LXIV.
«Il passato pesava inesorabilmente sopra il mio cuore, le memorie occupavano tutta la mia mente. Io non aveva mai spinto lo sguardo innanzi a me, non aveva mai indagato i misteri del mio avvenire, aveva quasi dimenticato d'averne uno. Parevami che il rimorso avrebbe riempito la mia misera esistenza; nè poteva immaginare che nuovi dolori si sarebbero aggiunti al fardello delle mie pene.
Dov'è il limite che la natura ha stabilito al dolore? dov'è il limite che ha stabilito alla sofferenza? Io ho spesso cercato di dire all'anima mia: «fin qui, fino a quel punto, non oltre». Ma le mie fibre furono più forti della mia volontà e del mio dolore; la mia fragile natura di donna ha resistito all'urto senza spezzarsi. Le anime deboli si piegano e s'infrangono — le forti resistono, ma soffrono più a lungo; il segreto dei grandi dolori è la forza.
Voi rammenterete forse la sera in cui quell'uomo abborrito osò oltrepassare la soglia della mia casa.
Tutto l'odio di cui il mio cuore era capace si ridestò a quella vista; non fu che un istante, compresi che il male che quell'uomo mi aveva fatto era nulla in confronto di quello che poteva farmi. Per la prima volta pensai all'avvenire; all'immensità del mio odio perluisi unì un sentimento angosciosodi paura. Quell'uomo poteva perdermi, voleva perdermi; la sua venuta in mia casa non poteva avere altro scopo. Io tremai come alla vista d'un pericolo imminente; raccolsi le mie forze per resistervi, pregai il cielo che mi salvasse o mi facesse morire... Ma il cielo è sordo alle preghiere della colpa...
Misurai un'altra volta dalla grandezza del mio affanno l'immensità del mio fallo. Ciò che mi rimaneva a temere me ne dava l'immagine più nettamente e più inesorabilmente dello stesso rimorso. Il terribile segreto che aveva straziato fino a quel punto la mia esistenza, si arroventava dentro il mio seno come uno strumento di tortura. Io avrei potuto essere felice del mio amore, orgogliosa della mia virtù; avrei potuto levare la fronte in faccia a quell'uomo che aveva abusato della mia innocenza, vendicare l'ingiuria col disprezzo, riparare nelle braccia del mio amico, del mio sposo, e trionfare colla sicurezza suggerita dal pentimento d'una memoria che richiamava la mia mente ad una vergogna... Al contrario ero costretta a chinare gli occhi sotto ilsuosguardo ingiuriosamente sfacciato: dovea subire l'oltraggio ed arrossire e tremare come un colpevole che si vede in balìa del suo complice. La colpa, che lunghi anni d'espiazione mi avevano fatto credere lavata, risorgeva a un tratto col suo più brutale rimprovero; tutti i miei dolori avevano pesato inutilmente sulla bilanciache misura il perdono. Oimè! sì, io l'ho meritato; il mio pentimento non era stato nè forte, nè sincero, poichè s'era arretrato dinanzi ad una confessione.
Non mi dissimulai punto i miei torti; non m'adoperai a scemarne la gravità o a legittimarli con ragionamenti mendicati alla debolezza. Questa crudeltà con cui flagellai il mio cuore mi consentì una forza ed un coraggio che avrei creduto superiore alla mia natura di donna, la forza e il coraggio d'intraprendere la lotta...
Una lotta spietata. Fu allora che io conobbi per la prima volta quanto sieno meschine le armi dell'amor proprio offeso, e quanto fiacca la rivolta della dignità che non si accompagna colla coscienza. Tutti i rimproveri che io poteva fare a quell'uomo si spuntavano contro il suo sorriso glaciale; al contrario le accuse che io stessa muoveva alla mia condotta passata ricadevano sul mio cuore a soffocare gli impeti generosi dell'ira. Nondimeno lottai... Sfidai il suo sguardo insistente ed ingiurioso, e lo costrinsi più volte ad abbassarlo. Io ne andava lieta come di un gran trionfo; sentivo il sangue affluire più rapido e più copioso alla testa ed al cuore, ma poco dopo tremavo tutta, impallidivo e chinavo a terra la fronte umiliata; risollevandola incontravo un'altra volta la pupilla fredda e penetrante di lui... Quelle lotte esaurirono le mie forze; la mia energia rimase fiaccata a poco a poco da quell'urto.Vi fu un momento in cui ebbi paura, in cui un'immensa sfiducia, ed un accasciamento improvviso dominarono tutto il mio spirito. L'avvenire mi parve assai nero; guardai innanzi a me atterrita come un viaggiatore che all'improvviso vede sprofondarsi sul suo sentiero una voragine.
Quell'uomo indovinò dal mio volto, dal mio atteggiamento, ciò che si passava dentro di me. Quando non seppi più simulare la forza e l'indifferenza, fui altresì incapace di dissimulare la debolezza e la paura.
Da quel momento io non mi appartenevo più; ciò che era in me non poteva quindi innanzi bastare a me medesima; la mia pace, la mia salvezza erano al di fuori della mia natura. Mio marito! egli solo avrebbe potuto difendermi, io doveva gettarmi nelle sue braccia e versare nel suo seno pieno d'amore il mio seno traboccante d'angoscia.
Ad altro patto non era più possibile sottrarmi alla vergogna. Il cavaliere Salvani avrebbe indovinato ben tosto, se pure non lo aveva diggià indovinato, l'intervallo che si frapponeva tra me e mio marito; egli possessore del mio segreto, non avrebbe tardato ad abusarne; autore del mio disonore, ne avrebbe fatto pesare le conseguenze sul mio povero capo.
Se io avessi potuto resistere ancora, avrei forse ingannato quell'uomo, fors'anco lo avrei reso pauroso; sperare di trionfarne per altra via era lusinga non solo inutile, ma perniciosa.
E tuttavia non mi bastò l'animo. La franchezza d'una confessione avrebbe sollevato il mio cuore, ma ucciso inesorabilmente la pace di mio marito. Perdonarmi! l'avrebbe egli potuto? qual'uomo lo avrebbe potuto?
«Chi sa, dissi a me stessa, se la mia franchezza non avrebbe invece battesimo di paura, se la mia confessione anzi che spontanea, non parrebbe invece strappata dalla necessità e dall'imminenza del pericolo? Egli saprebbe ben tosto tutto; qual merito avrei io d'anticipare di alcune ore quella scienza sciagurata? E chi può dire che al contrario la mia confessione, distruggendo a un tratto l'immagine della mia debolezza, non celerà a suoi occhi le mie lotte del passato, e non gli farà attribuire a mal animo e a finzione ciò che fu frutto di vergogna? E poichè le conseguenze d'una rivelazione, da qualunque parte venisse fatta, erano oggimai immutabili, per qual fine avrei io attribuito al mio cuore questo penoso fardello, mentre gli avvenimenti stessi avrebbero palesato il segreto dell'anima mia? La vergogna! oggi non era ciò che io temessi di più; era l'amore di lui che io vedeva minacciato, non il mio orgoglio; e poteva io sfidare il momento in cui egli mi avrebbe ritolto il suo amore?»
Attraverso questa confusa vicenda di paure, e di propositi, io smarrii affatto l'imperio del mio spirito.
Da gran tempo mi era abituata a considerarei vincoli che mi legavano a mio marito, il suo amore, e la sua stima, come un tesoro minaccialo dalla mano avara del destino. In mezzo a questo inesorabile ed incessante timore, balenava talvolta qualche raggio di speranza — e qual'è il cuore che non speri? — ma moriva bentosto nelle tenebre profonde della mia anima.
Il mio pensiero, sempre stanco e sempre infaticabile, ritornava alle immagini desolate del mio avvenire.»