LXV.
«L'idea di trovarmi sola col cavaliere aveva attraversato più volte lo scompiglio della mia mente. Quel pensiero a poco a poco aveva occupato tutto il mio spirito. Una paura invincibile s'impadronì di me. Avrei voluto che mio marito non si fosse mai allontanato dal mio fianco, che non mi avesse lasciata sola in casa un istante; volli pregarnelo — ciò avrebbe bastato al suo cuore amantissimo — ma non l'osai; e come avrei io potuto osarlo?
Quando era sola mi chiudeva nelle mie stanze, e ordinavo che non si lasciasse entrare alcuno; uno di quei giorni per l'appunto venne il cavaliere e lasciò il suo biglietto di visita. Mi rallegrai d'averlo potuto sfuggire, tremando al pensiero di quell'incontro. Che mi avrebbe egli detto? come si sarebbe comportato in mia presenza? come mi sarei comportata io?
Quest'ultima idea fu un raggio di luce; fino a quel punto io non ci aveva pensato; oramai diveniva indispensabile. Il cavaliere non era uomo da sbigottirsi al primo tentativo fallito; se egli aveva in animo d'incontrarsi solo con me, sarebbe ritornato; non accolto, sarebbe ritornato ancora; la sua insistenza avrebbe vinto o tardi o tosto il mio proposito. Nè io poteva senza destar sospetti ostinarmi in un contegno così poco naturale e così opposto alle mie abitudini. I miei servi ne avrebbero fatto ben presto l'osservazione; la malizia e la maldicenza avrebbero affrettato lo scandalo che io voleva evitare.
Rinunziai adunque ad un sistema di difesa che non offriva speranze di vittoria. Mi conveniva affrontare quell'uomo, sopportare i suoi sguardi. Egli avrebbe forse mentito un affetto per vincere il mio cuore e trascinarmi un'altra volta alla colpa; in questo caso io mi sentiva forte; sarebbe forse disceso fino alla minaccia, ed io mi lusingava di opporre saldamente il mio disprezzo.
Il cavaliere Salvani venne. Questa volta io mi sentiva preparata a riceverlo.
Le sue prime parole come io lo aveva immaginato furono un prodigio di iniquità e di menzogna, quale io non avrei creduto possibile nell'anima d'un uomo. Mi cadde ai piedi domandandomi perdono, incolpando il destino che lo aveva macchiato dell'apparenza d'un tradimento, e gli aveva involato ilsuo amore.
A tanta audacia io sentii mancarmi gran parte delle forze sulle quali aveva confidato; tuttavia risposi con dignità, evitando l'ironia e il rimprovero. La mia freddezza parve sventare i suoi progetti; evidentemente egli aveva calcolato sulla mia collera e sul mio dispetto come sopra una breccia che mi avrebbe data in sue mani. Tuttavia non desistette, e facendo ciò che io non aveva fatto, finse un improvviso sentimento di gelosia e mi colmò di rimproveri, lamentandosi che io non lo avessi compreso, e non avessi saputo aspettare il suo ritorno. Questo secondo tentativo mi trovò inalterabile; un sorriso di disprezzo sfiorò il mio labbro, e riunendo tutte le mie forze per non tradire la mia angoscia, gli dissi freddamente che mio marito sarebbe ritornato fra breve. Quello fu il segnale della lotta più terribile; ma io era pronta a sostenere le minaccie come aveva sostenuto le preghiere ed i rimproveri.
Se non che io non aveva indagato che la natura dell'assalto, non ne aveva misurato la violenza; una minaccia fredda, calma, sarcastica, mi avrebbe trovata fredda, calma e sarcastica del pari; l'impeto con cui il cavaliere irruppe contro di me mi fe' correre un brivido di spavento per le vene; le mie fibre fragili e dilicate si commossero e tremarono tutte; il timore dello scandalo mi rese debole e paurosa; compresi di esser vinta.
Il cavaliere pareva fuor di sè; lo era egli, o fingeva? lo ignoro; ma la sua collera non era meno terribile.
Mi abbandonai sul divano in preda ad un affanno mortale. In quella strana ed angosciosa fantasmagoria di rimorsi e di paure, mi pervennero distintamente all'orecchio queste parole, che furono un dardo avvelenato pel mio cuore.
— Che credete? Siete mia; lo siete stata, lo sarete. La vostra coscienza ha dimenticato troppo presto il vincolo che vi congiunge eternamente a me.Eternamente, intendete? Vorreste sottrarvene? Provate. Vi sfido; il vostro passato mi dà diritto su voi; l'ieri mi fa giustizia dell'oggi.»
Ohimè! sì, io era in sue mani; e tuttavia io lo sentiva, non era lui, non era il mio passato che esercitasse tale potere misterioso sopra di me — era questo segreto fatale che mi mordeva il petto come un serpente.»