Il dottor Chiari non aveva parlato a vanvera: la Virginia moriva. Una cosa preveduta del resto.
Da vario tempo, vedendola lavorare con tanta fatica e diventare sempre più sottile e pallida, le contadine dicevano sommessamente:
—Non ci resiste; ci rimette la pelle.
E le più maligne soggiungevano: L'asino sarà vendicato.
Tuttavia, fino che rimaneva in piedi, pareva che la catastrofe, lenta a venire, fosse lontana ancora.
Ma in quella primavera le prese una tosse che non la lasciò più. Aveva certi assalti da buttarla giù come morta.
Pure si sforzava a lavorare, perchè non voleva stare in casa sola: aveva paura; le veniva addosso una insoffribile malinconia. E poi, non voleva si dicesse che andava tisica. Temeva anzi sopra ogni cosa questo giudizio della gente, condanna feroce, contro cui non v'ha appello. Perciò diveniva sospettosa, e appena due persone discorrevano, la si metteva accanto a loro per sentire se parlavano di lei, del suo male.
E se qualcuno le domandava:
—Come state Virginia?—guardandola con un certo interesse o curiosità, ella rispondeva subitamente:
—Benissimo!
Ma il dottore le diceva senza pietà:
—Non ti forzare: fai peggio.
Perciò, intendendo bene che agli occhi del dottore il male non si poteva celare, ella rimbeccava stizzosa:
—Che devo fare? Il lavoro c'è, e non ho nessuno che mi aiuti, dacchè mia cognata mi ha piantata qui per i suoi capricci!
Il medico, indifferente, s'accontentava di sorridere del suo spietato sorriso, e le voltava le spalle.
Invano Sandro e Pietro sempre amorosi, sempre attaccati a quel bel corpo, che si disfaceva, la supplicavano di aversi riguardo.
Ella rispondeva invariabilmente.
—Il podere non si zappa da sè; la colpa è di chi ci ha piantati qui soli!
Così, a poco a poco, nel cuore semplice e rozzo di Pietro si esasperava il rancore contro la cognata che egli accusava di avergli portata la discordia in casa e cagionata la spartizione tra lui e il fratello. Gli pareva pure che Sandro fosse stato troppo debole, troppo ingrato. Badare alle chiacchiere delle donne! Rovinare una famiglia per quel bel costrutto! Non poteva perdonargli; non poteva, no.
Eppure quando Sandro capitava lì, e si mostrava così servizievole, così affezionato, il fratello maggiore tornava in pace con lui, e il suo risentimento si concentrava sulle Scaramelli e su don Giorgio Castellani, per il quale aveva in serbo un sacco d'improperi, che avrebbe voluto rovesciargli sul capo, levando il sacro, levando... Anzi senza fare questa fatica, poichè don Giorgio ci aveva pensato da sè, spretandosi per fare la gran pazzia di sposare la Cristina.
Ma dopo queste sfuriate Pietro si faceva il segno della croce, perchè il pensiero di quel prete che si dannava l'anima per una donna, gli metteva un grande sgomento addosso.
Tutto considerato, il più infelice dei tre, era Sandro. In casa propria una malinconia da morire, e il rimorso di vedere la sua povera moglie così rovinata per colpa di lui. In casa del fratello, rimorso, e paura continua di essere scoperto. E nessuna consolazione da quell'amore maledetto che gli aveva straziato l'anima e avvelenata l'esistenza!
La Virginia non lo amava più. A grado a grado, come la malattia la consumava e il desiderio ardente di voluttà andava spegnendosi nelle sue carni disfatte, ella cessava di amare. Perfino la simpatia fisica, già così viva e tenace, degenerava in una specie di manìa persecutrice.
Lo voleva là, accanto a sè; ma soltanto per tormentarlo. Lo guardava lungamente e lo trovava brutto, invecchiato, cencioso. Lo paragonava, con un senso di disprezzo, a un giovine signore che era stato il suo primo damo. Che differenza! Poi, ripensando che non le aveva sacrificataneppure interamente la moglie, il suo amore diventava odio.
Lo voleva là al suo fianco; e guai se non arrivava alle ore stabilite! Avrebbe voluto trascinarselo dietro, legato a una fune, come un grosso cagnaccio per deriderlo e punzecchiarlo, mostrando però a tutti che egli era cosa sua e non poteva staccarsi da lei. Ah! se Maria non le fosse sfuggita! Se avesse potuto averla tra le unghie, che medicina sarebbe stata quella per la sua malattia!
La febbre di dominio e di persecuzione che stagna in fondo al cuore di tante donne—reazione perversa della troppo lunga e dura sottomissione di tutto il sesso—giungeva all'estrema acutezza nella tisica moribonda.
Sandro sentiva l'odio che si accaniva contro di lui; lo sentiva nelle carezze feline, nei lunghi sguardi indagatori, nei motti scomposti.
Senonchè, incapace di penetrare nelle vertiginose profondità di quella natura tortuosa e incomposta, egli attribuiva tutto al male, alla gelosia, al dispiacere di morire; e compativa e amava.
Ma invano tentava di placare quella sua terribile nemica. Le portava il pane bianco di semola, il burro fresco per la pappa, il latte della capra, che il fittabile della Cascina Grande teneva nella stalla per salute dei cavalli. Spendeva fino all'ultimo soldo in medicine costose ordinate dalla magnetizzata, privandosi fin di quel poco vino, e riducendo sè e la moglie a non mangiare che polenta asciutta sera e mattina, e un poco di minestra mal condita con una goccia d'olio di linosa, nei giorni di festa. Invano.
Invano faceva tutto quanto un povero contadino suo pari poteva fare. Nulla giovava.
Virginia accettava i doni, esigeva i sacrifici; ma non aveva mai una parola veramente affettuosa. Che se qualche scintilla dell'antica fiamma si riaccendeva nelle sue viscere, non erano che ardori fuggitivi subito spenti da uno scoppio di collera, da un ritorno del malumore. E se mai la collera taceva e il cattivo umore non si ridestava da sè; erano gli assalti di tosse, i lunghi deliqui, che toglievano al povero Sandro l'ultima speranza di gioia.
Ad ogni occasione, ella ricominciava le sueeterne querimonie. Per lui era ridotta in quello stato! Perchè l'aveva tradita, abbandonata! Per lui, che essendo stanco di lei e incapricciato della sua giovine moglie, voleva finirla così! Ah! era un bel vigliacco!
Perchè non l'aveva detto subito? Ella avrebbe capito; si sarebbe rassegnata; non avrebbe preteso nulla. Di che aveva avuto paura? Che lo volesse per forza forse...
Sandro, che non poteva stare a sentire questi discorsi, la pregava di smettere, di tacere. Non le aveva domandato perdono? E quante volte!... E quante volte lei aveva promesso di perdonargli e di non parlarne più! Si, lui era stato debole, ne conveniva; non però, come lei fingeva di credere, perchè fosse incapricciato della moglie—la povera Maria, quantunque bella e giovine non gli era mai piaciuta, a lui—ma per la compassione di vederla deperire a quel modo; e poi anche perchè si era confessato e don Giorgio gli aveva toccato il cuore. Una debolezza, certo. Ma non meritava di essere disprezzato per questo.
Non era ritornato a lei quasi subito?...
Non si era messo a rischi incredibili?
Non aveva calpestato i giuramenti fatti a Dio, le promesse fatte alla moglie e al confessore?...
Non era stato abbastanza traditore, abbastanza vigliacco?
Che cosa voleva di più da lui? Lo dicesse, egli era pronto a tutto. Ma finisse di tormentarlo e di crucciarsi lei stessa!
E piangeva il povero contadino, l'antico soldato, i cui bei capelli neri cominciavano ad essere brizzolati; piangeva come un fanciullo.
Disperando, a sua volta, di farlo tacere, ella rimaneva con le spalle voltate, turandosi le orecchie con le mani, per non ascoltarlo.
Ma tutto a un tratto scattava.
Già! lui, era un gran brav'uomo! Lui, andava in chiesa, voleva salvare l'anima, e raccontava i suoi affari e quelli degli altri, e comprometteva una maritata—lavera sua moglie, come diceva nei momenti di trasporto quando le voleva bene davvero—la comprometteva con un prete pettegolo che poi raccontava ogni cosa alla ganza! Oh! si, lui, era un bravo uomo!... Aveva compassione della moglie e sipentiva di averla tradita!... Ma andasse, andasse via, una buona volta, andasse dalla sua Scaramelli!...
Si vantava di essere ritornato?... Ah! Ah! Ah! La faceva ridere davvero! Non si ricordava com'era ritornato?... Chiamato, invitato, da quel buon diavolo di Pietro, che non poteva vivere senza vederlo e aveva bisogno di un aiuto per vangare il campo grande!
Poi una volta in casa, si sa; si erano trovati soli, seduti vicini, e il capriccio di riaverla gli aveva messo il diavolo in corpo: tutti a una maniera gli uomini!... E lei, lei che gli voleva bene per davvero, si era tutta commossa, e non aveva trovata la forza di gridare, di chiamare al soccorso; e si era lasciata prendere... piangendo però! Se ne ricordava, lui?... Oh! non l'avesse mai fatto! Non l'avesse mai fatto!...
Uno scoppio di tosse, spaventevole, le troncava la parola; poi le veniva un singhiozzo tormentosissimo, una specie di convulsione che la faceva diventar tutta livida. Pareva in punto di morte; ma non si arrendeva. Appena passatol'assalto, ancora tutta smorta e tremante, gli occhi umidi, il viso chiazzato, le labbra imbrattate di schiuma, ella ricominciava con la voce strozzata, le sue eterne e volgari accuse.
A che punto l'avevano ridotta!... Potevano vantarsi di averla ammazzata.
Si! lui e le Scaramelli l'avevano ammazzata!... Si, abbandonandola così, epperò condannandola a quel lavoro insoffribile, a zappare, a mondare il riso, con l'acqua fino al ginocchio, lei che non c'era avvezza! con quel sole in quei campi scoperti che parevano di fuoco. E poi, le malignità della gente, i sarcasmi, le canzonature! Quanto aveva patito e che smangiature di rabbia! Lei sola poteva dirlo. E tutto perchè l'aveva resa la favola del paese. Oh! quelle canaglie di donne, quante gliene avevano dette, credendo che non sentisse!...
Così si era buscata il male, così le era venuta l'infiammazione—quel fuoco che le bruciava il petto—le arrabbiature l'avevano consumata di dentro, e a forza di sudore era diventata debole debole e aveva preso quella maledetta tosse! Tutto per lui e per la sua caramoglie sacrificata. Altro che dire che lei ci aveva la tendenza alla tisi. Ma si, eh! Non avevano altro da inventare?... Bianca, rossa e grassa come lei era! Volerla far passare per tisica, lei?... Carogne!... Delicata era; sicuro; delicata; non nasceva da villani come loro, per questo. Lei era nata un pochino meglio; e aveva sempre vissuto in casa dei padroni, che l'adoravano... Per sua disgrazia... era capitata in quel paese da cani... Per finire marcia... Dio, Dio! morire!... Finire!... Le toccava morire... così... E nessuno voleva salvarla... Nessuno!...
Un altro scoppio disperato, e nuovi lunghi assalti di tosse la riducevano finalmente al silenzio, esausta, annientata. Ma il suo corpo abbandonato sulla rozza panca presso al focolare, si disegnava ancora armoniosamente, con delle linee morbide, eleganti. E i bei capelli di un biondo scuro che le si arrovesciavano sulla nuca in una massa pesante, molle, ondulata, mettevano uno strano fascino voluttuoso intorno a quella faccia pallida, segnata dalla morte.
Cessata la convulsione dei singhiozzi, piangevasommessamente, come una bimba oppressa dalle ingiustizie degli uomini.
Sandro non si stancava dal contemplarla, e dimenticava le ingiurie, e avrebbe dato la metà del suo sangue per rianimare la fiamma della vita in quel corpo adorabile.
Intanto le ore fuggivano; si faceva tardi; egli doveva andarsene, col cuore stretto, la testa arroventata, implorando un bacio che non sempre gli era concesso.
L'estate torrida di quell'anno, l'afa che prostra le forze, i copiosi sudori, il nutrimento manchevole e il progredire della malattia, ridussero la Virginia tanto debole da non potersi muovere di camera. E poco andò che non le fu possibile neppure di levarsi.
I suoi rancori e le recriminazioni acquistarono nel medesimo tempo un carattere più acre ed insopportabile. Una vera ripugnanza si manifestò in lei per l'uomo che era stato il suo amante; e con la ripugnanza, non più interrotta da ritorni di passione, ingigantì l'odio sordamente covato. La decomposizione morale e fisica non si arrestò più.
E Pietro Rampoldi, l'ignaro testimone del tradimento e del lungo supplizio del traditore; l'uomo semplice, onesto, sano, incapace di sospettare il fratello e capace di resistere al veleno della tubercolosi; Pietro Rampoldi soggiacque rapidamente al contagio della decomposizione morale. In lui pure il cupo risentimento divenne odio; e quest'odio ebbe improvvisi aneliti di ferocia: bramiti di fiera che fiuta il sangue.
Le circostanze esteriori recarono la loro cieca contribuzione allo svolgimento funesto del terribile germe.
Se le Scaramelli fossero state lì sotto a' suoi occhi, offrendo uno sfogo all'amara passione, forse Pietro non avrebbe odiato il fratello. La memoria dell'antica affezione, e la riconoscenza pei recenti quotidiani servigi, lo avrebbero forse fatto resistere all'attacco oscuro dell'assorbito veleno.
Ma nessun altro nemico si presentava; nessun capro espiatorio era là. E la sua esasperazione saliva, saliva fino a quel punto, ove non è possibile che un uomo rozzo, passionato, impotente contro le sventure che lo colpiscono, non sia trascinato a sfogarla su qualcheduno.
Anche nell'aspetto esteriore egli si mutava in modo rapido e doloroso. L'alta statura, le spalle grosse, le gambe solidamente piantate, la faccia larga dalla folta barba, dalla fronte diritta, che una foresta di capelli ancora neri incorniciava severamente, tutti questi segni di salute e di forza deperivano giorno per giorno; e la robustezza generale degenerava in una incipiente obesità flaccida, stracca.
Una sera di luglio, dopo una giornata tra le più accascianti, nella camera bassa, sotto le tegole, calda come un forno, la Virginia aspettava ansiosamente una mano pietosa che la sollevasse su quel largo letto di piuma—grande ambizione dei contadini lombardi—dove il suo corpo in sudore, affondava penosamente come in una buca vischiosa.
Sandro, occupato per conto del padrone, non s'era fatto vedere in tutto il giorno.
Pietro rincalzava il formentone appena finito di zappare.
Le vicine, poco curanti della Virginia, si dicevano occupate in mille faccende.
Ella li avvolgeva tutti nel medesimo corruccio angoscioso; e a tutti imprecava.
—Maledetti! Perchè non crepano tutti?...
Perchè il sole non si decide a incendiare ogni cosa?...
Ma al parossismo seguiva l'abbattimento che la faceva rimanere immobile, senza pensiero, senza volontà, in un prolungato torpore.
Era distrutta adesso: un vero scheletro. Il viso, un tempo delicatamente ovale, appariva lungo e stretto con la bocca e gli occhi enormi. Pure, quegli occhi profondi di tisica, quei pomelli accesi, quella massa di capelli, quei denti bianchi, le davano ancora una singolare parvenza di bellezza.
Il sole cominciò finalmente, a nascondersi dietro alla solita fumana serale. Una brezzolina sottile volò via pei campi. Anche nella camera della malata penetrò il frescolino. Ma lei non ne ebbe sollievo; chè il sudore le si diacciò subito sulla pelle e un lungo brivido la scosse tutta.
Un passo greve fece scricchiolare la scaletta che dalla cucina metteva in camera per mezzo di una bòtola. La testa grossa e le spalle curvedi Pietro apparvero quasi subito sopra il livello del pavimento.
Quando egli fu presso al letto, la Virginia che voleva rampognarlo, ammutolì vedendogli la faccia sconvolta, gli occhi gonfi di lagrime. La sua indifferenza di egoista e di malata, fu scossa da quella inesprimibile disperazione.
—Che hai?—mormorò.
Egli volle rispondere, ma non potè subito; e solo un gorgoglio confuso gli uscì dalla strozza. Si lasciò cadere su uno sgabellotto che era là accanto al letto, e stentamente, con voce sorda pronunciò queste poche parole:
—Il padrone mi ha fatto chiamare. Si ripiglia il podere!... Ha già fatto il contratto con Giovanni Cappella di Gu che ha due figliuoli grandi e quattro ragazze!...
E tacque, incapace di commentare un fatto così eloquente.
La Virginia restò un momento sbalordita; ma poi, con tetro cinismo, la sua voce quasi fischiante uscì in questa esclamazione:
—A san Martino io non ci sarò più!...
—L'ha detto anche a te?—si lasciò sfuggire Pietro.
—Chi?! Il dottore?! Dunque è vero?... Non ci sarò più?!...
E la sua testa, che pure aveva trovato l'energia di rialzarsi, quasi per isfuggire a quella mazzata brutale: la sua povera testa deformata dalla magrezza, ricadde sul guanciale pesantemente, come cosa morta.
Pietro, non intendendo che a metà, sentendo però l'orrore di quella situazione, rimaneva a bocca aperta, spaventato, intontito; le spalle curve, il mento sul petto, le mani penzoloni. Non poteva parlare, pensava a stento.
Annottava.
Nella piccola camera, che il largo letto matrimoniale, il canterano e una vecchia guardaroba occupavano quasi interamente, le ombre si addensavano.
Nella stanza accanto, abitata in addietro da Sandro e Maria, una giovine sposa, venuta da poco in Val Mis'cia, addormentava il suo primonato con una monotona canzone.
A poco a poco Pietro vedeva chiaro dentro di sè. Dallo sbigottimento opprimente, in cui l'avevano gettato quei due colpi improvvisi, si andavasvolgendo distinta e terribile la coscienza della immane sventura che lo minacciava. Due separazioni, del pari strazianti per lui, lo attendevano: due perdite irreparabili: il grande podere, largamente fruttuoso, coltivato con tanto amore, e la bella donna, la brava massaia: ciò che egli aveva di più caro al mondo. Tra pochi mesi egli se ne sarebbe andato da quella casa che a lui sembrava bella perchè vi era entrato fanciullo coi suoi—una famiglia numerosa e gagliarda che sapeva difendersi dalla miseria—se ne sarebbe andato, chi sa dove; senza un soldo, indebitato e solo, senza quella donna, senza la sua Virginia!...
Pur non volendo, correva col pensiero al fratello, che l'aveva abbandonato, ed era quindi la colpa di tutto, secondo lui.
Un'altra volta la scaletta della bòtola scricchiolò. Un altro uomo saliva.
—Lui!—mormorò la Virginia scuotendosi. Lui! Il demonio della tua casa, povero Pietro!... Tutto rimescolato dal senso di quelle parole, e più dall'accento con cui la Virginia le aveva pronunciate, Pietro ebbe un sobbalzo, ma non disse parola.
Sandro entrò, come il solito, premuroso, e scusandosi dell'involontario ritardo.
Allora il fratello maggiore, scambiate appena le poche frasi indispensabili, si allontanò: doveva cambiar lo strame alle bestie e metter dell'altro fieno nelle mangiatoie, e approfittava di quel momento che la Virginia aveva compagnia.
Appena sola con l'amante, costei gridò singhiozzando:
—Vammi via!... Muoio... e tu sarai capace di vivere... Vammi via!... ti odio...
L'alba si annunziava appena nel cielo caliginoso. Sulla campagna rovinata dalla grandine soffiava un vento freddo che pareva di novembre.
Tutto il poco raccolto della cattiva annata, distrutto, portato via!
Così finiva quella terribile estate.
Le donne uscivano dalle case ai primi lucori, dopo avere passata gran parte della notte ai piedi delle sante immagini, bruciando l'olivo portato a casa nella domenica delle palme; facendo ardere delle candele benedette. Molte piangevano; altre parevano istupidite; poche avevano la forza di parlare, di sfogarsi.
Gli uomini giravano i campi al fioco lume; incalzati dalle ultime speranze che andavano man mano morendo.
—Tutto! tutto!... Proprio tutto!—mormoravano disperati.
Il formentone, già alto, pareva battuto con le verghe; la canape, fatta a brandelli e portata via dallo straripare dei fossi; poichè, dopo la grandine, era venuta giù un'acqua diluviale. Il riso, già pronto per la raccolta, distrutto pur esso, perduto!
Tutta la campagna desolata; un anno di fame e di patimenti. Unica speranza per non morire, le anticipazioni del padrone: vale a dire la miseria fissa in casa e l'impossibilità di rifarsi, chi sa per quanti anni di fila!
Un uomo alto, adusto, già grigio—un lavoratore famoso—che aveva una grossa famiglia, si strappava i capelli, con un gesto quasi inconsapevole, da demente!
Il figliuolo della Meroni e quello della Menica parlavano di emigrare. Altri giovani li ascoltavano con torva attenzione. Ma le donne inorridivano a quei discorsi.
—Chi resta qui dovrà mangiare l'erba come le vacche!—diceva il vecchio Melica, il padre della povera Giulia, con quella sua faccia di fauno.
Altri concedevano uno sfogo ai nervi irritati picchiando i ragazzi che sgambettavano mezzo ignudi nel fango, raccattando le panocchie lattiginose sui gambi spezzati, per farle cuocere sulla brage.
Qua e là si trovavano certi chicchi di grandine, che a tener calcolo della parte già disciolta, dovevano essere come noci quando venivano giù.
Allo spuntar del giorno arrivò il fittabile stralunato, ringhioso; e tentò di gettare una parte di colpa sui contadini che non si erano affrettati a raccogliere il risomelone, già maturo; come se non fosse toccato a lui a dare gli ordini!
Ma il Melica, vecchio e sparuto com'era, minacciò di strozzare quel prepotente, se non la finiva. E lo scacciasse pure! Tanto, morir di fame qua o là era lo stesso!
Il sole, appena comparso, veniva coperto dalle nuvole nel cielo cupo e tempestoso.
—Dopo il campo la casa—dicevano alcuni contadini alludendo alla piena dell'acque che poteva portarsi via quelle loro casupole.
Venivano intanto notizie dei dintorni. Il danno era vasto. Il temporale aveva battuto una larga zona; risparmiando, tuttavia, certi posti, appena sfiorando certi altri; mentre sull'«isola» s'era proprio accanito.
Il grosso podere dei Rampoldi era specialmente rovinato; neppure un pezzetto sano; niente! Un bel saluto per l'ultima annata.
—Appena liberato da quella carcassa, Pietro farà bene a emigrare—diceva il figliuolo della Menica che si scaldava con l'emigrazione.
—Per me andate dove volete (magari all'inferno)—borbottava il fittabile ghignando nell'ira.
—Ma dov'è Pietro?—domandò un contadino che aveva un campo vicino al podere.
—Non s'è ancora visto—rispondeva un altro.
Come mai?... Non aveva sentito tutto quel buscherio?...
La finestra è spalancata—disse una ragazzache veniva da quella parte.—Ma lui non si vede.
La Nunziata Meroni arrivò di corsa sulla testata del vasto appezzato di granoturco, dove pareva che un battaglione di cavalleria avesse galoppato in lungo ed in largo tutta la notte.
—È morta la Virginia!—gridò quasi allegramente. E poi, a mezzavoce:
—Sarà contento l'asino!...
—E tu, quando crepi, stregaccia?—scrosciò una voce che tutti riconobbero per quella del Melica.
Improvvisamente, come sbucato di sotto terra, Pietro Rampoldi si trovò lì.
Si fece silenzio. Neppure la Meroni osò ribattere l'insolenza del vecchio Melica.
Pietro era irriconoscibile. Pareva più alto del vero, perchè le grosse spalle gli si erano come assottigliate, ed egli camminava diritto, un poco intirizzito, coi ginocchi rientrati. Nel volto aveva un pallore terreo; le labbra quasi nere; gli occhi torvi, socchiusi; e in quella selva di capelli scuri, arruffati, spiccavano certi ciuffi grigi, che nessuno si ricordava di avergli visto. Inmano teneva il forcone col quale aveva portato fuori il letame di sotto alle bestie. Guardava la campagna rovinata, senza proferir parola; gli altri, però, guatavano in viso a lui.
Ei se ne addiede, essendo in sospetto.
A un tratto afferrò il Melica per un braccio, e con una voce che fece correre un brivido nelle vene degli astanti, gli chiese:
—Perchè mi guardate così!
Preso alla sprovvista, il vecchio s'impapinò. Che ne sapeva lui, dedina! Che ne sapeva?... Oh bella! non era lecito guardare in faccia un cristiano?
—Ora si strozzano—mormorò la Meroni con febbrile interesse.
Pietro, tornato in silenzio, guardava il suo interlocutore con gli occhi stralunati. Dopo alcuni momenti ripigliò:
—Sapete che mi è morta la moglie?... Stanotte durante la tempesta, nello spavento di quelle saette!... È una gran disgrazia per me!
E mentre diceva così, volgeva gli occhi in giro, scrutando le faccie chiuse, atteggiate a una indefinibile espressione di scherno.
Qualcuno sospirò; qualche femmina mormorò a mezza bocca:—Poveretto!... sicuro!... Ma gli altri chinarono le fronti, per non mostrare il lampo maligno degli occhi.
Melica, incapace di frenarsi, disse:
—Guardate il podere piuttosto! Di femmine non v'ha penuria, ma di formentone, ne patiremo tanta, quest'anno!
—È vero—mormorò Pietro con la voce cavernosa:—è vero! Ma anche la mia povera moglie non l'avrò più...
—Non v'inquietate! Ne troverete un'altra.
—Non come quella però!
—Ve l'auguro!... Ve l'auguro!...
Il senso palesemente satirico di queste parole sembrò sfuggire al bifolco. Ma il fittabile che passava di là non si trattenne dal ridergli sulla faccia.
Pietro restò imperturbato; e voltate le spalle s'allontanò senza dire una parola.
Andò verso casa. Entrò un momento nella stalla: guardò le sue bestie a una a una, come se avesse voluto portarne con sè l'immagine. Mise del fieno fresco nella mangiatoia dellavacca nera che aveva finita la sua razione e le accarezzò la schiena con un gesto automatico. Tornò a guardare i bovi, aggiunse un po' di fieno anche a loro, tanto che ne avessero abbastanza per tutta la giornata. Depose il forcone; uscì; accostò l'uscio. Attraversò l'orto e entrò per la piccola porta posteriore, nella cucina, quasi buia e tutta in disordine, per il gran tempo dacchè nessuna donna se ne occupava. Egli non vi badò; ci era avvezzo.
Staccò dal muro un vecchio fucile a una canna che suo fratello gli aveva regalato anni addietro; lo esaminò; lo ripulì. E senza affrettarsi, calmo, freddissimo, cercò la munizione in un cassetto della credenza. Ve n'era abbastanza per una carica. Un lampo di soddisfazione gli balenò negli occhi. Si mise a caricare l'arma con molta cura.
Quand'ebbe finito salì nella camera della morta. Quella grande calma sembrò abbandonarlo, allorchè, appena uscito dalla bòtola, i suoi sguardi si fermarono istintivamente sul letto, dove la Virginia giaceva come se dormisse. Tremò e inciampò.
—Sacr...! Se mi scatta il grilletto!... balbettò trasalendo. Fece qualche passo per la camera, sempre con gli occhi rivolti alla morta.
Andò alla finestra e restò un momento a respirare l'aria, perchè si sentiva un peso sul petto, e stentava molto a tirare il fiato.
Il tempo pareva nuovamente sul cambiare. Un vento forte spazzava le nubi e il sole mattutino tingeva il cielo di rosa.
Alcuni contadini ritornavano alle loro case, la testa bassa, le braccia penzoloni. Altri continuavano a girare pei campi, all'impazzata.
Pietro si ritrasse dalla finestra e fece ancora qualche passo a caso, tentennando. Il suo viso color della cenere aveva dei solchi profondi sotto agli occhi, intorno al naso.
Sentiva la febbre martellargli i polsi e una arsura insopportabile in gola. Cercò la secchia dell'acqua che aveva portato su nella notte. Era quasi piena. Se l'accostò alle labbra e bevve, bevve. Provò qualche sollievo, ma i ginocchi, pesanti, gli si piegavano per la stanchezza.
Volle sedere un poco e andò a mettersi accanto al letto, dalla parte dove dormiva lui, suuna seggiola di paglia. Appoggiò la spalla sinistra al letto; tenendo sempre lo schioppo con la mano destra. La morta, che nel delirio della notte si era buttata adosso a lui, pendeva tutta da quella parte, tanto vicina, che gli pareva di sentirla ancora sopra di sè, come in quelle ore angosciose. Rabbrividiva.
Crescendo l'oppressione, celò il viso contro il guanciale e pianse lungamente. Le lagrime scorrevano sulle guancie flosce e inzuppavano la biancheria del letto formando una larga macchia.
—Virginia!... Virginia mia!—balbettava quasi senza sapere.
A un tratto si scosse; guardò la morta da vicino e continuò a guardarla sempre più intensamente, negli occhi vitrei rimasti aperti, velati appena dalle lunghe palpebre.
Senza rendersene conto, sentì ch'era sempre bella; si chinò su lei; la baciò. Ah! Com'era fredda! Nuove lagrime gli offuscarono la vista. Tornò a fissarla negli occhi. Quegli occhi morti serbavano nella eterna immobilità una espressione terribile.
Dicevano quegli occhi:
—Ammazzalo! Ammazzalo!—come avevano detto le labbra nel delirio dell'agonia. Ammazzalo! È stato il demonio della tua casa!... Ti ha tradito, te, suo fratello!... Io?... Io?... Si; perdonami!... Mi ha voluta... è stata una debolezza... Perdonami! Ho sempre voluto bene a te, sempre!... Ammazzalo, quel cane!... Ammazzalo, ci ha traditi tutti due.
Pietro ripeteva dentro di sè le spaventose parole. Gli pareva di risentirle nel silenzio pauroso di quella camera. E pensava ch'ella era morta in peccato, con quel pensiero di vendetta, soffiandogli sul viso con la voce spenta quella parola: ammazzalo. Dannata, certo. La povera anima doveva essere già nelle fiamme eterne. E lui pure andava incontro alla dannazione. Si sarebbero incontrati, laggiù...
Ma anche l'altro doveva esserci!... Epperò voleva ammazzarlo subito, perchè non gli restasse il tempo di pentirsi. Oh! il fucile era buono, ed egli mirava bene!
Si trovava seduto di fronte alla bòtola. Un balzo; un colpo. Uno solo. Guai se falliva! Ma il braccio era saldo: il colpo avrebbe colto nel segno.
Sandro doveva arrivar presto perchè era domenica, e perchè sapeva la Virginia tanto aggravata; più presto ancora per vedere i danni della grandine. Poi, forse qualcuno l'avrebbe avvertito della morte di Virginia; ed egli sarebbe accorso per vederla e baciarla un'ultima volta.
—Cane!... Assassino!... Baciarmi la mia donna! Portarmi via la dolcezza di quella carne! Godermi quel corpo, mio, mio! E dopo, come niente fosse, piantarmi qua col grosso podere sulle braccia, vedendo che non potevo bastare ai lavori! E spogliarmi di quella poca roba con la scusa della spartizione!... Cane!... No. Caino!... Tu possa morire senza dire «Gesù» e bruciare per l'eternità.
Batteva i denti, gli occhi gli si iniettavano di sangue, il petto gli si gonfiava. Sentì il bisogno di scattare in piedi sotto l'impulso formidabile dell'uragano che si scatenava dentro di lui.
—Vieni! Vieni presto, perdio!
Nessuno ancora. Ricadde sulla sedia. Cercava di ricomporsi; di aspettare pazientemente.
La lunga attesa non doveva stancarlo; la vendetta sarebbe stata più saporita. Nella mattinata sarebbe venuto certo quel Giuda... sarebbe venuto. Nessuno sospettava che lui volesse fargli male: nessuno poteva avvertirlo. Sarebbe arrivato come sempre, con quell'aria di soldato, con quella faccia d'ipocrita.
Erano fratelli loro?... Fratelli!... Da molto tempo si era abituato a non vedere che il nemico in quell'uomo. L'odiava tanto!
Voleva ucciderlo come una bestia malvagia. Non gli avrebbe detto neppure una parola: avrebbe tirato il colpo eamen.
E tornava a guardare la morta, quasi per chiederle la sua approvazione. La guardava con indicibile amore e rimpianto. Non gli passava neppure per la mente ch'ella potesse essere la principale colpevole.
La facoltà di ricostruire plasticamente nel pensiero un fatto noto, ma non veduto—questa facoltà tanto sviluppata in alcuni—mancava od era debolissima nel povero bifolco. L'immagine di quella donna, sana, fiorente, stretta al petto dell'amante in un trasporto di passione—immagineche avrebbe fatto impazzire un altro in quelle circostanze—non si allacciava peranco alla sua mente confusa e lenta.
Nè la memoria lo serviva meglio: non ricordava le moine, i sorrisetti, le pose procaci della bella donna davanti al cognato. Forse non aveva neppure osservato codesti fatti; certo, non capiti.
D'altra parte, impressionato dagli ultimi avvenimenti e da quell'astio accanito della moribonda per il suo complice, Pietro non poteva supporre ch'ella avesse amato un giorno quell'uomo, come non poteva discernere, sotto le cause palesi, le occulte cause psicologiche e fisiologiche di quell'astio implacabile.
Per lui la colpa di sua moglie non poteva essere che una debolezza; egli non poteva che figurarsela riluttante, vittima quasi di una vera violenza. E da questo intimo convincimento all'assoluzione completa della seducente creatura, le cui dolci carezze non l'avrebbero mai più rallegrato nella misera vita, il passo era breve assai. In ogni modo questi non erano che movimenti inavvertiti dell'animo, chiarori crepuscolaridella coscienza; i quali contribuivano, forse, ad acuire l'odio per il traditore e ad affermare la volontà nel pensiero della vendetta.
Difatti, non una incertezza su questo punto: non un dubbio.
Il suo animo era preparato di lunga mano. Soltanto la istintiva ripugnanza all'omicidio e un resto di tenerezza fraterna avevano resistito fino a quel punto alla terribile spinta. Ma dopo la confessione della Virginia, allorchè il fratricidio gli balenò distintamente, in quella cocente febbre di vendetta: allorchè il piano feroce andò svolgendosi con rapidità spaventosa, nel suo pensiero di solito così tardo, egli non provò nè stupore, nè ribrezzo, tanto la coscienza si era già abituata a considerare quel delitto siccome inevitabile e quindi giusto. Con tuttociò, prima di mettersi all'opera, egli aveva cercato una specie di controprova, che i visi beffardi e i discorsi equivoci dei suoi compaesani gli avevano fornito. Ora sapeva che la gente lo aveva anche deriso per la sua buona fede; che Sandro lo aveva esposto in tutte le guise alle beffe, allo scherno: sapeva, e l'odio saliva, saliva.
Il suo grosso orologio segnava le otto e dieci minuti, allorchè, dal posto dove sedeva, guardando intensamente fuori dalla finestra, egli vide Sandro uscire dal fitto dei gelsi e prendere per la viottola che metteva direttamente al piccolo orto della casa.
Sandro camminava adagio, a testa alta, come il solito. Era serio, ma non troppo abbattuto. Sull'orlo del fosso aveva incontrato la Meroni.
Guardandolo con insistenza, costei gli aveva detto:
—Vostra cognata è morta stanotte!
Si era fatto pallido il povero Sandro, e non aveva potuto altro che balbettare:
—Morta?!... Morta?!... soffocando i singhiozzi per non farsi scorgere dalla vecchia che lo esaminava con gli occhi pieni di malizia.
Ma a poco a poco quel primo sgomento aveva fatto luogo a un vago senso di sollievo e quindi alla coscienza della riconquistata libertà; coscienza prima oscura ed incerta; poi limpida. Ora egli pensava:
—Povera Virginia! Morire così, a soli ventott'anni! Povera Virginia, ti ho voluto tanto bene, non ti dimenticherò mai... mai!...
Era sincero.
Ma insieme a questi rimpianti, espressi liberamente, con soddisfazione della coscienza, una voce interna andava mormorando sommessamente questa insinuazione consolatrice:—Non disperarti tanto! Bisognava bene che morisse, malata così!... Chi sa quanto avrebbe sofferto quest'inverno con la miseria che si prepara. È un bene che sia morta, un bene per lei... e per gli altri...
Egli rimaneva come impaurito, e cercava di allontanare la voce importuna. Ma il sollievo interno, quel senso di liberazione, diveniva ognora più distinto e vivo: s'imponeva.
La passione che tanto lo aveva torturato moriva con la bella donna: il fascino che emanava da quel corpo sarebbe scomparso con esso; dileguato nel regno delle ombre.
... Oh! si, era un bene che fosse morta!...
La povera Maria avrebbe rifiatato finalmente.
Egli sarebbe ritornato con Pietro... e Maria sarebbe stata contenta...
Avrebbero lavorato d'amore e d'accordo... come un tempo...
E risparmiato un po' di denaro per le annate cattive...
E Maria sarebbe guarita...
Che fortuna che Pietro non avesse sospettato mai di nulla!...
Potevano ricominciare come una vita nuova...
Potevano dimenticare...
Questi brani di pensieri staccati—emanazioni di un lento lavorìo della mente—si allargavano, si maturavano con una rapidità straordinaria.
Ma allorchè entrò nell'orto, le mille immagini del suo lungo amore lo assalirono tumultuando, i savi consigli della ragione e dell'egoismo tacquero sgominati.
Là, vicino al pozzo, si erano visti la prima volta, otto anni addietro. Lui aveva appena lasciato il reggimento; lei era sposa da dieci mesi. Che bella sposa! Aveva le carni morbide e bianche come certi fiori dai petali grassi che egli aveva ammirati nei giardini di Firenze e di Palermo.
Mettendo il piede nella grande cucina si sentì sopraffatto da un senso insormontabile di angoscia e di orrore.
La commozione gli serrava la gola come in una morsa. Volle fuggire. Tutto parlava dei loro amori, dei dolci peccati... tutto; il camino specialmente.
Ed ora... doveva rivederla... stecchita... su quel letto!...
Gli avrebbe fatto troppo senso; avrebbe pianto troppo disperatamente... e Pietro che già forse sospettava, avrebbe capito...
Meglio fuggire; andare via, lontano; non ritornare mai più.
Fece alcuni passi verso l'uscita. Ma sentì il passo pesante del fratello che andava su e giù per la stanza, impaziente.
Pensò ch'ei forse l'aveva veduto entrare e provò un senso di vergogna.
Doveva essere in uno stato orribile, povero Pietro, dopo quella notte; con la morta al fianco e il raccolto distrutto! Sarebbe stata una vigliaccheria lasciarlo, così: farsi vedere a fuggire...
Prese il suo coraggio a due mani e cominciò a salire la scaletta gridando:
—Pietro! son io...
Un sordo ruggito gli rispose.
E quasi subito uno scoppio formidabile scosse tutta la casa.
Sandro, fulminato, mandò un urlo che morì in un rantolo. Il suo corpo sanguinolento, con la faccia orridamente deformata, precipitò, come una massa inerte fin sul lastrico fangoso della cucina.