XII.Silvio ad Eugenio.
«Ancora.... sì, ancora di lei; ne ho la mente piena, ne ho il cuore pieno. Nonposso nulla contro la prepotenza di questo affetto.
Le dure parole della tua ultima di dieci giorni fa mi hanno ferito vivamente nel mio amor proprio. Ho voluto aspettare a risponderti per dirti: «Rifaccio i tuoi passi, sarò ad Huesca quanto prima...» Che mi rattiene ora dal farlo? Lo ignoro, ma mi è tuttavia impossibile abbandonare Milano. E d'altra parte abbandonare una città non è abbandonare i nostri affetti, le nostre memorie; e se potessi spogliarmi di queste, non vorrei allontanarmi da Milano.
È la centesima volta che io giuro a me stesso di non rivederla più; questa volta mancò poco che io riuscissi, e sarebbe stato merito tuo. Non è mia colpa se il mio proposito, ed era saldissimo, ha fallito; giudicane tu stesso.
Erano quindici giorni che non era stato in casa di Carlotta; non vi sarei andato più; se non fossero bastate le mie forze, avrei riparato nelle tue braccia per sottrarmi ad ogni tentazione. Propositi saggi, tu lo vedi. Questa mattina sono stato svegliato da un raggio di sole, e mi sono levato meno triste. Ho aperto le finestre, e un'onda di lietipispigli ha invaso la mia piccola casa. Razza spensierata quei passeri! Uscii meglio disposto a sopportare la noia di me medesimo.
Ho gironzato alcune ore senza pensiero; mi sono cacciato dappertutto; ho guardato con molta attenzione le mostre dei negozii, ed ho interrogalo con insistenza il volto dei passanti. «Costoro sono tutti galantuomini, mi sussurrava il mio demonio; camminano a due a due; e si danno il braccio, e cianciano. Cianciano tutti, e di che mai? Vedi soave ricambio di sentimenti!»
Ascoltavo stupefatto le rotte frasi dei loro discorsi, e tentavo indovinarne il senso. Buona occupazione per gli sfaccendati; ma per me era più che un'occupazione, era meraviglia; e ti giuro che ce ne volle prima che mi ricordassi che appartengo anch'io alla razza dei galantuomini.
Suonava il mezzogiorno, e senza avvedermene io m'era spinto entro i viali serpeggianti dei giardini. Le belle anitrelle! le belle magnolie! e sopratutto i bei raggi di sole!
Guardai innanzi a me — povero mio cuore! — era dessa!
Veniva lentamente appoggiata al braccio di suo marito. Il mio primo pensiero, credilo, fu quello di sfuggirla, e girai intorno la sguardo ricercando un sentiero per la mia fuga; ma essi mi avevano già visto.
Carlotta era pallida, abbattuta, come se fosse uscita appena allora di malattia; il suo profilo s'era allungato, e i suoi grandi occhi pareano ingrossati più ancora, e guardavano con sguardi così languidi... Ma io sono pur sciocco a intrattenere il tuo cinismo di queste miserie.
Mi salutarono per i primi; il rossore mi salì alle guancie.
Domandai notizie della salute di Carlotta, balbettai alcune scuse per non essermi più recato in casa loro. Non udii le loro parole di rimprovero; ma mi parvero tali. Dolci rimproveri!
Quel signor Verni è proprio una carissima persona, e sua moglie così bella! Io vorrei pure amarli entrambi...
Mi accompagnai un breve tratto con essi, e vollero farmi promettere che sarei andato a far loro visita. Promisi. Poteva io non farlo?
Ed ora? Tutt'oggi non ho fatto che pensaread essa: ho ripetuto mille volte ogni sua parola. È così dolce la sua voce! Ne sento ancora l'armonia, come fremito d'arpa lontana. Ho dimenticato i miei passeri; il loro cinguettìo mi è indifferente, quasi importuno; e se penso alla gioia d'essere amato da quella donna e udirlo ripetere dalle suo labbra... credo che impazzirei.
E dire!... ah, perchè non posso io contemplare un istante questa cara visione, senza che vi si mesca quell'orribile pensiero? E se io la calunniassi, se non fosse lei quella che ho veduto? Incertezza crudele.
Ritornerò, sì, ritornerò nella sua casa; un'ultima volta, e ti prometto che avrò fatto prima le mie valigie. E sarò teco a dividere la solitudine di quel dannato paese più presto che tu non immagini; e ci consoleremo a vicenda».