XXI.Silvio ad Eugenio.

XXI.Silvio ad Eugenio.

«I magnifici soli di queste giornate mi hanno messo di buon umore. Sono venuto a Costanza, città incantevole per la sua posizione, e pel suo lago; non ho mai visto la natura così lusinghiera; i monti, le vallate fresche,le nevi in lontananza, e questo cielo purissimo!... È cosa da impazzirne; mi sento un brulichio per le vene come avessi la febbre.

Ieri ed oggi ho remigato guidandomi da solo sul lago per entro certe piccole barche di forma assai diversa dalle nostre che sono la delizia dei villeggianti. Ne ho contato poco anzi una trentina colle velette bianche e lucenti spiegate al vento inseguirsi radendo le onde come colombe selvatiche.

Questa mattina fui anche più allegro del solito, e avvenutomi in un ministro evangelico che asciolveva lautamente alla stessa mensa, mi sono cacciato con lui in un labirinto di sottigliezze teologiche. Quel ministro era uomo ancor giovine, pieno di fuoco, favellatore facile, arguto e, deggio dirlo, benevolo. Egli mi ha risparmiato più d'una volta, e fu davvero benignità, poichè io mi era fitto in capo di prendermi spasso delle sue credenze. Io guardava lui, e certe bistecche di maiale di cui egli alternava i bocconi colle citazioni, e poi ancora lui. Mi venne in mente ciò che scrisse Gian Giacomo dei preti cattolici e dei protestanti, e conclusi press'a poco come egli conclude nelle sue confessioni.

Mi ricordo ora di averti promesso di raggiungerti presto a Milano. Non dico ancora di no; ma comincio a prevenirti per ogni evento che mi sento assai poco disposto a lasciare questi paesi. Ci si respira un'aria che costì cercherei invano; e quel sapersi libero di pensare, di dire e di scrivere come il capriccio o le convinzioni suggeriscono è tal bene che appena ora apprendo a stimare quanto valga. Non è già che costì le mie opinioni possano essere condannate o soffocate — tu sai di che sorta d'opinioni, e di che picciol numero, si componga il mio arsenale politico — ma tanto tanto quel sapermi padrone assoluto di dire ciò che penso e di pensare diversamente daireggitoridel paese (vedi che dicoreggitori) è un potere che mi rialza qualche pollice in faccia al mio amor proprio, e mi fa credere d'essere in qualche guisa un uomo importante.

Qui il Governo ci è, ma tu non lo vedi ad ogni passo come nella tua benedetta Milano, e non ti ferisce nella dignità d'uomo collo spettacolo di livree salariate, e poi, e poi....

Ma è forse meglio che io mi trattenga dal dirtene di più; ritorniamo artisti, e serbiamocitali per tutta la vita, se ci è possibile, almeno nel cuore. La politica ha guastato tutto; alla guisa di certi bruchi è passata su tutti i fiori, e ha stampato sul velluto dei vergini petali la lurida impronta del suo corpo.

Non profaniamo l'arte che è primogenita dell'idea. Se anche gli artisti si cacciano in capo di rubare il mestiere ai diplomatici, non vi sarà più altro al mondo; e se pensi alla cifra spietata dei politicanti, vedrai che non è poco danno. Infine anche quei messeri, ambasciadori, ministri plenipotenziarii, incaricati d'affari, e che so io, hanno cento ragioni d'arrabbiarsene; è il loro mestiere, il loro privilegio; e pensa se domani mandassero all'estero l'Arte —alma parens— conciata colle livree gallonate, col cappello a due punte, e le sue brave credenziali del nostro buon Governo...

Per carità ritorniamo artisti.

Poichè ho incominciato a lasciarti indovinare in qualche parte i miei progetti, sarò sincero e ti dirò ciò che all'incirca ho contato di fare.

Non pensare però che la confessione dei miei propositi — se pure sono propositi — debbaobbligarmi ad attenermici. Dico questo perchè in generale si suole attribuire a leggerezza il mutamento frequente dei progetti, mentre il più delle volte, se si ha una colpa, è quella di aver palesato troppo presto il proprio pensiero, senza attenderne il frutto che è la determinazione vera, la quale è sempre una sola. Quegli uomini che dicono «farò questo» e fanno, non è già che abbiano, come si crede comunemente, la forza mirabile di fare quello che dicono, inalterabilmente e sempre, ma piuttosto che hanno l'astuzia o la prudenza, ed è tutt'uno, di non dire se non ciò che hanno assolutamente fermato di fare. Vedi che non è un giuochetto di parole, ma una verissima cosa, una specie di piramide, poco meno certamente, a puntellare la serietà e la fermezza dell'umana natura; serietà e fermezza a cui si crede meno che non convenga.

Voglio dire che domani io potrei pensare diversamente da quel che penso oggi, e non per questo dovrebbe venirmene taccia di volubile. Se io aspettassi la vigilia di compiere i miei disegni per palesarli, tu mi avresti in concetto di uomo ferreo; e ci avrei assai più del mio conto.

In conclusione Gossau è un bellissimo paese — così mi si dice — vi hanno belle villeggiature e molti villeggianti, tutte cose non indifferenti; aria buona, bel cielo, buone vivande, altre cose di cui sono avidissimo; ed ho in mente di recarmivi e passarvi questi mesi d'autunno.

Ecco ciò che mi passa ora per il capo; se domani avrò mutato consiglio, non sarà grave danno, e il peggio che possa capitarmi è di far ritorno a Milano e rivedere ciò che non vorrei rivedere mai più. L'ho detto; e se la prudenza è debolezza — e parmi davvero che le sia dato a torto l'appellativo di virtù, — dì pure che questa mia è debolezza. Forse io misuro male le mie forze, e saprei resistermi; ma non so pormi a questa prova.

Vederla ancora, parlarle ancora! non è possibile; tutto in lei mi farebbe male; la mia stessa indifferenza mi sarebbe penosa, nè io saprei essere impassibile se non a prezzo di nuovi dolori ancora più atroci. Guardarla senza lacrime e senza palpiti, dopo tanta frenesia! Ahi, sarebbe questo un disinganno assai più amaro, e vi getterei l'ultima illusione: la pazza fede che io l'avrei amata eternamente.

Non parliamone più. Mi preme che questa mia ti giunga presto, e so che vi è un pessimo servizio postale tra la Svizzera e l'Italia. Dimmi delle cose tue; dimmene lungamente, e persuadimi, se ti è possibile, a raggiungerti presto. Egli è pure il mio desiderio, ma una catena fatata mi lega a questo paese».


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