XI.Silvio ad Eugenio.
«Non so darmene pace. Ed è possibile spingere la semplicità a questo punto? e voler ritessere di propria mano nuovi inganni alla mente, perchè ella asserisca ciò che non può pensare? Pure è questa da qualche giorno la mia tortura. E m'affatico stoltamente adeludere il mio buon senso, per poter credere ancora alla virtù di quella donna.
La virtù, la virtù! sempre questa parola che enfia pomposamente le gote degli ipocriti; questa che noi chiamiamo virtù è maschera di più fino lavoro delle altre, ma maschera al pari delle altre; il mondo tutto è una mascherata ridicola; e chi non ha labbra da ghigni beffardi, non ha petto da starsene fra gli uomini e farà meglio ad andarsene. Poni la virtù sopra una bilancia, e dimmi quanto pesi; interroga i mercati, e che ti si dica il prezzo di questa merce; incontrerai molte virtù da vendere — ma la virtù non già, perchè non è cosa di terra — Se oggi ci venisse un istante, un usuraio la porrebbe all'incanto, e domattina l'avrebbero violata.
Hai forse ragione, mio ottimo Eugenio; e in questo momento sono assai più disposto a convenire teco; ma sono ben otto giorni che mi arrovello a contraddirti e a persuadermi del contrario. Che vuoi? Sono oramai così debole, che mi appiglio ad ogni cosa che possa arrestarmi in qualche modo su questo fatalissimo pendio che mena all'apatia. Gli uomini sentono di buon'ora questo bisogno;se non che, quando si ha esuberanza di passioni e di forza, il dubbio sfiora il cuore senza passarlo; e se un disinganno tarpa le ali per un istante, bentosto la speranza le rinnova più robuste.
La gioventù è l'inno dell'amore — si è giovani, e si ama — a qualunque prezzo, anche a prezzo del dolore e del sagrifizio — si ama perchè giovani, si è giovani perchè si ama.
In questa effervescenza di vita e di affetti si esaurisce rapidamente la gioventù e l'amore — colla gioventù la forza, coll'amore la fede, però che la fede è un'amore.
L'indifferenza, fredda, muta, desolata ci galoppa alle spalle; ieri era l'avvenire e il passato; oggi è l'oggi — inesorabilmente.
Io lo sento, e vorrei sottrarmi a questa barbara legge, vorrei sottrarmi a me stesso, al peso della mia memoria e della inerzia della mia fantasia. Vorrei... oh! sì; strapparlo dal seno questo cuore impotente.
Ecco forse perchè m'affanno a credere ancora alla virtù di Carlotta.
È un fantasma vano, tu dici; che importa? è pur sempre una fede, è pur sempre un amore; non è più Carlotta che io domandoal cielo, sono le mie passioni, i miei affetti, il mio cuore. Non è Carlotta, ma il pensiero di Carlotta.
Ah! la memoria di quel giorno mi toglie il senno. Spingere a tal punto la perfidia; ingannare un uomo che non vive che di lei, che ella dice d'amare, con cui divide il tetto, la mensa e l'avvenire.... e ingannarlo per chi?
Quel signor Verni è pure la buona persona; affettuoso, cortese, dignitosamente austero; ma che monta tutto ciò? egli è un marito; conviene che egli sia giudicato come tale, e amato come tale. Amato... sì; e non è possibile che io m'inganni. Carlotta ama suo marito... E perchè dunque?... Enigma tormentoso, indefinibile mistero del cuore d'una donna, chi mai saprà leggere nelle tue pagine capricciose?
Mi sono recato più volte, dopo quella giornata, in casa di Carlotta. La vidi mesta, pallida, stravolta: tale un giorno, tale sempre. Che può ella avere che l'affanni? Il rimorso forse? Menzognera e meschina e falsa riparazione questa del rimorso... «La poveretta ha errato, ne soffre». Infamia, infamia; nissuna pietà per la colpa che mendica il perdono colle vesti del pentimento.
Se l'immagine della vostra colpa può tanto sull'animo vostro da rendervi infelice, perchè mai non potè arrestarvi prima di commetterla? «Un istante di debolezza». Verissimo. Ma poichè foste deboli nell'errare, siate forti nel subirne la penitenza — non vogliate lavare l'onta colle lagrime, la debolezza colla debolezza, il vizio colla menzogna.
Quell'uomo, quel cavaliere Salvani, non è più venuto in casa Verni dopo quel giorno. M'ingannerei io dunque? Io sono pure lo stolto giocoliero ad affannarmi per ingannare me stesso. Potessi colle mie stupide querele arrestare un istante il fantasma della mia fede, e morire con essa! Morire benedicendo ed amando, morire col pensiero di lei, coll'immagine di lei dinanzi agli occhi, la mia bocca fremente sulla sua fronte purissima... la sua fronte purissima!... Irridimi cinico, irridimi; la tua beffa non può ferire il mio delirio».