I.Sguardo retrospettivo — La confessione — Il ritorno di Francesco.

PARTE SECONDAI.Sguardo retrospettivo — La confessione — Il ritorno di Francesco.

PARTE SECONDA

La tessitura di questo racconto vuole che ora facciamo un gran salto sopra il tempo, e che prendiamo i nostri personaggi come stavano in autunno del 1857. Quanti nuovi mali percossero l’Italia in questo intervallo di sette anni! Con quale inasprimento di tirannia la trattarono i suoi nemici! Principiando dal Lombardo-Veneto, quante persecuzioni e crudeltà, quanti ladroneggi vi andavano commettendo! Il governo militare prolungato per anni, le imposte d’ogni maniera accresciute enormemente, violate e derise le promesse riforme, gravosi e stolti insieme inuovi ordinamenti, deportazioni e patiboli per punire i generosi impazienti del ferreo giogo. I feudatarj dell’Austria si comportavano non meno iniquamente di essa. A Parma regnava un malarnese di duca spavaldo e prepotente, che divorava le sostanze dei sudditi per alimentare i suoi vizj. Caduto sotto il pugnale della vendetta, la vedova di lui tirava innanzi con un governo da donnicciuola, che alla schiavitù dei governati aggiungeva l’avvilimento e la vergogna. A Modena il degno figlio di Francesco IV, seguendo la fortuna dell’Austria, si restaurava sul trono paterno, reggendosi col sistema di prima, e moltiplicando, a danno del popolo impoverito, le sue già esorbitanti ricchezze. Il Granduca rientrava con male disposizioni, smentiva la sua fama di mitezza, e chiamava o sopportava in casa diecimila soldati austriaci. Questa insolita e lunga occupazione forestiera inasprì sommamente i Toscani, e li dispose contro la dinastia di Lorena ad un odio che portò più tardi i suoi frutti. Il Papa tornava anch’egli dalla fuga, protetto dalle armi straniere, e la reazione pretina faceva le sue vendette. Quel governo scompigliato e cieconon solo perdurò caparbiamente negli antichi errori, ma ne accrebbe la somma. Per non cadere di nuovo, gli fu mestieri puntellarsi colle bajonette francesi e tedesche. Finalmente il Borbone di Napoli, astuto e inflessibile tiranno, proseguiva a regnare col solito dispotismo feroce, disprezzando ogni buon consiglio da qualunque parte gli venisse dato. Egli giurò e spergiurò, come gli altri, una costituzione strappatagli dalla paura, fu bugiardo nelle amnistie, condannò al carcere ed all’esiglio un numero infinito di patrioti, e singolarmente incrudelì contro i Siciliani. In mezzo a tanta tristizia di governi e miseria di governati, il solo Piemonte camminava francamente nel suo libero reggimento, maturava i suoi disegni generosi, e teneva vive le speranze della redenzione italiana, che ora si va compiendo.

Faustino toccava il ventunesimo anno, ed era uno de’ più bei giovani di Brescia. Le grazie della persona e dello spirito, che abbiamo conosciute in lui adolescente, avevano raggiunto uno sviluppo ed una perfezione ammirabile. Egli presentava incarnato il bello ideale della scultura coll’animazione che essanon può dare. Fanciulle e donne lo guardavano un po’ troppo lungamente, e l’impressione che ricevevano del suo volto durava anche dopo sparito. Faustino ignorava di avere tanta virtù di attrazione e di essere l’oggetto di molte brame secrete, che avrebbe dipeso da lui il convertire in passioni profonde. Ma sapendolo pure, non ne avrebbe profittato, come giovane non inchinevole per natura alle lusingherie amorose, e non cercatore di galanti avventure. Amando sempre la sua Luigia, egli serbava per le altre donne l’indifferenza e quasi la ritrosia del Pastor Fido. In quanto all’istruzione, la possedeva ampia, moltiplice ed esatta per sola opera di Don Aurelio e di un altro insegnante privato; istruzione libera e sciolta dalle pastoje liceali e universitarie dell’Austria. Egli non voleva dal governo impieghi nè uffici di sorta. Le sue visite a Don Aurelio non erano più quelle dello scolaro al maestro, ma dell’amico all’amico, e conversando seco lui accresceva tuttavia il tesoro delle sue cognizioni.

Da lungo tempo Faustino e Luigia avevano cessato di vedersi in casa di Don Aurelio, e così bisognava fare. Benchè durasseroi rapporti delle famiglie e l’occasione della vicinanza, non vi erano più dalla parte di Luigia le ragioni e le libertà fanciullesche per condurla di frequente, come una volta, presso l’inquilino. Ora doveva avere altre cure in casa propria, e andare da lui colla debita moderazione, e non mai quando vi potesse incontrare Faustino. I due giovani furono egualmente persuasi di questa convenienza, e vi ubbidirono. L’amore e la beltà crebbero in essi cogli anni, e pareva che la beltà e l’amore si fossero giovati a vicenda nell’incremento. Le loro anime si erano perfettamente intese. Ora si amavano colla pienezza d’affetto e di fidanza, che ha in sè tante gioie da supplire a quelle mancate del trovarsi insieme. Da supplire fino ad un certo segno, aggiungiamo. Il compenso sarebbe stato scarso quando non avessero avuto il modo di ricambiarsi tratto tratto una letterina e qualche occhiata in distanza. A dir giusto, quello delle occhiate in distanza non era un fatto nuovo, se il lettore se ne ricorda. Faustino aveva terminato di essere scolaro, ma egli passava ancora sotto quella tale finestra, salvo il mutamento dei giorni e delle ore.

Poteva l’amore del giovane rimanere sempre nascosto alla signora Elisa e a Don Aurelio? Poteva l’occhio della madre e quello dell’amico non leggere nel suo cuore? E Faustino medesimo non doveva finalmente confidarsi colla madre e coll’amico? No, essi non ignoravano il suo secreto, e ne tenevano discorso fra loro. Siccome l’amore pareva ben collocato, e molta la probabilità del matrimonio, così non ne erano inquieti, e fingevano di non addarsene, aspettando la confessione di Faustino. Un giorno di ottobre egli ricevette un foglio di Luigia, e tornò alroncotutto consolato di quel dono, che mancavagli da qualche tempo. Era singolarmente strano il suo contegno in tale giorno. Discorrendo a tavola, passava di sbalzo da un soggetto all’altro, da una facezia ad un serio proposito, dal ridere al comporsi in gravità, dalla distrazione al raccoglimento. Tutto ciò perchè avrebbe voluto entrare in un certo tema, e non osava. Sotto gli sguardi fissi della madre si sconcertava di più e arrossiva. La signora Elisa indovinò il motivo di quell’impaccio, e si divertì nell’aumentarlo. Dopo pranzo Faustino la prese sotto il braccio, ed uscirono a passeggiare all’aperto.

— Mia cara madre, io sono innamorato, diss’egli di botto come se il secreto gli scappasse con impeto di fuga. Nello stesso mentre distolse l’occhio da lei per non vedere l’effetto che produrrebbe sul suo volto la confessione.

— Innamorato da molto tempo? domandò tranquillamente la signora Elisa.

— Ah sì, da molto tempo! rispose Faustino maravigliato della calma con cui gli veniva fatta quella domanda. Egli ricondusse lo sguardo alla madre, che componeva le labbra ad un lieve sorriso.

— E perchè non confidarmelo prima d’ora?

— Lo avrei voluto molte volte, ma....

— Ma che?

— Me ne vergognava. Il mio cuore si era aperto troppo presto e mio malgrado all’amore. Facilmente si sarebbe considerato come un balocco da fanciulli..... avrebbe dato motivo a ridere.... Ah no, il mio amore era serio e grande fino dal suo nascere. Tuttavia non sapeva risolvermi a palesartelo. Io aspettava, aspettava.... mi perdonerai, madre mia?

— Chi è la fanciulla?

Faustino la nominò, e ne fece il ritratto col più tenero entusiasmo.

— Ed io credeva di occupare sola il cuore di mio figlio, proseguì la signora Elisa con accento da lasciare in dubbio se veramente le rincresceva di essersi ingannata.

Noi siamo persuasi che il suo lamento fosse sincero, ma come riferibile ad un antico e dileguato dispiacere. Quando la signora Elisa ebbe scoperto colle proprie osservazioni il secreto di Faustino, si dolse in sè medesima che egli dividesse i suoi affetti. Tutti gli amori sono esclusivi e gelosi di regnare assolutamente. Il materno, conoscendo l’assurdità del suo egoismo, lo nasconde, ma ne ascolta se non altro i primi moti. Faustino doveva credere che la madre si lamentasse di un’amarezza nata allora, e si adoperò caldamente a dissiparla.

— Rassicurati, cara mia, che tu mi stai nel cuore sempre al medesimo posto, egli disse premendola al braccio. Il mio affetto per Luigia non ha punto pregiudicato a quello che nutro per te. Anzi tu ci hai guadagnato, se il mio figliale amore poteva crescere ancora. Mia madre e Luigia mi toccano nell’anima due corde producenti insieme un’armonia soavissima. Luigia mi abbellisce di nuove gioie lavita che mia madre mi diede. Allorchè tu conoscerai la creatura che ti fa gelosa, l’amerai tu pure e ne sarai riamata. Così fra noi tre la scambievolezza del duplice amore ne farà direi quasi uno solo, che non avrà l’eguale per l’abbondanza delle sue dolcezze.

— E se il padre di Luigia si opponesse alla vostra unione?

— Ah, non è possibile, disse Faustino assalito da quel dubbio doloroso che aveva più volte combattuto e vinto in sè stesso. Il padre di Luigia l’ama troppo per volerla disperare, e me con essa. Io credo di non essere immeritevole che mi affidi il destino di sua figlia.

— Però tu sei stato imprudente, Faustino mio. Alla tua età non dovevi accogliere un amore che poteva essere indegno di te, o non diviso, o contrastato.

— Col primo richiamo tu mi fai torto davvero. Per fanciullo che io fossi, non mi mancava il discernimento. Ove Luigia non fosse stata di buona famiglia, d’indole gentile e ben educata, non avrei fermato lo sguardo sopra di lei, e molto meno cangiata la prima simpatia in altro più vivo sentimento. Quanto al pericolo che il mio amore potesse esserenon diviso o contrastato, vi era, mi parve, poco da temere. Non abbiamo tutti il nostro amor proprio che ci fa coraggio? Qual è il giovane amante che non si lusinghi di ottenere corrispondenza? E donde mi sarebbe venuto l’ostacolo alla speranza? Io aveva fatto l’esame di me stesso, e sia detto colla dovuta modestia, mi trovai abbastanza contento. Il sentire troppo umilmente di noi, e il timore dei rifiuti e dei contrasti non giustificati, costringerebbero una gran parte degli uomini ad astenersi dall’amore, o a soffocarlo nascente. Sicchè, madre diletta, mi darai il tuo consenso? Ti piacerà di avere due figli?

— Potresti dubitarne? Ma ci manca un altro consenso.

— Lo avremo sicuramente. Sarebbe tempo che io mi facessi conoscere dal padre di Luigia.... che preparassimo le cose. Don Aurelio sarebbe l’uomo a proposito per toccare i primi tasti. Quindi interverrebbe la mia dolcissima madre colla sua nobile presenza, coi suoi modi attraenti, preceduta dalla fama delle sue virtù e de’ suoi patimenti gloriosi.... a lei non si resiste.

— Basta basta. L’interesse della propriacausa rende eloquenti.... ed anche adulatori se occorre, disse la signora Elisa con una grazia di sorriso e di gesto da mostrare che meritava l’elogio, mentre intendeva di declinarlo.

Erano giunti in vista del sepolcro, e tacquero. I due cipressi, già cresciuti ed educati a protendere basso i rami, lo coprivano colla loro fosca verdura. Più che un sepolcro, altre volte cagione di emozioni affannose, era adesso un altare a cui si accostavano con mesta e quieta venerazione. Passando di là non piangevano più, ma sospendevano un lieto pensiero che potesse allora occuparli. Il dolore, così a lungo e aspramente esercitato, aveva spuntati i suoi strali e finito di adoperarli, lasciando nei feriti le piaghe rimarginate.

Passarono presso un melo, sopra il quale stava ilronchierecogliendone i frutti.

— Se ti contenti, disse Faustino alla madre, manderemo domani a Don Aurelio un cestello di queste pome tanto belle e saporite. Io credo che non fossero più seducenti quelle mangiate da Eva e dal Consorte.

— Sì sì, vorresti anche tu adoperarle asedurre... cioè a raccomandare... disse scherzando la signora Elisa.

— Mamma cara e maliziosa!

— Vedi se mi hai capita?

— Don Aurelio mi gioverà senza bisogno di mele, perchè vi sarà disposto dalla sua bontà, ed io gli pagherò il debito coll’aumentargli il mio affetto e la mia gratitudine. Dunque il primo giorno che noi discendiamo insieme a Brescia, e sarà presto, è vero? io ti lascio alla porta di Don Aurelio, e vado a passeggiare per la città. Dopo un’ora torno a prenderti, e mi presento franco e disinvolto, come se non sapessi ciò che intanto sarà accaduto fra voi due.

— E che sarà accaduto?

— Nulla di più facile a prevedersi. Tu gli avrai detto: il mio Faustino ama vivamente e con ricambio la signora Luigia, figlia del padrone di questa casa. Io non la conosco, ma Faustino me l’ha dipinta come un modello di perfezione. Lei, signor Don Aurelio, potrebbe dirmi se il ritratto corrisponde all’originale. Qui il mio caro maestro conferma la somiglianza, e tu prosiegui: Lei che abita in questa casa da venti anni avrànaturalmente dei rapporti di amicizia col padre della fanciulla. Chi non fa stima di Don Aurelio, e non si tiene onorato di essergli amico? Or bene, io lo pregherei che volesse così bel bello provare il terreno..... scoprire le intenzioni del padre..... e grado grado insinuarsi nell’affare. Don Aurelio avrà risposto che assai volentieri assume questo impegno, e che ha ferma speranza di ben riuscirvi. Ecco il sommario del vostro discorso. Io tralascio per brevità gli sviluppi e le disgressioni con cui lo avrete allungato. Non dico neppure la maraviglia di Don Aurelio all’intendere che Faustino e Luigia si amano. Come sono stati furbi costoro! avrà esclamato. Ed io non avvedermene mai!

In questo momento compariva Francesco su pel viale, e gli mossero premurosamente incontro. Dopo un’assenza di cinque giorni, egli tornava col suo fagottello sotto il braccio e coll’aria molto più afflitta di quando era partito.

— Ella è morta! disse sospirando allorchè si fu avvicinato ai padroni.

— Morta! Povero Checco! risposero essi restando immobili in atto di grande compassione.

Si guardarono tutti tre a vicenda, e gli occhi ed i volti esprimevano nel silenzio io stato dei loro animi.

— Parla, poveretto, disfoga il tuo dolore, disse la signora Elisa standogli da un lato, e Faustino dall’altro, e tornando lentamente a salire.

— Ah, il mio dolore è ben grave! Sono arrivato al paese nell’ora che la cara vecchia pareva star meglio. Sia lodato il Signore, disse al vedermi entrare in camera; il suo solito motto di quando veniva sorpresa da una consolazione. Era seduta in letto, e quasi non sembrava ammalata, badando alla sua voce ferma e all’insieme del suo aspetto. Sicchè io non moderai il mio trasporto, e me la strinsi fra le braccia come se fosse stata sana. «Figlio mio, la tua venuta mi è di grande sollievo, e contribuirà a guarirmi. Jeri e l’altro mi sono trovata poco meno che agli estremi, e temeva di non più vederti. Ma oggi, grazie al cielo, mi sento sollevata.» Così mi disse mentre eravamo abbracciati. Ah traditore di un male! Il giorno appresso ella ricadde nello stato di prima, e con segnali più spaventosi ancora. Le suedivozioni le aveva già fatte. Il curato venne per amministrarle l’olio santo, e confortarla a morire. Ella non perdette un minuto la conoscenza, e parlò rassegnata e tranquilla a noi tre fratelli, che stavamo singhiozzando intorno al letto. Ci disse parole che stringevano l’anima, ultime parole uscite dalla bocca di nostra madre: «Amatevi come avete sempre fatto, e non cessate di avere il santo timor di Dio, ci disse. Io pregherò per voi, e vi do la mia benedizione.» La signora udrà volentieri che mia madre si ricordò di lei e del signor Faustino, come pure delle cortesie che le usarono quando fu a trovarmi a Brescia. «Quei buoni signori che hanno tanto patito! continua a servirli con amore, ed io pregherò anche per essi.» Una mezz’ora dopo mia madre non era più.

Francesco si passò una mano sugli occhi. La signora Elisa e Faustino lo avevano ascoltato silenziosi. Che avrebbero potuto dirgli in tale circostanza? Quali conforti recargli? Certo è che nessun male di persona estranea li aveva toccati al pari di questo. Ma Checco non era un estraneo per essi. Come non sentire vivamente il dolore di chi aveva sentitopiù vivamente i loro? La signora Elisa, entrando in casa, ordinò alla cociniera che gli preparasse da mangiare. Egli inghiottì a stento qualche boccone e poi, volente la padrona, andò a riposarsi dalla stanchezza del viaggio. Nella sua cameretta disfece il fardello per mettere a luogo i panni. Vi erano anche involte alcune cosuccie appartenute a sua madre, fra le quali una medaglia che essa portava sempre al collo. Vedendo quegli oggetti, si commosse fortemente, il cuore gli si disgruppò, e sparse lacrime abbondanti; il che non aveva ancora potuto fare.

La signora Elisa e Faustino andarono in compagnia alla città, e si separarono sulla soglia di casa di Don Aurelio, presso il quale per buona sorte trovavasi Luigia. Era la prima volta che le due signore si vedevano, e Don Aurelio le presentò l’una all’altra. La fanciulla provò un interno tumulto e si confuse alquanto dinanzi alla madre del suo amato, sentendosi tuttavia contenta di conoscerla. Molto si piacquero scambievolmente, e si andavano guardando con segni manifesti di simpatia. La signora Elisa dovette in sè convenire che l’amore di Faustino era ampiamente giustificato, molto più quando ebbe udito parlarela fanciulla nella breve conversazione tenuta fra loro. Luigia si congedò, e la signora Elisa le porse la mano. Avrebbe voluto invece darle un bacio, che sarebbe stato ricambiato con eguale piacere, ma il mondo ha le sue leggi così dette di convenienza, alle quali bisogna ubbidire quando pure contraddicano ai nostri desiderj onesti e ai buoni impulsi del cuore. Fra la signora Elisa e Luigia non vi era famigliarità. Egli è vero che molte volte due donne si baciano con indifferenza ed anche con avversione reciproca, ma là il bacio sta bene, perchè si conoscono e si chiamano amiche da lungo tempo.

— Godo che il caso ci abbia favoriti, disse Don Aurelio alla signora Elisa rimasti soli. Ebbene, non è bella e amabile questa giovane?

— Sì veramente, io ne sono molto soddisfatta. Ascolti una novità. Faustino mi fece la grande rivelazione del suo amore.

— Finalmente!

— Io vengo per suo ordine, soggiunse ridendo, a pregare Don Aurelio di adoperarsi in questo negozio.... di toccare i primi tasti, come egli si esprimeva.

— Ah ah, non si attenta di venire egli stesso a pregarmi, disse Don Aurelio ridendo alla sua volta. Lo avrei veduto e udito volentieri espormi la storia del suo innamoramento. Ma veniamo a noi. Il padre di Luigia non avrebbe nessuna difficoltà per questo matrimonio, anzi lo gradirebbe come onorevole alla sua famiglia. Egli stima molto Faustino, e più ancora la di lui madre. Ma per effettuare l’unione bisognerebbe attendere qualche tempo, egli fece osservare. Ambedue sono ancora troppo giovani, e poi al presente egli non avrebbe pronta la dote.

— Questo non è un ostacolo, perchè nè io nè Faustino miriamo all’interesse. La dote verrà in seguito quando potrà darla. Mi pare più giusta la ragione dell’età, e perciò noi aspetteremo un anno, se occorre. Don Aurelio avrà informato il padre della fanciulla circa la nostra fortuna, che è mediocre per non dire scarsa.

— Quella di lui non debb’essere gran fatto migliore, per quanto io mi sappia. Egli possiede questa casa, una piccolabreda, e alcuni capitali in giro pel suo commercio di sete.

— Don Aurelio avrà la bontà d’introdurmia lui, perchè possiamo conoscerci personalmente e condurre innanzi le trattative. Noi stabiliremo il giorno della visita.

Qui si presentò Faustino, alla cui impazienza parve che fosse passato gran tempo dacchè aveva lasciata la madre, un tempo più che bastevole perchè ella avesse esaurito a fondo il suo impegno.

— Indovina di che abbiamo parlato finora, gli disse Don Aurelio stringendogli la mano. E nota bene che siamo sempre stati sul medesimo argomento.

— Segno che era interessante e degno di occuparsene a lungo, rispose Faustino ridendo.

Da questo preludio di Don Aurelio e dagli sguardi lieti della madre egli trasse buoni augurii.

— Vi era una volta un bel giovane che s’innamorò di una bella giovane, proseguì Don Aurelio carezzandosi il mento.

— Bello così così, lo interruppe Faustino uniformandosi al tono scherzevole del maestro. In quanto poi alla giovane bisognava dire bellissima.

— Nessuno sospettò mai l’amore nascosto di questo giovane.... bello così così; neppureun certo prete suo amico, uomo accorto e conoscitore delle passioni umane.

— Neppure sua madre che doveva penetrare meglio di tutti nel cuore di lui, disse la signora Elisa mettendosi all’unisono degli altri due.

— Che arte sopraffina dalla parte del giovane!

— Che abile dissimulazione!

Faustino era persuaso dapprima che dicessero la verità riguardo al secreto da lui saputo conservare, ma questo non gli pareva adesso il modo di dirla. Principiò a credere che ne sapessero già qualche cosa avanti la sua confessione, e che le loro parole fossero ironiche. Don Aurelio continuò.

— Quando gli parve tempo, questo amore lo fece noto....

— A sua madre, disse Faustino.

— La quale doveva anch’essa palesarlo....

— A quel tal prete.

— E perchè a lui?

— Perchè si spera nel suo ajuto. A quest’ora gli è stato esposto.... quello che forse già sapeva dell’amore secreto. Riguardo al beneficio che si aspetta dalla sua bontà, quello bisognava domandarlo.

— Un amico può alle volte antivedere ciò che occorre all’amico, e risparmiargli la sua domanda.

— Ah sì certamente. La vera amicizia ha pure di queste previdenze delicate. Laonde si potrebbe credere....

— Che il prete ha fatto il suo debito di amico, toccando i primi tasti.... Questo modo di dire fu adoperato da altri prima di me.

— Ho capito. Quel giovane è stato un baggeo a persuadersi che il suo amore fosse ignorato da tutti. Sua madre ha recitato egregiamente la commedia. E come risposero al tocco i primi tasti?

— Abbastanza bene da contentarsene. La prima volta che il prete vedrà quel giovane, gli darà una buona notizia.

— Supponiamo che il prete sia Don Aurelio, e il giovane sia Faustino. Udiamo la buona notizia.

— Il padre della fanciulla ti è favorevole. Entro un tempo da stabilirsi tu otterrai la mano di sua figlia.

— Ah, Don Aurelio carissimo, ecellentissimo!

— Siamo finalmente usciti da questa lungafigura allegorica, sostenuta si può dire non male. Anche tua madre ha qualche cosa di bello a dirti.

— Davvero? Parla, madre mia.

— Ho veduto la signora Luigia, e discorso con lei.

— Oh! Quando? In che luogo?

— Poco fa, in questa stanza medesima dove si trovava al mio arrivo. È bella, graziosa e modesta.

— Un angelo, si dovrebbe dire.

— Questa parola è riserbata solo agli amanti.

— E di che cosa avete parlato?

— Di letture e di lavori femminili.

— Il mio nome non è stato pronunziato?

— Forse mentalmente da lei.

— Signori, disse Don Aurelio, oggi bisogna fermarsi qui a far penitenza con me. Non si torna alroncose non verso sera. Intanto se la signora Elisa è contenta, usciremo a passeggiare un poco sotto i portici.

Il doppio invito fu accettato. Non si videro mai per avventura unite tre persone dotate come queste della virtù di attirare gradevolmente gli sguardi. La signora Elisa quarantenne, ma bella ancora e sempre distinta perla sua aria gentilesca mista di dolce malinconia, era acconciata con semplicità squisita e perfetto buon gusto, confacente del tutto alla sua persona. Don Aurelio, coi capegli bianchi come neve, curvo alquanto ma rubizzo tuttavia e spedito nei movimenti, vestiva pulitamente e sodamente dal cappello alle scarpe, ornate di fibbie d’argento lucenti. Così dava risalto alla sua figura espressiva e improntata di amabile serenità. È inutile il ripetere per quali esterne doti Faustino si facesse notare. Tutti tre camminavano fra la gente rivolta verso di loro; bisognava essere distratti altrove per non guardarli. Cento volte furono salutati quando con domestichezza e quando con riverenza. Visitarono qualche persona di comune amicizia, e quindi si recarono a pranzo. Don Aurelio si comportò da cortese anfitrione, e Marta da esperta cuoca. Le vivande non furono molte, ma prelibate e servite decorosamente. Si adoperò la biancheria più fina e il vasellame d’argento e di porcellana straordinario. In mezzo alla tavola spiccava un bel mazzo di fiori del giardino di Marta. Dicano in coscienza i convitatori grandi e piccoli se il lusso più o meno abbagliante onde paranole loro mense proceda da riguardi rispettosi verso i convitati, o da vanità di ostentare le proprie cose invidiabili. Don Aurelio faceva quello sfoggio per cordialità e per onoranza de’ suoi commensali, che avrebbe voluto poterli trattare in piatti d’oro.

Sul tramonto del sole la signora Elisa e Faustino si avviarono alronco, d’onde non tornarono a Brescia che il giorno stabilito con Don Aurelio per fare la prima visita al padre di Luigia.

In quella visita, accaduta alla fine di ottobre, furono accettate le scambievoli proposizioni, e si convenne che il matrimonio avrebbe luogo fra otto mesi. Faustino potè andare in casa di Luigia, ma non troppo di frequente, perchè la fanciulla non aveva più la madre, e stava sotto la custodia di unabonne.

Il giorno 14 dicembre Faustino entrò nel caffè sotto i portici nominato il bottegone, dove un amico gli aveva dato la posta, e non era ancor giunto. Per aspettarlo, si trattenne in una saletta vuota di avventori, facendosi portare qualche bevanda ed un giornale. Poco stante comparvero nello stesso luogodue giovani ufficiali austriaci, che sedettero ad un tavolino discorrendo fra loro in tedesco. Uno di costoro disse all’altro: «Non vedo l’ora di essere traslocato altrove. Questi maledetti briganti Bresciani ci odiano a morte. Avrebbero bisogno delle lezioni di un altro Hainau». Faustino non potè contenersi, e con un fremito di sdegno si alzò e proruppe nella medesima lingua: «Signore, voi siete un tristo, e vi domando ragione dell’insulto che avete fatto a me e a’ miei concittadini. Che noi odiamo gli Austriaci è verissimo, ma voi mentite vilmente chiamandoci con quei nomi ingiuriosi». L’ufficiale era balzato in piedi, mettendo la mano sull’elsa della spada e imprecando rabbiosamente. Faustino gli fermò il braccio, e lo tenne come dentro uno strettojo. L’altro ufficiale cercò invano di calmarli.

— Voi dovete disdire le vostre insolenze, continuò Faustino con accento risoluto.

— Non mai, urlò l’avversario schiumando di collera. Noi ci batteremo.

— Quando? dove?

— Domani alle otto del mattino fuori di Porta Pila sotto il castello.

— Ma io non possiedo armi.

— Porterò io due eccellenti pistole. Ciascuno verrà col suo padrino.

— Così sia, e siamo intesi.

— Guai a chi manca!

— Guai a chi manca! ripetè Faustino, lanciandogli uno sguardo fulminante e partendo di là.

Sotto i portici incontrò l’amico aspettato, e gli fece nota l’avventura pregandolo a volergli servire di padrino.

Non paia strano che il nostro giovane, alla prima occasione di affronto, si comportasse come un uomo solito alle contese e al farsi rendere ragione. Non si dica essere stata la sua impetuosa condotta poco in armonia colla dolcezza della sua natura. A questa dolcezza non si opponeva l’energia da lui adoperata nell’esprimere il suo giusto sdegno. Il sentirlo meno, o il manifestarlo pacatamente sarebbe stata una debolezza prossima alla viltà. Ricordiamoci quali sentimenti gagliardi egli nutrisse fra i teneri che gli occupavano il cuore. Ricordiamoci che suo padre, con cento altri patriotti, era stato ucciso da Hainau, e che ora un miserabile strumento di oppressioneaugurava a danno dei Bresciani una nuova tigre di quella fatta.

Faustino andò a trovare Luigia e Don Aurelio, studiandosi di comparire del consueto buon umore, e vi riuscì bastevolmente. Quel giorno egli pranzò fuori di casa, e la sera voleva fingere un male di capo e mettersi a letto per tempo, onde evitare di commoversi e tradirsi conversando colla madre. Ma questo consiglio lo rigettò, parendogli significare fiacchezza e crudeltà insieme. Io debbo saper padroneggiare il mio animo, egli pensava. Io non voglio togliere due ore di compagnia a mia madre, che è forse alla vigilia di perdermi per sempre. Anzi questa sera mi tratterrò più lungamente con lei, e domani ne comprenderà il motivo. La signora Elisa lavorava dinanzi ad un piccolo tavolino rotondo, sul quale stava una lucerna col globo di vetro smerigliato. Prima di sedere presso la madre, Faustino accese una candela, e si mise in disparte a squadernare un album collocato sopra un altro tavolino. Col proposito di voler evitare le commozioni, si abbandonava invece a suscitarle, e ne sentiva una sorta di voluttà tormentosa. I suoi occhi nonerano attenti al libro, ma rivolti furtivamente alla madre. Qual nuovo dolore io le preparo, diceva tra sè medesimo; quante lacrime dovrà spargere ancora? Che sarà di me, che sarà di lei domani? O vincitore o perdente, o vivo o morto che io rimanga, uno strazio acerbo è riserbato al suo cuore. O il sepolcro mi torrà a lei per sempre, o la fuga e l’esiglio per lungo tempo. Mia povera madre! Ma non dipenderebbe da me il risparmiarle un tale supplizio? Chi mi obbliga di cimentare la vita con quel tedesco marrano? Non potrei io astenermi dall’andare al convegno, e beffarmi di lui? Questa idea gli fece comparire il rossore alla fronte. Io commettere una simile vigliaccheria? continuò a pensare. Io venir meno alla data parola, e alle leggi dell’onore? Non sarà mai! E l’ira che m’infiamma dovrà forse tacere? Non ardo io d’impazienza di castigare colui? E se la perizia o la fortuna gli daranno invece la palma? Non m’importa. Sia pur bella e preziosa la vita, mi consoli pure l’amore di mia madre e quello di Luigia, abbiano pure le due dilette un disperato cordoglio per mia cagione, ma domani si compia ciò che è scritto in cielo. La signora Elisa,tenendo sempre gli occhi abbassati sul lavoro aveva composto in questo momento le labbra al sorriso. Ella non ha sentore della sventura che le sovrasta, seguitò Faustino nel suo mentale soliloquio. Immagini liete le passano per l’anima, e la fanno sorridere. Chi, se non io e Luigia, può esserne la causa? Fuori di quelle che le vengono da noi, essa non ha al mondo altre consolazioni. E domani le sarà recata la novella.... Ah tristissimo pensiero! E se io la disponessi a riceverla senza desolarsi? Mi mancano forse buoni argomenti? Sì, voglio aver fede nella sua ragione e nella forza del suo animo. Ella non potrà disapprovare ciò che ho fatto, nè distogliermi dall’incontrarne le conseguenze. Una nuova riflessione lo ricondusse al partito di tacere. No no, io non oso promettermi che vi acconsenta. Ho supposto in lei dei sentimenti che una madre non può avere, molto meno una madre di unico figlio. Ella sarebbe rassegnata al vedermi partire per combattere i nemici della patria, ma non mai per cimentarmi in un duello. Il suo materno cuore addurrebbe tali ragioni potenti, che le mie cadrebbero come stolti sofismi. Le sue carezze, le sue preghiere,il suo pianto finirebbero col farmi mancare.... no, sull’onor mio non mancherò. Quindi mia madre non sappia nulla.

Egli andò a sederle accanto, e parlarono di Luigia, del futuro matrimonio, della felicità aspettata, e di altre cose famigliari e geniali, accompagnate di espansioni affettuose. La signora Elisa non ebbe il minimo indizio per sospettare che il figlio chiudesse nell’animo un disturbo, non che una guerra così tremenda, tanto egli seppe sorvegliarsi e governarsi accortamente fino al momento che si furono separati. Faustino invitò Francesco a seguirlo nella sua camera, dove gli raccontò l’accaduto.

— È un affare molto serio, disse tutto conturbato il servo fedele. Ma conta lei di battersi?

— Senza alcun dubbio.

— E se io non volessi?

— Via, non è tempo di scherzare.

— Dio mi castighi se non dico di buono. Lei non si batterà.

— La stessa mia madre non basterebbe ad impedirmelo.

— La sua signora madre non sa l’occorso,ed io lo so. Non doveva confidarlo neppure a me. Che dico io? Anzi ringrazio il cielo che gli abbia mandato la buona ispirazione.

— Tu mi dispiaci con questi sgomenti da femminetta. Dov’è l’animo di Checco?

— Non si tratta di me, signore; io tremo per lei e per sua madre. Ah, cane ribaldo austriaco! Aver piacere di quanto Hainau ha fatto ai Bresciani! Chiamarli maledetti briganti! Or bene, facciamo una cosa. Lei viene sorpreso questa notte da un’improvvisa malattia, e quindi non può recarsi domattina al luogo del ritrovo. Ci vado io in cambio.

— Checco mio caro....

— Mi lasci finire. Lei mi presta alcuni suoi panni, affinchè io non sembri quello che sono, e colui non abbia il pretesto di ricusarmi come sostituto. In quanto ai modi e al discorso io spero di elevarmi per un quarto d’ora al segno da non parere un servitore. Così l’affare me lo prendo sopra di me, e il tedesco lo acconcio io pel dì delle feste.

— Non ne facciamo nulla, mio impareggiabile Checco, disse abbracciandolo. I propositi scellerati del tedesco hanno ferito le mie orecchie, e tocca a me di trarne vendetta.Spero di aggiustarlo io pel dì delle feste. Ecco venuta l’occasione di giovarmi delle lezioni di bersaglio.

— Vivaddio, e perchè mettermi a parte di questo avvenimento?

— Perchè ti voglio bene, disse Faustino pigliandolo amorevolmente per mano, perchè tu comprendi che il duello non può tralasciarsi, e perchè tu mi accompagnerai sul terreno.

— Questo s’intende. Ma sua madre, sua madre! Sventuratissima signora! Mi crederà ella complice di un tal fatto? Vorrà ella persuadersi che ho cercato d’impedirlo? Deh, signor padrone, pensi che potrebbe restar morto sul colpo.... o ferito gravemente.... Se ciò avvenisse.... perdio! colui non rientra più in Brescia. O si batte anche con me, o lo strozzo là come un pollastro. Aimè, che cosa mi è toccato di sapere questa notte! Ho le convulsioni in tutto il corpo.

— Lasciami, Checco mio, chè debbo scrivere alcune lettere. Fa di essere pronto domani alle sette.

— Lo sarò di qualunque ora, perchè io non dormo più.

Rimasto solo, Faustino scrisse alla madre, a Luigia e a Don Aurelio; fece alcuni altri preparativi, e poi si coricò. Il mattino all’ora prefissa tutti si trovarono sul campo. Esaurite le pratiche di uso, i due avversarii si collocarono alla distanza convenuta, e fecero fuoco. Faustino fu toccato leggermente nel braccio sinistro, ma l’ufficiale, colpito nella fronte, cadde per non più rialzarsi. Checco respirò, e gli disparve dal volto l’aria torbida che lo infoscava.

— Addio, gli disse Faustino quando si furono allontanati dalla scena; io vado all’estero senza indugiare un momento. Nella mia camera sopra il tavolino vi sono tre lettere, che tu darai a mia madre. Confortala, e dille che appena giunto in salvo le scriverò.

— Signor padrone, io non mi separo da lei se non quando avrà passato il confine, soggiunse Checco risolutamente. La polizia austriaca veglia e ghermisce da per tutto. Ci mancherebbe che lei cadesse ne’ suoi artigli. È inutile che mi contrasti. La sua signora madre le troverà da sè le lettere sopra il tavolino.

— Ebbene, andiamo. Io terrò conto anche di quest’altra prova del tuo amore.

— Eh, che conto! Dove pensa di recarsi?

— Nella Svizzera.

— Va bene. Io sono pratico dei luoghi, e vi arriveremo senza intoppi. La via della Valtellina è troppo lunga; piglieremo quella di Como.

Furono presto alla stazione della strada ferrata senza passare per Brescia. Alcune ore dopo discesero a quella di Porta Tosa, e poi salirono all’altra di Porta Nuova presso Milano, per finire all’ultima della Camerlata. Al di sopra di Como presero certi sentieri attraverso i campi, e quindi misero piede sul territorio di Mendrisio. Con qual animo poi si dividessero, lo pensi il lettore. La sera del giorno dopo Francesco rientrava in Brescia.

— È salvo, è salvo, disse alla sua padrona che stava in compagnia di Don Aurelio.

— Ah, Checco, non ti avrei creduto capace di secondare Faustino in questo orribile fatto, disse la signora Elisa con severità mista alla costernazione.

— Secondarlo? Ecco l’accusa che io temeva. Il cielo mi è testimonio della opposizione che gli ho fatta, ma inutilmente. Egli stette fermo come una rupe. Mi era nato perfino il pensiero di chiuderlo in camera, masono persuaso che avrebbe rotto l’uscio, o si sarebbe calato dalla finestra piuttosto che mancare al convenuto. La signora avrà trovato delle lettere.

— Sì, le ho trovate.

— La ferita di Faustino è veramente leggera, come si racconta? domandò Don Aurelio.

— Un’inezia. Egli ebbe rotta la manica e sfiorata la pelle, ma l’altro....

— Taci, lo interruppe la signora Elisa, aggiungendovi un cenno della mano. La polizia venne per arrestare Faustino.

— Quale semplicità! Credeva forse la polizia che egli stesse ad aspettarla? Noi abbiamo dormito la scorsa notte a cento miglia di qua.

— Tu non mi hai detto ancora dove si è rifugiato.

— Nel Cantone Ticino, d’onde passerà in Piemonte. Fra due o tre giorni la signora avrà sue notizie.

— Ti ringrazio che lo hai accompagnato, e sei stato partecipe de’ suoi pericoli. Mi dispiace di averti fatto torto, aggiunse per cancellare in lui l’impressione dell’immeritato rimprovero.

Checco non avrebbe avuto pace, se quelle parole non venivano a dargliela.

Faustino soggiornava nella capitale del Piemonte, e di là scriveva sovente alla madre ed a Luigia. Questa confortava alquanto il proprio dolore, trattenendosi con Don Aurelio e colla signora Elisa. La giovane era travagliata altresì per un’altra cagione. Gli affari commerciali di suo padre andavano male, e lo vedeva preoccupato e mesto.

La signora Elisa, avendo ottenuto dopo molte istanze un passaporto per Torino, andò a trovare il figlio, che abitava due camerette mobigliate in via di Po. Grande fu la gioia di lui all’arrivo inaspettato della madre, che non gli aveva fatto sperare la sua visita perle difficoltà di averne il permesso. Non fu minore il giubilo della signora Elisa, colla differenza che importava l’esservi ella preparata. Il giovane, in tre mesi dacchè dimorava a Torino, aveva acquistato una sorta di celebrità. I patimenti e il patriottismo della sua famiglia, i suoi pregi personali, e il duello da lui sostenuto per un sentimento generoso, lo facevano l’idolo di tutti i liberali, e principalmente degli emigrati bresciani, amici di suo padre. Quando si seppe la venuta della signora Elisa, vi fu negli uomini e nelle donne un desiderio di conoscerla, una gara nell’onorarla, un’affluenza di visitatori al suo albergo. I due Bresciani madre e figlio formavano il soggetto dei discorsi e delle lodi generali. Le spie austriache stanziate a Torino riferivano sul favore che la signora Elisa godeva presso il partito rivoluzionario, sul concorso alla sua abitazione, e sui propositi sediziosi che vi erano tenuti. Don Aurelio intese da un galantuomo bene informato le misure che prendeva la polizia contro di lei, e le scrisse di non lasciare il Piemonte, perchè tornando a Brescia non vi sarebbe sicura. Questo avviso venne a risolvere la sua incertezza. Ellagià desiderava di rimanere col figlio, il cui ritorno a casa non era da sperarsi per lungo tempo, ma le cose domestiche ed altre considerazioni si opponevano alla sua brama. Non si mosse dunque da Torino, ma significò le proprie intenzioni al suo uomo d’affari, ed a Francesco l’ordine di venire a raggiungerla, dopo spacciate certe incumbenze.

Don Aurelio e Luigia erano dolentissimi che alla emigrazione del figlio si fosse aggiunta quella della madre. Le sventure e le afflizioni si succedevano l’una all’altra. Il padre della fanciulla andava di male in peggio nei suoi negozii. Da parecchi anni la filatura dei bozzoli eragli stata tutt’altro che lucrosa. La perdita di una lite, alcune speculazioni disgraziate, e il fallimento di un corrispondente concorsero a precipitarlo. Ormai non poteva più soddisfare a’ suoi impegni, e trovavasi al punto di dover fallire egli stesso. Un ricco cittadino, il signor M.*, si offerse di salvargli il credito e le sostanze al patto che diremo dopo una digressione.

Tutti i paesi d’Italia vantano uomini amanti della patria, il numero dei quali è grande dove più e dove meno, come la forza delloro amore. Parlando solo della Lombardia, si può dire che vi abbondano questi uomini, e non pochi sono patriotti in alto grado. Costoro hanno veramente l’Italia in cuore. Per essa versano il proprio sangue e prodigano i loro averi, contribuendo a tutto quanto può agevolare i suoi trionfi e il suo risorgimento. Nell’oro da essi donato vedono armi e armati che fulminano i suoi nemici. Nessun sacrificio è loro increscevole. Se poco possiedono, danno tuttavia molto per ammirabile virtù di abnegazione. Ai bisogni e agli appelli urgenti, essi dicono fra sè medesimi: supponiamo che un incendio ci abbia guasta la casa, o la gragnuola devastati i campi, e il danaro che dovrebbe riparare i danni, adoperiamolo a soccorrere la patria. Quanto hanno patito al tempo della sua oppressione, altrettanto gioiscono ora che va risorgendo a libertà. Non sono entusiasti del momento, nè facili a raffreddarsi sui grandi avvenimenti politici e militari che ci apportarono salute. Durevoli sono nei loro animi le impressioni lasciate da questi avvenimenti; viva è sempre la memoria dei vantaggi che ne risultarono. Essi ne parlano e ne godono come di unbene appena ricevuto. Per essi le battaglie di Magenta e di Solferino, le annessioni dell’Emilia, della Toscana e delle Due Sicilie sono fatti accaduti jeri, e sentiti ognora col piacere di una grande e felice novità. Gli uomini in generale illanguidiscono prestamente nel loro sentire, compreso quello toccante la patria. Sulle cose avute per più importanti e più care passano in breve alla tepidezza, all’indifferenza e quasi all’oblìo. Questo è un grave male di fare subitamente vecchio il nuovo e di adagiarsi nel presente senza più rivolgere il pensiero al passato, nè stabilire confronti. Ciò impedisce non solo di apprezzare degnamente e di godere appieno la prospera situazione raggiunta, ma scema lo stimolo e l’aspirazione a renderla più prospera ancora. Come vi sono gli eccellenti patriotti, così esistono gli uomini che del nome di patria non conoscono neppure il significato. Lasciando i molti di costoro che s’incontrano fra i volgari, accenniamo ai pochi della classe ricca e distinta. Sono pochi, ma ci colpiscono di un senso tanto più disgustoso in quanto che li troviamo in una sfera che non dovrebbe presentarne alcuno. Questifigli disamorati non hanno mai palpitato al nome della loro madre, l’Italia. Essi vivono sul suo suolo come stranieri, e non prendono parte nè ai dolori nè alle gioie di lei. Anzi hanno contribuito a procurarne i dolori appunto perchè non aspiravano a parteciparne le gioje. O aderivano al governo austriaco, o l’anima hanno meschina e pregiudicata, o l’avarizia li strozza. Per l’una o per l’altra di queste maledizioni non fecero e non fanno mai nulla a pro della patria, nemmeno per timore della pubblica opinione, che essi disprezzano. Invano si cercano i loro nomi negli elenchi dei benemeriti che giovano alla causa nazionale. Il loro danaro sta chiuso nei forzieri, o lo spendono per alimento dei proprii vizii, o in opere di stolidi e dannosi intendimenti. Anche Brescia la generosa conteneva alcuni di questi uomini biasimevoli, e li additava vergognando. Nel picciol numero era compreso il signor M.* che si presentò per soccorrere il padre di Luigia. In contraccambio del beneficio egli domandava di sposare la fanciulla, della quale erasi follemente innamorato, sapendo pure che essa amava Faustino e che doveva a lui unirsi. I suoi milionilo fecero dimentico de’ suoi cinquant’anni, ardito a far rompere una promessa, e crudele nel desolare due cuori. Forse egli affibbiava alla sua azione un qualche epiteto onorevole, come quella che salvava un onesto negoziante dalla rovina. A far conoscere ai lettori questo fatto gioverà, meglio della nostra narrazione, la corrispondenza che noi citiamo.


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