XIII.

XIII.

Silvio lasciò passare alcuni giorni senza sapersi risolvere a ritornare in casa di Carlotta.

Se avesse dovuto ascoltare la voce della sua passione, egli vi si sarebbe recato moltoprima, e già più volte era stato per arrendersi al desiderio; ma poichè egli aveva promesso ad Eugenio, e più a sè stesso, che quella visita sarebbe stata l'ultima, non aveva ritrovato ancora dentro di sè tanta forza da appigliarsi a quell'estremo partito.

Se non che suole avvenire delle anime deboli che spesso s'inducano dopo molta riluttanza ad affrontare un dolore, solo perchè non hanno forza di ribellarsi ad una determinazione presa. La scrupolosa osservanza delle promesse che gli uomini fanno a sè stessi, non è sempre, nè per tutti gli uomini, indizio di forza; anzi loscrupoloè sempre debolezza. L'indugiare è una lotta, ma la lotta del debole; l'adempiere dopo l'indugio è un arrendersi dopo la lotta; novello indizio di debolezza.

Una mattina Silvio si alzò giurando che al pomeriggio sarebbe andato da Carlotta, e che il domani avrebbe lasciato Milano.

Non erano ancora lo due dopo mezzogiorno, ed egli entrava nel portone del palazzo Verni.

Su per le scale immaginò l'imbarazzo che avrebbe provato dinanzi a Carlotta, quandoegli si fosse lasciato cogliere alla sprovveduta; però si premunì disponendo il corpo a certa disinvolta noncuranza, che, secondo i suoi calcoli, doveva fare una profonda impressione.

Carlotta era sola.

Sebbene Silvio fosse venuto con animo di salutare anche quel buon uomo del signor Verni, questa notizia gli fece piacere, e sentì ad un tratto svanire gran parte di quella forza fittizia su cui egli aveva riposato così securamente. Ad ogni modo non si diede per vinto, e col più insulso cinguettìo di cui fosse capace, domandò a Carlotta della sua salute, della preziosa salute del signor Verni. Carlotta s'era rimessa completamente, e il signor Verni era sempre stato a meraviglia. Silvio assicurò d'esserne lietissimo; e continuò a dire con una rapidità prodigiosa di cento ultime notizie che Carlotta ascoltava colla più bella grazia di questo mondo.

— Rimessa completamente — andava intanto ripetendo fra sè e sè, e gettava alla sfuggita uno sguardo sul viso fresco e rosato della vaga creatura, non osando contemplarla per paura di perderci il suo frasario.

— Io parto — disse alla fine con aria distratta.

— Partite! esclamò Carlotta con accento di sorpresa.

Silvio stava per aggiungere qualche cosa, ma levando gli occhi s'incontrò in quelli di Carlotta che lo guardavano con una strana espressione di mestizia. Allora fu perduto, s'ingarbugliò, balbettò frasi sconnesse, poi non disse più nulla.

Carlotta continuava a guardarlo sott'occhi; forse ella aveva letto nell'anima di lui, e quello sguardo rivelava la pietà.

Ma l'immaginazione degli innamorati ha le ali più robuste e s'accompagna nei voli colla speranza.

Per Silvio quello sguardo voleva dire ben altro; era un amore corrisposto, una fiamma celata, era il profumo che tradiva un affetto dissimulato. Tremante e pallido egli ricercò quello sguardo avidamente.

Carlotta volse gli occhi altrove. Era un riguardo; e tuttavia Silvio ne fu addolorato. Vi fu un istante di silenzio.

— Noi siamo pur soli — pensò Silvio; io potrei...

— Lasciate Milano per molto tempo? — domandò Carlotta all'improvviso.

— Lo ignoro... Dipenderà dalle circostanze.

Carlotta aveva strappato un giacinto bianco da un piccolo vaso, e lo sfogliava lasciandone cadere i petali sulle sue ginocchia. Silvio stava muto a guardarla.

La sua posizione diventava sempre più imbarazzata; ma egli non se ne accorgeva più; non temeva più il ridicolo; non cercava più di celare sotto un'apparenza fredda e contegnosa il tormento della sua passione.

Si era svelato, e lo sapeva. Non aveano detto parola, e pure s'erano compresi. Egli aveva detto l'amore; essa la pietà. Il silenzio ha delle grandi rivelazioni. Carlotta aveva pietà di lui; non poteva più dubitarne. Era bastato un momento ad apprendergli tutto, a farlo ricadere dall'altezza delle sue fantastiche speranze, nella rassegnazione dell'uomo che non domanda altro che il compianto. Uno sguardo aveva sprigionato nel suo petto i sogni e le ebbrezze del desiderio e dell'amore, uno sguardo lo aveva ricacciato nel suo nulla.

In questo breve periodo di folle abbandono egli aveva perduto la sola forza che potesse contrapporre allo slancio della suapassione, la maschera d'indifferenza sotto cui aveva celato il suo cuore.

Tuttavia la pietà della donna che si ama è un gran conforto per le sventure degli amanti; v'ha in essa un profumo soave, una dolcezza lusinghiera che compensa in certo modo del rifiuto dell'amore. Forse anche la pietà è amore; però le donne che vivono per amare, allora che non amano, compiangono.

Silvio s'era spogliato dell'orgoglio dell'uomo, e s'inchinava a raccogliere gli sguardi di quella pietosa. In quel punto non ricercava di più; gli pareva follia che si potesse preferire l'amore colpevole, alla virtuosa dolcezza di quel compianto.

— Forse ella mi avrebbe amato — pensò. Povero conforto per la vanità delle anime volgari; grande per la vanità delle anime elette.

— Dove andate? domandò ancora Carlotta.

— Che so io? In Ispagna forse, viaggierò per distrarmi. Vi è forse ancora disseminata pel mondo qualche gioia elio possa pagare l'aridità della mia vita presente. Cercherò.

Silvio sorrideva senza amarezza; quelle parole gli venivano dal cuore.

— Ne avete diritto: aggiunse Carlotta. Voi siete giovine.

E pronunziò queste parole con tale accento di mestizia, che Silvio ne rimase colpito.

— I dolori invecchiano, disse Silvio.

— È vero, i dolori invecchiano.

Per alcun tempo si rifecero mutoli. Silvio non cercava di rompere il silenzio; quel silenzio era per lui la sola cosa che dava ai suoi rapporti con Carlotta quella tinta di confidenza che gli era così cara.

— Viaggiate solo?

— Solo.

— Fate conto di ritornare a Milano?

— Lo spero.

— Ci rivedremo.

Silvio non rispose; e levò gli occhi al cielo.

— Vostro marito? domandò poi commosso.

— È uscito.

— Avrei avuto caro di salutarlo.

— Si offenderebbe se non lo faceste. Egli vi stima; gli siete simpatico.

— Egli!

— A qual giorno è fissata la vostra partenza?

— Più presto che mi sarà possibile. Vedrò vostro marito.

La conversazione morì un'altra volta sulle loro labbra; ma le loro anime parlavano un linguaggio ben più eloquente.

Ella scherzava col gambo sfogliato del giacinto; egli guardava i petali caduti sul tappeto. Pensavano entrambi, entrambi mesti e pronti a sorridere di quel sorriso che fa così bella la mestizia. Una soave intimità non rivelata da prima spirava dai loro atti. Si conoscevano appena e pure potevano leggere nel pensiero l'un dell'altro.

Silvio pensava a raccogliere i petali del giacinto; Carlotta si levò a metà, e battendo sulla veste, fece cadere quei petali che vi si erano attaccati. Silvio s'inchinò lentamente e li raccolse; risollevandosi incontrò il volto sereno di Carlotta. Non s'era offesa dell'audacia, ed egli lo sapeva.

— Li terrò sempre meco, disse Silvio sorridendo; mi porteranno fortuna.

— Sono fiori melanconici i giacinti.

— Li avrò più cari per questo. Mi faranno sovvenire di voi.... Siete così bella!.... aggiunse scuotendo il capo mestamente.

Carlotta tacque.

In quel punto un servo venne ad annunziare il cavaliere Salvani. A quel nome due grida morirono soffocate sulle labbra di Silvio e di Carlotta. Si guardarono in volto, entrambi muti e tremanti. In quello sguardo smarrito Silvio lesse la condanna che il dubbio aveva sempre trattenuto nel suo cuore. Quella donna meritava il suo disprezzo.

Il cavaliere Salvani entrò, e si tenne ritto un istante sull'uscio senza inoltrarsi. Carlotta pareva oppressa da un'ansia mortale.

— Io vi lascio, le disse Silvio; e fe' atto di allontanarsi.

Carlotta levò gli occhi verso di lui, come ad implorare la sua pietà e pregarlo di fermarsi.

Silvio non intese, o non volle; salutò, ed uscì.


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