XIX.

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Come Silvio aveva dubitato, il cavalier Salvani si acquetò alle scuse, e il duello non ebbe luogo. Riportando questa novella al signor Verni, Silvio immaginava che il dispetto avrebbe tradito in qualche modo il segreto pensiero di quell'uomo; ma per quanto egli si adoprasse a spiare ogni gesto, il volto del signor Verni rimase calmo e sorridente.

— Avevo fede nello spirito del cavaliere, disse con disinvoltura, e null'altro.

Benchè Silvio fosse disposto a pensare come il signor Verni, non poteva tuttavia dissimularea sè stesso un certo rancore; e certamente, più che il duello fallito, poteva sull'animo suo la nuova tenebra che s'era fatta nella sua mente.

Il pensiero di Carlotta gli ritornava più importuno di prima; egli si affannava inutilmente a liberarsene. Aveva potuto lusingarsi di non stimare più quella donna; ma non era riuscito ancora a non amarla.

Non è vero che l'amore non possa sopravvivere alla stima; la leggenda degli affetti ha registrato assai spesso nelle sue pagine gli esempi di passioni veementi concepite per creature abbiette. Creature che non furono stimate mai, furono tuttavia potentemente amate. Il disprezzo incomincia spesso dove finisce la stima; l'indifferenza non mai; ma anche il disprezzo è un moto del cuore; non è più l'amore, ma è ancora la passione; non è l'amore, ma è la lotta, la ribellione dell'amore.

La condotta del signor Verni aveva avvivato nell'animo di Silvio, se non la fede, il dubbio sulla virtù di Carlotta.

Spesso chi dubita oggi, crede ed afferma domani; il dubbio è a metà strada della fede.

Tuttavia il dubbio di Silvio ne era lontanissimo; e se vagheggiava una certezza, era più quella della colpa, che quella della virtù di Carlotta.

Uno strano sentimento di egoismo e di debolezza lo spingeva a ciò. Se Carlotta fosse stata virtuosa, egli non avrebbe saputo non amarla; amarla senza volerla spingere alla colpa, era carico troppo superiore alle sue forze. Al contrario s'ella era colpevole, il disprezzo oggi, l'indifferenza più tardi, avrebbero sanato la sua piaga.

In questo vaneggiamento del suo spirito, v'era però un fondo virtuoso, il desiderio di non farsi egli stesso occasione d'un tradimento; e se vi spirava l'egoismo, non era quello che assicura la propria pace colla sciagura altrui, bensì quello di chi s'adopera per non essere trascinato nell'irreparabile disastro d'altro uomo. Carlotta colpevole oggi, risparmiava forse la colpa propria del domani, e quella di Silvio. Carlotta, virtuosa sempre, avrebbe avvelenato la pace di chi l'avesse amata senza speranza, e non senza desiderio — e quest'ultimo appunto era l'argomento dell'egoismo.

Il desiderio di Silvio non era adunque nètroppo ingiusto, nè troppo biasimevole e conveniva alla natura dell'anima sua, capace della forza battagliera che si espone agli sguardi del pubblico, ma non di quella forza segreta che non apparisce, e costa tuttavia lagrime e dolori assai più grandi: la rassegnazione.

Silvio era uomo onesto, ma non uomo virtuoso; aveva della virtù ciò che ne è rimasto all'età nostra dopo il turpe diguazzare nelle oscenità da trivio: l'incapacità a commettere di proposito una mala azione. Se l'occasione si porgeva, sapeva lottare contro le seduzioni della colpa; resisteva, ma piegava; quella robusta e serena operosità della virtù gli era ignota, perchè lo era pure al mondo in cui egli viveva. Egli avea preso dal mondo ciò che gli era stato offerto, sceverato il buono dal pessimo, ma non aveva potuto raccogliere ciò che il mondo non poteva dargli. Tuttavia Silvio era uomo virtuoso; se egli non corrisponde al tipo, si ha da incolparne l'attrito che ha sbiadito le linee dell'impronta. La pallida e slombata virtù dei giorni nostri riconosce in Silvio una sua creatura.

Tuttavia Silvio fu tratto un'altra volta daun raziocinio inesorabile a' suoi primi propositi. Rammentò tutti i particolari che accusavano Carlotta, e conchiuse che se il signor Verni non si batteva col Salvani non era prova dell'innocenza di Carlotta, ma al più della fortuna dei suoi inganni e della cecità proverbiale dei mariti.

Con questo convincimento nell'animo, pensò alle sue valigie, e ad Eugenio che lo aspettava alle falde dei Pirenei.

Egli ritornava a casa, ed affrettò il passo. D'un tratto vide innanzi a sè un uomo che gli veniva incontro sorridente, il cavalier Salvani.

— Lui! ruggì l'anima di Silvio, e l'espressione d'un odio profondo si dipinse sul suo volto.

Il cavaliere si accostò con disinvoltura.

«Era lieto che il signor Verni gli avesse offerto un mezzo per sciogliere una quistione che non aveva di serio che il pericolo».

«Silvio ne era lietissimo, anch'egli; ma protestava che la quistione gli pareva seriissima».

— Diamine! disse il cavaliere; che intendete di dire?

— Io sostengo precisamente l'opinione delsignor Verni; il ministro attuale rovinerà il paese.

— Ah! voi credete?...

— Lo sosterrei in faccia a chicchessia.

— Opinioni; interruppe il cavalier Salvani con accento di dileggio.

— E aggiungo che chi lo pensa in modo diverso non è all'altezza dei tempi.

L'intenzione di Silvio si faceva palese.

— Opinioni; ripetè ironicamente il cavaliere. Infine voi convenite meco che il duello è una pazza cosa, tanto più per tali bazzeccole; e che si può pensarla diversamente su qualche punto di politica, e stringersi la mano come buoni galantuomini. In faccia al buon senso tutte le opinioni sono rispettabili... tranne quelle che mancano di buon senso.

In così dire il cavalier Salvani porgeva la mano a Silvio.

Quell'atto era una sfida allo spirito di Silvio; Silvio strinse la mano del cavaliere.

Qualche ora dopo partì giurando di non arrestarsi che ad Huesca.


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