UN GENIO SCONOSCIUTORACCONTO.
Era un genio davvero. Dio glie ne aveva data la scintilla immortale. Egli la volle nascondere, e fece che traversasse ignorata la vita terrena.
Non vi dirò il luogo in cui il mio eroe, circondato d'oscurità, mise per anni ed anni tutto il suo impegno a tener segregata dal mondo la luce della sua intelligenza. Gli ho promesso di tacerlo, e coll'ultima stretta di mano che abbiamo scambiata, ho dato ragione alla sua misantropica e valorosa rinuncia. Il suo nome, ch'egli decretò e volle seppellito nel più profondo oblìo, non comparirà su queste carte. A me stesso egli lo tacque, e se anche ho potuto indovinarlo, non contristerò, svelandolo, la memoria di quell'anima infelice.
In uno degli ultimi nostri colloqui, egli mi diceva, con un cotal suo sorriso, tra bonario ed amaro, che gli era abituale:
— Se invece di questo cimitero di campagna,in cui un'erba pietosa e non curante agguaglia tutte le fosse e circonda tutte le croci, il mio cadavere avesse da essere seppellito in un camposanto cittadino, dove si fa pompa di lapidi e di iscrizioni, vorrei che sulla mia tomba modesta si scrivesse superbamente: «QUI GIACE UN ANONIMO.» —
Codesto suo detto, fate conto che sia l'epigrafe della mia narrazione.
Dunque gli è in un villaggio, — in una remota regione — che l'ho incontrato.
Un mio nobile amico ha colà una gran tenuta intorno ad un'antica e vasta casona, che in paese chiamasiil castello, dove si conservano da tempi lontani, tradizioni rispettatissime d'una gentilezza ospitale senza eccezione.
Il paese è vicino alle montagne; un contrafforte delle Alpi allunga nella pianura le sue radici, a variare di collinette e di valloncini l'amenità dell'imboschito terreno; intorno all'antico palazzo si stende un giardino abbastanza vasto per potersi insuperbire del titolo di parco.
Una vegetazione ricca, fresca e feconda veste le chine dei colli con albereti leggiadri alla vista, e porge, anche contro l'insolente saettare del sole di mezzogiorno, gradevoli ripari d'ombra, rallegratidal venticello della montagna. Al piede di quella collina, su cui il castello innalza le sue muraglie annerite, il villaggio — povero assembramento di casipole, che somigliano a capanne — si sdraia, direi quasi timidamente, e par che cerchi nascondere i suoi tetti, la maggior parte di paglia, alcuni di lastre di pietra, sotto le fronzute chiome di castagni e di noci, che crescono e s'innalzano a mirabili proporzioni da ogni orto, da ogni praticello.
È un cantuccio riposto, dove non penetrano le passioni e le gare degli uomini raccolti nelle agglomerazioni cittadine e spronati al male dall'interesse. Là non c'è strada di passaggio, non c'è commercio, non c'è industria, non ci sono caffè, non ci sono giornali. Un ramo assecchito di quercia indica una misera osteriuccia, composta di una sola stanzona a piano terreno, la quale vede la sua lunga tavola zoppa e le sue panche disoccupate tutta la settimana, per aspettare qualche avventore le domeniche.
Quando tutto sossopra è il mondo, appena se colà ne arriva debolmente un'eco incerta e paurosa.
In mezzo a questo sfoggio di vegetazione, spicca ancora per più fronzuta ricchezza il bosco del parco, in cui, sul culmine della collina, si drizza al cielo una fila di pini giganteschi, che hanno dovuto vederemolte generazioni d'uomini nascere e morire, e che coprono il terreno d'una oscura ombra solenne.
Il nobile padrone del castello verso gli abitanti del villaggio è cortese, generoso, caritatevole. Li ama e n'è riamato pei beneficii ricevuti, per la speranza di nuovi ch'egli è sempre pronto a rendere, per una specie d'orgoglio che sì distinta persona appartenga al paese e vi dimori la maggior parte dell'anno.
I cancelli del parco sono sempre aperti e dì e notte, tanto che, irrugginiti nei cardini, male si acconcerebbero oramai ad essere chiusi. I paesani vanno e vengono, con una libertà che non esclude il rispetto al padrone: e quando questi passeggia, ne trova sempre alcuni giù pei suoi viali, e ne viene salutato con ossequiosa famigliarità, a cui egli risponde lietamente accennando col capo e chiamando ciascuno col suo nome o nomignolo.
Sotto le ombre di quell'antichissimo parco si dànno appuntamento giovani coppie innamorate, per discorrere del loro futuro matrimonio; colà accorrono vecchierelle e ragazzi a raccogliere i rami secchi, con un fastello dei quali scendono al loro tugurio a cuocere la cena della famiglia. Alcune volte qualche tristarello sbaglia, e invece della legna secca ci viene tagliando bellamente dei rami in piena vitalità e arboscelli di buona cresciuta,il che, quando gli accade di accorgersene, sdegna non poco il proprietario.
— Ci porrò rimedio: — dic'egli allora in tono risoluto. — Il primo che io colga in sull'atto!... —
Ma il suoquos egoinnocente non ha ancora recato il menomo male a nessuno.
Tutti i giorni, nel gran viale dei pini veniva a passeggiare, verso le cinque del pomeriggio, un omiciattolo vestito di scuro, accompagnato da un cane brutto e vecchio, di quelli che da noi si chiamanovolpini.
L'uomo faceva due o tre giri, tutt'al più, per quel viale, le mani dietro le reni, la persona curva, la testa bassa e l'occhio fisso continuamente sul cagnuolo, che correva un poco e tratto tratto veniva, la lingua penzoloni, a fregarsi alle gambe del padrone.
Quell'omaccino soleva parlare al suo cane, come avrebbe parlato ad un suo simile.
Quando il mio nobile ospite ed amico mi additò per la prima volta quest'originale, egli stava seduto per terra, e il cane, sdraiatoglisi accanto, teneva il muso sulle coscie di lui.
“Buona sera, Ambrogio:” gli disse il castellano. “Come va?”
L'uomo si levò il cappello con tutto il rispetto, ma non mosse la persona, per non disturbare il cane nel suo riposo.
“Grazie, signore, non va male....Pominoha corso più del solito, è qui stanco che non ne può più.”
Di primo colpo la figura di quell'uomo aveva attirato la mia attenzione.
Era egli di una bruttezza fenomenale; però non aveva nulla di ributtante. Sopra un corpo debole, esile, quasi direi rimpiccinito, si reggeva, come a stento, una testa grossa a capelli arruffati, in cui la parte superiore, e massime la fronte notevole per forti protuberanze, aveva un eccessivo sviluppo. Il volto era scarno e le guancie incavate, larga la bocca e pallide le labbra; giù in fondo alle occhiaie tralucevano occhi di color chiaro fra il grigio e il cilestre, i quali sembravano amassero nascondere la loro lucentezza sotto foltissime sopracciglia che scendevano dall'arco dell'occhiaia e dietro lunghi cigli che ne ornavano le palpebre. La carnagione aveva di color terreo; lasciava crescere a capriccio una barba rada, di colore sbiadito, oramai più che a mezzo incanutita; sulle sue labbra errava abitualmente un sorriso tra mite ed ironico, che alle volte si sarebbe potuto dir scemo, alle volte amarissimo. Nel parlare, negli atti, nel sogguardare aveva alcun chedi svagato, di distratto, di noncurante, come se altrove, sempre, fosse il suo pensiero. Vestiva alla peggio panni di colore scuro, logori, che gli si serravano spiegazzati intorno alle gracili e macilenti membra.
Mentre gli stemmo innanzi, egli fissò un istante gli occhi in volto al mio ospite e poi li chinò tosto sopra il suo diletto cane. A me non fece la benchè minima attenzione.
“Ambrogio,” disse il padrone del castello, “voi m'avete del tutto dimenticato. E perchè non venite più a vedermi? Una bottiglia di quel vino che vi piace è sempre lì ad aspettarvi.”
Quell'uomo fece il suo sorriso da scemo.
“Grazie,” rispose, “grazie tante!”
E si pose ad accarezzare il cane colla destra.
“Ricordatevene,” soggiunse il proprietario, “e a rivederci.”
“A rivederci:“ ripetè come un'eco l'omiciattolo, mentre il mio amico mi dava la spinta per avviarci ambedue.
“Chi è quell'originale?” domandai appena fummo un po' lontani.
“È il maestro di scuola del villaggio:” mi rispose. “Un essere misterioso, la cui vita è forse un romanzo.”
“Oh! oh! un romanzo!” esclamai: “rara avis, di cui andiamo a caccia noi scribacchiatori,senza poterla trovare il più spesso.... E voi, naturalmente, lo sapete codesto suo romanzo?”
“Poco.... Ne so forse l'epilogo, che venne a concludersi qui. Costui è il solo forestiero, a memoria d'uomo, che sia venuto a stabilirsi in questo remoto paesello, e il solo degli abitanti de' cui fatti non si sappia nulla. La sua esistenza, dacchè vive con noi, non ha vicende; e il suo passato prima che qui venisse è un mistero, intorno a che non ha mai voluto dare la menoma spiegazione e su cui non ama che lo s'interroghi.
“È molto tempo ch'egli è qui?”
“Ormai trent'anni. Me ne ricordo come se fosse ieri quando è arrivato. Ero giovanissimo e viveva il mio buon padre, allora....”
Stette alquanto sopra sè, e poi soggiunse:
“Oh sentite; io racconterò tutto quello che ne so; voi aggiungendovi le frangie, come siete soliti di fare voi altri romanzieri, e inventando quanto basti per riempire le lacune, potrete forse fare di costui il protagonista d'un racconto.”
“Da bravo, narratemi quel che sapete.”
E il mio amico così cominciò a favellare.
«Era d'autunno già innoltrato. Le castagne raccolte; le foglie quasi tutte in terra, e le pocherimaste affatto ingiallite. Io, a quel tempo non avevo ancora venti anni, e già m'ero fatto un intrepido cacciatore e un camminatore instancabile.
»Un giorno, che, come spesso mi accadeva, m'ero trattenuto su per la montagna in traccia di non so più qual selvaggina, lontano da casa mi sorprese una di quelle pioggie autunnali quiete e finissime che in poco tempo infradiciano un pover'uomo sino alle ossa, e che, una volta incominciate, non smettono più per dei giorni. Non c'era riparo da cercare là dove mi trovavo, e poi prima di notte conveniva bene essere a casa, e potevo star certo che prima d'allora non avrebbe spiovuto. Dunque non c'era altro che pigliare allegramente il mio partito e trottare di buon passo. Voltai lo schioppo all'ingiù, e animato colla voce il cane, m'avviai di corsa, per una scorciatoia, giù della scesa.
»In sul culmine precisamente di quell'altura là dove passa un sentiero poco praticato, incontrai un uomo, che, riparandosi dalla pioggia sotto i rami ormai sfrondati d'un castagno, appoggiatosi al tronco, stava mirando nella sottoposta pianura.
»Era codesto Ambrogio, che sino allora niuno aveva visto mai nel paese nè in questi dintorni. Io non so qual'età egli abbia al presente, e non avrei saputo nemmeno allora quale attribuirgliene. Poco su poco giù, era tale quale l'avete vistoadesso, se non che, invece di avere i capelli, lunghi, arruffati, come li ha ora, li aveva rasi, e non lasciava crescer barba. Vestiva di scuro, precisamente come ora, e quasi quasi direi che codesti che porta sono ancora i panni che aveva in dosso a quel tempo. Aveva un piccolo fardelletto sotto il braccio e un bastone in mano.
»La singolarità di costui che alla pioggia battente e mentre la notte veniva se ne stava tranquillo a contemplare un paese a cui egli era sicuramente estraneo, lontano ancora da ogni abitazione, mi fece rallentare il passo per osservarlo. Egli era così preso nella sua contemplazione e ne' suoi pensieri, che non badò punto a me. La scena ch'egli mirava, a me non pareva degna di tanta attenzione. La pianura era invasa presso che tutta dalla nebbia, la quale si avanzava come strisciando verso la montagna, mentre sulla sommità di questa discendevano dal cielo scure, unite, pregne di pioggia le nubi: parevano due eserciti che si movessero incontro per venire a battaglia; e in mezzo a loro non rimaneva sgombra che una lista di terreno, in cui, addossate al colle, biancheggiavano le casupole del villaggio.
»Io non gli avrei badato dell'altro, chè la pioggia crescente mi consigliava a non indugiarmi, e nell'aspetto di quell'uomo mi pareva di scorgere qualche cosa di strano, che, se non era dibirbo, era di matto; ma il mio cane corse verso di lui, e gli si piantò dinanzi abbaiando. Egli si riscosse, volse uno sguardo, che mi parve tranquillo e mesto, verso la bestia, e abbassò una mano alla sua coscia, a fare un atto di richiamo. Il mioFoxfu tosto rappaciato; scodinzolando gli si accostò tutto festevole, e alla prima carezza che lo sconosciuto gli fece passandogli una mano sulla testa, alzò le zampe anteriori al petto di lui, quasi a dargliene un abbraccio di amicizia.
»Io che all'istinto dei cani credo più che alla ragione degli uomini, mi dissi subito che quello non doveva essere un birbante.
»AbbassoFox: quiFox!gridai.
»Il cane m'obbedì, e il forestiero si volse verso di me.»
“Oh non tema!” mi disse con voce rauca e melanconica, che mi fece una strana impressione. “Colle bestie, e specialmente coi cani, io sono nelle più amichevoli relazioni; non ho mai fatto male a nessuno di loro, e nessuno di loro — no nessuno! — non ha mai fatto male a me.”
«E accompagnò queste parole con un sorriso di tanta amarezza, che gli accrebbe nel volto l'aspetto di alienazione che gli avevo già notata. Parlava italiano, ma con un accento di altre provincie che non sono le nostre subalpine.»
“Questa buona bestia è sua?” riprese poscia,schivando col suo il mio sguardo, come se temesse di mirarmi in faccia.
“Sì:” gli risposi.
“Il proverbio dice che il cane è l'amico dell'uomo. Creda al proverbio. È il solo amico.”
“Siete un misantropo?” Io gli domandai stupito del modo con cui mi parlava.
«Mi rispose, di nuovo con quello stranissimo sogghigno:
“Sono uncinofilo....[1]Ma mi permetta una domanda.”
“Dite pure.”
“Ella è pratico di questo paese?”
“Ci sono nato, e la maggior parte della mia vita la ho passata qui.”
“Che villaggio è quello laggiù?”
»Gli dissi il nome del paesello. Egli lo ripetè due o tre volte, poi soggiunse come parlando a sè stesso:
— Un nome ignoto affatto; ignorato da tutti i Dizionari geografici.... Chi sa mai, fuori di qui, che questo villaggio esista?.... —
»Si rivolse di nuovo a me:
“Quanti abitanti ha?”
“Ottocento.”
“Saranno poveri?”
“Si aiutano gli uni gli altri come fratelli.”
“Possibile? Lei mi stupisce. Voglio vederlo. Potrò trovarvi albergo? pagando s'intende:” soggiunse affrettatamente con una certa permalosità.
“C'è un'osteria:” risposi: “e vi troverete certo un letto, non da sibarita, ma pulito, e un boccon di cena non luculliana, ma ammannita di buon cuore.”
“Sono avvezzo a dormire sulla dura terra, e poco basta a sfamarmi.... Che strada ho da prendere per giungere più presto al villaggio?”
»Glie l'additai; e salutatolo, impaziente di fuggire dalla pioggia che cadeva sempre più fitta, ripresi la mia corsa giù per la scorciatoia. Ma dopo pochi passi m'accorsi che il cane non m'aveva seguitato: fischiai, eFoxvenne sino ad un ciglio della costa da cui poteva vedermi, abbaiò vivamente, e tornò indietro verso lo sconosciuto.
»Ciò mi fece arrossire di me medesimo. Pensai subito che cosa avrebbe detto mio padre, quando avesse saputo che, imbattutomi in un povero forestiero, senza asilo e alla pioggia, non gli avessi offerta l'ospitalità; e senza metter più tempo in mezzo, rifeci correndo il cammino, e tornai a quell'uomo.
»Lo ritrovai in quel medesimo luogo, e nel medesimo atteggiamento; se non che parlava amichevolmente al mio cane, che gli stava seduto dinanzi guardandolo fiso. Arrivando, udii le seguenti parole:
— Va' col tuo padrone, buona e brava bestia. Tu non sei mio. E nemmeno l'affetto d'un cane non bisogna rubare altrui.... No, non bisogna! —
“Sentite, buon uomo, ho pensato che all'osteriuccia del nostro villaggio stareste davvero troppo male.”
“Le ho detto che non m'importa:” rispose egli con una certa qual fierezza.
“E chi sa se avranno pure un letto libero?”
“Dormirò benissimo sulla paglia.”
“È ancor lontano il villaggio e con quest'acqua che viene ci arriverete tutto ammollato. Ho un ricovero più vicino da offrirvi.”
»Mi scoccò un'occhiata con un misto di sospetto, d'incredulità e di meraviglia.»
“Dove?” domandò.
“Là.” E gli additai il castello. “È la casa di mio padre.”
“Grazie!” disse egli irrisoluto.
“Su via:” io insistetti: “non istiamo più qui a infradiciarci. Mio padre vi accoglierà con piacere.”
“Ebbene sia:” diss'egli dopo un altro po' d'esitazione; ma quando fummo avviati, a un tratto tornò a fermarsi, come per un dubbio sopravvenutogli. “Suo padre,” mi chiese, “vive tutto l'anno in questa terra?”
“Quasi. Non è che l'inverno che abitiamo in città.”
“Quale?”
“Torino.”
»Mandò un lieve sospiro, il volto parve rasserenarglisi, e con accento più risoluto disse:
“Andiamo.”
«Non ho bisogno di dirvi come mio padre gli accordasse quella benevola ospitalità che egli stimava un assoluto dovere del suo grado, della sua fortuna, del suo nome. Lo sconosciuto disse chiamarsi Ambrogio Larva: non parlò quasi mai, e costrettovi soltanto, appena se gustò cibo, e di buon'ora si ritirò nella camera assegnatagli.»
«Il domani, fosse la pioggia presa il giorno innanzi, fossero i disagi già prima sofferti, poichè pareva che col suo fardelletto sotto il braccio egli fosse venuto viaggiando per la catena delle montagne da molto lontano e già da parecchi giorni; il domani quel pover'uomo fu assalito da una fortissima febbre, che in pochi giorni lo menò presso alla tomba, e poi, superata per miracolo, lo tenne a letto più d'un mese.
»Se il buon padre mio lo facesse curare con ogni carità, non è da dirsi. Quando l'infermo fu tornato in sè, dopo un penoso delirio di più giorni, ed ebbe compreso dove si trovava, e come vi fossetrattato, mostrò, non con parole, che queste aveva sempre rade e poche, ma negli atti, negli sguardi, nell'espressione della fisonomia, una riconoscenza tanto più profonda, quanto meno espansiva.
»Però, durante il delirio del pover'uomo era avvenuto cosa che assai aveva scemato quell'interesse che dapprima tutti avevano sentito per lui; e se non si era venuti meno a nessuna delle cure ond'egli abbisognava (chè mio padre, codesto non avrebbe tollerato a niun modo) non era tuttavia, se non vincendo un sentimento, il quale pareva quasi ripulsione, che i nostri servi continuavano a stargli attorno e a vegliare su di lui.
»La ragione era che, durante i vaneggiamenti suoi, aveva pronunziato certe parole che erano tali da indurre gravissimi sospetti sul conto suo. Egli affannosamente, con rotti accenti (e mio padre lo aveva udito, ed io stesso una volta) parlava di sangue, di odii, di morte. Pareva che un tremendo rimorso ne agitasse la coscienza, conseguenze d'un gran delitto commesso. Vedeva dei fantasmi sanguinosi; ora pregava pace, perdono ed oblio; ora imprecava furibondo. Due nomi, uno di donna e uno d'uomo, gli venivano frequenti alle labbra, e cenni alle sue vicende passate, ma così in confuso che impossibile trarne un costrutto qualunque o comprenderne cosa alcuna. Solamente appariva che molti e dolorosissimi tormenti e sciagure avevaegli sostenuto, che una crisi gravissima era venuta a mettere il colmo alle sue cattive avventure e ch'egli erasi partito dal suo paese e dai suoi per cercare in remote contrade una esistenza novella; per fuggire dalla giustizia umana, dicevano i nostri servi.
»Eppure, non ostante tutto ciò, la figura originale di costui non dispiaceva e non ispirava diffidenza a mio padre. Questi aveva risoluto d'interrogarlo un po' più particolarmente sull'esser suo; ma ogni volta che a ciò s'accingesse, scorgendo la dolorosa ripugnanza d'Ambrogio a parlare del suo passato, se ne rimaneva come timoroso di fargli troppo male colla sua curiosità.
»Un giorno finalmente che quasi era guarito del tutto, Ambrogio medesimo si aprì, più che non avesse fatto mai, con mio padre, nel quale mostrava aver posto molto rispetto e affezione pari alla stima. Io mi trovava appunto presente e udii le sue parole: disse che per la terra in cui era nato — una terra d'Italia lontana da questa, ma non disse quale, — per il mondo in cui era vissuto, egli era e doveva e voleva esser morto affatto; che non avendo più famiglia, non più affetti, stanco e disgustato della vita che traeva, erasi partito solo, di nascosto, sicuro di non lasciare dietro a sè chi lo rimpiangesse, non sentendo pure un rincrescimento per quanto abbandonava, risoluto ad andaretanto lontano che nulla della precedente esistenza mai più gliene venisse all'orecchio nè sotto gli occhi; voleva recarsi in qualche solitudine, dove la semplicità dei costumi, la povertà degli abitatori, la lontananza da ogni centro popoloso non gli presentassero mai e non valessero a ricordargli nulla, nulla di quella uggiosa vita cittadinesca che gli era venuta in odio insuperabile; che questo paese gli pareva proprio a tal uopo: che aveva seco qualche po' di denaro e con esso avrebbe volentieri comprato un'umile casettina e un piccol orto per viverci quieto quegli anni che gli avrebbe ancora imposti la Provvidenza; e che per non essere affatto inutile sulla terra ed al paese che l'avrebbe ospitato, si sarebbe messo a fare il maestro ai bambini, gratuitamente per i poveri, essendo che, nella sua ignoranza, tanto e tanto ad insegnare a leggere e scrivere e un po' d'abbaco, ei si sentiva capace.
»Mio padre stette un poco prima di rispondere, come se riflettesse ponderatamente su ciò che aveva da fare; poi disse con gravità e con quella bonaria schiettezza che gli era abituale:
“Sentite, signor Larva. Io adesso sono obbligato a rispondervi, non come il vostro ospite, ma come il sindaco di questo villaggio. Capirete che in questa qualità m'incombe una certa responsabilità. Il padrone di casa può accogliere con piacereanche uno sconosciuto, la cui figura gli vada a genio; il sindaco non può affidargli a occhi chiusi la educazione dei bambini, che è cosa delicatissima.”
«Ambrogio arrossì sino alle orecchie.»
“Non mi crede ella un onest'uomo?” domandò fieramente.
“Non basta che io vi creda tale, bisogna che ne abbia le prove.”
«Ambrogio represse un vivace movimento, e impallidito di nuovo, curvò il capo e si tacque per un poco.»
“Ho capito:” diss'egli poi amaramente. “Qui si sospetta di me. Me n'ero accorto, ma speravo che non ella.... Partirò.”
“Un momento,” soggiunse mio padre: “Qui abbiamo pure il gran bisogno d'un maestro. Non si è mai potuto ottenere che quassù venisse ad aprire una scuola qualcheduno che ne fosse da tanto. Non ci abbiamo che un pretucolo, il quale insegna a mala pena a distinguere le lettere dell'alfabeto, violenta l'ortografia ed assassina la grammatica. La venuta di chi facesse meglio sarebbe una vera fortuna pel paese. Che diamine, sor Ambrogio. Avete voi tanta ripugnanza a farci conoscere il vostro passato?”
“Sì l'ho:” rispose risoluto Ambrogio. “L'ho voluto sotterrare in una fossa questo passato e l'ho coperto con una lapide. Non voglio scoperchiareil sepolcro e tirarlo fuori per contentare la curiosità sospettosa d'un intiero villaggio.”
“Un villaggio di ottocento anime, perduto fra le montagne, o poco meno!” esclamò mio padre sorridendo. “Del resto,” soggiunse, “quando siavi un segreto nella vostra esistenza che vogliate custodire, non avrete a rivelarlo a questo poco di pubblico. Dove io affermi che voi siete degno d'istruire i ragazzi di questa brava e onesta gente, tutti mi crederanno.... E voi non avrete bastevole fiducia nella mia discrezione per dirmi — a me solo — chi e che cosa siete?”
«Ambrogio esitò un momento; poi levò gli occhi, e li fissò per un istante in volto a mio padre, come non aveva fatto prima. Parve soddisfatto di quell'esame.»
“Le dirò tutto:” disse bruscamente a un tratto.
“Venite meco:” riprese mio padre, aprendo l'uscio del suo scrittoio e facendogli cenno vi entrasse.
«Rimasero colà dentro più d'un'ora. Quando ne uscirono, Ambrogio era più pallido che mai, e mio padre era evidentemente commosso. Notai, non senza stupore, che mio padre nel trattare il forestiero, aveva una deferenza assai maggiore di prima.
»La raccomandazione del sindaco bastò a farlo benvolere e stimare da tutti. Trovatasi una di questecatapecchie, che servono da case, con un orticello, per poco prezzo, ch'egli pagò subito, il buon Ambrogio divise il suo tempo fra la coltura degli erbaggi e delle frutta che gli dànno il suo sostentamento, e la scuola in cui accorrono tutti i bambini del villaggio e dei casolari qui intorno, ammaestrati da lui con pazienza e cura infinite non solo nel leggere e scrivere e negli elementi dell'aritmetica, ma nella morale altresì, giovandosi di apologhi e novelle ed amichevoli conversari alla socratica, in cui, senza che altri quasi lo avverta, le buone massime s'instillano in quelle anime tenerelle, e fanno sì che il maestro sia amato e obbedito anche meglio dalla scolaresca.
»Egli non accetta denaro da nessuno; ma i più facoltosi fra i genitori lo vengono regalando di legna da ardere all'inverno, di qualche mezzo sacco di grano alla raccolta, di pane bello e fresco, quando lo fanno cuocere, di qualche pollo talvolta, e anche di qualche pezzo di maiale, quando lo macellano all'autunno, le quali cose lo aiutano a campare. Dai poveri egli non vuole assolutamente nulla, e se mai gli viene offerto alcun che, rifiuta con isdegno, quasi gli fosse fatta con ciò una grave offesa.
»Quale io lo conobbi i primi giorni, tale egli continuò sempre ad essere: buono, taciturno, onesto, amante della solitudine. Quasi sempre svagato collamente, talvolta pare lo assalgano delle allucinazioni e che il senno gli scappi; talvolta lo direste poco meno che imbecillito; ma non gli avvenne di recare a nessuno mai, nè con fatti nè con parole, non che il menomo dispiacere, ma neppure il menomo disturbo. I villani, per le sue assenze di mente, cominciarono dal burlarlo, poi lo compatirono; ora quasi lo riveriscono e lo venerano, credendolo meglio visitato dal Signore.
»Egli è benevolo con tutti; ma d'amore e di espansione di cuore pare che non ne abbia, fuorchè con quel suo brutto cane che gli avete visto. E sì che in mio padre, il quale, da quel segreto colloquio in poi mostrò sempre per lui una certa maggiore osservanza; in mio padre, dico, Ambrogio finì per porre davvero un profondo affetto.
»Un giorno mio padre gli domandò:
“Ambrogio, ora siete voi contento della vostra vita?”
»Ed egli rispose con espressione di viva sensibilità:
“Sì. Non cercavo che oblío; ho trovato carità. Fuggivo gli uomini per non odiarli, ne ho trovati qui degni d'amore.”
»E, come se avesse detto di troppo, allora se ne partì ratto, senza voler udire nè aggiungere altro.
»Quando mi avvenne la disgrazia di perdere il buon padre mio, fu l'unica volta ch'io l'abbiaveduto a piangere. Durante la malattia di lui, Ambrogio era stato quasi sempre con noi al castello, non cercando nemmeno di aiutarci nelle cure che si prestavano all'infermo, buono a nulla e smemorato qual egli è, ma come se qui trattenuto da un invisibile vincolo che non lo lasciasse allontanarsi. Agli ultimi momenti, che il mio povero padre volle vedere tutti i servi e i gastaldi insieme alle loro famiglie, entrò ancor egli alla coda di tutti, nella stanza del moribondo, e s'inginocchiò quasi peritoso in un angolo a pregare.
»Allorchè quell'immensa sventura fu compiuta e l'eccesso del dolore pareva volermi tôrre di senno, io me lo vidi improvvisamente al fianco, bagnato il volto di lagrime egli pure, trasfigurato, così che mi parve, anche in quella dolorosa confusione di mente in cui ero, un'altra e più nobile persona. E mi disse parole gravi di simpatico dolore e di affettuosa consolazione che più non ricordo, che in quel fatalissimo momento non poterono restarmi impresse, ma che pure mi colpirono, come altissime e degne della più bell'anima e della più nobile intelligenza. Poi si partì e stette parecchi giorni senza venirmi a vedere.
»Ricordo che la prima volta ch'io lo rividi, il suo aspetto, che mi parve ancora più di scemo che per l'innanzi, mi sorprese come una stranezza inaspettata e mi riuscì quasi una delusione; imperocchèmi aspettassi di ritrovare in lui quella più elevata persona che mi era apparsa, o ch'io aveva sognata nel colmo del mio dolore.
»Continuò egli in seguito a capitare di quando in quando al castello, sempre uguale, umile, silenzioso, melanconico. Mai non lo vidi a ridere, sì a sogghignare di spesso. Ogni qual volta io volli toccargli di quella sera in cui lo incontrai sulla collina, egli mi rispose sempre invariabilmente: — Ah sì! come pioveva quella sera — e poi se ne partì tosto; per cui io non glie ne parlo più.
»In complesso egli è un buon diavolo, che forse non ha l'integrità delle sue facoltà mentali, che dovette soffrire molte disgrazie a cui la sua debole ragione non valse a resistere. Di certo nella sua vita vi ha un mistero, ma non ostante le parole del suo delirio, non deve esservi una vergogna nè una colpa da non perdonarsi; perchè mio padre, dopo ascoltatolo, trattò con lui con più riguardi di prima, e ogni volta che lo vedesse, fu sempre il primo a porgergli la mano.»
Un giorno, era qualche tempo trascorso dacchè il mio ospite mi aveva narrato quanto venni addietro esponendo, si festeggiavano al castello le nozze d'una giovane coppia del villaggio. Eraun'usanza, a cui il castellano mai non derogava, di invitare in tali occasioni tutti gli abitanti del paesello ad onesta baldoria. Il menestrello del villaggio, un vecchietto dal mento aguzzo e dalla faccia tutta rughe, coll'aria tra di nesci e di malizioso, raschiando maladettamente il suo violino scordato, faceva saltare ai suoi giovani compaesani le più animate monferrine del mondo sulla finissima rena dello spianato. Circolavano in discreta abbondanza buone bottiglie di vin vecchio, e il padrone del castello compiacevasi di quella ingenua allegria.
Sul più bello, ecco per caso straordinario comparire maestro Ambrogio, colla sua andatura incerta e oscillante, col suo aspetto mezzo sonnacchioso, e non fa pur mestieri il dirlo, col suo cane dietro i talloni. Un allegro clamore si alzò da tutta la comitiva a salutarne la venuta.
— Oh! il maestro! Avanti, avanti. Ben venuto il sor maestro! Viva il maestro! —
L'anfitrione della festa si associò ancor egli, e con espansione, al cordiale ed allegro accoglimento.
“Buon giorno, Ambrogio:” diss'egli. “Venite qui accosto a me ed assaggiate un po' questo vino dei miei greppi, so che non lo disdegnate, e me ne direte le novelle.”
Ambrogio stirò le sue pallide labbra in un certo modo che doveva raffigurare un sorriso, mache altri avrebbe detto una smorfia e, lasciandosi prendere e stringere la mano ora da questo ora da quello di uomini e donne che gli si facevano intorno al suo passaggio, venne appressandosi al castellano e a me, che stavamo vicino all'acre archetto di compar Fosco il suonatore, il quale archetto cacciava pure tanta forza nelle gambe di quei bravi giovinotti.
Il maestro era in un momento di straordinario, nè mai visto buon umore, perchè non ismise quel suo cotal ghigno, ed agguantò con avidità la bottiglia che gli tendeva il compare Fosco, già un po' cotto per le libazioni fatte.
“Orsù, maestro del mio cuore, abbocca questa bottiglia, che Dio ti mandi ogni bene! e bando a ogni filosofia!”
Convien sapere che il bravo menestrello alla seconda bottiglia che avesse bevuto, dava del voi a tutti, alla terza del tu addirittura; il terminefilosofiapoi, per lui era sinonimo di malinconia, ipocondria, stoltezza.
Ambrogio, dopo aver bevuto, fece chioccar la lingua contro il palato come usa un vero conoscitore di meriti enologici.
“Buono!” diss'egli: “buonissimo! Questo è la gioia terrena liquefatta e tenuta in serbo; non è vero, compare Fosco?”
“L'allegria!” esclamò questi tutto animato:“l'allegria per cento mila violini!... Vedi, sor maestro dell'anima mia; io non istimo altro nella vita. Tutto il resto, peuh! non vale un cece. Viva l'allegria e sprofondi all'inferno la camusa, o ch'io sono un asino come il bricco del mugnaio.”
E battendo col dorso dell'archetto sulla cassa del violino, per richiamare a sè l'attenzione dell'adunanza, soggiungeva gridando, come a sordi:
“Su, da bravi giovinotti, vogliamo fare due altre capriole?... Eccovi una monferrina da far danzare i morti.... ma che morti?... da far danzare anche gli scudi in tasca d'un avaro.”
E posto il suo perfido strumento alla spalla, appoggiatovi su il mento aguzzo, colla compiacenza che poteva avere Paganini nell'accingersi a suonare, egli diede giù una solenne raschiata che produsse un suono, al cui paragone è una dolcezza la più aspra sorba che vi alleghi i denti e allappi la bocca.
Ambrogio tornò a bere e due e tre volte, finchè la bottiglia pòrtagli da Fosco gli rimase vuota fra le mani. Allora e' si accoccolò per terra vicino allo scellerato scorticatore delle nostre orecchie, e appoggiati i gomiti alle ginocchia, le guancie ai pugni richiusi, il cane sdraiato fra le gambe, stette ad ascoltare quella diabolica armonia, mentre i villani gli saltavano dinanzi con gran confusione, coi più strani gesti e contorsioni del mondo, da parere tanti morsicati dalla tarantola.
Io guardava attentamente il maestro di scuola, attirato da una viva curiosità; che mi aveva destata sul suo conto la narrazione del mio ospite. Già fin dalla prima volta ch'io l'aveva visto, egli mi era sembrato una figura originale; ora, forse per effetto di quello che avevo udito di lui, mi pareva di scorgere in esso qualche cosa di speciale e distinto che lo sceverasse dalla comune, credevo travedere in quel complesso di tratti, di maniere, di forme, alcun che di sopra, o almeno all'infuori del volgare.
Quel certo stiramento di labbra, che in lui teneva luogo di sorriso, non era cessato, e pareva anzi fattosi immobile sul suo volto; ma gli occhi suoi, ordinariamente atoni e smorti, brillavano; di quando in quando, toglieva una delle sue mani da far sostegno al volto, allungava il braccio verso una delle bottiglie che facevano siepe intorno al compare Fosco, e ci dava una tracannata, e ad ogni volta, mentre il corpo conservava la massima immobilità, i suoi occhi brillavano sempre più. Tra una monferrina e l'altra, Fosco serrava in mezzo alle gambe il suo violino, metteva per traverso sulle ginocchia l'archetto, e riceveva dalle mani del maestro la bottiglia, per darle ancor esso un saluto a modo suo.
I due uomini allora si guardavano entro gli occhi; Fosco rideva con un riso secco, Ambrogioghignava silenziosamente. Era un curioso spettacolo l'osservarli. Probabilmente così diversi d'animo, d'intelligenza e di sapere, quei due esseri si trovavano in quel momento assembrati, fatti uguali, accomunati dalla bassa soddisfazione d'un piacere materialissimo.
Ad un punto vidi Ambrogio muover dondolando la persona, come fa l'orso in gabbia, ed accompagnare coll'accennar del capo l'orribile suono di quel disarmonico pezzo di legno battezzato per violino. Nello stesso tempo, e' si mise a parlare con una certa vivacità. Me gli accostai di più per udire le sue parole.
“Su, su:” diceva egli: “animo, via, lesto, forte, coraggio, suona, suona, suona compare Fosco; dágli dentro, più vivo, più ratto, più concitato; fálli saltare, fálli girandolare, fálli sbalordire.... È una pazzia, dirai; ebbene sì, è una pazzia; e con ciò?.... Non sai che gli è nella pazzia che l'uomo ha riposo dalla sventura? Non sai che ogni illusione è pazzia, e che il solo bene sulla terra è l'illusione?.... Su, su, svelto quell'archetto! Esso languisce per Dio! La è tutta brava gente codesta, e il vino è eccellente. Fàtti onore compare Fosco! Tu sei l'Orfeo di questo villaggio. Sai bene: Orfeo faceva ballare il trescone anche ai sassi.”
Il suonatore rideva con quel riso secco a suo modo; e, come spronato da quei detti, affrettavail moto dell'archetto, e agitava il capo, e batteva la misura col piede, e accumulava colla più audace disarmonia le note più francamente stonate.
“Eh eh eh!” rispondeva egli frattanto. “Sei del mio parere tu, sor maestro. L'allegria!.... Nulla vai meglio. Non esco di lì, io!.... Le patate sono buone, le castagne anche migliori, una brava presa di tabacco ha il suo merito, un pezzetto di tabacco in corda da masticare lo stimo di molto, ma un centellino d'allegria val cento mila volte più d'ogni altra cosa. E dove la si trova sicuramente questa benedetta allegria?.... E zin zin e zin zin, in un fiasco di vin vecchio.”
E Ambrogio ripigliava:
“Ti dico che sei Orfeo! Vedi come quella gente si dimena, salta e ammattisce. Essa gode! Sono i crini del tuo archetto che compiono tal miracolo. Vero miracolo! Dare un'ora di gioia ad uomo che vive. Se qui venisse Satana con una corona reale in pugno e l'offrisse a cotestoro in cambio del loro tripudio innocente, sarebbe stolto, tre volte stolto chi rinunziasse ad un momento di questo piacere per tutta la vita del re più potente che stringa scettro nel mondo.... E spero che di tanto imbecilli non ce ne sarebbe nessuno fra questi dabbene.”
Il Menestrello ammiccava come se capisse, col solito riso, e suonando più arrabbiatamente che mai, ribatteva a sua vòlta.
“Eh eh eh! Non gli è tutto qui; stasera avremo una cena. Un mezzo agnello arrostito. Il padre dello sposo è uomo che fa le cose ammodo.”
“Invidio la potenza del tuo violino! Quale altissimo ingegno di poeta mai valse a procacciare ai suoi simili un godimento simile a quello che fai provare colle tue quattro note false? Forse il solo Omero alla società greca ancora fanciulla.”
“Sta' attento! sta' attento!.... Ecco un'altra monferrina ancora più bella. Su, giovanotti, da bravi, alla riscossa!.... Hop! hop!”
“Come paragonare al tuo potere l'azione del povero autore che si stilla il cervello per anni, affine di presentare una sua creazione ad una frotta di concittadini che si raccoglie in teatro a fischiarla? Come a quella dello scrittore d'un libro, su cui sbadiglia qualche dozzina di lettori e di cui malignamente fa strazio qualche insolenza ignorante di critico argutissimo?”
Udendo ciò sospettai in maestro Ambrogio un letterato infelice, amareggiato dal ricordo d'una strepitosamente vergognosa caduta; e mi feci innanzi verso di lui con maggiore interesse. Egli mi vide e s'interruppe. I suoi occhi si fissarono su di me con una curiosità quasi pari a quella che io manifestava a riguardo di lui. Stette un mezzo minuto a contemplarmi; poi, come spinto da unasubita risoluzione, si alzò in fretta e mi si accostò vivamente.
“È vero,” mi domandò egli con istrana animazione d'accento, “è vero quello che ho udito di voi? Siete uno scrittore ed accostate la mano a quella terribile macchina infernale che è la stampa.”
“È una macchina infernale oramai innocente:” risposi. “L'incuria della gente e la coscienza di chi l'adopra l'hanno ridotta senza pericolo... Fatte le debite eccezioni.”
Ambrogio fece quel suo ghigno strano, poi divenne serio, e mettendomi una mano sulla spalla con una certa famigliarità da superiore mi smaltì, tutta d'un fiato la seguente tirata.
«La coscienza di chi scrive? Ecco! Ci credete voi?.... Oh certo siete costretto a rispondere di sì dal fatto che voi pure v'imbrattate le dita d'inchiostro, stringendo una penna. Si comincia per volerne avere, si è forse tanto felici da averne; ma poi?.... L'uso e l'abuso della parola a che non vi menano? Come discerneremmo noi il vero dal falso in quella confusione di cose, d'uomini e di idee che si chiama vita sociale, mentre ci scompiglia e testa e cuore il nostro privato interesse? Quelloche avete sognato fosse un apostolato, vi si fa un mestiere. Vi siete proposto di guidar voi la penna, e siete voi trascinato dalla penna, che ha da darvi da mangiare e da soddisfarvi la vanità.
»La penna! Come, non vi spaventa il maneggiare questo ridicolo e tremendo scettro del pensiero? Non pensate mai quanto germe di male può gocciolarvi giù con una stilla d'inchiostro e seminarsi in un'anima umana, mercè un'idea, una mezza idea, una sembianza d'idea? Anche la più innocente può, in date occasioni, essere la più malvagia. Una favilla che sta per ispegnersi, vi pare la cosa più impotente. Lasciatela cascare sopra un barile di polvere, e la casa intera ne va in aria. Più innocente ancora è un granellino di nero di platino; introducetelo in un miscuglio d'ossigeno e d'idrogeno, e ne accadrà uno scoppio.
»La misteriosa anima umana è tale che può dalle passioni e dal dolore essere preparata in modo che una vostra idea, che? una semplice parola faccia l'uffizio di scintilla sulle polveri da mina, di nero di platino sul miscuglio dei due gaz. E non vi arrestate intimorito innanzi a questo pensiero?... O potete star tranquillo, perchè non avete idee? Ve ne hanno pur troppo di coloro che scrivono senz'aver nulla da dire! Ma voi allora sciupate il vostro tempo, e rubate quello degl'infelici che vi leggono.... Ah! l'incuria della gente:l'avete detto.... Ma non vi fu crudeltà di re tiranno o di frate inquisitore, neppure la truce fantasia del cantore dell'inferno, che abbia saputo immaginare ed applicare un supplizio simile. Come? Voi vi torturate il cervello, vi opprimete l'anima, vi consumate in veglie febbrili la vita, ogni giorno, ogni ora, per una produzione che dovete trarre dal vostro interno, che è il sangue del vostro cuore, e nessuno vi bada, e la vostra voce muore come quella d'un sotterrato vivo in caverna che non ha pure un'eco!.... Chi vi ha condannato a questa vergognosa tortura d'impotenza?.... Mi risponderete forse che vi spinge un interno stimolo, che è il cenno del proprio destino. Non pascetevi di fole. Ma non credete voi dunque nel libero arbitrio dell'uomo? Non vi sentite padrone almeno di non essere ridicolo nello stesso tempo che infelice?»
Si era molto riscaldato nel dire: era diventato tutto rosso in faccia, gesticolava vivamente e gli occhi gli brillavano in mirabil guisa. Si vedeva che l'eccitazione datagli dal bere l'aveva fatto uscire per quel momento dalla passività in cui manteneva chiusi abitualmente la sua anima, il suo pensiero e forse le memorie del suo passato. Mentr'egli parlava con un impeto che mal si potrebbe esprimere, compare Fosco sembrava aver cresciuto ancor egli di foga nell'acre suono del suo violino, e quella musica scordata e quasi direi rabbiosa,a cui si frammischiavano, all'uso montanino, grida selvaggie dai robusti petti dei danzatori, faceva un accompagnamento strano alle concitate parole di mastro Ambrogio.
Quando questi si fu interrotto un momento, io gli dissi:
“Le vostre parole vorrebbero una lunga risposta, e se ne ecciterebbe forse una discussione non breve, che non è qui luogo di fare; ma, se non vi disgrada, e a me piacerà molto, la faremo un altro momento.”
La sua animazione cessò a un tratto; si ritrasse vivamente indietro, come spaventato, tendendo le mani innanzi, quasi volesse rigettarmi da sè, e proruppe con accento di vera paura:
“No, no, nessuna discussione, nessuna parola più su questo argomento, nemmeno una!.... Vi prego! Non pensate più a ciò che vi ho detto.... Non so più io stesso che cosa sia.... non lo sapevo dicendolo.... L'avrete udito che talvolta la mia ragione vagella. Questa fu una delle volte.... Addio addio.... Lasciatemi stare; non venitemi a tormentare dell'altro.”
E s'allontanò da me e dal castello, tentennando nel camminare, forse per l'emozione che mi era parsa veramente profonda in lui, forse per il vino bevuto che era stato molto davvero.
Per più giorni mi fu impossibile di vedere il maestro. Mi persuasi ch'egli mi sfuggiva appositamente e con molta cura, pentito di essersi abbandonato meco a quel momentaneo sfogo di pensieri che dovevano da lungo tempo e frequentemente aggirarsi per la sua testa.
Il mio ospite cominciava ad essere inquieto; e buono com'era, proponevasi di andare egli stesso a cercarne novelle, quando un giorno — si era alla fine del pranzo, che colà, secondo l'antica usanza piemontese, si fa a mezzo della giornata, — vennero ad annunziargli che il maestro era da basso, chiedendo di parlargli.
“Fatelo salir su:” disse il padrone.
E il servo rispose: Ambrogio non volere nemmeno entrare sotto l'atrio, ma pregare colle lagrime agli occhi il castellano perchè volesse scendere ad ascoltarlo da solo, chè a lui, solamente a lui, desiderava, e tosto, parlare.
Il mio amico s'accostò alla finestra che guardava sulla spianata del giardino, e io gli tenni dietro. Vedemmo il maestro che, agitato, passeggiava su e giù col suo passo incerto, più barcollante del solito e la sua testa arruffata dondolante sull'esile corpo. Aveva tale un aspetto didesolazione che il proprietario del castello se ne commosse.
— Gli è avvenuta di sicuro una qualche disgrazia: — esclamò egli. — Chi sa che diavolo sia! —
E levatosi dalla finestra, si affrettò a scendere ed a raggiungere Ambrogio.
Io rimasi colà, appoggiato al davanzale, a guardarli. Non udivo pur una delle loro parole, ma ne vedevo tutti i gesti e l'espressione del viso.
Appena Ambrogio vide comparire il castellano sugli scalini dell'ingresso, gli mosse vivamente incontro, tendendo verso di lui le mani, come si fa ad uno che giunga in punto a salvarvi, e mandando un'esclamazione che era una preghiera essa sola. Poi subito avviò il suo discorso con una vivacità, con un calore, con una abbondanza di parole tali che dinotavano la massima concitazione. E si levava il cappellaccio, e scuoteva la sua ispida ed arruffata capigliatura grigiastra, e si percoteva la vasta fronte, bernoccoluta, e stringeva le mani con indicibile atto di supplicazione fervorosa. In una mossa, con cui, vólto il viso all'insù come in una più viva deprecazione, mi lasciò scorgere i lineamenti tutti turbati della faccia, potei vedere che grosse lagrime gli rigavano le guancie più terree del solito.
— Pover'uomo! — dissi tra me, commosso allavista di quel dolore. — Qual mai disgrazia può averlo colpito? —
Il padrone del castello vedevo che con atti e parole faceva a calmarlo, e sembrava profferirsi in suo soccorso. Ad un punto, quando il maestro ebbe detto ciò per cui era venuto a supplicare, il mio amico levò le braccia, e annuì colla testa in un certo modo che pareva significare:
— Ecchè? Gli è codesto soltanto che chiedete? Ma sì, ve lo accordo; è cosa fatta. —
Ambrogio, in un impeto di riconoscenza, prese a un tratto ambedue le mani del mio ospite, e curvatosi innanzi a lui, gliele baciò. Il castellano le ritrasse vivamente: il maestro parve di subito vergognarsi dell'atto troppo servile, dirizzò la persona, e sollevò la testa con piglio pieno di nuova fierezza; ma fu un lampo; e tornato nella sua abituale umiltà, si partì con passo affrettato.
Il mio amico risalì a raggiungermi nella stanza dove lo stavo aspettando; aveva un sorriso sulle labbra e lagrime agli occhi.
“Che benedett'uomo!” esclamò. “Gli è matto per davvero, e colle sue stramberie non ha commosso anche me? Non indovinereste mai più che cosa è venuto a dimandarmi con tanta disperazione!....”
“Che cosa?”
“Gli è morto stanotte il suo cane.”
“Ah, povero diavolo! Comprendo il suo dolore.”
“E' vuol dargli una sepoltura che crede possa essergli gradita, e che sia salva sempre mai da ogni profanazione. Dice che il luogo in cui il suo perduto compagno si compiaceva di più, era il mio viale de' pini...”
“E vuole seppellirlo colà?”
“Precisamente. È venuto a dimandarmene licenza come d'un gran favore. Dice che verrà egli medesimo stanotte; e vuole ad ogni modo esserci solo.”
Difatti, la sera, verso le undici, dalle finestre del castello vedemmo un lumicino brillare nel più folto dei pini, durante un'ora e forse più. Il domani in quel luogo fu trovato sopra la terra smossa un grosso sasso che prima stava ad una certa distanza di là, e pareva impossibile che il povero maestro avesse avuto forza pur di smuovere.
Capimmo che la salma di Pomino era posta a consumarsi