XXXIV.

XXXIV.

Le ore numerate dall'insonnia non sono mai brevi; e tuttavia Silvio, che aveva avuto le sue buone ragioni per non chiudere occhio tutta notte, trovò che l'alba spuntava troppo più presto che non si convenisse alla più pigra stagione dell'anno. Le battaglie del suo cuore erano state crudeli e lunghe, ma la sua risoluzione non aveva piegato un istante. Il primo raggio di luce penetrò nella sua stanza gravido di nuove tempeste e di nuovi assalti. E in un baleno ripensò tutte le accarezzate illusioni del suo spirito, melanconiche rovine d'un audace edifizio di sogni. Pensò a Carlotta, alla mesta casa che lo aveva raccolto, e parendogli d'uscire improvvisamente da una lunga visione, volse gli occhi in giro per sincerarsene. Una profonda melanconia lo invase al pensiero di dover abbandonare quelle pareti per sempre. Quivi egli si era abbandonato alle sue fantasie d'infermo, alle ansie dell'aspettazione, agli accasciamenti della disperanza — quiviegli aveva sofferto, amato e sperato molto — quella camera era stata per lui, per lui solo, tutto un mondo vastissimo che egli aveva popolato d'immagini lusinghiere.

Nelle lunghe ore di solitudine che egli aveva passato immobile sul suo letto, egli aveva numerato cento volte il doppio giro di scacchi bianchi ed azzurri che si alternavano sulla volta; aveva seguito coll'occhio i bizzarri fiorami dipinti sulle pareti fino agli stipiti dorati degli angoli, donde era tornato indietro rifacendo senza stancarsi mai gli stessi sentieri tortuosi. E poi in quella camera vi erano cento altri affetti che erano sorti per opera sua, affetti di creature enigmatiche a cui egli solo aveva dato la vita. Là era un drago colle fauci spalancate, che fino all'arrivo di Silvio era stato tenuto in conto d'una foglia di certa pianta strana a cui nissuno avrebbe saputo dare un nome; altrove una testa assai burlesca d'uomo, altrove un busto di bella donna, o un amorino senz'ali, tutta brava gente che vivevano alla buona senz'altra pretesa al mondo che quella di essere guardati ad un'ora determinata e dal guanciale di Silvio.

Pensate voi se dovesse essere lieve dolore abbandonare tutto ciò.

Più volte Silvio provò a drizzarsi appuntando i gomiti sul guanciale; più volte disse a sè stesso che era tempo di mostrarsi forte, ma sempre gliene mancò l'animo; il suo pensiero ribelle ritornava senza posa a Carlotta,e il suo corpo ricadeva inerte sul guanciale. Un sospiro mal represso veniva a quando a quando dal suo petto; ed egli avrebbe certamente arrossito confessandolo a sè medesimo, ma il suo cuore diceva assai chiaro il pentimento di aversi tolto un carico tanto grave.

— Domani stesso partirò dalla vostra casa!...

Queste parole, indarno dissimulate, si ripetevano come un lungo eco nel suo seno. Qual demone gliele aveva dettate? e perchè mai s'egli non aveva saputo resistere alle tentazioni dell'orgoglio, non era, almeno in quel momento, fatto insensibile alle lusinghe infruttuose dell'amore?

In quel punto venne picchiato all'uscio. Il signor W..., medico e chirurgo di Gossau, entrò sulla punta dei piedi. Il cuore di Silvio martellò disperatamente, vedendo l'eterno sorriso e l'eterna marsina nera dell'Esculapio.

— Come state voi?

— Benissimo, balbettò Silvio.

Il sorriso del signor W..., medico e chirurgo di Gossau, parve voler dire: «Adagio, mio signore; prima di sentenziare con tanta sicurezza ci ho da entrare anch'io.»

— Vediamo la lingua, disse dopo aver tastato il polso con molta gravità.

Silvio mise fuori la lingua colla maggior grazia possibile.

L'esame parve non andare a genio al signorW..., il quale fe' sentire un debole grugnito assai espressivo.

— Abusi, abusi!... ripetè egli scotendo il capo; eccoci di nuovo colla febbre...

E s'arrestò atteggiandosi come un punto, interrogativo. Questa volta il suo sorriso fu molto eloquente, e fu come la sintesi d'un discorso la cui perorazione dimostrava assai chiaro: come sarebbe stato sconveniente che il signor W..., medico e chirurgo di Gossau, non avesse indovinato la causa di questa ricaduta.

Ma sia che Silvio non avesse inteso l'oratorio significato di quel sorriso, o non vi avesse posto mente, prese a dire con voce titubante «come avesse in animo di partire....»

— Diamine! sclamò il medico.... e quando?

La lingua di Silvio incespicò più d'una volta prima di rispondere, e ne venne fuor un «presto» così ingarbugliato, da essere quasi irriconoscibile.

Ma, il signor W** non se ne appagò e insistè con un «per esempio?» così netto ed aperto, che era impossibile potersene schermire.

— Fra quanto tempo credete che io possa lasciare il letto? domandò Silvio, invece di rispondere.

— Secondo i casi.

— Nella migliore ipotesi?

— Supponendo una crisi favorevole, prestissimo.

— Prestissimo! Per esempio?

Ilper esempio?di Silvio fu più fortunato.

— Anche domani.

Silvio impallidì, ed aggiunse con un tremito pauroso:

— E se si trattasse d'un bisogno urgente?...

Il medico parve non comprendere. Silvio tacque un istante.

— Se io dovessi partire.... oggi?

— Oggi! Diamine!

E un nuovo grugnito dell'ottimo signor W**, medico e chirurgo di Gossau, avvertì Silvio della difficoltà della cosa.

— Impossibile, voi dite?... interruppe questi con un impeto di rammarico, che poteva parere un impeto di gioia.

— Non ho detto ciò....

A questo punto il rammarico di Silvio parve meglio definito.

— Ma lo dirò certamente.... È impossibile; fate conto d'avere le catene delle Alpi alle sponde del vostro letto....

E tratto dal paragone il signor W**, medico e chirurgo di Gossau, s'agitò come invaso da un brivido di freddo, e volse istintivamente gli occhi al caminetto, su cui tremolavano ancora alcune scintille avanzate dalla notte precedente.

— Dunque? insistè Silvio con uno sguardo pieno di speranza.

Il medico si strinse nelle spalle.

Silvio non disse più nulla, e parve riflettere.Il suo volto era come irraggiato da un dolce e pago languore; ma un istante dopo la sua fronte si oscurò, e i suoi occhi si chiusero penosamente, mentre l'affanno usciva dal suo petto in un sospiro.

— È inutile, disse, è necessario che io parta oggi.

E senza punto badare al signor W** che se ne stava immobile per lo stupore, fece atto di levarsi. Il medicò lo arrestò con uno sguardo di preghiera, ed a crescervi forza aggiunse un gesto in cui era scolpito tutto l'entusiasmo d'una perorazione. Ma quella eloquenza muta non fu molto fortunata.

— È necessario che io parta oggi, ripetè mestamente Silvio; e poichè il signor W** accennava di voler insistere, lo interruppe con un «è necessario» così riciso, che a volerci trovar da ridire era qualche cosa più che una montagna da valicare.

Infatti, il signor W** non ci trovò a ridire, e pensando che la sua presenza non potesse riuscire che importuna, salutò ed usci dalla camera.

Rimasto solo Silvio, che s'era drizzato a gran stento, ed aveva messo una gamba fuori del letto, sentì a un tratto venir meno ogni energia. Col capo inchinato sul petto, cogli occhi fissi, egli ripensava melanconicamente per l'ultima volta le accarezzate parvenze del suo sogno....

Il buon Giovanni lo sorprese in quell'atteggiamento.

Silvio, tratto bruscamente al suo estatico fantasiare, levò gli occhi smarriti in volto al nuovo arrivato.

Giovanni recava una lettera; Silvio la prese senza emozione, ne ruppe il sigillo, spiegò distratto il foglio innanzi agli occhi, e lesse una sola parola:

«Restate.»

Una gioia suprema imporporò le sue pallide guancie; il suo cuore batteva così violento, che quasi gli veniva meno il respiro.

— Dessa! non è vero?... balbettò tremante, fissando gli occhi spalancati in quelli di Giovanni; e senza attendere la risposta, si lasciò cadere con delirante abbandono sul suo guanciale.


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