CAPITOLO XV.Sola.

Dopo tre anni di sacrifizio il dottor Carlo Chiari aveva finalmente la prospettiva di un posto più degno di lui.

Sfidando il freddo, il vento, la pioggia di un brutto giorno di novembre, la cavallina attaccata al vecchio calesse, andava andava per la campagna malinconica, sommersa nella fiumana. Le ultime visite!

Già il nuovo medico condotto aveva preso il suo posto; e da buon collega, egli lo aveva accompagnato da un luogo all'altro, presentandolo ai diversi clienti.

Adesso faceva una corsa per conto proprio, volendo salutare alcuni vecchi amici.

—Un buon diavolaccio—pensava egli riandandosu i discorsi fatti col suo successore.—Starà qui meglio di me; ha famiglia e nessuna ambizione. Io vado, finalmente, vado!... Il mio destino si allarga; la fortuna comincia a sorridermi... Sono io contento?...

Aveva tutte le ragioni per esserlo. Un bel paese lo aspettava; un discreto stipendio, e molte probabilità di guadagni accessori.

Con tutto questo, egli non sapeva rispondere alla domanda che si era fatta.

Guardava in fondo alla strada, un po' a sinistra, le case della Cascina Grande: una larga macchia nerastra.

—Che tempaccio!—mormorò gettando il mozzicotto di un cattivosella, e pensando a tutt'altro.

La malinconia della partenza penetrava anche la sua anima di gaudente ambizioso; quella piccola parte di se medesimo, quei tre anni di vita con le annesse abitudini e i tenui affetti, gli mettevano addosso, al momento di spogliarsene, un senso fastidioso di rimpianto. E accostandosi alla Cascina Grande, questo malessere cresceva, diveniva acuto, pungente.

—Maria!

Gli pareva che avrebbe quasi fatto meglio a non rivederla.

Il sole tramontava nel cielo grigio dietro alle nuvole. A un tratto una buffata di vento fece uno strappo in quella massa di bambagia sudicia; il disco d'oro sfolgorò su un fondo verdastro. Alcune nuvole nere si tinsero di porpora agli orli. Le vecchie case della Cascina si illuminarono; una vite selvatica, ancora coperta di pampini gialli e sanguigni, che adornava l'orto del fittabile, brillò nel sole. I vetri di alcune finestre scintillarono come bracieri accesi.

Oh! la campagna! La campagna aveva essa pure le sue civetterie... Gli pareva quasi bello quel brutto paese al momento di lasciarlo!

Sorrise, probabilmente di sè.

Trasse dall'astuccio di pelle un altro sigaro e l'accese... Poi, arrovesciando il capo sui guanciali della calessina, restò un momento assorto, spingendo in alto il fumo, in bianche spire sottili.

La nuova «condotta» lo avrebbe messo a contatto di veri signori, di gente colta, diqualche bella donnina... Certo. Il suo spirito, l'ingegno arguto, avrebbero trovato finalmente le occasioni di farsi valere...

Sbadigliò. Si drizzò con un movimento brusco. Scosse la cenere agglomerata in cima al «virginia» con un movimento istintivamente elegante della sua mano aristocratica, una vera mano di operatore, mano felice, specialmente per certe operazioni; come gli aveva detto il suo successore la sera innanzi, complimentandolo: una mano degna di una clientela signorile.

Mah!... Tutto arrivava fuori di tempo nella sua vita!... Quei tre anni lo avevano invecchiato, o, almeno, reso precocemente maturo. Come avrebbe goduto, tre anni addietro, di quella fortuna, che ora gli appariva scialba, insufficiente...

Davanti al cancello del vasto recinto la cavalla rallentò il passo spontaneamente. Egli non ebbe che a muovere un momento le redini per farle intendere che doveva entrare.

Il breve sfolgorìo del tramonto era scomparso. Le nuvolaccie si riaddensavano, coprivano tutta la volta del cielo. Le vecchie casupoleriapparivano nel loro colore naturale, con i muri sudici, affumicati, rosi da vecchia lebbra.

Ricominciava a piovere.

Il dottore saltò dalla calessina e raccomandò al garzone di stalla, venutogli in contro, di metterla al riparo dell'acqua. Poi si avviò quasi correndo verso la stanzuccia, o meglio la cucina, a terreno, dove abitava la vedova del povero Sandro.

L'uscio era socchiuso, secondo il solito. Lo spinse e entrò dicendo allegramente:

—Permetti a un vecchio amico di salutarti prima di partire?...

La giovine donna, curva davanti al focolare dove stava preparando quella poca cena, si drizzò e si voltò di botto.

—Oh! signor dottore!...

Avrebbe voluto dire qualche altra cosa ma non trovò le parole e rimase lì confusa e tutta rossa in viso.

Egli la esaminò un istante in silenzio. Poi le stese la mano.

—E un pezzo che non ci vediamo!... Come stai?... Meglio mi pare.

—Sì, sì... Ho ricominciato a lavorare. Vado alla canapa.

—Alla canapa? Fai malissimo. Non è lavoro per te ancora.

—Oh!... Mi sento tanta forza!—E sorrise.

—Stai meglio, sì, vedo. Ma non devi strapazzarti.

Ella tornò a sorridere, e si chinò per ravviare i sarmenti che si sparpagliavano. Poi andò in fondo alla cucina a prenderne degli altri e li gettò sul mucchio per ravvivare la fiamma.

—Si accomodi un pochino qui, signor dottore; si scaldi; deve far freddo fuori.

—Un tempo da cani!—esclamò il giovine, mettendosi a sedere, visibilmente contento di quell'invito.

—Dunque, lei se ne va?...

—Domani, Maria cara! domani! e mi dispiace!

—Come?... Non è dunque vero, come mi hanno detto, che va in un posto tanto bello?...

—È vero. Ma, sai, quando ci si allontana da un paese, dopo tanto tempo, si ha sempreil cuore grosso... E a te, non importa proprio niente che io vada via?...

—È una disgrazia per tutti noi altri, poveri contadini—rispose Maria chinando la fronte.—Un dottore come lei non l'avremo mai più!...

Egli protestò. Il dottore Fortini che lo rimpiazzava era un ottimo uomo.

—Lo credo... ma lei...

Non disse altro.

—Siediti un pochino qui!—fece il dottore, coi nervi irritati dal vederla sempre in piedi. Così!... Si sta bene, soli, vicini, seduti accanto al fuoco... Se tu avessi voluto!...

S'interruppe riflettendo quanto Maria avrebbe sofferto nel separarsi da lui, se avesse dato retta a quel capriccio.

Ma era veramente un capriccio?

Non poteva esser altro.

E tuttavia, provava una tenerezza... uno struggimento...

—Perchè non hai voluto?...—le domandò bruscamente.

Maria lo guardò coi grandi occhi pieni di stupore e d'angoscia.

—Non parliamo di queste cose—mormorò tristamente facendo l'atto di alzarsi.

—No, no!... Sta qui. Parleremo d'altro Sii buona: è l'ultima volta!... Senti, devo farti tanti saluti da parte di una persona, anzi di due.

—A me!

—Si, a te. Sai che sono stato a Milano, la settimana passata?

Ella scrollò il capo. Si scusò. Viveva sempre così rintanata: non sapeva mai niente.

—Se avessi saputo, l'avrei pregato di andare un momento a casa di don Giorgio... Son già tre mesi che la Cristina mi ha mandato i denari perchè andassi a trovarla, e non ho mai potuto.

—Hai fatto male.

—Santo Dio! come si fa!... Prima, il padrone non mi ha dato mai il permesso: poi s'è malato il bambino della mia vicina, il povero Gigino, e mi voleva sempre alla culla, povero angelo!... Volevo appunto mandarle a dire alla Cristina, che oramai andrò per le feste...

—Sarà troppo tardi, figliuola mia!...

—Troppo tardi?... Oh Dio!... Non mi metta questa paura addosso! È forse malata?... Dio! Dio...

—No no, sta tranquilla. Non è malata, anzi...

—Dunque l'ha vista?

—Sicuro. Non t'ho detto che avevo dei saluti a farti?...

—Ah! me n'ero scordata. E dove l'ha vista? Si sono incontrati?...

—Si, ci siamo incontrati...! Ma se tu mi fai quella faccia non ti dico niente.

—Oh! signor dottore!...

—Calmati. Ho visto tua sorella...

—E il Castellani, non l'ha visto!... L'ha abbandonata?!...

—Non vuoi finirla di tormentarti?... Il Castellani è sempre con lei. Non sai che si sono sposati?... Non te l'hanno scritto?...

—Si si... è vero. Ma non mi posso convincere che sia un matrimonio per davvero. Mi pare un sogno.

—Invece è la verità; e si vogliono molto bene e sono felici... Ma...

—Ma?...

—Senti, ascoltami con tutta la calma. Scendevo alla stazione di Pavia e siccome sapevo che nel treno avviato per Genova erano circa dugento emigranti—che non avevo potuto vedere alla stazione di Milano—mi fermai un momento per salutare quelli che conoscevo. A un tratto vedo un uomo, una specie d'operaio, robusto e giovane, che si sporge da un finestrino, agitando le braccia verso di me, e sento una voce sonora che mi chiama... Guardo meglio, mi accosto... Figurati! Riconosco il Castellani... e dietro le sue spalle la bella testa di tua sorella...

—Oh!—gridò Maria scoppiando in un pianto dirotto.—Vanno in America!... Povera sorella mia!... In America!... Non la vedrò mai più!...

Il dottore che aveva preveduto questo scoppio, lo lasciò passare. Poi a poco a poco, cercò di consolare la povera Maria. Non doveva disperarsi così. La Cristina aveva buonissimo aspetto... Erano tutti e due assai ben vestiti, e poi felici, innamorati—avevano l'amore negli occhi, facevano invidia...

—La più disgraziata sei tu, non capisci?... Tu che resti qui sola, in questa miseria, dopo tutto quello che ti è toccato!...

Ella non era disposta a intenerirsi sopra se stessa. Alzò le spalle. Che le importava mai di sè?... Ma sua sorella... oh! era tutt'altra cosa!...

E raccontava che appunto la settimana passata, avendo assistito alla partenza di sette poveri uomini, che lasciavano il paese per recarsi a Milano e di là a Genova, e da Genova lontano lontano, tanto che loro non potevano neppure farsi un'idea di quella lontananza, si era sentita così sgomenta che aveva pianto, per degli estranei. Ed ora le toccava di sentire che sua sorella pure, e quel povero don Giorgio... andavano laggiù... oh!... una cosa da morire... E si rimetteva a singhiozzare.

Ma il medico non voleva che si disperasse così. Doveva consolarsi invece. A Milano stavano poco bene. Il Castellani non poteva adattarsi a fare l'impiegato; Cristina era come un pesce fuori dell'acqua. In America avrebbero vissuto in campagna. Il Castellani non aveva presoquella risoluzione alla cieca: andava a dirigere i fondi di un ricco possidente dell'Argentina, un italiano che aveva dato l'incombenza a una casa milanese di trovargli un uomo così e così. Una vera fortuna.

Non poteva capitargli meglio.

—Ma così all'improvviso!—gemeva Maria.—Se avessi saputo sarei andata a Pavia avrei abbracciato mia sorella.

—Hai ragione. Ma è stata una cosa improvvisa davvero. Il vapore partiva, da Genova la sera appresso, il posto era pagato. Due giorni soli per prepararsi! La Cristina piangeva, perdeva la testa. Avrebbero forse potuto scriverti di trovarti alla stazione di Pavia, ma il Castellani ebbe paura che fosse peggio, tanto per te che per la Cristina. Vedersi un momento solo è orribile. Ti scriveranno da Genova e da Marsiglia. E quando la gli andrà bene, si ricorderanno anche di te, sta sicura.

A poco a poco, Maria si lasciò distrarre; rasciugò le sue lagrime.

—Hai sentito che tuo cognato è fuori?—domandò il dottore per cambiar discorso.

—No. Come!... Ha già finito la condanna?...

—Sicuro; è un anno...

—È vero. Ma io non ho mai capito perchè gli hanno dato così poco. Non è un grande delitto ammazzare un fratello?...

—Si; ma lui ha avuto le circostanze attenuanti; si è riconosciuto che doveva averlo ammazzato per una forza quasi irresistibile... Sai bene, perchè Sandro lo tradiva...

—E chi andò a dirlo a quei signori?...

—Tutti i testimoni. Tu non ti ricordi perchè eri tanto ammalata e non sei potuta andare ai dibattimenti.

Ella fece un gesto d'orrore. Non poteva comprendere che la giustizia si facesse così; nessuno aveva secondo lei, il diritto di accusare Sandro, un morto, uno che non poteva difendersi!

Il dottore la lasciava dire; non cercava di spiegarle il complicato organamento della legge; un po' perchè pensava ch'ella non avrebbe compreso; molto più perchè quel sentimento ingenuo, quella maniera di giudicare le cose, da un punto di vista così inaspettato, lo interessava profondamente, e lo inteneriva.

Povera Maria!... Come erano forti i suoi sentimenti, e che strano istinto di elevatezza era nell'animo suo!

La guardava sempre più commosso: l'ammirava.

—Maria!—mormorò accostando il suo viso al viso di lei.—Maria vuoi venire con me?

Ella alzò la testa con impeto. Lo guardò di sfuggita, impallidì e chinò gli occhi.

—Non so fare a servire—disse finalmente con un filo di voce.—Sono troppo contadina.

—Oh! Maria! Chi ti parla di servire?...

S'interruppe, e non potè ripigliarsi. I grandi occhi ingenui lo fissavano ed ei si sentiva sconcertato.

Avrebbe voluto dirle una parola capace di commoverla e di convincerla; ma non trovava quella parola; e sotto l'indagine di quegli occhi, non poteva dire una cosa non vera, non profondamente sentita.

Avrebbe voluto dirle:

—Sarai la compagna della mia vita. Ti amerò sempre.

Ma non era vero. Quegli occhi gli dicevano che non era vero.

Che cosa provava veramente per lei?

Una grande attrazione, un desiderio ardente, intenerito dall'affetto e dalla pietà. Avrebbe voluto stringerla fra le sue braccia, prendersela...

E poi?...

Portarsela via.

E poi?...

—E poi, io non so—pensava, irritandosi con se stesso:—la vita è la vita: l'oggi non risponde del domani. Non l'abbandonerei mai però; le farei uno stato...

—Maria—mormorò incoraggiato da questo proponimento che gli pareva onesto.

—Maria! ti voglio bene. Vieni con me!

Ella crollò il capo tristamente.

—Non so fare a servire—ripetè con quella pertinacia contadinesca che formava un lato del suo carattere.

—Ma chi ti parla di servire?—ribattè lui.

Ella ebbe un momento di sospensione. Lo fissò ancora; sembrò riflettere. Poi si riscosse, econ la voce rotta da una profonda commozione, disse:

—Capisco... Ma io, stando con lei... in qualunque maniera, sarei sempre la sua serva. Anche se, per un poco, fossi altro... tornerei presto la serva. E nonso fare a servire: sono troppo contadina!

Egli chinò la fronte. Quanta verità nelle rozze parole, e che profondo sentimento! Ella aveva tutto compreso, e tutto sintetizzava, senza studio nè esperienza, nella sua sublime ignoranza, guidata dal solo divino intuito dell'anima femminile.

Era una creatura superiore quella povera donna; ed egli, qualunque cosa facesse, non poteva che abbassarla. Fatalità della vita.

Restarono qualche tempo in silenzio.

Il fuoco si spense.

Maria si turbò. Chinata sul focolare cercò di ravvivare la fiamma con le poche bacchette più che a metà consumate.

Ma vedendo che non le riusciva, uscì dalla cucina e ritornò con un fascetto di legna meno sottile, ma assai più umida, che empì la stanza di fumo.

Il dottore le andava dicendo di non darsi pena. Ma lei si disperava di non poter essere ospitale come voleva. Per fortuna trovò un poco di paglia secca, e con quest'aiuto il fumo fu vinto e la legna cominciò ad ardere.

Il giovine si levò per andarsene. Non c'era altro da fare.

—Ti ricorderai di me qualche volta?

—Oh! signor dottore! Ho tanti obblighi verso di lei; non me ne scorderò finchè vivo.

Egli rimase ancora. La interrogò minutamente sulla sua malattia, senza farla arrossire. Le raccomandò certe cure; non lavorasse troppo; e continuasse a prendere le medicine che le avrebbe mandate, come prima.

Ella diceva sempre di si, ringraziandolo ripetutamente.

Erano in piedi presso alla porta. Ora egli doveva andarsene: esauriti i pretesti.

Ma gli pareva di non potersi staccare dal pavimento.

Il cuore gli diceva:

—È l'unica vera felicità questa che tu abbandoni. La vita non ti offrirà mai più qualche cosa di simile.

Quasi senza sapere, trascinato dalla commozione interna, disse ancora:

—Risolviti... vieni con me!

E ancora ella crollò il capo tristamente senza rispondere.

Ma dopo alcuni istanti di silenzio, temendo di averlo mortificato, balbettò con la voce velata:

—Non si affanni per me. Non resto sola. Ho la bimba laggiù... e la Giulia e Sandro... tutti morti male... Devo pregare per loro...

—Povera Maria! taci... taci!...—esclamò il medico rabbrividendo.

Una mano di ferro gli serrava la gola.

—Addio! Addio!...

Si chinò un momento su lei, la baciò in fronte e fuggì nell'oscurità.

La calessina aspettava. Ancora un saluto, e via.

Pioveva. Il freddo umido gli calmò la febbre.

Sferzò la cavallina, pensando di omettere le alcune visite che gli rimanevano ancora e che gli seccavano in quel momento. S'avviò verso Gel.

Lagrime amare scorrevano in fondo al suocuore, ma gli occhi rimanevano asciutti, brucenti. L'oscurità quasi completa della campagna s'addiceva alle disposizioni de' suoi nervi: l'aria fredda penetrandogli sotto le palpebre gli recava un senso di refrigerio.

Si sentiva diverso. Gli pareva che l'anima sua piccolina si fosse ingrandita smisuratamente; come quella pianura monotona e fastidiosa a cui la notte dava il carattere solenne e tragico di una landa sterminata.

Maria!... Povera Maria!...

Era sdegnato con se medesimo. Eppure non poteva negarsi una certa stima. Si trovava forte e vigliacco.

Forte, per averla rispettata; vigliacco, per non aver saputo convincerla dell'amor suo.

Povera Maria! Che destino perverso la incalzava nella vita! Creatura sacra, destinata dalla natura ad un altissimo fine; perfetta di corpo, senza quella bellezza procace che turba i sensi e offusca lo spirito; perfetta nell'anima, e ignara del proprio valore: la vera madre: la vera compagna dell'uomo semplice e saggio. Ed egli che l'aveva compresa, ammirata, amatada scienziato che sa e pesa il valore di un essere; da poeta che aspira all'ideale felicità; da uomo, anelante alla gloria di dare quella madre ai suoi figli, egli pure l'abbandonava!

Perchè?

Perchè non possedeva un cuore semplice; perchè non era un uomo saggio. Perchè intendere non serve a nulla!—concretava sorridendo del suo vecchio sorriso pieno di amari sottintesi.

—Beati quelli che non ragionano: beati quelli che si lasciano condurre da un istinto affettuoso, da un concetto semplice della vita!...

... Beato don Giorgio emigrante in America con la sua Cristina al fianco!...

Cristina!

Meno perfetta di Maria, tanto nell'anima che nel corpo; ma più seducente, più femmina, più voluttuosa. Come l'aveva desiderata!...

Era egli certo di non desiderarla ancora?...

Ah! Ah!... Ah!...

Sferzò la cavalla, che già correva fiutando da lontano la domestica stalla.

Ah! il male era nel cuore, reso impotentedal cervello analizzatore e dalla sensualità dominante.

Compiangeva Maria, ma avrebbe speso meglio il tempo a compiangere se stesso. Maria, sola, attaccata alla tomba della sua bimba, alla memoria del marito infedele, Maria, col cuore lacerato per la sorella che emigrava, per lui stesso, forse: Maria, mezzo malata, e povera tanto da essere costretta a faticare come una bestia per isfamarsi: Maria era ricca in confronto di lui.

Che cos'era lui in fine?...

Un gaudente povero, pieno di voglie inacerbite; un goloso dallo stomaco guasto, tormentato da inappetenze intermittenti. Capace di mutar gusti ed affetti per un cambiamento di luce, o di prospettiva. Capace, se avesse preso Maria con sè, di non amarla più affatto, di trovarla volgare, fuori della sua bella cornice di infelicità e di miseria! Capace di preferirle, al pari di Sandro—campagnuolo sciupato dalla caserma—una prostituta nata, come la Virginia.

Oh! se si conosceva!

Era destinato a impazzire—vecchio impenitente—perqualche femminuccia abituata a trastullarsi con le debolezze dei maschi: destinato a far morire di crepacuore la donna amante che gli avesse fatto realmente un grande sacrificio. Natura di belva e di gaudente raffinato.

Rise, sbadigliò, e si stirò tutto.

Niente da cambiare, del resto!

Eredità. Effetti dolorosi di vecchie cause, non sempre facili a rintracciare.

Una volta dicevano: fatalità.

Mutano i nomi...

Arrivato a Gel, il dottore scese davanti alla farmacia dov'erano riuniti ad attenderlo i suoi pochi amici. E la viva luce, l'aria calda e le chiacchiere clamorose fugarono ben presto i fantasmi della notte—le chiaroveggenze dell'anima.

Soltanto nel coricarsi, tra la veglia e il sonno, per un ritorno quasi meccanico della memoria, egli ripensò:

—Beati i cuori semplici! Se v'ha felicità al mondo, non è che per loro.

E più tardi, nell'ultimo crepuscolo della coscienza:

—Povera Maria... Povero me!... Tutti e due senza amore!... Soli!...

La mattina, si risvegliò come un uomo nuovo.

Il sentimento della realtà, l'ambizione e il desiderio indistruttibile di vivere e di godere lo avevano ripreso con nuova forza.

Finito il vecchio libro!

Inutile pensarci su.

Una pagina bianca stava dinanzi a lui e chi sa che belle cose, e se non belle curiose certo, ci avrebbe scritte il destino!

Vi è un genere di miseria che si dissimula o si dimentica, tanto più facilmente, quanto più è squallida.

Quella stessa mattina Maria si alzò con l'aurora per andare al lavoro della canape.

Lavorando il suo pensiero viaggiava, viaggiava coi lontani, coi morti...

Rievocava la imagine della povera Giulia già da tre anni sepolta. E rivedeva il suo Sandro e la Cristina... e la perversa Virginia...

Ma un'altra immagine s'imponeva al suo pensiero... quella del giovine medico... partito anche lui! E si sentiva così sola, così sola, che le si stringeva il cuore. Come avrebbe fatto a vivere così sola?...

Intorno a lei bisbigliavano sommessamente di fatti inauditi. Il vecchio Melica, acceso in volto, narrava che i contadini erano stanchi di soffrire, che si ribellavano, scioperavano, uccidevano!...

—Dove?... Quando?—chiedevasi da voci strozzate.

—Poco lontano...

—Più lontano...

—Nel Mantovano...

—Più in qua...

—Sul Comasco...

—... a Gallarate...

—... da per tutto...

Tutti parlavano:—il lavoro languiva.

Un guardiano passò: poi il padrone stesso, pallido, arcigno.

Nessuno fiatava: la macchina sola si era messa a strepitare come un uragano.

—Cantiamo!—mormorò la Meroni, impaurita.

—Cantiamo le lodi della Beata Vergine.

—Cominciate voi, Maria, cominciate!... supplicò la Menica, povera donna, con quella faccia di febbre.

—Non posso—rispondeva Maria.—Non posso.

Aveva un peso sul cuore, un peso che le mozzava il respiro.

Nessuno aprì bocca, neppure il padrone, che si allontanò ben presto con un ronzìo negli orecchi.

La macchina continuava il suo verso.

Maria pensava: I contadini si ribellano!... Sono stanchi di soffrire!... Ma che speranze possono avere?... Cosa vogliono fare?... Cosa, in nome di Dio?!... Saranno schiacciati, puniti... Siamo nati per lavorare e soffrire, noi poveretti: è così da per tutto... lo diceva anche il povero Sandro!...

Ma nel medesimo tempo, ella provava per la prima volta in vita sua un bisogno strano di gridare, di strepitare, di picchiare i suoi pugnipesanti su qualcheduno, di sfogarsi in qualche maniera.

Quasi senza sapere, per una ispirazione improvvisa le vennero sul labbro alcune strofe delCanto dei lavoratori, che certi giovinotti avevano sentito a Pavia e subito imparato, e insegnato agli altri. Il canto le sgorgò dal petto pieno di schianti e di lagrime.

«Su fratelli, su compagne,su, venite in fitta schiera;sulla libera bandierasplende il sol dell'avvenir.»«Nelle pene, nell'insultoci stringemmo a mutuo patto;la gran causa del riscattoniun di noi vorrà tradir.»

«Su fratelli, su compagne,su, venite in fitta schiera;sulla libera bandierasplende il sol dell'avvenir.»

«Nelle pene, nell'insultoci stringemmo a mutuo patto;la gran causa del riscattoniun di noi vorrà tradir.»

Tutti ascoltavano sbigottiti, non osando seguire quella voce profonda e appassionata, che li rimescolava.

Ma quando Maria cominciò il ritornello

«Il riscatto del lavorode' suoi figli opra sarà;o vivremo del lavoroo pugnando si morrà!»

«Il riscatto del lavorode' suoi figli opra sarà;o vivremo del lavoroo pugnando si morrà!»

le donne, trascinate da una forza arcana, si slanciarono. Alla seconda ripresa gli uomini le seguirono, tutti d'accordo.

Le pareti tremarono; il rumore della macchina fu soverchiato.

E il padrone che già s'allontanava, sostò in mezzo alla strada, ascoltando a denti stretti.

Bruno Speraniha dettato un romanzo che rimarrà, malgrado qualche imperfezione di forma, gradito e ricercato, specialmente pel finissimo e completo studio della Gilda Mauri e che rivela come solo uno spirito superiore di donna poteva plasmare il concetto e tradurlo in persona, vivificandolo perfino nelle sue minime particolarità.

(Dal Convegno).Il conteArundello.

Ho tracciato l'intreccio perchè svela gli intendimenti della scrittrice. La favola modesta, lo sviluppo dato in balìa al cuore che cede ed al fato che trascina. Una scrittrice quasi sempre accurata, simpatica sempre. Delle pagine robuste, senza ricercatezze e senza l'indomita ambizione, che hanno altre scrittrici, oggi sul piedestallo, di farsi credere, forti come un uomo.

Tutta una condotta che può parer povera ed è semplice. Tutta una storia la quale al di là dei suoi capitoli d'amore, di ansie e di morte, svela la morale che libera gli umani da colpe, pur troppo segnate nel loro destino.Nell'Ingranaggionon vi sono tesi. Questo diciamolo pure un bene, per i tempi che corrono, propizi alla cattedra. La morale viene ineluttabile dai fatti. In quel sciupìo dei liberi slanci, delle onestà fiere, degli affetti primi e dei doveri sacrosanti, voi vedete la gran lotta che si sfascia dinanzi alle fila del caso. Tutto va nell'ingranaggio e per gridi che innalzi la vittima, o per odio che ammassi il colpevole, ogni cosa esce da quei denti di ferro, come vogliono le forze e i misteri del destino nostro.

(DallaLombardia).Ugo Capetti.

Quest'imperfetta e sommaria analisi del romanzo basta però ad indicare che esso è un romanzo intimo dove il dramma scaturisce dalla passione ardente. Pochi personaggi principali, disegnati, nelle loro linee generali, con arditezza di tocco; molte macchiette, fra le quali alcune felicissime, massime le piccole fotografie dal vero degli artisti del Teatro Milanese. Qua e là, come del resto in tutti i romanzi della Sperani, si riscontrano ineguaglianze e slegature, ma l'interesse non langue mai. È soltanto a rimpiangere che l'egregia scrittrice, o per soverchia fretta o per noncuranza, non abbia dato l'ultimo ritocco al suo lavoro, non ne abbia meglio curata la forma; non abbia meglio approfondito i caratteridei suoi personaggi sorvolando su più di un punto psicologico di capitale importanza, come ad esempio, la caduta di Gilda; si sia limitata, in una parola, a darci un buon romanzo, non una vera opera d'arte. Eppure poco ci sarebbe voluto!

Ad ogni modo,Nell'Ingranaggio, a malgrado del titolo non troppo felice, meritava una tutt'altra edizione. Io non esito ad annoverarlo fra i più interessanti romanzi italiani di questi ultimi tempi.

(Gazzetta Letteraria).Depanis.

Bruno Speraniha scritto un libro di dolore e di verità.Verità, non intendo soltanto nel senso di quella esatta e più o meno fotografica—o notarile—riproduzione di ambienti, di caratteri, di particolari, che è tanta e così sostanziale parte del romanzo moderno positivista. Dico che il libro—ciò che sfuggì a tutti i critici, toltone l'acuto Cameroni che lo ha intraveduto—è una battaglia pugnata per la verità e l'interezza della vita e delle sue forme, per la coerenza di queste con quella, per lo spastoiarsi da quello aggrovigliamento malsano di tradizioni, di convenzioni, di convenienze, di artifici, d'imposture, di vigliaccherie che avvolgono come in una rete di ferro, e comprimono e pervertono e fanno più frivola e corrotta e crudele, la già tanto frivola e crudele e corrotta vita della borghesia moderna.

E la battaglia è tanto più efficace perchè non è fatta in forma di predica, nè l'argomento è torto alle esigenze, incompatibili con l'arte, di unatesipropriamente detta.

Ogni libro d'arte, che ha un valore, prova qualche cosa; proverà o la vita o la morte, o il bene o il male, o un particolare aspetto di queste cose, o il dubbio, lo scetticismo, l'impossibilità di provare alcuna legge costante nella versatile complessità della vita.

Ma un libro, e sia pure un romanzo, onde non emerge un'impressione netta e coerente—ossia una conclusione—sarà un centone di descrizioni più o meno abili e di fattarelli di cronaca più o meno piccanti—non sarà nè romanzo nè libro.

E a me, leggendo «Nell'Ingranaggio»—questa storia piana e penosa del povero amore dell'Istitutrice, amore sano ed intero e legittimo innanzi alla natura ed ai fatti, che si scioglie logicamente nell'abbandono e nel suicidio, spintovi dalle energie congiurate della legalità e dell'ipocrisia, che piglia nomedecoro—a me s'imponeva un ravvicinamento che parrà per lo menocuriosoai lettori superficiali: il ravvicinamento di questo romanzo senza tesi e tutto concreto, con quel volume tutto tesi e disquisizioni astratte, meraviglioso per impeto di logica distruggitrice malgrado la leggerezza con cui maltratta taluni argomenti, che il Dumolard pubblicò non ha guari: leMenzogne convenzionalidel Max Nordan.

(Dall'Italia).Filippo Turati.

Bruno Sperani, col suoNell'Ingranaggio, viene a mettersi in prima fila nel plotone, anche troppo sottile, de' romanzieri italiani.

Ugo Sogliani.

Fin da quando leggevo certe sue corrispondenze ai giornali, sentivo inBruno Speraniun'intelligenza superiore, una fibra robusta, come una eco di lotte sostenute.Nell'Incubo, e specialmenteNell'Ingranaggio, buon libro di poco inferiore alNumeri e Sogni, questa caratteristica dell'artista si manifesta chiaramente; tutte le sue qualità si affermano nella originalità della sua personalità propria, si espandono rigogliose, suo malgrado, nella serenità della sapiente esperienza e della robusta forza intellettuale bene equilibrata.

(DallaScena Illustrata).

Bruno Speranifa classe da sè, perchè nei molti pregi e nei pochi difetti non rassomiglia a nessuno. Il fondo del suo temperamento artistico mi pare sia appassionato e delicato, tutto slancio e sincerità, temprato nell'energia virile e nella esatta comprensività della vita—cui deve, se lo scetticismo da cui ora mostra d'essere penetrata, non sopraffatta, non le inasprisce cuore e mente e il dubbioso sconforto si mantiene pietoso e indulgente, per le miserie umane.

Se dovessi qualificare Bruno Sperani con poche parole, la direi: sentimento, verità, vita.

Fu scritto come dogma che la donna giudica l'uomo o troppo bene, se con amore, o male, se con odio; quasi mai con giustezza. In quanto alla SperaniNell'Ingranaggiocome nelNumeri e Sogniha trovato la nota giusta, anziumana; gli uomini che descrive sono veramente, umanamente uomini.

Uno dei pregi che più ammiro nell'autrice è il senso di intima, assoluta realtà—sangue e muscoli del suo ingegno—al punto che i fatti, i personaggi non li leggiamo, li vediamo, li sentiamo, viventi e veri, immedesimati nella nostra vita come esistenti insieme a noi; e li conosciamo tanto a fondo come se li avessimo frequentati per anni ed anni.

Silvio Cigerza.

Leggendo un romanzo di Zola, potete chiedervi quanto l'autore, per iscrivere quel libro, ha veduto, ha notato, ha coordinato, ha riassunto. Nel romanzo della Sperani vi chiedete quanto, per farlo, le è bisognato della sua propria vita, quante lagrime, quanti sconforti, quante amare voluttà le è costato.

(La Cronaca Rossa).Filippo Turati.

La signora Speraz che si nasconde sotto lo pseudonimo, bene ormai noto, diBruno Sperani, ha contrapposto in questo suo nuovo romanzo la idealità della vita alla realtà; come indica il titolo.

Che tutto il romanzo sia condotto con pari felicità, non oserei affermare; certo è che vi si leggono pagine molto buone, che l'intendimento ne è sano ed alto, che vi sono figure ben tratteggiate, come quella della moglie del pittore, Filomena, che vive modello di virtù e di rassegnazione tutta dedita alle cure della famiglia. Anche merita lode la egregia autrice per avere osato condurre il romanzoin uno svolgimento ampio e pur logico di casi onde l'animo del Superti, dall'amore per la Mariuccia a quello non meno infelice per l'Eugenia, si mostra intero al lettore: e per la fine non volgare con cui ha chiuso tale svolgimento.

(DallaNuova Antologia).

Io vorrei che questo lavoro della gentile autrice si leggesse assai; troppo frequente è nella vita la lotta deiNumericoiSogniperchè non riesca utile lo studiare a quali risultati essa può condurre. Se è vero che la letteratura deve pur servire a qualcosa nell'educazione morale e intellettuale d'un popolo, io credo che quando questi romanzi avranno più lettori delle appendici quotidiane dei nostri giornali, si potrà dire con un arguto scrittore contemporaneo che «il termometro della coltura generale avrà lasciato le temperature invernali per salire ai gradi più alti della primavera e poi di quella di estate che matura i frutti.»

(DallaLetteraturadi Torino).Valabrega.

Bruno Speraniè un'osservatrice e una pensatrice—qualità e pregio raro quest'ultimo, in mezzo a tante scrittrici e scrittori, che sono mere macchine fotografiche, più o meno esatte, più o meno perfette, ma senza coscienza cerebrale. Nei lavori della Speraz vi è sempre, non una tesi, ma unconcetto, ch'è rilevato dal punto di veduta incui si pone la scrittrice, dalle cose che scorge, da quelle che sottrae, dalle ombre e dai lumi; insomma, non da quello che essa dice—intromettendosi non richiesta nell'azione—ma da quello che mostra, e sa vedere, dell'azione stessa. Così l'obbiettività non è mai violata, ma la produzione artistica non è più un lavorofotografico, è unquadro: non ci dà una parte fortuita e inanimata, slegata, del vero—ma la riproduzione del vero in undisegno organicoche lo riattiva e lo anima; così, e non altrimenti, intendiamo noi l'opera d'arte; così, e non altrimenti, noi abbiamo sempre inteso il realismo.

(DaCuore e Critica).A. Ghisleri.

Queste 619 pagine, che io dichiaro d'aver lette senza interruzione, portano l'impronta di una lunga, paziente ricerca nella vita dell'arte, e d'un delicato gentile amoroso sentimento della vita comune. Qua e là, quando questo romanzo si alza fino alla speculazione filosofica della vita, e vi tace l'idilio, e la passione vi è temperata dal ragionamento, e l'ala del destino vi batte robusta, nessun sospetto vi prende che l'opera della donna vi sia abilmente celata: ma in molte parti essa si rivela, in più di un contrasto si afferma; in qualche figura rimane e risplende. Qui sta la doppia vittoria che la signora Bice Speraz riporta con questo frutto dell'esperienza sua di donna e di artista.

(DalDiritto).O. Grandi.


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