle alla casa. La sua testa bruna si ergeva superbamente sulle ampie spalle, e tutto l'atteggiamento della persona spirava la soddisfazione di una forza esuberante cui è finalmente concesso un momento di espansione.
Sempre quando lavorava, all'aperto, dimenticando il suo stato di prete, don Giorgio si sentiva rinascere. Il cervello, dolcemente riposato nell'operosità muscolare, cessava di tormentarlo; ed egli apriva il cuore alle benefiche sensazioni, libero, calmo: la vita gli appariva facile e bella: l'amore, un bene supremo, non contrastato da rimorsi, nè da paure, e il terribile problema, che la sua carne poneva ferocemente al suo spirito, preventivamente sciolto dalla eterna Natura.
La Cristina lo vedeva di profilo quand'ei voltava la testa nei movimenti del braccio. Non poteva saziarsi dal contemplarlo. Com'era diversoda quando lo vedeva in chiesa!... Là, nei paramenti solenni, nel nimbo dell'incenso, le pareva un essere superiore, fantastico, un semidio; lo adorava; si prosternava dinanzi a lui: ma non avrebbe mai osato dirgli apertamente quanto l'amava. Un momento le pareva di salire con lui, nella gloria del cielo; il momento appresso si sentiva respinta da una forza ineluttabile, e ricadeva nella polvere, misera creatura che aveva osato alzare gli occhi a un amore sacrilego.
Ma allorchè, di tratto in tratto, lo vedeva così, senza la veste nera, in tutto lo splendore della sua maschia bellezza, i timori svanivano. Non più semidio, ma uomo, vero uomo, egli non aveva nulla di straordinario, non la opprimeva con una superiorità troppo alta. Era un bel giovane, forte come lei: e come lei lavorava la terra. Pure diverso dagli altri anche in quel momento! Ella sentiva che nulla poteva abbassarlo, e il profondo rispetto ch'egli sempre le ispirava, si fondeva in una ineffabile tenerezza.
Intanto che ella rimaneva lì a fantasticare, i minuti passavano. Si riscosse a questo pensiero.
Il vecchio ubbriacone—suo padre—poteva ritornar presto, e quell'istante perduto non si sarebbe forse ripresentato mai più... Mai più ella avrebbe riavuto tanto coraggio... Rapidamente ella prese una risoluzione e adagio adagio uscì fuori nell'orto. A piccoli passi leggieri s'insinuò nella viottola, passò dietro le spalle del giovane; raccattò la zappa abbandonata da lui e si mise a zappare.
Don Giorgio avvertì subito il rumore del ferro che fendeva le zolle, e pensò:
—Quell'imbecille di Marco crede d'ingannarmi; quando lo rimprovererò di essere tornato tardi, mi dirà: eh! signor curato è un'ora che son qui a zappare! lei era assorto come il solito e non mi ha sentito!
E sorrise tra sè dell'astuzia grossolana di quell'incorreggibile perdigiornate.
Ma con che vigore zappava!... O dove era andato a pescare tanta forza, quel lumacone?!
Si voltò; vide la Cristina e restò lì interdetto.
—Cristina!...—mormorò, dopo alcuni istanti con la voce rotta dalla intensa commozione.
—Cristina!...
Ella udì e si drizzò, interrompendo il lavoro, e guardò il suo signore con ineffabile e ansiosa tenerezza.
Il Castellani comprese che il momento fatale lungamente temuto e pazzamente desiderato, era giunto, e che non stava più in potere suo di sfuggirlo, nè di allontanarlo.
Con questa convinzione dell'inevitabile, che agisce, a volte, come una potenza ipnotica dell'io su se stesso e trascina e conquide le creature impressionabili, quasi quanto la più fiera passione, egli rinunziò fino da quel momento a qualunque idea di resistenza.
—Sarà quello che sarà—pensò con intima gioia—Io non l'ho chiamata; è il destino che me la manda!...
E nel frattempo se la divorava con gli occhi, che non gli era parsa mai tanto bella.
—Come siete qui, Cristina? Non eravate a lavorare laggiù nei campi del fittabile di Val Mis'cia? Mi parve di avervi vista questa mattina con la zappa sulla spalla, avviarvi insieme alle altre...
Ella pensò che s'ei l'avea vista, voleva dire che cercava di vederla, senza farsi scorgere, mentre apparentemente la fuggiva; e n'ebbe un senso di gaudio che le fece coraggio.
—Ci sono andata, è vero; ma quel ladro mi ha cacciata!...
—Cacciata?!
—Sì. Perchè gli ho sciupata una pianta di melgone, zappando troppo forte!...
—Per questo soltanto?... Egli vi voleva bene, hanno detto...
La Cristina arrossì come di una offesa.
—Bene?!... Oh!... Voleva fare di me come di tante altre... e perchè io non ho voluto s'è messo a perseguitarmi... Vigliacco!...
Don Giorgio sussultò. Dopo un momento riprese in tono di scherzo:
—Se era innamorato, povero diavolo!... Non ti piaceva?... Eppure è un bell'uomo... ricco...—E dicendo ciò la fissava con intenzione.
—Oh! Don Giorgio!... mi crede così, lei!... Crede...
Non potè continuare. La commozione lungamente frenata, la fece scoppiare in singhiozzi.
Provava un'amarezza che la soffocava; un doloroso pentimento. Le pareva che don Giorgio non l'amasse più e non volesse più saperne di lei... E lei s'era quasi offerta!... Che vergogna!...
Egli invece la guardava piangere, con intima gioia. Quelle lagrime che vedeva correre sulle guancie di lei scendevano fino in fondo al suo proprio cuore, calmando soavemente l'atroce febbre da cui era arso.
Finita la lotta! Aveva tentato l'impossibile. Ora era vinto... vinto e felice.
Le si accostò: la prese per le braccia, l'attirò a sè.
—Non piangere, Cristina!... Non ho voluto offenderti, sai?... Ti amo! Sì—è male... ma ti amo... È tanto tempo che mi bruci il sangue... che ti sogno... che ti voglio... E tu pure mi ami... lo so, lo so, sai...
Parlava concitato, con la voce soffocata: il petto anelante si alzava e si abbassava con un movimento rapido, poderoso.
—Oh! Cristina! non so quale destino, se buono o perfido, t'abbia mandata qui a questaora; ma dacchè sei venuta, dacchè Dio l'ha permesso, non te ne andrai più. Sarai mia, mia per tutta la vita, qualunque cosa accada!...
L'aveva trascinata dentro, nella casa, e la serrava tra le sue braccia, sull'ampio petto, dove ella cercava un rifugio, nascondendo la faccia, confusa, timida, dopo tanto ardimento.
—Andiamo di sopra—le mormorò.—Vieni a vedere le mie stanzette... il nostro appartamento... Ci si sta meglio che qui, sai...
Ma ella non poteva neppure fare un passo; le forze le mancavano, si sentiva cadere...
—Allora ti porto!... Sì, ti voglio portare, in trionfo... mia... mia!...
E l'afferrò risolutamente e l'alzò sulle braccia poderose, portandola come un oggetto prezioso con una delicatezza di mamma, su per la breve scala nelle piccole camere silenziose, dove egli l'aveva tanto desiderata, invocata, posseduta... nel delirio delle allucinazioni.
Il sole declinava dietro alle persiane socchiuse; il mistero e la penombra rendevano più sicuro il nido ai due amanti.
Giù nell'orto ancora smagliante di luce, laveste sacerdotale dimenticata sul ramo del salice, allungava sempre più la sua ombra funeraria, simbolo pauroso di schiavitù, di menzogna, di morte.
E dalla viottola, al di là del muro di cinta, il fittabile che aveva scacciata la Cristina, guardava ghignando quel cencio nero e accennava alle finestre socchiuse della casetta con un gesto osceno di scherno e d'imprecazione.
Erano i giorni lieti della raccolta autunnale; tanto più lieti chè il formentone abbondava.
La sera, dopo cena, uomini e donne si mettevano intorno all'aia e sotto la loggia della casa padronale, formando un largo circolo; e ognuno aveva il suo mucchio di formentone davanti a sè, e l'uncino di ferro in mano per scartocciare le pannocchie.
Maria Scaramelli, seduta sotto il portico presso alla lanternina attaccata a un chiodo—unico lume per tutti—faceva andare l'uncino con tanta rapidità e destrezza che le pannocchie mondate si ammucchiavano alla sua sinistra comeper incanto; e ad ogni poco ella doveva spingere in là, con le braccia e le gambe, i cartocci vuoti che le si ammassavano intorno.
Le altre donne le dicevano sorridendo senza invidia:
—Nessuna vi può superare voi, Maria; siete la più svelta e non vi stancate mai; neppure a essere in quello stato!
Ella scrollava il capo con un fare dolce di contentezza; ma non rispondeva. Non le piaceva discorrere di quella grande speranza concessa finalmente al suo intimo desiderio. La sua povera anima abituata alle asprezze del destino non era forse più suscettibile della confidente baldanza che sostiene i fortunati anche in mezzo ai pericoli, e spesso li manda illesi.
Lei temeva sempre. Dopo tanti tormenti, dopo tante angoscie, la pace di cui godeva e l'orizzonte sereno che le si apriva dinanzi, la rendevano timida, superstiziosa. Le pareva impossibile che dovesse durare: era tanto avvezza a piangere!
Epperò chiudeva ogni cosa in sè, come nel passato; gelosa della gioia come del dolore.
E non si lagnava mai delle piccole contrarietà; le dissimulava piuttosto, perfino con se stessa.
Se il cavallante stava fuori più del bisogno, se arrivava un tantino brillo—lui che negli anni addietro non andava mai all'osteria—ella faceva le viste di non accorgersene e non gli chiedeva mai dov'era stato nè cosa aveva fatto. Temeva troppo di vedere quella fronte oscurarsi, quegli occhi, ora buoni e ridenti, ridiventare freddi, arcigni come nel passato. Del resto, dacchè aspettava il bambino, non si accorgeva quasi neppure se il marito tardava; era tanto occupata, aveva tante piccole cose da preparare.
Anche quella sera Sandro era fuori. Attaccato il cavallo se n'era andato via: per ordine del padrone—diceva.
Ma sarebbe ritornato, e presto. Lei intanto lavorava. Lavorava e cantava. La delicata poesia che ella portava inconsciamente nell'anima, e il bisogno indistinto di una effusione e di una tenerezza, di cui veramente non conosceva neppure il linguaggio, si esalavano in un rozzo canto contadinesco.
Cominciava da sola.
La sua voce morbida, impregnata di tristezza si elevava dolcemente nell'aria molle della serata autunnale.
I contadini l'ascoltavano un istante in silenzio, con una sorta di raccoglimento; poi, alla prima cadenza, le donne, trascinate, la seguivano; e dopo poche battute, tutto a un tratto, quasi selvaggiamente, prorompevano le voci forti e ben timbrate dei maschi.
Il coro si formava. Un coro assai primitivo, senza alcuna sapienza, senza varietà di toni; ma poderoso nella sua malinconica monotonia, e non privo certo di una cotale semplice e solenne bellezza. Di tratto in tratto sembrava come se da quei petti rozzi, da quei cervelli incapaci di un pensiero sintetico, si fosse sprigionato il più profondo sentimento della insopportabile miseria—il conscio orrore della troppo lunga ingiustizia. Erano schianti di angoscia, gridi di rivolta, appelli disperati. E quelli che nel mezzo dell'aia, battevano col coreggiato le pannocchie mondate per distaccarne il grano, seguivano il ritmo con impeto crescente, formando uno strano, formidabile accompagnamento.Pareva il bosco, allorchè urla e scoppia, e si torce imprecando, sotto la sferza odiata del vento.
Ma pochi istanti appresso, le braccia stanche dei battitori si allentavano, e il coro rientrava, a poco a poco, nella solita nenia semplicemente malinconica.
Le faccie tranquille, le mani operose non tradivano alcuna commozione insolita.
Che cosa era stato?
Nulla. Uno sfavillamento imponderabile del sotterraneo braciere.
Uno scatto istintivo del sentimento umano conculcato.
Ma la materia infiammabile non era pronta. Ma i poveri contadini, depressi dall'ignoranza e dalla miseria, non potevano comprendere così subito il misterioso appello.
***
Il cielo, ognora più chiaro e limpido annunziava il sorgere della luna. Levati di mezzo itorsoli delle pannocchie—alcuni dei quali serbando ancora una parte dei chicchi venivano sottoposti al ferro da sgranare—i contadini procedevano a ben distendere il grano sull'aia servendosi de' rastrelli: altri distendevano pure i cartocci che ben ripuliti e completamente secchi avrebbero servito pei sacconi de' letti o per uso di strame alle bestie.
Maria ascoltava ansiosamente il rumore di una carrettella che si avvicinava. Certo era il suo Sandro.
Ma prima che la carrettella arrivasse al cancello, un uomo vecchio, sbilenco, in abiti metà da paesano, metà da scaccino, entrò nella corte e si accostò alla giovine donna gesticolando e borbottando forte. Era suo padre: Marco Scaramelli.
Ella sentì come una ferita al cuore. Oh! qualche cosa di brutto era avvenuto a Gel, alla Cura. Quella Cristina!... Non ebbe il tempo di interrogare.
—Mi hanno cacciato!—gridava Marco.—Mi hanno cacciato, que' due sudicioni, quei due... levando il sacro di lui, que' due maiali!...
I contadini curiosi, pronti a malignare, facevano crocchio intorno all'ubbriacone che gridava come un energumeno. Tutti sapevano di chi parlava; chè gli amori del giovine prete con la bella Cristina erano soggetto di ciarle per molte miglia all'ingiro.
Maria si sentiva morire.
—Sta' zitto; ti prego, sta' zitto!—badava a dire al padre.
Ma questi non le dava retta.
—Cacciato! Messo in strada co' miei cenci!—E accennava a un fagotto, che gli pendeva dal braccio mancino, e a cui Maria non aveva badato alla prima.
—Vi ha cacciato perchè non avete voluto smettere di ubbriacarvi—disse un certo Bernardo, uomo serio cui non piacevano i pettegolezzi.—Ha ragione il signor Curato; non avete a rifarvela che con voi stesso.
Come accade in casi simili, tutti si schierarono dalla parte di Bernardo, e Marco si sentì deriso.
Ma non si diede per vinto.
—Bugie! Bugie!... Non è vero niente. Sefosse stato per il vino, tanto, dovrebbe avermi cacciato da un bel pochino, dovrebbe!... Ne facevo del bere l'anno passato! Dio! se ne facevo del bere! Miracolo se non gli ho asciugata la cantina. Ma allora non mi cacciava, perchè in grazia che c'ero io alla Cura, la ci capitava di tratto in tratto anche la Cristina!... Potevo ubbriacarmi allora!...
Le donne presenti scoppiarono in una risata. Egli prese coraggio e continuò.
Già! lo cacciava adesso il signor Curato; adesso si accorgeva che era un ubbriacone; adesso, perchè la ganza ce l'aveva in casa e non voleva testimoni! E lei peggio di lui, quella...! Metteva suo padre in sulla strada, invece di assicurargli il pane, già che la si era data a quel bel mestiere, quella...!—E giù parolaccie e bestemmie, snocciolate comeavemarie.
Chi rideva ancora e chi brontolava; tutti però l'ascoltavano come affascinati da una curiosità malsana.
Egli era spaventevole e grottesco. Secco come una mummia, traballante sulle gambe, conquegli abiti che gli cascavano da tutte le parti: col viso bruciato dall'alcool, gli occhi di triglia morta. Metteva schifo e paura.
Maria non tentava più di farlo tacere. Capiva che era impossibile. Ma quando vide Sandro si sentì riavere. Corse a lui e gli raccontò tutto in poche parole.
Sandro, sempre bell'uomo, sempre svelto e imponente, si avanzò verso il vecchio e guardandolo bene in faccia, con fare asciutto, ma senza collera disse:
—Noi andiamo a letto; abbiamo lavorato, siamo stanchi; e io devo chiudere il cancello; scusate, veh!... Ritornerete un altro giorno, a un'ora più comoda...—E mentre parlava cercava di spingere il vecchio fuori del cortile.
—Ah! ah! ah! ah! ah!—sghignazzò Marco Scaramelli affrontando il genero e facendolo rinculare verso il centro del cortile, con una forza che nessuno si sarebbe aspettata dalla parte di un vecchio così male in gamba.—Qui voglio restare!—esclamò.—Qui. Tu mi devi mantenere. Io non ho altri.
Uscito dal primo stupore di quella inaspettatareazione, Sandro si drizzò tutto di un pezzo, e con un semplice spintone ricacciò quel petulante fino all'uscita.
La zuffa impari divenne feroce.
Gli astanti cercavano di mettersi di mezzo per distaccare i due furibondi; e Maria li supplicava piangendo, che la finissero.
Le altre donne strillavano, al solito, di paura.
Già il vecchio soccombeva. Ma all'ultimo istante, quando si sentì costretto a volgere in fuga, si mise a gridare con quanto fiato aveva in corpo:
—Va bene! tu mi scacci. Ma io andrò da tuo fratello e gli dirò che ti ho visto con la sua donna, e gli dirò dove e quando!...
Il cavallante esasperato assestò al suo suocero un calcio tale che lo fece ruzzolare in mezzo alla ghiaia, al di là del cancello.