The Project Gutenberg eBook ofTre DonneThis ebook is for the use of anyone anywhere in the United States and most other parts of the world at no cost and with almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included with this ebook or online atwww.gutenberg.org. If you are not located in the United States, you will have to check the laws of the country where you are located before using this eBook.Title: Tre DonneAuthor: Bruno SperaniRelease date: September 12, 2009 [eBook #29961]Language: ItalianCredits: E-text prepared by Emanuela Piasentini, Barbara Magni, and the Project Gutenberg Online Distributed Proofreading Team (http://www.pgdp.net) from digital material generously made available by Internet Archive (http://www.archive.org)*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK TRE DONNE ***
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Title: Tre DonneAuthor: Bruno SperaniRelease date: September 12, 2009 [eBook #29961]Language: ItalianCredits: E-text prepared by Emanuela Piasentini, Barbara Magni, and the Project Gutenberg Online Distributed Proofreading Team (http://www.pgdp.net) from digital material generously made available by Internet Archive (http://www.archive.org)
Title: Tre Donne
Author: Bruno Sperani
Author: Bruno Sperani
Release date: September 12, 2009 [eBook #29961]
Language: Italian
Credits: E-text prepared by Emanuela Piasentini, Barbara Magni, and the Project Gutenberg Online Distributed Proofreading Team (http://www.pgdp.net) from digital material generously made available by Internet Archive (http://www.archive.org)
*** START OF THE PROJECT GUTENBERG EBOOK TRE DONNE ***
MILANOLIBRERIA EDITRICE GALLIDIC. CHIESA e F. GUINDANI
1891
Bergamo—Stab. Tipo-Litografico Bolis.
Il sole era scomparso; una leggera nebbia si stendeva sulla terra fredda e umida.
Oppressi da insolita tristezza, i contadini ritornavano dai campi in silenzio.
Le donne, provenienti dallo stabilimento dove si lavorava la canapa, formavano un gruppo nel quale era tutto un discorrere fitto e sommesso. E spesso le parole erano rotte da singhiozzi, da gemiti.
Maria Scaramelli—moglie di Sandro Rampoldi il cavallante—giovine donna di ventidueanni, diceva tra le lagrime:
—Pare che l'avesse in cuore, povera Giulia! Non ci voleva andare al lavoro stamattina!... Le doleva il capo; aveva bisogno di stare in casa a riposare qualche ora di più. Ma la sua cognata le rammentò ch'era di turno alla macchina, che il padrone l'avrebbe mandata a chiamare, e in tutte le maniere le sarebbe toccato di andarci; altrimenti sarebbe cascata in multa, o avrebbe dovuto pagare una donna, che è poi lo stesso. La si vestì di mala voglia e venne giù brontolando. Io l'aspettavo come tutte le mattine per fare la strada insieme. Per tutta la strada non fece che lamentarsi. Povera Giulia!... l'aveva in cuore, povera figliuola!... Ringrazio il Signore che almeno non l'ho vista quand'è cascata...
—Avete ragione di ringraziare il Signore—entrò a dire una anziana dal viso scarno—Io invece l'ho proprio vista, e non me ne scorderò finchè vivo. È successo tutto in un lampo, veh! Ecco: io stavo a lavorare al mio solito posto, poco discosta dalla Giulia, ma con le spalle voltate. La macchina faceva un rumore di casadel diavolo. Mi pareva che non l'avesse mai fatto un fracasso così. Stavo per alzarmi e andare a vedere. In quella, sento un urlo, che mi ha rimescolata...
—S'è sentito tutti!... esclamò un'altra vecchia facendosi il segno della croce.
—Sì, ma io ch'ero là, l'ho sentito nelle viscere. E son saltata su gridando: Giulia! O Giulia!... Ho subito pensato al grembiale pieno di pane. Certo la macchina l'aveva pigliata per una cocca del grembiale!... Mi son buttata avanti, con la speranza di fare qualche cosa, chiamando aiuto con quanto fiato avevo... Gesù, mio!... Non sono arrivata che a vederla un momento in faccia—che faccia!... Poi ho sentito un altr'urlo, soffocato... Era già dentro!... E i due piedi in aria facevano così così... Oh! chi non ha visto que' due piedi, non può figurarsi l'orrore!...
Le donne ascoltavano agghiacciate.
Vi fu un silenzio.
Lo interruppe una ragazzetta che pareva indignata.
—Eh! se gli uomini fossero stati pronti a fermare la macchina, la si salvava.
Le altre protestarono risolutamente.
—Ma che!... Ma che!...
Erano corsi subito, povera gente!
—Subito—confermò la vecchia.
Erano lì altre donne, le quali accennarono tristamente ch'era tutto vero, che gli uomini avevan fatto di tutto per salvare la Giulia. Ma la Cristina Scaramelli—sorella minore di Maria moglie di Sandro—si rivoltò come un serpente, gridando che lei gli uomini non li aveva visti; che d'altronde era ora di finirla con quella storia; che ne avevano parlato tutto il santo giorno, e che lei non ne poteva più. Qualche cosa aveva visto, pur troppo, ma appunto per questo non voleva sentirne parlare. Voleva scordarsene! Loro ci trovavano gusto; ma lei no. Lei non poteva vivere con quell'orrore davanti agli occhi.
E nel suo disgusto uscì in queste frasi:
—Voglio andarmene da questo posto! Non la voglio più fare questa vitaccia, com'è vero che Dio mi sente!...
Le donne la guardarono stupefatte.
Alcune ghignarono perchè questa ribelle Cristinaera un bel pezzo di ragazza e i padroni le facevano l'occhio di triglia, e anche don Giorgio Castellani, il giovine curato di Gel, la vedeva volontieri.
Ma la sorella di lei, la sposa Rampoldi, dolente e quasi offesa, esclamò:
—Sei pazza?! Che vita vuoi fare, altro che lavorare?... I poveretti son nati per questo. Anche il mio Sandro, ch'è stato via coi tedeschi e poi coi piemontesi, dice che dappertutto è lo stesso.
—O lavorare, o... via! Non sta neppure bene di dirle certe parole. Raccomandiamoci piuttosto al Signore, che ci tenga la sua santa mano sul capo.
Le anziane approvarono gravemente e tutte s'affrettarono verso casa senz'altro dire.
La pianura lombarda ha pochi luoghi più miseri, più desolati di questo mucchio di casette su una specie d'isolotto fra due corsi di acqua: la Vergonza e la Mis'cia. I contadini danno a tutto questo lembo di terra il nome di Val Mis'cia. Due ponticelli servono a chi ci vaa piedi; ma gli animali e i rotabili d'ogni genere devono passare a guado dove l'acqua è più bassa. Quando la piena gonfia i fossi, non si passa più. Val Mis'cia rimane come bloccato.
Per questo lo chiamano pure l'isola.
In fondo non è altro che uncascinale.
Niente chiesa, niente botteghe, neppure un forno per cuocere il pane.
I contadini e le loro donne, occupati da mattina a sera, hanno appena il tempo di far la polenta, la minestra e qualche focaccia da cuocere sotto la brace.
Un garzone di fornaio vi porta il pane regolarmente un paio di volte la settimana, da Casorate o da Gel.
Fino a pochi anni sono, avevano il pregiudizio che i pomidori maturi fossero cattivi; però s'affrettavano a mangiarli verdi, e appena rossi li buttavano via, mentre avrebbero fatto tanto bene alle loro minestre così malcondite.
Quella sera, rincasando, i contadini dell'isola ebbero una sorpresa poco gradita: il garzone del fornaio s'era scordato di portare il pane.
Ciò accadeva qualche volta, se l'uomo eratroppo stanco e aveva la fortuna di esaurire il suo carico prima di giungere fino a quell'eremo.
La notizia circolò in un momento da una casupola all'altra.
—Siamo senza pane!
E i bambini tanto più strillavano:—Pane!... Pane!...
Ma gli animi erano così depressi che la cosa passò senza far rumore.
Qualche sorda imprecazione, qualche bestemmia smozzicata, bastarono a sfogare la collera dei più malcontenti e affamati.
Si affrettarono a fare la polenta, maledicendo quella giornataccia da cani.
***
In casa Rampoldi era pronta la minestra. L'aveva preparata la Virginia, la moglie di Pietro, il fratello maggiore, che era contadino a podere e aveva sempre una discreta scorta di riso, di fagiuoli e di lardo.
Appena accompagnate le bestie nella stalla e deposti gli arnesi del lavoro, i due uomini si fecero intorno alla Virginia, una pallidona delicata che non andava mai a lavorare in campagna, nè alla canapa. Essi discorrevano con lei, come i contadini usano di rado con le donne; mostrandosi gentili il più che potevano.
La minestra scodellata mandava un eccellente odore, e i due uomini facevano alla brava massaia i soliti elogi di tutti i giorni, per cui lei sorrideva di compiacenza.
Tutti sapevano che la minestra dei Rampoldi era la più buona: perchè la Virginia, essendo stata a servire in casa di ricchi fittabili, se ne intendeva di cucina. Ma si sapeva pure che i Rampoldi non pativano miseria come gli altri. Erano due uomini forti che lavoravano per sei e il podere lo facevano andare quasi senz'altro aiuto: specialmente dacchè Sandro aveva sposata la Maria Scaramelli una sgobbona che se non lavorava la terra, andava alla canapa; e quando ritornava a casa, a giornata finita, si addossava le faccende più gravose, per risparmiarela pallida cognatina incapace di faticare, lei, così gracile.
I maligni ghignavano di quella gracilità. Si sapeva bene che Sandro l'aveva presa di malavoglia la figliuola di Marco Scaramelli, per obbedienza al fratello maggiore che vedeva la necessità di avere in casa una lavoratrice; e per non dargli sospetto. Del resto, come moglie non la guardava neppure; anche questo si sapeva. Lei non era che l'asino di casa Rampoldi: moglie era la Virginia, tanto dell'un fratello che dell'altro, di Sandro come di Pietro. Se ne raccontavano d'ogni colore sugli amori dei due cognati; e Maria, sposa legittima di Sandro, era chiamata impunemente l'asino dei Rampoldi.
La sorella di lei, l'ardita Cristina, che di tali discorsi ne aveva sentiti anche troppi, fremeva dentro di sè; ma non le bastava il cuore di dire tutto quello che pensava alla sua sorella.
Tanto non sarebbe giovato; Maria non era donna da vendicarsi.
Seduti nella cucina semibuia, intorno alla vecchia tavola, i due Rampoldi e la bella Virginia mangiavano la minestra e del buon paneche Sandro aveva portato da Casorate, dov'era stato quel giorno nella sua qualità di cavallante. E insieme al pane giallo egli aveva portato anche un panino bianco, che la Virginia mangiucchiava a guisa di companatico insieme a quello giallo. E mangiando parlottavano allegramente con la bocca piena.
Secondo il solito, non s'erano dati pensiero di aspettare Maria che non aveva ancora finito di portar l'acqua nella stalla ed in casa.
Quand'ella arrivò finalmente, dalla porta di dietro che menava all'orto e alle stalle, gli altri s'erano già alzati, e di pane bianco non ce ne era più sulla tavola; anzi neppure di quell'altro.
Ella non si mostrò nè stupita, nè offesa che non l'avessero aspettata.
Succedeva così tutti i giorni: c'era avvezza.
Prese la sua scodella e andò a mangiare sull'uscio di strada, come sempre, perchè le piaceva di mangiare all'aria aperta e scambiare qualche parola con quelli che passavano.
Mangiava adagio, senza appetito, il cuore oppresso come da un incubo. Pensava all'orribile morte di quella povera Giulia; ma insiemealla sanguinosa immagine, che non riesciva ad allontanare, le ritornavano le amare parole della Cristina.
Sull'uscio dalla casupola da canto, apparve una vecchia mangiando un pezzo di polenta. Era l'Annunziata Meroni.
Le due donne si salutarono; e Maria si staccò dalla sua abitazione per avvicinarsi alla anziana.
—È per stasera il funerale?
—Si. Per farle un po' d'accompagnamento; nella giornata di domani sarebbe impossibile.
—Verrà il curato?
—Non credo. Mi pare che ha mandato a dire che non poteva. Ci aspetterà in chiesa. Ho visto il Tonio della Mora e l'altro becchino che andavano a inchiodare la cassa... Vostro padre porterà la croce.
—Lo so. E la Cristina, mia sorella, l'avete vista?
—Era qui ora. È andata a farsi un po' di polenta.
Maria sospirò, ma non disse nulla. Pensava che avrebbe potuto prenderla con sè la sua sorella,nella casa del marito, se la non fosse stata tanto scontrosa e difficile.
—Se mia sorella fosse come me—disse dopo un momento di silenzio—non avrebbe bisogno di stare sola.
—Oh! è meglio così. Vostra sorella somiglia a vostro padre; mentre voi siete come la vostra povera mamma.
—Cosa volete dire?
—Voglio dire che siete troppo buona. E poi, avete sentito? vostra sorella Cristina è stufa di questa vitaccia di contadina.
—Oh!... Cosa volete che faccia?
—Manca cose! Può andare anche a Gel a servire il curato.
Maria arrossì fino alla radice dei capelli.
—Al curato gli basta nostro padre per servirlo.
—Potrebbe mandarlo via per fare posto alla figliuola.
—Oh! Nunziata, non dite questo!... Mia sorella è una ragazza per bene. Siamo figliuole della stessa madre, sapete!
—So bene; ma lei dice sempre che voisiete una sgobbona; una... scusate veh?... dice che siete una stupida, che fate la serva a quella smorfiosa di vostra cognata.
—La serva no. Sono in casa mia come lei. Lavoro di più perchè son forte e sana, grazie a Dio; mentre lei ch'è pochina pochina, s'ammala per nulla...
—Un bel comodo ammalarsi quando si vuole!
Ferita da questa ironia la moglie di Sandro tacque un istante e trangugiò alcune cucchiaiate di minestra, ciò che le permise di stare un poco voltata nascondendo la faccia.
La sua figura si disegnava mollemente nella luce grigia del crepuscolo. Era una bella contadina, alta, dalle spalle larghe, dalle braccia solide quanto quelle di un uomo, ma belle, tonde e grassoccie. Il viso regolare, freschissimo, sebbene già un po' abbronzato dal sole e dalle intemperie, aveva una espressione dolce, in cui la bontà appariva serenamente mista alla forza.
La vecchia, che sempre la guardava, riprese:
—È tutto dire che Sandro con quella testa d'avvocato, e la religione che ha, non sappia far rispettare la sua donna...
Maria si voltò di scatto.
—Cosa volete che faccia? S'ha a litigare?... S'ha da spartirsi? Uhm! Un bell'affare! Stando tutti uniti si va là: ma se noi si volesse spartirsi, il podere resterebbe a Pietro... la roba di casa sarebbe pochina, a farne due parti... Si andrebbe a star peggio dimolto. E poi, la discordia in famiglia... Come si fa? Sicuro che io lavoro tanto; ma dal momento che il lavoro c'è, bisogna farlo. Lavoravo anche a casa mia del resto. E Sandro non lavora forse?...
—Oh! per questo nessuno dice nulla. Dico soltanto che vostra cognata fa la signora, mentre voi portate il basto...
A questa insinuazione maligna, Maria impallidì. Più di una volta le era capitato di sorprendere certi sorrisi, certe mezze frasi, il cui senso al primo udire le era rimasto oscuro. L'asino dei Rampoldi! L'aveva sentito dire una sera al figliuolo della Menica, e lei aveva creduto che parlasse veramente del loro asino... Ma il ragazzo aveva riso in un certo modo!... E ora la vecchia Nunziata le diceva che lei portava il basto. Era un insulto dunque? Volevano forsesignificare che lei non contava per niente in casa di suo marito, che era la sgobbona e nulla altro? Strinse forte i denti e scrollò la testa bruna e poderosa.
—Sentite Nunziata, perchè dite che io porto il basto? Cosa vuol dir questo?
—O Dio! Non andate in furia! È così per dire che voi lavorate troppo, che siete troppo buona...
—Troppo buona, troppo buona... Non so perchè non dovrei esser buona. Quando la mia mamma si è sentita morire, la mi ha raccomandato d'essere sempre buona e di fare il mio dovere in tutte le maniere: io faccio quello che mi ha detto lei. Ero appena sposa quando l'è morta, vi ricordate?
—Eh! altro che ricordarmi. È stata lei che ve l'ha fatto prendere il vostro Sandro. Voi non ci pensavate neppure...
—È vero. È stata lei. Mi ha detto che era un galantuomo, un lavoratore, un uomo che andava piuttosto in chiesa che all'osteria.... Cosa potevo sperare di meglio, poveretta come ero?... Tuttavia avrei detto di no... perchèmi dava troppa soggezione con quell'aria... Ma quando la mia mamma ha insistito, non ho più saputo cosa dire; ho lasciato che facesse lei. E ora che l'ho sposato, vedo che è proprio un galantuomo, che all'osteria non ci va mai, e lavora sempre. In giornata non se ne trovano tanti degli uomini come i Rampoldi. Per questo se mi lamentassi sarei una cattiva donna. Quanto a farmi dei complimenti... lui non c'è tagliato, quantunque sia stato fuori e abbia visto il mondo. D'altronde, lui ha i suoi trentasei anni, e certi fumi gli son passati... Per me poi, mi vergognerei di pensarci. Son contenta così; e contenta io, contenti tutti.
—Siete una brava donna—sentenziò la Meroni.—A proposito, potreste prestarmi un mezzo pane? Ve lo restituirei domani mattina...
—Pane?! Se siamo rimasti tutti senza!... Io non ne ho mangiato... non ne ho neppur visto...
—Come!... Vostro marito è stato a Casorate col padrone; non ne ha portato?... Mi pareva d'avergli visto unamiccadi pane bianco...
—Ma che! Via, diciamo l'Angeluspiuttosto; suona l'Ave Mariaa Gel.
S'inginocchiarono sullo scalino dell'uscio.
—Il padre della Giulia!...—mormorò la Annunziata dando nel gomito alla sua vicina.
E tutt'e due fissarono gli occhi sbigottiti nel vecchio Melica lungo e pallido come un fantasma, che passava di là col cappello in mano, pregando e piangendo, tutto assorto nel proprio dolore.
Finita la breve preghiera, Maria salutò la vecchia e s'allontanò perchè voleva far presto a sbrigare le poche faccende e andare anche lei a Gel con la morta.
La Nunziata restò un momento sull'uscio a guardarle dietro; e fra sè pensava:
—La ci deve avere il suo interesse per fingere di non capire. Basta! Chi si contenta gode.
La grande cucina dei Rampoldi era quasi tutta immersa nell'oscurità.
Sul camino basso e ampio, alla fratesca, circondato di panche, un focherello di legna verde mandava molto fumo e pochi bagliori di fiamma.
Appena entrata, Maria andò istintivamente con lo sguardo a quel po' di luce della fiamma e restò come impietrita.
Sulla panca davanti, voltando le spalle a chi entrava, Sandro e la Virginia sedevano vicinissimi, tanto vicini che parevano stretti in un amplesso.
Egli le aveva passato un braccio attorno la vita; e lei gli posava la testa sulla spalla. Forse si erano baciati in quel momento.
Maria ebbe una sensazione di stroncamento in tutte le ossa, e un gelo di morte la fece rabbrividire.
Non gridò, non si mosse, paralizzata dal raccapriccio.
Come aveva fatto comprendere alla Nunziata, ella non aveva mai amato Sandro di un grande amore; certo non sapeva neppure cosa volesse dire amare appassionatamente; epperò non il dolore disperato, non l'angoscia gelosa la annichilivano in quella guisa; bensì un vero terrore; il terrore di un'anima che si sente divellere dalla sua fede e precipitare nel nulla. Avrebbe voluto fuggire: e con la vita stessa avrebbe pagata la grazia di non vedere; per quel medesimo sentimento che, qualche ora innanzi, parlando della Giulia, l'aveva fatta prorompere in quelle parole: ringrazio il Signore che almeno non l'ho vista!
Ma non poteva staccare i piedi dal suolo.
Tremava tutta. E la scodella col cucchiaioche teneva in mano, producevano, sbatacchiandosi, un rumore secco, per cui gli altri due si voltarono.
—Oh! finalmente siete qui!—esclamò la Virginia balzando in piedi con un fare semplice e naturale:—Dove siete stata? Avete visto Pietro?...
Maria non rispose. La commozione era troppo grande in lei perchè potesse nasconderla così subito.
D'altra parte una nuova lotta sorgeva ora nell'animo suo, fra l'indignazione esasperata da quella sfacciata ipocrisia, e un desiderio violento fino allo spasimo, di negar fede ai suoi propri occhi.
—Non l'avete visto?
—No—balbettò con voce sorda la moglie di Sandro.
—Ho capito. Sarà andato a dormire nel fenile. Era tanto stanco! Anche noi ci siamo appisolati qua al tepido; e si cascava uno addosso all'altro, come sacchi vuoti. E sì che, grazie al Signore, abbiamo mangiato.
Fece una risatina che morì fredda fredda.
Sandro s'alzò e accese un lume. Era impacciato e non poteva parlare.
Maria si mise a lavare le stoviglie e quando il marito le si accostò, facendo uno sforzo per domandarle se andava col funerale, ella credette di scorgere in lui una certa ansietà e le parve che la guardasse fisso per capire se aveva visto.
Allora lei si sentì arrossire e chinò la fronte. Provava un senso acuto di vergogna, come se la colpa fosse stata sua.
Era fatta così.
Sandro uscì mormorando un «ci vedremo laggiù» e le due donne restarono sole.
Sempre in silenzio, Maria continuava le sue faccende affrettandosi perchè la compagnia della cognata le pesava in quel momento come una macina sul cuore.
Ma la Virginia s'irritò di quel silenzio. Lei avrebbe preferito un bisticcio, pur di sapere ciò che l'altra pensava. Epperò cercava di farla parlare, provocandola con la sua solita petulanza.
Quand'ebbe finito di dar ordine, Maria siasciugò le mani e, rimessosi il fazzoletto in capo, s'apprestò ad uscire.
—Dove andate?—gridò la Virginia esasperata.—Perchè non parlate?... Che vi si è fatto?... Sorniona!...
A quest'attacco la moglie di Sandro si voltò e mostrò una faccia così corrucciata, che la provocatrice rimase interdetta.
Ma ora l'offesa non poteva più contenersi. Si gettò con impeto sulla nemica; le afferrò i polsi con le sue dita di lavoratrice, vere morse di ferro; e spingendola contro il muro, la inchiodò lì, gridandole con lo strozzamento della collera:
—Vergognati!... Vergognati!...
Poi, tutto a un tratto, ripresa dall'intimo orrore che quella donna le ispirava, la lasciò stare e uscì senza voltarsi.
***
La notte era cupa e diaccia.
Il mucchio di casupole pareva addormentato. Ma al di là si sentiva un bisbiglio di voci confuseche s'allontanavano. Qualche lumicino vagolava per le viottole.
Maria fece alcuni passi a caso senza veder nulla, brancolando nelle tenebre. Non sentiva il freddo acuto. L'aria diaccia recava appena un poco di refrigerio alla sua testa in fiamme. Non pensava.
Ingenua e rozza non poteva fare riflessioni nè analisi su quello che le accadeva. Ma nell'animo istintivamente gentile e fiducioso, ella sentiva, così in confuso, che tutto crollava in lei; che tutto stava per cadere, nella sua vita, e si disfaceva. Provava la sensazione indefinita di precipitare nell'abisso. Nel medesimo tempo quel senso acuto di vergogna e ribrezzo che l'aveva oppressa fin dal primo istante continuava a farla fremere e rabbrividire.
Ora capiva tutto il significato delle amare parole: l'asino dei Rampoldi!... Già, lei era l'asino. Doveva essere un amore vecchio quello di Sandro e Virginia. Che sudiciona, un cognato!... E lei non s'era accorta di nulla in dieci mesi; che bestia!... Ed ora si ricordava improvvisamente di tante e tante circostanze cheavrebbero dovuto spiegarle ogni cosa. Ma lei credeva che suo marito fosse un galantuomo, un uomo religioso... che non avesse grilli per il capo!...
Qualcuno la chiamò.
Mandò un urlo.
—Eh! Sei pazza di gridare così, o Maria!... Non m'avevi riconosciuta?
—... No!...
—Ti senti male?... Hai una voce!... Oh! caschi, perdio!...
Maria vacillava: ma cercò di irrigidirsi.
—Non è nulla... Ho pianto troppo.
—Cosa t'hanno fatto?...
Cristina, a giorno della tresca e sempre in sospetto di qualche scoppio, intuiva tutta la verità.
Maria lo comprese e sentì che doveva mentire: però disse con voce abbastanza ferma:
—A me? nulla. Per la povera Giulia, eh!
—La Giulia non soffre più... Ma se vuoi che andiamo al funerale bisogna far presto.
—Son già partiti?...
—Sì, guarda laggiù. Andiamo per di qua: li raggiungeremo in un momento.
Presero per una scorciatoia traverso i campi.
Una blanda luce si diffondeva nell'aria caliginosa. Si sentiva lo stropiccìo dei piedi nella polvere e il salmodiar delle preci mortuarie. Una voce grave aveva intonate le litanie dei Santi, e tutti gli uomini e le donne rispondevano in coro:
—Ora pro ea!
—Ora pro ea!
Le voci forti e le voci esili si sposavano in una semplice armonia, che l'aria della notte portava lontano nel silenzio lugubre della campagna autunnale.
Le due sorelle arrivarono in pochi minuti su la strada percorsa dal funerale.
Un misero funerale! Davanti camminava un ragazzo con una lanterna; poi veniva il vecchio Scaramelli con la croce; indi la bara portata a spalla da quattro giovinotti e a mala pena coperta da un cencio nero, senza fiori, nè altro ornamento.
Le donne e gli uomini che la seguivano andavanoun po' alla rinfusa, e di tratto in tratto qualcuno rischiarava la strada con una candeletta, una lanterna o un fanale.
La prima persona su cui si fermò lo sguardo di Maria fu appunto Sandro che se n'andava a testa alta, pregando con una sorta di slancio.
Era un bell'uomo il cavallante Rampoldi; un bel soldato; e l'aria soldatesca, il portamento svelto, lo distinguevano tra tutti i suoi compagni.
Per la prima volta dacchè lo conosceva, Maria fu colpita da quella relativa distinzione, da quella maschia bellezza; e per la prima volta sentì che sarebbe stata molto felice se, invece di essere così freddo, egli le avesse dimostrato un po' di quella tenerezza che germogliava adesso, nel povero cuore di lei, al posto della collera e del disgusto.
Sotto il dominio del nuovo sentimento che la faceva più intensamente soffrire, rimaneva immobile, sul ciglio della strada, gli occhi fissi in quell'uomo, che era suo marito, e non le apparteneva più di un estraneo.
—Che fai? le gridò la Cristina vedendo che non si moveva. Vieni qui con noi!...
Come un automa ella si lasciò trascinare e entrò nella fila singhiozzando.
I contadini lavoravano accanitamente dall'alba al tramonto. Si erano messi in testa di terminare i lavori per la seminagione del grano turco, prima delle feste. Anche il fieno, quel prezioso fieno d'aprile, doveva esser falciato e raccolto. La settimana santa avrebbe portati via i suoi tre giorni buoni alle donne, tra le funzioni, le divozioni e la pulizia delle case. E gli uomini pure ambivano di essere liberi per dedicare qualche ora al piccolo orto domestico e per altre faccende minori. Bisognava affrettarsi dunque, tanto più che quell'anno tutto era andato bene e il bel tempo durava da un pezzo.Le pioggie sarebbero arrivate nel momento più propizio, se il grano era seminato e il fieno messo sotto coperto. Ma certi nuvoli, certi buffi di vento le annunciavano vicine. Presto dunque, presto! E i falciatori affilavano le loro grandi falci lucenti come specchi, e le donne allargavano il fieno coi rastrelli di legno cantando allegramente, nell'eccitante profumo della menta, del timo, delle primavere, delle campanelline rosate, di tutta la infinita famiglia delle erbe odoranti.
Nei campi destinati al melgone, gli aratri andavano su e giù lungo i solchi, squarciando il seno alla terra nera, calda, bramosa di fecondazione.
I bifolchi e i cavallanti camminavano al passo presso alle loro bestie, esortandole di tratto in tratto con le voci famigliari a cui esse obbediscono.
Tutta Val Mis'cia era in moto. I fratelli Rampoldi dirigevano i lavori. Pietro che aveva sempre fatto il bifolco ed era il contadino del più grosso podere, guidava talvolta i bovi mentre Sandro conduceva i cavalli.
Ma Pietro era dappertutto. Appena un campo era finito di arare, egli si legava alla cintola la grande tasca ricolma e gettava a manate piene i bei chicchi d'oro nella terra squarciata.
Anche Sandro faceva un po' di tutto: mentre un altro contadino guidava per altri campi l'aratro tirato dai bovi, egli attaccava i suoi cavalli all'erpice e li faceva passare sulla terra seminata. E dopo l'erpice attaccava sotto il poderoso cilindro che spiana la superfice e rende il campo tutto pari e liscio come un letto da sposa.
Che vertigine di lavoro, che attività, che animazione su tutta la pianura!
La speranza, che l'autunno avrebbe facilmente delusa, aleggiava intorno alle fronti curve dei lavoratori.
L'annata si era messa così bene!...
E sotto ai raggi dorati del sole di aprile, sott'al cielo bianco lattiginoso che ha un carattere così umano in confronto ai cieli metallici dei paesi meridionali, la misteriosa giocondità della Pasqua s'insinuava blandamente negli animi semplici dei poveri contadini.
***
I grandi lavori si trovarono compiti la sera del martedì santo, come i fratelli Rampoldi avevano preveduto.
La giornata del mercoledì fu occupata dagli uomini a dare un'ultima voltata al fieno per metterlo sotto coperto, la stessa sera. Le nuvole minacciose si addensavano all'orizzonte: la notte non sarebbe passata senza un acquazzone; forse un temporale. Le donne intanto percorrevano i campi testè seminati, affinchè neppure un grano di semente andasse perduto. Armate di un lungo bastone ferrato, esse facevano un buco in terra appena scorgevano un granello sfuggito all'azione dell'erpice e del cilindro, e prestamente lo cacciavano sotto.
Maria Scaramelli, la brava moglie di Sandro Rampoldi, valeva tant'oro per quest'operazione. Il suo occhio esperto distingueva subito il piccolo chicco giallo, e la sua mano sicura lo faceva sparire nello stesso momento.
Ma ella non era così attenta quel giorno. Già più di una volta aveva dovuto tornare indietro per ricuperare dei grani dimenticati: e di tratto in tratto parea che s'abbandonasse come spossata sul bastone confitto in terra.
I suoi occhi non vedevano le cose esteriori, assorti in una dolorosa contemplazione interna.
Cristina Scaramelli e Nunziata Meroni, la vecchia dal viso giallo e scarno, guardavano quella afflitta, dal campo vicino, traverso al filare ancora senza foglie.
—Non pare più lei!—mormorò la Cristina soffocando un sospiro.
—Dopo la disgrazia della povera Giulia, la non s'è più rimessa!
—La povera Giulia?... Eh, si! le voleva un gran bene; ma se non fosse il resto... non sarebbe in quello stato!
La vecchia strizzò gli occhi; poi, mentre puntava il bastone per cacciar sotto due grani, mormorò:
—Al resto... lei non ci crede.
—Altro che crederci!...
—Allora non si fida di me. Una sera, lasera del trasporto della Giulia, entrai a parlarle della sua cognata e di quello che lei doveva patire in casa. Non parlavo per curiosità, chè non son mai stata curiosa io, lo sapete. Nè per malizia. Che m'importa mai a me della Virginia e de' suoi pasticci?... Parlavo così, per amicizia verso Maria e perchè la si potesse sfogare con qualcheduno; chè, chi non si sfoga scoppia. Ebbene! La mi si rivoltò tutta d'un pezzo, come una furia!... Se l'aveste vista. Per poco la non mi diede della bugiarda.
Cristina stette un momento sopra pensiero, poi disse:
—Allora la non sapeva ancor nulla. Ma quella stessa sera ci fu una scena che deve averle aperti gli occhi. Poi si chetò, non so come, si rassegnò, e chiuse ogni cosa in sè. È una santa vi dico, fossi io al suo posto vedrebbero!...
—E avreste ragione. Chi si fa pecora il lupo lo mangia.
—Eh, sì. Ma chi è nato pecora, però, non può far da lupo. Lei è così. È una malattia come un'altra. Vuole un bene dell'anima al suoSandro e non osa dirgli una parola. Tace per paura di disgustarlo; e sopporta le angherie di quell'altra.
La Nunziata alzò la spalle e ripensò senza esporsi: «Ci avrà il suo interesse!»
Dopo una pausa Cristina riprese:
—State attenta al mezzogiorno: quando la Virginia porta il mangiare agli uomini. Vedrete che faccia farà la mia povera sorella, e capirete da voi quanto soffre quell'anima.
Poco prima di mezzogiorno, la moglie di Sandro avendo continuato a lavorare con quell'aria di stanchezza e di smarrimento, come una sonnambula, si trovò giunta in proda al campo presso al ciglione che sovrastava al fossatello coronato da un filare di salci e pioppi. Invece di risalire il campo e continuare il lavoro, ella salì sull'arginello e si mise a camminare nella viottolina lungo il filare, finchè si trovò davanti a un appezzamento tenuto a prato. Qui si fermò, e facendosi solecchio con le mani, guardò attentamente in fondo alla grande marcita dove gli uomini rimovevano il fieno stendendolobene perchè pigliasse tutto quel bel sole di mezzogiorno.
Saliva fino a lei nell'aria calda il profumo delle erbe giovani recentemente falciate; e lei aspirava quelle voluttuose esalazioni, mentre il suo cuore si struggeva in uno spasimo d'amore e di gelosia.
Cercava con l'occhio ansioso il suo Sandro. Dov'era?... perchè non riesciva a discernerlo? Nessun lavoratore era come lui alto; nessuno aveva il personale svelto e maestoso per cui egli faceva così bella figura quando andava in città guidando la pariglia del legno padronale.
Mezzogiorno suonava alla chiesa di Gel!... Ah! egli era andato incontro alla Virginia che portava il mangiare agli uomini!...
Non si stancava mai di vederla, di starle appresso; non ne aveva mai abbastanza di quell'amore!...
Maria si sentì gelare improvvisamente. Li aveva scorti.
Camminavano adagio uno accanto all'altro sulla viottola larga che formava il margine diun altro campo al di là del fosso in fondo al prato. Sandro aveva presa la marmitta di mano alla cognata per risparmiarle fatica, e questa sorrideva beatamente.
Oh! anima dannata! anima dannata!...
Ora varcavano il ponticello, si fermavano sull'argine al rezzo.
Gli uomini deponevano i rastrelli e le forche ridendo in pelle. E quel minchione di Pietro non s'addava di nulla. O marito ciuco!
Vinta dall'ira Maria picchiò un colpo col bastone ferrato sulla terra indurita della viottola. Questo rumore la fece trasalire.
Ebbe paura di essersi fatta scorgere dalle compagne. Si voltò timidamente e vide infatti che sedevano sul margine fra due campi mangiando il boccone del mezzogiorno. Tutte guardavano a lei.
—Vieni qui—le gridò la Cristina—vieni a mangiare con noi!
Maria si raccolse un momento; si passò una mano su gli occhi; crollò la testa. Finalmente si mosse e adagio adagio si avvicinò algruppo delle donne, sedette presso alla sorella e non fiatò.
Pensava confusamente, con una sorta di superstizioso terrore, a quello che aveva veduto, e che si ripeteva tutti i giorni: pensava alla sua misera sorte.
Sarebbe stato sempre così?... Sempre... finchè lei sarebbe morta di crepacuore?... La Virginia s'era fatta più superba che mai dacchè la disgraziata Maria aveva scoperta la tresca; e la rimproverava per ogni cosa e giungeva fino a minacciarla. Pietro la guardava di traverso; e Sandro non le parlava neppure. Quando gli altri le erano addosso con gl'improperii, come se non avesse fatto il suo dovere, mentre non si riposava mai, Sandro taceva o andava fuori di casa. E la Virginia sempre seduta al camino, o sulla porta della cucina, non faceva che comandare: e vestiva quasi come una signora, col grembiale sempre nuovo e il fazzoletto di fulard; mentre la povera sgobbona tremava quando aveva consumato un paio di zoccoli e doveva chiederne un paio nuovo!...
Sarebbe stato sempre così, sempre... Ci doveva essere di mezzo qualche stregoneria... qualche vecchiaccia le aveva dato il cattivo occhio...
Forse la Meroni... forse...
***
Con questi pensieri, cercando nel buio della memoria un fatto, una data che le sfuggiva, Maria rimaneva intontita, ripetendo mentalmente le stesse parole. Le donne intanto parlottavano della vicina Pasqua, delle funzioni, della confessione, della pulizia delle case...
—Ne sentirà delle belle don Giorgio!— esclamò una giovane contadina dal viso rotondo ammiccando furbescamente. È il prim'anno che si trova a questi ferri.
Ma la vecchia Meroni ribattè subito con la sua solita malignità:
—Peuh! non pare uno da scandalizzarsi! Che ne dite voi Cristina?
La Cristina fece una grande risata canzonatoria:
—O che credete che le venga a dire a me queste cose?
—Quando comincerà a confessare?—domandò la Menica, povera donna, consumata dalle febbri, che non aveva punto memoria per le cose di chiesa.
—Stasera dopo gli uffizi, come tutti gli anni—riprese Cristina con la sua aria di donna franca.—Domattina dalle cinque alle nove aspetterà gli uomini in sagrestia. Poi dirà messa e comunicherà. Vengono due preti da Casorate, don Bortolo e un altro; epperò il mio vecchio brontolava perchè gli è toccato preparare le camere.
—Avrà molto da fare vostro padre questi giorni.
—Sì, ma lui non si scalmana.
—E non confesserà più don Giorgio dopo questa sera e domattina?—domandò una ragazzetta dalla faccia rigonfia.
—Confesserà venerdì e sabato tutti quelli che vogliono comunicarsi il giorno di Pasqua.
Maria ascoltava questi discorsi, prima distrattamente, poi con più attenzione; e un lavorìo nuovo occupava il suo cervello.
Sandro viveva in peccato mortale... Come avrebbe fatto con la Pasqua? Si sarebbe confessato, pentito?... Oh! volesse Iddio!... E se taceva invece?... Se commetteva un sacrilegio... se si dannava per l'eternità?!...
Rabbrividiva a questo pensiero; e un freddo sudore le inumidiva i capelli.
La speranza tornava a rianimarla con un suggerimento.
Forse don Giorgio poteva fare qualche cosa per lei, e salvare un'anima... due... chè lei pure si dannava a quella vita!... Ma se Sandro taceva il suo peccato, cosa poteva fare don Giorgio? Nulla... nulla...
Sbigottita come davanti a un abisso pronto a inghiottirla, ella chinava il capo, schiacciata... Ma la tenace speranza non s'arrendeva. Forse don Giorgio sapeva di quella tresca... ne parlavano talmente tutti!... E, sapendo, avrebbe interrogato il suo penitente, l'avrebbe messo al muro. E Sandro, così interrogato, non avrebbeosato negare... E se don Giorgio voleva gli avrebbe toccato il cuore... Sandro era buono, religioso... E sarebbe tornato a lei, e sarebbero andati a lavorare lontano lontano, in un altro paese... magari in America!... Lei era pronta a tutto...
Sì, ma se don Giorgio non sapeva, o se non se ne ricordava in quel momento, e Sandro commetteva il sacrilegio?!...
Tornò a impallidire, a tremare.
Bisognava prevenire don Giorgio. Questo era il solo mezzo. Lei non avrebbe osato; ma la Cristina poteva farlo: la Cristina sapeva parlare e don Giorgio l'avrebbe ascoltata.
Improvvisamente balzò in piedi:
—È ora di rimetterci a lavorare! Bisogna far presto... se vogliamo finire a tempo per andare in chiesa!
Tutte si alzarono e la vecchia Meroni osservò seriamente che era sempre meglio prendere la Pasqua il giovedì santo, chè gli ultimi giorni non si poteva avere la testa al Signore perchè c'era la casa da ripulire e mille cose da pensare.
Maria riprese il bastone che aveva lasciato cadere, e andò al lavoro con nuovo slancio, come nei bei giorni della sua massima attività.
Stupefatte di quella improvvisa trasformazione, le compagne se l'additavano in silenzio.