Luigia a Faustino.25 marzo 1858.Le angustie di mio padre vanno aumentando colla sua tristezza; egli ha l’aspetto di un ammalato. Alle mie interrogazioni risponde che gravi sventure di commercio lo hanno colpito, e non mi dice di più. Nel suo studio vi è un’insolita frequenza di persone che vanno e vengono con dipinta in volto una cura molesta. Io pavento una catastrofe imminente. Se non avessi il tuo amore che mi sostiene, sarei disperata. Ah, Faustino, sposerai tu una povera giovane senza dote?
Luigia a Faustino.
25 marzo 1858.
Le angustie di mio padre vanno aumentando colla sua tristezza; egli ha l’aspetto di un ammalato. Alle mie interrogazioni risponde che gravi sventure di commercio lo hanno colpito, e non mi dice di più. Nel suo studio vi è un’insolita frequenza di persone che vanno e vengono con dipinta in volto una cura molesta. Io pavento una catastrofe imminente. Se non avessi il tuo amore che mi sostiene, sarei disperata. Ah, Faustino, sposerai tu una povera giovane senza dote?
Faustino a Luigia.26 marzo.Prima rispondo alla domanda colla quale tu chiudi la tua lettera. Se io ti sposerò malgradola sorte che le disgrazie di tuo padre ti preparano? Potresti tu dubitarne, mia Luigia? Nel tuo dolore io ho un motivo di più per amarti, e per voler dividere con te il poco che possiedo. Ecco la prova che posso dartene: ottieni da tuo padre che egli accorci il tempo assegnato alla nostra unione, e che questa si compia al più presto qui in Piemonte. Digli che se bastassero cinquanta o sessanta mila lire per riparare allo sconcerto de’ suoi affari, noi lo assicuriamo di procurargliele. Mia madre ed io abbiamo già discorso in proposito, e fatto qualche disegno. Non ti perdere d’animo, Luigia cara, e speriamo che tutto finirà bene.
Faustino a Luigia.
26 marzo.
Prima rispondo alla domanda colla quale tu chiudi la tua lettera. Se io ti sposerò malgradola sorte che le disgrazie di tuo padre ti preparano? Potresti tu dubitarne, mia Luigia? Nel tuo dolore io ho un motivo di più per amarti, e per voler dividere con te il poco che possiedo. Ecco la prova che posso dartene: ottieni da tuo padre che egli accorci il tempo assegnato alla nostra unione, e che questa si compia al più presto qui in Piemonte. Digli che se bastassero cinquanta o sessanta mila lire per riparare allo sconcerto de’ suoi affari, noi lo assicuriamo di procurargliele. Mia madre ed io abbiamo già discorso in proposito, e fatto qualche disegno. Non ti perdere d’animo, Luigia cara, e speriamo che tutto finirà bene.
Luigia a Faustino.4 aprile.Mio padre è rovinato senza rimedio. I suoi debiti sommano a trecentomila lire, e la sua sostanza non arriva a tanto. Ah, Faustino, se io volessi scriverti con calma sarebbe una finzione, anzi un vano sforzo, perchè non vi riuscirei coll’animo lacerato come mi sento. Mio padre venne jeri sera nella mia camera a mostrarmi l’abisso che gli staaperto dinanzi «Tu sola puoi salvarmi, Luigia, disse piangendo col capo abbandonato sopra la mia spalla. Il signor M.* ti ama ed è pronto, se tu lo sposi, a trarmi da questa fatale situazione. Io so quello che tu puoi rispondermi; so il tuo amore per Faustino e la promessa che a lui ti lega. Ma si danno qualche volta delle circostanze imperiose, accadono tali avvenimenti di forza maggiore che violentano la nostra volontà, e ci trascinano a rompere gl’impegni contratti anteriormente. Non vorrai tu impedire il disonore e forse la morte di tuo padre? Io sono alla vigilia del più disastroso fallimento. Abbi pietà di me, Luigia». Egli per avventura interpretava il mio silenzio come un segno di perplessità, e come un mezzo consentimento alla sua proposta; io taceva perchè impietrita dalla proposta medesima. Mio padre si allontanò dicendo che mi dava tempo otto giorni a decidermi. Ah, Faustino, io non posso più scrivere; ho le convulsioni nella mano come nel cuore.
Luigia a Faustino.
4 aprile.
Mio padre è rovinato senza rimedio. I suoi debiti sommano a trecentomila lire, e la sua sostanza non arriva a tanto. Ah, Faustino, se io volessi scriverti con calma sarebbe una finzione, anzi un vano sforzo, perchè non vi riuscirei coll’animo lacerato come mi sento. Mio padre venne jeri sera nella mia camera a mostrarmi l’abisso che gli staaperto dinanzi «Tu sola puoi salvarmi, Luigia, disse piangendo col capo abbandonato sopra la mia spalla. Il signor M.* ti ama ed è pronto, se tu lo sposi, a trarmi da questa fatale situazione. Io so quello che tu puoi rispondermi; so il tuo amore per Faustino e la promessa che a lui ti lega. Ma si danno qualche volta delle circostanze imperiose, accadono tali avvenimenti di forza maggiore che violentano la nostra volontà, e ci trascinano a rompere gl’impegni contratti anteriormente. Non vorrai tu impedire il disonore e forse la morte di tuo padre? Io sono alla vigilia del più disastroso fallimento. Abbi pietà di me, Luigia». Egli per avventura interpretava il mio silenzio come un segno di perplessità, e come un mezzo consentimento alla sua proposta; io taceva perchè impietrita dalla proposta medesima. Mio padre si allontanò dicendo che mi dava tempo otto giorni a decidermi. Ah, Faustino, io non posso più scrivere; ho le convulsioni nella mano come nel cuore.
Faustino a Luigia.5 aprile.Dire che sono stato colpito dalla tua lettera come da un fulmine, è poco. Tuo padreha potuto proporti?.... Ah, signor no! Un animo paterno rifugge dall’idea di un tale sacrificio. Il solo domandarlo dovrebbe costargli più che il sottomettersi alla propria sventura. I figli non hanno a portare la pena degli errori dei padri. Chi fu cagione de’ suoi mali non voglia rimediarli col fare l’altrui infelicità, ma sappia sopportarli con rassegnazione. Ah, perdere la mia Luigia! Saperla sposa di un altro! Comprendi tu lo schianto e la disperazione che mi viene da un tale pensiero? E quel signor M.* gesuita e codino, venderebbe a simil prezzo il suo beneficio? Ecco la generosità che corre nel mondo, ecco i moventi delle belle azioni degli uomini: l’interesse, o il soddisfacimento di mal concepite passioni. Di’ a tuo padre che io sono sulle furie, e che l’iniquo e vergognoso mercato non avrà luogo. Guai a lui se vorrà farti violenza, e mancare alla parola che mi ha data.
Faustino a Luigia.
5 aprile.
Dire che sono stato colpito dalla tua lettera come da un fulmine, è poco. Tuo padreha potuto proporti?.... Ah, signor no! Un animo paterno rifugge dall’idea di un tale sacrificio. Il solo domandarlo dovrebbe costargli più che il sottomettersi alla propria sventura. I figli non hanno a portare la pena degli errori dei padri. Chi fu cagione de’ suoi mali non voglia rimediarli col fare l’altrui infelicità, ma sappia sopportarli con rassegnazione. Ah, perdere la mia Luigia! Saperla sposa di un altro! Comprendi tu lo schianto e la disperazione che mi viene da un tale pensiero? E quel signor M.* gesuita e codino, venderebbe a simil prezzo il suo beneficio? Ecco la generosità che corre nel mondo, ecco i moventi delle belle azioni degli uomini: l’interesse, o il soddisfacimento di mal concepite passioni. Di’ a tuo padre che io sono sulle furie, e che l’iniquo e vergognoso mercato non avrà luogo. Guai a lui se vorrà farti violenza, e mancare alla parola che mi ha data.
Faustino a Luigia.6 aprile.Dopo messa alla Posta la lettera di jeri mi sono pentito d’averla spedita come immoderata e aspra verso tuo padre. Perdonami,Luigia, perchè io era nel bollore del risentimento quando la scrissi. Ora più miti consigli parlano in me. Noi dobbiamo pregare e non volere, dobbiamo commovere e non irritare. Metti in opera con tuo padre quella soavità di parole e di maniere che tu sola possiedi. Egli sarebbe ben crudele se persistesse nel suo divisamento. Digli che ceda ogni suo avere ai creditori, e che un fallimento per disgrazie non è disonore, come non lo è la povertà che ne consegue. Digli che mia madre ed io siamo sempre disposti a giovargli in tutto quello che potremo. Ma in nome di Dio egli desista dal volersi ajutare con tale espediente ingiusto. Nel cangiamento della sua fortuna abbia almeno il conforto di vederti felice. Non resista alla voce dell’amore paterno, e conservi pura la coscienza dal rimorso di averti sacrificata.
Faustino a Luigia.
6 aprile.
Dopo messa alla Posta la lettera di jeri mi sono pentito d’averla spedita come immoderata e aspra verso tuo padre. Perdonami,Luigia, perchè io era nel bollore del risentimento quando la scrissi. Ora più miti consigli parlano in me. Noi dobbiamo pregare e non volere, dobbiamo commovere e non irritare. Metti in opera con tuo padre quella soavità di parole e di maniere che tu sola possiedi. Egli sarebbe ben crudele se persistesse nel suo divisamento. Digli che ceda ogni suo avere ai creditori, e che un fallimento per disgrazie non è disonore, come non lo è la povertà che ne consegue. Digli che mia madre ed io siamo sempre disposti a giovargli in tutto quello che potremo. Ma in nome di Dio egli desista dal volersi ajutare con tale espediente ingiusto. Nel cangiamento della sua fortuna abbia almeno il conforto di vederti felice. Non resista alla voce dell’amore paterno, e conservi pura la coscienza dal rimorso di averti sacrificata.
Luigia a Faustino.9 aprile.Io ho esaurito ogni argomento che l’amore e il dolore potevano suggerirmi. Apprezzando le mie ragioni, conoscendo la grandezza del sacrificio che mi chiede, e compassionandomiognora, mio padre non rimane dal supplicarmi e dal dipingermi con tetri colori la miseria del suo stato. Ma non sarei io sola a patire quando mi arrendessi alle vostre istanze, gli dissi questa mattina. Faustino non vi è figlio, egli non ha con voi legami di natura, nè obblighi di sommissione per dover portare questa croce — Faustino è un giovine magnanimo, capace d’un sublime atto di virtù, e di ammirarlo in altri, mi rispose. La pena di rinunciare a te gli sarà alleviata dall’amore stesso, pensando come tu fosti degna di averglielo inspirato, e come egli fu degno del ricambio del tuo. Aimè, quale combattimento nel mio povero cuore! Perchè due sentimenti egualmente vivi e santi debbono essere in tale contrasto fra loro, e così fatali l’uno all’altro? Ascoltami, Faustino, tu sei più grande e più virtuoso di me..... dammi il nobile esempio del sacrificio... scrivimi una parola non dico di eccitamento, ma di consenso, o almeno di rassegnazione... ed io farò la volontà di mio padre. Se tu ti opponi, se tu continui a commovermi col tuo cordoglio, io torno al partito di resistere. L’amore e la pietà figliale dovranno cedere; io sarò tua, o di nessun altro.
Luigia a Faustino.
9 aprile.
Io ho esaurito ogni argomento che l’amore e il dolore potevano suggerirmi. Apprezzando le mie ragioni, conoscendo la grandezza del sacrificio che mi chiede, e compassionandomiognora, mio padre non rimane dal supplicarmi e dal dipingermi con tetri colori la miseria del suo stato. Ma non sarei io sola a patire quando mi arrendessi alle vostre istanze, gli dissi questa mattina. Faustino non vi è figlio, egli non ha con voi legami di natura, nè obblighi di sommissione per dover portare questa croce — Faustino è un giovine magnanimo, capace d’un sublime atto di virtù, e di ammirarlo in altri, mi rispose. La pena di rinunciare a te gli sarà alleviata dall’amore stesso, pensando come tu fosti degna di averglielo inspirato, e come egli fu degno del ricambio del tuo. Aimè, quale combattimento nel mio povero cuore! Perchè due sentimenti egualmente vivi e santi debbono essere in tale contrasto fra loro, e così fatali l’uno all’altro? Ascoltami, Faustino, tu sei più grande e più virtuoso di me..... dammi il nobile esempio del sacrificio... scrivimi una parola non dico di eccitamento, ma di consenso, o almeno di rassegnazione... ed io farò la volontà di mio padre. Se tu ti opponi, se tu continui a commovermi col tuo cordoglio, io torno al partito di resistere. L’amore e la pietà figliale dovranno cedere; io sarò tua, o di nessun altro.
Faustino a Luigia.11 aprile.No, tu non tornerai al partito di resistere; il tuo amore e la tua pietà di figlia vinceranno. Io sono corso da mia madre a mostrarle la tua lettera, e abbiamo pianto insieme. «Così doveva fare quella nobile, quell’egregia creatura, ella disse. Tu non sarai minore di lei nella virtù del sacrificio.» Mia madre si diede a prodigarmi i suoi conforti, conoscendo quanto bisogno ne avessi in quell’ora di mortale affanno. Aimè, Luigia, così dunque dovevano compirsi i nostri voti e le nostre speranze di felicità? Così dunque doveva coronarsi il nostro amore di tanti anni, il nostro amore così puro e costante, che di due anime ne aveva fatta una sola? Crudelissimo destino! Ma cessino i lamenti. L’affetto che io nutro per mia madre mi rappresenta quello che tu devi portare al padre tuo. Ebbene, Luigia, arrenditi alle sue preghiere, e segui la voce che t’invita all’eroico sacrificio. Io ti sciolgo dalla tua promessa. Dio avrà compassione di noi, e ci farà trovare qualche lenimento al nostro dolore nel merito della causa che lo produceva.
Faustino a Luigia.
11 aprile.
No, tu non tornerai al partito di resistere; il tuo amore e la tua pietà di figlia vinceranno. Io sono corso da mia madre a mostrarle la tua lettera, e abbiamo pianto insieme. «Così doveva fare quella nobile, quell’egregia creatura, ella disse. Tu non sarai minore di lei nella virtù del sacrificio.» Mia madre si diede a prodigarmi i suoi conforti, conoscendo quanto bisogno ne avessi in quell’ora di mortale affanno. Aimè, Luigia, così dunque dovevano compirsi i nostri voti e le nostre speranze di felicità? Così dunque doveva coronarsi il nostro amore di tanti anni, il nostro amore così puro e costante, che di due anime ne aveva fatta una sola? Crudelissimo destino! Ma cessino i lamenti. L’affetto che io nutro per mia madre mi rappresenta quello che tu devi portare al padre tuo. Ebbene, Luigia, arrenditi alle sue preghiere, e segui la voce che t’invita all’eroico sacrificio. Io ti sciolgo dalla tua promessa. Dio avrà compassione di noi, e ci farà trovare qualche lenimento al nostro dolore nel merito della causa che lo produceva.
Luigia a Faustino.13 aprile.Don Aurelio, al quale ho sempre confidato le mie pene, si intenerì leggendo la tua lettera, e disse approvandola: Non mi aspettava meno da lui. Il venerando uomo m’incoraggiò a presentarmi subito a mio padre, perchè io esitava ancora, e temeva che non mi reggessero le forze per pronunciare io stessa la mia terribile sentenza. Mi presentai, e l’ebbi pronunciata. Egli risorse da morte a vita, ma per pietà di me non manifestò tutta la contentezza che lo possedeva. Ti dirò il vero, il mio dolore tacque vedendo io serenarsi il volto e l’animo di mio padre. Così mi fosse durata a lungo l’impressione ricevuta in quel momento. La sera venne il signor M.* a ricevere la mia promessa. Fu convenuto che il matrimonio si farà entro un mese, e questa sollecitudine l’ho domandata io stessa. Faustino, noi non dobbiamo più scriverci. Non ti dico se potrò e vorrò togliermi dal cuore l’amor tuo. Questo sarà un secreto fra Dio e me.
Luigia a Faustino.
13 aprile.
Don Aurelio, al quale ho sempre confidato le mie pene, si intenerì leggendo la tua lettera, e disse approvandola: Non mi aspettava meno da lui. Il venerando uomo m’incoraggiò a presentarmi subito a mio padre, perchè io esitava ancora, e temeva che non mi reggessero le forze per pronunciare io stessa la mia terribile sentenza. Mi presentai, e l’ebbi pronunciata. Egli risorse da morte a vita, ma per pietà di me non manifestò tutta la contentezza che lo possedeva. Ti dirò il vero, il mio dolore tacque vedendo io serenarsi il volto e l’animo di mio padre. Così mi fosse durata a lungo l’impressione ricevuta in quel momento. La sera venne il signor M.* a ricevere la mia promessa. Fu convenuto che il matrimonio si farà entro un mese, e questa sollecitudine l’ho domandata io stessa. Faustino, noi non dobbiamo più scriverci. Non ti dico se potrò e vorrò togliermi dal cuore l’amor tuo. Questo sarà un secreto fra Dio e me.
Faustino a Luigia.14 aprile.Che noi non dobbiamo più scriverci, è cosa dovuta. Che tu possa e voglia dimenticarmi o no, sia pure un secreto fra Dio e te. Dal canto mio ti dico apertamente che non posso nè voglio cessare di amarti. Per me non vi sono più donne al mondo. Luigia fu il mio primo e sarà l’ultimo mio amore. Se io ti ho perduta, mi rimane la tua immagine scolpita indelebilmente nel cuore. Ah, di una cosa mi disdico. Se misuro la tua dalla mia passione, debbo credere che non ti sarà facile il guarirne anche volendolo. Deh, non lo volere, non lo tentare nemmeno. Segui tu pure ad amarmi, e non farmene un secreto. Io ho bisogno di esserne assicurato, perchè questa certezza sarà il conforto della mia vita. Ti prego di portar sempre quell’anello che ti ho donato. Scrivimi ancora una lettera, nella quale io possa leggere che tu secondi la mia preghiera.
Faustino a Luigia.
14 aprile.
Che noi non dobbiamo più scriverci, è cosa dovuta. Che tu possa e voglia dimenticarmi o no, sia pure un secreto fra Dio e te. Dal canto mio ti dico apertamente che non posso nè voglio cessare di amarti. Per me non vi sono più donne al mondo. Luigia fu il mio primo e sarà l’ultimo mio amore. Se io ti ho perduta, mi rimane la tua immagine scolpita indelebilmente nel cuore. Ah, di una cosa mi disdico. Se misuro la tua dalla mia passione, debbo credere che non ti sarà facile il guarirne anche volendolo. Deh, non lo volere, non lo tentare nemmeno. Segui tu pure ad amarmi, e non farmene un secreto. Io ho bisogno di esserne assicurato, perchè questa certezza sarà il conforto della mia vita. Ti prego di portar sempre quell’anello che ti ho donato. Scrivimi ancora una lettera, nella quale io possa leggere che tu secondi la mia preghiera.
Luigia a Faustino.15 aprile.Eccoti la mia ultima lettera. L’anello che io porto dal giorno che me lo donasti, mi uscirà dal dito soltanto dopo morta. Ciò ti dica se io possa e voglia scordarmi di te. Ah no, Faustino, il nostro amore, chiuso nel profondo delle nostre anime, non sarà una colpa. La sventura che lo ha reso infelice sopra la terra, deve cessare nell’altra vita, dove noi saremo riuniti in eterno, e potremo amarci senza impedimento.
Luigia a Faustino.
15 aprile.
Eccoti la mia ultima lettera. L’anello che io porto dal giorno che me lo donasti, mi uscirà dal dito soltanto dopo morta. Ciò ti dica se io possa e voglia scordarmi di te. Ah no, Faustino, il nostro amore, chiuso nel profondo delle nostre anime, non sarà una colpa. La sventura che lo ha reso infelice sopra la terra, deve cessare nell’altra vita, dove noi saremo riuniti in eterno, e potremo amarci senza impedimento.
Don Aurelio, che da nove mesi non vedeva il suo allievo nè la madre di lui, andò a trovarli a Torino con loro grande consolazione. Un giorno, stando solo colla signora Elisa, le domandò:
— Che ha operato finora il tempo sull’animo di Faustino?
— Ben poco di salutare, disse la signora Elisa levando gli occhi al cielo. La guarigione del suo male sarà lenta, se pure avrà luogo. Egli è diventato malinconico, e soltanto dinanzi a me si sforza di non parerlo. E Luigia?
— Io la vedo rare volte dopo il suo matrimonio.Quell’anima tenera e gentile deve soffrire non meno di Faustino. Ma il soffrire cesserà a poco a poco in ambedue. Il loro amore, spoglio del tormento che ancora lo accompagna, resterà una mesta, ma non dolorosa memoria della loro vita. Il padre di Luigia ha rimesso in ottimo stato i suoi affari; la città intera però lo biasima del mezzo da lui adoperato. Il signor M.* è divenuto un altro uomo. Egli ha riformato sontuosamente il governo della sua casa, veste con elegante proprietà, non ha più l’aria del sanfedista, e quasi sto per dire che pensa come un liberale. Questo miracolo, che fa maravigliare i cittadini, si attribuisce al suo amore per la sposa, e al potere che ella esercita sopra di lui. In compenso di quanto ha tolto a Luigia, il signor M.* la circonda di tutti i piaceri che le ricchezze procurano. Ella però non si appiglia a quelli del lusso, tanto ambiti generalmente, ma a quelli di premiare il merito e di spargere beneficenze.
— Così Brescia avrà guadagnato, se il mio povero Faustino ha perduto, disse la signora Elisa sorridendo mestamente.
— Egli pure ha guadagnato qualche cosain mezzo alla sua perdita, cioè il raddoppiamento della benevolenza dei Bresciani, che lo compiangono per le care speranze che gli furono tolte. Questo sentimento favorevole e generale de’ suoi concittadini non deve essergli indifferente.
— Le voci di guerra crescono sempre più, disse Faustino entrando. L’alleanza offensiva e difensiva del Piemonte colla Francia si dà per certa.
— Io mi consolo, rispose Don Aurelio, che vi sieno magnanimi scopi e nobili impulsi di nazioni verso nazioni, come avvene d’individui verso individui.
— E che? disse la signora Elisa, dovranno sempre i popoli ed i governi badare soltanto ai calcoli del proprio interesse, consultare unicamente le loro ragioni di stato, e guardare con indifferenza l’abuso della forza brutale che opprime un paese vicino?
— Avvi chi non approva questa alleanza, ripigliò Faustino, e vorrebbe che l’Italia si redimesse colle sue proprie forze. Certo che la redenzione fatta in tal modo sarebbe la migliore, ma il Piemonte, rinforzato di pochi e incerti ajuti fraterni, non basta contro l’Austria.E perchè dovremo noi rifiutare i soccorsi che generosamente ci offre una nazione grande e bellicosa? È troppo severa la sentenza che un popolo deve provvedere da sè medesimo alla propria salute. Noi abbiamo a che fare con un nemico tanto potente quanto astuto, il quale in nove lustri dacchè ci pesa addosso, ha studiate e praticate tutte le arti leonine e volpine per tenerci sotto. Noi siamo degni che ci venga tesa la mano soccorritrice, perchè sentiamo vivamente il nostro servaggio, perchè ci dibattiamo fra le catene, e abbiamo tentato più volte di spezzarle. Per noi e per la nostra causa stanno i voti e le simpatie di tutte le nazioni incivilite. Io ho fede che l’Austria sarà vinta e costretta a sgombrare il Lombardo-Veneto.
— È certo, disse la signora Elisa, che altre provincie d’Italia si rivolteranno contro i loro tiranni per darsi al Piemonte, cominciando così la bramata unità nazionale, che fra non molto avrà compimento.
— E quando l’Italia sarà unita, soggiunse Don Aurelio, si affretti a farsi forte. Ciò è richiesto a gran voce dalle sue condizioni di bellissima e ricchissima, che la espongono adessere insidiata eternamente. La dottrina del secolo è il rispetto alle nazionalità, e la condanna delle conquiste. Ma le dottrine cangiano, e i tempi delle conquiste e delle invasioni possono ritornare. L’impero della ragione, del diritto e della giustizia è alternato sulla terra con quello del disordine, dell’ambizione e della forza usurpatrice. Bisogna essere previdenti, e spingere lo sguardo anche nell’avvenire lontano. Lasciando da parte ogni altro timore, l’Italia deve sempre aver quello dell’Austria, che starà in perpetuo agguato per ripiombare sulla preda sfuggitale di mano. Se un popolo ha lo scudo della sua forza e del suo valore, può resistere a qualunque attacco. Questo scudo è il solo nume protettore che manterrà l’Italia quando sarà fatta. Io ripeto che suprema cura degli Italiani debb’essere quella di agguerrirsi più che mai, fosse pure con qualche scapito delle sublimi speculazioni, degli studj industriali, e delle arti graziose. Anche il retrocedere un passo nella raffinata civiltà non sarebbe un male quando ne nasca il mezzo di mantenerci nel primissimo dei beni, l’indipendenza e la libertà. Oltre le rocche, i baluardi e lebastite, abbia l’Italia a propria difesa il petto di tutti i suoi figli. Ad un bisogno ogni uomo sia soldato. Il futuro governo italiano deve sommamente occuparsi ad armare il Paese, a promuovere l’educazione militare e levarla in alto pregio, sicchè la destrezza, la gagliardia ed il coraggio sieno argomenti d’onore e di gara nazionale. Studio di ogni cittadino sia quello delle armi, e ambizione l’averne di perfette. Così, e non altrimenti, l’Italia sarà rispettata nella sua esistenza. Così farà ritorno all’antica grandezza, e avrà stabile seggio fra le potenti e temute nazioni.
Già si facevano formidabili apparecchi di guerra tanto dall’Austria, quanto dagli alleati franco-sardi. Da tutte le parti d’Italia accorrevano in Piemonte giovani animosi ad arruolarsi chi nell’esercito regolare, e chi nelle bande dei volontarj capitanati dall’immortale Garibaldi. Faustino e Checco s’incorporarono in un reggimento di bersaglieri nella medesima compagnia. Gli amici potenti di Faustino volevano procurargli un grado, persuasi che lo avrebbe sostenuto con onore, ma egli ricusò fermamente, e fu gregario come il suo caro e fedel servitore. Quandoamano la patria e sono bramosi di combattere per essa i novelli e spontanei guerrieri, sieno pur nobili o ricchi o pregevoli per ingegno, non ambiscono distinzioni e si mettono tra le file dei semplici soldati. È bello il vedere questi giovani favoriti dalla fortuna sprezzare gli agi della vita, indossare l’assisa grossolana, e dividere gajamente i pericoli e le fatiche coi figli del popolo.
Venne l’ora delle battaglie. La signora Elisa e Faustino si erano separati come usano in simili circostanze le anime forti. L’idea che quello poteva essere l’ultimo addio non la manifestarono, temendo che la sua grande acerbità non indebolisse la loro fermezza. Eppure nè la madre nè il figlio avrebbero voluto che quella separazione non avvenisse.
L’esercito austriaco alla fine d’aprile 1859 varcò il Ticino, assalendo il Piemonte in casa sua. Gli alleati lasciarono che si avanzasse e occupasse un tratto di paese senza opporgli resistenza. Quando loro parve tempo gli diedero addosso gagliardamente, e dopo una serie di fatti gloriosi, l’ebbero respinto dappertutto. Faustino e Checco parteciparonoalle vittorie di Palestro e di Magenta. In quest’ultimo luogo gli Austriaci furono sbaragliati e costretti a sgombrare la Lombardia. A Magenta rimase ucciso Francesco mentre combatteva presso la stazione della strada ferrata. Era sull’imbrunire e la battaglia andava cessando, allorchè egli cadde poco lungi da Faustino. Questi corse a lui che, trascinatosi ai piedi di un albero, nuotava nel proprio sangue uscentegli dalla gola traforata da una palla di moschetto. Invano si adoperò a fasciarlo e soccorrerlo con ogni sollecitudine; la ferita era mortale. Il misero non poteva formare la parola, e scolorava e languiva con progresso veloce. Gli sguardi e le strette di mano erano il suo linguaggio, e Faustino gli rispondeva interpretandolo, e poi lo baciava e gli piangeva sul volto. Gli sguardi e le strette di mano cessarono, perchè gli occhi vetrificati perdevano l’espressione, e le dita si allentavano irrigidite. Faustino ebbe in breve un cadavere fra le braccia. Povero Checco! Nato e cresciuto in umile condizione, possedeva un’anima bella per intrepidezza, per sentimenti virtuosi, per devozione affettuosa a’ suoi padroni. Nella grandeecatombe di Magenta poche vite si spensero più preziose della sua. Era degno di rinomanza, e morì oscuro e ignorato.
La signora Elisa, trasferitasi da Torino a Novara si dedicava al servizio degli ospedali riboccanti di feriti. La moderna età sbandì dalla guerra l’antica ferocia. Ora l’umanità parla, per quanto può, nelle battaglie, e impedisce gli atti di barbarie. L’umanità circonda di cure le vittime esangui trasportate fuori del campo, senza distinzione di amici e di nemici. Donne caritatevoli e pazienti medicano le loro ferite e alleviano i loro patimenti, come farebbero le madri e le sorelle. In tale ufficio misericordioso, già da lei esercitato a Brescia nel 1848, era eminente la signora Elisa. La squisitezza della sua carità i suoi sensi compassionevoli, il suo garbo nell’operare e nel confortare non avevano pari. Essere tocchi da quella mano delicata, guardati da quegli occhi pietosi, e consolati da quella voce angelica pareva ai soffrenti un beneficio soprannaturale.
Dal giorno che principiarono le ostilità, la signora Elisa aveva ricevuto una sola lettera di Faustino, e dopo non ebbe più notiziedi lui. Ogni mattina veniva all’ospedale tremando che egli fosse tra il numero dei sopraggiunti feriti. Alle volte si augurava di trovarvelo per poter quietare l’angoscia d’immaginarselo morto sul campo. A lei sembrava che le materne cure avrebbero avuto tanta virtù da risanare le sue ferite per quanto fossero state gravi. Che Faustino lasciasse veramente la madre priva di sue notizie? No, egli aveva scritto altre lettere, che nei disordini della guerra non arrivarono al loro indirizzo.
Il giovane era entrato in Lombardia colle schiere vincitrici e pronte a nuovi combattimenti. Gli Austriaci, sgominati e inseguiti, si ripararono al Mincio dove, radunate tutte le loro forze, tentarono una grande battaglia decisiva. L’Europa la conosce sotto i nomi di Solferino e di San Martino; nomi gloriosi all’esercito alleato, e di funesta memoria all’Austria.
Le sorti di Francesco e di Faustino dovevano fatalmente essere eguali, colla differenza che il secondo contribuì ad una nuova vittoria, e sopravvisse alcuni giorni alle sue ferite. A San Martino egli ricevette in viso una scarica di mitraglia, che lo guastò orrendamente e lo rese cieco. Dopo le prime cure urgenti venne trasportato con altri disgraziati fino a Brescia, perchè Lonato, Castiglione, Montechiaro e tutti i luoghi prossimi al teatro della guerra erano pieni di feriti. Anche Brescia ne aveva un gran numero, che sempre più ingrossava. Molte case di nobili e di borghesi parevano ospedali. Quella, doveper caso fu condotto Faustino, ne accoglieva quindici o venti distribuiti in tre sale, e curati dalla padrona e da qualche sua amica. Diciamo senza indugio che era la casa del signor M.* il marito di Luigia. Il recente amor patrio di costui non andava fino al segno di fargli cedere a tale uso una parte della sua bella abitazione, ma per compiacere alla sposa vi si era accomodato. Inoltre aveva preso a nolo e messo al servizio delle ambulanze quante vetture pubbliche si potevano trovare. In opere di soccorso alle miserie della guerra egli fu prodigo del suo denaro; gli sia resa questa giustizia.
Faustino, più morto che vivo, non domandò in qual casa lo avessero ricoverato, e forse non sapeva neppure di essere a Brescia. Luigia, visitando i nuovi arrivati, fu per cadere svenuta presso il suo letto, mentre il chirurgo gli toglieva le bende per esaminare le ferite. Essa lo riconobbe quantunque mutato e pesto in deplorabile guisa. Gli occhi aveva aperti ma senza vista, la faccia bucata tutta quanta e gonfia estremamente. Luigia si ritrasse da quello spettacolo miserando per raccogliere l’animo e le forze diritornarvi. Il chirurgo giudicò gravissimo il male. Alcune scheggie di mitraglia, penetrate molto addentro nella fronte, si potevano estrarre difficilmente, e facevano temere che qualche organo delicato avessero leso. Coll’assistenza di un collega operò l’estrazione alla meglio, e circa i suoi timori parve allora che si fosse ingannato. Il tentare un rimedio alla vista era impresa disperata, poichè le pupille apparivano colpite d’immobilità e di offuscamento insanabile. Il giorno dopo l’infermo cessò di delirare, e si sentì alquanto sollevato. Luigia lo curava colle sue mani, ma sempre taceva. Una compagna le stava indivisibile al fianco ad interrogare e rispondere per lei, come se operasse e parlasse una sola e medesima persona. Gli venne detto che egli era nella sua città nativa presso una supposta famiglia, di cui fu pronunciato il nome. Giunse Don Aurelio, e prima di aprir bocca stette un minuto a guardar Faustino e Luigia alternamente con pietà e doglia estreme. L’uno non poteva rispondere a’ suoi sguardi e restava impassibile; l’altra vi rispondeva con tale espressione d’ambascia da spezzare il cuore. Don Aurelio fece udire la sua voce.
— Ah, il mio maestro! disse Faustino scuotendosi e cercando la mano di lui. Le parole gli uscivano poco chiare, perchè aveva la bocca costretta e quasi sepolta nelle fascie. E mia madre? domandò.
— Oggi le scriverò a Novara, e subito si metterà in viaggio.
— Non le date il martirio di vedermi in questo stato; aspettate dopo la mia morte.
— Tu guarirai, Faustino mio.
— Guarire? non è possibile... voi mi vedete... ed io non posso veder voi! A che mi gioverebbe la vita senza il bene della luce? Vanno avanti i nostri? Combattono sotto Peschiera e sotto Mantova?
— Sì, gli Austriaci sono inseguiti al di là del Mincio.
— Ah, l’Italia libera! Io muoio contento. E Luigia è felice? La visitate sovente? Sa ella che mi trovo a Brescia mortalmente ferito?
— Basta così, Faustino, il chirurgo ha proibito di farti parlare.
— Quanto l’ho amata e quanto l’amo ancora! Sia risparmiata a lei, come a mia madre, la conoscenza del mio male irrimediabile. Voi solo siatene testimonio, e quando non sarò più, dite loro che io moriva senza patire.
Luigia e la sua amica si asciugavano il pianto. Don Aurelio salutò Faustino fingendo di allontanarsi, ma rimase a vedere la medicatura delle piaghe. Egli raccapricciò dinanzi a quel volto sfigurato miseramente, quel volto così bello non ha guari. Lo intenerirono poi le sollecitudini pietose delle due infermiere, e il modo industre che adoperavano nel loro ufficio per parere unificate. Don Aurelio partì disperando della guarigione di Faustino. Infatti il suo stato peggiorava ad ogni ora. La febbre, il delirio e le trafitture interne del capo facevano di lui il più crudo governo, e non gli davano che brevissime tregue. In una di queste Luigia, rimasta un momento senza la sua compagna, si arrischiò alterando la voce, di rispondere ad una domanda dell’infermo.
— Dio! esclamò egli animandosi per quanto lo poteva; ripetete, o signora, la vostra risposta.
Luigia tacque.
— Per pietà, fatemi udire ancora la vostra voce.
Il silenzio non fu rotto. Allora Faustino prese ambe le mani della sua infermiera e andò tastandole avidamente dove principianole dita. Egli riconobbe il piccolo cammeo rotondo, l’anello che aveva donato a Luigia.
— Bontà celeste, che discopro io mai! Luigia! Parla, parla, te ne scongiuro.
— Faustino!...
— È lei! La mia Luigia! O Dio, datemi per un istante la vista, ch’io possa guardarla, e poi fatemi morire tra le sue braccia.
— Faustino!...
— Essere medicato da te! Ed io non saperlo! Ma l’altra pietosa che mi confortava?
— È una mia amica. Tu sei in casa mia.
— E tu sempre tacere! Non darmi un sentore della tua presenza! Temevi di cagionarmi tormento o gioja mortale? Ah, tormento no... gioja mortale, ma dolcissima, immensa...
E le baciava la mano, umettandola di lacrime. Sì, quegli occhi spenti poterono piangere ancora, ultimo loro pianto. La somma commozione lo interruppe, e quando fu in grado di continuare, aveva perduto la memoria della sua scoperta. Disse parole d’incoerenza e di vaneggiamento. Nella mente disordinata gli passavano idee relative alle battaglie, ai trionfi riportati, e alla libertà della patria. Gli pareva di essere alroncopresso il sepolcro del padre, su pei monti con Francesco, e poi in prigione colla madre. Ora gioiva nominando Luigia come sua sposa, ora si disperava di averla perduta, e citava le lettere da lei scrittegli in Piemonte. Il vaneggiamento e il letargo non lo abbandonarono più. Egli non riebbe la conoscenza neppure alla voce di sua madre. Miserrima donna, con qual animo gli stavi sopra a guardarlo, a parlargli, a baciarlo, a struggerti di lui senza ottenere una risposta!
Alle parti cerebrali dell’infermo si era manifestata una lesione, e la faccia gli si colorava di un rosso livido infiammato. Dopo cinque giorni di tale esistenza, egli morì di corpo, come era già morto di spirito. La madre, Luigia e Don Aurelio accolsero il suo estremo sospiro.
Faustino riposa nel bel Camposanto di Brescia sotto un modesto monumento. Due volte la settimana una carrozza si ferma verso sera nel gran viale dei pini, e ne discendono un prete ed una signora in gramaglia. Entrano nel sacro recinto, e si prostrano dinanzi al monumento. Povera signora Elisa! Povero Don Aurelio!