LXXIV.
« — Vi fa meraviglia il trovarvi con me? domandò mio marito con un lieve accento d'ironia. Infatti ciò è naturale; voi vi attendevate ad un altro convegno.
— Che volete dire?
— È inutile; voi m'intendete.
L'accento tranquillo e risoluto con cui Antonio parlava, allo stesso tempo che mi faceva fremere al pensiero delle conseguenze di quella determinazione temuta, mi destava nell'anima un sentimento di compiacenzae d'orgoglio che m'innalzava ai miei occhi. Oh! perchè non avevo io saputo serbare la stima d'un uomo che stimavo tanto io medesima?
Vi furono alcuni istanti di silenzio; posi l'occhio alla toppa, ed osservai. Mio marito e il cavaliere erano in piedi, l'uno in faccia all'altro, l'uno e l'altro pallidissimi. Il silenzio era così profondo, che se avesse durato ancora un istante la mia respirazione affannosa avrebbe tradito la mia presenza.
— Era dunque un sotterfugio? disse Salvani con accento di dileggio dispettoso.
— Chiamatelo così, se vi piace. Convenite però che era necessario, e che è riuscito. Se vi avessi scritto io, è probabile che voi non sareste venuto.
— La mia casa è sempre aperta.
— È la risposta che ho immaginato, e che mi ha eccitato a farvi scrivere. Le cose che io devo dirvi esperimenteranno la vostra condiscendenza e forse anche il vostro coraggio. Ora poichè io non conosco il vostro coraggio, aveva ragione di temere della vostra condiscendenza. In casa mia....
— In casa vostra?
— In casa mia è tutt'altro.
Antonio pronunziò queste parole con lentezza, rispondendo colla calma all'accento di collera che fremeva sulle labbra di Salvani.
— È una minaccia? domandò il cavaliere con sarcasmo.
— No, è un consiglio. Siate ragionevole.Non è la prima volta che voi venite in casa mia; vi siete venuto senza che io vi abbia chiamato, non vi dolga ora di venirvi per aderire ad un mio invito. Qui voi siete a vostro agio più che io non sarei stato in casa vostra, venendovi per la prima volta e per un affare sgradevole. Le parti non erano pari. Se ho dovuto mancare di riguardi in questa circostanza, appagatevi delle mie scuse; tra gentiluomini devono bastare.
Il cavaliere non rispose.
— Accomodatevi dunque, soggiunse mio marito; sul tavolo vi sono dei sigari; ciancieremo come due buoni amici.
Udii il rumore di un seggiolone trascinato lentamente; poi da capo nuovo silenzio.
Col cuore trepidante riaccostai l'occhio alla serratura per seguire collo sguardo tutti i particolari di quella scena.
— Questo sigaro non ha aria, disse Antonio.
Gettò lo sigaro in mezzo della camera, ne prese un altro e l'accese alla fiamma del candelabro. Poi si lasciò cadere sul seggiolone con abbandono indolente.
Quella calma, o meglio quella simulazione di calma, mi atterrì. Io non aveva mai visto Antonio, il mio buon Antonio, sotto quell'aspetto; non aveva neppure immaginato che egli fosse capace di vestire così un'apparenza menzognera, e che vi potessero essere circostanze da spingerlo a tanto.
— Posso sapere?... prese a dire il cavaliere.
— Senza dubbio, interruppe mio marito. Tutto è detto in due parole: noi dobbiamo batterci.
— Batterci! esclamò Salvani con finta sorpresa; e la ragione?
— La ragione, voi dite? Già, ciò è naturalissimo; due galantuomini non si ammazzano senza una ragione. Ho pensato anche a questo; la ragione ci è.
Salvani guardò mio marito con aria d'uomo che non capisce; io stessa incominciavo a non comprendere più nulla; era come trasognata, istupidita, una nebbia fitta ingombrava la mia mente.
— Leggete, disse Antonio, e porse un giornale a Salvani indicandogli col dito ciò che doveva leggere.
Il cavaliere lesse in silenzio.
— È una calunnia, disse levandosi in piedi.
Mio marito lo costrinse a sedere con cortese violenza.
L'espressione del volto di Salvani era affatto mutata; il sarcasmo aveva ceduto alla franchezza; la trepidanza dispettosa ad una sicurezza serena. Io stessa incominciavo a credere d'essermi ingannata sulla vera ragione che aveva provocato quei colloquio.
Mio marito si dondolava sul seggiolone, lasciando errare sulle labbra un sorriso intraducibile.
— L'articolo è firmato da voi, disse egli sbadatamente.
Salvani fe' un atto di sorpresa, e gettò gli occhi sul giornale.
— Qui non vi è nome.
— Vi sono le iniziali, le vostre. Agli occhi del mondo basta.
— Ma io non ho scritto quest'articolo; fra gentiluomini, voi l'avete detto, bastano le scuse. Se vi rimangono dei sospetti, sono pronto ad asserire in faccia a chicchessia che quelle iniziali non si riferiscono al mio nome.
— Ed è appunto ciò che io non voglio.
— Non v'intendo. Quell'articolo?...
— Non è scritto da voi.
— Lo credete?
— Ne sono certo; e so anche chi lo ha scritto.
— Chi mai?
— Io.
— Voi! ma questa è un'infamia!
— Vi pare?
Gli occhi di Antonio brillarono d'un fuoco così improvviso e così vivo, che Salvani fu costretto ad abbassare lo sguardo.
— Infine qual'è lo scopo di questo tranello? domandò poco dopo con voce che si sforzava invano di render ferma.
— Ve l'ho detto: batterci.
Quell'insistenza fredda ed eguale rivelava una risoluzione incrollabile. Suo malgrado Salvani stesso ne fu atterrito; io tremava come una foglia.
— Io non vi capisco, balbettò il cavaliere.
— Voi mi capite.
— Quand'è così, lasciate che io dica che questo vostro modo d'agire non è leale, nè opportuno. Dovevate cogliere l'occasione allora che vi si porgeva; la vostra condotta inesplicabile allora, lo è tanto più oggi.
— È vero; io vi ho fatto delle scuse...
— Ed io me ne sono appagato, e ne sono pago.
— Vostra bontà. Or bene, ciò che non è avvenuto allora deve avvenire; noi ci batteremo.
— Io non mi batterò.
— Noi ci batteremo. Avete potuto credere che io lasciassi impunito un insulto al mio nome, e vi siete ingannato; non ho fatto che differire. Io ho alimentato il mio odio, l'ho educato come un sentimento caro; oggi è gigante.
Salvani rabbrividì. Mio marito continuò con un accento intraducibile.
— Io vi odio. Voi stesso ignorate tutto il male che avete fatto al mio cuore. Per voi io sono un marito ingannato; e nulla più; ma voi non siete sceso nel mio seno a vedere la rovina che vi ha prodotto il tradimento; voi non sapete che gli affetti che avete inaridito erano la sorgente della mia vita, voi non sapete che le fila che avete reciso erano le fila dorate del mio avvenire. Se voi poteste comprendere tutto ciò, comprendereste il mio odio. Non mi parlate di lealtà; è vana parola quando è il cuore cheparla. Se vi ha ancora una via per uscirne meno slealmente è questa di arrendervi al mio desiderio senza costringermi a farvi arrendere. Vi è una cosa che voi non mi avete tolto, ed è quella appunto di cui il mondo vorrebbe credervi reo, quella forse di cui la vostra coscienza vi accusa: l'onore. Guardatemi in fronte; vi pare che io possa sollevar gli occhi in faccia al mondo senza arrossire? Or bene, siate generoso anche con essa. Risparmiatele la vergogna. Io che l'amo ho voluto risparmiargliela, voi non sarete da meno; la vera causa del nostro duello deve rimanere segreta fra di noi.
Salvani era vinto. La sua natura superba si era piegata sotto la tranquilla e severa insistenza di quel linguaggio. Tuttavia parve lottare ancora un istante, sollevò lo sguardo vivamente, ma lo riabbassò come preso da subito pentimento.
— Sono agli ordini vostri, disse poco dopo, tentando invano di ricomporre il volto alla primitiva alterezza.
— Vi ringrazio, vi manderò i miei secondi.
Per un istante nessuno dei due fe' motto; Salvani visibilmente impacciato, aveva appuntato le mani sulle ginocchia come per rialzarsi. Mio marito continuava a fumare senza badargli.
— Non avete altro a dirmi? domandò Salvani dispettoso.
— Non altro.
Senza attendere oltre, Salvani si diresse verso l'uscio.
Antonio senza levarsi suonò un campanello; e Giovanni comparve sulla soglia.
— Accompagna il signore.
Quando fu solo tutta la sua energia gli venne meno a un tratto; lasciò la seggiola, gettò il sigaro e si cacciò le mani nei capelli.
A quel gesto così disperato sentii tutte le fibre del mio cuore intenerirsi, e ritrovai la via del pianto. Aprii l'uscio, mi lanciai nella camera, e mi gettai lagrimosa nelle sue braccia, implorando perdono.
Egli si tolse ruvidamente dalle mie stretta, e nascondendo la faccia si buttò sul divano singhiozzando.
Mi trascinai ai suoi piedi, gli afferrai una mano e la portai alle labbra frementi. Sentivo istintivamente che il pentimento e l'umiliazione mi riabilitavano innanzi alla mia coscienza.
— Lasciami, mi disse respingendomi con dolcezza.
— No, non ti lascio; tu vuoi batterti, tu vuoi morire, e sarò io che ti avrò ucciso.
Si drizzò, piegò il capo verso di me, trasse indietro i miei capelli che mi cadevano scomposti sulla faccia, e mi guardò negli occhi con una espressione selvaggia di speranza.
— Non è per lui dunque che tu piangi?
— Per lui! Oh! Antonio, Antonio mio!
V'era tanta disperazione nelle mie parole, tanto e così vivo affanno, che egli ne fu intenerito, e non mi nascose più le sue lagrime.
— Senti, mi disse, la mia natura si è franta, il mio cuore si è inaridito. Io non aveva altro affetto che il tuo, non aveva speranze o sogni che non fossero in te riposti; ed ho perduto tutto in una volta. Questa favilla che tu hai fatto brillare nell'immensa tenebra della mia mente, questo dubbio che hai gettato nel mio seno, è ora tutto ciò che mi rimane. Lo vedi, io piango come un fanciullo, io non sono che un fanciullo. Affrettati a trarrai d'inganno, ridonami la mia fede, o ritoglimi questa affannosa illusione.
— Sì, gridai io con esaltamento, sì, ti dirò tutto; tu leggerai ogni pagina di questo cuore che è rimasto puro. Ti svelerò il mio passato, ti svelerò le mie colpe, le colpe di un passato che non era tuo...
— Sarebbe vero? interruppe con un grido. Oh! dimmi che mi hai amato, dimmi che mi ami!...
Sollevai lo sguardo e lo fissai nel suo sguardo. La gioia, la speranza, l'amore, lo illuminavano d'una luce vivissima.
Gli narrai la mia infanzia, il mio primo fallo, evocai i dolci fantasmi dei primi giorni del nostro amore, le sue proposte e le mie ritrosie, e le segrete battaglie che precedettero il mio inganno.
Egli pendeva dalle mie labbra trepidante; sentivo le sue mani stringere impazienti le mie mani, il suo seno palpitante appoggiarsi al mio seno, e l'ansia del suo respiro confondersi colle mie parole.
— E poi?...
E poi! Lo guardai paurosa, egli insistè collo sguardo.
Mio Dio! Fu un lampo fatale. Donde avrei io tratto la forza per compiere la mia confessione? e facendolo, qual frutto avrei osato sperare? No, io non era soltanto una donna colpevole, era una donna adultera! La coscienza di quest'ultima vergogna, assopita per un istante, risorse più adirata. Adultera! Adultera! E poteva io sperare che il perdono di mio marito si sarebbe spinto fino al tradimento? Avrebbe egli potuto credere al mio amore? Ed avrei osato ingannarlo ancora negando il mio inganno?
— E poi?
Mi gettai sulle sue ginocchia istupidita. Egli chinò il capo verso di me; udii le sue parole rotte dall'affanno. Era un conforto, era una preghiera, uno spasimo atroce.
— Discolpati... discolpati!
Non risposi, non l'osai; piansi e nascosi la faccia fra le mani.
Egli diè un picciolo grido invano represso, si alzò con impeto, mi rovesciò sul pavimento, e ripetè come un eco il rimprovero della mia coscienza:
— Adultera! Adultera!»