CAPITOLO IV.

—Messer Adalberto sapeva di struggersi, non sapeva d'essere amato. Per furore di gelosia giurò (perchè non voleva scoprirsi a lei se non con atto tale che facesse parlare tutti i cavalieri) giurò di uccidere me Oldrado e di vituperarmi, insomma in modo che ella fosse non mia, come l'ebbi richiesta! E che non fosse nemmanco del monistero lascia fare a lui! Era prontissimo ad ogni sacrilegio. Così si presentò al giuoco, comperò il mio scudiere, per far credere lo sposo dal cavallo bianco autore di tante prodezze, mentre poi alla fìne Oldrado doveva esser trovato morto, e lui colmo di tutto l'onore! E Guidinga… Oh! fu aiutato dalla fortuna più che non credesse: la decisione del re d'armi lo ammise al bacio della dama! Si levò l'elmo..; O Signore! Guidinga guardò il suo volto e il mio!… Guidinga bestemmiò a me condannato il corpo di lei, ad Adalberto benedettamente dedicava tutta l'anima!.. Ci sposammo, ma, se a vece della ciarpa a toccare il petto dalla parte del cuore, a vece della corona di fiori d'arancio sul capo, ella avesse dato a me tante stoccate, io a lei una corona di spini, noi avremmo offerto a Dio la espiazione delle nostre peccata! Guidinga da angiolo divenne, dimonio!

Dopo nove mesi ella portava sozzamente nelle viscere il beffardo frutto dell'odiatissimo nostro connubio, e giurava e spergiurava che perdere madre e figliuolo sarebbe stato opera meritoria. Io la facevo di continuo guardare. Un giorno ella era presa da strazianti dolori; io origliavo all'uscio attendendo… A un tratto di fuori al castello odo un suono di trombe, poi un paggio mi strappa la veste, gridando:—Messere! messere! i nemici!

—Chi è?

—Adalberto!

O Signore! nel castello so che eravamo male apparecchiati, scarsi d'uomini e scarsissimi di vettovaglie. Che fare? Oh che tormento fu quello! Resistere? Il sommo pericolo! Arrenderci? Il vitupero di mia schiatta!… Guidinga udì quel nome, e nel delirio proruppe:—Adalberto! tu vieni a togliermi da questo inferno!—Invocava il nimico, ed io aspettavo da lei uscisse o un bambino un dì destinato ad ascoltare il testamento del padre, o una bambina che avesse a dare ai figli col latte il veleno dell'odio! Ringhiavano le trombe al di fuori. Io mi precipitai dalle scale, ed ecco occorrermi il mio fedele Aimone.

—Messere, siamo perduti!

—Per Dio! ditemi! fate qualcosa!

E quegli dubitava:—Ricorrere alle armi…

—Ricorriamo al tradimento! E che fece egli con me? Per Dio!—e mi accordai con lui, e conclusi:—Dammi un pugnale avvelenato, e tu a tempo sbatti la porticina nel corritoio.

—Messere sì!

—Dammi un pugnale avvelenato: e lascia a me la cura di sgozzareAdalberto!

In cima allo scalone ascoltai un grido così feroce che mi rivolsi e temetti di avere alle terga il nominato: guardai e vidi madonna che, nuda, oscenissima e sanguinante, si rotolava giù di gradino in gradino… Accorsi, più che per odio a lei, per amore furioso della creatura che si teneva in seno!… forse già schiacciata per le violenti percosse! Accorsi e la avvinghiai, ed ella con affanno straziantissimo, supplicandomi ed imprecandomi:—Messere, salvate Adalberto! Non fate tradimento! Non fate, per pietà dei sette dolori santissimi!

Ed io:—Datemi la mia creatura!

—Sì!

—Datemela!

—Salvatelo! Che vi ha fatto! V'ha fatto troppo! Ma era destino così!Perdo le viscere!

—Datemi la mia creatura!

—Si, vi giuro! Giurate voi di non fare tradimento!

—Lasciatemi!

—Ho giurato! E voi siete così sleale! Voi siete cavaliero? Ah so! non giurate perchè siete dannato nell'altra vita! Non credete in Dio!

—Madonna! vi giuro!

—Vieni, o mio Adalberto! Egli non ti uccide!—rincominciò ella nel delirio, ed io balzai dalla scala!… No! ritornai, e la trasportai nel suo letto, nel nostro talamo! E stetti al suo fianco, attendendo l'istante… Oh quelle tre ore!… Nacque il bambino:—sei tu! Entrò Adalberto nel castello, io gli prestai l'omaggio nella chiesetta. Quando gli dissi ch'ero disarmato e mi dichiaravo vassallo suo, gittai il pugnale, perchè avevo giurato a lei! Poi feci aprire la porticina del corritoio e tutte l'altre delle camere, indovinando il tristo pensiero di Adalberto. Quando il signore, correndo per il castello, venne al letto di Guidinga, trovò una morta, senza lume accanto, senza frate, senza croce fra le mani!

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Così rompeva messer Oldrado il suo racconto. E fremeva:—Però nessuna occasione fu da me trascurata! Chiamo in testimonio il bianco spettro di tua madre! Ho ribellato Lamberto, mancai all'omaggio, comparvi al convito colla spada, feci percuotere l'araldo! Combattei! Ma non ebbi mai completa ventura, per maledetta condanna! Figliuolo, sei cavaliero: eccoti gli speroni: figliuolo, sei erede di tutto. Ecco il mio testamento!

Pochi giorni dopo Oldrado, trascinatosi nello stanzone del castello, cogli occhi smarriti cercava i suoi sproni, e, solissimo, là moriva percuotendo le sue armi. Un tristissimo malore, toltagli la ragione, l'aveva tutto disfigurato. Ugo lo volle vedere nel cofano aperto: e comandò lo si lasciasse giacere due notti ai piedi di quel tremendo scalone…. Dicono le cronache che vi venisse la _madonna perduta _e ripetesse la condanna:—Voi non credete in Dio!

Oldrado fu sepolto. Ugo si fece cupo, angosciosissimo, apparve come la fiera che tende l'insidia: temette le squille pei poveri trapassati, e, rammentando certi portici deserti, una cappella sempre parata a lutto, fingendosi alla fantasìa un dì in cui si sentissero suonare tutte le trombe del castello, correva al camerotto dell'armi, quasi attendesse ancora il padre, si travolgeva sul letto nel quale sapeva lui essere nato, essere morta la madre, interrogando:—È questa la vita a cui mi dannaste? Che delitto ho commesso prima del mio nascimento? Perchè nacqui colla maledizione?—e lagrimava nell'angoscia:—Ho venti anni! E in venti anni tre volte ho sorriso: quando la prima volta su un'altissima cima vidi all'orizzonte sorgere il sole, e vidi che avvolgeva anche me ne' suoi raggi: quando suonò la tromba che mi chiamava all'armi: quando…. Non è riso, è sogghigno! Ebbene sogghigno oggi in cui mi trovo tanto deserto!… Dicono che ci sia il mare. Com'è il mare? Dovrebb'essere come l'anima… Com'è l'anima?—Non aveva mai parlato nè con una donna, nè con un frate, nè con un amico: e si sentiva rozzo, villano, cattivo, crudele, fortissimo, libero…. Con economìa di parole si esprimeva:—Mi sento tormentato! Voglio odiare! E voglio amare!

Il testamento di Oldrado era confìtto nella memoria e nella volontà di Ugo.—Vendicati! Sì, e poteva sorridere o sogghignare per la quarta volta: Adalberto stava sempre chiuso nel suo castello d'Auriate, forte d'uomini, e scaltrito dall'astrologo. Venisse il giorno in cui Ugo, battendo l'avello del padre colle calcagna spronate, potesse dirsi:—Mi ascoltate? Io non ho tempo d'ascoltar voi, se anche mi narraste le istorie del di là!

Venne il giorno, sì: quello in cui l'araldo bandì doversi prestare l'omaggio al signore. Ugo stava ai piedi della chiesa nella suacurte: c'erano pure messer Ildebrandino, Baldo, Aginaldo, e tra gli scudieri Aimone. I cavalieri ascoltarono, diedero mano alle borsucce, poi se ne andarono: Ugo, tenendosi vicino Aimone; gli altri dietro, legati da nessun aperto discorso, pure tacitamente affratellati da un odio solo.

Ugo disse allo scudiere:—Il meno che si sarebbe potuto fare?

—Messere,—rispose questi—dargli a masticare la pergamena.

—Ah! parli dell'araldo?

—In quanto a messere…!

—Ci abbiamo pensato!—attestò Ugo: poi—Aimone, hai conosciutoUnfrido? Sai com'è morto?

—Vostro padre lo fece trascinare dall'istesso puledro morello. Ma perchè dite così?

—Per avvisare i traditori—Ugo disse ad alta voce.

—Per Dio!

Allora, udendo questo, Ildebrandino prese a camminare lesto, in modo da giungere a pari di Ugo, e aggiunse:—Per avvisare i traditori e i traditi.

Ugo, il quale struggevasi nell'ardentissime battaglie dell'anima, e in quel momento più che mai sentiva amaro l'essersi ingozzata la vergogna di quel bando, udendo le parole d'Ildelbrandino e notandone il tono, fu lì lì per gridare ai cavalieri: —Qua la mano e giuriamo vendetta!—E sarebbe stato ascoltato. Egli conosceva Ildebrandino, come Ildebrandino conosceva lui: si salutavano cortesemente quando il raro caso portava che fossero insieme, ma ognuno pensava tra sè:—Se quel valente mi fosse allato!—e l'uno e l'altro nella sommessione al comune signore, trovava, anzichè una spinta ad amicarsi ed operare, un argomento penoso per starsi lontani, sospettando che quegli potesse dire di questi, e questi di quegli: —Perchè ha sopportata tuo padre?—Perchè hai sopportato, come un giumento, finora?—Adunque Ildebrandino fu soddisfatto di aver dato appicco a quella conoscenza che sperava doversi stringere e mutarsi nella sospirata congiura, giacchè di Ugo presagiva molto, sapendolo valoroso e bollente. Ed Ugo fu contentissimo di avere con sua volontà eccitate quelle parole, buon indizio di tempra inflessibile.

Si fecero l'uno appresso all'altro, e il loro esempio fu imitato dagli altri due baroni, messere Baldo e messere Aginaldo: quello un vecchio ringhioso e impaziente; questo un cavaliero poderoso, guerriero quando ci fossero petti da passare fuori, non importa se d'amici o di nemici, cacciatore di lupi audacissimo quando gli mancassero gli uomini.

Si avvicinarono Ildebrandino ed Ugo, e siccome Aimone stette per porsi dietro ad essi, Ildebrandino, cogliendo l'occasione di più chiarire il suo animo e applicando il motto che ci si guadagna ad accarezzare il cane per il padrone:—Scudiero—disse:—avete capegli bianchi e l'essere invecchiato presso messere Oldrado so quanto valga.

Ugo si drizzò tutto, e trovò di concludere così:—O Aimone, imparerai ad aprire i portoni delle castella. Aimone, non farti scrupolo: quando portavi a mio padre la lancia pel combattimento ti facevi forse di dietro? Metti conto che il viaggio può essere lungo. Ma noi ci incamminiamo. Messere Ildebrandino?

—Con la grazia d'Iddio—rispose questi.

—E con la nostra volontà.

E i due cavalieri sporsero simultaneamente la destra e se la strinsero.

Il giorno di Pasqua di Resurrezione già abbiamo veduto come Ugo abbia fatto e Ildebrandino risposto.

I cavalieri eruppero dal castello d'Auriate, avviandosi dietro ad Ugo, e tale era la furia di voler la pugna che si udiva esclamare:—Messer Aginaldo, che dite?—Dico che vorrà essere ottimo giuoco!—Mandiamo i paggi per le armi!—Era tempo!—E i nostri montanari sono tutti pronti e vogliono le prede.—E quelli di Ugo!—Educati da Oldrado!—Orsù!

Ed Ugo gridava:—Ci vuole unione di consiglio.

—Dove andiamo ora?—interrogava rabbiosamente Baldo.

—Se ci attardiamo all'impresa siamo perduti!—gridavano gli altri.

—Volete combattere oggi?—domandava Ugo.

—Oggi!—Sì, sì, gli facciamo in tal guisa gli omaggi!—Oggi!

—Messeri—disse Ugo:—è giorno di Pasqua.

Aginaldo che non lo ascoltava o non voleva ascoltarlo:—Liberiamo le nostre castella! Gli avi le tennero sì o no? Più bella giustizia non si sarà mai resa! Chi è Adalberto? Chi siamo noi? Noi sì siamo i padroni dei nostri servi, ma noi non siamo servi ad alcuno: egli non può essere signore di gente libera.

—Messeri,—ripeteva Ugo:—vogliamo esser leali!

—C'è tregua fino a che il sole va sotto! Dopo si possono squassare quante lance si vogliono—diceva Aginaldo.

—Vero anche questo.

—E poi che cosa è il combattere? Conseguenza di una sfida che non si poteva fare? No, è difesa—esclamava il Baldo.

Qui parlarono di regole d'armi: gridarono, sempre camminando, per togliersi fuori dalla gittata degli archi saluzzesi, che potevano essere nascosti tra merlo e merlo o alle feritoie del castello.

Alla fine Ugo concluse:—Così non si fa alcuna cosa! Unione di consiglio e d'armi: per quella vuolsi che ognuno esponga recisamente: per questa che ognuno sappia di quali e quante forze può disporre. E per l'una e l'altra richiedesi obbedire a un capo.

Tutti intesero benissimo: Ildebrandino e Aginaldo ardenti di entusiasmo:—Voi!—cominciarono a gridare:—Voi il capo! Sappiamo come avete incominciato! Pensiamo come volete finire!

Egli, a vece di rivolgersi a loro, si volse a Dio, acclamando solennemente:—L'omaggio deve essere reso a Te solo. Noi non siamo torme di ribelli, perchè non erano torme di schiavi gli avi nostri ab antico! Dunque, cavalieri,—strinse Ugo:—dove ci riuniamo?

—Dite voi.—Dite voi.

—Più atto ad esplorare i movimenti che potesse fare il conte parmi il castello di messere Ildebrandino. Assentite, cavaliero?

—Per la spada di Sichelmo mio! Quando, e' saranno venti anni, venne Guidaccio sul mio torrione, avevo tutti gli uomini appestati da un certo pellegrino che ospitai. "Suonate per me: i nostri figli, spero, ricorderanno questi squilli" dissi. Figli maschi non ho: io voglio rispondere, io stesso, e con me il mio Oberto!

—Al castello d'Ildebrandino—disse Ugo.—Mezzogiorno è ancora lontano. Messere Aginaldo, quanto impiegate dal vostro portone a quello di Ildebrandino su un buon corridore?

—Io non ho cavalli grami—morse il cavaliero:—Con qualunque de' miei in due ore vi sono.

—Dunque, messeri,—comandò il capo dell'impresa:—fra quattro ore aRupemala.

—Non ho cavalli grami!—incioccò i denti Aginaldo.

—Non dico questo: ne è caso vi offendiate. Ad andare al vostro un'ora, a rassegnare le armi e i vassalli un'ora e mezza, un'altra e mezza dal vostro castello a Rupemala, o forse manco, perchè le vostre scuderie hanno tanta rinomanza quanto il vostro valore.—Così fu contento anche messer Aginaldo.

E si separarono.

Primo a mettere il piede sul ponte di Rupemala fu Ugo. Aveva tanto osato e tanto ottenuto in quel giorno, che per ambizione audace, tentava di cancellarsi dalla mente la memoria del padre e della madre, lanciandosi colla fantasìa in un combattimento vittorioso, per fare tutta sua la gloria dell'impresa. Quei fantasmi gli rubavano! E per Dio! suo l'ardimento, sua la valentìa che gli aveva sottoposti spontanei anche i vecchi cavalieri, suo l'accorgimento, e suo l'esito… E se fosse rotta? Oh rotta no, no! Che vitupero!…

Ugo entrò nel castello, perchè tosto al suo nome si aperse il portone: fu condotto in una sala d'armi, aspettò poco, osservò molto, computando quanti uomini si potessero arnesare subito con piastra e maglia, poi s'inchinò là dove la porta si spalancava. Venne innanzi messer Ildebrandino coll'usbergo sopra l'abito di pelle: e con lui un bellissimo giovane di diciotto in diciannove anni, pallido, aggraziato, più atto, a giudicare dalla sua persona, a toccare il salterio che a reggere il lanciotto del signore, come voleva il suo ufficio, e questo appariva dagli sproni d'argento.

—Oberto,—disse Idebrandino, prendendolo per un braccio:—questi è il cavaliero Ugo, il quale ti farà degno della sua stretta di mano quando tu avrai la fascia sull'armi.

—Non me la faceste promettere?—Oberto interrogò lo zio coraggiosamente. Si trovava di fronte a quell'Ugo che in un ultimo gioco l'aveva soperchiato in tre incontri! E quell'Ugo già aveva gli speroni d'oro! E lo zio, sperimentato cavaliero, s'inchinava a quel venuto del malanno!

—Quando messere Ugo lo creda,—disse Ildebrandino.

—Quando io la meriti!—interruppe Oberto.

Ugo davvero incominciò ad amarlo.

Vennero i cavalieri, e furono presi gli accordi per la dimane Ildebrandino con Oberto sopraintenderebbe alle macchine guerresche: messer Aginaldo darebbe gli arcieri più abili, coi capitani Guelardo ed Irnando: Baldo vi unirebbe i suoi savoiardi con Aldigero e Ugonello, al cavaliero il comando dei cavalli di retroguardia: a Gisalberto il servizio di esplorazione notte e giorno co' suoi, Oddone, Eleardo capo dei saluzzesi armati di scuri: Ugo alla testa di venti valentissime lance regolerebbe le mosse di vanguardia e d'investimento: e via, e via: i castelli non istarebbero sguerniti: si lascerebbero armi ed avvisatori in ognuno di essi.

Come voleva la cortesìa delle usanze, i messeri furono convitati. Entrarono in una sala assai rozza, ma spaziosa, col tavolo fumante di mezzi capretti arrostiti, colle seggiolone coperte di pelli di lupi. Scinsero le spade, rumorosamente gittandole in un mucchio, allentarono le fibbie delle piastre e delle maglie, si lasciarono andare giù sui panconi, pure nessuno mise le mani nel tagliere, perchè un posto, e il più eminente, rimaneva vuoto. Nè attesero a lungo: si sollevò l'usciale della sala, e un paggio, affacciando mezza persona, annunziò:—Madonna Imilda.

Apparve la figliuola di messer Ildebrandino e della morta Adelasia, di vaga persona e di animatissimo viso, in stretta gonna oscura, cinta su da uno scheggiale, e coperta il capo dai lati con un velo appuntato: s'avanzò salutando i convitati, e, al cenno fattole dal padre, s'assise al suo posto. A destra aveva messer Ugo, a sinistra il suo parente Oberto.

Ildebrandino così la salutò:—Valenti, udite: la figliuola mia sa assai bene di leuto e canta di Carlomagno e dei paladini: operate in modo che il suo strumento abbia una corda anche per voi; e la sua bocca una voce per le vostre imprese. Amabilissima figlia, abbiateci grazia!

Di poi i convitati presero l'invito non da scherzo, come ai dì nostri, e se da quegli assalti alle vivande dovevasi trarre augurio per la domane, in verità era buonissimo. La sola fanciulla non aveva tagliere dinnanzi e non partecipava all'allegrezza epulona: il che era richiesto dal suo decoro verginale.

Ugo guardava… La smorta faccia di Oberto non era faccia che egli si potesse dipingere incorniciata di maglia, colla bocca che impreca ai nemici, col naso fiutante la polvere del combattimento, cogli occhi dai lustri audacissimi… Imilda, melanconica e dolcissima, aveva l'aureola dei biondi capegli, le labbra dischiuse al canto amoroso, le nari voluttuosamente ebbre come d'alito profumato, le pupille lente nel sopore placido delle visioni insidiose.

Ugo guardava irresistibilmente. Il viso di Imilda gli pareva sfumasse nelle nebbie di un sogno. Che sogno? Oberto toccava il salterio: ella cantava le laudette religiose. No! no! Oberto riprendeva lo strumento e atteggiava la persona al mollissimo abbandono dell'amore.—Per l'inferno, spezzategli le corde!—Ugo con moto improvviso sorse, e si cinse la spada, poi ne morse gli elsi con potentissimo affetto.

—Chi siete?—una e due volte domandò Imilda ad Ugo.

—Sono il figlio di Guidinga.

Imilda lo interrogò con un lungo sguardo. Ed Ugo nuovamente pensando:—Com'è il mare?—si rispose:—Dovrebb'esser come l'anima quando è in tempesta! Come l'anima quando sorge il sole!

E veramente per la prima volta sorrise….

L'indomani mattina Ugo era capo di un drappelletto di lance in vanguardia, moveva al castello di Adalberto, e così parlava ad Aroldo, un capitano di Gisalberto, che gli era accosto:—Io vi dico che la sorpresa deve riuscire benissimo. Sentite: lo spione che inviammo colà all'alba ne tornò dicendo essere il portone guardato bensì, ma pure aperto per dare accesso ai carri che vanno e vengono da' vassalli per le provvisioni, perocché il messere teme l'assedio. Dunque i pochi balestrieri di Aginaldo girano per di qua e si presentano sotto le torri, alla facciata secondaria; là l'offesa, là pure si concentrerà la difesa, e intanto non vorranno cessare i carri e le carrette di passare col necessario, tanto più che essendo debole l'investimento non darà luogo a soverchie precauzioni. Si penserà, state sicuro, al pericolo avvenire; quello della fame. Quando noi lance avremo il segno di sbucare dalla selvetta, di rovinare giù al portone…

—Sentite o non sentite?—l'interruppe Aroldo:—St, st. Fermate i cavalli. Sentite?

—Per l'anima di Oldrado, se è tromba! E i balestrieri non sono ancora a posto!—meravigliò Ugo.

S'udì ancora uno squillo venire dalla banda del castello, ed ecco poco dopo, alla svolta della strada, di lontano, comparire un gruppo di cavalieri, coi pennoncelli spiegati.

Ugo si drizzò sulle staffe e disse a Aroldo:—Guardate che colori sono quelli.

—Azzurro e bianco.

—Colori amici. I pennoncelli d'Ildebrandino. Ma come…?

—Tre cavalieri e due paggi da piede… cioè tre cavalli e quattro cavalieri. Oh come ci sta a disagio quel messere! Su un animale due cavalcatori! Che quella fosse fuga?

—Ma chi diede ordini così? A chi si obbedisce? Suonò forse il mio trombetto?—e Ugo tormentavasi e già malediva i nomi degli altri capitani.

Avvicinandosi la compagnia, poterono meglio vedere. Aroldo notava e riferiva:—Conosco il cavaliero: è Oberto.

—Oberto?—e Ugo diede una rabbiosa strappata di redini al cavallo: poi, per non farsi scorgere, accarezzò la criniera dell'animale, dicendo:—Con questa furia atterreresti un portone!

—È Oberto con Bonifacio ed Eustachio.

Venivano, venivano: erano a pochi passi: s'arrestarono. Oberto trionfalmente scosse la lancia, dicendo ad Ugo:—S'incomincia bene. Facciamo suonare la vittoria nostra dalla bocca del nemico! Bonifacio, mostrate che caccia si è fatta.

Il nominato saltò d'arcioni, e fece grandi sforzi per trascinare giù dalla groppa del suo cavallo quel secondo cavalcatore, un uomo a sarcotta discinta, a capo scoperto, il quale colle braccia piegate dinnanzi si celava la faccia per vergogna, ed aveva al collo una tromba. E dalli e dalli, pesta e ricevi, a conti fatti, il prigioniero rotolò giù e fu messo tra due cavalli, intanto che Eustachio dal sacco della sella apparecchiava una fune gagliarda… Era Guidello l'araldo!

—Messere,—disse, Oberto ad Ugo coll'aria di chi finalmente parla da pari a pari:—lo zio voleva ch'io mi rimanessi alla scorta degli artífici militari. I trabuchi e le manganelle li ho anch'io!—e diedesi a muovere le braccia, come se rotasse uno spadone.—Mettete i tardi e i vecchi alla guardia, i giovani alla battaglia! Dunque mi cacciai giù al castello con due cavalieri, venni al ponte: il portone era spalancato, e mi spinsi dentro! Trovo l'araldo che voleva dare l'avviso dell'agguato: eh!

Ugo non lo lasciò finire è domandò:—Dov'è vostro zio?

—Dunque, Guidello lo afferro alla gola…

—Andate da vostro zio e ditegli che, facendo come fate voi, non si guadagnano più gli speroni d'oro. Croce di Dio! chi diede ordini così? A chi si obbedisce?

Oberto sbuffò tra i denti:—E messere Ildebrandino non sapeva e non doveva essere capo?—e in cuor suo diede tante bestemmie ad Ugo che a volersi questi redimere non bastavano le limosine di tutta cristianità al santo sepolcro. L'irrequietudine dell'età, la baldanza di affrettare quel giorno in cui comandasse a vece d'Ildebrandino, la brama di cose nuove, l'inferiorità sua in confronto di Ugo, erano dardi fitti nell'anima di Oberto. E l'amore! Messeri sì, l'amore per Imilda! E ad Imilda doveva comparire innanzi come uno scudiere frustato! allo zio come un traditore dell'impresa! ai duci come indegno di cavallerìa! Oh messere Ugo! Ma Ildebrandino non sapeva e non doveva essere capo!

—Conducete il prigioniero a Rupemala—aggiunse Ugo:—e fatelo guardare.

Il quale Ugo, dopo che ebbe detto ad Aroldo e alle lance che lo seguivano:—Corriamo ad avvisare i balestrieri—stringendosi fieramente sul cavallo, alla tempesta della corsa per la montagna associò una furia di pensieri giù per il precipizio della gelosìa. Se un indovino gli avesse detto:—Messere, c'è una donna!—Ugo avrebbe risposto:—Quante tratte di corda vuoi per metterti a luogo la testaccia?—Eppure! Così bolliva sordamente:—E dire, o giovinettino, ch'io ti facevo solo buono a toccare il salterio e a startene sul cuscino ai piedi del seggiolone! E mi giuochi di quelle imprese arrischiate! Rompi i comandi, ti cacci a dirotta sul terreno nemico, con due lance!… Eh se t'avessero chiuso dentro al castello e squartato come un traditore? Il tuo coraggio deve piacere! Con due lance? E non ti acconci ad ungere le ruote delle manganelle? Altro che leuto! Ma sei bello, e suonavi bene lo strumento e t'atteggiavi ai piedi del seggiolone! Morte dell'anima mia!—Fremeva Ugo, sentendosi addoppiare il cuore da un nuovo tormento:—Madonna Imilda ti guarda e canta al tuo suono…. Galoppa, galoppa, o mio morello: stringetemi a sangue, o maglie! Perché non si combatte?… Che voglio dirmi? Che voglio scoprire in me? Ugo non deve saperlo!… Padre, Guidinga, supplicate voi ch'io sia ferito a morte! Suona, Aimone!… Ci sarà fragore, pugna, sangue, ma in me sempre una colpa, un rimorso, un tristo serpente!… Ugo non deve saperlo! O solo quando Ugo ne rida!

L'audacia di Oberto danneggiò le operazioni militari divisate. I balestrieri, i quali con Guelardo s'incamminavano a disporsi, vedute le lance con Ugo che movevano verso di loro, credendo che quelle avessero dei nemici alle spalle, si diedero alla fuga, precedendole nella direzione che quelle avevano preso nel corso, e così oltrepassarono la facciata secondaria del castello, poi, trovato il terreno scosceso, mutarono cammino e presero a salire la montagna per nascondersi nelle macchie, e per quanto le lance gridassero ad avvertire Guelardo di ritornare, continuarono scompigliati. Dal rumore delle trombe e dalla voce tremenda di Ugo avvisati gli arcieri di Adalberto, salirono sulle torri o incominciarono un formidabile saettamento.

—È così!—diceva Ugo:—A chi dobbiamo gratitudine per questo cominciamento di pessimo augurio?—E fu contento di rispondersi:—Vituperato le mille volte quell'Oberto!

Due dì dopo, di buonissima ora, era incominciato il combattimento sotto le mura di Adalberto. Si erano mandati innanzi i balestrieri, i valentissimi di messer Aginaldo, con Irnando, coll'ordine di principiare l'offesa su un lato per ingannare il nemico, facendogli su quello concentrare la difesa: poi venivano le torri e le macchine balistiche con robuste travi, e queste dovevano investire dai fianchi più deboli: poi cento saluzzesi, forniti di scale e armati di scuri, con Eleardo, i quali avevano comando di starsi appiattati nelle boscaglie per correre ad un segnale al ponte e al portone: poi i cavalli e i fanti: c'erano Ildebrandino con Oberto, Ugo, Aginaldo, Gisalberto, Baldo.

Ildebrandino e Oberto stavano colle macchine da un lato verso la valle. Ugo dal lato seguente, in direzione del castello d'Ildebrandino, e con lui c'erano Gisalberto e Aginaldo. Baldo doveva guidare le lance e i fanti.

Ugo, legato il cavallo a un troncone delle moltissime piante, tenevasi dietro ad una torre di legno, e badava a rotolare i massi che si spaccavano dalla montagna sotto la tempesta di certe azze montanare: li rotolava verso la maggiore petriera, e dava loro l'augurio:—Tu pari fatto apposta per piombare sull'elmo di Adalberto. Tu se colpisci come so io, vali tant'oro quanto pesi!—E via, e via, aiutava, più come fante, gli armati d'Ildebrandino, che come capitano della spedizione, faceva cuore ad essi:—Da valenti, assestate la trave, tirate la fune! Da valenti, giù, giù, giù!—E il colpo partiva. Dopo messere levava il volto su ai battifredi, si toglieva l'elmo e lo buttava a terra, dicendo:—Sbalestrate anche questo, chè io non temo le frecciate!—rialzava la faccia e chiamava:—Vedeste? Più a dritta o più a mancina? Quando siamo a tempo! Voglio balzare con voi sul battuto! Dite, Aginaldo!

E quelli dall'alto:—La muraglia cede. Dalle balestriere vien giù l'inferno, ma i nostri arcieri non indietreggiano di un passo. Santa Maria! Seguitate! Su una torre è sbucato Adalberto! Fate avanzare le macchine!—E gli armati che erano sul battifredo, si precipitarono giù dalle interne scale di esso, perchè fosse più leggiero; e, attaccatigli cavalli dai lati, e dietro spinto da Ugo, Aginaldo, Gisalberto e da molti fanti, quello si avanzò, tentennando maestosamente, fino a dieci passi dal fossato. Arrestatosi, gli armati s'incalzarono per salirlo, gridando:-Calate il ponte!—Era il ponte una lunghissima tavola, sostenuta da catenoni, la quale si abbassava, precisamente come i levatoi, a mettere in comunicazione la piattaforma del battifredo colle mura nemiche.

—Calate il ponte!—gridavano ancora Gisalberto e Aginaldo, correndo sulle strette scale.

—Maestro Sega, mettete i contrappesi!—comandava Ugo con poderosa voce:—Girate le ruote e tendete le corde!—Ma non vedeva il maestro.

Gli armati nell'ardore dell'assalto udirono quel comando, e credendo fosse ubbidito, o, a meglio dire, fremendo unicamente per menare le mani, erano giunti all'alto. Aginaldo liberò un catenone, poi l'altro, nè tenne la fune del ponte perché abbassasse a poco a poco, ma lasciò andare. Gisalberto esultava:—Investiamo con impeto!

Al basso Ugo ancora affannosamente minacciava:—I contrappesi o la dannazione eterna!—ed ecco ficcando intorno gli occhi, gli venne veduto il maestro orrendamente schiacciato nel terreno e dimezzato il corpo da una rotaia sanguinosa: una freccia gli era confitta al petto.

—Cavalieri!—ebbe ancora cuore di urlare Ugo:—tenete i catenoni!—ma non aveva ancora detto, che ecco la torre barcollò verso la fossa…. Egli che si stava attaccato ai congegni delle ruote posteriori fu balzato a cinque passi sul terreno: la torre con fragore di ruina schiantò il ponte contro le mura nemiche, e precipitò nel fossato Gisalberto, Aginaldo e quanti armati v'aveva. Nel castello suonarono i pifferi a scorno e dalle feritoie i balestrieri levarono grida di vittoria… Si scosse Ugo, dolorosissimo, e ancora incerto di quanto era accaduto, ancora imprecava:—Maestro, v'hanno pagato per tradirci?—Si volse su un fianco e vide gli uomini che, abbandonate le petriere e le manganelle, accorrevano animosissimi, giungevano alla torre, vi s'arrampicavano come gatti, tentavano di unghiarsi alla muraglia: ma la muraglia restava troppo alta e non dava appicco; piovevano gli olii e la pece, guizzavano d'alto in basso le punte: e chi degli assalitori rifaceva il cammino: chi era incalzato: chi incontrato: e chi piombava nella fossa: e chi, avvinghiato al legname, si spenzolava!… Intanto sopraggiunsero i fanti e i cavalli che erano indietro.

—Avanzate le manganelle! Se il ponte c'è, per Dio! fate la breccia!—tuonava Ugo, tentando di rizzarsi dal terreno sul quale lo inchiodavano le doglie.

Cominciarono poco più di dodici uomini, incontro alle frecce nemiche, a trascinare le macchine e a caricarle di sassi, e a porle da assestare i colpi. Presero a farle giuocare: un proietto percuoteva nelle mura, l'altro nella torre, sconquassandola e facendola sempre più piegare, e i nemici ridacchiavano e ululavano i troppo presti assalitori così sfracellati dagli amici.

Ugo, non sapendosi persuadere che fosse desto, così com'era senza l'elmo, si tormentò fortemente la faccia, poi si rotolò davanti a una pozza d'acqua, e in essa tuffò il capo per averne refrigerio.

Accorrevano in quella Oberto ed Ildebrandino, e venivano dall'altro lato del castello, investito dalle petriere e dai trabuchi, a portare la trista notizia che troppo deboli erano le macchine, nulla si era potuto fare, dalla porta deretana avevano dato il passo ad una banda di nemici, combattendoli sì, ma non sperdendoli. Tutti credevano che questa masnada fosse venuta alle spalle di Ugo per distruggere le torri di legno.

Oberto incominciò a meravigliare:—Come? Qui non ci sono i nemici?—e vedendo, alla lontana, Ugo disteso bocconi:—Messere,—disse allo zio:—è morto!

—Chi?

—Ugo. Si storce nell'agonìa. Guardate!

Ildebrandino per dolore volse via la faccia esclamando:—Oh la libertà delle nostre castella!—e vivamente:—Ma i nemici non sono venuti per di qua?

—Tutto non è perduto, messere. Fate lavorare le scuri al ponte!

—Ugo è morto!

—Fate in vostro nome!

E tutti e due galopparono oltre, per un pezzo, verso le macchie: ad un tratto ecco sul cammino loro incontro il trombetto di Ugo.

—Che avete?—domandò Ildebrandino.

—Lasciatemi, chè ho grandissima furia!

—Che avete?

—Devo parlare a lui!

—Ugo è morto! Mi riconoscete?

—Morto?

—Morto di punta—confermò energicamente Oberto.

—Santa Madre di Dio!—proruppe il trombetto:—Torno dall'inseguire un traditore accorso di lontano, che poco stette mi mettesse lo scompiglio nei saluzzesi! "Messere! dov'è Ildebrandino?" gridava egli per farci abbandonare l'assalto: "L'ho difeso quanto ho potuto! ho difeso madonna! ma il castello d'Ildebrandino è in mano dei nemici!"

Oberto e lo zio furono lì lì per rovesciarlo d'arcioni.

E quegli seguitava:—Ma dite! Il capitano è morto?

—Pensiamo ai vivi—rispose irosamente Oberto.

Lamentò Ildebrandino:—Che si è fatto da Aginaldo? Da Gisalberto?Baldo ancora aspetta coi cavalli! Che aspetta?

In quella quattro uomini, gittando l'armi, venivano per la montagna, abbandonate le macchine e lasciati vilmente i compagni. Come videro i cavalieri e il trombetto Aimone, certo si sentirono a mal punto, il perchè due ad alta voce dissero a giustificazione:—Aginaldo e Gisalberto sono morti! Aldigero, Ugonello, Oddone, sono fuggiti alla valle!—e con artifìcio:—Voi che avete tromba, dove siete stato? Il capitano ci mandò in cerca di voi. Presto, suonate! ad avvisare i saluzzesi!—e si dispersero nel bosco.

—Dio volesse che fosse come voi dite!—lamentò Aimone.

—Pensiamo ai vivi—replicò Oberto con ambizione:—Due dì fa l'impresa fu cominciata da tale che aveva sproni d'argento!

—E con quel tale io la compirò!—comandò lo zio:—Vi faccio cavaliere d'arme! Voi sarete tanto valente che sbatterete la testa di Adalberto sul ponte di Rupemala a orrendo giuoco dei mastini!—e così proclamando in atto di solenne promessa volse il capo nella direzione del suo castello. Una nube nerissima, a vortici rigurgitanti, dal sotto in su insanguinata da riflessi guizzanti, si levò dal basso del monte, roteando nella valle.

—Oberto!—gridò Ildebrandino, afferrando il nipote per un braccio sì fortemente che quasi lo fece staffeggiare:—E non diemmo le mazze sul capo al malaugurato! Guarda! La masnada era corsa la!

Oberto guardò e non riuscì che a dire:—E potemmo lasciare solaImilda!

Il trombetto si toccò la spada, dicendo, come ad ammansarli col pensiero di vendetta:—E affermava dunque il vero quel traditore! Ma gli ho pagato l'ambascerìa quanto valeva: tre stoccate sulla testa tanto vecchia e tanto pelata! E ancora parlava! "Ho difeso!" E voleva dirmi il suo nonme, e lo disse, ed io lo bandirò per vitupero dei traditori: Federigo saluzzese.

—Il mio fedelissimo servo!—urlò lldebrandino: e Oberto spronava al suo castello.

—Tu l'hai ucciso! Vitupero a te, figlio di bifolchi! Non conosci i forti e i fedeli?… Oberto! Oberto! attendimi al tuo fianco!… Tu l'hai uccìso? E tu mi tradisci?… Oberto! Oberto! Noi due soli? E i nemici quanti saranno? Ah! quelli cui diemmo il passo! E Federigo perchè lasciò Imilda? Forse che tutto era già perduto? Ma quelli che appiccarono il fuoco, non sono nemici di tutti! Dunque su tutti!… Suona la ritirata, o araldo, suona poi a raccolta e muoviamo al castello!… Oberto! Oberto! attendici! Saremo più di cento lance!… Suonate la ritirata, suonate, messer l'araldo! Suonate, per pietà!—Così finiva a supplicare il cavaliere, quasi impazzato, e pregava, alzando la mazza, e minacciava a mani giunte, e strappava le redini al cavallo per raggiungere Oberto e le strappava per accostarsi al trombetto.

Aimone avrebbe le mille volte voluto una freccia a forargli le orecchie, piuttosto che quelle parole a straziargli l'anima, e chiamava il capitano che lo conducesse al furore di una zuffa, così:—Messer Ugo! Ditemi che non è morto! Perchè mi partii dal suo fianco? No, fu lui che mi mandò ad Eleardo! Messer Ugo!…

—Suonate, la ritirata!

E l'araldo dolorosissimo:—Oldrado non mi diede mai questo comando!

—Dopo fate a raccolta!… Oberto! Oberto!

—E se messer Ugo tornasse?

—Anche là al mio castello sono i nemici di tutti!

Il trombetto si disse con risoluzione guerresca:—La voce del capitano è la tromba: udite la voce—e squillò, verso il monte.

—Che segno è questo?—domandò trepidante il cavaliere.

—Quello che avvisa i saluzzesi di accorrere al portone!—disse superbamente l'araldo, e suonò verso la valle, e vide che dopo lo squillo si muoveva un drappelletto di cavalieri… Che? Un'insegna? Un'insegna quadra di comando. Fosse…?—Era l'insegna dì Ugo. Aimone staccò la tromba dalle labbra e guardò. Per una via Ugo veniva. E per un'altra Ildebrandino cacciavasi a rovinosa corsa dietro ad Oberto….

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Alla mattina di quel giorno, nel castello d'Ildebrandino, partiti i cavalieri, lasciandovi poca scorta, madonna Imilda era scesa nella cappella. Oh sì eh'ella aveva grandissimo bisogno di conforto!

—O Signore, o Vergine santissima! Fate che il padre mio mi torni salvo dall'armi! Almeno il padre! Oh come vi prego! Tu che sei interceditrice potente, e tu che tutto ascolti!… Se ci fosse anche la madre mia a pregarvi! Come la vorrei accanto a me!—E Imilda piangeva dirottamente:—Ella m'avrebbe salvata da questo tumulto! Vedi, anch'io vorrei esser tra l'armi, per udire quel grido:—vittoria!… Vergine dolcissima, tu sorridi a me che piango? E tu che sei Dio hai voluto per immenso gaudio avere in eterno la madre! A me l'hai tolta! Salvatemi il padre, che mi protegga!… Che sarebbe d'Imilda deserta nel castello degli avi?… Deserta?… O Signore, per un'altra persona io ti prego, per Oberto… Oh ma sarei deserta senza padre, sola nei lunghissimi giorni dell'abbandono! Oberto, povero Oberto, da tre notti non ho più cucito la tua fascia… Qual tormento, quale dolcezza novissima in me! Tu non sai! E se sapessi!… Ma che ho fatto? Che ha detto? Perché basta uno sguardo, una compassione, una lagrima?… Una vita infelice!—E Imilda fremeva tutta: e taceva, non osando nemmeno a sè stessa confessare il grido dell'anima combattuta: poi—A Oberto m'aveva promessa il padre: ed ero contenta, e sarei stata tranquilla… O Madonna, che voglio dirti? Che vuoi ascoltare? Non so… voglio… vorrei… devo, oh sì devo! come cristiana, pregarti per un altro cavaliero: devo, come nata da liberi castellani, pregarti per il capo dell'impresa! Egli ci rende tutto! Ed è valente, e cortesissimo…. Perchè sorridi, Vergine santissima? Non so, ma mi sorridi, come mai non facesti. Ah perchè anche tu lo scorgi benigna? E fai bene perchè mi fu detto ch'egli è infelice. Io sento che è infelicissimo! Non conobbe la mamma sua. Tu che sei la mamma di lassù fagli conoscere almanco… una sorella del suo dolore! E fammi grazia: disponi sì che ci sia un'altra giovinetta, bella e religiosa più di me, la quale preghi per Oberto. Così tu potrai esaudirla… Io sono… Io non so!…. Mi trovo irrequieta…. Ah tu sai ed esaudisci! Mi trovo tormentata! Amo messer Ugo! "Chi siete?" "Sono il figlio di Guidinga"… Ugo!

Imilda era nella cappella da un pezzo e così pregava, quando nella corte ecco un grido spaventato, e un altro! Imilda si fa in piedi tremante, corre sotto un finestrone aperto.—I nemici!—ascolta la voce del vecchio Federigo:—Salvate madonna!—ed ecco ancora:—Fuoco! fuoco!

La vergine, come a luogo di rifugio, si butta ai piedi dello altare, scongiurando con fiero rimorso:—O Signore, salvate mio padre! Come vi ho pregato? È il mio castigo dunque così pronto?—ed ode ancora un rumore di pugna, e uno sbattersi fragoroso di porte, e un correre affrettato su nelle stanze, e voci diverse, e tra tutte una irosissima che comandava:—Balestrate fuoco nelle finestre!—e un'altra:—Se tutto arde che ci rimane di bottino?

—Combattete!—gridava Federigo agli uomini del castello:—Giuratemi!

Alla fantasìa della fanciulla si presentò tutto il castello invaso da una turba di lupi e da un torrente di fuoco: e qua sotto alle scuri si sfasciavano gli usci: e qua si massacravano i servi: qua si sforzavano gli scrigni: dappertutto si portava ruina: e le fiamme divampavano più e più, alimentate dai cadaveri friggenti: e il fumo soffogava assalitori e assaliti. Chi precipitava dalle finestre: e chi dalle finestre entrava: chi si trascinava a morire sulla soglia, per avere fiato: chi impedito nella fuga o nella corsa di conquisto da qualche ferito pregante, gli faceva somma grazia o di una stoccata o di una maledizione… Venivano, venivano i furibondi! La camera del padre era deserta: lo scalone, il corritoio, lo stanzone dell'arme…—O Signore! la fanciulla se li imaginò al lume delle torce incendiarie nell'andito lunghissimo che conduceva alla cappella! Venivano, venivano!… Almanco le fossero già alle spalle, l'avessero già afferrata: ella si sarebbe trascinata all'altare, chiamando la Madonna! Ma oh come invece erano lenti e terribili! E che portava quel mostro? Dio! la non vedesse! Portava una testa sanguinosa!… O padre! O Ugo!…

La povera vergine, esterrefatta dall'atrocissima visione, si rinversò con abbandono ai piedi dell'altare.—Non sia vero!—Fu scossa. Di nuovo la voce:—Balestrate fuoco nelle finestre!—E un'altra:—Sulle vetriere c'è su dipinta la croce: lì è la cappella.—Ancora la prima:—Sconficcate le inferriate!

Imilda non ascoltò più, ed aggrappandosi ai gradini, discinse le chiome, le scompose, con quelle si velò il volto per pudicizia, poi ancora, ma più rassegnata, scongiurò:—E se vuoi mandarmi la morte! fa che non sia vergognosa!

In quella al di là della porta del sacro luogo s'udirono due pedate affrettatissime e caute, e queste voci, diverse da quelle prime:—Capitano, qui c'è la cappella. Gli ori e gli argenti sono nostri. Non fate chiasso. Io provvederò—e fu chiusa la porta per di fuori e tolta la chiave.

—Voi, Ingo, guarderete le finestre, e l'impresa avrà fruttato qualcosa, vi pare?—Dopo più nulla.

Poi nella corte:—Oibò! guardate dal porre mano sulle cose sacre! C'è su scomunica di pontefici sommi. Via, dalle inferriate, marmaglia!

Ma più poderosa gridava la voce:—Balestrate fuoco nelle finestre! dappertutto!

Madonna Imilda per somma grazia della Vergine santa aveva perduto i sensi.

Quando dopo un pezzo risentì l'angoscia della vita, si trovò avvinghiata fra le braccia di un cavaliero. Era suo padre? Era Oberto? Era un nemico?… Il primo pensiero che le si affacciò fu questo tremendo:—Quanto castigo! Almeno Ugo sia morto nella pugna! Ugo tristissimo!

La vergine spossata levò la faccia… Oh sì l'angoscia della vita!—Sei tu!

Era Ugo il cavaliero.

La cappella ardeva tutta: la porta infiammata vedevasi parte cadente, parte squarciata, parte a terra. Al di là ecco la voce d'Ildebrandino:—È qui! È salva! Oberto la tua sposa è salva!—Con queste parole il vecchio credeva aggiungere maggiore gloria al fatto di Ugo: ed adempiva ad una promessa tra la sua donna morta e il morto padre di Oberto.

Ugo lanciò uno sguardo alla porta, e parvegli vedere il volto di Oberto, lo vide, e parvegli che le fiamme gli fischiassero il pensiero di quello:—Imilda nelle braccia di Ugo!

—Sì!—esultò, come Lucifero, il cavaliero tormentato e tormentatore, in un minuto solo di trionfale passione e di vendetta! La salvata gli avvelenava la faccia coll'alito scottante, e la persona coll'abbandono delle membra, insidioso e annuente.

Oberto mosse un passo, ma arretrò soffogato. A quel solo movimento di lui, Ugo addoppiò la stretta al corpo d'Imilda, e fu ventura ch'egli non inciampasse, ubbriacato dalla malìa di quel peso: poi la spinse verso le fiamme, con atroce disegno….

—Di qui passerete un giorno sposa!—lamentò Ugo.

—Può essere la porta che conduca al paradiso o all'inferno!—susurròImilda.

Oberto mosse un secondo passo.

—Pietà!—stridette Imilda.

—Non sai morire?—tempestò Ugo nell'anima, scagliò a terra l'azza, e rise.

E veramente per la prima volta sghignazzò.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Come Ugo era accorso nella cappella?

Rifacciamo un po' di cammino, tornando al luogo della battaglia. Lasciammo Ugo, sbalestrato a terra, vicino alla pozza d'acqua, stordito ed ammaccato. Quand'egli ebbe levata la persona e guardato intorno nel bosco folto ed altissimo, vide fanti e cavalli fuggenti per ogni direzione. Non scorse però nè Ildebrandino nè Oberto che volavano a Rupemala per un cammino assai basso e nascosto. Il dolore dell'anima in Ugo la vinse sui dolori del corpo, perch'egli disperatissimo si diede per riannodare tutta quella gente scompigliata, ma invano. Gridavano in cento:—Oh quanti morti! Sarà gran ventura se domani avremo le gole salve dal capestro. Fummo traditi! Messer Baldo e Ildebrandino già lo dissero. Fummo traditi!

—E chi il traditore?

—Traditrice la poca esperienza degli anni in voi.

—Morire domani? Oh non è meglio cercare oggi un ultimo sforzo di vittoria e gloriosa vittoria?

Ma i dispersi erano troppo spaurati dalla gravità del fatto commesso e dai casi della mattina… Ugo gridava… A un tratto ode uno squillo di tromba.—Il segnale ai saluzzesi! Suono come questo non può uscire che dalla tromba di Aimone! Demonio! che suoni di là, dall'altra vita? Non è più tornato! E chi mi disse ch'è morto?—sclama Ugo, e sorge sul suo cavallo e rizza l'insegna, e, mostrando la faccia audacissima e disarmata, chiama intorno a se tre o quattro lance accorrenti, Aroldo, Bonifacio, Eustachio, trova Aimone, muove alle macchie, scavalca, solleva i saluzzesi, e solo si precipita al castello…. Che? Nessuno vorrebbe credere, ma è così! il ponte levatoio calato. Ugo, strappata la scure a un tardo soldato e datagliela sul capo, si mette a lavorare contro il portone, con braccia poderosissime, tanto più quanto più dolorose. Accorrono a lui fanti. L'insidia tremenda! ad un tratto si scuotono i catenoni e il ponte si solleva. Ugo, perduto l'equilibrio, piomba all'indietro e per somma sua ventura, siccome non vi era sbarra, rotola nel fossato.

I fanti volsero le spalle per fuggire, ma il legno inclinantesi all'insù li fece sdrucciolare giù al portone, ove tutti in un fascio si maledirono orrendamente schiacciati. Ugo si abbranca ad uno dei ritti che sostengono il ponte quando sia calato, e quivi, chiamando e richiamando, giunge a farsi porgere una lancia da Bonifacio. Appena in salvo alla riva, non trovando più il suo cavallo, stramazza d'arcione Aroldo, monta sull'animale di quello, comandando:—Sorprendiamo cogli arcieri dalla parte della valle! Aimone! Aimone! Dov'è Aimone? Cercate di lui e dite che suoni a richiamare tutti i duci vicino a me!

Bonifacio osserva:—È troppo tardi! Qui tutto è perduto!

—E che? In tutti un impeto solo!

—Baldo e Ildebrandino vi diranno….

—Per Dio! obbediranno! Io solo sono il capo dell'impresa! Altissimamente lo grido alle castella, io, io! Aroldo, Bonifacio, Eustachio, non credevo di parlare con gente pari vostra!—Galoppa verso il terreno raso, ed alza la faccia… Vede un fumo sollevarsi di lontano.—Il forte d'Ildebrandino! Chi disse di lasciare sguernite le castella? O Gesù!—e con spronate furiose Ugo lancia il cavallo… In quale direzione? Pareva che cento demoni strappassero il freno all'animale, perchè era tormentato innanzi, indietro, a destra, a sinistra, come una cosa pazza.—Qui tutto è perduto!—ripeteva il cavaliero straziatissimo le parole di Bonifacio.—Ed io voglio vittoria!

—Fugge il messere! Il capo dell'impresa!—fischiano dietro ad UgoBonifazio ed Eustachio: e poco dopo Baldo accorre dalla valle.

Ugo lancia il cavallo così da averne mozzo il respiro, lancia e smania! Eccolo al ponte di Ildebrandino: entra nel castello, balza d'arcioni gridando:—Io voglio combattere i nemici! Qui si raggrupperà una fortissima pugna! Suonate tutte le trombe! Tutti i duci vicino a me!

Gli si presenta a terra un ferito, il quale, giungendo le mani:—Per amore della croce, abbiatemi misericordia!

—Dov'è madonna?—supplica Ugo:—Ah!… misericordia a me!

—Non uccidetemi!

—Dico di madonna! Madonna! I nemici!

—Misericordia, gran barone! Il traditore è quello che era all'uscio della cappella! Ho risparmiato anche il veleno per voi, gran barone!

Ugo si caccia per le scale e nelle camere, trova nemici predatori e li combatte. Scompigliati, gli scarsi che avevano tentato la sorpresa, facile dacchè il castello era poco difeso, sono stretti a sgombrare, gridando:—È qui Ugo con cento cavalli!—Ugo, giù ancora per lo scalone, entra nei corridoi incendiati. Oh ecco! vede Ildebrandino ed Oberto. Incalza Ugo:—Ov'è madonna?

Quegli meraviglia spaventato:—I morti tornano!—E questi:—Ugo è risuscitato per mia dannazione!—E tutti e due, facendosi segni di croce, si danno a fuggire, guardandosi alle spalle. Ugo dolorosamente li chiama e li richiama per tutti i santi: poi si mette dietro ad essi, corre, corre… È nella corte ed inciampa. Lo stesso ferito geme:—Abbiate pietà!—Il cavaliero guarda, e vede che quegli ha sul petto lo stemma di Adalberto, e sulla testa sanguinosa la tonsura di chierico.

E quello:—Fate da cavaliero cristiano! Sono sul sagrato!—Era Ingo difatti sotto una finestra della cappella.

Ugo, con subito pensiero religioso, esclama:—Voto una lampada d'oro alla Vergine di Saluzzo!—e facendo sgabello col corpo del ferito, s'aggrappa all'inferriata di una finestra aperta, si strascina su col petto, e ripete:—In luogo sacro voto due lampade d'oro!—D'improvviso una vampa guizza dal sotto in su ad infuocargli i capegli, e un globo di fumo gli soffoca il respiro… Riapre gli occhi: storce la bocca a ricevere aria dalla corte, fa per balzare… No, prima nell'ardentissimo strazio dell'anima raddoppia il voto alla Vergine del cielo:—Quattro lampade d'oro, per quel che ho falto! per quello che voglio fare!—e fìcca gli occhi dolorosi nella cappella, cercando l'altare a cui drizzare la destra…. Imilda è là dentro arrovesciata ed immota!… Ugo balza a terra, strappa di sotto al corpo del ferito un'azza, precipita dove gli pare debba essere l'ingresso della cappella. L'uscio è in fìamme! Lo squassa terribilmente. È chiuso! Tempesta colla scure.

A quell'indiavolare accorrono Ildebrandino ed Oberto. Essi avevano combattuto gli invasori, ma non avevano trovato Imilda per tutto il castello, né alcuna cosa saputa di lei. I servi e le ancelle crano stati uccisi: il povero Federigo più non tornava dal campo di certo. Accorrono dunque Ildebrandino e Oberto, sclamando:—È proprio lui! Gii spiriti hanno braccia di nebbia. Questo no, per Dio!

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Alla sera di quel medesimo giorno, narrano le cronache: Adalberto, andando nella sua camera e buttandosi armato sul letto, trovò al capezzale la fascia che Oldrado aveva riportato nel gioco d'arme, vent'anni prima, e su quella c'era scritto il numero dei morti e dei feriti nemici.

Narrano anche che quello sparviero presentato all'omaggio, sorgesse dalle ortiche fra cui fu gettato, e apparisse cogli artigli di ferro e col becco di ferro, vecchio, lontano, lontanissimo, su un monte, ma ancora pronto a spiccare il volo.

Queste ciance furono scritte dall'eremita di Malandaggio, un veggente che la sapeva assai lunga!

Morti Aginaldo e Gisalberto: abbandonate le macchine sul campo: lasciativi i cadaveri insepolti e i feriti inutilmente imploranti pietà per lo strazio del Calvario: molti uffìziali fuggiti, e moltissimi soldati corrotti dall'oro e dalle promesse: incendiato il castello d'Ildebrandino: le cose rotolarono giù con maledetta rapidità di male.

Ugo fu ad una voce accusato. Aveva mostrato certo ardimento in principio: ma quale esperienza in lui? I tempi per ricorrere all'armi non erano proprio quelli: bisognava aspettare, e Aginaldo già da cinque anni aveva fìsso un pensiero d'impresa che doveva essere sicura, Aginaldo sì, sperimentato, risoluto, tenacissimo! Ma il vecchio aveva saputo aspettare, e ancora avrebbe aspettato, se la storia di quello sparviero stecchito sul cuscino nero non fosse venuta a metter le febbre in tutti i polsi. E poi Ugo era fuggito dal campo, lui proprio che aveva detto a Bonifacio:—Io solo sono il capo dell'impresa! Altissimamente lo grido alle castella, io, io!—Ildebrandino e Oberto bastavano soli a liberare Rupemala. Ugo che aveva fatto? Quante cose sconciate! Quante armi e quanti uomini perduti! Come aizzato Adalberto! Per Ugo anche l'impresa da farsi fra dieci anni da quella, l'impresa che doveva proprio riuscire, era guasta ed anche resa impossibile.—Ma perchè l'avevano ammirato, ed ubbidito e acclamato capo?

Ugo dunque fu accusato: il castello di Aginaldo due notti dopo sorpreso dagli armati di Adalberto, i quali violarono la fierissima vedova rimasta e poi la serrarono in un monistero a fare penitenza: assediato il forte di Gisalberto che lasciava due figliuoletti ed unica guida un maestro d'armi: Baldo ringhiò che sapeva e doveva resistere da sè, che i suoi capegli bianchì non aveva mai creduto gli avessero a dare la vergogna somma, e Baldo alzò il ponte levatoio giurando di voler uccidere Adalberto e il traditore dell'impresa.

Adalberto,illustrissimo ed eccelso signore, dalle torri del suo castello, con trombe militari, ai gentiluomini dell'inclita signoriapubblicò un bando con cui poneva prezzo d'oro sulla testa di Ugo, promettendo perdono a quello o a quelli dei soggetti che gliela recassero su un bacile vilissimo, nella chiesetta d'Auriate, senza scorta d'armi, con tonache dì penitenza e corda al collo. Ciò a commemorare l'omaggio reso tanto bene nel giorno di Pasqua di Resurrezione.

Ed Ugo? Ugo, chiuso nel suo castello, ad occhi aperti sognava sempre di lanciarsi in una cappella ardente, come una fornace, sognava tutti i supplizi del corpo e dell'anima. Una donna strideva, brancolando, tra il fumo e le vampe: la cappella era lunga lunga, e più egli avanzava, più cresceva il lamento…. Giungeva a lei, l'afferrava, l'alzava: ella chinava il capo sulla spalla, abbandonatissima: egli si sentiva legato alle gambe, inciampava, rompeva potenti lacci: ella supplicava:—Strappami da questo fuoco eterno!—E. da quel fuoco neppure egli poteva uscire. Crescevano gli strazi:—Strappami!—ella lo supplicava:—Pietà! pietà del mio tormento del cuore!—Ah! è così ch'ella domandava pietà? Si! Ugo, che voleva abbandonarla alle fiamme, nulla più vedeva, nulla sentiva, sentiva solo un bacio rovente… un bacio di Imilda!—T'amo, t'amo, Imilda! In qual momento te lo dico! M'hai ascoltata? Sei viva? Chi ti strappò a me? Io ti allentai le mie braccia? Non so quello che accadde! Ma tu non sei morta? Supplico Dio, no, no! Quale incertezza!—Ed Ugo, così torturato, sentiva corrersi per tutte le fibre una potenza di nuova vita: e sorrideva! Allora ecco alla fantasia il padre, in un tratto, che rampognava orrendamente:—Perchè ti diedi speroni d'oro? Perche tu fossi vinto? Già troppo affanno fu nella famiglia di Oldrado per il serpente della donna! Guardati, Ugo, guardati!—Ed Ugo piangeva:—Padre, se ella è viva ancora, come si tormenta! Io non posso odiarla!

Allora Ugo vedeva l'acqua stagnante di un fossato, tutta sozza di sangue, putrefatta e fangosa: alla superfìcie venivano a scoppiare con flaccido gorgoglio e con lentissimi cerchi alcune bolle d'aria: sotto qualcosa si moveva all'insù: ecco una testa coi capegli impegolati sul volto da una melma verdiccia. Che? si chinava salutando. Sulla nuca era aperta e scheggiata: si drizzava e boccheggiava, come quella di un ferito e di un annegato. Era messer Gisalberto! Quel morto affondava: qualcosa ancora si dondolava all'insù. Messer Aginaldo quest'altro! E i due cavalieri a vece di pupille avevano un globo bavoso che colava, il naso pesto, alle labbra cascanti penzolate le irrequiete code dei vermi. E i due borbogliavano:—Traditore tu?—…. Ecco Manfredo e Bello, i figliuoletti di Gisalberto, affamati disperatamente nel pattume di un sotterraneo e disperatamente imprecanti:—Traditore!—E madonna Marzia, la vedova, sbattuta a terra da due sozzi ferocissimi, chiamava la Vergine, e si rannicchiava ululando:—Per te traditore!—E il vecchio Baldo si armava e ringhiava:—Muoverò al tuo castello!—Poi Ildebrandino e Oberto: Oberto era il dimonio della gelosìa; lividissimo, furente, toglieva una ciotola ai cani, in quella sputava, e in quella poneva la testa di Ugo. Il conte d'Auriate ridacchiava….—Madonna di Saluzzo, voto dieci lampade d'oro!—gridava Ugo. Allora di nuovo ecco una cappella ardente, ecco una donna….

—S'io non l'avessi veduta—gridava Ugo:—non l'avrei conosciuta, non sarei fuggito per lei! E chi è lei? S'io non l'avessi conosciuta? Cavaliero che combatte senza pensiero di dama è vulgare mercenario! Se io non l'avessi amata? Ma se era destino, se è destino ch'ella riaccenda la vendetta! E la vendetta sarà atrocissima su tutti! S'io non fossi fuggito dal campo? Ma quelli che erano al suo castello non erano nemici, e non volevo io raggruppare la pugna decisiva?… Se non ci fosse stata lei! Ma se così era, chi sarebbe ora dinnanzi alla mia fantasìa orrenda a misurarmi nei deliri dell'affanno? Non la rabbuffata larva del padre! Non la oscena di Guidinga!… No, no, voglio vivere e vivere di guerra! Sono vinto, e ancora voglio sostenere il peso vituperante della vita! Sono disonorato, e non mi schianto per mia volontà d'abbominio! Sono abbandonato da tutti, e voglio meditare fortissimi fatti! E impreco colla voluttà della sfida: "Dammi ancora maggiore tormento!"… Oh se non ci fosse stata lei! Ella mi supplica nel giorno, nella notte: "Vieni, cercami, fammi giurare, precipitati e vinci!" La voglio! La voglio mia fosse pure in mezzo ad un fuoco che per secoli non si spegna! Imilda, dimmi che sei viva! Ti supplico!

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E Imilda? Ritorniamo a Rupemala.

Imilda, in quel momento in cui Ugo aveva riso, senza più una coscienza al mondo, fu afferrata e salvata da Oberto, spinta fuori della cappella. Ildebrandino, a cui le vampe vividissime e sibilanti avevano impedito di vedere gli atti e di ascoltare i gemiti di quelle povere anime disperate, Ildebrandino abbracciò Ugo, uscito lentamente dalle fiamme, e volle che Oberto l'abbracciasse, gridando:—Gran mercè! Nipote mio, questo è un esempio!—Imilda fu trasportata in una camera e soccorsa. Ugo s'involò dal portone: e nulla a Rupemala si seppe di lui.

Il dì dopo, continuando l'incendio, per quanti sforzi si fossero usati a vincerlo, Ildebrandino decise risolutamente di resistere ad Adalberto, contendendogli mattone per mattone dell'irreparabile ruina: e disse ad Oberto:—Qui dobbiamo morire con esempio non unico certo nella nostra famiglia. Avesti gli sproni d'argento: dunque sii contento, e ricordati che la ubbidienza agli esperti è grande virtù di guerra.

Oberto era tetro. E a quelle parole rise amaramente.

—So che vuoi dirmi, Oberto. Ti paiono pochi gli sproni? Sii contento: non a tutti è data l'audacia delle cose fortissime. Hai parlato con Imilda stamattina?

—No.

—No?

—Ha domandato di me?

—Sì: e ringrazia Iddio….

—Ringrazi messer Ugo.

—A tutte l'ore!

—Dannato sia!—imprecò Oberto.

—Come? Come? Quanto fu valente per noi! Sì!—affermò Ildebrandino.

—Per la impresa?—rise Oberto, invelenito: guardando lo zio con degnazione, quasi gli dicesse:—Mi accontenterò io dei vostri giudizi?

—Oberto, l'hai veduto nelle fiamme?

—Troppo ho veduto!

—E per la impresa, tu dici? Ugo ha pugnato, come un forte, e l'amo!Ma Dio ci maledisse.

—Perchè c'era lui!

—Oberto, che hai? La tua ira mi piace! Contro chi?—si acceseIldebrandino.

—Contro di voi—ardì Oberto.

—Ti sono amare queste parole?

—Zio!—rispose Oberto ad un tratto:—Voglio sposare Imilda, anche oggi!

—Quando Ildebrandino consenta—rimproverò lo zio. Allora Oberto con astio e con ironìa:—Ah volete combattere voi? Ugo sarà con noi?—E, meditando una offesa verso Ildebrandino e una vendetta contro Ugo, domandò tra sè stesso:—Venti anni fa, quando Adalberto mosse qui, come combattè lo zio?… Che gloria!… E voi, messer Ugo, perchè avete spezzato l'uscio della cappella sacra? Era meglio che Imilda morisse, là, sola! Volete ch'io parli al vescovo di Saluzzo?—E Oberto, dopo un silenzio beffardo collo zio, si espresse così:—Fate che, morendo voi, io abbia un castello, o la memoria di un castello: e voi le esequie da cristiano.

—Duri la guerra un mese, duri un anno!—rispose Ildebrandino, offeso più che mai e più che mai dignitoso:—Perchè mio nipote parla così? Ch'io non sappia combattere? Ch'io non conosca i valenti? Ebbene, senza messer Ugo io sfiderò Adalberto.

Oberto fu contento.

—Senza Ugo, sì: e mio nipote ascolti:—Ildebrandino andò al fondo di torre dove sapeva che era stato chiuso Guidello: lo trovò rabbioso di fame, lo trasse su, lo fece rifocillare, poi lo accommiatò così:—Va, araldo del malanno, tromba di vergogna. Io ti lascio e ti comando questo: torna al tuo signore e digli che con Ildebrandino c'è Oberto. Digli che Oberto vuole un castello per sè e per i suoi: il castello può essere quello di Adalberto. Madonna Marzia, Manfredo e Bello domandano vendetta. Che pensi Baldo non so: so che i vili e i traditori non sono più sotto il suo tetto. Io ti lascio e ti ho comandato.

E Ildebrandino e Oberto s'apparecchiarono a disperatissima difesa e a furioso conquisto. Oberto un giorno disse:—Zio, lasciate ch'io vada a domandar benedizione al vescovo di Saluzzo.

Ildebrandino crollò la testa: ma Oberto volle proprio uscire dal castello. Tornato di lì a poco tempo, con volto soddisfattissimo, domandò:—Ov'è madonna Imilda?—come se dicesse:—Lamia! Voglio sposarla oggi, col piacere suo e con quello di Ugo!

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Madonna Imilda non era più con Ildebrandino. Questi, per toglierla dai pericoli dell'armi, l'aveva segretamente affidata alla custodia dei figliuoli del povero Federigo e della vecchia Agnese, e fatta partire per una casetta di boscaiuoli, lontano, su una delle montagne, che, con quelle su cui sorgevano le castella dei cavalieri e del signore Adalberto, formava il contrafforte che si spicca dal Monviso. Questo contrafforte coll'altro staccatosi dal monte Meidassa chiude la valle ove nasce il Po: al di qua la valle di Varaita, di là quella del Pelice, all'apertura Saluzzo.

Là su stette madonna Imilda, un giorno, e due, e tre… Le diceva la vecchia Agnese:—Madonna, oggi si combatte. Preghiamo.

Imilda rispondeva:—C'è un cavaliero che vince sempre e tutto.

Alla sera venivano sulla montagna i figliuoli di Agnese a portare le nuove: e le donne domandavano:—Nessuno sa niente? che Imilda è qui?

—Nessuno.

—E quel cavaliero?

I boscaiuoli intendevano di Oberto e rispondevano:—Coll'usbergo è un san Giorgio. Ma sa niente!

Oh come pregava Imilda in tutti i momenti!—Madonna del cielo, non dovevi mandarmelo! Sarei morta su i tuoi gradini e tu mi avresti dato il paradiso! Non avrei conosciuto l'inferno in questa vita! Amare come amo io! Come volle Dio che amassi!… E non so nulla di lui! E non oso domandare di più…. Ma è questo l'amore?… E che mi disse egli perch'io abbia diritto ad amarlo? Che fece! Vinse il fuoco!… E che era morire a confronto di questo vivere? Ugo, Ugo cavaliero, Ugo infelicissimo! Perchè non vieni? Forse che t'hanno ucciso? Forse che m'hai dimenticata?… Ucciso!… Chi può avere alzato la mano su di te?… L'anima mia non sa combattere l'incertezza tremenda! Così disse: "Sono il figlio di Guidinga!" E chi era Guidinga? Un'innamorata? Ma ella forse fu un angiolo. Io sono condannata in questa vita e nell'altra.! L'amore cominciò tra le fiamme, e tra le fiamme inestinguibili sarà eterno tormento!… Pietà, madre dei pentiti: io non so quello che dico! E tu m'avresti dato il paradiso! Ma se già mi hai condannata, questo è troppo strazio: e lo spezzarmi così è indegno di te che tutto puoi. Puoi volere anche in me la bestemmia…. Non sono io che parlo: è Ugo in me! No, no, Ugo sarebbe perduto, ed io voglio invece la sua eterna salvazione! Non è Ugo, ti giuro, ti scongiuro! È il cuore straziato!

E la vergine una sera si fece raccontare da Agnese i casi di Guidinga. E Agnese concludeva:—Dite, se la conobbi! Come conosco voi. Giusto, come voi, la piangeva sempre quando il suo Adalberto era lontano. Voi perchè piangete?

—Ho paura!—rispondeva Imilda.

—Conoscete la fantasma fiammante di bianco?

—Lamadonna perduta?

—È l'anima di Guidinga fino al dì del giudizio.

—È così disperato l'amore! Chi ci resiste?—lamentava Imilda.—Come reggerò al rimanermi quassù?

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Ugo da quattro giorni, sempre chiuso nel suo castello, si combatteva atrocemente.

E così:—Ildebrandino ed Oberto ieri vinsero. I servi prigionieri nel castello di Aginaldo l'altra notte uccisero il capitano di Adalberto. Baldo con Manfredo e Bello s'apparecchia a muovere qui per guadagnare la taglia…. E tu che fai, Ugo? Tu capo dell'impresa, tu redentore, tu giovanissimo conte!… Se Dio ci faceva vincere! se i morti di là avessero supplicato coll'ardore delle fiamme! E tu hai pensato ad essi? Oh i morti ora si levano ferocemente ad imprecarti! E la viva sorride!… Il padre già dalla culla ti condannava alla vergogna e al furore, e tu che avresti dovuto maledire la donna, tu per la donna sei maledetto!… Temi la taglia? Ma che vale la tua testa? Vale oro, non onore. Temi la morte? Ma che vale la tua vita? Fu già carica d'onte. Speri la vittoria? Speri l'amore? C'è la morte! Oh questo sì ch'è strazio ineffabile! E anch'io supplico: "Pietà!" come supplicò Imilda. Pietà della mia vita! Ecco la vilissima preghiera! Preghiera di donna!… Sì, ti sogno ancora nella cappella avvampante: giungo a te, ti stringo: e tu chini il capo sulla mia spalla, ed io ti dico: "Ti odio!" Ecco l'anima mia, ecco il mio dovere!… Che faccio ora? Io che mi sento la forza e la ruina dei turbini. Io che voglio uccidere, e crollare le torri, e sghignazzare fra il suono di cento trombe, e morire pur che Dio mi ascolti!… Dio non ascolta mai!… È così muto il sepolcro del padre! È così trista l'ironia del nulla!… Voglio vita, vita strapotente, ed ogni vita è in queste parole: "Ti odio! Femmina, ti odio!" O viva, o morta, sii detestata!


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