VI.

“E tu, Guido,” richiese ella dubbiosamente: “ci verrai tu pure?”

“Verrò ad accompagnarvi,” rispose il giovane, “ed a vedervi tutte le settimane una volta, o poco meno. Quanto allo starci anch'io di piè fermo, sai, mamma, che non si può. Ho da finire quel gran lavoro, nè posso assolutamente smetterlo o interromperlo.”

Maria, a quell'inaspettato annunzio, era rimasta là immobile, come sovraccolta dal massimo stupore, la mano levata sul suo lavoro, la bocca aperta, senza parola, quasi senza fiato.

“Hai udito, Maria?” le disse la madre di Guido. “Si va di nuovo al villaggio.”

La ragazza, cogli occhi sbarrati, guardava attonita, ora Anna, ora il giovane, come se non capisse punto.

Anna si chinò verso di lei, la prese per una mano e la trasse a sè, ripetendole soavemente:

“Si torna al nostro caro paesetto, hai capito?”

Maria si abbandonò a quell'attrazione, e forse per la prima volta cadde sul seno della cugina, mandando un gran sospiro e lasciando cascar di mano l'ago, la tela e l'anello da cucire.

“Ne sei contenta?” domandò Anna abbracciandola.

E la povera fanciulla rispose due o tresìa bassa voce; poi nascondendo il volto nel seno della donna, ruppe in singhiozzi che certo non erano espressione di dolore.

Guido, da principio, fu fedele alla data promessa: ogni settimana faceva una corsa a quel villaggio e vi rimaneva un giorno con sua madre; poi rassicurato compiutamente sulla salute di lei, la quale erasi del tutto ristabilita, cominciò a diradare i suoi viaggi, cui la lontananza rendevagli troppo disagiati e troppo pregiudicevoli alle sue artistiche occupazioni. Tanto più che svanendo i suoi timori intorno alla madre, il suo amore per l'arte aveva presa nuova e maggiore esaltazione e potenza. La madre se ne accorse e avutolo a sè, gli strappò la rivelazione ch'egli non sarebbe stato felice finchè non avesse potuto ammirare i capolavori artistici di Firenze e di Roma, e immergersi tutto, per così dire, in quell'ambiente di bellezza e di gusto che li circonda, nelle due gloriose metropoli dell'arte italiana. Non c'è amore meno egoista di quello materno; e Anna volle che suo figlio partisse. Si stabilì che Anna e Maria sarebbero rimaste al villaggio, e Guido sarebbesi recato,per dimorarvi alcuni anni, a Firenze ed a Roma; e così fu fatto.

Il giovane scultore, rapito dalle bellezze artistiche di quelle ammirabili città, allettato dai suoi successi, da qualche avventura amorosa, dalle vicende d'una vita libera e piena di sollazzi insieme e d'emozioni, stette fuori assai più tempo di quanto avesse voluto dapprima, e sei anni passarono prima che tornasse a rivedere il suo Piemonte e riabbracciare la madre sua.

A Maria, Guido aveva rivolto così poco il pensiero, che quasi può dirsi niente affatto. Sua madre però glie ne aveva scritto di quando in quando, e sempre le più belle e lusinghiere cose: che nel mentre la veniva rimettendosi in salute e vantaggiando di fisico, progrediva pure di cuore e d'intelletto; che essa, Anna, applicatasi ad insegnare a quella poveretta tutto quanto era in suo potere e sapere, cominciava a ricever lusinghiero compenso della sua pazienza e de' suoi sforzi; che quell'astrattaggine e quasi assenza temporanea d'intelletto, di cui Guido l'aveva vista afflitta, diminuiva sensibilmente, lasciando luogo soltanto a una freddezza e ad un riserbo che ora parevano orgoglio, ora indifferenza; ma che questa stranezza di modi proveniva nella fanciulla dall'indole speciale del carattere, non già da mancanza di cuore, perchè verso di lei Anna, la beneficata, tuttochè non uscendoda quel suo riserbato contegno, sapeva pur dimostrare un vero affetto e una vera gratitudine, e non ometteva cura e riguardo che si potessero immaginare.

Quest'ultima cosa era quella che interessava solamente a Guido di sapere; e quando la madre gli scriveva a tal proposito i più caldi elogi di Maria, egli ricordavasi di mettere nella risposta un motto amichevole di saluto per la cuginetta.

Quando Guido annunziò il suo ritorno, le due donne vennero a Torino ad aspettare l'arrivo del reduce. La buona Anna nel riabbracciare dopo tanto tempo suo figlio provò la maggiore dolcezza che sentir possa cuore amoroso di madre.

Guido non era più un giovanetto. I sei anni trascorsi e gli studi e le lotte della vita ne avevano fatto un uomo. Aveva trentun anno, la fronte un po' più ampia pel cader de' capelli, e nelle nerissime chiome già alcun filo d'argento. Ma il suo sguardo aveva lo stesso fuoco e la stessa animazione di prima; e la sua bellezza, fatta più virile, lo rendeva ancora meglio osservabile a chi ne mirasse la nobile ed espressiva fisonomia.

Poichè furono iterati parecchie volte gli appassionati abbracciamenti colla madre, e dato un primo sfogo a quell'ardore affettuoso di domande reciproche, Guido si guardò intorno, si meravigliòdi non vedere presso sua madre la cugina Maria e ne domandò novelle.

“Non siamo giunte dal villaggio che ieri,” Anna rispose. “C'è tutto da mettere in ordine nella casa; e Maria, che s'è fatta la miglior massaia del mondo, è tutta occupata in queste faccende.”

“Bene bene,” rispose Guido. “E pare che i suoi uffizi da massaia le stieno più a cuore che il veder me, tanto poca premura ci mette a venir a salutarmi. Andrò io a cercare di lei.”

“Eccola qui,” disse la madre, mentre l'uscio si apriva pian piano, e una forma di donna che pareva sorvolare sul pavimento, non camminare, sì leggiera e graziosa aveva l'andatura, s'avanzava tranquillamente verso Guido.

Questi mandò un'esclamazione di meraviglia.

“Che?” esclamò egli. “Sarebbe questa la Maria?”

“Essa stessa:” rispose la madre sorridendo lietamente.

Guido fece ratto due passi verso la fanciulla che lo guardava calma, senza pure un'ombra di emozione, e ripetè la sua esclamazione ammirativa.

Aveva dinanzi un tipo perfetto di bellezza, una meraviglia di figura di donna.

Il medico aveva avuto ragione, e il tornare all'aria nativa e, se non a tutte, a una gran parte delle prime abitudini della sua vita, aveva giovato assai alla salute di Maria e allo sviluppo della sua giovinezza. Quelle forme angolose e rigide s'erano venute a poco a poco rimpinguando e ingentilendo; le ricche e splendide chiome d'oro con più attenzione e con più intelligenza raccolte e curate, facevano una smagliante corona alla fronte di lei purissimamente modellata, piana, candida, veramente virginea; col formarsi della persona avevano cominciato a perdere la loro disavvenenza, poi avevano preso una certa acconcezza, da ultimo una grazia squisita le mosse, gli atti della fanciulla oramai giovine donna; dall'informe e rozza crisalide era venuta sprigionandosi e ora svolazzava trionfalmente la brillante farfalla dall'ali d'oro.

Al mutamento fisico tenne dietro altresì un mutamento morale. Studiò con attenzione e imparò; cessò dalla selvaggia soggezione e quasi diffidenza che aveva di tutto e di tutti. Fu detto come Anna, da sua madre, figlia d'un maestro di scuola, avesse ricevuta una istruzione più ricca e compiuta di quel che si sarebbe pensato potesse avere una povera ragazza d'un piccolo villaggio.Ora tutto il suo sapere fu per lei dolce e generoso soddisfacimento comunicare a quell'anima novellina; e fu un orgoglio il vedere come là dove avevano fallito e i maestri chiamati all'uopo e suo figlio medesimo, ella ci riuscisse colla sua amorevolezza e colla sua pazienza. Ciò accrebbe di vantaggio nella affettuosa madre di Guido quell'amore per Maria, cui già le avevano ispirato e le misere condizioni di questa e le prove tacite, modeste, ma non meno reali nella fanciulla, della sua gratitudine. Tale affetto prese alcun che di materno; se non la vita del corpo, era essa, Anna, che dava e schiudeva a quella creatura la vita dello spirito. Ci si adoperò, la brava donna, con quel calore di tenerezza, che ognuno mette per sempre nelle cose sue.

A poco a poco la condotta delle faccende domestiche era passata intieramente nelle mani di Maria; Anna non aveva più da prendersi briga di sorta, ma da desiderare soltanto; tutto sollecitamente era fatto dalla fanciulla, e con una tranquilla facilità e con un'opportunità che non lasciavano scorgere l'opera e solo facevano apparire gli effetti.

La giovane aveva preso assai gusto alla lettura; e molte ore del giorno soleva passarle leggendo. Anna aveva fatto trasportare al villaggio tutti i libri di Guido: storia, viaggi, poesia, romanzi, critica; e Maria, un dopo l'altro, lesse tutti queivolumi, e poi rilesse da capo. Che impressioni venissero in lei facendo tali letture nessuno potè saperlo, perchè ella non ne parlava mai, e per leggere si ritirava sempre nella solitudine della sua stanza, come vergognosa di lasciarsi vedere in tali momenti.

Maria con tutto questo era sempre taciturna come prima. Parlava non più del necessario, senza calore, senza commovimento mai, senza effusione: la collera, il trasporto dell'allegria e l'abbandono delle confidenze erano estranei a lei come il pianto e il riso.

La viveva così, chiusa in una superba indifferenza onde appariva diversa, e quasi direi, superiore alla comune dell'umanità. Quel suo contegno non più impacciato, ma serio e riflessivo, riusciva ben tosto ad imporne a chiunque l'accostasse; e siccome quando diceva il suo parere parlava sempre assennatamente, aveva acquistata su coloro che l'attorniavano un'autorità tacitamente riconosciuta, per cui, quando Maria aveva detto una cosa questa era risoluta.

Era dunque una persona affatto diversa da quella che Guido aveva lasciata partendo, la Maria che ora gli stava dinanzi e gli aveva fatto mandare esclamazioni di meraviglia.

“Maria! Maria!” ripetè lo scultore mirandola quasi estatico. “Sei tu? oh chi t'avrebbe riconosciuta?”

La fanciulla ebbe un lieve sorriso che le sfiorò le labbra, fissò i suoi occhi freddamente limpidi in volto al cugino, e con una voce armoniosa, ma non commossa dal menomo tremito d'affetto, nuova ancor essa per Guido, rispose placidamente:

“Sì, son io. Mi sono mutata dimolto eh?... Te pure, Guido, hanno cambiato alquanto gli anni.”

Guido pensò tosto alle poche rughe della sua fronte, ai pochi suoi capelli canuti, e senza capirne bene il perchè, arrossì e sentì entrargli nell'animo un sentimento di scontentezza.

Primo di lui proposito, nel movere incontro alla cugina, era stato quello di abbracciarla come una sorella; ma la vista di quella bellezza, subito lo aveva sbalordito, poi la fredda gravità di quell'accoglimento lo aveva sconcertato. Il sorriso indifferente di Maria, le poche di lei parole erano state per Guido come acqua fredda gettatagli in volto: invece di abbracciarla, egli le tese una mano. Maria pose in quella di lui la sua destra, una mano piccola, esile, lunghetta, morbida e cedevole alla pressione, ma fredda come lo sguardo, indifferente come l'accento; e senza rispondere alla stretta, ne la tolse poi tosto.

“Ogni cosa è preparata nella tua stanza:” disse ella, “e tu hai certo bisogno di andarti a riposare.”

La sera, prima di addormentarsi, Guido ebbecon insistenza innanzi a sè, nella sua fantasia d'artista, l'immagine della cugina.

«Che bella figura! Che strano tipo e stupendo! Chi si sarebbe sognato mai che da quel mostricciuolo saltasse fuori una tale perfezione di forme? La è una figura che ogni artista sarebbe ben lieto di riprodurre. Servirebbe a meraviglia per una testa di Venere la sua.... no, meglio di Giunone.»

Addormentatosi, dopo non breve dar di volta qua e là, sognò di trovarsi in un ampio e grandioso studio, attorniato dai migliori capolavori dell'arte greca e italiana; e là in mezzo nell'ardore d'una ispirazione feconda, quale non aveva avuta mai, senza punto aver modellato la creta, far egli di botto risaltare a colpi di scarpello da un gran masso di marmo una statua d'insuperabile bellezza: e tale statua, che sotto i colpi della sua mano febbrilmente concitata, pigliava forma e mossa ed espressione, aveva i lineamenti, il portamento e il contegno di Maria.

Il giorno dopo si agitò fra madre e figlio una grande quistione: dove stabilire la comune dimora? Alla città o al villaggio?

Guido in quel momento bramava andare al paesello; diceva quel soggiorno essere più giovevole alla madre; egli stesso aver bisogno di riposo e di quiete.

“Vivremo colà alcun tempo, solo da noi e per noi!” esclamava con calore.

La madre, al contrario, sosteneva che Guido colà presto si sarebbe annoiato, che avrebbe negletto l'arte sua; e ciò non doveva fare a nessun costo; affermava che a lei la più giovevol cosa di questo mondo era star presso suo figlio in qualunque luogo poi si fosse; che quindi Guido aveva da ripigliare senz'altro quella sua vita cittadinesca cui erasi assuefatto prima di partire.

Anna fece appello al giudizio di Maria, la quale, seduta al suo lavoro presso la finestra, non aveva pronunziato ancora una parola e non mostrava aver prestato la menoma attenzione al discorso.

Maria sollevò lentamente la testa, e guardando il cugino con quella medesima espressione con cui guardava il panno che stava cucendo, disse coll'accento d'un umile personaggio che proclama, per mandato d'un'autorità superiore, una sentenza inappellabile:

“Tu, Guido, ti devi a tua madre, è vero; ma all'arte tua eziandio. Al villaggio quest'ultima sarebbe da te abbandonata; ed a tua madre, l'hai sentito, basta per esser lieta, il viver teco.”

Anna si volse in aria di trionfo a suo figlio.

“Vedi che avevo ragione!”

Guido lanciò uno sguardo di fuoco sulla cugina, la quale, senza scomporsi altrimenti, richinava latesta sul suo lavoro con una graziosa curva di collo; e non ribattè parola.

Maria aveva parlato; la lite era finita. Si rimase a Torino.

Guido abbandonava spesso il suo studio pel salotto in cui era solita lavorare Maria. Una irrequietezza, qual forse egli non aveva provato mai, lo travagliava di continuo; intorno al suo lavoro non aveva pazienza di reggere lungo tempo; in mezzo a tutti i suoi concepimenti artistici venivagli sempre un pensiero estraneo che lo sviava; parecchie volte ei si trovava innanzi al masso di creta cui s'era messo per plasmare, immobile, le braccia penzoloni, la fantasia lontana lontana dal suo lavoro. Allora, indispettito gettava gli attrezzi e la blusa, ed usciva, come se all'aria libera avesse da riacquistar tosto l'idea e la volontà che gli erano fuggite.

Non v'era più donna che trovasse convenirgli per modello; in tutte scopriva mille difetti: non la grazia, non la purezza delle linee, non l'espressione ch'egli andava vagheggiando; e si raccomandava agli artisti suoi compagni perchè gli procurassero quanto conoscevan di meglio.

«Voglio fare una grande statua, un'opera dametterci l'amor mio, la mia gloria;» diceva egli. «Sarà una Venere, sarà un'Ebe, sarà una Psiche.... fors'anco una Madonna? Non so. Ma ne ho in capo delle forme vaghe d'un'armoniosa bellezza, cui vorrei poter far concrete coll'aiuto d'una realtà che s'accostasse un poco al tipo ch'io vagheggio; e la sciupata beltà di queste vostremodelle, qualunque m'avvenga d'incontrare, sta al mio sogno come la volgarità d'un becero alla sublimità d'un poeta.»

Un giorno ch'egli ripeteva cotali sue parole, un allegro scapato de' suoi compagni rispose ridendo:

“Se vuoi una figura veramente superiore in leggiadria, qualche cosa d'angelico congiunto a tutto ciò che ha di bello la carne.... e la ne ha, cospetto se ne ha di bello questa povera carne così maltrattata dagli ascetici!... Se vuoi una simile meraviglia, te la posso additar io.”

“Sì?” interrogò Guido con avida curiosità.

“Sicuro. E ce l'hai proprio, come si suol dire a gittata di mano.”

La fronte di Guido si corrugò.

“Chi?” interrogò egli con voce punto punto di scherzo.

“Piglia tua cugina.”

A Guido il sangue diede un rimescolo; sentì le sue guancie impallidire, poi accendersi; un subitoimpeto lo assalse d'inveire contro chi aveva così parlato, e se ne ritenne a stento.

“Taci;” gli disse con fiero cipiglio: “questi non sono scherzi, ma sciocchezze.”

Per nascondere la sua emozione, si alzò e si diede a girare per lo studio, toccando questo e quell'oggetto senza ragione, e in fatti non sapendo quel che si facesse. Ma il peggio fu che quelle parole del buontempone fecero sorgere fra tutti i presenti un vero concerto di lodi e d'ammirazione alla ragazza. Guido stava come sui carboni ardenti, e si faceva forza per trattenersi dall'insultare quegli encomiatori di sua cugina, che pur si tenevano nei più stretti limiti delle convenienze. Gli pareva quella poco meno che una profanazione.

Si svestì della veste da lavoro con moto che pareva di rabbia, e infilando affrettatamente il soprabito, e piantandosi in testa il cappello:

“Usciamo,” gridò; “ho da uscire io.... ho bisogno di respirare aria libera.”

La verità era che il pensiero di pigliare Maria a modello della sua statua gli andava spesso per la mente, e senza spiegarsene bene il motivo, ne sentiva vergogna, e non osava confessarlo neppure a sè stesso.

Soventi volte gli avveniva che, solo, nel suo studio, ripensando a quei lineamenti che aveva impressi nel cuore e nel cervello, gli sembrasse dinon ricordarsene più esattamente, di non aver presente più qualche minuta particolarità di quella fisonomia, precisamente come accade a chi guardi troppo fisso e troppo lungamente un oggetto, che la vista gli si confonde, e l'oggetto medesimo pare abbuiarglisi, e perdere la precisione delle forme.

«Quando abbassa lentamente quelle sue lunghe ciglia di seta dorata, la sua fisonomia piglia unfareraffaellesco che non ho mai potuto compiutamente afferrare; quando atteggia le labbra al suo superbo sorriso, gli è più qua e più là che s'incava nelle sue guancie quella cara pozzettina tutta grazia e avvenenza!»

Così dicevasi egli, e correva presso di lei a rivederla, col desio di chi da lunghi giorni non ha più visto cosa che gli è carissima. E ad ogni volta parevagli che una nuova bellezza gli si manifestasse.

«Eppure,» pensava altresì Guido tal fiata nella sua solitudine, «eppure manca qualche cosa in quella perfezione! Vi è ancora un grado superiore di bellezza a cui la potrebbe giungere. Che cos'è? Non so bene; ma direi che una lieve nebbia avvolga e veli tanto splendore, rimossa la quale, più viva e più eletta ne sarebbe la luce.»

Una volta che pensava appunto a codesto, mirando il fino e purissimo profilo di Maria, questa alzò il capo con quella sua solita mossa lenta e tranquilla,e volse verso Guido lo sguardo più freddo e più indifferente del solito.

«Ah! quello sguardo non ha vita, non è l'espressione d'un'anima,» disse il giovane fra sè. «È lo sguardo d'un automa, non rivela nè l'intelletto nè il cuore.... Ecco ciò che le manca. La scintilla del pensiero e dell'affetto. Oh! se un Prometeo venisse e infondesse in quelle belle membra il fuoco celeste!... Come? Possibile! Quella non sarebbe che una meraviglia di forma, e in essa non si conterrebbe ilquid divinum, l'essenza superiore, la bellezza ideale cui adombra la corporea?... No, no: la sacra favilla è nascosta, ma vi è di sicuro. Felice chi la susciterà! E allora anche l'avvenenza delle forme ne sarà avvantaggiata e compiuta. Ah! se io....»

E non osò nemmeno formolare il pensiero che seguiva.

C'era poi delle volte che, mirando quell'inalterabile serenità dello sguardo di lei, Guido ne provava quasi dispetto. Avrebbe voluto far qualche cosa da scuoterla in un modo o in un altro, fosse pur anche eccitandone lo sdegno; ma per quanto tentasse questo mezzo e quello, la placidità contegnosa della ragazza non si alterava pur mai.

Un dì Guido era venuto a sedersi, come soleva spesso, vicino alla fanciulla che lavorava al suo solito posto; la madre dello scultore non era moltolontana, Anna e il figliuolo parlavano interrottamente; la giovane, come l'usato, se non la s'interrogava, taceva. Guido ammirava, come se non le avesse viste mai, le sempre più belle fattezze di Maria; e in quel momento, fosse la sua intima emozione che lo illudesse, fosse la realtà, credeva di scorgere nel volto di lei una traccia, non dirò di tenerezza, ma di sentimento. Anzi, ad un punto ch'essa levò il viso, per guardare traverso i vetri della finestra (che erano chiusi) o il cielo, o la casa dirimpetto, o due rondini volanti, o forse nulla di preciso, parve a Guido che un lampo di pietoso e di benigno affetto passasse sui lineamenti di lei. Egli si sentì inondare il cuore da una nuova commozione, come se gli fosse apparsa a sorridergli allora lusinghevolmente la Dea della speranza.

Poco di poi Maria lasciò cadere le sue forbicine; e l'artista lesto a chinarsi per raccoglierle. La ragazza si curvò anch'essa, e abbassò la sua bianca mano a prenderle. I due giovani, chini ambedue, si toccarono leggermente; e Guido con un lieve fremito dolcissimo nelle fibre, sentì sulla guancia, sulla fronte, sul collo scorrere soave una ciocca dei capelli di Maria. Fu per lui un istante di delizia ineffabile: il cuore gli batteva ratto ratto e forte forte, sì che gli pareva doversi rompere, dandogliene un tormento insieme e una gioia da non potersi esprimere. Le destre d'ambeduetrovarono le cercate forbici, incontrandosi; Guido prese colla sua calda e fremente la fredda mano di lei, che pareva di marmo, e la tenne un poco, e la strinse. Non la più lieve pressione, non il menomo moto gli rispose, nè pure un tentativo per isvincolarsi; ma, sollevando egli le pupille, incontrò quello sguardo vitreo, in cui non c'era rimprovero, nè stupore, nè emozione di sorta, ma la solita freddezza, che gli parve fatta più ingrata da una fugace espressione d'ostilità.

Guido abbandonò quella mano, arrossì un poco, e si trasse in là, imbarazzato e indispettito.

Maria, prima di ripigliare il suo lavoro, lasciò cascare quasi sbadatamente lo sguardo sui vetri della finestra, e questa volta visibilmente apparve sul suo volto un sentimento che avreste detto di compassione.

Lo scultore sorse subito in piedi, e guardò ancor egli in quella direzione; vide a una finestra di prospetto una tendina abbassarsi prestamente sotto la mano d'un uomo che si ritraeva.

Fino allora, Guido non avea saputo rendersi un conto chiaro e preciso del sentimento che gl'ispirava sua cugina. La subita gelosia che lo morse al cuore a quel punto, gli aprì gli occhi. Egli amava Maria disperatamente. Egli, che non aveva ancora amato mai, l'amava con tutta la potenza dell'anima sua. L'amava di quell'amore dell'uomomaturo, che ha ancora tutta la foga della prima giovinezza, e ha già la tenacità della forza virile; quell'amore che è l'ultimo che occupi il cuore d'un uomo, perchè vi s'incide profondo e incancellabile.

L'amava, così da non avere più bene che con lei e per lei, l'amava da non poterla pensare nelle braccia d'un altro. L'amava ed era ferocemente geloso.

A questa scoperta impallidì, provò ad un punto e vergogna di sè stesso e dispetto contro quella creatura cinta di tanta freddezza che pure aveva potuto accendere in lui un tanto ardore; ma poi, tosto, un impeto misto di tenerezza e di gioia lo assalse, perocchè sentì essere un gran fatto, una tremenda ventura nella vita dell'uomo quella che un vero, profondo, appassionato amore ne invada l'anima.

Sua madre gli dirigeva giusto in quel punto una domanda. Guido, oppresso dalla sua emozione, non seppe rispondere, balbettò alcune parole, e per celare il suo turbamento, non trovò altro mezzo migliore che quello di uscire dalla stanza.

Anna lo seguitò con uno sguardo pieno d'inquietudine materna.

“Hai tu osservato?” diss'ella poi a Maria con voce commossa. “Guido ha qualche cosa che lo tormenta, forse un segreto dispiacere.”

E Maria levando il suo placido viso e coll'accento della più naturale tranquillità:

“Non istate a mettervi in mente di queste cose, Anna, che vi farete male senza una ragione al mondo. Il vostro occhio di madre è sempre pronto a vedere alcun male e farvi impaurire sul conto di Guido; ma vi dico io che l'ho osservato bene eziandio, ch'egli non ha nulla.”

E intanto l'artista era corso a chiudersi in camera, e passeggiandovi in lungo e in largo a passi concitati, i pugni chiusi, la faccia contratta, esclamava con impeto che metà era di sdegno, metà di contentezza:

“L'amo, l'amo, l'amo come un pazzo.”

Si arrestò a mezzo la stanza, sopraccolto a un punto di bel nuovo da quel sospetto che aveva destata così di subito la sua gelosia. Accostossi alla finestra la quale guardava nella stessa strada in cui quella del salotto dove lavorava Maria.

Al balcone di prospetto a cui aveva già visto muoversi una tendina, Guido scorse dietro i cristalli la faccia d'un giovane che stava assorto contemplando innanzi a sè. Lo scultore mandò una bestemmia e lasciò cadere un pugno sul davanzale.

“Ed essa lo amerebbe?.... Potrebbe amarlo mai?” si domandò cacciandosi le mani nei capelli. “Amarne un altro!... Essere d'un altro!... Lei!.... Oh!”

E due calde lagrime gli spuntarono dagli occhi.

“Voglio sapere chi è colui.”

Nel fugace istante in che gli era apparsa la figura di quel cotale, Guido aveva scorto delle chiome bionde, una faccia pallida e magra, due occhi languidi, un sorriso pieno di mestizia, benchè su labbra di venticinque anni.

L'artista si pose di nuovo a passeggiare per la camera parlando a sè stesso nella concitazione della sua mente.

“Maria penserebbe a quell'uomo?... E potrebbe giungere ad amarlo?... E lo amerebbe?... No, no; è impossibile.... Forse ella non è neppure capace d'amare. La sorte, facendola di tanta perfezione esteriore non volle che a questa corrispondesse l'interno! Ed è forse meglio così. Sarebbe troppo se pari alla beltà del corpo fosse il valore dello spirito. Non è che una meraviglia di forma cui bisogna contentarsi di vagheggiare senza chieder di più. Ma questo diletto, non vorrei che altri nemmeno lo avesse; non vorrei che occhio d'altri pur potesse mirarla. Al pari di me nessuno nè può, nè sa capire la poesia di linee che l'abbella....”

Tornò alla finestra. Il giovane di prospetto più non compariva. Guido appoggiò la sua fronte ardente ai vetri.

“Eppure” rispose egli dopo un poco, “è eglipossibile che la natura abbia lasciato imperfetto un simile capolavoro e manchi il cuore?.... Forse l'anima in lei non è posta al riparo, dietro tanta freddezza, se non per conservarvi più intatte, più sublimi, più divine tutte le potenze affettive, e felice chi giungerà sino a quell'anima per ridestarvele! Chi sa quanti tesori d'amore si nascondono forse in quel cuore addormentato!... E perchè non potrei essere io quello che?... E perchè non mi amerebbe?...

«Amore.... a null'amato amar perdona.»

«Amore.... a null'amato amar perdona.»

Oh! se mi amasse!...”

Corse allo specchio a guardarsi.

“Ah! la mia giovinezza è oramai ita!... Oh darei la mia parte di paradiso per essere ancora a venticinque anni.”

Si ravviò la chioma, si lisciò la folta barba, e poi sorrise di scherno a quegli atti come vergognandosi di sè stesso.

“Chi me l'avesse detto!... Ma torno io forse peggio d'un fanciullo?... Eh via! Non è colle grazie d'un ganimede dafigurinoche si conquista il cuore d'una donna dabbene. E se Maria fosse tale da pigliarsi con quelle arti e con quei meriti? È così strano, è così piccolo l'animo della maggior parte delle donne! Quello là di faccia è giovane, ed è biondo al pari di lei.... Ella non sa,non può supporre nemmeno qual vulcano d'amore frema nell'anima d'un uomo come son io....”

Uscì per prendere informazioni sul giovane che abitava dirimpetto.

Era figlio unico di un ricco signore. Amato ciecamente come tutti i figli unici e per essere egli cagionevole di salute, otteneva sempre dal padre tutto quanto gli potesse venire in mente di desiderare. Il sospetto geloso di Guido aveva indovinato il vero. Quel giovane era stato preso della bellezza di Maria, vedendola ogni giorno al lavoro presso alla finestra. La fanciulla, per lungo tempo non s'era neppure accorta di quel volto d'uomo, che stava con tanto d'occhi ardenti a contemplarla; avvistasene poi una volta, senza affettazione, come senza turbamento, aveva tirate le tendine per mettersi al riparo dalla curiosità di quegli sguardi, e per un poco aveva continuato a far così, sempre che vedesse comparire la faccia di quel giovane. Ma un dì, guardandolo ella per caso un po' più attentamente, vide sulla faccia di quello sconosciuto tanto cordoglio e sì modesta e calda preghiera, che la ne sentì una viva pietà, e senza darvi nè importanza, nè pure un pensiero, finse d'allora in poi non avvedersi più della presenzadi colui, e lasciò che il giovane la contemplasse a suo bell'agio. Ed egli, forse temendo che tanta ventura gli venisse nuovamente ritolta, se ne abusasse o troppo scopertamente ne usasse, prese il costume di stare nascosto dietro la tenda e non apparire alla scoperta che di tratto in tratto, beatissimo allora quando lo sguardo della ragazza, alzandosi dal lavoro e andando sbadatamente in giro, veniva a cadere su di lui. Un giorno finalmente quel giovane disse a suo padre che se non isposava quella ragazza, sarebbe infelice per tutta la vita. Il padre, sapendo che la fanciulla era povera e di umil nascita, dapprima contrastò e volle tentare ogni possibil mezzo per isviare il figliuolo da tale idea; ma il giovane, che era innamorato assai più che non si credesse, sempre stette fermo al suo proposito, tanto che i suoi, entrati in timore per la salute di lui, decisero finalmente di contentarlo.

“Quella ragazza sarà tua sposa;” gli disse il padre. “Sta' di buon animo e Dio te la mandi buona.”

Il giovane fu per isvenire dalla contentezza, e buttandosi al collo del genitore, lo ringraziò vivamente più coi baci e con le lacrime che con le parole.

Codesto intimo dramma aveva avuto luogo senza che dalla famiglia di Maria nulla se ne sapesse, eccetto la muta contemplazione del giovane, dellaquale da ultimo erasi accorto Guido. Ed ecco che pochi giorni dopo quell'ora di spasimo e di esaltazione, mercè cui lo scultore aveva conosciuto tutta l'estensione e la profondità dell'amor suo, rientrando in casa il nostro protagonista incontrò un vecchio signore affatto a lui sconosciuto, che usciva: Guido si affrettò ad entrare nel salotto, dove trovò sola sua madre, evidentemente sopra pensiero.

“E Maria?” domandò egli.

“È nella sua stanza:” rispose la madre. “Ho avuto adess'adesso un colloquio a cui non era conveniente che ella assistesse.”

Guido sentì stringersi il cuore da un doloroso presentimento.

“Un colloquio?” balbettò egli. “Con chi? E a qual proposito?”

“Anzi t'aspettavo con molto desiderio per discorrerne teco,” seguitava la madre. “Non hai visto, entrando, un signore che si partiva di qui?”

“Sì, ebbene?”

“È il signor X....; ed è venuto a domandarmi per suo figlio, un unico figliuolo, la mano di Maria.”

“Ah!”

Guido si appoggiò sul marmo del caminetto, e per caso alzò gli occhi allo specchio ond'era sormontato; egli si vide così pallido che non osò più voltarsi, per timore che la madre s'accorgesse del suo turbamento.

Dopo un poco, chiese con voce che si sforzò a tutto suo potere di render ferma:

“E tu, che cosa gli hai risposto?”

“Che avrei consultato Maria, e che noi non avremmo fatto che quanto ella volesse.”

“Hai risposto eccellentemente:” sussurrò Guido, a cui pareva mancare la voce; e poi, sedendo presso il camino, si curvò sopra i tizzoni ardenti che si mise a tormentare con le molle.

Anna continuava:

“A dir vero, le convenienze ci sono tutte. Lo sposo è ricco, giovine, amatissimo da suo padre, e questi me lo affermò innamorato alla follia della nostra Maria....”

Le molle caddero dalle mani di Guido.

“Innamorato! Innamorato!” diss'egli con voce stizzita, smozzicando le parole fra i denti. “Bel merito! bel merito!... E chi sa che razza d'amore!... Una fiammata che la possessione estingue, non una di quelle passioni....”

S'accorse che s'avviava per una strada inopportuna e s'interruppe. Riprese le molle e ricominciò a battere con rabbia sopra i tizzoni.

“Ricco!” soggiunse. “La gente quando ha detta questa parola, crede aver detto tutto. Eh!... in un matrimonio, c'è ben altro eziandio a cui badare.”

“Hai ragione,” disse Anna, “ma nel nostrocaso la famiglia è affatto onorevole, e sul conto del giovane credo che non si possa dire che bene.”

“Uhm!”

“Come! Avresti udito qualche cosa non buona di lui?”

“No, no,” s'affrettò a risponder Guido, che sentì subito una gran vergogna de' fatti suoi.

Anna ripigliava:

“Del resto ne possiamo discorrere a bell'agio tutti insieme. Se tu credi, sveleremo subito la cosa a Maria.”

“Sì, sì, come vuoi:” disse Guido con una nascosta agitazione. “Anzi tu dici bene, è meglio parlargliene al più presto.”

Fu mandata a chiamare la ragazza.

Ella venne tosto col suo passo leggero e l'andatura graziosamente spigliata in una noncuranza piena di garbo.

Anna sedeva sopra una poltrona in faccia alla finestra; Guido su una seggiola bassa, accosto accosto al camino. Guardò egli di sottecchi la fanciulla che s'avanzava, e poi curvandosi, sul focolare si rimise a percuotere con più violenza i tizzoni.

“Maria,” disse la madre di Guido, facendole cenno che sedesse, “abbiamo da parlarti di cose importanti che ti riguardano.”

“Me?” interrogò la ragazza stupita; e poi tosto, vedendo il mal governo che Guido stava facendodel fuoco, si rivolse a lui con piglio graziosamente autorevole: “Guarda se questo è modo di assettare il fuoco!... Hai mandato la cenere fin qui sul tappeto!”

Guido gettò via le molle e appoggiate le gomita sulle ginocchia, con le mani si reggeva la faccia; Maria prese la spazzola del cammino e levò via con tutta cura la cenere sparsa; poi andò a sedersi sopra uno sgabello ai piedi di Anna, pigliò fra le sue e ritenne la mano che questa le tendeva, e guardandola con que' suoi occhi limpidi e sgranati, le disse:

“Parlate pure; vi ascolto.”

“Si tratta della cosa più importante per una ragazza:” cominciò Anna sorridendo: “d'un matrimonio per te; e noi dobbiamo chiederti la tua volontà a tale riguardo.”

Maria non manifestò la menoma commozione; dopo il suo solito glaciale sorriso, metà superbo, metà incredulo disse pacata:

“Un matrimonio per me? È un'idea che mi riesce affatto nuova, a cui non ho vòlto mai la mente.... Perchè un matrimonio?... Uscire da questa casa io, per entrare in un'altra del tutto estranea, in mezzo ad estranei?... Voi mi domandate intorno a ciò la mia volontà quale sia? Che cosa posso io volere, io che non conosco nulla della vita e non so nulla del mondo?”

Anna le spiegò in breve come realmente fosse nel destino della donna il farsi sposa e madre; le rivelò qual fosse il partito proposto, quali vantaggi avesse, quali fossero le buone qualità del giovane e le felici condizioni del casato, e concluse con le seguenti parole:

“Io t'ho posto innanzi tutta la verità delle cose perchè tu ti potessi decidere con piena conoscenza di causa. Certo a noi dorrà grandemente il perderti, mentre, tu lo vedi, t'amiamo come figlia e sorella e sei tanta parte della nostra famigliuola; ma tu non hai da consultare che il tuo interesse e il tuo bene, e quando noi ti vedremo felice saremo lieti, per quanto ci abbia a costare il separarci da te.”

Maria aveva ascoltato il discorso della cugina, immobile e indifferente, come se le si parlasse di cose risguardanti tutt'altri che lei. Quando Anna ebbe finito, ella chinò il capo, quasi per raccogliersi in sè, e lasciò andare la mano della cugina che teneva ancora fra le sue.

Guido, che fino allora era stato colla faccia chiusa fra le palme, sollevò la testa e volse uno sguardo ansioso verso la ragazza, di cui attendeva la risposta.

“E così,” cominciò poi Maria a dire lentamente, “voi mi consigliate ad acconsentire?”

Guido diè un balzo e parve voler prorompere con vivaci parole, ma si contenne.

“Noi non vogliamo influire sulla tua decisione, nè in un verso, nè nell'altro,” disse Anna, “ma è nostro obbligo il metterti sott'occhio le cose come stanno.”

“Bene,” disse Maria; e stata ancora un poco sopra sè, soggiunse poscia con accento d'espansione più che non avesse avuto ancora mai:

“Non voglio dividermi da voi, Anna. Io non ho bisogno affatto di nuove affezioni; anzi ne sono schiva.... Quando morì la mia povera nonna.... (vi dirò con tutta schiettezza cosa che non vi ho mai detta, solo perchè non me ne venne l'occasione) quando morì quella santa donna, io non era che una bambina; eppure v'era già qualche cosa in me che, non dirò ragionasse, ma sentiva in un modo tutto suo particolare; ebbene, allora, io mi dissi che non avrei amato più, che non avrei potuto amar più nessuno al mondo come quella povera morta.”

Fece pausa un istante. Ella non aveva ancora parlato mai sì a lungo di cosa che la riguardasse; e forse per la prima volta, dacchè Guido la udiva, la voce metallica di lei aveva una vibrazione d'affetto.

Maria ripigliava:

“Perchè, vedete, io bisogna che ami a tutto mio modo, e sia amata secondo un mio modo.... Quella povera vecchia nonna come sapeva amarmi!Come mi pareva che sapessero amarmi le gole e il vento, i castagni e gli abeti, i fiori selvaggi e i freddi ruscelli delle mie montagne! Come le mie capre vagolanti sui ciglioni dei dirupi ed accorrenti alla mia voce!”

Negli occhi suoi s'era acceso uno di quei lampi di sensitiva intelligenza che accennai darle talvolta, quand'essa era bambina, un'espressione ammirabile, lampi che s'erano fatti sempre più radi; le ciglia le tremolavano, come sotto la pressione di lagrime ch'ella si sforzasse di ricacciare indietro.

Quanto era bella in quel momento! Guido fu a un punto di gettarsele in ginocchio dinanzi ed esclamare:

«Maria, t'amo a mille doppi, io; e saprò amarti più di tutto e di tutti, e per tutta la vita!»

Fu la madre di lui che disse con accento di tenera rampogna e di amoroso rimpianto:

“Oh che dunque noi non abbiamo saputo amarti, Maria?”

La fanciulla aveva già vinto quel po' d'emozione per tornare alla sua calma abituale.

“Ah! non dico questo” esclamò, “anzi!... Statemi a sentir con pazienza, e vedrete.”

Prese la mano di Anna, la baciò, e poi seguitò tranquillamente il suo discorso.

“Dunque alla morte della nonna, io non credeva di poter rivoler bene a qualcuno, e vennia star con voi (come forse ve ne sarete accorti) con la malavoglia di chi soggiace ad una necessità. Non ci voleva che la vostra bontà infinita, Anna, per vincere quella mia permalosa rustichezza. Voi avete addomesticata questa creatura selvaggia, a forza di benevolenza e di generosi riguardi. A mano a mano io mi sono assuefatta a voi; senza volerlo, sorse in me per voi una parte di quell'affetto che nutrivo per quella mia buona vecchierella che dorme laggiù nel cimitero del nostro villaggio: e ora, Anna, vi voglio bene.”

Non aveva mai detto cotanto. Benchè la sua voce non fosse punto commossa, pure c'era un non so che, leggiero, leggiero, ma apprensibile, un'aura direi, un profumo di sentimento che Anna ne fu tocca. Prese la testa della ragazza, che le sedeva sempre ai piedi, la strinse a sè, e chinatasele sopra, la baciò, come avrebbe potuto fare una madre. Maria si prestò a quelle carezze con passivo abbandono, senza restituirle, sorridendo a suo modo, e lasciò il suo capo con muta compiacenza riposare in grembo della cugina.

Di Guido ella non aveva parlato, nè pur fatto cenno, nè voltogli uno sguardo, nè mostrato pure di ricordarsi che esistesse: eppure l'innamorato artista, a due passi da lei, contemplandola rapito, le mani giunte, sentivasi per quelle parole scorrere un fluido di soave voluttà per tutte le vene.

Stata così un poco, Maria raddrizzava compostamente la persona, e continuava:

“Ora abbandonarvi e vivere in nuovo ambiente, in nuove condizioni, sarebbe per me una sventura. Ora sono certa che non amerò più altri che voi, mia buona madre e amica e sorella e tutto.... Non mi scacciate dal vostro fianco, e lasciatemi viver qui.”

Anna era per rispondere; ma Guido non glie ne lasciò il tempo.

“Sì, sì,” proruppe, “tu hai ragione. Non viviamo noi affatto bene insieme? Perchè separarci?... Scacciarti, noi!... Ma tu ci sei necessaria come l'anima della casa!... Ma se tu mancassi di qui, queste pareti diverrebbero tetre, e queste stanze parrebbero un sepolcro....”

Si accorse che nelle sue parole v'era troppo calore e nel suo accento troppo impeto. Maria lo guardava con occhio fisso e freddo. Egli tentò correggersi.

“Mia madre ha bisogno di te:” soggiunse. “Chi ti togliesse a lei, la priverebbe del suo braccio destro. Resta con noi. Ti si offre la ricchezza! che ne faresti tu così semplice e modesta? Credi a me, che conosco il mondo. È ben altra cosa che i denari quella da cui si può avere la felicità sulla terra. Noi ti ameremo come ti amava la nonna.... di più ancora!... Che tu sii benedetta. Maria, perle parole che hai pronunziate! A te devo in parte la guarigione di mia madre, a te dovrò la contentezza della sua tarda età.... Oh te ne sarò tanto riconoscente, Maria!...”

In queste parole, l'amore non osava levarsi la maschera, ma tutto pure si faceva sentire nell'ardenza degli sguardi, nel suono della voce. Anna ebbe per la prima volta sospetto del vero; Maria seguitava a guardar Guido colla sua placida indifferenza.

“Or dunque è deciso;” ripigliava lo scultore, “questo matrimonio tu lo rifiuti. Bisogna farglielo saper subito a quel tale.”

“Il signor X...,” disse Anna, “ripasserà domani.”

“E perchè obbligarlo a venire egli medesimo, quando la risposta ha da essere sfavorevole?... Da' retta, mamma: il meglio è che tu subito, con tutti i possibili riguardi, glie ne scriva.”

Anna avvolse il figliuolo, se così posso dire, con uno sguardo scrutatore ed amorevolmente compassionevole insieme, poi disse a Maria:

“Ci hai tu pensato abbastanza? È questa una risoluzione definitivamente presa, di cui tu non abbia a ricrederti, a pentirti?”

Maria scosse tranquillamente il capo.

“No cugina, non me ne pentirò mai.”

“Vuoi pensarci ancora?”

“È inutile. Dirò domani e doman l'altro e tutti i giorni di seguito quello che ho detto oggi.”

“E sia! Quanto io desideri conservarti presso di me, non ho parole per esprimertelo. La tua determinazione, io ne ho ferma fiducia, sarà per il meglio di tutti.”

E mandò un'occhiata piena d'espressione verso Guido, il quale nella sua contentezza, s'aggirava pel salotto, canterellando e fregandosi le mani.

“Ora vanne un momento nella tua stanza. Maria,” soggiunse Anna, “ho qualche cosa da dire a Guido.”

Questi, all'udire tali parole, si fermò su due piedi, come stupito, e guardò con occhio di desiderio e di rincrescimento Maria, la quale si alzava tranquilla tranquilla a suo modo e se ne partiva senza aggiungere una parola.

“Guido!” esclamò la madre, quando Maria ebbe richiuso dietro sè il battente dell'uscio: e la voce, con cui questa sola parola fu pronunziata, era impressa d'immenso affetto.

L'artista che teneva ancora gli occhi fissi sulla porta per cui la ragazza era uscita, si volse e vide la madre, tutta benevolenza e pietà nel volto, tendergli ambedue le mani, sorridendogli, come solo sa sorridere al figlio una madre.

“Mamma!” esclamò egli precipitandosi su quelle mani e coprendole di baci. “Mamma mia!”

Anna levò via di sotto alle labbra del figlio la sua destra e passandogliela carezzevolmente sulle chiome, gli disse con voce commossa:

“Tu ami Maria!”

Guido le cadde in ginocchio dinanzi, e abbandonando il capo nel grembo materno, rispose con tutta l'effusione dell'anima sua:

“Sì, l'amo!”

“Povero Guido!” disse Anna baciandolo in fronte. “Or qual proposito è il tuo?”

“Che so io? Non ne ho nessuno. Quest'amore mi ha preso, senza ch'io volessi, senza che me ne accorgessi. In esso sta ora la felicità della mia vita. Se Maria non avesse da esser mia, non ti dirò che morrei (sono uomo abbastanza per non dir più di queste esagerazioni) ma sarebbe per me un insopportabile dolore.”

“Vuoi tu ch'io glie ne parli a Maria?”

“No:” esclamò vivacemente Guido, quasi tremando.

“Che cerchi almeno di scrutarne il cuore?”

“No, no: ho paura. Forse è meglio lasciarla ancora in quell'intorpidimento dell'anima che ignora. Un giorno o l'altro il cuore si desterà pure in lei. Il mio sogno è trovarmi in quel dì al suo fianco e potere colla fiamma dell'amor mio comunicare a lei la scintilla divina.”

Anna scrisse al signor X... essere determinazione di Maria di rimaner per allora ragazza.

A questa risposta fu tanta l'afflizione del giovane innamorato che il padre volle tentare ancora di smuovere la giovinetta dalla presa risoluzione; e il giorno dopo si presentò alla casa di Anna, supplicando lo si lasciasse parlare colla fanciulla. La madre di Guido ben rispose che questo era affatto inutile, nè le pareva di tutta convenienza; ma l'altro insistendo caldamente, perchè non si sospettasse della sincerità della data risposta, Anna finì per acconsentire al domandato colloquio.

Quando furono in presenza e soli il signor X... e Maria, il primo cominciò a domandare alla ragazza se proprio secondo il volere di lei era la fattagli risposta, ed essa ciò affermando con fredda dignità.

“Ma perchè?” interrogò il signor X... con calore. “Quale ragione può ella avere.... Oh mi dica liberamente tutto! E se io potrò mai far cosa che la possa far cambiare di risoluzione, qualunque ella sia, si accerti che la farò ad ogni costo.”

“La ragione,” rispose tranquillamente la fanciulla, “è questa sola: che io sto bene così come mi trovo e non amo cambiare di condizione e di stato.”

Questa ragione non era tale da appagare ilpadre del giovane innamorato, epperò insistette con più forza, soggiungendo che si trattava della vita d'un uomo, che suo figlio era a tale che, privo di lei, non voleva viver più; conservasse per carità, per amor di Dio, l'unico figliuolo ad un padre oramai vecchio; non avrebbe dovuto pentirsene a nissun modo, avrebbe avuto dall'amore del giovane, dalla riconoscenza di lui che la supplicava il più ampio compenso.

Il povero padre s'era commosso sino alle lagrime, e ad aggiunger forza alle sue preghiere accennava volersi mettere in ginocchio innanzi alla ragazza; essa ne lo trattenne.

“Io sento per suo figlio la maggior compassione; ma non devo tuttavia ingannarlo.... Suo figlio, non l'amo; e non mi pare nè prudente nè onesto dare a chi non s'ama la nostra vita e prendere la sua.”

“Lo amerà dipoi....”

“E se no? Non conviene giuocare l'esistenza di due individui sull'incerta posta d'un avvenire poco probabile. Pare a lei che suo figlio medesimo avrebbe ad esser felice quando non si sentisse amato come certo desidera, com'è suo diritto, come n'è ben degno?”

“Ciò vuol dire ch'ella ama qualchedun altro!”

Maria volse al suo interlocutore la fronte sicura e lo sguardo limpidissimo, senza traccia del menomo turbamento.

“No,” diss'ella, “nè so pure se amerò mai uomo al mondo. Ma questo è certo che non darò la mia mano se non a chi abbia già saputo acquistarsi tutto il mio cuore.”

Fece un inchino per significare che il colloquio aveva da esser finito e nulla più era da dirsi fra loro due. Il signor X... se ne partì disperato: e mentre usciva per una porta, si precipitava da un'altra nel salotto Guido, il quale, colla febbre addosso, aveva udito, origliando, i tenuti discorsi.

“Maria!” esclamò egli correndo presso la fanciulla e pigliandole una mano che baciò con passione. “Maria, tu sei un angelo.”

Essa tolse via lentamente la mano da quella di Guido, guardando con istupore lo acceso volto di lui.

“Perchè mi dici tu codesto?” domandò con accento di gelato riserbo.

Guido rimase impacciato, non sapendo più nè che rispondere, nè che si fare. Maria tenne alquanto fissi su di lui gli occhi suoi con una certa curiosità scrutatrice senza aggiunger altro; poi s'avviò lentamente: ma quando fu all'uscio, e già aveva la mano sulla gruccia della serratura, si volse indietro e disse:

“Tu hai ascoltato il mio colloquio con quel signore?”

“Sì,” rispose Guido, abbassando il capo vergognoso.

“Hai fatto molto male:” pronunziò Maria col tono d'un precettore che rampogna un allievo, e sparì, tra i battenti dell'uscio; ma se Guido avesse levato gli occhi a quel punto, avrebbe visto sulle labbra di lei un certo sorrisetto, che non indicava disdegno e che era forse meno indifferente del solito.

Pochi giorni dopo, il signor X... partiva con suo figlio per un lungo viaggio, nell'intento di svagare l'addolorato giovane.

Guido lo annunziò a Maria, la quale, come al solito, lavorava alla finestra del salotto.

“Ah!” fece la fanciulla con tutta tranquillità: “poveretto!”

“Tu lo compatisci?” esclamò con gelosia l'artista che teneva fisso lo sguardo sui lineamenti della fanciulla.

“Sì; lo vedevo tutti i giorni là davanti con una faccia così sofferente e così mesta che, davvero, a non averne compassione, bisognerebbe esser peggio che insensibili.”

“Hai ragione. Anch'io lo compatisco e dimolto. Ma ne sai tu il perchè?”

“Perchè?” domandò Maria alzando gli occhi dal lavoro e fissandoli in volto a Guido.

Questi aveva il cuore che gli palpitava forte forte, e le labbra che gli tremavano nel rispondere.

“Perchè t'ama non riamato....”

Si tacque di subito, come se a proseguire gli mancassero la voce e la forza.

Maria non disse nulla; riabbassò il suo sguardo, e la mano corse spedita come prima sul suo lavoro.

A un tratto Guido fu colto da un nuovo ardore pel lavoro, e per l'arte sua, cui da tempo veniva trascurando. Tutto il giorno oramai se ne stava chiuso nello studio; compariva appena alle ore del desinare; non usciva di casa, non riceveva più nemmeno i suoi amici, di nulla piacendosi che d'esser solo all'opera colla sua ispirazione, innanzi alla massa di creta che veniva plasmando. Colà si provava ad eseguire quella creazione che da un pezzo tentava la sua fantasia; imperocchè essa ora imperiosamente domandava di venire effettuata, ed egli obbediva modellandola in una statua di donna. Come avete indovinato di certo, in quella statua, alla bellezza corporea d'una Venere, l'artista aveva congiunto la leggiadria di volto e l'espressione di superba nobiltà che erano in Maria.

A costei Guido non aveva pur fatto cenno di ciò. I lineamenti di lei aveva egli sì bene stampati nella mente, che non gli occorreva vederseli innanzi per ritrarli. Al corpo medesimo aveva dato l'atteggiamento e la mossa dell'adorata fanciulla;nè aveva voluto per esso avere alcun modello, parendogli questa una profanazione; ma tutto veniva facendo col riprodurre nella creta quell'immagine splendida di fisiche perfezioni che stava incessante innanzi alla sua fantasia d'artista.

Quando la statua era oramai presso al termine, avvenne che un giorno la serva di casa, avendo da recarsi nello studio di Guido, ci entrasse mentre lo scultore stava lavorando, ed essendo egli in uno de' suoi momenti di più fervore nell'opera, non pensasse a smettere ed a coprire, come di solito, il lavoro col panno.

La serva, finito il suo compito, era per ripartirne, quando, per caso, alzò gli occhi sopra la statua, e mandò un'esclamazione di meraviglia.

“Madonna santa! Ma quella è la signorina.”

Guido si riscosse, saltò giù con impeto dallo sgabello su cui era salito, e si precipitò sulla serva, a cui tappò colla mano la bocca.

“Taci!” gridò egli. “Tu non l'hai a dire. Tu non hai visto nulla. Hai capito?”

E la meschinella, tutta spaventata:

“No, no, stia tranquillo; non parlo.”

Ma Guido, calmatosi, guardava con amore l'opera sua.

“Ti par'egli adunque che questa statua le rassomigli?”

“Eccome! Se la fosse di color carnicino ecoi capelli d'oro come la signorina, si direbbe che la è essa medesima, e che vive.”

A Guido parve in quel momento che quella femminuccia parlasse meglio d'ogni persona al mondo; volle ringraziarla, pensò darle una mancia, e recò la mano al taschino; ma non ne fece nulla, trattenne anche la parola, e lasciatala partire, tornò con nuova alacrità al lavoro.

È facile indovinare come fosse troppo difficil cosa per quella donna il tacere; onde non erano trascorse ventiquattr'ore che, dopo mille preghiere di non tradirla, mille proteste di non voler dire, essa aveva contato a Maria ciò che aveva visto, e ciò che erale intravvenuto nello studio di Guido.

La fanciulla, incredula del fatto per un poco, aveva cominciato per sorriderne come d'una piacevolezza qualunque.

“Eh via! Davvero?” aveva domandato con meraviglia. “Oh che idea gli è mai venuta? È una strana bizzarria.”

Quindi una specie di preoccupazione l'aveva fatta diventar seria; e sul suo volto, allo stupore e all'ilarità era succeduta l'espressione d'una scontentezza, quasi di suscettività offesa.

Senza voler più dire una parola alla serva, ella s'era ritirata nella sua camera, e là le si aggiravano per la mente poco men che molesti questi pensieri:

“Perchè ha egli voluto riprodurre le mie sembianze?... Ne aveva egli diritto?... E non dirmene nulla!... E ora, ogni momento, egli ha colà sotto gli occhi la mia immagine.... Oh me ne spiace.... E perchè me ne spiace? Che cosa me ne deve importare? A me, alla mia persona, che cosa fa codesto? Ebbene sì, mi fa.... Gli è come se avesse una parte di me....”

Un nuovo pensiero sopraggiuntole la fece arrossire.

“Conviene adunque ch'egli mi abbia ben bene esaminata, bene studiata per poter così ottimamente ritrarre le mie sembianze a memoria!”

Si sentì prendere da una confusione che non aveva mai provata.

“Ciò non va bene.... Glielo dirò.... Mentre si sta lì, senza un sospetto al mondo, esserci uno sguardo che vi scruta, vi divisa uno per uno ogni tratto, ogni mossa.... No, no, non mi piace.... E mi piace tanto meno ch'egli si tenga quella statua. Che cosa sono io per lui da voler egli possedere la mia immagine? che glie ne importa?”

Ma qui la sua mente fu certo invasa da altre idee, poichè ella chinò il capo, stette riflessiva, e una leggiera fiamma di rossore le salì alle guancie.

Rimasta un poco di questa guisa, meditando, levò quindi la testa con risoluzione e disse:

“Voglio vederla codesta meraviglia.”

Chiamò la serva.

“Quando Guido sia uscito,” le disse “venite tosto ad avvisarmene.”

Lo studio dello scultore era a pian terreno nel cortile, e dal quartiere dei mezzanini, abitato dalla famiglia, scendevasi in esso per una scala interna a chiocciola. Maria non era entrata in quel vasto stanzone che pochissime volte, e perchè raramente le accadeva di doverci andare, e perchè provava una tal qual ripugnanza a metter piede là dentro.

Ora, quando la serva venne a dirle esser Guido partito, la fanciulla si diresse risolutamente verso la scaletta a chiocciola, col suo passo franco e leggiero. La donna accennò di seguirla.

“No;” le comandò Maria con accento che non ammetteva replica: “tu sta' qui.”

Scese la scala, sollevò la tenda di grosso pannolano che pendeva innanzi all'uscio ed entrò.

Cosa strana, e che non capiva ella medesima, e che non le era capitata da un pezzo, il suo cuore palpitava per un'inesplicabile emozione.

Nello studio entravano da due alte e larghe finestre splendide cascate di raggi di sole. Alle pareti dipinte di color grigio, si vedevano appese tutto all'intorno braccia, gambe, mani, piedi, torsi, capi modellati in gesso sui capolavori dell'antichità. Una copia, grande come l'originale, del famosoFauno della villa Albani si contorceva in un angolo; un Mercurio di Gian Bologna si slanciava verso il cielo da un'altra parte; una Venere dei Medici pareva volere scaldar la sua nudità a quel sole, il quale tracciava traverso la stanza due ampie striscie luminose tutte piene di atomi brillanti; mentre un Apollo del Belvedere sorgeva in tutta la sua maestosa bellezza di dio che s'è vendicato.

Maria stette là in mezzo, press'a poco come un timido che entri in un'adunanza dove persone ed usi sieno a lui affatto sconosciuti. Le parve una voce intima le dicesse, quello non esser luogo da lei; la sua curiosità essere poco meno che una sconvenienza; dover ella tosto di là allontanarsi.

Nel mezzo dello stanzone, là dove meglio batteva la luce, sorgeva una mole sopra uno di quei piedistalli di legno che girano su d'un pernio, dei quali si servono gli scultori per modellare la creta; e codesta mole era accuratamente tutta coperta da una gran tela inumidita.

Maria pensò tosto che quella esser doveva la statua colle sembianze di lei, per veder la quale soltanto era essa colà venuta; ma ebbe una certa peritanza, non che a scoprirla, pure ad accostarsele. La guardò un poco, così come ella appariva, sotto quel mistero di pieghe cui le faceva intorno il panno gittatovi su; e poscia ne sviò lentamente gli occhi a mirare, un dopo l'altro, i varipezzi di scoltura che ornavano lo studio. Ella non aveva ancora mai sentito nè cercato quel diletto che provasi dalle persone di gusto artistico nella contemplazione delle bellezze dell'arte. Ora in presenza della pura leggiadria dell'Apollo antico, dell'eleganza di quel Mercurio che vola, della grazia della Psiche del Canova, del sentimento della Preghiera di Pampaloni, provò ella come una rivelazione, come un subito ammaestramento a un linguaggio sublime, sino allora ignorato.

Prima di tutto una specie di turbamento s'impadronì di lei; quella tal voce segreta le sussurrava ancora che di là si partisse, non mirassero gli occhi suoi quegli oggetti; ma la casta bellezza di quelle forme aveva pure un fàscino a cui la non poteva resistere.... Quali pensieri le passassero per la mente, chi li può dire? Non seppe esprimerli mai neppure ella medesima. Certo è che sulle sue sembianze passavano avvicendandosi, e come rincorrendosi, le tracce di mille sentimenti, di mille affetti i quali parevano agitarsi e combatter tra loro nel contendersi l'animo di lei, e poi, cessando tutti a un tratto, lasciarla ripiombare nell'assopimento della sua primiera apatia.

Se non che la vista d'un altro oggetto venne a suscitarle nuove sensazioni e nuovi pensieri.

In un angolo dello stanzone presso ad una stufa di ghisa che alzava il suo tubo contro la parete,stava spiegato, come per formare un ripostiglio, un paravento, e sopra questo, un abito e uno scialle di donna buttati là a casaccio.

Perchè quella vista riscosse la indifferente Maria? Essa tenea su que' panni gli occhi fissi, conturbati, come all'aspetto d'una subita minaccia. A chi apparteneva quella roba? C'era forse una donna nascosta là dietro, la quale l'avesse sino allora osservata, mentre Maria si credeva sola? Quest'idea la fece arrossire. Si alzò con coraggio e camminò risoluta verso quel paravento. Dietro non c'era nessuno; ma palesi e numerose ci si vedevano le traccie di passaggio e dimora di donne. Uno specchio alla parete, con un tavolino dinanzi, pettini, forcine da capelli, spille e spilloni da appuntare i panni, qualche nastrino, un guanto femminile, vasettini di pomata. Era difatti colà dove si ritiravano a spogliarsi e rivestirsi lemodelle.

Che cosa mai passò per la testa alla fanciulla? Il suo volto prese un'espressione di mal talento, di dispetto insieme e d'ironia. I suoi occhi caddero per caso sullo specchio, e vedendovisi colle sopracciglia corrugate e una specie di corruccio in tutta la fisonomia, ebbe sdegno di sè medesima, arrossì, poi sorrise lievemente, come si fa dei capricci d'un bambino, e venne fuori di là.

Si trovò dinanzi nuovamente la tela che ricopriva il lavoro di Guido. Sentì più di prima dispiacereche là fossero ritratte le sue sembianze. Andò presso la statua, salì sopra lo sgabello di cui si serviva lo scultore medesimo per lavorarci, e si diede a levar via il panno che ricopriva la creta. Quando la testa le apparve, Maria gettò un grido di meraviglia e di ammirazione. Questa testa era davvero la sua, quei tratti erano i suoi, ma animati dalla dolcezza amorevole d'un sorriso quale Maria non s'era mai visto nell'immagine che glie ne rifletteva lo specchio, quale non si credeva nemmen capace di poter abbozzare colle sue labbra.

Lasciando ancora velato il resto del corpo, ella stette lì a contemplare quella testa con tanta grazia modellata, piena di tanta vita, meravigliosa di tanta bellezza. Le pareva che a lei si rivelasse come una sorella, la quale col suo sorriso le manifestasse un intenso amore e le penetrasse nell'anima.

Giunse le mani ed esclamò con tutta ingenuità:

“Oh cara!... E sono io?”

Tacque vergognosa e si guardò intorno, quasi temendo che alcuno l'avesse potuta udire; poi un dubbio gliene venne.

“No, no, è impossibile ch'io sia tanto bella!”

Saltò giù lesta e corse dietro il paravento a mirarsi nello specchio. Il rossore ne animava le guancie; non era mai sembrata così leggiadra asè medesima. Si provò a far quel sorriso amoroso che aggiungeva tanta malía al volto del suo ritratto; e dopo due o tre tentativi le parve non se ne discostasse di troppo. Tornò alla contemplazione della statua.

“Ma questo è uno stupendo lavoro” diceva a sè medesima. “Io non avrei mai creduto che mano d'uomo fosse capace di tanto.... Ed è Guido?... Egli è dunque un genio?... Ed è a me che s'è rivolto il suo pensiero?... Oh come doveva avermi presente ai suoi occhi!... Ma per ricordare così particolarmente i tratti di qualcheduno, bisogna proprio averli ben impressi nella mente.... e forse anco nel cuore.... vediamo un po'.... se io avessi da ricordarmi i suoi.... di Guido?”

Si concentrò un momento.

“Eh via! Appena è se mi sono presenti i tratti principali della sua fisonomia.... È una bella figura, franca, aperta, intelligente, con qualche cosa di dolce insieme, lo so; ma poi?... Ah rassomiglia molto a sua madre; e le care sembianze d'Anna le ho sì contemplate frequenti volte con tanta soavità d'emozione!... Come le trovavo leggiadre!... E davvero le son tali!... Eppure se le avessi da riprodurre, da descriver soltanto, io nol saprei.... Bene avrei saputo ciò fare di quelle della povera nonna: sì che le avevo presenti al mio pensiero sempre quelle là!... Ma ancor esse ora si sonoun po' sbiadite nella mia memoria; e l'amavo pur tanto la mia nonna; e l'amo!...”

Questa parola che cadde quasi inavvertita dalle sue labbra fece su Maria un indicibile effetto quando se la udì suonare all'orecchio. Si riscosse: fu per lei come un lampo che illumini a un tratto l'oscurità in cui alcuno sia avvolto, e gli faccia scorgere dove si trova; fu come una voce estranea, la quale, a chi cerchi la soluzione d'un enigma, ne dica ad un punto il motto. Chinò la testa e stette un poco meditando.

Poscia la curiosità la punse di vedere intiera l'opera di Guido. Risalendo sullo sgabello, tolse via del tutto i panni che la coprivano. La figura di donna era rappresentata senza alcun velo.... Maria se ne adontò ed arrossì, come se offeso sentisse il suo pudore. Le tornò subitamente il pensiero di quelle donne che venivano e che forse avevano visto quella statua, e sentì un'ira, un corruccio contro Guido quasi gliene avesse fatto un oltraggio da non perdonarsi.

Però la bellezza dell'opera chiamò quasi a forza la sua ammirazione. In quelle linee c'era una purezza, in quella leggiadria c'era per così dire un'onestà, in quella verità c'era un sentimento che io chiamerei di rispetto, che faceva casta quella nudità ideale della forma.


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