LX.
«Io aveva lottato disperatamente col mio cuore, e mi era lusingata d'avergli strappato per sempre ogni altra facoltà, tranne quella del dolore. Quel giorno compresi d'aver fidato a torto sulle mie forze; io sentivo nel mio seno la facoltà, e più ancora, il bisogno d'amare. Anzi, ora appunto che mi sapevo indegna di questo nobile sentimento, m'accorgevo di comprenderne per la prima volta la vera natura. Salvani non aveva avuto che la mia innocenza, oggi io potevo dare il mio vero, il mio primo amore.
Tuttavia non mi arresi al prepotente desiderio del mio cuore, e combattei questa passione che divampava ogni giorno più violenta.
Il signor Verni — allora io lo chiamavo arrossendo «signore» — pareva non vedere l'imbarazzo che mi cagionava la sua presenza, nè dal canto suo aveva fatto nulla per suscitarlo. Rare parole ed indifferenti, qualche sguardo smarrito che s'era incontrato alla sfuggita nel mio, e null'altro. La mia vanità di donna non sarebbe stata certamente lusingata dal suo contegno; ma io non era più vanitosa. La vanità è una debolezza che esige una coscienza, non dirò pura, ma tranquilla; essa vive e s'alimenta di cento inezie che solo la virtù senza macchiao il vizio spudorato possono procacciarle; un'anima tormentata dal rimorso non lo potrebbe giammai.
Dal sapere che il mio affetto era solitario e non corrisposto, ritrassi nuovo vigore per combatterlo. Invano. Il mio cuore era più forte della mia volontà. A poco a poco rinunziai a resistere; mi ripetei che la sua indifferenza allontanava il pericolo della passione; che io sarei stata libera d'amare senza temere le conseguenze cui un amore corrisposto avrebbe potuto trascinarmi; io non sarei stata mai la sposa di quell'uomo, ma ne sarei stata l'amante sempre. Avrei vissuto di questo affetto; nissuno avrebbe potuto rapirlo dal mio cuore, però che nessuno avrebbe letto nel mio cuore.
Io non mi faccio colpa di questa segreta determinazione, sebbene per essa io mi sia trovata più debole nel momento in cui più avrei avuto bisogno di forza — così era stabilito lassù.
Se rivolgo lo sguardo al mio passato, io non vedo che una cieca fatalità in lotta colla mia debolezza. Le mie colpe sono, ahimè, grandi e vere, ma i cimenti a cui fui provata furono troppo lunghi e troppo crudeli, perchè potesse essere incerto l'esito della lotta.
Una sera io mi trovai senza avvedermene seduta vicino alsignorVerni. Levando gli occhi, incontrai il suo sguardo fisso sopra di me.
Non era la prima volta che io sorprendeva il suo sguardo che aveva virtù di farmi arrossire. Quella sera però, forse perchè lontana dall'aspettarmelo o forse perchè più debole nel sostenerlo, la mia emozione fu così palese che egli se ne avvide. Io chinai gli occhi al suolo, egli li tenne fissi nel mio volto; risollevandoli, toccò a lui ad abbassarli e ad arrossire. Fu il primo segno di un'intelligenza misteriosa fra le nostre anime; ma fu eloquentissimo. Provai un piacere vivo, ma crudele come fitta di dolore.
La mia mente non ebbe altra immagine che quel rossore, nè altro pensiero che a quella muta rivelazione.
Un'altra volta egli mi si fece incontro per salutarmi; indovinai dal suo sguardo che era commosso, e la mia mano tremò nella sua; — egli la trattenne con insensibile violenza — un solo istante, eterno per il mio cuore. Quel giorno lo sfuggii: il suo amore era a un tempo un conforto ineffabile ed uno spasimo atroce; quel che io sentivo al pensiero di essere amata da lui era un sentimento indefinito di desiderio e di paura — ma più assai di paura.
Finalmente egli mi svelò il suo affetto; fu una prova suprema, terribile; io non so più quale linguaggio egli adoperasse, ma mi parve un linguaggio non mai udito; l'impressione che io ne provai era certamente affatto nuova per me. Mi tornò in mente il passato, questo inesorabile passato che pesavasulla mia coscienza; impallidii, tremai, non risposi; che cosa avrei potuto rispondere?
IlsignorVerni non si diè per vinto; insistè con cortesia squisita ed ottenne da me delle parole smarrite, senza senso, che pure lo colmarono di gioia. Era una gioia schietta, serena, che illuminava il suo volto di una luce straordinaria.
Alcuni giorni dopo mi chiese il permesso di parlare di me a mio padre. Che voleva egli dire? Poteva la mia povera mente agitata comprendere ancora alcuna cosa di ciò che avveniva intorno a me? Mio padre mi parlò di nozze, di nozze colsignorVerni. Rifiutai con voce spenta, e poichè mio padre si meravigliava, e per la prima volta in sua vita insisteva, dissimulando a stento la sua collera, mi gettai piangendo nelle sue braccia.
IlsignorVerni non parve aversene a male; si mostrò sempre cortese verso di me, e studiò con ogni cura tutte le vie del mio cuore. Egli non sapeva quanto io l'amassi, quanto sarei stata felice d'essere sua!
L'amore mi guadagnò; a poco a poco tutte le mie armi di difesa diventarono uno schermo impotente. Una cosa sola rimaneva incrollabile in me: il proposito di non ingannare quell'uomo così generoso. Un giorno egli era venuto a farci visita, e mio padre era assente; trovandomi sola con lui tremai come uno stelo di giunco. Mi parlò del suoamore. Che avrei potuto fare io, io che l'amava ardentissimamente?
Ascoltai senza interromperlo; mi chiese se io l'amassi; mi schermii male, titubai, arrossii, unsìfuggi dal mio petto. Da quel punto fui vinta. Confessato il mio amore, io non poteva più ostinarmi nel rifiuto della sua mano senza darne le ragioni; ed avrei io osato?...
Risposi alle nuove profferte di nozze con dei pretesti per indugiare; accettò giubilante, sarebbe stato ai miei voleri. Mio padre era fuor di sè dalla gioia.
Tutto ciò era avvenuto senza che quasi io ne avessi coscienza, come opera di malia. Passarono alcune settimane, rapide come pagine d'un libro sfogliate da una mano impaziente. Il mio supplizio divenne ogni giorno più atroce; io comprendeva che oramai non mi rimaneva che un partito: confessare tutto, purificarmi per questo mezzo.
Nessun'altra via erami aperta per divenire sposa di quell'uomo; portare nel mio nuovo stato di moglie il segreto del mio passato, sarebbe stato aggiungere un nuovo rimorso alle mie torture. Ingannare la buona fede d'un uomo che mi amava, era ai miei occhi tale bassezza di cui non avrei creduto giammai di potermi macchiare.
Mio padre era ricaduto improvvisamente ammalato; mi pregava colla voce e colle lagrime: «affrettassi, non lo lasciassi morire senza dargli il conforto di vedermi unitaad un uomo onesto.» Mi feci forza e diedi convegno alsignorVerni. In quel momento era disposta ad affrontare la vergogna; s'egli si fosse trovato innanzi a me non avrei esitato un solo istante.
Quella fu per me una giornata d'angoscia. La ragione mi rappresentò agli occhi le conseguenze di ciò che io stavo per fare; un basso istinto d'egoismo e di paura ne alterò stranamente le sembianze. Ciò che da prima era dovere prese aspetto d'eroismo; la bassezza e l'inganno ebbero battesimo di prudenza.
Che cosa avrebbe fatto ilsignorVerni dopo la mia confessione? Mi avrebbe stimata per la franchezza, e il suo amore avrebbe saputo perdonare ad un passato che infine non gli apparteneva... Ciò era probabile. Ma se invece egli avesse sdegnato di dare la sua mano ad una donna colpevole? Ciò era pure possibile; nella più parte dei casi sarebbe stato anzi il partito più verisimile. E in tal caso che cosa mi sarebbe rimasto? La vergogna della confessione, la vergogna di sapere che un altro uomo aveva penetrato questo secreto fatale della mia vita sciagurata. Al contrario il silenzio salvava ogni cosa; se il passato non apparteneva che a me sola, nessuno aveva diritto di indagarne il mistero; nè io falliva ad un dovere tacendo una colpa che la mia nuova vita avrebbe dovuto far dimenticare a me stessa. Che se pure il signor Verni avesse accolto la mia confessione edaccettato senza arrossire il carico di farmi dimenticare coll'amore il tormento delle memorie, chi poteva dire quanto tempo avrebbe durato il suo coraggio? chi poteva dire che un giorno egli non si sarebbe pentito della sua debolezza ed avrebbe pagato col disprezzo da prima, coll'indifferenza più tardi, la memoria incancellabile d'una colpa?
Venne il domani; venne l'ora del convegno; venne il signor Verni.
Il mio proposito aveva resistito alla lotta; io era pallida in viso, ma pronta a sfidare l'abbandono e il disprezzo di quell'uomo che amavo.
Egli era bello, dolce, amorevole; si rinnovarono ancora una volta nella mia mente le indecisioni che mi avevano travagliato fino a quel punto. Avvelenare la sua pace, uccidere forse il nostro amore, perderlo forse per sempre! Affannoso pensiero!.... E tuttavia io mi sentiva in petto una forza prodigiosa....
Lo feci sedere vicino a me, radunai le mie idee, cercai la frase che poc'anzi avevo ripetuto cento volte dentro di me; la cercai spasimando, istupidita, atterrita del mio coraggio....
Lo guardai in volto; era così sereno! ed avrei? Orribile! Orribile! ed avrei io osato palesare a lui? e in quali termini, mio Dio?
La vergogna mi vinse; mi abbandonai piangendo sopra il divano.
— Che avete? mi domandò egli commosso.
— Che ho?
Mi rialzai con un nuovo impeto, aprii le labbra per parlare, ma la voce mi mancò, e il fatale segreto morì soffocalo nel mio seno.»