LXVI.

LXVI.

«In quel momento udimmo un passo avvicinarsi; tremai come al contatto d'una pila, e nascosi la faccia fra le mani. Il cavaliere mi afferrò per un braccio; levai gli occhi istupiditi; la sua faccia era pallida per la paura. Quella vista rianimò il mio coraggio, e mi ridonò un poco di calma.

Entrò un servo e mi fu annunziata la vostra visita.

Il cavaliere aveva ripreso il dominio di sè stesso, ed aveva composto le labbra ad un sogghigno...

Compresi, tuttavia non esitai; ordinai vi si facesse attendere un istante in sala. Gli occhi del cavaliere avvamparono d'ira; io ne sostenni il lampo senza battere palpebra. Ciò che avvenne dopo quello sguardo ha lasciato un solco assai profondo nella mia memoria.

Il cavaliere si accostò furibondo all'uscio che comunicava colla sala; per un'istante credetti che vi muovesse incontro; ma egli afferrò la porta e la rinchiuse sbattendola con tale impeto che fece tremare i vetri delle finestre; poi venne a me, e con voce resa ancora più truce dallo sforzo che egli faceva per abbassarla, volle che io promettessi di recarmi da lui ad un suo cenno. Insistei. Minacciò — una terribile minaccia... Che doveva io fare? Ero sola, paurosa di uno scandalo; voi eravate lì presso, io avea udito i vostri passi —luiera immobile, ritto innanzi a me, col volto contraffatto dall'ira...

— Verrete? Verrete? Unsìsoffocato partì dal mio petto.»


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