XXXIII.Silvio a Carlotta.
«Non crediate che io vi scriva per farvi rimprovero. In compenso dell'ospitalità edelle cure che m'avete fatto prodigare nella vostra casa, io vi perdono il male che avete cagionato al mio cuore. Il vostro silenzio mi aveva detto l'indifferenza; oggi vi avete aggiunto il disprezzo. Nè io me ne dolgo; una speranza gagliardamente alimentata mi ha suggerito l'audacia che vi ha offeso; però se il mio contegno mi ha meritato la vostra collera, il mio cuore non domandava che la vostra pietà.
Voi foste forse giusta, ma spesso la giustizia è crudele. Sia pure; poi che il rapido corso di molti mesi non ha saputo ispirare ed alimentare nel vostro cuore altro sentimento che l'indifferenza e il disprezzo, io saprò rinunziare un'altra volta al mio sogno, a quel sogno che, dacchè vi conobbi, fu la sola mia vita: essere amato da voi. Un sacro dovere si frappose un tempo fra voi e me; vi lasciai col cuore straziato, ma confortato da una stolta e fallace compiacenza: forse il vostro cuore mi aveva fatto l'elemosina del compianto; forse i vostri occhi mi avevano fatto elemosina d'una lagrima....
Oggi è ben altro.
Assai probabilmente non mi rivedrete più; partirò domani stesso dalla vostra casa, e domani stesso lascierò questo paese. Spero di poter andare abbastanza lontano, perchè voi non abbiate così facilmente la spiacevole sorpresa d'incontrarvi un'altra volta con me.
Questo io debbo fare per voi; lo posso, e mi basta. Se la mia riconoscenza non può dimostrarvisi che a questo patto, non potrete, spero, accusarmi d'ingratitudine. Che se le baldanze mie vi hanno tratta in inganno sui miei sentimenti, l'avvenire vi dirà forse quanto profondamente io vi stimi e vi abbia stimato sempre.»