CAPITOLO VIII.Nuove lotte.

Pallido, la fronte corrugata, gli occhi stanchi, don Giorgio Castellani errava per la campagna, come un'anima in pena.

Non parlava con nessuno, o pronunciava soltanto le parole necessarie.

In casa, solo con Cristina, si forzava a parere calmo; le insegnava a leggere e a scrivere per ingannare il tempo e se stesso. Poi si chiudeva nella sua camera col pretesto di un urgente lavoro. Una terribile battaglia si combatteva nell'animo suo.

Dopo quel primo giorno di delirio, in cui l'umanità aveva trionfato completamente dei propositi e dei pensieri del prete, egli era ritornatosu' suoi passi, tormentato da mille dubbi, da mille angoscie.

Così, mentre i contadini l'accusavano d'avere cacciato Marco per starsene più libero con la sua amante, egli avrebbe potuto spalancare usci e finestre e mettere tutta la propria esistenza, sotto agli occhi indagatori del pubblico.

Non era uomo da crogiolarsi nelle comode transazioni dei costumi e della religione. Ardente, entusiasta, forte e semplice, non poteva trarsi d'impiccio con le solite scappatoie dei frolli, degli ipocriti. Per lui erano le grandi e fatali uscite: le follìe, mai le viltà. Non faceva teoriche; sentiva così, forse senza ben rendersene conto. Natura energica, esaltata dal misticismo della prima educazione.

Insieme a ciò gentiluomo fino allo scrupolo, gentiluomo nell'intimo senso della parola; e recalcitrante a tutte le sottigliezze dello spirito gesuitico fin dalla prima età. I suoi superiori che lo conoscevano, avevano di lui una grande stima; ma in generale opinavano che non avrebbe mai fatto carriera, e che fosse meglio tenerlo in campagna.

Un suo vecchio amico, impiegato alla Curia vescovile di Pavia, diceva: Castellani non sa il valore della parola:distinguo: non può fare strada.

Era tutto di un pezzo.

Se fosse scoppiata una guerra patriottica, avrebbe preso il fucile; e lo diceva; poichè nessuno l'avrebbe potuto convincere che i suoi doveri di prete escludessero i suoi doveri di cittadino.

Col medesimo criterio giudicava i suoi doveri verso Cristina. Pure amandola appassionatamente, se ella non fosse stata quella che era—una creatura, cioè, tutta devota a lui e purissima—egli avrebbe forse troncato il dolce vincolo, sacrificando l'amore al dovere del proprio stato. Poichè—non poteva nasconderlo—passato il primo acciecamento della passione, terribile in lui, il rimorso lo schiacciava. E non tanto per il peccato commesso: egli sapeva che Dio perdona; ma ben più per il bivio crudele, in cui si era messo, di dover abbandonare la donna amata, o mancare all'impegno preso davanti a Dio e davanti agli uomini. Sapeva che molti preti, messinelle identiche circostanze, se la cavavano con la massima disinvoltura.

C'era una vittima di più nel mondo: una donna gettata nell'infamia, o nella miseria, o nella disperazione; ma il prete si salvava.

Dio perdona.

Quale spirito maligno gli suggeriva che il perdono divino non basta a riparare il male reale fatto ad un nostro simile? Era la sua squisita delicatezza di gentiluomo? Il suo attaccamento all'onore mondano?... La passione, forse, che si mascherava così?... O un intendimento più alto, più nobile della religione e del dovere stesso?...

Nei primi giorni di sbalordimento, dopo la disfatta, il suo cervello preso da vertigine, aveva immaginata una via di salvezza, irta di triboli, ma splendida di poesia e di bellezza.

La giovine che gli si era abbandonata, non aveva più che lui al mondo; egli era responsabile di quell'anima, di quella vita; nè la coscienza gli permetteva di scemare con sofismi tale responsabilità: dunque, come egli stesso aveva detto quel giorno, essa doveva rimanere con lui,nella sua casa, unico asilo per lei. Su questo, nulla era da mutare. Ma... non poteva quella convivenza essere senza peccato, santa, ideale?... Non potevano, libato il calice inebbriante, colto il fiore divino dell'amore, vivere vicini in casta amicizia, amanti sublimi, martiri dell'idea?!...

Oh! il bel sogno!...

Ei l'accarezzò quel sogno: volle farne una realtà.

E la ragazza dei campi, la contadina ignorante, ineducata, intese questa bellezza ideale; e abbracciò con entusiasmo la mistica poesia del sacrifizio.

Ma dopo quattro mesi, quantunque non avesse mancato in alcun modo alle sue promesse, don Giorgio non credeva più di poterle mantenere in eterno. Una grande tristezza era in lui. Capiva d'essere stato eccessivamente presuntuoso, forse ipocrita, forse gesuita.

Il terribile dilemma si delineava sempre più chiaramente sotto ai suoi occhi; tanto più dopo che la Cristina aveva cacciato il vecchio incorreggibile, che si ubbriacava, rubava e li insultava nelle sue orgie. Nessuna via di accomodamentopossibile ormai, nè di fronte alla coscienza, nè con le circostanze esteriori.

Abbandonare Cristina vigliaccamente, dopo di averla disonorata; gettarla in balìa ai suoi nemici, nella miseria, nella disperazione; o svestire quell'abito, spezzare il giuramento: spretarsi, insomma, e sposare Cristina. Non vedeva altra uscita da quel ginepraio.

Che schianto! che angoscia! che tormenti!

Egli avrebbe dovuto decidere prontamente. Si irritava con se stesso di quelle titubanze. Ma le sue forze vacillavano.

Ne conosceva parecchi dei preti ritornati laici. Quasi tutti uomini di ingegno: coscienze rette; ma quasi generalmente infelici. D'altra parte quelli ch'egli conosceva erano tutti scienziati positivisti, nei quali la fede era caduta a poco a poco sotto allo scalpello della investigazione. Avevano deposto l'abito come una maschera menzognera.

In tal caso, ciò doveva essere molto più facile. Per lui, credente, mistico in fondo, filosofo della vita per l'abitudine di osservare e di pensare, ma poco addentro nella scienza; perlui povero prete campagnuolo, ciò era terribilmente difficile.

A lui sarebbe bastato che i vescovi, riuniti in concilio, guidati da una mira ambiziosa, non avessero decretata la legge contro natura che vieta l'amore a tanti uomini. Ma la legge esisteva e tutti i colpiti si sottomettevano o fingevano di sottomettersi.

Prostrato ai piedi dell'altare, egli supplicava nelle lagrime il suo Iddio generoso a concedergli una ispirazione, un raggio di luce che gl'indicasse la vera strada.

Che cosa domandava infine? Di poter vivere da uomo onesto, senza ipocrisie, senza vergogna; e di non avere per questo la coscienza scissa, l'anima travagliata dagli angosciosi dubbi.

Ma Dio non l'ascoltava; irato, voltava la faccia dal supplicante.

A poco a poco, egli sentiva un gran freddo nel cuore, la coscienza si paralizzava: la preghiera stessa gli pareva senza senso; vuota la chiesa, lontano il nume. La sua fede illanguidita non era più che un miraggio, un fantasma.Poteva rinnegarla quando voleva. Ma neppure questo stato d'animo gli recava la pace desiderata, la serenità di giudizio, lo slancio del convincimento. Soffriva di sentirsi così: rimaneva prostrato, inerte. E poi, una vaga paura sorgeva dal fondo oscuro del cuore tormentato. Paura materiale, paura delle cose, paura, secondo lui, bassa, ma gelida, opprimente paura.

Rompere col passato: disdirsi dopo tanti anni; spezzare il giuramento; farsi vituperare dagli amici più cari; ed entrare solo, senza appoggi in una società nuova per lui, diffidente, cinica, nemica!

Che cosa avrebbe fatto?... A quale lavoro avrebbe consacrato la sua forza?... Dove avrebbe cercato un pane per sè e per Cristina?

Nella campagna?... In città?... Prete spretato! Vale a dire, un uomo che ha il coraggio di confessare: «È stato uno sbaglio: i principî che avevo abbracciati, non mi soddisfano più;» Oppure: «La superiorità che mi attribuivo era falsa: sono un debole uomo.» E ciò in mezzo ad uomini che si forzano a portare la maschera del leone, anche se la natura li ha forniti diun'anima da coniglio: in un mondo dove tutto si perdona, fuorchè il dire: «Ho sbagliato: cambio opinione.»

Certo qualcuno lo avrebbe compreso, compatito almeno: qualcuno gli avrebbe steso benevolmente la mano. Vere anime superiori esistevano nel mondo; aveva letto tanti libri dettati da un alto pensiero; scritti da uomini veramente liberi. Ma come presentarsi a quegli uomini?... Come cercarli nell'ingranaggio della vita quotidiana?... E se sbagliava?... Se l'uomo apparentemente liberale e superiore, a cui egli si sarebbe rivolto, avesse nudrito dei pregiudizi, o una di quelle ripugnanze ereditarie, invincibili, che fanno dire anche ad un uomo di buon senso: l'unto non si leva mai: il prete resta prete in eterno, e quello spretato lo è due volte?...

O se, pur trovando l'uomo ideale, fosse mancata in lui stesso la capacità di farsi comprendere? Se avesse destato delle diffidenze? Era tanto facile: un prete!... Che umiliazione! Che spasimi in tutto l'essere!...

Oh! maledetti coloro che l'avevano gettato fanciullo in un seminario, facendogli pagare asì caro prezzo un'illusorio beneficio! Maledetti coloro che, svisando i suoi giovanili entusiasmi e le tenerezze vereconde della sua anima appassionata, lo avevano ingannato con la menzogna; e macchiato col nome bugiardo di vocazione, la eterna verità, il dischiudersi del fiore umano che istintivamente innalza verso il cielo i suoi primi effluvi!... Maledetti! Maledetti!

Solo, nella piccola chiesa piena d'ombre, gettato sui gradini dell'altare la faccia contro terra, egli imprecava e piangeva.

Una mattina un uomo fidato gli portò una lettera della Curia.

Ei l'aspettava in realtà quella lettera: eppure, toccandola, ebbe come una scossa elettrica. Riconobbe la calligrafia del vecchio prete suo amico, impiegato alla Cancelleria vescovile di Pavia.

—Ci siamo!—pensò con una specie di gioia amara. E subito dopo, come per una ispirazione segreta:

—Qui è la soluzione!

La lettera conteneva prima di tutto una chiamata del Vescovo:Ad audiendum verbum.

Poi una missiva confidenziale dell'amico impiegato.

Il buon uomo, esperto della vita, pratico di queste faccende, avvertiva il giovine che qualcosa di troppo azzardato era giunto agli orecchi dei superiori. La parola «scandalo» doveva essere stata pronunciata. Non glie ne facevano una colpa enorme, no, Dio santo! si sa, un prete giovine, e nella noia di quei paesi!... Comprendevano benissimo, compativano...

Ma lo scandalo dispiaceva a Monsignore. In questi tempi di incredulità, con tanti nemici della Chiesa, tutto diveniva pericolo, e le apparenze avevano una straordinaria importanza. Egli però poteva cavarsela con onore, anzi, a dirgliela in amicizia, quella vecchia amicizia ch'ei ben conosceva, destreggiandosi un poco, poteva trarre occasione per migliorare il suo stato, chiedendo un trasloco in paese più ricco; ciò che non gli sarebbe stato negato; purchè accorresse subito, mostrandosi pentito e dolente; e purchè si liberasse della pecorella. Levata di mezzo la pietra dello scandalo egli poteva giustificarsi con grande facilità. Molte cose si potevano mettere a carico della maldicenza della gente e della irreligione che infettava città e campagne.

Naturalmente l'amico non aveva neppure il sospetto che don Giorgio pensasse a resistere. Epperò nessun'altra esortazione; ma sempre quella, ripetuta, di far sparire la bella peccatrice, fosse pure con qualche sacrificio. E qui a guisa di suggello, un distico latino, molto elegante, il quale indicava che il reverendo era un intelligente cultore delle belle lettere, e, a tempo avanzato, un'amico indulgente delle belle peccatrici.

A mano a mano che andava leggendo questa curiosa lettera, una gran luce si faceva nell'anima di don Giorgio. L'ultimo velo cadeva; l'ultimo dubbio era vinto.

Uno strano sorriso gli errava sulle labbra, e nel petto virile rifioriva il coraggio.

Vinto! Ma questa volta era lui che vinceva. Gli occhi sfavillanti, la fronte eretta, andava incontro all'avvenire, conscio del proprio dovere, sicuro in se stesso.

La ciarla correva di bocca in bocca, Marco Scaramelli era scomparso.

Morto. Morto certo.

Ma come? Quando?—Nessuno poteva rispondere con precisione.

Dopo la scenata alla Cascina Grande, doveva essere andato vagando qua e là per le campagne, cercando l'elemosina.

La mattina del terzo giorno fu visto in Val Mis'cia presso la casa di Pietro Rampoldi.

Andava a mantenere la minacciosa promessa fatta al marito di sua figlia. Tutti lo sapevano. Ma Pietro non era in casa; e la Virginia doveva avere fatta una buona accoglienza al nemico; taluni pretendevano anzi che, leggendogli in facciail cattivo proposito, ella gli facesse pagar caro lo scotto, anche per le figliuole: e soggiungevano di avere incontrato il beone mogio mogio, e quasi incapace di moversi.

Ma dov'era andato poi?... Uhm!... Chi ne sapeva qualcosa?... Un ragazzo di Gel affermava di averlo visto sulla strada di Casorate, con una cestella di rame sott'al braccio. Ma le donne osservavano:

—A Casorate, venerdì, ci fu il nuovo cavallante di Val Mis'cia e il garzone che porta il pane: l'avrebbero visto anche loro!...

Passarono così nove giorni. Alla Cascina Grande, la moglie di Sandro mise al mondo, due mesi prima del tempo, una bambina morta; e per poco non morì lei pure.

—Tutto colpa di quella sgualdrina di sua sorella!—esclamava il fittabile di Val Mis'cia facendosi sentire dai suoi contadini. Così egli cercava di eccitare gli animi contro la ragazza, pensando che nel timore dello scandalo, il parroco l'avrebbe mandata via; e allora, che dolce vendetta!

La Nunziata Meroni, a cui premeva di mettersinelle buone grazie del padrone andava ripetendo con la sua voce falsa:

—Ha fatto male la Cristina, molto male! Tutto si perdona: ma cacciare il padre, metterlo sulla strada, no. È vergogna! Senza contare che la presenza del vecchio in casa era una salvaguardia per lei nell'opinione della gente. Ma quando una è donnaccia a quel punto non vuole saperne di riguardi!...

Le anziane approvavano gravemente questa sentenza e le giovani, meno belle di Cristina, sorridevano.

Perfino certi giovinotti, i quali poco tempo prima si sarebbero fatti ammazzare per la Cristina, la lasciavano malmenare adesso. Soltanto il vecchio Melica, sempre affezionato alle due migliori amiche della sua povera Giulia, rimbrottava la vecchia per la sua maldicenza. Ma il Melica era un eresiarca inasprito dalle disgrazie; glielo diceva sempre il fittabile, malcontento per certe osservazioni. E il medico condotto di Casorate, il dottor Carlo Chiari, quel mangiapreti, ci dava dentro anche lui, per il bruciore patito in causa della Cristina. Ma poi, da quello scettico che era, canzonava gli uni e gli altri.

La Cristina non osava quasi mettere un piede fuori della casa parrocchiale. Soltanto se usciva un momento nell'orto, i ragazzi che giuocavano sulla strada vicina le tiravano delle sassate.

E che parolaccie le gridavano!

Lei si rivoltava dentro di sè. Vigliacchi! tutti contro una donna! Come se fosse stata la prima a cadere. Perchè non badavano alle loro mamme e alle loro sorelle, che ne facevano di più sporche assai? Si, vigliacchi!...

Per lei tanto, sarebbe corsa in sulla strada e li avrebbe presi a ceffate que' prepotentacci! Ma intendeva troppo bene che gli scandali ricadevano sul capo del parroco; che lui ci perdeva in dignità, in riputazione, in tutto: e cercava di frenarsi.

La mattina del nono giorno dopo la scomparsa di Marco, una donna venuta dalla Cascina Grande chiese di parlare alla Scaramelli.

—Mi manda vostra sorella... oh! non vi spaventate! È malata si, molto malata ancora, ma pare che il dottore l'abbia cavata di pericolo. Non si tratta di lei adesso, si tratta di voi. Non sapete?... Hanno trovato il cadaveredi vostro padre, laggiù, in uno di quei fossi. Andava in cerca di rane, e pare sia caduto dentro, che Dio ci guardi, sicuro; forse era ubbriaco; ma laggiù dicono che si è buttato nell'acqua per disperazione, e danno la colpa a voi. E pare, dicono, che vogliano venire qui tutti a darvi una lezione. Bisogna vedere come sono: hanno il diavolo addosso. Per questo vostra sorella mi ha mandata e vi raccomanda di stare in casa... di non farvi vedere.

Cristina, sbalordita come se avesse ricevuta una mazzata sul capo, non ebbe che una percezione ben chiara, una percezione che l'aiutò a sopportare il colpo. In mezzo a tante disgrazie Maria aveva pensato a lei: le voleva dunque sempre bene!

Facendosi forza, disse alla donna:

—Grazie; grazie tante. Direte a mia sorella che la ringrazio. Starò in casa; farò tutto quello che vuole; non abbia paura per me; pensi alla sua salute. Volevo giusto andarla a trovare; ma... Ecco qui, portatele queste ova fresche, questo po' di burro e il pan bianco... Povera Maria! Che si custodisca bene!... E questo per voi...

Andava di qua e di là per la cucina, prendendo fuori la roba che disponeva con garbo in un panierino. Era nervosa, agitata e tutta rossa in viso.

La contadina intanto pensava: Quanto pane, quante ova!... Può mangiare finchè vuole: che fortuna!

—Quanto al vecchio—entrò a dire la Cristina con un tremito nella voce—l'ho fatto mandare via, anzi l'ho mandato via io, perchè a poco a poco, vuotava la cantina al curato e gli diceva dietro tutti gli improperi, e avrebbe voluto che gli tenessi mano io!... Via lui o via me, ho detto al curato: e se fosse vivo ancora oggi, rifarei quello che ho fatto!

—Per carità non lo dite!—supplicò la contadina.—Guai se vi sentissero laggiù. Ora sono tutti per lui. Pare che sia morto un santo. E tutti contro di voi sono!

—S'affoghino! mormorò Cristina con una alzata di spalle.

***

Un'ora prima del tramonto, avendo smesso di lavorare, una frotta di uomini e di donne si avviò con molta animazione alla volta di Gel, per vedere la Scaramelli e dirle il fatto suo. Si erano montati ciarlando e gridando, messi su specialmente da quelli di Val Mis'cia.

Intanto le autorità e il medico, giunti sul luogo in ritardo, con tutto loro comodo, esaminavano il cadavere, constatavano la morte senza violenza, quindi volontaria o casuale, ed eseguivano le altre formalità.

Dopo l'avrebbero fatto portare a Gel per la sepoltura che doveva avere luogo subito, visto lo stato di avanzata putrefazione in cui si trovava il misero corpo.

I contadini più pacifici aspettavano di accompagnare il morto; ma gli scalmanati non potevano aspettare.

E poi insieme al convoglio avrebbero fatto la strada alcune di quelle guardie di questura, venutein giù col delegato; e agli scalmanati non premeva di averle in compagnia.

Strada facendo la turba ingrossò, e allorchè toccò il sagrato pareva quasi imponente.

Si annunziò subito con grida e fischi, fermandosi davanti alla casetta bianca della parrocchia tutta chiusa, porte e finestre.

Don Giorgio e Cristina erano nella saletta che teneva il centro della casa fra le quattro camerette, due a destra e due a sinistra, e in fondo metteva alle scale. Lui calmo, sereno; lei vibrante di collera.

—Fuori la Scaramelli!—gridavano i villani imbizziti.—Fuori quella che ha ammazzato suo padre!

—Fuori!—incalzavano le donne.—Mostri la sua bella faccia di sporcacciona...

Volevano sculacciarla. E se lei non scendeva, sarebbero saliti loro e l'avrebbero tirata abbasso per darle una bella lezione.

—Tanto sfacciata, e non ha il coraggio!—gridava un ragazzone sciancato.

—Fuori! Fuori! Fuori!

Le donne erano in prima fila, le più accanite.E la Virginia Rampoldi trovava i peggiori insulti.

Cristina, ritta in piedi presso alla finestra, dietro le imposte chiuse, i pugni stretti, i denti serrati, schizzava fiamme dagli occhi.

Ogni tanto i suoi nervi scattavano.

Una imprecazione smozzicata le usciva dalle labbra rosse come il sangue.

Un sasso volò.

Poi un altro.

Allora ella non ebbe più pace. Voleva affrontare i suoi nemici, faccia a faccia.

—Don Giorgio, mi lasci andare! Butteranno giù la porta, verranno su; non è giusto che lei patisca per me!... Vogliono me!... Mi lasci andare!... Mi lasci!...

E si dibatteva con tutto il vigore delle sue braccia robuste.

Ma egli la teneva lì incatenata, con poco sforzo. E il suo volto s'illuminava di tratto in tratto per un vago sorriso di pietà e d'indulgenza. Sembrava perfino che dimenticasse il dispiacere di quel critico momento; come se la sua anima piena di amore e di luce non potesse accogliere nessun pensiero fosco.

Con accento commosso, con quella voce profonda che sembrava venire direttamente dal cuore, egli andava ripetendo:

—Coraggio! Sii forte. Non lasciarti abbattere dalla collera che è una debolezza. Sono poveri abbrutiti, poveri illusi; credono di difendere la giustizia; credono di far bene.

—La Virginia, no. La Meroni, no. E quelle altre neppure. Son birbone!...

—Lasciale gridare; che cosa t'importa?... Hanno un pochino d'invidia femminile. Non vuoi compatirle tu che sei tanto bella e adorata?

Erano le prime parole d'amore che le diceva da quattro mesi che stavano insieme—le prime dopo quel giorno.

Le fecero una grande impressione.

Tutta vibrante e intenerita sotto la carezza di quella voce che le penetrava il cuore, ella non trovò una risposta. Ammutolì, si concentrò. Le memorie l'assalirono. Per la prima volta in tutto il giorno pensò al cadavere di suo padre, trovato in fondo a un fosso, gonfiato dall'acqua, mezzo putrefatto. La collera cadde; cadde il fiero sentimento di sfida che l'aveva tenutasu per tutte quell'ore, mantenendola in uno stato di eccitamento. Si sentì sopraffatta da una immensa prostrazione. E dal fondo della sua anima si fece strada uno spasimo sordo, inesplicabile, che andò acuendosi di momento in momento.

Quel suicida, quell'ubbriacone, quell'uomo orribile, scacciato da lei perchè rubava e avviliva la casa del parroco con la propria bassezza: quello sciagurato uomo era suo padre!...

Giustamente lo aveva scacciato; e giustamente Sandro Rampoldi non aveva voluto accoglierlo. Ma questo nulla mutava alla terribile verità: era il padre suo quell'uomo; e lo avevano trovato morto in un fosso, mezzo putrefatto, come una carogna... Chi sa quanto aveva patito!... E era suo padre!

Questo pensiero, che per lei aveva l'acutezza dolorosa di una sensazione fisica, diveniva intollerabile, le mordeva le carni.

Un sasso lanciato con maggior violenza venne a battere appunto contro quella imposta là vicino a lei. Un grido le sfuggì; un singhiozzo terribile eruppe dal suo petto.

Altre immagini spaventose l'assalirono. La sua povera sorella, già tanto infelice, la povera Maria, che perdeva l'unica consolazione, la sua creatura, morta prima di nascere!...

E don Giorgio!... don Giorgio, precipitato, per causa di lei, nella rovina, nella vergogna! Forse gli sarebbe toccato andar via; e lei non l'avrebbe mai più riveduto; mai più, mai più, come se fosse morto.

Da tutte le parti il dolore l'assaliva e cresceva, cresceva; l'atterrava, le negava ogni scampo. Si sentiva soffocare, le pareva di andare sotto, sotto, come suo padre, nell'acqua gelida e limacciosa.

Ma quegli ossessi gridavano continuamente, e i sassi volavano.

Ella ebbe un altro scoppio. Non era meglio sfidarli, rischiar la vita... finirla?... Spalancare la finestra? Farsi lapidare?... Finirla, finirla!

Non poteva reggere a tanta angoscia!

Con impeto disperato tentò di aprire la finestra. Ma il Castellani che la sentiva spasimare e gemere e piegarsi e contorcersi come un sarmento alla fiamma, la trascinò lontano dallafinestra, in fondo alla saletta, e la fece sedere, e sedette accanto a lei. Poi, cominciò a parlarle sommessamente di quell'immenso dolore ch'ella non sapeva esprimere.

Fuori la folla continuava a strepitare. Ma il parroco non vi badava: erano per la maggior parte donne e ragazzi; non potevano durar molto. Difatti, una imposta rotta a un finestrino del primo piano spaventava i più timidi, e Bernardo, il contadino della Cascina Grande, sopraggiunto in quel momento, faceva sentire la sua parola assennata. Qualcuno resisteva tuttavia; qualche sasso volava ancora, ma piccolo e mal lanciato.

Cristina non ascoltava che la voce dolce del suo signore, e, a poco a poco, la sua oppressione si scioglieva, le lagrime scorrevano da' suoi occhi brucenti, e abbandonava la testa sul petto fedele del giovine. Piangevano insieme.

Era quasi notte. I rumori cessavano. Bernardo aveva finito di convincere i più scalmanati, annunciando il prossimo arrivo dei carabinieri, e soggiungendo con un sottinteso: «Non è già per una sciocchezza simile che vorrete farvi legare!...»

Don Giorgio si riscosse nel salottino pieno d'ombra; andò alla finestra, l'aprì. Il sagrato era quasi vuoto; pochi curiosi guardavano in silenzio. Due carabinieri camminavano in su e in giù.

Più lontano, sulla strada maestra appariva una specie di convoglio funebre con due torcie di resina, diverse guardie di questura delle quali si vedevano luccicare i bottoni al lume delle torcie, e, sopra una barella, portata da quattro contadini, una massa nera, informe.

Don Giorgio pensò che doveva scendere, andare in chiesa. Passò nella sua camera, indossò la veste talare, prese il berretto e ritornò nella saletta.

Il convoglio funebre era ancora in cammino, egli aveva un istante di tempo.

Si accostò alla Cristina che piangeva sempre, e con quella voce tenera e profonda, che a lei faceva tanto bene, le disse:

—Non piangere più. Tuo padre è tranquillo adesso. Dio gli ha perdonato.

Tacque un istante, poi riprese:

—Anche a noi ha perdonato Iddio! Non piangere, ti dico. Guardami. È l'ultima voltache mi vedi con questo abito; questo che vado a compiere—la benedizione alla salma di tuo padre—è l'ultimo atto del mio ministero di sacerdote.

La giovane, che aveva alzata la fronte e rasciugate le lagrime, ebbe un sobbalzo e gridò:

—Che dice?!...

—Dico una cosa bella e seria. Domani cesserò di essere prete—e domani a sera partiremo insieme...

—Oh! Don Giorgio?!... È possibile?...

E lo guardava fiso, quasi per convincersi che non era impazzito.

—Parlo di tutto il mio senno. Questa risoluzione avrei potuto prenderla da un pezzo; ma non si rompe così facilmente con tutto un passato. E poi avevo bisogno di essere convinto che facevo bene. Da due giorni Dio mi ha fatto la grazia.

—La grazia?!

—Sì; concedendomi la lucidezza di mente e la sicurezza di spirito di cui avevo bisogno. I miei superiori pretenderebbero che io ti abbandonassi. A questo prezzo mi perdonerebbero loscandalo e sarebbero anzi disposti a favorirmi nella carriera... Non tremare, anima mia! Io non posso ammettere questa morale. Ciò che sarebbe una cattiva azione per un uomo qualunque non può diventare un'azione meritoria per un prete. E se così è, tanto peggio per il prete: io ritorno uomo. Tutto è disposto, pronto; domani avrò il diritto di non indossare questo cilizio. E fra qualche settimana sarai la mia sposa, davanti agli uomini... ed anche davanti a Dio... non temere!

Senza proferir parola, istintivamente Cristina levò al cielo le mani congiunte e gli occhi pieni di lagrime, in atto di muta, fervente preghiera.

Dopo alcune annate discrete, i contadini sanno per esperienza che arriva una annata sterile; sembra che la terra senta il bisogno di riposarsi. Non vi sono malattie, non flagelli straordinari; senza causa apparente, il raccolto si annunzia scarso, e i contadini cominciano a impensierirsi. Ma troppo spesso altre sciagure sopraggiungono: i bachi da seta vanno male per una delle mille cause impreviste che possono danneggiarli: un freddo fuori di tempo rovina i teneri germogli, malattie misteriose, crittogama o filossera, si attaccano alle povere piante; e i contadini, che non intendono nulla dei discorsi scientifici degli intelligenti, profetizzano però con rara perspicacia le conseguenze immediate diquelle oscure parole. E tali conseguenze sono: miseria e fame!

Quell'anno la carestia batteva in vari punti della bassa pianura lombarda. E i bachi erano andati male; parte, perchè il freddo aveva bruciata la foglia in primavera: parte, perchè il caldo eccessivo e precoce li aveva paralizzati nel momento difficile in cui si preparavano a filare.

—Dopo tante fatiche!...—Dopo tanta spesa!...—gemevano le povere donne.

—È l'annata cattiva—dicevano i fittabili—passerà. Ci vuol pazienza. Ma i contadini scrollavano il capo.

Era il flagello! Dio li puniva. Da dieci mesi—dalla scomparsa di don Giorgio Castellani con la Cristina—il nuovo curato, un uomo austero, dalla mente ristretta, pieno di terrori, preconizzava dal pergamo il castigo di Dio.

Non osando attaccare il suo antecessore, il cui romanzo amoroso lo empiva di ribrezzo, egli si scagliava contro i cattivi costumi generali: la irreligiosità dei padroni, vale a dire, dei fittabili, chè di veri padroni ve n'ha ben pochi che abitinoin quelle campagne; i vizi dei contadini. E la sua voce tonante, la sua rettorica rozza, ma non priva di una certa efficacia, finiva di intontire quei poveri ignoranti abituati alle mitezze del Castellani.

In tali emergenze, col formentone che stentava a crescere e il riso che pareva malato, sentendosi addosso il terrore della miseria, nella prospettiva di uno squallido inverno senza scorta di denaro nè di derrate, i più increduli erano scossi, e la chiesa si empiva.

Pietro Rampoldi, minacciato più di tutti, dava il buon esempio tra quelli di Val Mis'cia. Il grosso podere che aveva dato quasi l'agiatezza alla famiglia, fino che i due fratelli rimanevano uniti, diveniva ora per lui solo un peso esorbitante. Ma egli si ostinava a tenerlo, e nulla angosciava tanto il suo cuore di contadino, quanto il pensiero che il padrone lo mandasse via. Per ciò si sforzava a lavorare senza posa; spendeva i piccoli frutti del lungo risparmio in tante giornate di opere; lasciava che la Virginia finisse di rovinarsi in un lavoro superiore alle sue forze, e finalmente si attaccava al fratello, cercava di sfruttarlo con promesse, con blandizie.

Sandro, che si era lasciato riprendere dalla cognata, si faceva in quattro—come dicevano i paesani—per accontentare il fratello e la cognata insieme. In fondo, nella sua coscienza non totalmente atrofizzata, egli si sentiva sollevato dal proprio rimorso, tanto più, quanto più riesciva a rendersi utile a quel fratello che tradiva. La sua rozza onestà gli diceva che tutto quel lavoro, fatto senza interesse, era in certo modo un compenso al tradimento.

Forse egli non giungeva fino a pensare che Pietro, tutto intento a sfruttarlo e a tirarlo via di casa, parlandogli male della povera Maria, non meritava poi tanti riguardi; ma se non vi pensava liberamente, certo ne intuiva qualche cosa.

Intanto il calore eccessivo peggiorava le condizioni sanitarie. La minestra mal condita con poco olio dilinosa, era spesso composta di riso bacato; e il grano fermentato forniva qualche volta la farina per la polenta. Le febbri infierivano fra le mondaiuole. Si parlava di tifo e d'altri malanni. Alla Cascina Grande, Maria Rampoldi non poteva rimettersi dopo quella catastrofeche aveva chiusa in una piccola bara la sua grande speranza di maternità.

—È l'aria cattiva di quest'anno!—dicevano le comari.

—È un po' perchè non t'importa di guarire!—diceva il medico rampognandola.

Era forse vero.

A ventiquattro anni Maria si sentiva fuori della vita. Sapeva che Sandro andava sempre in Val Mis'cia per aiutare il fratello facendosi strapazzare dal padrone, perdendo molte giornate di lavoro, inventando scuse che non sempre venivano accettate.

Ella fingeva di non sapere. Invano le altre donne le andavano dicendo che Sandro faceva tutto per la Virginia, che erano sempre insieme, che parevano due sposi. Oppure, che il padrone della Cascina Grande era stufo, e che aspettava soltanto di cogliere il suo uomo sul fatto per cacciarlo e metterlo in istrada. Oppure, che se lo teneva ancora, era per lei, soltanto per lei; perchè tutti avevano compassione di lei, poverina, così sfortunata; e perchè il signor dottore la raccomandava.

Ella rimaneva a capo basso, le braccia conserte, mormorando appena:

—Che cosa devo fare?... Sandro non mi dà retta.

E non pareva inquietarsi di più. Il suo amore, nato di gelosia in un momento di spasimo, si illanguidiva a poco a poco come una pianta delicata che il gelo consuma.

Aveva sofferto tanto per quell'uomo: non poteva soffrire di più.

D'altra parte, quella bimba nata morta le aveva rapito forse per sempre la speranza di una nuova maternità. Dunque.... tutto era finito.

—Ha voluto che pensassi sempre a lei!—diceva la povera contadina con quel senso arcano d'intima poesia che la distingueva.

Avrebbe voluto morire, perchè si rodeva di non poter lavorare come prima, nè rendersi utile in alcun modo.

Si sentiva vecchia, e non era mai stata così bella. La malattia che le vietava i lavori troppo faticosi, non la danneggiava ancora esteticamente, anzi, le giovava. La sua carnagione, imbrunitadal sole, ritornava bianca; e i lineamenti regolari, ma un po' guastati dall'impronta di volgarità che la troppa salute dà qualche volta alle giovani campagnuole, si affinavano, acquistavano, nel languore della malattia, una espressione nuova, penetrante. Nè ancora il dimagrimento nuoceva alla perfetta armonia delle forme scultorie che apparivano più eleganti sotto al vestito liscio e aderente.

Sandro, tutto assorto nella sua cieca passione per la cognata, non s'accorgeva neppure, come non s'era mai accorto, di avere al fianco una così bella donna. Egli avrebbe voluto vederla forte e attiva come un tempo, ora che ne avrebbe avuto più bisogno che mai. E s'irritava col medico, che, secondo lui, menava la cura troppo per le lunghe. E diveniva aspro, inquieto. Per ciò le sere in cui, finito il lavoro, invece di vederlo entrare in casa a cenare, essa lo vedeva avviarsi verso Val Mis'cia, per lavorare al chiaro di luna nei campi del fratello, non provava alcun rincrescimento, bensì piuttosto un vago senso di sollievo.

Cuciva, filava, custodiva i bimbi malati delle povere donne che non potevano restare a casa; e il suo dolce sorriso, la sua bontà e quel bisogno di sacrificarsi al bene degli altri, la rendevano carissima a tutti. Era la consolazione di quelli che soffrivano.

Una sera capitò nella corte una vecchia che girava di tratto in tratto per quelle campagne vendendo le noci dorate coldestinodentro. Costei si fermò davanti a Maria e le mormorò freddamente:

—Voi, sposa, andate incontro a una disgrazia e a una fortuna. La disgrazia metterà sottosopra il paese. La fortuna, se voi non saprete agguantarla, vi sfuggirà.

—Oh! per questo—esclamò una ragazza che ascoltava—ci vuol poca bravura a predirglielo: lei non saprà mai agguantare la fortuna!

—E la disgrazia?—domandò Maria sorridendo.

—La disgrazia—riprese la dispensatrice deidestini—potrebbe essere anche una fortuna per voi!... Si potrebbe affrettarla avvertendoPietro di quello che succede... Per un po' di denaro c'è chi lo farebbe...

Maria soffocò un grido e scappò via indignatissima e afflitta.

La vecchia s'allontanò tutta imbronciata. Aveva sbagliato.

Il dottor Carlo Chiari che prestava a Maria le cure più intelligenti, non era cieco, nè ingiusto, nè reso insensibile da una passione sfrenata, come Sandro il cavallante.

La vita del giovine colto e ambizioso, condannato dalla povertà a cominciar la carriera con quella misera condotta, aveva poche gioie, molti fastidi. La fatica e il tedio l'opprimevano spesso. E se la sua ambizione sempre desta, non gli lasciava perdere di vista l'avvenire, non perciò erano meno pressanti le esigenze del presente. La giovinezza lo sferzava; e i piaceri grossolani che trovava alla sua portata non potevanosoddisfarlo. La società pavese dove faceva qualche rapida apparizione, lo annoiava; troppi vincoli di idee provinciali; troppi pregiudizi. E poi, egli non voleva legarsi con una di quelle relazioni che possono avere troppo peso nella vita di un giovine. Neppure ammogliarsi voleva, come certi suoi colleghi che gli predicavano la rassegnazione. Le ragazze da marito che i soliti smaniosi di fare la felicità altrui gli vantavano ed anche gli offrivano segretamente, non parlavano al suo cuore, non gli destavano la indispensabile simpatia; e le famose doti erano miserie: ventimila lire al massimo! Egli sorrideva con disprezzo. Ci sarebbe voluto una vera ricchezza per deciderlo al sacrificio; tanto ei sentiva alto di sè, tanta fede aveva nella fortuna. Aspirava ai massimi gradi sociali, con la freddezza tranquilla di chi non vede che il proprio valore, e non teme rivali. Ma intanto, qualche cosa gli ci voleva per passare alla meno peggio quei maledetti anni!

Da principio aveva sperato nelle avventure. Ne aveva sentite raccontar tante, quand'era studente, di giovani medici accarezzati da nobilie capricciose signore, specialmente in campagna, nell'ozio delle villeggiature.

Ma dopo un anno, dopo due, quelle speranze erano morte e sepolte. Di signore belle, eleganti e capricciose come s'intendeva lui, non ne capitavano da quelle parti. Qualche moglie di fittabile lo aveva guardato di buon occhio, ed egli non si era fatto pregare; ma non valeva la pena; bisognava pagare troppo di persona, fare la corte al marito, alla suocera, alle cognate, ai vecchi zii; col rischio di essere scoperti e fare uno scandalo. Veri gineprai dell'amore.

Da qualche tempo era ridotto a sognare una piccola relazione, non sprovvista di una tal quale poesia, e che lo lasciasse, nel medesimo tempo, completamente libero.

Se non fosse stato così scarso a denari, qualche cosa avrebbe combinato. Mah!

—Una vita da diventare idrofobi!—diceva certe volte agli amici ammogliati, accompagnando la frase con una di quelle sue mezze risate che squillavano e davano rilievo anche alle banalità, facendo scintillare i suoi bei dentibianchi sotto ai baffi neri graziosamente arricciati.

—Di tratto in tratto bisogna fuggire per salvarsi dalla pazzia—soggiungeva con un'aria fredda di giovane cinico.

E scappava a Milano a immergersi in una orgia. Ma sempre quella tirannia del denaro, che tarpava l'ali alla fantasia; e poi, appena partito doveva ritornare per qualche malato. Crepavano di miseria que' disgraziati!

Dopo tutto non era soltanto codesto. Le orgie gli lasciavano una certa nausea; e i nervi, irritati piuttosto che appagati, rimanevano renitenti allo studio. Non era quello che gli ci voleva, a lui.

In tali frangenti, un giorno la Cristina gli era parsa una salvezza. Un bel frutto da mordere allegramente, senza paura, senza rancori. E finito il capriccio, essa non l'avrebbe seccato, era troppo altera.

Ma don Giorgio gli aveva guastato il giuoco: maledette sottane nere!...

Quante glie ne aveva dette dietro alle spalle.

In seguito però, i due amanti essendo scomparsi,e specialmente dacchè si buccinava che fossero marito e moglie, la bizza del medico si era quietata. Sposarla?...

Oh! no, davvero! Se quello era il patto, meglio niente. Ci voleva un curato di campagna, un novizio, per fare di quelle pazzie. Spretarsi per prender moglie? Rinunziare al principale vantaggio della professione!... E quando il dottore si trovava al caffè di Gel, o in qualche osteria col fittabile di Val Mis'cia, si sfogavano a ridere di quell'amore e di quel matrimonio; consolandosi così, a vicenda, dello smacco patito.

Da alcuni mesi tuttavia le cose erano cambiate. Il dottore non pensava più a Cristina, e se qualcuno gliene parlava, mostrava di giudicarla benevolmente. Finito il bruciore, la naturale bonarietà dell'uomo spregiudicato ripigliava il sopravvento.

Gli è che a poco a poco frequentando Maria, imparando a conoscerla, e, per il genere della cura, avendo occasione di vederla nella maggiore intimità, egli si era penetrato, quasi senza avvedersene, di quella bellezza positiva e ideale nel medesimo tempo.

Nessuno meglio del medico poteva intenderla quella bellezza: forse neppure un artista. Da principio, guardandola appunto con l'occhio del medico che notomizza, egli cominciò semplicemente dall'ammirare quella perfetta corrispondenza di parti, formate dalla natura con tanta sapienza per il suo scopo fatale.

Molte volte, mentre la povera giovane si sentiva morire di vergogna, ei le ripeteva ridendo:

—Hai torto di vergognarti... sei bella! Davvero. Non avrei creduto che tu fossi così perfetta. Sei bellissima. Te lo dico io che me ne intendo.

Una mattina, essendo appunto ritornato da una di quelle sue scappate a Milano, egli entrò a dirle secco secco:

—Vuoi venire a Milano con me la prossima volta?... Ti condurrò dallo scultore Grandi che cerca una modella. Meglio di te non può certo trovare... Oh!... Che faccia fai?... Ti darebbe dei bei denari, credi!

Ella ebbe un impeto istintivo di collera; egli, una risata. In fondo però, non era lontano dauna certa commozione. E per tutto quel giorno, la figura della sua giovine ammalata gli restò nella memoria suscitandogli un senso di vago malcontento, quasi di rimorso.

Da quella volta il dottore non si sentì più di scherzare così brutalmente con Maria. Cominciava a imporgli rispetto. Non avrebbe voluto veramente rispettarla; ciò gli pareva noioso e sciocco. Ma non poteva a meno. Per quanto mal preparato, doveva pur riconoscere che quella non era soltanto una «stupenda materia» come aveva detto tante volte discorrendone con qualche collega. Una scintilla animava quel bronzo pallido, di sì mirabile forma.

E quasi ei diceva: Peccato!

Il desiderio gli si destò all'improvviso. Allora non ebbe pace. Divenne riguardoso, quasi timido. Aveva paura di essere indovinato, e che ella non volesse più farsi curare da lui. Innanzi tutto egli voleva guarirla; e si mise a studiare la malattia con instancabile ardore.

Una volta guarita, poi, con l'aiuto della riconoscenza, non gli pareva difficile di poterla commovere.

E sempre guidato da quel suo epicureismo cinico, che era una parte caratteristica della sua natura, egli faceva dei piani molto pratici ed egoisti.

Meno appariscente di Cristina, meno seducente, Maria gli appariva più dolce, più sottomessa, quindi preferibile. Certo non gli avrebbe dato alcun fastidio; ma non per orgoglio, bensì per quella mitezza che era l'essenza dell'anima sua. Proprio la donna di cui aveva bisogno per quei tre, quattro—tutt'al più sei anni di vita oscura a cui poteva essere condannato, se un colpo di fortuna, inatteso, non cambiava le cose. Passato quel tempo, egli se ne sarebbe andato; e lei sarebbe rimasta; le contadine non si allontanano dal marito. Ma intanto, quegli alcuni anni potevano passarli bene. Perchè non doveva accettare lei, con quel marito che la trattava come un cencio di casa? Sarebbe stata troppo stupida. E stupida non era.

Se non che, i mesi passavano, e questi bei progetti non trovavano la loro attuazione. Sfinge incomprensibile, la malattia si accaniva, deridendo gli sforzi del medico. E giorno per giornoparlando con Maria, facendola abilmente discorrere, egli acquistava la convinzione che la virtù della donna non sarebbe stata meno crudele, nè meno ostinata della malattia, nella sua resistenza.

Ma anche lui si accaniva, mostrando in fondo poca saggezza.

Di tratto in tratto però perdeva la pazienza e scappava via brontolando:—Peggio per te, sciocchina!

Nel cuore dell'estate, mentre il sole e i miasmi facevano stragi fra i più poveri contadini, il dottore, essendo appunto un po' spazientito, trovò ancora un pretesto per assentarsi alcuni giorni. Quando ritornò trovò tanto da fare a Gel e in Val Mis'cia che non ebbe il tempo di recarsi alla Cascina dove il male attaccava meno.

Tra i malati c'era anche la Virginia, che soccombeva alla tisi lungamente covata.

Il medico, per quanto giovine e forte e non pigro, non bastava quasi all'immane fatica di curare tanta gente; e in certi cascinali lontani, alcuni poveri contadini morivano prima ch'egli arrivasse a soccorrerli.

Un giorno fu chiamato anche alla Cascina Grande per un caso di tifoide. Vi si recò subito, desideroso di vedere Maria.

Appena entrato nella corte, saltò dalla sua carrozzella e si lasciò condurre presso l'ammalato da una vecchia contadina che era lì ad aspettare.

La vasta corte della Cascina Grande conteneva sei edifici. Due belli: la casa del fittabile, grande e comoda e provvista di un largo portico, per mettervi il formentone quando la raccolta si faceva con la pioggia: e la stalla per le bestie.

Quattro bruttissimi, neri, maltenuti: casupole da contadini. L'ammalato di tifoide abitava nell'ultima casupola quasi nascosta dietro la stalla, nelle esalazioni del letame. Poco discosta, ma assai migliore era l'abitazione di Sandro e Maria. Si componeva di due stanze, vicino al fenile.

Finita la visita con tutte le regole, il dottore andò direttamente alla casa di Maria, sperando di trovarla. Ma non vi era.

Una giovine macilente che tesseva sola sola in una specie di cantina, facendo un rumoreassordante col suo vecchio telaio a mano, vide il medico e smettendo un momento il lavoro, gli gridò dal finestrino:

—Lacavallanteè laggiù a filare, vicino ai gelsi.

Ei la scorse subito. Sedeva su una carriuola arrovesciata e filava all'ombra di un gelso.

Senza addarsene egli affrettò il passo. Ella si levò e gli mosse incontro.

—Oh! Maria! Come va eh?

—Bene, signor dottore.

—Bene?... Non mi par tanto! Sei pallida; hai le occhiaie violacee. Andiamo in casa che ti medicherò: ho appena il tempo.

—Oh! no...

—Perchè, no?

E corrugò la fronte, vicino ad adirarsi.

—Non vada in collera!...

—Andiamo, dunque.

—No... non c'è più bisogno.

—Che ne sai tu?

—So... È inutile.

Egli divenne pallido a sua volta.

—Non ti fidi più di me?

—Oh! signor dottore!

—Vorresti un altro medico?

—Mai più! Morirei piuttosto.

E la protesta fu così impetuosa, che il medico ne ebbe una scossa. Fissò la giovine con intensa attenzione.

Ella teneva gli occhi fermi sul filo che le sue abili dita andavano assottigliando; ma un leggero tremito rendeva stentato il lavoro.

Essi erano quasi soli nella vasta corte. La vecchia, che aveva aspettato il medico poco prima, era in casa presso il suo figliuolo ammalato; la giovine tessitrice non poteva vederli dal finestrino del suo bugigatolo. Del resto, uomini, donne, ragazzi, tutti fuori al lavoro. Soltanto due piccini—due testine color della canape—si rincorrevano di porta in porta senza dir motto, come due muti.

Vicino alla stalla, sotto a una tettoia, dove stavano alla rinfusa carri e carrette, e aratri, e arnesi d'ogni genere, un vecchio, consumato dalla pellagra, preparava lo strame per le bestie: e la cavalla del dottore, buona e pacifica bestia, brucava tranquillamente l'erba ingiallita della corte.

Un calore plumbeo, insoffribile, si sprigionava dalle nuvole biancastre, abbaglianti la vista, che velavano il sole ancora abbastanza alto. Il dottore trasse di tasca una pezzuola di batista, impregnata di una essenza acutissima che gli serviva a combattere i cattivi odori delle camere dei contadini e l'odore d'acido fenico a cui la professione lo condannava: e si asciugò la fronte madida di sudore.

Provava in sè una inquietezza, uno struggimento, qualche cosa di strano, d'inesplicabile. Il desiderio banale che l'aveva tormentato negli ultimi tempi era quasi sopito. Ben altro carattere aveva l'angoscia che gli serrava il cuore adesso; ben altra cosa era la sottile tristezza che gli penetrava l'anima, disperdendo i piccoli progetti egoistici di gaudente povero, già tanto accarezzati; e mettendo un senso di amarezza fin nella visione del piacere inconsciamente evocata.

—Senti—disse, dopo un lungo e penoso silenzio—devo dirti una cosa che ti farà, forse, cambiare idea. Tua cognata muore...

Ella smise un istante di filare, e alzò gli occhi stupefatti sul medico.

—Eh! figliuola mia—fece lui, ritrovando ancora una volta il suo bel sorriso di cinico.—Non c'è da stupire. Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino. Lei ci lascierà il corpo e l'anima al suo peccato. È il contrario di te, vedi. Ma è giusto che muoia: ti ha fatto troppo male.

—Oh! per me—mormorò la moglie di Sandro, tirando adagio adagio una ciocchetta di lino—per me, quello che è stato è stato: non auguro la morte a nessuno io.

—Capisco. Ma Sandro è ancora abbastanza giovine, e non è cattivo. Morta quella lì, ritornerà a te, e sarete felici; potrai avere figliuoli ancora... se sarai guarita. Dunque, bisogna che tu ti lasci curare.

Ella scrollò il capo tre o quattro volte rapidamente.

—No, no, no! Non guarirei lo stesso. E poi non me ne importa. Quando una cosa è finita... D'altra parte c'è quella povera anima che dev'essere al limbo—dice il curato—e se avessi altri figliuoli patirebbe di gelosia. Meglio non darglielo questo dispiacere.

E sorrise in pelle, indovinando vagamente che il dottore doveva ridere della sua superstizione.

Difatti egli voleva gridarle:

—Maledetti preti! Come v'infinocchiano!

Ma non potè: era troppo commosso.

Volle dire dell'altro: Che le voleva bene, tanto tanto: che l'avrebbe fatta felice.

Ma la coscienza schiacciante dell'inutilità gli troncò la parola. Anche se l'avesse commossa e vinta—ciò che gli pareva quasi impossibile—non sarebbe stato inutile?... Anche se lo avesse amato... Inutile! Inutile!... Questa parola crudele risuonava dentro di lui; e gli pareva che tutta la sua vita ne fosse attossicata.

Malinconie di un istante, certo. Ma intanto, in quell'istante, egli le subiva.

Scrollò il capo e le spalle, come per cacciarsi di dosso quell'ossessione.

—A rivederci! Spero di trovarti più ragionevole la prossima volta.

Maria lo salutò dolcemente chiedendogli scusa. Si era fatta rossa e aveva delle lagrime nella voce.

Egli provò una pazza voglia di stringersela fra le braccia; ma si contenne.

E partì.

Immobile, la rocca sotto il braccio, il filo tra le dita, il fuso appoggiato allo stomaco, Maria seguiva con lo sguardo intento il calessino che si allontanava sulla strada bianca, deserta, sollevando nugoli di polvere.


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