GALATEARACCONTO.
Era il crepuscolo vespertino d'una triste giornata di tardo autunno. Grossi nuvoloni occupavano tutte le creste della catena alpina; al momento che il sole si tuffava dietro di questa, il denso velo delle nubi erasi squarciato alquanto al lembo dell'orizzonte, e n'era balzato fuori uno sprazzo di luce color rosso di fuoco, che dileguandosi ben tosto, aveva lasciato luogo ad una tinta plumbea grigiastra, che rattristava con freddi riflessi il paese e la sera.
Le foglie ingiallite si spiccavano dai castagni, e venivano giù adagino adagino, quasi baloccandosi per l'aria. Di quando in quando un buffo di vento sollevava i piccoli mucchi delle frondi cadute ed ammassate qua e là dal caso o dal lavoro dell'uomo, e avvolgendo le foglie in un turbinío, le cacciava innanzi a sè, come una nube, per lasciarle ricadere lungo la strada in una striscia che nesegnava il cammino, finchè non erano più che due o tre a rincorrersi pazzamente come ragazzi ruzzanti.
I vaccari tornavano dalla pastura, la faccia e le mani arrossate dalla brezza freddiccia, e si spingevano innanzi le pigre bestie muggenti, accompagnando colle battiture e colle voci d'ammonizione e minaccia alla loro cornuta schiera, una canzone a cadenze monotone e strascicate, nella mestizia del tono in minore.
Dai fumaiuoli delle modeste abitazioni del villaggio, a rivelare che le buone massaie preparavan la cena, usciva il grigio fumo che disegnava capricciosamente i suoi ghirigori, sul fondo più oscuro dell'atmosfera. Al di sopra e in mezzo di questa uniformemente bassa ed umile popolazione di casuccie, coperte la maggior parte di paglia, il campanile della parrocchia sollevava il suo capo, sormontato da una gran croce di ferro e coronato di tegole verniciate a brillanti colori.
Il qual campanile, in quest'ora appunto, mandava le più gravi e solenni note della sua maggior campana, per invito alla preghiera, in suffragio d'un'anima, volata nel mondo degli spiriti.
All'udire quei rintocchi lenti e pieni di tanta mestizia, uscivano di casa le madri di famiglia e le ragazze, accomodandosi in fretta sul capo il fazzoletto stampato a colori; e, appoggiandosi sulbastone, gli uomini ai quali la tarda età toglieva d'andare a quel lavoro quotidiano ne' campi, da cui ora stavano per tornare i loro figliuoli e nipoti.
Le comari del villaggio, incontrandosi, si scambiavano intanto delle parole come queste:
“Suona per la sepoltura della povera Marta.”
“Poveretta! Dio l'abbia in gloria! Andiamo a dire unDe Profundisper quell'anima; benchè la ne abbia meno di bisogno che qualunque altra; chè se ci fu mai cristiana che morisse nella grazia del Signore, la Marta è stata quella di certo.”
“Sicuro! E se non va quella lì in paradiso, dritto dritto, non ci va più nessuno.”
“E per lei, davvero che la morte si può dire una grazia! Ha finito di tribolare.”
“Oh sì! che ha tribolato, e di molto!”
“Una grazia la morte! che cosa dite? Se la povera donna fosse stata sola al mondo, avreste ragione. Ma pensate un poco a quella poveretta di Maria che lascia dietro di sè!”
“Ah! gli è pur vero. Per codesta creatura così giovane e inesperta, la è proprio una gran disgrazia.”
“Ed oltre a esser giovane, quasi ancora una bambina, è tanto semplice, così innocente!....”
“E vi so dir io che la Marta si affliggeva di molto al pensiero di lasciarla; e pregò di belle volte il Signore che le raddoppiasse anche il maleche soffriva, purchè le volesse prolungare di tanto la vita da poter vedere provveduta quella poveretta, che è come un'agnellina senza forza e senza malizia in mezzo alle tristizie del mondo.”
“Come sopporta ella questo colpo la Maria?”
“Che v'ho da dire? La pare smemorata. Sapete com'è quella semplicetta, che non si sa mai se capisca o non capisca. Per me, io credo che non sappia nemmeno che la sua nonna è morta, nè che cosa voglia significare la parola morire.”
Intanto uomini e donne erano giunti ad una delle più umili capanne, posta ad un de' capi della strada che attraversava quel povero villaggio montanino. Era piccola, angusta, d'un solo piano, e poteva dirsi davvero che la miseria ci stava di casa. La frotta delle persone accorse colà vi susurrava a bassa voce, con un quasi timoroso riguardo; ed era il profondo rispetto che ad ogni animo onesto impone la sciagura. Nel già scuro ambiente di quella stanzaccia terrena che formava la parte principale dell'abitazione, ardevano fiocamente alcuni lumi accesi; su due sgabelli di rozzo legno stava posata una bara, e sopra, gettatovi, un logoro tappeto nero. In quella umile dimora era piombata, il giorno prima, la morte.
Ad un punto un vecchio dai canuti capelli, in abiti sacerdotali, il parroco del villaggio, fece un cenno, e la mesta comitiva s'avviò.
Precedeva il sagrestano portando la croce, poi la confraternita a cui apparteneva la defunta, una trentina di donne tutte incappate, quindi il parroco in mezzo a due preti, e dietro la cassa della morta, portata a spalle dal becchino e dal suo aiuto.
Il funebre corteggio era chiuso dalla massa incomposta e confusa delle donne e dei vecchi, e in essa non vedevi persona che non avesse le lagrime agli occhi e la preghiera sulle labbra.
Ma, subito dopo la bara, prima d'ogni altro, veniva la povera Maria.
Era una fanciulla di quattordici anni, troppo grande per la sua età, magra, sfiancata, di volto scarno, di larghe occhiaie, in fondo a cui brillavano d'un fuoco selvaggio certe pupille d'indescrivibil colore; la pelle aveva abbronzata, i folti capelli arruffati sul capo come i serpenti del Gorgone; vestita a casaccio d'una vestucciaccia che non era fatta per dar grazia alle sue membra lunghe, ossee, dinoccolate.
Come aveva detto la donna che abbiamo udito discorrere poc'anzi, non si poteva discerner bene se questa ragazza capisse o no. Da quei suoi grandi occhioni, ora sereni come l'azzurro del cielo, ora scuri come il mare in tempesta, ora privi di luce come la pupilla d'un cadavere, ora scintillanti di riflessi dorati che parevan raggi di sole, l'intelligenzanon appariva che a lampi; la fronte era bensì giustamente sviluppata, modellata a perfezione e adorna della maggiore nobiltà di linee; ma il silenzio ostinato, in cui la giovanetta si rinchiudeva, i pochi segni di sensibilità e le poche manifestazioni di pensiero che in lei si scorgevano, erano cagione che la gente la credesse poco meno che scema, e la facevano vivere mezzo segregata dalla vita ordinaria e dal consorzio del mondo.
Non v'era che la nonna, la quale, o s'illudesse per soverchio amore, o fosse più penetrativa degli altri, credeva avere scôrto dietro quel riparo di ghiaccio un'anima affettuosa, notato sotto quella distrazione di spirito un'intelligenza.
“La mia innocente,” soleva ella dire, “val meglio di molti e molti, che la compatiscono come una scema.”
Quando la buona vecchia Marta era caduta malata di quella infermità, che, tenutala un anno a patire nel letto, l'aveva ora tratta al sepolcro, Maria, la quale soleva andare al pascolo sulla montagna e vagolare tutto il giorno per i dirupi come una selvaggia, a raccoglier fiori, di cui tornava la sera tutta adorna il capo e il seno; Maria s'era seduta sullo sgabello a piè del letto della povera nonna, e non vi era più stato verso di farnela muovere.
Ella stava là, coi gomiti delle sue lunghe bracciaappoggiati alle ginocchia, la faccia sorretta dalle mani, e gli occhi larghi, fissi di continuo sulla inferma. Parlava poco o punto, stava immobile, lasciava servir la nonna dalle comari, cui la carità mandava in soccorso dell'ammalata, e non era che raramente, quando la si trovava proprio sola colla Marta, che si chinava sul letto di lei e le dava caldi baci, in cui palpitavano, per così dire, la tenerezza e l'affetto.
Un anno intero di codesta vita aveva nociuto di molto alla salute della giovinetta. La era cresciuta anche troppo, ma diventata sempre più sottile e macilenta; le sue guancie avevan preso un color terreo, e negli occhi non apparivan più che rarissimi gli sprazzi di luce.
La vecchia nonna, prima di morire, aveva parlato lungamente al vecchio parroco della meschinella e dell'avvenire che l'aspettava, e pregato costui di scrivere a certi congiunti che unicamente le rimanevano, lontani di parentela e di dimora, coi quali la moribonda, da tempo remoto assai, non aveva mai più avuta alcuna attinenza.
Nell'ultimo istante, proprio nell'atto di spirar l'anima, con un ultimo sguardo, Marta aveva ancora una volta raccomandata l'orfanella al buon sacerdote, che su lei pronunziava la preghiera dell'agonia, e alla miserella che rimaneva sola nelmondo si era rivolto l'estremo segno d'intelligenza e d'affetto della morente.
Quanto a lei, — a Maria, — pareva che il suo spirito fosse ben lontano da quella scena di morte, da quel luogo, da quel doloroso momento. Immobile al suo solito posto, ella continuò a rimirare la morta, come aveva sino allora rimirata l'inferma; e per quanto le si dicesse o facesse, nessuno era riuscito a levarla di là. Con apparente indifferenza guardò tutti i preparativi che vennero fatti per portare all'ultima dimora il corpo di quell'unico essere che l'avesse amata; e solamente di quando in quando una contrazione nervosa veniva a sconvolgere i lineamenti dell'infelice, senza che pure una lagrima spuntasse su quegli occhi asciutti e riarsi. Quando vide la nonna messa entro la bara e udì battere i chiodi del coperchio sopra di lei, Maria s'alzò tremante, e la contrazione della sua faccia fu orribile, accompagnata da un grido di spasimo; ma non altro; ricadde accasciata, muta, impassibile, e parve non sentire più nulla.
Ora, essa veniva dietro la bara a passo lento, dritta la persona, l'occhio fisso su quel drappo nero che la precedeva, come se potesse vedervi di sotto il viso della morta; e di tutto quanto avveniva intorno a sè pareva affatto ignara.
Si giunse al cimitero. La fossa, già scavata, era là, pronta ad ingoiare quegli ultimi resti.Maria venne fino all'orlo di quella buca, vi si chinò sopra, come desiosa di vedere che cosa vi fosse nello scuro fondo di essa. La cassa vi fu pianamente calata, e intanto si mormoravano intorno le estreme preghiere. Tutti piangevano; ma la fanciulla era immota, tranquilla e come insensibile. Però quando si gettò nella fossa la prima palata di terra, e questa si udì risuonare cupamente sul coperchio della cassa, Maria mandò ancora quel grido di spasimo, e si slanciò innanzi colle braccia protese, come se volesse precipitarsi in quella tremenda apertura, ed abbracciarsi alla morta, e farsi seppellire con essa. Le donne le furono attorno a trattenerla. Sentendosi afferrare, ella si fermò, guardò attonita chi l'aveva trattenuta, e calmatasi di subito, si liberò dalla stretta di quelle pietose; poi, incrociate le braccia al seno, stette senza pur far parola.
Tutto era finito, ed ella stava ancora là in quel medesimo atteggiamento. Le donne incominciarono con dolci parole a dirle di venir via, pietosamente confortandola: Maria non le guardava neppure. Una fra le altre, più insistente, non ottenne di meglio che uno sguardo senza espressione ed uno scrollar di testa; allora la donna, con tutta amorevolezza, aveva preso pel braccio la giovanetta e voluto trascinarla con sè; ma ella se n'era disciolta con sì impetuosa mossa, e con tanto sdegno leaveva detto «lasciatemi!» che la donna erasi allontanata quasi impaurita.
Il parroco che aveva accompagnato sino colà il cadavere della povera morta, fece segno lasciassero stare quell'afflitta, che egli stesso sarebbesi preso cura di lei. Le donne partirono. Maria, quando le ebbe vedute tutte allontanarsi, e si credette sola, si buttò con impeto quasi disperato in ginocchio, e chinandosi a toccare col capo, a baciar colle labbra gementi quella terra frescamente smossa, sotto cui giaceva la nonna, ruppe in dolorosissimi singhiozzi, che le facevano tremare tutta la persona, e pareva dovessero farle scoppiare il cuore.
La luce del giorno era quasi del tutto sparita, e come in mezzo ad una nebbia grigiastra, in quella tenebra invadente pigliavano fantastiche forme a contorni indecisi i cipressi, le croci penzolanti, i modesti tumuli di quel campo sacro alla morte.
Il parroco, che s'era ritirato un poco, lasciò prorompere quel primo sfogo di dolore, sino allora contenuto, della giovinetta; e poscia, venutole presso, pose dolcemente una mano sulla spalla di lei, che tutta si riscosse.
“Chi è?” domandò Maria, voltandosi con atto vivissimo; e poichè si trovò dinanzi quel buon vecchio prete, al quale aveva sempre visto la nonna parlare con tanta riverenza, chiese rispettosamente:
“Che cosa vuole, sor Prevosto?”
“Vieni:” disse il parroco, facendole cenno di alzarsi.
Ella obbedì docilmente, ma domandò:
“Dove?”
“A casa.”
Maria scosse mestamente la testa.
“Non ho più casa,” disse con una semplicità e un'indifferenza che commovevano più che le smanie della disperazione. “La mia casa è dove sta la nonna; la nonna è qui, mi lasci stare con lei.”
“Ti ricordi come ti dicesse la nonna che a me bisognava obbedire?”
“Sì, che me ne ricordo.”
“Dunque da' retta: io ti dico di venir meco. E se non ti piace star sola in casa, ti lascierò stanotte la Margherita a farti compagnia.”
“Oh no, no!” interruppe la fanciulla.
Poi, sorreggendosi colla mano il mento, guardò fiso nuovamente la tomba in atto di meditazione.
“Dicono che i morti tornano.... Mi pare che debba esser vero.... Io lo credo.... Che direbbe la nonna se vedesse un'altra nella sua casa?... Non ho punto paura, io, a star sola.”
“Sia, come vuoi; ma intanto vieni. Tu vedi che la notte è già scura, e la brezza si fa troppo più fredda che a te non convenga con quei poveri pannucci che hai addosso.”
Maria infatti diede in uno scossone di brivido.
“Sì, l'aria è fredda,” diss'ella. “E la povera nonna, non avrà ella freddo qui?”
“Ella non ha più nessun bisogno nè malore; ella ora è un angiolo di Dio, che prega per te. Vieni!”
La prese amorevolmente pel braccio e la trasse con sè. Ella cedette e seguì la sua guida, ma il capo e gli occhi erano volti verso quel mucchio di terra che segnava la fossa recente. Uscirono così dal cimitero. In quel punto un ragazzetto arrivava correndo.
“Sor Prevosto,” gridò egli: “è arrivata or ora una carrozza, e dentrovi una signora mezzo ammalata, e un signore coi baffetti neri, che sono andati all'osteria delGallo rosso, e hanno cercato di Marta che è morta, e di Maria, e anco di lei, sor Prevosto: e quando hanno udito quel che era e quel che non era, volevano venir qui senz'altro; ma poi la signora non se ne sentì; e quel dai baffetti volle che la si mettesse a letto, ed a me che ero per colà mi diede otto soldi, perchè le venissi a dire, a lei sor Prevosto, che sono giunti coloro a cui ella ha scritto; ed io son corso....”
“Va bene,” disse il parroco; poi vóltosi a Maria: “Sono i tuoi parenti, a cui la nonna mi aveva detto di apprendere la disgrazia che ti ha colto; è la tua nuova famiglia che t'aspetta.”
E le fece affrettare il passo verso l'osteria del villaggio.
Mentre infatti il modesto corteo accompagnava all'ultima dimora il cadavere della vecchia Marta, una carrozza da viaggio, lentamente tirata da due cavallacci da nolo, s'arrampicava su per la lunga salita che conduce all'entrata del paesello, al quale, di quel tempo, ancora non aveva fatto capo (nè la cosa è diversa oggidì) alcun tronco di strada ferrata.
In quella carrozza stavano due persone: una donna e un uomo. Questi era nel pieno fiorire d'una giovinezza di cinque lustri; la donna mostrava di essere dai quaranta ai cinquant'anni. Avevano tale rassomiglianza nei tratti del viso e più nel carattere della fisonomia, nell'espressione della figura e dello sguardo, nella voce e nelle mosse, che chiunque non li avesse pur conosciuti mai, al primo vederli, dicevali madre e figliuolo.
Nella donna l'età inoltrata e una pallidezza morbosa delle sembianze, la quale rivelava in lei una malattia guarita da poco e una salute ordinariamente cagionevole, non avevano distrutto tuttavia la traccia d'una beltà, che doveva essere stata in giovinezza fra le prime e più seducenti. Le chiome abbondevolissime e d'un nero corvino, in mezzo al quale spiccavano come fili d'argento i primicapelli canuti che correvano in quella massa ondulata di seta, le si spartivano graziosamente sopra una fronte della forma più pura, cui le rughe appena cominciavano a segnare di leggerissime linee. Dello stesso bruno gli occhi, dolcissimi e mitissimi nel guardare, pieni di quella luce di benevolenza che basta a renderci simpatica una persona; e a tale sguardo corrispondeva il sorriso tutto bontà e amorevolezza, ilare, se così può dirsi, anche nella mestizia, pacato e sereno. Dal soave luccicare degli occhi, e dal piegar delle labbra, si vedeva che quella persona aveva molto sofferto nella vita e tutto con rassegnazione e con coraggio sopportato.
Ed invero ella aveva molto sofferto!
Anna, tal era il suo nome, nacque in quel villaggio, a cui s'avvicina a così lento passo la carrozza che la porta; ed era nipote da parte di padre della povera estinta.
La madre di Anna non era affatto una contadina; ma, figliuola del maestro del villaggio, uomo d'ingegno e di cuore, aveva ricevuto dal padre un'educazione intellettuale forse superiore al suo stato. Con sua figlia il povero maestro compiacevasi di vivere ancora di quando in quando nel mondo del pensiero, e tornava a gustare le gioie dell'intelletto, a provare le emozioni che sono destate dalle bellezze della poesia e dell'arte. Questo tesorod'educazione, la figliuola del maestro ebbe per sua principal cura trasmetterlo a sua vòlta alla ragazza nata da lei, quando fu tanto felice da averne una; di che avvenne che Anna, crescendo, bellissima e d'animo squisito, acquistasse eziandio tali qualità di spirito che nessuno avrebbe creduto mai più trovare nella povera figliuola d'un rozzo flebotomo (che questo era il mestiere del padre) in uno dei più alpestri e rimoti villaggi.
Nè il padre in vero ci aveva merito o colpa, che vogliate chiamarla, poichè, facendola un po' da chirurgo, un po' da medico, un po' anche da veterinario, era tutto il giorno in giro per la campagna, tutte le sere all'osteria, e lasciava che le faccende di casa fossero regolate affatto come piacesse alla moglie, di cui riconosceva, ancorchè non lo confessasse, tutta la superiorità.
Ma per la povera Anna doveva ben presto cominciare una serie di gravi sventure. E la prima e delle maggiori fu ch'ella appena in sui quindici anni perdette la madre: proprio quando la sua gioventù, più vivace ed irrequieta che in altre, per lo sviluppo precoce dell'intelligenza avea bisogno maggiore del senno e dell'amorevole autorità materna.
Poco tempo dopo un pittore capitava per caso in quel villaggio, e allettato dalla stupenda bellezza di quei siti alpestri, stabiliva farvi dimoraper alquanti mesi. Ma poichè ebbe veduto quell'occhio di sole, come si suol dire, che era l'Anna, gli parve che non si sarebbe più mosso di lì per tutto l'oro del mondo, e che dove lucevano quei neri diamanti di occhi, lì avesse a dirsi senz'altro che stava di casa la felicità.
Forse da principio non fu che un leggiero invaghimento, un capriccio di giovane e d'artista, del quale credette egli medesimo facil cosa il liberarsi, come credeva pur facile la vittoria sul cuore inesperto e probabilmente fragile d'una contadinella. Cercò di avvicinare la bella Annina, con ogni accorgimento d'amante la perseguitò, fece nascere sempre più frequenti le occasioni di vederla, di parlarle, e riuscì così bene, che, conosciuti tutti i pregi e le virtù che adornavano quell'anima e quell'intelligenza, la sua meraviglia fu grande, e il capriccio divenne vero amore e prontamente grandissimo.
Era egli un bel giovane, parlava bene, e possedeva il merito che in questa fatta di casi è il maggiore: amava ardentemente e davvero; s'intende che la fanciulla non potè fare a meno di corrispondergli. Ma l'onestà si frapponeva a quei due ardori, e seppe imporre un freno insuperabile all'audacia dell'uno e rassicurare completamente la timidezza dell'altra. Eppure nessun impaccio vi era ai loro colloqui, perchè il padredi lei, per ragione del suo mestiere, era tutto il dì fuori di casa.
Ma se il bravo sor flebotomo non s'era ancora accorto di nulla, ben se n'erano accorte le comari del villaggio, e ognuno capisce come quelle buone femmine non potessero tralasciare una sì bella occasione di far commenti e di mormorare. Aggiungete che in quei remoti villaggi, dove le comunicazioni sono poche e rade, dove la vita è patriarcale e la popolazione forma quasi una sola famiglia, ognuno che non sia del paese è un forestiero, vale a dire poco meno che un nemico da tenersi lontano, da guardarsi con sospetto, e da detestarsi a chius'occhi. Un artista poi! Non capivano punto che cosa fosse in realtà; ma nella loro testaccia quadra i vecchi, soliti a radunarsi sotto i rami del grand'olmo in piazza, se ne facevano un superstizioso concetto come d'un gettatore di malìe o press'a poco, e quando lo vedevano colla sua cartella sotto il braccio, col suo cavalletto portatile andar girando per la campagna e sedersi qua e colà a tracciar giù linee e metter colori, poco mancava facessero il segno della croce, e crollavano dubbiosamente la testa: i ragazzacci, da parte loro, in quelle tremende occasioni, avevano già protestato più d'una volta con qualche sassatella.
Di più i giovani del paese, accortisi che il forestiero amava la bella Anna, della quale eranotutti più meno accesi, e che a codesto amore la bella del villaggio non era punto avversa, pensate se diventarono gelosi della zazzera, dei baffi e del pizzo alla medio-evo e della casacca di velluto nero del pittore! A loro vòlta tutte le ragazze, a cui Anna, senza volerlo, rubava tutti i dami, non aspettavano di meglio che un'ombra di pretesto per addentare la buona riputazione di lei. E quindi, in conseguenza di tutto ciò, la storia degli abboccamenti del pittore colla figliuola del flebotomo, ampliata, interpretata malignamente, correva per le bocche di tutti.
Dei parenti della fanciulla, fu la prima a commuoversi la zia Marta, la quale, in fatto di costumi, era così esigente in altrui, come inappuntabile essa medesima, e si credette in debito di provvedere e riparare a siffatto scandalo. E la buona donna aveva ragione; ma in ciò ebbe torto, che, invece di parlare alla ragazza ed appurar ben bene come stessero le cose, tentando d'indurla coi consigli a più prudenti propositi, andò direttamente dal fratello, perchè colla sua autorità paterna facesse cessare senza indugio la tresca.
Per mala ventura, nel momento in cui la sorella venne a raccontargli la cosa, il padre di Anna, che era devotissimo seguace di Bacco, si trovava precisamente più che a mezzo ubriaco. Impetuoso com'egli era inoltre di carattere, ed assolutissimonei suoi voleri, chiamò a sè la figliuola e con modi e con parole tutt'altro che da ispirar fiducia e destar tenerezza, l'interrogò sulla verità di quello che gli era stato riferito. Anna, troppo franca per negare, confessò schiettamente l'amor suo; e il padre, salito in una maledetta collera, minacciatala e peggio, giurò che non avrebbe mai concessa la sua figliuola ad uno che non sapeva chi fosse, e sentenziò irrimediabilmente che i due giovani non si avrebbero a vedere mai più.
È cosa conosciuta da tutti come l'amore contrastato si accende vieppiù, così da predominare ogni volere ed ogni riguardo negli amanti. La ragazza pregò, pianse, languì; il giovane affrontò la collera del padre di lei, supplicò, umiliossi, tutto fu inutile; e allora vedendo senza speranze il caso loro, con quell'esaltamento che dà alla gioventù la passione, i due innamorati si appigliarono ad una risoluzione da disperati com'erano, e fuggirono insieme.
In quel pacifico villaggio fu uno scandalo inaudito: il padre di Anna montò su tutte le furie e fece giuramento che non avrebbe mai perdonato la colpevole, ingrata figliuola; Marta, alla quale un eccesso simile pareva una cosa impossibile, vide già la nipote perduta per l'eternità nelle fiamme dell'inferno.
I giovani si sposarono, e siccome erano buoni tutti e due e si amavano davvero, furono una eccezionealla regola generale che converte questi maritaggi d'amore in una infelicità piena di rimpianti e di rimorsi. Ma, per quanto facessero, il padre morì senza voler perdonare e rivedere l'Anna; nessuno de' congiunti s'era intromesso a favore della fuggita figliuola, e questa dimenticò per la nuova dimora e pei nuovi affetti il paese natio e la gente del suo sangue.
E di questa, parecchi anni dopo, non rimaneva che Marta, vedova, e con una bambina nata da un'unica sua figliuola morta soprapparto.
Le condizioni di Marta erano tutt'altro che prospere. Il marito non le aveva lasciato niente: il genero, il padre della nipotina, era stato uno scaldapanche d'osteria; non aveva essa altro mezzo di sostentamento che il suo lavoro, e pensate voi che gran guadagni possa fare il lavoro di una donna ormai vecchia. Fu peggio ancora quando la salute, che veniva indebolendosi da assai tempo, l'abbandonò del tutto; e la povera Marta dovette mettersi a letto, col convincimento che, trascinando per più o men tempo una vita stentata e di tormenti, per lei la era finita. Allora, pensando all'avvenire di Maria, la sua nipotina, la quale, morta lei, sarebbe rimasta sola nel mondo, bene aveva avvisato di ricorrere alla figliuola di suo fratello, di cui non aveva ricevuto più novella, ma supponeva buone e prospere le fortune; però un delicatoscrupolo ne l'aveva sempre trattenuta. In gran parte era essa la Marta, che aveva conferito ad accrescere l'avversione del padre di Anna per l'unione di costei col pittore; dei dispiaceri e dei danni che la figliuola di suo fratello da ciò aveva sofferti, in qualche modo ella poteva pure accagionarne la zia; e che avrebbe detto l'Anna, che pensato, se ora, trovandosi nel bisogno, dopo non essersi fatta viva per tanto tempo, la zia ricorresse a lei supplicando? Non avrebbe forse risposto: «Voi non avete avuta compassione per me, ed io non ne voglio avere per voi; voi non vi siete mai più interessata dei fatti miei, ed io non voglio darmi pur un pensiero dei vostri!» Esitò a lungo; ma quando sentì proprio che la morte s'avvicinava, il bisogno di Maria vinse ogni altra considerazione, e pregò il parroco di scrivere a quell'unica parente che le rimaneva.
Ma la nonna di Maria aveva gran torto di dubitare del cuore di Anna. Questa aveva infinitamente sofferto del negato perdono paterno; e chiunque della famiglia le aprisse le braccia, essa era disposta a gettarvisi colla gratitudine di chi ne riceve la più generosa delle grazie; la sola idea poi di poter essere utile in alcun modo a qualcuno di suo sangue le sarebbe stata una gioia.
Lei, poveretta, le disgrazie non l'avevano risparmiata. Suo marito, cui essa amava e che l'amavacotanto, giovane ancora, dopo non molti anni di matrimonio, erale morto, lasciandola con mediocri fortune e con un bambino in tenerissima età. Qual immenso dolore sia nella vita la perdita di quell'essere che si ama supremamente, unicamente, ben lo sa chi ebbe la grande sciagura di provarlo. Tutti i suoi affetti, tutta la sua ragion di vivere, tutto il mondo, Anna aveva fino allora raccolto nell'uomo dell'amor suo. Mancatole costui, credette tutto finito per sè, le parve impossibile il vivere, a tutta prima desiderò di morire. Ma era madre! Poteva ella abbandonare quel misero orfanello? Nel suo figliuolo, nel suo Guido, concentrò tutti gli affetti suoi, tutta la sua potenza d'amore, ogni interesse, ogni sentimento. E chi non sa come ami una madre? Per suo figlio ebbe la forza di tutto sopportare, ebbe il coraggio così della rassegnazione, come dell'opera. Poche erano le fortune che l'artista lasciava; Anna sostenne ogni privazione; lavorò indefessa per poter allevare ed educare il figliuolo, ornargli la mente ed il cuore, farlo degno di suo padre.
Dalla famiglia del marito Anna non aveva ricevuto che disprezzi, per quello stupido orgoglio de' borghesi, il quale vedeva offesa la dignità del lignaggio dal matrimonio di un loro congiunto con una contadina; finchè lo sposo era vissuto, Anna a codeste punture non aveva nemmeno badato;lui morto, quando la infelice vedova, per cagion di suo figlio, dovette necessariamente umiliarsi, invece che aiuti, non n'ebbe che disdegni e contrasti. La misera madre si ristrinse in sè stessa; si disse che da sola avrebbe bastato al nobile ufficio di allevare il figliuolo e di farne un uomo, e Dio la compensò di tanto, che il suo Guido riuscì il più virtuoso, bello ed educato giovane e il più amoroso e riconoscente de' figli.
Quando la lettera del parroco giunse ad Anna, questa trovavasi per disavventura inferma ancor essa: perchè la sua salute, fatta cagionevolissima per gli affanni sofferti, era assalita da frequenti malattie. Avrebbe ella voluto che Guido partisse tosto pel villaggio; ma il figliuolo non aveva acconsentito a niun patto di abbandonare la madre inferma, da lui tenerissimamente amata.
Si attese adunque che la convalescenza fosse progredita così da permettere ad Anna il viaggio non breve; e la madre di Guido, appena si sentì bastevoli forze, non volle più saperne d'indugi, e partì sperando giungere ancora in tempo di vedere un'ultima volta la sorella di suo padre e di ricevere da lei quella benedizione e quel perdono che dal padre non aveva potuto; parendole che, per essa, anche il genitore dalla tomba l'avrebbe perdonata e ribenedetta.
Ed ecco come avvenisse che la carrozza daviaggio incominciava appunto a salire la cresta della collina su cui si trovava il paesello, quando la campana della parrocchia mandava alle aure della sera i tristi rintocchi che annunciavano la sepoltura della vecchia Marta.
Madre e figlio si rassomigliavano, non solo di aspetto ma di anima; se non che alla grazia ed avvenenza materna, Guido aveva aggiunto l'energia, la forza e il prepotente amore dell'arte cui aveva ereditati da suo padre.
Il giovane volle essere artista, nè la madre glielo contrastò, quantunque l'utile consigliasse la scelta d'un lavoro men gradito ma più proficuo. Mercè la virtù del risparmio, seppe ella bastare a tutto con quei pochi redditi che loro rimanevano. Guido fu scultore, studiò, lavorò, e animato da uno zelo impareggiabile, afforzato da una volontà potente e dominatrice, favorito dalle migliori disposizioni dell'ingegno, in breve, per l'eccellenza delle sue opere, mandò intorno il suo nome con una certa fama, e giunse eziandio ad ottenere dal suo scalpello compenso di non ispregevoli guadagni.
Nell'accostarsi al suo villaggio, che da tanto tempo non aveva più visto, nel ritrovare man mano a uno a uno que' luoghi, i quali tutti avevanoper lei una memoria della sua adolescenza o dell'infanzia, Anna erasi venuta rianimando, e una viva commozione le faceva brillare gli occhi e le arrossava d'alquanto le guancie abitualmente pallide, rendendole così un aspetto quasi giovanile.
Ella veniva raccontando al figliuolo, che la guardava con tenerezza, tutte quelle innocenti memorie, e si commoveva narrandogli le più indifferenti storielle fatte preziose dal prestigio dell'età trascorsa. A un punto le lagrime, che più volte già le erano venute in pelle in pelle, sgorgarono abbondanti da' suoi occhi, e abbandonandosi della persona sopra i cuscini, ella si coprì colle mani la faccia.
“Madre!” esclamò Guido con caloroso affetto, prendendole tutt'e due le mani, staccandogliele dalla faccia e ritenendole fra le sue con dolce pressione, mentre i suoi occhi s'affissavano con immensa tenerezza in quelli di lei: “Madre, a che pensi?”
“Penso a mio padre;” rispose ella, sforzandosi a dominare la sua emozione, “penso ch'egli non è più nel salotto a terreno della nostra casa dove soleva stare nell'ora di riposo della giornata; penso che non può venire sulla soglia a ricevermi col perdono sulle labbra.... e fosse pur anche collo sdegno e col rimprovero!... Penso che quel buon vecchio non l'ho visto più, e che è morto corrucciato con me....”
Guido la interruppe con vivacità.
“Non parlare così, non dire di queste cose, non pensarle, madre mia. Se tu hai commesso qualche fallo verso tuo padre, non fosti tu esemplare fra le ottime mogli, e la più tenera, la più santa delle madri? E lo sai bene che questa è principalmente la missione della donna! Tuo padre in vita, offuscata la mente dalla passione, ha forse disconosciuto e te e il vero dover suo, ma nel mondo di là, dove meglio splende allo spirito nostro la luce del vero, egli ti ha perdonato e benedetta, di certo, come sempre ti benedisse il compagno della tua vita, come ti benedico io, tuo figlio.”
Anna, attraverso le lagrime, rispose con un sorriso; e Guido, per isviarne dai tristi pensieri la mente, dopo breve pausa, soggiunse esclamando con ammirazione, come sorpreso d'un tratto alla veduta che aveva dinanzi:
“Oh vedi, come man mano che ascendiamo sulla collina, la pianura si amplia e si stende, e si rivela ai nostri sguardi! E che variazione di linee e di terreno! Che ricchezza di tinte e quanta leggiadria di disegno! Quanta grazia e quanta imponenza insieme in tutto il complesso! Come mi piacerebbe vedere questo paese illuminato dalla luce d'uno splendido sole, invece che da quella grigiastra del nuvoloso crepuscolo! È un bel paese il tuo, mamma, che, al vederlo, non so perchè, mifa battere il cuore, come se in esso ci avessi anch'io e memorie e legame d'affetti.... Certo perchè esso è tuo; perchè qui mio padre ti ha vista ed amata; perchè alcuna cosa di quest'aura, di questo cielo, di questa terra è rimasta nella tanta bontà dell'anima tua, e un briciolo dell'amore a questi luoghi, quell'amore che ogni gentile ha pur sempre per il cantuccio del mondo dov'è nato, tu me l'hai trasmesso col sangue. Sì, davvero; sento come se io pure avessi avuto la vita in questo remoto e stupendo seno delle Alpi. E vorrei pure che così fosse. In una popolosa città, fra il tumulto e il viavai della gente, in mezzo ad oggetti che mutano sempre con vertiginosa instabilità, le prime memorie o non si possono imprimere profonde o presto si scancellano. Tante vicende, tanti guai, tanta folla ci passano e ripassano dinanzi! Qui invece!.... Qui ogni albero mi pare debba avere una parola da ridire al passaggio del montanino che torna dopo lunga assenza al suo paese; ogni uscio di casa una confidenza da richiamare, ogni cantonata, ogni volto d'abitante, ogni sasso un ricordo da evocare.”
“Sì, sì, è vero!” esclamava la madre.
“E ti giuro” continuava Guido “che questo paese non mi è nuovo, benchè io non ci sia stato mai. Io l'ho vista di belle volte nelle mie fantasticaggini questa tranquilla vallata; io l'ho sognatale mille fiate questa solitudine, rallegrata dai più sacri amori della terra: la madre, la compagna della nostra vita e i figli. Gli è in un paese come questo che io credo la migliore delle sorti quella di finire i nostri giorni.”
Ciò che diceva il figliuolo era il pensiero appunto della madre; pure essa crollò il capo e il suo sorriso si fece più mesto.
“Che parli tu di finire,” disse, “tu che li hai appena incominciati i tuoi giorni? Certo a me tornerebbe come una ventura il ridurmi qui dove nacqui, e qui estinguermi dove tutti morirono i miei; e forse meno tormentati dai mali sarebbero qui, nelle mie aure native, gli anni che mi rimangono.”
“E si faccia:” proruppe Guido. “Tu sai, madre, che io non ho altro desiderio che il tuo. Veniamo pure a vivere nel tuo villaggio, e s'io ti vedrò lieta, sarò il più lieto uomo del mondo.”
“No, no;” esclamò Anna con risoluta fermezza d'accento. “A te ben d'altro è mestieri per l'arte tua; e la tua giovinezza non deve segregarsi dal mondo e togliersi a quel moto per cui è fatto, a quel destino che le è assegnato. Sarebbe un soverchio e ingiusto sacrifizio che io t'imporrei, e di cui a me chiederebbe severo conto tuo padre, il quale può rivivere nella tua futura gloria d'artista.”
Guido chinò il capo e si tacque.
La salita intanto si faceva sempre più ripida, e i cavalli trascinavano a stento la carrozzona, eccitati dalla voce grossa e dalle frustate sonore del vetturino, sceso di cassetta. Il giovane aprì lo sportello, e saltò giù ancor egli sulla strada, dicendo a sua madre:
“Farò a piedi questo tratto di via; ho giusto bisogno di sgranchirmi un poco le gambe.”
Anna tirò giù il cristallo, per veder meglio la campagna.
“Bada che avrai freddo,” le disse Guido: “l'aria è frizzante.”
“Lascia, lascia:” rispose la donna con voce animata: “sto tanto bene; e quest'aria, anzi, mi sarà giovevole.... Vedi se non ti sembro già tutt'un'altra!”
Ed era vero che gli occhi le brillavano maggiormente, e un caro rossore era venuto a colorirle leggermente le guancie. Il figliuolo venne ad avvolgerle bene intorno alla persona lo scialle e la coperta, e poi si pose a camminare accanto alla carrozza, tenendo una mano sull'apertura dello sportello.
Dopo un poco, una viuzza serpeggiante sul fianco della collina gli apparve da quella parte appunto della strada dov'egli si trovava. Il sentieruolo s'avvolgeva graziosamente traverso una china erbosa tutta smaltata di fiori azzurrognoli, che i botanici battezzarono col nome di colchiciautunnali, e i nostri montanari con poetico vocabolo, come annunziatori dei primi freddi, chiamanofreddolini; e poi si perdeva in un castagneto.
Il giovane l'additò a sua madre.
“Quel sentiero conduce al villaggio per più breve e più ripido tragitto:” disse Anna. “Mentre la via carrozzabile gira intorno al colle, quella stradicciuola lo traversa dritto al culmine. Quando si è giunti alla cima della collina, vi si gode una veduta di paese che poche o nessuna se ne ha di più belle al mondo.”
“Allora, se tu non hai bisogno di me,” disse Guido, “io piglio questa viuzza, e ti aspetto poi all'entrar del paese.”
“Fa' pure. Giunto in alto del colle, ti vedrai il villaggio a' piedi.”
Guido fece un cenno di saluto col capo a sua madre, che gli rispose con un sorriso, e si slanciò con passo affrettato su pel sentiero, traverso la falda erbosa della collina. In poco di tempo fu, oltre il bosco dei castagni, al culmine. Come gli aveva detto la madre, vide colà aprirsi tutt'intorno una di quelle magnifiche prospettive che non si possono trovare fuorchè nelle regioni montanine. Un'infinità di valli e vallette, le une imboccando nelle altre, tutte irrigate da qualche torrentello spumeggiante, tutte vestite nel declivio da boschi e da vigne, e coperte al fondo da prati e campicelli,tutte chiazzate dal bianco di abitazioni sparse qua e là, di paeselli aggruppati più su, più giù, sulle rive dei corsi d'acqua, nelle più pittoresche giaciture. Le ombre della sera che s'avanzavano rapide, e parevano dal fondo delle valli salire su per i fianchi della montagna, la quale si ergeva al di là di questa catena bene intrecciata di colli, davano a que' luoghi l'apparenza d'un'ampiezza maggiore, e come una sublimità melanconica e grave.
Il paesello di sua madre rimaneva giusto ai piedi del giovane artista. Coll'acuto sguardo, non ostante quelle prime tenebre, egli arrivava a discernere casa per casa, e vedervi nei cortili in cui entravano i contadini a riporre i loro stromenti di lavoro, e per le finestre accesi i fuochi per cuocere la parca cena.
Guido, ansante per la ripida salita, si appoggiò al tronco d'un grosso castagno che là sorgeva, e stette a contemplare. Gli giunse allora all'orecchie il suono da morto della campana, il quale, impedito dalla costa del colle, non aveva potuto prima giungere sino a lui. Guardò fisso laggiù, e vide un ammasso di persone con ceri accesi avviarsi dalla piazza della parrocchia verso un'estremità del villaggio. Indovinò il vero e assai gli dolse, pensando al nuovo dolore che ne avrebbe sua madre. Poi pensò a quella creatura, che probabilmenteera portata a seppellire in tal momento la quale per sangue a lui, Guido, era congiunta, che pure, egli non aveva vista mai, e non aveva quindi amata e alla quale se volgeva un compianto, pure non aveva lagrime da tributare.... Ma tosto si presentò quindi alla sua mente il pensiero di quella ragazza che unica era rimasta intorno alla povera vecchia, e che con la nonna perdeva tutto nel mondo.
L'idea della giovinetta abbandonata lo intenerì. «Poverina! — pensava; — ella sì che piangerà, che si dispererà nel massimo dei cordogli su codesta tomba che le rapisce ogni cosa ed ogni affetto!» E nella sua fantasia d'artista. Guido travide un'ideale di fanciulla colla ingenua grazia della prima giovinezza, atteggiata alla mossa più commovente del dolore, in quella naturale eleganza che seppe dare alle sue opere perfette, la sublimità dell'arte greca.
Allora un impeto d'entusiasmo caritatevole gl'invase il nobile animo. A sua madre ed a lui, anzi più a lui, perchè sua madre infermiccia aveva bisogno ella medesima di riguardi e di soccorsi; a lui si apparteneva di recar sollievo a sì aspra ferita del dolore che tormentava quell'anima sì nuova ancora alla vita; a lui di creare intorno alla misera derelitta un'atmosfera d'affetto, la quale di certo non poteva tener luogo di ciòch'ella aveva perduto, ma che ne temperasse tuttavia l'angoscia; a lui il difficile ma sublime cómpito di medicare e risanare un cuore così crudelmente trafitto. Con questo accesso di zelo, scese precipitosamente la collina, e raggiunse all'entrata del villaggio la carrozza di sua madre.
“Che hai?” gli domandò la madre, che vide negli occhi di lui una luce più viva.
“Penso a Maria:” disse Guido con nuova espressione. “Povera orfana!”
“Orfana!” ripetè Anna con voce che suonò come un singhiozzo. “La povera zia, adunque?...”
Si perdevano nell'aere vespertino gli ultimi rintocchi della campana. Anna si abbandonò nel fondo della carrozza, e si coprì il viso col fazzoletto. La casa che era stata del padre di Anna, era venuta in mano di estranei; non avevano l'Anna e suo figlio dimora alcuna in quel paese, che fosse pronta ad accoglierli. Guido, salendo nel legno presso la madre, ordinò al vetturino di condurli alla miglior locanda. Colà il figliuolo volle che Anna si mettesse a letto, e capitatogli un monello, lo aveva mandato, come abbiamo visto, ad avvisare il parroco del loro arrivo.
Mezz'ora dopo, la voce del vecchio sacerdote diceva all'uscio della stanza in cui erano Anna coricata e Guido a tenerle compagnia:
“Si può?”
“Avanti, avanti!” rispondeva sollecito il giovane, e si alzava con premura a muovere incontro alle due persone che entravano.
Il parroco entrò primo, e dietro lui, tirata per mano, Maria, la quale camminava con evidente ritrosia, gettando tutt'intorno sguardi quasi atterriti coi suoi grandi occhioni selvaggi. Dopo aver chinato la sua bianca testa in un saluto a Guido e alla donna, che s'era levata con vivace mossa a sedere sul letto, il Prevosto disse:
“Riverisco, signor mio; signora, le son servo.”
“Oh sor Prevosto! La non mi riconosce più?” esclamò Anna, i cui occhi andavano cercando con desiosa curiosità la fisonomia della giovinetta, la quale, visto gente, aveva chinato il viso più che mai e lo teneva basso con molta vergogna.
“Sì, sì, certo che la riconosco;” disse il vecchio curato con ilare bonarietà nell'aspetto e nella voce; e tornando alla sua radicata abitudine di dar del voi a tutti i suoi parrocchiani: “che? non siete mutata di molto voi, e se non foste un po' smagrita e pallidina, direi che siete ancora l'Anna d'una volta.... Ma intanto eccoci qui: vi ho condotta la povera Maria.”
La madre di Guido tese le braccia alla giovinetta.
“Maria!” diss'ella con molto affetto: “vieni, vieni qui ch'io t'abbracci.”
Ma la fanciulla invece d'abbandonarsi sul seno di colei che pur ve l'invitava con sì dolce suono di voce, con sì amorevole espressione, si trasse indietro e si nascose dietro il buon prete; e siccome questi aveva lasciato andare la mano per cui la teneva introducendola, ella si attaccò ad una falda del lungo di lui soprabito.
“Su via, animo che cosa fai?” — badava a dire il curato: “va' innanzi, Maria, che queste le sono sciocchezze; qui vedi i tuoi parenti, gente che ti vuol bene, e in quella buona signora troverai una madre.”
“Sì, sì, davvero; farò di tutto per esserti come una madre;” diceva col medesimo affetto Anna, tendendo sempre alla fanciulla le braccia amorosamente.
Ma era come dire al muro.
Allora il parroco, tanto per iscusarla, mentre di soppiatto colla destra tentava di tirare innanzi la ragazza e spingerla verso il letto, disse:
“Vedete, la è un tantino selvaticuccia.... sì, anche un po' troppo, se volete.... Ma che s'ha da fare? È vissuta fin'ora in compagnia delle sue capre sulla montagna e nella casa della sua nonna,e non con altri.... E poi la è così novellina e sempliciotta, come un agnello appena nato, ve lo assicuro io; è una di quelle creature del buon Dio, che hanno la fortuna dell'innocenza.”
Per Guido, che colla sua artistica immaginazione di quella giovinetta s'era formato un tipo, fu quella una disillusione completa. I raggi delle candele che illuminavano d'una luce rossiccia la stanza, cadendo di sbieco sul corpo magro e disadatto della giovinetta, ne facevano risaltare più sfavorevolmente che mai i contorni angolari; la testa grossa, con una massa enorme di capelli in disordine, pareva una matassa arruffata senza forma e senza figura; le membra gracili e tirate avevano un'infelice durezza di linee; la gonnellucciaccia che le pendeva dai fianchi malamente sfilacciata, a brandelli, era fatta apposta per accrescere l'aspetto disavvenente della sua persona. L'avreste detta una selvaggia di quelle tribù a cui non sono concesse le soavi grazie che fan leggiadro il sesso femmineo della razza indo-europea.
“Vieni,” ripeteva ancora la madre di Guido, “siamo tuoi congiunti, noi; io sono tua cugina, e questi, che è mio figlio, è tuo cugino ancor egli.”
“Sì,” disse il giovane avvicinandosi alla ragazza e tentando di pigliarle una mano: “siamo cugini.”
Ma ella ritrasse vivamente la destra che Guido cercava, e si tirò in là.
“La è semplice, la è semplice;” tornò a ripetere il parroco, dondolando la testa, “bisognerà aver pazienza; ma è buona come il pane e ubbidiente a dovere. La nonna ne faceva ogni sua volontà.”
Poi volgendosi a Maria:
“Questi signori ti vogliono bene, sai, e tu hai da voler bene a loro. Sono venuti qui apposta per te, ed è la nonna che loro ti affida e che per mezzo mio ti comanda di amarli.”
La fanciulla nè si scosse nè parlò.
“Maria,” riprese a dire Anna con affettuoso calore, “noi ti amiamo davvero come t'amava la povera Marta.... Ah! perchè non è ella più qui a conoscer quale affetto io avessi tuttavia per lei! Ah! perchè non l'ho potuta almeno abbracciare anche una volta!...”
E sopraffatta dall'emozione ruppe in pianto.
Guido le si fece dappresso sollecito, ammonendola amorevolmente.
“Via, non far così, mamma.... Lo sai che ti fa male.... Un po' di coraggio, te ne prego.... anche per questa poveretta che certo non ha mestieri la si stimoli al pianto.”
Volse gli occhi verso la fanciulla, e il contegno come la faccia di costei parevano voler darela più ampia smentita alle ultime di lui parole. Essa, all'udir piangere, come tirata dalla curiosità, s'era fatta un poco innanzi, sporgendo il collo, aveva levato alquanto la testa e diretto lo sguardo sul volto della donna giacente; ma tale sguardo era senza espressione, pari a quello delle pupille di vetro in una statua di cera; e Guido che lo incontrò, ebbe la mente attraversata da un subito sospetto.
“Ma questa ragazza è scema:” pensò.
Maria, accortasi d'essere osservata dal giovane, chinò ratto gli occhi e si trasse nuovamente indietro, facendosi riparo delle spalle del parroco.
“Mia buona signora,” disse questi, commosso più che non volesse lasciare scorgerlo: “le lagrime non giovano a nulla, ed è dovere d'ogni cristiano rassegnarsi alla volontà del Signore. Marta visse una vita lunga e da virtuosa donna qual'era; ha fornito molto bene la sua carriera mortale, e ora riceve il compenso de' suoi meriti. Per tutto quanto le poteva ancora importare sulla terra, che è questa poveretta, aveva posto ogni speranza in voi, Anna; e il miglior modo di mostrare a quell'anima il vostro affetto e il vostro rimpianto è di soddisfare i suoi desideri.”
“E lo farò nel miglior modo che potrò,” disse la donna vivamente; “e d'ora innanzi Maria la considero come figliuola.”
Il parroco tolse commiato. Quando lo vide avviarsi, la ragazza si mosse ella pure per seguirlo e tornò ad afferrargli la falda del soprabito, come per farsi condur seco.
“No,” disse il sacerdote, “tu devi rimanere colla tua nuova famiglia.”
Maria supplicò mutamente con uno sguardo.
“È la volontà della nonna:” soggiunse il parroco.
Allora la giovinetta lasciò andare il lembo del vestito che aveva afferrato, e chinò tanto il capo da non potersi più scorgere della faccia che l'alto della fronte. Fu messa per quella notte in uno stanzino attiguo alla camera dov'era la madre di Guido; e questa udì la fanciulla smaniare e sospirare tutta la notte, e la mattina, appena l'alba, aprir la finestra ed esporsi alla brezza, come farebbe chi avesse la testa riarsa da febbrile calore.
“La non è dunque insensibile come pare:” disse Anna a suo figlio, narrandogli ciò: “ma è soltanto timida e selvatichetta.”
La disillusione provata da Guido per le sembianze della giovinetta avevano un poco ammorzato in lui lo zelo primitivo, ma non estintolo affatto.
“È un'anima da dirozzare:” s'era egli detto. “Mia madre le educherà il cuore, ed io l'intelligenza. Sarà una grande soddisfazione e un prezioso compenso per noi il vedere sorgere da quell'animatamacchina di carne la creatura intelligente ed affettiva della donna; una soddisfazione uguale a quella che provo, quando dal masso della creta veggo nascere sotto la mano la statua bella e vera. Tanto meglio che quest'infelice non abbia il fragile dono della bellezza! Il nostro interesse per lei mi pare ne sia più santo, e forse tale sventura sarà compensata in lei da interiori e più preziose virtù che si svolgeranno.”
Furono fatti vestire a Maria altri panni alla foggia cittadinesca, e quando la poveretta comparve in una veste lunga, che le si adattava al corpo magro e stecchito come ad un bastoncino la fodera d'un ombrello, la era così impacciata e goffamente ridicola che Guido non potè a meno di rompere in una risata. La giovanetta lo guardò fisso un pochino con quel suo sguardo senza luce, poi guardò sè stessa nel suo nuovo acconciamento; e, come vergognosa de' fatti suoi, fuggì via a nascondersi.
Era intenzione di Anna e di suo figlio di non fermarsi al villaggio più d'otto giorni; ma l'aria nativa, benchè la stagione fosse poco propizia, giovava pur tanto alla salute della madre, e la bellezza del paese esercitava su Guido quel medesimo fàscino che già aveva esercitato sul padre di lui, quando primamente era capitato in quei luoghi, così che decisero dimorarvi un mesetto. Siallogarono nella casetta antica della famiglia che presero per quel tempo in affitto, quella casa dove erano trascorse l'infanzia e la prima giovinezza di Anna; e Maria vi ebbe una camera dove furono raccolti tutti gli oggetti che le aveva lasciati la nonna e che le dovevano esser cari.
Colla sua nuova famiglia, la giovinetta, poco più, poco meno, era sempre quella che il primo giorno. Stava sola quanto più poteva, fuggendo tanto l'Anna quanto il giovane; innanzi a loro di rado alzava gli occhi a guardarli: si teneva impalata e immobile, come se non osasse pure trarre il fiato: non rispondeva che a monosillabi: e nè l'uno nè l'altro avevano potuto vederla piangere o sorridere o dare un segno qualunque di sentimento. Un giorno che il tempo era più freddiccio, Anna ritiratasi nel pian terreno e sedutasi sulla vecchia poltrona di suo padre presso al fuoco, s'era abbandonata a ricercare colla mente tutte le memorie del passato, e per farsi meglio sfilare innanzi alla fantasia l'immagine delle cose trascorse, aveva chiuso gli occhi e pareva dormisse. Maria entrò col suo passo felino che non si faceva sentire, e s'accostò pian piano. La salute, che tornava ogni dì meglio alla madre di Guido, le dava una leggiera tinta d'incarnato alle guancie, l'interna emozione di quel momento si rifletteva sulla fisonomia di lei in sì gentile maniera, che uno splendore di giovinezzaanimava la beltà di quei tratti da disgradarne qualunque più leggiadra nel fiore de' suoi anni, se non fossero stati que' fili bianchi ne' capelli e quelle finissime rughe ai lati della fronte.
Maria stette un poco a contemplarla; poi s'accosciò pianamente ai piedi di lei, appoggiò un gomito alle ginocchia e il mento sulla palma della mano, e si diede a fissar l'Anna, come se non l'avesse vista mai e volesse imprimersene i tratti nella memoria.
La madre di Guido udì un respiro più forte che pareva un sospiro, e aprì gli occhi, vide Maria in quella positura che la mirava. Acconciatasi senza soggezione in una mossa naturale, la giovinetta aveva una certa grazia quale Anna non le aveva vista mai, e in quel punto nello sguardo dell'orfana a lei rivolto, credette scorgere una intelligenza, una tenerezza che le si mostravano per la prima volta. Ma appena Maria ebbe veduto aperti gli occhi di Anna, sorse di scatto, e tornando tosto in tutta la disavvenenza dei suoi movimenti, fece atto di partirsene rossa in viso, come chi vien colto a far cosa che non dovrebbe.
Anna fu tosto a trattenerla, pigliandole una mano.
“Perchè fuggi? Ti fo io paura?”
Maria, al solito, non rispose.
“Non mi vuoi dunque bene niente niente? Ame che te ne voglio tanto?... Non me ne vuoi?... Rispondi.”
“Non so:” disse con voce stentata la ragazza guardando da un'altra parte.
La madre di Guido la tirò a sè con affetto, e la baciò in fronte; Maria si era lasciata chinare verso la donna, nè riluttante, nè consenziente, e riceveva i baci con una specie di rassegnazione passiva.
“Dimmi se non sei contenta di noi; dimmi se hai qualcosa di cui dolerti, se desideri alcunchè. Io voglio che tu sii lieta e contenta. Ma perchè taci sempre e non rispondi mai alle mie dimostrazioni d'affetto? Tu non mi hai ancora restituito pure un bacio.”
La giovinetta si divincolò, e non con garbo, dalle braccia di Anna e disse con un accento di espressione indefinibile, che non poteva dirsi se fosse ammirazione, invidia, o ritrosia, o scioccaggine:
“Siete troppo bella, voi!”
Maria aveva creduto di dover tornare a tutte le abitudini che aveva prima della malattia della nonna; e il suo primo pensiero era stato quello di andare di nuovo sulla montagna, colle capre alla pastura. Guido aveva messo in pratica tutta la sua abilità persuasiva per farle capire che quel genere di vita era affatto finito per lei e che ne incominciava un altro tutto diverso.
La selvaggia fanciulla, sempre taciturna a suo modo, vi si acconciò colla buona voglia di chi fa un sacrifizio che gli sia imposto. Il giovane artista avvisò che non c'era tempo da perdere per cominciare l'istruzione fin'allora troppo trascurata di questa fanciulla che omai toccava l'adolescenza; e vi si applicò senza ritardo con tutto l'animo, chiamando in soccorso del suo buon zelo tutta la pazienza di cui poteva disporre. Ma per quanto fosse in lui quest'ultima, la mala voglia e la cocciutaggine della ragazza erano ben maggiori. Ella non si ribellava mai, ma si accostava allo studio come una vittima rassegnata al supplizio; si rinserrava in un silenzio timoroso e selvaggio, e a qualunque cosa le dicesse il giovane maestro, non dava risposta, ma lo guardava collo sguardo attonito dei suoi occhi larghi, che diceva chiaro ella non capir nulla. Guido provò di tutto per ismuoverla da quella passività inintelligente: rimostranze ed amorevolezze, incoraggiamenti e rampogne, anche preghiere, e, non potendone più, la collera. Tutto si spuntava contro il mutismo caparbio della giovinetta.
“Non è una creatura umana quella lì:” esclamava Guido allo stremo affatto di pazienza: “è un macigno. Affè che i marmi delle mie statue hanno più sentimento e più intelligenza!”
Trascorso il mese, si dispose tutto per tornarein città. Maria sapeva che stava per abbandonare quel paesello che doveva pur essere l'unico amor suo; ma non fu mai che in presenza d'Anna o di suo figlio manifestasse uno sfogo di dolore o solo un rimpianto. Rinchiusa invariabilmente nella sua atonia, guardava tutti i preparativi che si venivan facendo con quella sua aria balorda, di cui Guido aveva finito per indispettirsi maledettamente, e la si faceva più taciturna che mai.
La vigilia della partenza, verso l'imbrunire, Maria sparì di casa: e Anna inquieta, dopo due ore ch'ella mancava, mandò Guido e pregò i vicini andassero a cercarla di qua e di là. Dopo aver girato assai tempo, la trovarono finalmente a notte chiusa, che se ne usciva tutta tranquilla dal cimitero, colle traccie nei panni, alle ginocchia, sulle mani di chi si è prosteso sulla terra e vi è rimasto a lungo.
“Che cosa hai tu fatto?” le chiesero solleciti.
“Sono andata a dare un bacio alla nonna:” rispose ella con quella sua aria di astrazione stordita.
Nè Anna, nè pur Guido medesimo, meno tollerante, ebbero coraggio di farle una rampogna.
Alla partenza, quando le toccò salire in carrozza, Maria ebbe il viso sconvolto da una di quelle contrazioni che rivelarono il suo dolore alla morte della nonna; seduta a lato di Anna, la si tennesempre col capo sporgente in fuori a guardare il paese, le colline, la montagna, i campi; e quando per la lontananza le si confusero alla vista tutti questi oggetti, allora si ritrasse vivamente, si accasciò, per così dire, nel fondo della carrozza, e mandò quella specie di grido soffocato o di gemito inarticolato che pareva essere in lei l'espressione suprema del sentimento.
E fu tutto.
All'inverno, in città, le relazioni fra Guido e Maria, invece di farsi più intime, erano venute diminuendo di famigliarità, come anche di amorevolezza. A breve andare era sfumato affatto lo zelo di Guido per istruire la cuginetta, e perchè egli era stanco della durezza d'intendimento della ragazza, e perchè ritornato alle sue occupazioni artistiche e agli spassi della vita cittadinesca. Con Maria e' non si trovava più che all'ora del desinare, dove ella non parlava mai, fuori che quelle poche e volgari parole che erano necessarie: e quando Guido recavasi a stare un poco in compagnia della madre, per uno di quei confidenziali, amorevolissimi colloqui, a cui erano avvezzi, e in cui si trovavano tanto bene ambedue, la giovanetta, la quale di solito non si staccava mai dall'Anna,sentendosi d'impaccio in tali momenti e messa in gran suggezione dalla presenza del cugino, era lesta a rizzarsi, pigliare il lavoro e ritirarsi nella sua camera.
Colla buona, dolce ed amorevole creatura, che era la madre di Guido, Maria, a poco a poco era pur venuta, per così dire, addomesticandosi; e se non con molte e aperte parole mai (chè la sua natura era e pareva farsi ogni giorno più taciturna), cogli atti e coll'aspetto veniva mostrandosi e riconoscente e benevola. Sempre strana del resto, la vista della gente pareva farle paura: fuori che dell'Anna, incurante d'ogni altro: salvo quelle cose che giovassero alla cugina, tutto il resto ella faceva con isbadataggine e coll'apatia, si sarebbe detto, d'un essere poco intelligente e meno sensibile. Di frequente la giovanetta ricadeva in una specie d'astrazione, rimanendo immobile, muta, collo sguardo fisso e senza luce, colla mossa e coll'aspetto d'una statua di cera. A che pensava ella in quei momenti? Forse non lo sapeva neppur essa e, di certo, a nessuno era disposta a dirlo.
In breve tempo Anna aveva sentito la compagnia della povera orfana farlesi gradita ogni giorno più, infine quasi necessaria. Invero, senza che paresse, non c'era cosa di cui la madre di Guido avesse desiderio o bisogno, che la taciturna Maria, chetamente, con certe sue mosse destre nellaloro grossolanità non fosse lì tosto a procurargliela o farla. Se Anna volgeva lo sguardo alla fanciulla non era mai che questa le mostrasse, come si suol dire, il bianco degli occhi; ma se ella era assorta in qualche pensiero, od occupata in alcun modo da non badar più alla compagna, allora Maria alzava adagio adagio i suoi grandi occhioni sulle belle fattezze della cugina, e stava lì con ammirazione, con affetto, a contemplarla tutto quel tempo che a lei non si faceva attenzione; ma appena la madre di Guido accennava accorgersi di essere così guardata, la giovinetta s'affrettava a chinar il capo sul suo lavoro, e non ne staccava più gli occhi.
Così, man mano erasi venuta avviando ed accrescendo una confidenza affatto intima fra la donna e la ragazza, tale però che, non uscendo mai quest'ultima dalla sua taciturnità, era la madre di Guido che trovava in quella domestichezza lo sfogo dei più minuti e delicati fra gl'interni affetti. E questi affetti quale scopo, quale argomento avevano che non fosse Guido? Parlava adunque di lui quasi sempre l'amorosa madre; poi veniva narrando a Maria del suo passato e la mesta storia de' suoi amori tornava sovente del paro sulle labbra della virtuosa donna, che tutta viveva e nelle memorie del tempo trascorso, e nell'amore grandissimo all'unico suo figliuolo.
Questi aveva visto con piacere come la compagniadell'orfana tornasse di sollievo alla madre; e poichè ora una persona affettuosa e sommessa era lì continuamente, in assenza di lui, a indagare, indovinare e adempiere ogni desiderio e ogni bisogno di sua madre, Guido, forse senza pur volerlo, s'era lasciato prendere maggiormente dagli svaghi della vita mondana e dalle abitudini meno casalinghe della spensierata allegria d'artista. Tutte quasi le ore delle sue giornate egli passava nello studio, visitato spesso da amici e da compagni, e la sera qua e colà nei convegni, ai teatri, alle feste.
Di Maria, Guido si dava poco pensiero; aveva rinunziato affatto alla parte di maestro della giovinetta, nè si curava di domandare se e come questa profittasse degli ammaestramenti della buona Anna e degl'insegnanti che si erano chiamati per lei.
Trascorsi così l'inverno e la primavera, sopraggiunse l'estate. La salute di Anna veniva raffermandosi assai bene; non così quella della povera Maria. Fosse il nuovo genere di vita fatta sedentaria in città, da libera e vagabonda in campagna ch'ella era prima; fosse l'effetto di quanto la poverina aveva sofferto di stenti e di privazioni durante l'anno di malattia della nonna; fosse soltanto la crisi dell'adolescenza, il vero è che di giorno in giorno la giovinetta dimagrava e impallidiva, le si affondavano le occhiaie, la fronte e le guancie le si colorivano di tinte livide, smorta le sifaceva sempre più la luce degli occhi, il petto le veniva affannato da certi soffocamenti per cui le era quasi tolto il respiro, e i polmoni aveva scossi da una tosse irritata e profonda.
Anna più volte aveva con premura interrogata la ragazza e pregatala dicesse se e che male si sentisse; ma ad ogni volta Maria, assalita da una fiamma di rossore fino sulla fronte, a cui tosto succedeva un pallore di morte, aveva risposto ratto non aver male di sorta, e s'era allontanata; fino a tanto che aumentando sempre cosiffatti sintomi, la madre di Guido, che n'era inquieta dimolto, aveva mandato pel medico di casa e senza dir nulla alla giovinetta, avevala fatta trovare un bel dì faccia a faccia col dottore preavvisato di tutto.
Esaminandola attentamente, il medico fece con amorevolezza alla giovinetta le volute interrogazioni, a cui ella rispose, come soleva colla cugina, mal vogliosa e passando dal rossore alla pallidezza: e sarebbe scappata via, se il dottore non l'avesse trattenuta per una delle mani lunghe, magre, umidiccie d'un freddo sudore.
Appena il medico ebbe lasciata andare quella mano, Maria guizzò verso l'uscio per fuggire.
“Senti Maria:” disse il medico.
La ragazza si fermò di mala voglia.
“Vieni qui.”
Ed ella si accostò a rilento.
“Dimmi un poco:” riprese il dottore, fissandola bene in volto: “Andresti volentieri a fare un giro al tuo paese?”
Maria diede una scossa, come colpita da una botta in mezzo al petto; tremò da capo a piedi; una più vivace vampa di rossore le salì alla faccia, e gli occhi le si imbambolarono, mandò fuori quella sua voce confusa che pareva un grido soffocato, che pareva un gemito, indizio in lei della massima emozione, poi, senza dir pure una parola, fuggì ratta come il baleno.
Il medico si volse ad Anna, e così le disse:
“Sa che cosa? È la donna che stenta a sbocciare dall'inviluppo di bambina; la qual crisi viene ancora complicata da quel misterioso male, per cui le spezierie non hanno farmaci, e che si chiama nostalgia. Se questa ragazza vivesse per due o tre mesi nel suo villaggio, attingerebbe nell'aere natio tanta forza da vincere ben tosto la lotta ed entrare in una fiorente gioventù. La è una strana creatura costei, fisiologicamente parlando, e fors'anche psicologicamente, la quale nella sua passività probabilmente contiene qualche cosa di più originale e di superiore alla comune. Ma codesta personalità, o impedita da qualche condizione vuoi morbosa, vuoi d'abitudini, o tarda per natura e per ragione stessa della sua indole, stenta a svilupparsi, tanto fisicamente quanto moralmente e intellettualmenteeziandio, e sta assopita, costretta, per così dire, nel suo germe, finchè una benigna concorrenza di casi favorevoli non venga a destarla e promuoverla. Se io fossi in lei, signora Anna, la vorrei condurre per un po' di tempo al suo paese.”
Anna ripetè appuntino ogni cosa al figliuolo.
“Come s'ha da fare?” disse Guido. “A chi affidarla colà? E come separartene, mamma, ora che le hai posto tanta affezione?”
Fu colto in questo mentre da una subita idea.
“Ma forse tu stessa ci anderesti con piacere al tuo paese per un po' di tempo. E codesto gioverebbe eziandio alla tua salute. L'anno scorso ti fece tanto di buon sangue quella poca dimora colassù! Lascia che io provveda all'uopo, mamma, ti prego.”
Pochi giorni dopo, Guido entrava improvviso nella stanza dove erano ai loro lavori domestici Anna e Maria.
“Domani,” diss'egli con allegra vivacità e senza preamboli “domani partiamo per ***. Ho preso a pigione la casa, rifornitala di quanto occorre, e tutto è pronto per ricevervi. Potrete passarvi colà, alla freschezza di quell'aria, tutta la state.”
“Davvero!” esclamò con gioia la madre, battendo le mani in atto quasi infantile: “Oh bravo! Oh che tu sia benedetto!”
Poi tosto la sua contentezza fu temperata da una paura.