XX.
Nell'estate successiva, e precisamente ai primi di luglio, un viaggiatore attraversava la Svizzera pedestre. Si arrestava ad ogni paese, ad ogni capanna; avido di cose nuove domandava a tutti se nei dintorni vi fosse qualche paesaggio che mettesse il conto d'essere veduto; non curava pericoli, e si arrampicava pei dirupi sfidando i lupi e i sentieri sdrucciolevoli. Una guida che lo aveva accompagnato sul monte di S. Gottardo giurava d'aver avuto a fare rarissime volte con uomo così intrepido. Quel viaggiatore aveva anche la borsa ben fornita e pagava senza lesinerie; i pastori delle rive dell'Aaar non avevano mai avuto più larga mercede in compenso dei loro formaggi e del loro latte fresco. Costeggiando le rive dell'Aaar e poi il Reno s'era spinto fino a Sciaffusa e v'aveva visto la famosa cascata, e poco più oltre il vasto ed incantevole lago di Costanza colle sue braccia snelle gettate audacemente frammezzo ad una vegetazione gagliarda.
Quel viaggiatore era Silvio.
Di ritorno dalla Spagna, ripassati i Pireneied attraversata un'altra volta la Francia, s'era internato per la via di Ginevra nella Svizzera, con quella spensieratezza che è propria degli artisti.
Eugenio lo aveva accompagnalo fino a Ginevra, ma quivi aveva protestato di non volere andar oltre; però dopo aver tentato invano Silvio perchè ritornasse con lui a Milano, vi si diresse solo.
Tutto quel tempo trascorso dal giorno della partenza di Silvio da Milano s'era passato per lui in una lotta penosa tra il disprezzo e l'amore. Confortate dalla lontananza, queste lotte raggiungono per lo più l'oblio e l'indifferenza.
Nei primi giorni Silvio s'era rimasto taciturno; aveva sfuggito il pensiero, ma il pensiero di quella donna che lasciava dietro di sè lo aveva accompagnato durante tutto il viaggio.
Eugenio, vedendolo in tale stato, se n'era spaventato, ed aveva chiesto la cagione. Silvio aveva detto tutto, e il cinismo d'Eugenio non ebbe sogghigni per quella confessione. Il male era serio, e la pietà, meglio che il conforto, suggeriva il silenzio.
A poco a poco Silvio diventò più calmo;anzi, con un mutamento repentino, si fece a un tratto ciarliero e gozzovigliatore. Eugenio tentennava il capo e ripeteva dentro di sè: «egli vi pensa ancora».
Una settimana dopo Silvio spargeva a piene mani il ridicolo sui suoi amori arcadici, e giurava di non essere mai stato così imbecille come presso Carlotta, e prometteva che non lo avrebbe fatto più, con atto di così buffo pentimento, che Eugenio lo guardò meravigliato.
Ma questa volta ancora tentennò il capo e ripetè a sè stesso: «egli vi pensa ancora».
Un'altra volta attraversando una boscaglia, Silvio si chinò a terra e raccolse un fiore, un ciclamino, il fiore che Carlotta amava tanto. Egli stette chino un pezzo e non raccolse più nulla; risollevandosi aveva la fronte impensierita. Eugenio lo guardò attento, guardò il fiore, ma non comprese. Silvio dopo alcuni passi gettò il fiore dietro di sè, ma non potè liberarsi così dal pensiero importuno di Carlotta.
Giunti a Montpellier, Eugenio aveva detto a Silvio:
— Lo sbocco del Rodano sul golfo è unospettacolo incantevole; vuoi che proseguiamo il viaggio per mare?
Ma Silvio aveva risposto che non amava il mare, ed Eugenio aveva conchiuso che Silvio non voleva allungare il suo viaggio, e che gli premeva di arrivare presto a Milano.
AGapSilvio era stato preso da improvvisa vaghezza di visitare la Svizzera, e aveva indotto Eugenio a seguirlo fino a Ginevra. Ed Eugenio aveva conchiuso che Silvio non voleva rivedere Carlotta.
A Ginevra Eugenio si ribellò affatto, e lasciò il suo amico, convinto oramai che sarebbe guarito, e che la natura avrebbe operato meglio dell'arte, e il tempo meglio dei consigli.