LXIX.
«Mi trovai sola con lui in un'ampia sala. Non ho serbato altra memoria di quel luogo se non quella di alcuni ritratti antichi a cornici nere che pendevano dalle pareti.
Mi ero lusingata di poter contrapporre il sarcasmo al sarcasmo, la freddezza all'ingiuria;l'immagine del pericolo mi aveva trovata forte: il pericolo mi trovò debole e paurosa come un bambino. Non seppi che piangere in silenzio.
Il cavalier Salvani si assise al mio fianco, mi afferrò una mano o cercò di ritenerla fra le sue; io la ritrassi con lieve violenza, raccapricciando di me medesima. In quel momento avrei voluto poter sfuggire a quell'uomo e ritornare nella mia casa che non avrei dovuto abbandonare giammai; guardai intorno a me con occhi smarriti; le finestre erano chiuse... Lo sguardo diluiimmobilmente fisso sul mio rossore leggeva le mie intenzioni, un lieve tremito delle sue labbra tradiva il dileggio di quell'anima abbietta.
Nondimeno io non rinvenni più il mio vigore; abbassai gli occhi al suolo non osando levarli al cielo che mi aveva abbandonato; se collo sguardo avessi potuto scavare ai miei piedi una tomba, io mi sarei sepolta per sottrarmi allo spasimo della vergogna.
Quel silenzio durò gran tempo. Il cavaliere Salvani lo ruppe uscendo in un scoppio di risa. Lo stento di quel riso mi passava il seno come un pugnale. Arrossii più forte ma non risposi.
Questa volta il silenzio fu meno lungo.
Il cavaliere si levò, misurò a gran passi la camera, s'arrestò innanzi a me improvvisamente, poi come pentito, riprese a passeggiare apparentemente agitato.
Come vide che io mi ostinavo nel silenzio, ritornò presso di me; e poichè io non levava gli occhi a guardarlo, si assise ancora al mio fianco. Lo lasciai fare, ma non mi rivolsi; oramai era questa l'unica forza che mi rimaneva; in cuore tremavo d'avvilimento e di paura.
Egli si curvò verso di me, e ritentò di afferrarmi le mani; volli divincolarmi come prima, ma non riuscii; le dita d'acciaio di quell'uomo mi stringevano come una morsa. Quando vidi vano ogni mio sforzo, mi sollevai col cuore pieno di sdegno, colle narici dilatate, pallida in volto e minacciosa.... Incontrai la sua fronte corrugata, le sue pupille dilatate e sanguigne... Ebbi paura, e, rifuggendo inorridita da quella vista, volsi il capo e ricaddi sulla seggiola.
Egli continuò a stringere le mie mani nelle sue, senza dir motto. Allora mi tornò in mente mio marito; lo rividi bello, sereno e forte, lo rividi nel suo letto dove io lo aveva lasciato ingannandolo infamemente; immaginai che egli mi vedesse, che egli volesse venirmi in aiuto, e mi animasse con un rimprovero mesto.... Ahi! la terribile visione!...
Mi volsi colle lagrime agli occhi.
— Che cosa hai? mi domandò egli con una dolcezza che contrastava coll'espressione del suo volto; perchè piangi?
Quell'accento, quel linguaggio confidenziale, quel contegno mi sferzarono il voltocome un'ingiuria atroce. Nondimeno le lagrime frenarono l'impeto della collera.
— Che volete da me? domandai singhiozzando; perchè mi avete voluto costringere a questo convegno abborrito? Che cosa potete rapirmi ancora? Non vi basta lo strazio che avete imposto al mio cuore; che volete aggiungere?
— Ti amo.
— Amarmi! Voi! Forse che voi lo potete, forse che ne avete il diritto?
— Ti amo!
— Ed io vi odio e vi disprezzo; il passato che mi ha congiunta a voi fu troppo crudelmente espiato, perchè possiate farmi ancora paura. No, io non vi temo; vi odio e vi disprezzo.
— Ti amo!
Un lampo attraversò la mia mente. Nella insistenza fredda e monotona di quelle parole vidi scolpita una determinazione inesorabile. Il terrore mi trasse fuor di senno; mi sollevai d'un balzo, e fu tale l'impeto e così impreveduto, che giunsi a liberarmi dalle mani di quell'uomo. Corsi pazzamente per la camera, vidi un uscio, cercai uno scampo da quella parte, ma l'uscio era chiuso e la chiave era stata tolta dalla toppa; mi provai a spingere con tutte le mie forze, a battere coi pugni colla speranza che qualcuno accorresse; tutto fu vano.
Il cavaliere mi guardava tentennando il capo con un sorriso pieno di sarcasmo edi dileggio; le forze mi abbandonarono, e caddi sulla soglia.
Rimasi accasciata, colla testa fra le mani; non so quanto tempo; il cavaliere non si mosse; se egli si fosse accostato a me, credo che in quel momento sarei morta di terrore.
Il coraggio e la forza mi erano falliti in un punto solo, irreparabilmente; la mia volontà non poteva più nulla sopra di me; il mio cuore e la mia mente non videro altre armi, che quelle della debolezza: le lagrime e la preghiera.
Mi trascinai ai suoi piedi, afferrai la sua mano, e la bagnai di lagrime; pregai smaniando mi lasciasse alla mia pace, mi perdonasse le acerbe parole strappatemi dalla collera, correggesse colla generosità tutto il male che mi aveva fatto.
Mi lasciò dire senza interrompermi, guardò le mie lagrime senza commuoversi; quando io tacqui, sorrise. Io non indovinai la terribile espressione di quel sorriso, e i miei occhi continuavano ad implorare ed a piangere. Il cavaliere sorrideva sempre; mi porse le mani e mi sollevò da terra; poi tentò di farmi sedere sulle sue ginocchia. Istupidita dal dolore io mi arrendevo come un automa; ma a quest'ultimo atto resistei con violenza. Inasprito dal rifiuto egli mi afferrò per le braccia, mi strinse ruvidamente e s'adoperò a costringermivi colla forza. La vergogna, l'umiliazione che io sentii a quell'attobrutale, l'orgoglio ferito, e più che tutto un gagliardo sentimento di virtù, mi consentirono un vigore straordinario. Con uno sforzo riuscii a liberare una mano; egli tentò di riafferrarla e intanto riteneva l'altra con tutte le sue forze. Vi fu un istante di lotta, inutile e terribile lotta; la mia energia stava per abbandonarmi; io vedevo la sua faccia presso alla mia, sentivo il suo respiro alitare sulla mia bocca, il suo sguardo minaccioso ricercare il mio sguardo... Ansante, sfinita, disperata, mi drizzai di tutta la persona in faccia al cavaliere, levai il braccio, e lasciandolo ricadere con impeto cieco, lo percossi più volte sulle guancie.
La sorpresa lo rese mutolo ed inerte; le sue mani si allentarono ed io sfuggii senza fatica. L'istinto mi trasse inconscia e delirante dinanzi ad una finestra; volli aprirla e gridare; ma una mano poderosa pesò improvvisamente sul mio omero, e uno sguardo feroce brillò di collera selvaggia vicino al mio volto. Gettai un grido e caddi. Il cavaliere mi sollevò nelle sue braccia, aprì una porta, ne aprì un'altra, poi un'altra ancora; poi non vidi più nulla.
Quando rinvenni io era coricata sopra un divano; il cavaliere mi sorreggeva il capo e mi bagnava la fronte con aceto. Tutti gli oggetti che mi circondavano prendevano uno strano aspetto ai miei occhi; quella specie di ritorno alla vita abbelliva le prime sensazioni che me ne davano la coscienza, perfinoil volto del cavaliere mi parve compassionevole o dolce.
Quell'illusione fu breve.
Risensata, tornai col pensiero ai miei timori, alle mie ansie, ai miei rimorsi. Il pericolo che mi minacciava balenò ai miei occhi come una lama tagliente, la mia posizione mi apparì in tutto il suo orrore.
Giunsi le mani in atto di preghiera, e non dissi parola. Il cavaliere mi rassicurò con uno sguardo. Fallace e stolta sicurezza!
Ricordai mio marito che in quell'ora mi aspettava forse con ansietà, e girai lo sguardo intorno alla camera cercando un pendolo di cui sentivo le oscillazioni lente e monotone. In quel punto udii lo scatto d'una molla, poi gli squilli argentini, uguali, delle ore. Erano le tre. Mi sollevai impetuosamente per uscire. Il cavaliere stese un braccio verso di me e mi fe' segno d'aspettare.
— Che volete? domandai tremando.
Non rispose, ma mi prese le mani e mi costrinse a sedere al suo fianco.
— Che volete? insistei con voce spenta dall'ansia e dal terrore.
— E lo so io che voglio? Voglio che non mi lasciate, che rimaniate ancora con me.
— Mio marito... balbettai cercando di dissimulare a me stessa le mie paure.
— Vostro marito è un uomo ragionevole e non troverà strano che sua moglie si trattenga un'ora di più fuori di casa.
— Un'ora, diss'io sforzandomi di sorridere.
— Un'ora, sì, un'ora di dolcezze, di abbandoni, un'ora di amore... Per lui gli anni, la vicinanza continua, la proprietà assoluta, per me il momento, il breve ma ardente possesso; uno per mille, uno solo. Vedete che io sono generoso.
Queste parole mi fecero sentire il peso della mia vergogna; radunai tutta la mia energia e tentai uno sforzo supremo per liberarmi dalle mani di quell'uomo. Terribile sforzo, superiore alla mia natura di donna, ma impotente. Ricaddi sul divano vinta, spossata, senz'anima.Eglicontinuò:
— Volete fuggirmi? perchè? vi faccio paura? potrebbe ciò che vi ha ispirato l'amore ispirare oggi il ribrezzo? O non vi pare che il passato legittimi le mie pretese, i miei desiderii? Non siete voi stata mia? non mi avete detto d'amarmi?
— Mi sono ingannata: non vi ho mai amato.
— E perchè non dite: vi ho ingannato? Avete mentito un affetto che non nutrivate in cuore? ebbene, siate oggi più franca d'allora: siate mia senza ingannarmi, senza mentire. Ciò sarà più onesto e più leale.
Celai la faccia fra le mani e domandai al cielo che mi facesse morire. Quel linguaggio, quel cinismo, io sentiva d'averlo meritato!
Non udii più nulla; il mio spirito cadde in una specie di vaneggiamento straziante; nuovi rimorsi, nuove paure, nuove sfiducie;e ciò in un modo confuso, vago, agitato, diverso da tutte le sensazioni che appartengono alla veglia, serbando solo la coscienza e la volontà a far fede che non era un sogno. Frammezzo a quella confusa alternativa di idee che stancavano la mia mente, continuava a giungere fino a me il suono della voce del cavaliere, ma indistinto e fioco come venisse da lontano.
Questo stato durò alcuni minuti che mi parvero eterni. Mi riscossi improvvisamente sentendo la bocca audace di quell'uomo sfiorare le mie guancie; m'arretrai con un grido; egli mi strinse fra le sue braccia, mi sollevò come un bambino, e mi portò per la stanza ripetendo con voce rotta dall'ansia: «sei mia, sei mia.»
Vi era tanta energia selvaggia in quell'atto, in quelle parole, che la mia anima ne fu soprafatta. Nondimeno resistetti a lungo; lottai come può lottare una donna; adoperando le mie deboli braccia, e piangendo in silenzio. Egli era forte, fui vinta.
Allora mi si gettò in ginocchio, mi chiese perdono, implorò colla dolcezza e colla preghiera ciò che ormai avrebbe potuto ottenere colla forza. «Sarebbe stato l'ultimo mio sagrifizio, egli avrebbe lasciato Milano, non avrebbe amareggiato più oltre la mia pace, mi sarei abbandonata quindi innanzi con sicurezza all'amore di mio marito.»
Tutto ciò era ben dolce, e il suo accento pareva tanto sincero.... Che avrei fatto io?Avrei io dovuto con un rifiuto impotente contrastare al desiderio di quell'uomo che aveva nelle mani il segreto della mia pace?
— Giuratemi... gridai nascondendo la faccia per la vergogna.
— Giuro.
— Sul vostro onore.
— Sul mio onore.
— Per la memoria di vostra madre.
— Per la memoria di mia madre.
Il patto della vergogna era sancito; la colpa doveva assicurare l'impunità della colpa.»