VII.Silvio ad Eugenio.
«Ciò che mi dici nella tua lettera d'ieri, mi fa male. Lo ignoro io forse perchè tu debba ammonirmene?
«Non è che un anno che essa è sposa a lui», perchè farmene sovvenire? e con qual animo mi faresti tu questo richiamo, se non dubitasti delle mie intenzioni?
Sii franco meco; l'amicizia te ne dà il diritto, te ne dà il dovere. Dimmi adunque, giacchè lo pensi, che io sto per commettere un'azione indegna, che sto insidiando codardamente la pace d'un uomo onesto, che vive al pari di me d'affetto e di speranze, che mi accoglie nella sua casa, che mi stringe la mano...
T'intendo, t'intendo — tu non credi alla mia forza, perchè non credi che nissuno possa amare una donna col solo fine di amarla. Il tuo scetticismo non si smentisce. Ma io ho creduto che le mie parole dovessero rassicurarti, e che non mi avresti stimato così debole da infrangere il mio giuramento, nè così stolido da comperare un'ora di voluttà a prezzo d'un rimorso.
Può essere che io m'inganni.
Da qualche tempo sono così mutato, sento l'amore in un modo così diverso, e il mio raziocinio si è così impoverito, che non riesco a darmi ragione dei fatti miei. Tuttavia mi pare che sarei forte, che, anzi che costarleuna lagrima, vorrei prima morire. Ma sono pur stolto io! Parlo come se essa corrispondesse al mio amore... mentre...
A quest'ora ella sa tutto. Non so come l'animo mi reggesse a questa rivelazione; e ne sono quasi pentito, o vorrei fuggire per non rivederla mai più. Una forza più potente della mia volontà mi tiene qui soggiogato; io ritornerò dinanzi ad essa pauroso come uno schiavo...
A quest'ora forse ella pensa a me; ripeterà dentro di sè le mie parole — che dirà il suo cuore?... Il mio non batte più, s'è come paralizzato; da ieri io vaneggio come un pazzo — vorrei dimenticarmi, vorrei sfuggire a questa tortura del pensiero, e non mi è possibile. La notte di ieri mi è sempre dinanzi alla mente, nè io posso staccarmene un istante.
Me le ero seduto daccanto, e da un pezzo non le dicevo parola. Rimuginavo dentro di me cento maniere diverse, e non sapevo qual scegliere per palesarle l'amor mio. Più volte avevo aperto le labbra per incominciare, e il pentimento me le aveva richiuse in un sospiro.
— Fa molto caldo, mi disse Carlotta.
— Estremamente — risposi, e non mentivo.
Volli dir di più, ma mi venne meno l'ardire. Suo marito si accostò a noi, mi rivolse la parola, e mi sorrise; poi parlò lungamente con Carlotta. Quando si allontanò, vidi gli sguardi di Carlotta che lo seguivano con espressione di affetto; tutte le mie forze si accasciarono per un istante. Se non che mi risollevai poco dopo, e credo che la speranza non mi avrebbe mai dato tanto ardimento, quanto me ne venne dalla certezza della sua indifferenza.
— Ho una cosa a dirvi — dissi d'improvviso arditamente.
Ella rivolse la sua faccia verso di me, affissò i grandi occhi nei miei con espressione di meraviglia.
Non potevo più dare indietro.
— Non oso — aggiunsi balbettando.
— Diamine! diss'ella, scuotendo il capo con un sorriso mesto.
— Se voi l'indovinaste...
I suoi occhi non mi dissero nulla.
— Se potessi dirvelo in un orecchio... insistei sorridendo per dissimulare il mio strazio.
Ebbe pietà della mia vergogna, e non attese più oltre. Si rizzò in piedi. La guardai supplichevole, mi guardò senza rancore, senza disprezzo, serena e mesta ad un tempo. Ahimè! non era lo sguardo con cui ella avrebbe detto il suo amore.
M'allontanai precipitosamente da quella casa; mi cacciai in letto smaniando e piangendo.
Dimmi tu pure che io fui sciocco; è tutt'oggi che lo ripeto a me medesimo. Mi pare che in questo momento saprei pur rintracciar la vera via per giungere al suo cuore. Ma è meglio che sia così; tu ne sarai pago; il ridicolo mi ha condannato irremissibilmente — così tutto sarà finito. Io non avrò più forza di parlarle, non so neppure se avrò forza di rivederla.»