IX.Il Carceriere pietoso.

Il presidente suonò il campanello, e comparve una guardia che ricondusse la signora Elisa alla sua prigione. Indi a poco il medesimo tribunale ebbe dinanzi Faustino. Il fanciullo era destinato a servire di accusatore e di testimonio contro la madre. I giudici, profittando della sua inesperienza, dovevano trargli di bocca la rivelazione di fatti a lei pregiudizievoli, quando ve ne fossero stati. Per averlo pronto a questo perfido e snaturato ufficio, lo facevano intanto addolorare in carcere. Tale era la moralità e l’eccellenza della giustizia austriaca. Faustino aveva stabilito in cuor suo di voler essere impavido e superiore a sè stesso, ma il solenne apparato del luogo e l’imponenza dei giudici fecero svanire il suo proponimento. Sgomentato e peritoso, abbassava gli occhi e balbettava le risposte. Ci voleva lo stimolo dell’amore filiale e quello dell’indegnazione per fargli alzare il capo e sgombrargli dall’animo lo sbigottimento. Al rifiuto della sua preghieradi poter vedere la madre, si sentì mutato interamente.

— O crudeltà inaudita! proruppe egli acceso in volto. Dividere il figlio dalla madre, chiuderli separatamente, negar loro il sollievo di abbracciarsi! Di che siamo noi colpevoli per farci tanto soffrire? Povera madre mia!

— Calmatevi, disse il presidente, e rispondete con sincerità alle nostre interrogazioni. Questo è il solo mezzo per cui possiate sperare di riunirvi a lei. Quali amicizie, quali relazioni ha la vostra famiglia in Brescia?

— Io credo che prima di me avranno interrogato mia madre. Se ella ha risposto, è inutile che risponda io; se ha taciuto, io pure mi taccio.

— Voi cominciate male per meritarvi la consolazione che bramate.

— Non debbo acquistarmela col nuocere altrui.

— Dunque le persone che vengono in casa vostra parlano contro il governo?

— Io ignoro l’argomento dei loro discorsi, perchè non vi assisto. Il governo che ha in ira e perseguita la mia famiglia sospetterebbe e molesterebbe anche a torto coloro che sonoin qualche modo legati a lei. Ecco perchè non li nomino. Quello che posso dire si è che mia madre ed io viviamo da cinque mesi ritirati alroncosenza vedere quasi nessuno.

— Vostra madre debb’essere altresì la vostra maestra, disse uno dei consiglieri. Che cosa v’insegna di bello?

— Mio maestro è il prete Don Aurelio, che mi spiega la religione, il latino, e le altre discipline ginnasiali.

— Quali massime v’infonde egli circa la patria ed il governo?

— Ciò non entra nell’istruzione che ricevo da lui.

— L’insegnamento di questa materia lo ha dunque vostra madre riserbato per sè, ripigliò il presidente. Noi sappiamo che avete profittato delle sue lezioni, e che portate odio all’Austria.

— Le lezioni di mia madre versano sulla bellezza della virtù, e sulla deformità del vizio; sui pregi della scienza, dell’onore e della bontà dell’animo, e sulla vergogna di quanto vi è contrario. Mia madre, colla scorta di nobili esempj cerca d’instillarmil’amore di tutto ciò che è generoso e stimabile al mondo.

— La vostra fanciullezza dovrebbe salvarvi dal dovuto castigo, ma siccome voi mostrate lo scaltrimento e l’ardire di un uomo, così potrebbe darsi che per voi si derogasse alla legge, e vi si giudicasse in via di eccezione.

— E per quale delitto? Io domando perchè mia madre ed io siamo stati condotti in prigione. Abbiamo forse obbligo di voler bene al governo che ha fatto di noi una vedova ed un orfano?

— Vostra madre è colpevole di aver corrotto persone che trafugarono il cadavere di suo marito.

— Ah, povero padre mio, egli doveva dunque essere interrato come un bruto sui bastioni della città dove subì l’orrendo supplizio?

— Voi saprete per opera di quali uomini ella riuscì a dargli sepoltura alronco.

— Io non so altro se non che una mattina mia madre mi guidò sopra un terreno smosso di recente, e mi disse «Qui giacciono le spoglie mortali di tuo padre». Io mi prostrai affannosamente, e proruppi in lacrimedirotte. Quel giorno medesimo piantai sul sacro terreno alcuni fiori che presto germogliarono e crebbero, e che io seguito a coltivare con religiosa cura.

— Il vostro giardino è stato distrutto; il corpo di vostro padre non è più là.

Faustino restò muto di quel silenzio a cui una subita e grave ambascia costringe. Egli ebbe la stessa ferita che colpì sua madre all’udire lo stesso annunzio. Dopo un istante potè formare la parola, ed esclamò:

— Giusto Dio, vendicate la profanazione dei sepolcri, punite gli spietati che mi uccisero il padre, e che ora mi tolgono le sue ceneri, sopra le quali mi era dato di piangere e di pregare. Neppure questo misero conforto ci è lasciato.

— Vostra madre confessò di aver composto l’iscrizione che stava sulla croce, disse un consigliere.

— E che perciò? Doveva forse attribuirla ad altri, mentre era sua?

— Confessò pure il nome dello scarpellino che la incise.

— Questo non può essere vero. Mia madre non ha basso animo, e non fa male a nessuno.Mi accorgo che si tenta di condur me a rivelare quel nome. Io dichiaro di non saperlo, e quand’anche mi fosse noto, non lo paleserei neppure sotto la tortura.

— Voi siete una testolina calda, conchiuse il presidente, un piccolo temerario imbevuto di cattivi principii, avviato a diventare un facinoroso, come era vostro padre. Tanto peggio per voi se non metterete giudizio.

Restituito alla sua prigione, Faustino pianse amaramente. La distruzione del paterno sepolcro, e la disperanza di unirsi alla madre avevano desolato senza rimedio la sua anima. Egli passò quasi un mese non trovando più modo di divagarsi nè col pensiero, nè colle solite occupazioni materiali. Un giorno il carceriere entrò per prendere gli utensili del pranzo, e vide che il fanciullo aveva mangiato pochissimo.

— Oggi non ha fame? domandò egli raccogliendo i tondi e piegando il mantile.

— No, non ho fame, rispose Faustino che sedeva sulla sponda del letto in atteggiamento di mestizia.

— E sì le vivande sono gustose, e dovrebbero stuzzicargli l’appetito. Vorrei che facesse onore alla mia cucina particolare, giacchè la sua signora madre ha ottenuto di servirsene per sè e per suo figlio. Mia moglie è una brava cuoca, e non lo dico per vantarla. Io lascierò qui ogni cosa, e il signorino mangerà più tardi con suo comodo.

— No no, portate via tutto. Io non voglio più nutrirmi, e così morirò d’inedia.

— Morire d’inedia! Che malinconie gli saltano adesso in capo?

— Io non posso più sopportare il mio tristo e troppo prolungato isolamento. Nessuno ha compassione di me.

— Non è vero, perchè io ne ho della compassione per lui.

— Fate dunque che io veda mia madre.

— Gli ripeto che non posso; il mio dovere me lo vieta assolutamente.

— Se aveste a trasgredirlo, non crollerebbe già per questo la monarchia austriaca.

— Per carità non parli di politica.

— E poi, nessuno saprebbe che avete commesso un sì enorme delitto.

— Non ne facciamo niente, come ho detto più volte.

— Ah, dove si trova un carceriere che abbia buon cuore? Sono tutti crudeli.

— Ehi, signor Faustino, sia ragionevole e giusto. Non dica crudele a me, che pure gli do prove di non essere tale.

— Avete ragione, perdonatemi. Sono così irritato, così angosciato!

— Tutte le concessioni che poteva, le ho fatte.

— Ascoltatemi, buono e caro Anastasio. Sedete lì un momento, e non mi lasciate così tosto. Ma perchè non potreste contentare il mio santo, il mio ardente desiderio? Di che si tratta finalmente per voi? Di venire a prendermi una notte, quando anima viva non è in volta, per condurmi nella prigione di mia madre. Voi state presente alle nostre esclamazioni gioiose, al ricambio dei nostri amplessi, e intanto gustate la compiacenza di aver procurato a due infelici un così dolce momento. Non sarà che un momento quello della nostra unione; voi ci dividerete presto, ma mia madre ed io avremo avuto un gran ristoro, che ci ajuterà a sopportare di nuovo la separazione. Questo fatto resterebbe per sempre un secreto fra noi tre.

— Lei dice a maraviglia, ma è impossibile che io mi arrenda. Gli ordini superiori sono positivi e severi. Abbia pazienza e non andrà molto che finiranno i suoi patimenti. Per quanto io sappia, la giustizia ha poco da imputare a loro signori, e quindi non tarderanno a riavere la libertà. Intanto si contenti di sapere che sua madre sta bene.

— Ecco tutto quello che mi dite di lei; sempre la stessa notizia asciutta, e nulla di più. È una ostinazione che mi fa disperare.

— Ma io reco altresì al signorino i saluti di sua madre.

— Ci vuol altro per appagare le brame ansiose di un figlio. Io vorrei sapere cento cose, e voi negate ognora di rispondermi.

— Suvvia, questa parte del mio dovere mi arrischio di trasgredirla. Non dica mai più che io sono un crudele.

— No, caro Anastasio, non lo dirò più.

— Mi faccia delle interrogazioni, e se saranno discrete, risponderò.

— Ah, così mi piacete tanto. Come sopporta mia madre la prigionia?

— Con gran coraggio; non si lamenta mai.

— Ditemi, la sua camera è salubre e decente? Vi entra aria e luce abbastanza?

— È la migliore del castello. Molti cittadini sarebbero contenti di cambiarla col proprio alloggio, voglio dire riguardata come camera d’affitto e non come prigione.

— Io tremo nel domandarvi se mia madre è costretta all’inazione, che produce la noja, orribile male per sè stesso e irritatore di tutti gli altri.

— Mia moglie procura alla signora qualche lavoro di ago e di maglia, come io fornisco al signorino le matite, i fogli di carta, e i giuochi di pazienza. Eppure qualcheduno ci dà la taccia di crudeli.

— Io riconosco il mio torto, e me ne pento. Ringraziate per me vostra moglie delle distrazioni che trova a mia madre, senza le quali il giorno le parrebbe interminabile. Ha ella dimagrato? Mangia e dorme discretamente?

— La signora gode una buona salute, e questo lo dico sempre.

— Io temo che il vostro possa essere un pietoso inganno. Senza dubbio ella chiederà novelle di me sovente. Ditele tante cose, ma tutte consolanti: che io la saluto carissimamente, che la bacio col desiderio, che mi divertoa disegnare, che sono allegro.... Ah, questo non è vero, e non lo crederà.... ma pare bisogna dirglielo. Voi vedete che ho la ciera smunta e le guancie un poco incavate, ma ciò deve ignorarlo assolutamente. Ella ne ha abbastanza dei dolori. Volete andarvene? Aspettate.... mi fareste la grazia preziosa di portarle quattro parole che scriverò colla matita sopra un pezzetto di carta?

— Quando avrò veduto che sorta di parole...... faccia presto.

— In un momento. Ecco, ascoltate: «Mia dolcissima madre, io penso sempre a te, anche ne’ miei sogni. Io penetro sovente i muri che ci dividono, e vengo ad abbracciarti. Ah, le larve della immaginazione sono lontanissime dalla realtà. Anastasio ha compassione di noi. Addio, addio!»

— Questo biglietto posso portarlo, ma appena letto dalla signora, sarà distrutto sotto i miei occhi.

— Sì, sì, mi basterà che mia madre lo abbia letto. Ah, il bel pensiero! Permettete anche a lei di scrivere sul medesimo biglietto una riga di risposta, e poi lo distruggerete qui da me, dopo che mi sarò consolato delricambio. Deh, mettete il colmo alla vostra bontà.

— Questo pure sarà fatto. A rivederci questa sera.

— Quanto v’invidio che potete comparire dinanzi a mia madre, guardarla in volto e parlarle.

— Da bravo, cominci a mangiare, chè sarà meglio, disse il carceriere uscendo e dando i chiavistelli.

Faustino si sentì contento all’idea di poter leggere e baciare i caratteri di sua madre. Gli si destò alquanto l’appetito, e prese a sbocconcellare.

La signora Elisa ebbe il biglietto del figlio, e ne fu dolcemente commossa, tanto più quando intese che poteva fargli una risposta. Questo era il primo conforto da lei ricevuto in prigione, dove il dolore le aveva stampato in viso le sue impronte fatali. L’anima può sopportare gagliardamente i patimenti morali, ma il corpo no che è fragile e non ubbidiente ai consigli della riflessione. La materia languisce e soccombe per la ragione medesima onde lo spirito rinvigorisce e trionfa. O sono leggere, o non sentite abbastanza quelle afflizioniche lasciano intatto il benessere della persona. Il carceriere mentiva dunque al figlio nell’assicurarlo che la madre godeva buona salute, ma egli doveva dire così. Il vero sta che la signora Elisa era mutata non poco da quella di prima, e che il decadimento della sua bellezza si faceva sempre più manifesto. In sei settimane di prigionia già trascorse non solo non aveva potuto vedere un parente, un amico, un servo, ma neppure ricevere novelle di nessuno. Ogni comunicazione a voce e per iscritto erale impedita. Ma la maggiore ambascia, la spina più acuta del suo cuore era la separazione dal figlio. Il conforto del biglietto fu di breve durata. Ella notò che Faustino non faceva motto della sua salute, e inoltre le parve che le parole fossero tracciate con mano tremante. Da ciò argomentando che egli fosse indisposto, si creava una nuova pena, e accresceva il suo struggimento di vederlo. La moglie del carceriere, che era madre anch’essa, pregò molte volte e indusse finalmente il marito a transigere, almeno per metà, col proprio dovere. Egli permise che la signora Elisa vedesse il figlio, ma nell’ora che sarebbe addormentato, affinchè il secreto di questa condiscendenzanon fosse in balìa di un fanciullo. Nel profondo della notte Anastasio dischiuse piano piano la prigione di Faustino e v’introdusse la madre, cui balzava il cuore di tenera ansietà e di gaudio anticipato. Sulla punta de’ piedi si avvicinò al letto, si chinò sul dormente che giaceva supino e stette a contemplarlo con tutta l’intensità dell’amore materno. Il carceriere si fermò in distanza, tenendo il lume in modo che la scena rimanesse nella penombra. La madre s’avvide che il caro sembiante era alquanto sparuto, e la temenza pietosa venne a mescolarsi in lei cogli altri sentimenti. Chinatasi di più, lo guardò con occhio scrutatore, ascoltò il respiro, gli pose una mano leggera sopra la fronte, e poi si diede a baciarlo a fior di labbra sulle guancie e sulla bocca. Il godere sola di quella gioja le parve egoismo colpevole, e con fraude amorosa attribuì al caso ciò che avvenne per effetto del suo volere. Simulando tuttavia ogni precauzione, toccò di furto e vivamente una spalla del giovinetto, il quale fece un movimento e si scosse dal sonno. Chi può dire come egli rimanesse al trovarsi dinanzi la madre? Si sollevò asedere, si fregò gli occhi, e persuaso che non sognava, imbietolì tutto quanto e pianse di dolcezza. Qui accadde un abbracciarsi lungo e fervoroso, un esclamare di giubilo, un bagnarsi di lacrime, un baciarsi senza posa. Il carceriere intenerito non poteva andare in collera come avrebbe voluto, nè gridare contro la violazione del patto. Dopo aver lasciato durare alcuni minuti quella effusione di santi affetti, intimò che era tempo di finirla. Egli disse alla madre nel ricondurla al carcere: Se il fanciullo si è svegliato per proprio impulso, è segno che Dio lo ha voluto; se fu la signora che apposta gli ruppe il sonno, io le perdono. Bisogna credere che Anastasio, a quello spettacolo affettuoso, si fosse molto impietosito, e che il suo animo avesse goduto al godimento altrui, poichè ogni cinque o sei notti introduceva la madre nella prigione del figlio, e così ripetevasi il piacere di tutti. Egli aveva detto a sè medesimo: Giacchè la prima visita non ha potuto rimanere secreta al fanciullo, tant’è che succeda allo stesso modo la seconda, la terza, e le altre che verranno in seguito. L’uomo non è una bestia feroce, e conviene che ubbidiscaal cuore allorchè la sua voce parla più altamente di quella del dovere. Io spero che la mia colpa non sarà scoperta, ma quando pure lo fosse, l’aver mancato una o più volte farebbe lo stesso in questo caso. Potrò giurare però che i brevi colloqui della madre e del figlio furono soltanto espansioni dei loro affetti. I due prigionieri non parlarono mai di altre cose, nè io li lasciai soli un momento.

Francesco era come fuori di sè stesso, e non trovava pace nè giorno nè notte. Aveva abbandonato ilronco, e abitava la casa in città per essere più vicino a’ suoi padroni, e per poter salire più presto e aggirarsi presso le mura del castello. Quante volte egli fece e rifece quella strada; quante volte passeggiò in vista del terribile edificio; quante altre si fermò al principio del lungo ponte di legno, e appoggiato al parapetto, fissò la tetra porta d’ingresso custodita dai soldati. Dio sa con che pensieri di affanno, di desiderio disperato, e di rabbia compressa egli si tenne colà immobile e dimentico d’ogni altra cosa. Ah, seavesse potuto passare quella soglia crudele, penetrare fino al carcere dei due infelici, e gettarsi ai loro piedi! Se avesse potuto almeno vederli da lungi, e salutarli con un cenno! Sovente si recava da Don Aurelio, sperando di avere da lui qualche notizia, ma l’ottimo prete sommamente afflitto egli pure, non ne sapeva più di Francesco. E sì, fino da quando i suoi cari furono arrestati, egli si era messo in moto e non aveva cessato di visitare e pregare magistrati, capi militari, ed altre persone considerevoli e influenti della città, onde procurassero la liberazione dei disgraziati. Ognuno prometteva più o meno caldamente l’opera sua, compresi coloro che avevano in animo di nulla tentare. Questi ultimi presentavano anticipatamente come difficile e pressochè impossibile la buona riuscita dell’impresa, e così mettevano al coperto la loro vigliaccheria di promettere senza intenzione di mantenere. Ma quelli ancora che si erano adoperati davvero e con zelo non ottennero che parole di speranza, e la cosa intanto andava per le lunghe.

La piccola Luigia aveva essa pure la sua afflizione, e tanto più sentita in quanto chedoveva tenerla nascosta. La poverina comprendeva di non potere nè in casa sua nè presso Don Aurelio abbandonarsi alla tristezza, nè fare soverchie e premurose domande intorno la sorte dei prigionieri. A lei non conveniva mostrare un interessamento e una compassione al di là della misura che si tiene comunemente verso le sventure del prossimo. Quando era sola, si dispensava dal dissimulare. Immestita nel volto gentile e nei begli occhi cerulei, pensava a Faustino e se lo rappresentava in tutte le condizioni di patimento. Colla immaginazione inesperta e impaurita lo vedeva chiuso in una cella oscura e malsana, sdrajato sopra un pagliericcio, nutrito di scarso e grossolano cibo, e duramente trattato da’ suoi guardiani. Lo vedeva tristo e gemente passare i giorni sconsolati, e le notti insonni e più travagliose ancora. Si pentiva di essersi comportata verso di lui con apparente indifferenza, di non avergli lasciato intravvedere che gli voleva bene, perchè da questa idea egli trarrebbe forse nella sua miseria un conforto, e tanto più se avesse corrisposto al bene di lei. Per la signora Elisa, quantunque non la conoscesse,nutriva pure compassione ed un certo affetto, perchè era madre di Faustino e sua compagna nella sventura. Visitando Don Aurelio, entrava lieta e scherzosa, affettazione fanciullesca che ella credeva arte profonda per nascondere il proprio animo. Dopo una volubilità di discorso, domandava della signora Elisa e di suo figlio, volgendosi altrove e baloccandosi intanto. Don Aurelio era troppo preoccupato per badare minutamente al contegno di Luigia, e trovava poi naturale e dovuto che ella si componesse alla serietà del compianto, udendo che le novelle non erano buone. Conversando con Marta, la giovinetta non si studiava tanto nel dissimulare. Un giorno di dicembre la governante stava curando i suoi vasi di fiori in una stanza accomodata a guisa di serra. Luigia entrò proprio colla mira e colla voglia di parlare di Faustino. Ma prima che il discorso cadesse là, bisognava raggirarlo destramente per altre vie.

— Siamo arrivati quasi alle feste di Natale, disse Luigia, alla stagione la più nemica dei fiori. Non è vero, signora Marta?

— È vero pur troppo, rispose la governante additando un bottone di rosa tristanzuoloche non poteva sbucciare. Veda, signorina, come l’inverno mi accomoda, per esempio, le mie rose del Bengala.

— Però in complesso non vi potete lagnare del vostro giardino invernale. Questi geranj, queste viole e questi gelsomini sono prosperosi, e spandono qua dentro un odore soave.

— Sì sì, ma è tutt’altro in maggio ed in agosto. Io dirò sempre: Viva la primavera, e viva l’estate.

— Sono del vostro parere anch’io. L’inverno piace a pochi, e principalmente questo che è freddo assai.

— Oggi quattro gradi sotto lo zero, dice il mio padrone che consulta il suo termometro appeso allo scaffale dello studio. Io poi non capisco come una macchinetta di legno e di vetro possa sentire il freddo, e indicarlo altrui. In quanto a me, io lo sento nelle mie ossa, e da ciò so misurarne la forza.

— Lo sentono ben più i poverelli mal vestiti, e che non hanno stufa nè caminetto nella loro camera. A proposito, chi sa mai se la signora Elisa e suo figlio avranno fuoco in prigione.

— Ah, temo di no. Essi patiranno anche di freddo, mio Dio.

— Sarebbe una crudeltà infinita quella dei loro carcerieri. Si dice che sia tanto buona la signora Elisa.

— Una benefica, una santa donna. Se fosse in libertà, molti bisognosi sarebbero provveduti di legna e di vestimenti dalla sua carità. Invece ella deve soffrire quella miseria che avrebbe riparata negli altri.

— Sarà molto buono anche il signor Faustino, disse la fanciulla guardando e toccando un garofano, come se quel fiore la occupasse veramente.

— Egli è degno figlio di sua madre, un ragazzo d’oro, soggiunse Marta smovendo la terra di un vaso. Lei lo ha veduto parecchie volte qui da noi.

— Sì, ma senza fermarmi, e col solo ricambio del saluto. Un giorno però abbiamo parlato un poco allorchè, essendo egli caduto nel montare sopra una sedia, io gli domandai se si fosse fatto male. Voi non eravate presente.

— Sicchè lei non può conoscerlo, come lo conosciamo io e don Aurelio. Creature del suo stampo non se ne trovano facilmente. Questi crisantemi hanno bisogno diessere inaffiati. Non parlo già del suo bel viso, che si vede da tutti, ma del suo bell’animo e del suo bel cuore. Venendo a scuola, egli fa l’elemosina a quanti poverelli incontra per la strada. Io non lo so da lui, ma da chi ha scoperto questa sua abitudine. Il donare è per esso un piacere. A noi regala fragole, ciliege, pesche e pomi appj del suo ronco; si può dire che ci dà una decima di frutta d’ogni stagione. Non parliamo quest’anno delle giuggiole e delle nespole, perchè al tempo della raccolta il poverino pur troppo non vi era, e la sua gente aveva tutt’altro pel capo. E come impara egregiamente quel caro giovinetto. Quanto ingegno, e quanta volontà di studiare. Don Aurelio gli vuole un amore dell’anima, e la sua prigionia lo addolora e lo dimagra tanto, che i vestiti e le calze non gli vanno più bene. Io mi sento accorata non meno di lui. A pensarvi sopra, la è una barbarie delle più disumane. Imprigionare due innocenti, dopo quanto di orribile hanno già patito! Quale strazio si fa di quelle povere anime!

Marta si asciugò una lacrima.

— Voi fate piangere anche me, disse Luigiatutta commossa. Ma non credete voi che saranno presto liberati?

— Voglio sperarlo, perchè il mio padrone questa mattina mi parve alquanto sollevato, e parlò di una felice inspirazione che gli era venuta, ma senza dire di più. Ah, misericordia, in che tempi viviamo noi! Questi Tedeschi ne fanno proprio di scellerate. I tristacci si vendicano atrocemente di aver dovuto abbandonare per un poco il nostro paese. Ma il Signore Iddio ci metterà rimedio.

Luigia si congedò, e la sua nascente passione trovò nuova esca nelle parole di Marta. Quando l’amore ha principio e alimento dalla compassione, va innanzi di galoppo nei teneri cuori.

Qual era la felice inspirazione di don Aurelio, accennata dalla governante? L’egregio sacerdote aveva qualche legame di amicizia con un vescovo di Lombardia, suo antico compagno di scuola. Costui doveva il pastorale ad un alto personaggio di Vienna suo benevolo protettore, e uomo potente in corte. Don Aurelio pensò d’intraprendere un viaggetto fino alla residenza del mitrato per confidargli e raccomandargli la causa dei prigionieri.Infatti egli comparve un giorno dinanzi all’amico, che lo accolse cortesemente, e gli promise i suoi buoni uffici. Ammirabile cosa e quasi incredibile che un vescovo degli Stati austriaci osasse farsi intercessore di due imprigionati per opinioni avverse al governo. Eppure fu così, e Don Aurelio tornò a Brescia confortato di liete speranze.

Il primo giorno dell’anno 1850 per un freddo intenso e calcando sentieri agghiacciati e sdrucciolevoli, Francesco saliva al luogo del bersaglio. Tratta dal nascondiglio la migliore delle due pistole, se la pose in tasca, e discese alroncogià da lui abbandonato dopo l’imprigionamento de’ suoi padroni. Visitò il nuovo e secreto sepolcro, sul quale era spuntata e poscia inaridita dal gelo qualche erba, girò i viali bianchi di brina, guardò gli alberi nudi e luccicanti di ghiacciuoli, provando nell’anima sconsolata anche quel senso di tristezza che nasce all’aspetto della squallida e intorpiditanatura. Entrato in casa, passò dall’una all’altra camera, tutte fredde, silenziose e spiranti la mestizia del deserto. Diede uno sguardo affannoso al letto della signora Elisa ed a quello di Faustino, e si allontanò esalando sospiri. Chiuso dappoi in un gabinetto, si diede a pulire accuratamente dalla ruggine la pistola, e involtala in un fazzoletto, se la ripose in tasca. Quindi transitò alla casetta rustica delronchiere, sedette al desinare della famiglia, e sull’imbrunire si restituì alla città.

Francesco era intimamente persuaso, che il capitano austriaco avesse veduto il sepolcro, e fosse stato il delatore della signora Elisa. Non ci voleva un gran criterio per penetrare questa verità. Egli ravvisò in seguito il traditore che stava in crocchio con altri ufficiali dinanzi una bottega di caffè. A tal vista si sentì rimescolare il sangue nelle vene, e accolse l’idea di mandarlo all’altro mondo, idea sempre più fissa e dominante a misura che tardava la liberazione dei prigionieri. Egli aveva ben meditato e maturato il progetto, era giunto a conoscere le pratiche notturne e la dimora del capitano, il tuttocolle proprie osservazioni fatte accortamente senza prender lingua nè seminare sospetti. Già da tre notti a tarda ora si metteva in agguato presso l’abitazione di colui, ma per un accidente o per l’altro non aveva potuto fare il colpo. Alla quarta non vi fu ostacolo, e camminando all’incontro dell’insidiato, lo freddò sull’istante piantandogli una palla nel petto. Gettata l’arma e datosi a correre per contrade e per vicoli deserti, si ridusse inosservato a casa.

L’uccisione di un ufficiale doveva produrre nelle autorità civili, e più nelle militari un gran commovimento, e molta sollecitudine di scoprire il reo. Ma come venirne a capo? Era vendetta privata, o dimostrazione di rabbia contro il governo? Chi erano i nemici del capitano? Che aveva egli fatto per armare contro di sè il braccio di un assassino? Nessuno sapeva niente. Il commissario superiore di polizia, che aveva ricevuto in secreto la delazione del capitano a carico della signora Elisa, era morto di malattia un mese prima. Sicchè l’avvenimento di quella notte restò un arcano impenetrabile per tutti. La polizia, per darsi l’aria di zelo, catturò qualche innocente,fondandosi sopra vaghe supposizioni. Vi furono minacciosi proclami militari e nuovo apparato di forze per la città, ma poi non se ne fece altro.

Francesco aveva covato e predisposto il suo delitto senza inquietarsi delle conseguenze. Non fu così quando lo ebbe consumato. La coscienza principiò a tormentare la sua anima buona. Egli udiva sempre nella mente il cupo rumore che fece cadendo il capitano, e il gemito che mandò nel morire. Invano si ricordava d’aver ucciso senza rimorso altri soldati in battaglia; molto diversa gli pareva essere la circostanza. Invano si rappresentava la scelleraggine di colui, e i mali che aveva prodotti. Ma toccava forse a me di vendicarli, e in tal modo? E li ho io fatti cessare per questo? E i poveri incolpati del mio delitto, e arrestati a torto? E lo sbigottimento che fu sparso nei cittadini per mia cagione? Così egli pensava dolorosamente, e sempre più cresceva il suo turbamento. In casa di Don Aurelio non compariva da parecchi giorni, e invece di distrarsi cercava la solitudine, o errava concentrato e sconvolto nell’aspetto. Guai a lui se vi fosse stato il minimoindizio, la più piccola prevenzione per sospettarlo dell’accaduto; col suo contegno strano avrebbe cangiato i dubbi in certezza. Non potendo più vivere così oppresso dai rimorsi, andò a prostrarsi dinanzi a don Aurelio, e sotto il suggello sacramentale della Penitenza, gli palesò il proprio misfatto, invocandone l’assoluzione. Il confessore ascoltò prima la turpe azione del capitano, e per tal modo conobbe il misterioso accusatore della signora Elisa. Quindi udì la confessione dell’omicida, passando dal ribrezzo che desta un delitto di sangue al compatimento per la causa onde fu commesso, e per la compunzione sincera del reo. Don Aurelio fece il suo debito di sacerdote e di uomo savio parlando in questa guisa: Per quanto fosse grande la tua affezione verso i tuoi padroni, e grande lo sdegno contro l’autore della loro sciagura, tu non dovevi mai cadere in tanta enormezza. Egli appartiene alla giustizia umana il castigare le iniquità dei tristi, e a quella divina allorchè restano impunite sulla terra. Tu hai vendicato il delitto col delitto; ecco perchè la coscienza ti affanna co’ suoi terrori. Nondimeno, figlio mio, metti in calma lo spirito,e confida nella clemenza del Signore, al quale domanderai perdono del tuo grave peccato. In quanto a me, per la facoltà che mi accorda il mio ministero, e in riguardo del tuo pentimento, te ne do l’assoluzione.

Intanto era venuto da Vienna l’ordine espresso di lasciare in libertà i due prigionieri. Don Aurelio si allontanò ancora da Brescia, con maraviglia e dispetto di Marta, la quale non potè mai sapere il perchè di quelle due assenze del suo padrone. Questa volta andò a ringraziare il vescovo del favore ottenuto, come l’altra era andato per domandarlo. Don Aurelio non parlò mai con nessuno del passo da lui fatto a vantaggio de’ suoi cari. Questo silenzio fu l’effetto della propria modestia, e insieme di un riguardo squisito verso la signora Elisa, la quale doveva certamente aver più caro che la sua liberazione fosse avvenuta per atto spontaneo del tribunale, di quello che per grazia concessa alle preghiere altrui. È vero che ella, ignorando l’opera dell’intercessione, non poteva dimostrare a’ suoi benefattori la propria gratitudine, ma questa era una lieve perdita per Don Aurelio e pel vescovo suo amico.Le anime buone si appagano dell’idea d’aver fatto il bene, e non pretendono ai ringraziamenti.

La signora Elisa si sarebbe restituita volentieri alroncoper amore della solitudine, ma vi rinunciò, non tanto perchè il gennaio è contrario al soggiorno della campagna, quanto perchè non voleva nella fredda stagione esporre il figlio ai soliti viaggetti per recarsi a scuola. Dal tornare alroncola distoglieva pure il pensiero che le avevano rapito il cadavere dello sposo, ignorando ella ancora che Francesco lo avesse ricuperato. Si fermò dunque nella sua casa di città. Tutti gli amici e conoscenti venivano a manifestarle come fossero lieti della sua liberazione. Egualmente facevano moltironchieriuomini e donne suoi beneficati; sicchè per due settimane fu una continua processione. Grande conforto nei mali sono le altrui dimostrazioni di compianto mentre essi durano, e di gratulazione allorchè sono cessati. Chi non ha saputo inspirare amore e stima tanto da meritarsi queste dimostrazioni, deve sentire molto i suoi infortuni e poco le sue prosperità, vedendo che nessuno prende parte nè agli uni nè alle altre.

Luigia si era tutta consolata, e aveva lasciato quella distrazione e quella svogliatezza di cui si lagnavano qualche volta i suoi maestri di lettere e di pianoforte. Non vedeva l’ora che Faustino tornasse a prendere lezione da Don Aurelio, e le pareva assolutamente dovuto di dirgli alla prima occasione: Mi congratulo con lei e con sua madre che abbiano finito di patire. Questo sarebbe stato un passo difficile, che richiedeva molta risolutezza, ma tant’e tanto voleva farlo, anche a rischio di diventar rossa come lo scarlatto.

Faustino venne finalmente a ripigliare gli studi, pieno egli pure d’ansietà d’incontrarsi con Luigia. Il primo giorno non si videro, ma il secondo sì, e nel più bel momento, grazie ad un’astuzia della fanciulla. Essa comparve proprio al finire della scuola quando Faustino chiudeva e radunava i libri. Comparve con un piccolo ricamo in mano da lei eseguito e destinato in dono a Don Aurelio. Era una ghirlanda di fiori di lana, lavorata sul canevaccio, che doveva collocarsi sopra la tavola a sopportare la lucerna. Per verità quel ricamo era terminato da alcuni giorni, ma Luigia aveva i suoi buoni motivi perdifferirne la presentazione. Don Aurelio lo accolse con gran festa, lo guardò minutamente, e lodò assai l’autrice e donatrice di esso. Invitò Faustino ad ammirarlo, e chiamò Marta per la stessa ragione. Vi fu un chiaccherio, un va vieni da questa ad altre stanze per provare la lucerna su quella specie di piedestallo grazioso. I più occupati nella faccenda erano Don Aurelio e la governante; gli altri due procuravano di esserlo in apparenza. La loro vera occupazione stava nel volgersi occhiate meno timide e furtive di quelle d’una volta; occhiate da ambe le parti comprese come espressione della loro simpatia. Quella di Luigia si può dire che passò propriamente allora allo stato di amore, tanto la fanciulla fu tocca dalle traccie dei patimenti segnate in volto di Faustino. Cogliendo l’istante propizio, ella disse a mezza voce tremola, e imporporando le guancie: — Quanto godo che lei e sua madre abbiano ricuperato la libertà. Ho pensato molte volte a loro. — Queste parole produssero in Faustino un dolcissimo effetto, un commovimento di gioia non mai provato. Erano parole che in suo cuore bramava, ma non sperava di udire. Eppure furonopronunciate, e con vezzosa timidezza e con espressione di sincerità. Faustino rispose col medesimo accento e rossore: — La ringrazio della sua compassione. Anch’io pensava spesso a lei, e ciò mi faceva bene. — Solo i primi e adolescenti amori hanno momenti così deliziosi, che più non si rinnovano, ma che si ricordano durante la vita. Faustino andò a casa tutto compreso d’interna letizia. Era innocentissima, eppure la nascose a sua madre, per la quale non aveva secreti. Il sentimento che egli principiava a nutrire è il solo che si chiude anche dai cuori i più virtuosi, ma poi si rivela col contegno, se non colle parole.

Venuta la primavera, la signora Elisa tornò a stabilirsi alronco, e fece subito piantare due cipressi vicino al nuovo sepolcro, senz’altro indizio di funebre ricordanza. Francesco le aveva manifestato che il corpo di suo marito era stato ritolto ai rapitori. Tale annunzio fu da lei ascoltato esultando ed esclamando di gratitudine verso il servo ed ilronchiere, che avevano racquistata la cara spoglia con tanta prova di devozione ingegnosa, e con tanto pericolo di sè medesimi. Se avesse poi saputo il fatto del capitano! Ma Francesco era persuaso che essa pure lo avrebbe condannato, e perciò rimaseun secreto eterno fra lui e Don Aurelio. Faustino ricominciò le sue discese alla città, ed entrava palpitando nella casa del maestro, o per meglio dire di Luigia, giacchè era lei che suscitavagli quei rapidi battimenti di cuore. Benchè ogni giorno progredisse il loro attaccamento, i giovinetti erano cauti nel celarlo agli occhi altrui, per quella ritenutezza naturale, per quello scaltrimento prudente che è istinto di tutti, ma più ascoltato dagli educati. Luigia non aumentò le sue visite. Soltanto a misurati intervalli procurava a sè stessa e all’amato la consolazione di trovarsi un momento vicini e ricambiarsi alcune parole in presenza di Don Aurelio o di Marta. Ciò che non tralasciava era di star pronta alla finestra quando Faustino partiva, sua consuetudine occulta un tempo, ma ora conosciuta dall’altra parte interessata. Il giovinetto levava il capo passando, e succedeva lo scambio d’uno sguardo e d’un sorriso che dicevano tutto. Luigia si ritraeva subito, e Faustino proseguiva la via senza voltarsi indietro.

Si ricominciò pure l’esercizio del bersaglio. Il primo giorno Francesco ebbe un bel dafare a disruginire la carabina, che pareva tolta dal magazzino di un ferravecchj.

— Dov’è l’altra pistola? domandò Faustino vedendo che mancava.

— Dirò.... l’altra pistola.... rispose Checco imbarazzato, e cogli occhi abbassati sulla carabina, che fregava con più energia. Ecco il fatto, piuttosto serio, se si vuole.... ma adesso che è passato non ci penso più. Era il capo d’anno, e faceva un freddo indiavolato.... però giornata serena e sole lucido, benchè senza calore. Andiamo lassù, dissi fra me, a visitare la nostra armerìa. Così mi distrarrò un poco arrampicandomi sulla montagna.... si figuri se io era contristato in quel tempo! Dunque arrivo qui, e cavo fuori le armi dalla tana. Allora non erano coperte di ruggine come adesso. Mi venne voglia di sparare alcuni colpi.... perchè io amo il rumore del fuoco e l’odore della polvere. Caricata una pistola, tiro il grilletto, e pum! Che avvenne? Quella sciagurata mi si ruppe in mano....

— Aimè, disse Faustino.

— Non si turbi, giacchè non mi fece alcun male. E sì l’accidente fu grave.... la canna ebbe una fenditura da cima a fondo, masenza mia offesa. Solamente provai un forte scuotimento al braccio.... Quello, dico io, è stato un vero miracolo.

— Senz’altro, povero Checco. Va là che l’hai scampata brutta. E la pistola dove finì?

— La gettai dentro una macchia, discendendo il monte. Ora a noi, continuò Francesco dopo nettata e caricata la carabina. Il primo colpo lo tiro io per provarla. Benissimo, lo scoppio è stato pieno, deciso e sonoro.

— Tu hai colto proprio nel mezzo del bersaglio.

— La è una fedele arma antica, ma soda e robusta come se fosse nuova. Esce dalla fabbrica dei nostri Paris e Cominazzi di Gardone, celebri perfino in Turchia.

Faustino, stando inginocchiato e qualche volta disteso per terra, fece una ventina di scariche, il più delle quali con buon successo. Dopo si dedicarono ad un’altra faccenda, cioè alla colazione.

— Il padroncino, durante le vacanze, non ha perduto niente della sua abilità, disse Checco estraendo dalla valigia le provvisioni.

— Se venisse l’occasione, io potrei dunquefare le mie prove? Uccidere gli Austriaci in battaglia debb’essere un godimento.

— Solo in battaglia? domandò Checco simulando il distratto.

— Come? Forse in una sommossa popolare? Ma sicuro! Anche quella è una specie di battaglia. Essi sono armati, e noi pure lo siamo. Quindi fuoco da una parte e dall’altra.

— E non si potrebbe senza rimorso, ammazzare un Austriaco fuori del caso di guerra? Non so perchè mi nasca un tal dubbio.

— Vuoi tu dire in una rissa? In un duello?

— No, assalendolo di notte.... o di giorno all’impensata.

— Sarebbe una viltà, un tradimento.

— Supponiamo che questo Austriaco fosse un nefando briccone, che avesse commesso egli medesimo un tradimento, e fatto patire lungamente alcuni innocenti.....

— Tanto peggio per lui, ma un assassinio non è giustificabile in verun modo.

Francesco sentiva nel suo animo questa verità, come debbono sentirla tutti gli onesti. Ma pure avrebbe desiderato di udire un’altra sentenza, almeno dal fanciullo per amore del quale era trascorso all’assassinio. Egli nonavrebbe dato gran peso a tale sentenza, perchè non cercava una giustificazione al suo delitto, ma solo un compatimento ed un sollievo momentaneo alla sua coscienza. Essendogli mancato questo refrigerio, volle procurarselo in altra guisa indipendente dall’opinione e dal giudizio altrui. Dopo una transazione di discorso, entrò a dire:

— Mi sembra che la sua signora madre non abbia ancora riacquistato il colorito e l’aspetto prosperoso di prima.

— È vero pur troppo. Io temo sempre che si ammali.

— Questo poi no; la gran burrasca è passata. Non è un bel complimento ma anche il signorino ha tuttavia la ciera alquanto sparuta.

— Me lo dice pure lo specchio. Gli effetti di una dura prigionia non si cancellano così tosto. Ah, se abbiamo penato!

— E senza il conforto di stare insieme, e farsi animo a vicenda. Come sarà loro parso lungo il tempo.

— Ti lascio immaginare.

— Chiuso in un piccolo spazio murato, colle finestre sbarrate di ferro, doveva essere un supplizio per lei avvezzo al moto liberoe all’aria aperta della campagna. Non avere neppure un libro per occupare il pensiero. E poi la privazione di tutti i loro comodi.

— Anzi delle cose le più necessarie. Ti dico la verità che mi sono augurato molte volte di morire.

— E perchè sottomettere alla pena dei malfattori due anime degne invece di benedizioni e di felicità? Perchè vollero possedere gli avanzi mortali della persona che più amavano al mondo, della persona iniquamente uccisa dagli autori medesimi dei loro tormenti.

— Mercè tua quegli avanzi diletti li possediamo ancora, disse il fanciullo abbracciando con trasporto e baciando Francesco.

— E non fu sommamente malvagio chi denunziò il fatto alla polizia?

— Sì, malvagio sommamente. Che doveva importare a lui se la vedova ed il figlio dell’ucciso ne custodivano presso di loro le amate spoglie? Il delatore sarà stato, io penso, uno degli uomini che le portarono alronco. La speranza di un premio lo avrà sedotto.

— E la sua signora madre sospetta pure così?

— No, perchè, secondo lei, quegli uomini erano tutti fidati; e poi non avrebbero indugiato tanto tempo a commettere la perfida azione. Mia madre dice che la polizia ha tanti altri mezzi per conoscere un secreto.

— Comunque sia, il signorino conviene con me che lo spione meritava... che fu insomma un esecrabile scellerato.

— Il cielo sicuramente lo punirà.

— Potrebbe darsi che lo avesse già punito...

Ecco per qual modo Francesco tentava di attenuare il suo misfatto, e di far tacere il verme roditore della coscienza. Egli otteneva infatti una tregua ricordando la perversità del capitano, e frugando nei dolori delle sue vittime. Quasi gli pareva allora di essere stato non altro che lo strumento della vendetta celeste.

Sullo scorcio di luglio la signora Elisa andò a soggiornare in un’altra sua villetta situata fra Urago e Collebeato a quattro miglia da Brescia verso occidente. Don Aurelio accettò volentieri di tenerle compagnia, e così non interruppe l’istruzione di Faustino. Il giovinetto sentì rincrescimento di non dover ricevere per un pezzo le lezioni in casa del maestro. Luigia aveva saputo ciò che stava per accadere, interrogando Marta che allestiva un baule pel suo padrone. A tale notizia fu penetrata del medesimo rincrescimento di Faustino. Questi aveva preparato da alcuni giorni un biglietto, e per ricapitarlo aspettaval’opportunità, non senza temere che gli mancasse. Ma l’opportunità non mancò, e l’atto venne compito con mano tremante e con violenta pulsazione di cuore. Era per Faustino un ardire di nuova specie, una sorta di dichiarazione amorosa che metteva in quell’istante i suoi spiriti in tumulto. La fanciulla scomparve per leggere il biglietto così concepito. «Io desidero di tornare il più presto possibile a prendere lezione in questa casa, dove provo delle consolazioni... Il mio pensiero volerà qui infinite volte, e mi conforterò intanto colle sue illusioni. La saluto di cuore». Luigia ebbe carissimo questo scritto, e lo lesse replicatamente. Però le parve troppo breve, e non abbastanza chiaro. Avrebbe voluto trovarvi qualche cosa di più deciso e di più significante. Faustino doveva dire, per esempio, che le consolazioni gli venivano da lei, dirlo senza bisogno d’interpretazione. E poi che male ci sarebbe stato a mettervi qua o là la parola amore? Fu tentata di rispondergli, ma una voce interna l’avvisò di astenersene. Faustino aveva fatto bene a scriverle quella letterina, ma essa non doveva ricambiarlo, sebbene fosse persuasa che gli avrebbecon ciò ricambiato anche il piacere da lei provato. La ragione di tale ritenutezza non sapeva propriamente trovarla. In lei principiava l’azione di quel freno istintivo che in fatto d’amore contiene la donna al di qua della libertà concessa all’uomo. Fare dei sacrifici, molto sentire e poco manifestare, ecco la sua condizione, che spesso è salvaguardia di gravi errori. Luigia nascose il suo tesoretto in luogo sicuro, e il giorno dell’ultima lezione si trovò alla solita finestra quando Faustino partiva. Questa volta non vi era il sorriso sulle loro labbra, nè la serenità nei loro sguardi, prolungati oltre l’usato.

La signora Elisa villeggiava dunque allabreda. Con questo nome chiamano i Bresciani ogni podere poco vasto, situato nelle pianure circostanti alla città. La casa era fabbricata in un luogo piacevolmente solitario, alla quale si arrivava per un viale fiancheggiato di alti pioppi. Il terreno consisteva in duecento pertiche, diviso in vari pezzi coltivati a gelsi, viti e cereali. Don Aurelio sentivasi ringiovanire abitando alla campagna con quelle amate persone, di cui si studiava divertire le dolorose memorie colla sua conversazionequando spiritosa e quando erudita, ma sempre allettevole e sparsa di grazie. La signora Elisa ne ritraeva realmente un sollievo; la sua quiete non era tutta effetto di quella legge sociale che prescrive di non rattristare gli ospiti colla tristezza nostra. Le voci del dolore aspettavano a parlare in lei allorchè, per mancanza di distrazioni e di testimonj, la trovavano disposta ad ascoltarle. Tutte le sere, al rinfrescarsi dell’aria, i tre villeggianti facevano una passeggiata nei contorni, e specialmente sull’argine del Mella poco discosto dalla casa. Questo torrente nella stagione più calda rimane a secco, e soltanto in alcuni luoghi bassi contro le sponde conserva un po’ d’acqua lenta o stagnante, che ogni giorno va calando essa pure. Sicchè il Mella in estate sembra un immenso deposito di ghiaja e di ciottoli lucenti e infuocati dal sole. Chi avrebbe mai pensato che un mare di acqua dovesse scorrere sopra quel letto che il giorno prima si attraversava a piedi asciutti? Un mare di acqua precipitosa, che imperversando rabbiosamente soverchiò e ruppe i ritegni, versandosi ad inabissare i campi di cento comuni. Tanto accadde sventuratamentea rovina e lutto di una parte della provincia bresciana. La notte fra il 14 e il 15 agosto del 1850 si scatenò il più spaventoso uragano che ricordino le memorie di Lombardia. Enormi macigni, staccatisi dai monti, precipitarono nella Val Trompia dove passa il Mella, e sviarono col loro ingombro il furioso torrente già gonfio dalla tromba diluviale. Il ruggire del vento si confondeva con quello delle onde, il rumore del tuono con quello dei massi cadenti e rotolanti a precipizio. Lo schianto degli alberi, il crollare delle case, lo sconquasso e il travolgimento delle masserizie, le grida delle persone disperate, il muggire lamentoso degli armenti trascinati dalla piena accrescevano l’orrore di questo cataclisma rischiarato ad intervalli dalla tetra luce dei lampi. Ogni prova di coraggio e di abnegazione, ogni tentativo ardimentoso per mettere un qualche freno all’incollerito elemento riuscirono vani. La carità di ajutare i sommersi ne accrebbe il numero, vittime lacrimevoli le une non meno delle altre. Qual notte d’inferno! Ma venne il giorno ad illuminare quella scena in realtà più tremenda e più desolante di quello che in mezzo alletenebre avesse potuto dipingersi alle atterrite fantasie. Allora si videro galleggiare cadaveri di persone e di bestie sopra le acque torbide e frementi tuttavia; si videro alberi, legnami, cumoli di strame, attrezzi rurali e suppellettili d’ogni sorta. Allora si videro ponti disfatti, strade franate e confuse coi campi, tutta la pianura sparsa di sassi e di macerie, ogni vestigio di coltivazione scomparso, un caos, un deserto generale. E quello era un giorno di solennità religiosa dedicato alla gran Madre di Dio, il giorno della sua assunzione al cielo. Quanti dei fedeli che lo avranno invocato preparati a celebrarlo divotamente si trovavano adesso senza tetto, senza vestiti e senza pane. Nei successivi giorni si manifestarono sempre più le conseguenze di questo fatale disastro, le quali dopo dieci anni non sono ancora dileguate interamente.

Affrettiamoci a far conoscere la situazione dei nostri personaggi nel frangente di quella notte spaventevole. Quand’anche avessero potuto prevedere l’imminente catastrofe, il vento turbinoso e la pioggia cadente a rovesci non permettevano loro di abbandonare la casa, che ben presto fu allagata fino all’altezza didue braccia. Si rifugiarono al piano superiore, dove li feriva lo strepito sordo e lontano del rovinio che abbiamo tentato di descrivere. A poco a poco lo udivano più distinto e commisto ai clamori dei pericolanti e alle grida di soccorso che partivano dalle case più prossime. Francesco, al principiare della tempesta, era accorso a qualche luogo più minacciato, ma vista l’impossibilità di giovare e pensando a’ suoi padroni, retrocesse indi a poco immergendosi nella piena fino alla cintura. Per verità i suoi padroni non correvano rischio in una casa edificata solidamente, intorno alla quale non potevano le acque molto alzarsi, avendo aperto lo sfogo della vasta e declinante pianura. Il giovane, in mezzo alla pietà del prossimo e alla costernatone per la sventura generale sentiva destarsi vivamente gli affetti del sangue, e stava turbato sui pericoli della sua propria famiglia. L’amore verso i suoi padroni non aveva in lui diminuito quello che portava alla madre ed ai fratelli. Ora il pensiero che essi abitavano là dove il Mella doveva avere più imperversato, lo rendeva sommamente inquieto. Non ancora ritirate del tutto le acque, egli volle recarsi al nativo paesedi Tavernole, e vi giunse a fatica per vie quasi impraticabili, rattristando ad ogni passo lo sguardo sulle rovine, e udendo racconti di miserie estreme. La sua piccola possessione, la casa e la fucina erano guaste bensì, ma non al segno di tante altre del circondario. La madre ed i fratelli non ebbero a soffrire alcun male nella persona, dallo spavento in fuori. Dopo aver avvisato con essi circa il modo di riparare i danni, dopo averli confortati e regalati del risparmio sul suo salario, egli rifece il cammino fra il medesimo spettacolo affliggente.

A Brescia tutti i cittadini erano angustiati. Marta, da quattro giorni dopo il disastro, non sapeva ancora niente di Don Aurelio nè degli ospiti suoi. Luigia andava mattina e sera ad interrogarla con ansietà, e sempre udiva la medesima risposta d’incertezza. Oh Dio, se egli si fosse annegato! pensava la fanciulla, discolorando a quell’idea. Finalmente capitò Francesco a quietare la governante, che alla sua volta quietò Luigia. Egli si recava alla casa di città e a quella delroncoper radunare biancherie, coperte e capi di vestiario da distribuirsi ai danneggiati più bisognosi.Inoltre la signora Elisa fece elemosine considerevoli di danaro e di grano. La carità pubblica si destò e operò alacremente non solo nella provincia di Brescia e in tutta la Lombardia, ma in altre parti d’Italia e più nel Piemonte, che nutriva pei Bresciani una speciale simpatia. Il governo austriaco non diede un soldo del suo. Egli si degnò di permettere che si facessero collette nel nostro paese, ma negli altri dell’impero no. Eppure fu questuato parecchie volte fra noi per infortunj accaduti in Boemia ed in Croazia. Il Lombardo-Veneto doveva dar sempre, e non ricevere mai. Meglio così. Noi domandiamo se i Bresciani, nobilmente sdegnosi, avrebbero ricevuto volentieri la carità degli Austriaci.


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