IX.L'ultimo giorno

Napoli, 27 marzo.

Quel sogno era stato un adulatore. E come me ne compiacqui! In veglia la villania, in sogno l'apoteosi. Quel sogno era il mio amor proprio offeso che protestava contro gli atti villani e si decretava il trionfo.

A una certa età si comincia a rimbambire. O per usare una frase più rispettosa verso l'amor proprio, a una certa età ritroviamo gli affetti e i luoghi della prima giovinezza. In quel momento una buona accoglienza in Andretta valeva per me qualche cosa più che una buona accoglienza a Parigi. Il disinganno fu amaro, e quel sogno era la mia protesta e la mia vendetta, e me ne compiacqui. Poi, esaminandomi bene, arrossii di quel compiacimento, e vi trovai più vanità che orgoglio, anzi una fatuità puerile.

Però siccome in fondo a ogni orrore si trova la verità, quel sogno, spogliato della sua ridicola esagerazione, voleva in sostanza dir questo, che quella gente non l'aveva proprio con la mia persona, che la era sotto l'incubo di passioni locali e provinciali, travagliata ed educata abilmente a quel modo per parecchi anni; che ostinarsi ora in quella via era un puntiglio, o con parola più nobile un punto d'onore, e che, finita la lotta, e lasciate le cose al loro andamento naturale, noi eravamo tutti predestinati ad essere amici. Sicchèda quel sogno mi venne un bene e fu di purificare il mio animo d'ogni amarezza, e dispormi a guardare le cose con uno sguardo più tranquillo e più giusto.

Sentii dunque con tutta serenità le notizie di quell'ultimo giorno. Il figlio del mio competitore[67], un bravissimo giovane, di cui non avevo inteso dir che bene, mi andava disfacendo alle spalle in occulto quel lavoro che avevo fatto in palese. Piovevano nel collegio da parecchi giorni circolari, lettere e telegrammi in nome del comitato di Sinistra e dell'associazione del Progresso che quella buona gente confondevano insieme. E nessuno capiva un'acca di quella storia. «Cosa è quest'associazione del Progresso? mi domandavano. La si dovrebbe chiamare regresso, poi che combatte De Sanctis». Il loro buon senso rimaneva offeso, veggendomi con tanta persistenza combattuto da colleghi ed amici. Quelle lettere col timbro non mancavano di produrre un certo effetto sui semplici. Ma poi si ribellavano. Alcuni reagivano, e facevano risposte violente. Una finiva così: «Tenetevi voi il vostro amico, noi ci teniamo De Sanctis». Altri facevano gli occhioni e non si raccapezzavano. Chi rideva, chi s'incolleriva. Messi e corrieri attraversavano il collegio in tutte le direzioni. A tarda sera erano giunti in Andretta alcuni, e comunicate le istruzioni, proseguivano per Teora. Qui erano giunti da Avellino amici ed avversarii, e si contendevano aspramente il campo.

Non c'era che dire. Gli avversarii erano disciplinati, e ubbidivano alla consegna come soldati. E riflettei all'inconveniente dei piccoli collegi, dove un volgare cospiratore può far giocare come macchinette quel piccolonumero di elettori che gli basti a vincere. E non aveva poi tanto torto il mio teologo.

Il salotto era già pieno. Trovai lì mezza Cairano. Che bel vedere era quella brava gente, venuta di lontano, e ora col viso aperto, con gli occhi lieti, con le mani tese! Cairano non l'avevo visto mai. Pure sentivo che colà dovevano volermi un gran bene, e non conoscendo nessuno, stetti in mezzo a loro, come conoscessi tutti da lunghissimi anni. Pure avevo una spina. E giravo gli occhi, e non vedevo nessuno di quelli che avevo visitato in casa Alvino. E mi giunse una lettera del giovine oratore, nella quale m'informava come qualmente il Comitato che li dirigeva, contro il suo avviso, aveva loro vietato di venire nella casa comunale. Prometteva però che dopo il mio discorso sarebbero venuti a visitarmi, e mi faceva tante scuse, e mi esprimeva la sua stima, anzi la sua venerazione. Oimè! diss'io, costoro hanno pure un direttorio. E compatii al povero oratore, che voleva non disgustar me e non disubbidire a quelli. In quest'oblìo delle più volgari convenienze concepii cosa sono le passioni settarie.

Mi avviai alla casa comunale con grande accompagnamento di elettori. Lì presso vidi due fanciulli, tirati dalla curiosità, e con l'aria di chi faccia cosa proibita. Al mio comparire sulla piazzetta l'uno si tirò indietro, come per darsela a gambe, e l'altro guardava me che andavo a lui, con un certo sdegno negli occhi, e con un certo riso sardonico, che non poteva uscire sulle labbra, tenuto indietro, rispetto o paura che fosse, e che pur dava alla sua fisonomia una espressione ironica. Era un bel fanciulletto[68], e mi pareva in quell'atteggiamentoun piccolo Farinata. Che gran male gli avranno detto di me! pensai, e lo presi per mano, e gli dissi: «chi è tuo padre?—Miele.—Ebbene, ti auguro che sii migliore di tuo padre». Quel motto era una riminiscenza de' fanciulli di Calitri, i buoni padri debbono desiderare figliuoli migliori di loro. Pure, preso alla lettera, quel detto poteva sonare una ingiuria, e lo spiegai subito a' vicini per tema che mi attribuissero una così bassa intenzione.

Entrai. Sala pienissima, grande aspettazione. Sbirciai verso la porta quel tale amico Diogene, che a volte faceva capolino dentro, situato in modo il nostro filosofo da poter dire di esserci e di non esserci. Non uno di quei della sera. Il Direttorio era stato ubbidito. Vidi però con piacere qualcuno di Cairano ch'era lì malgrado il Direttorio e glie ne tenni conto.

Cosa dissi? Poco me ne rammento. Avevo già detto la sera tutto quello che era a dire. E a ripetere non mi ci trovo. Non ho mai ripetuta una lezione. E un dì che gli studenti vollero unbis, riuscii freddo e sguaiato, pur dicendo quel medesimo che il dì innanzi aveva mossi tanti applausi. Doveva ora dire altro o trattare la stessa materia in altro modo. Ma non ci ebbi tempo, nè voglia.

Avevo innanzi un uditorio simpatico, già commosso e mezzo intenerito, gli applausi erano in aria, prima che aprissi bocca. C'era in quel punto una specie di parentela tra le nostre anime, m'indovinavano prima che compissi il pensiero, e applaudivano e non si saziavano di applaudire: l'affetto rendeva veloce l'intelligenza. Abbandonato al caso, commosso, smarrito, trasportato come un fuscello di paglia in mezzo alle onde, io mi sentiva dolcemente annegato nel mio uditorio. Mi pareva che non parlass'io: o piuttosto ch'io fossi una eco, una voce del coro; così mi sentivo uno contutti. Posso io rifare quei momenti deliziosi? rigenerare con la volontà quella generazione spontanea?

Tornai tutto esaltato in me. Lo avevo detto spesso: ma allora mi sentivo davvero tra miei concittadini. Dall'alto di quel piedistallo che mi aveva alzato il loro affetto, quanto mi parevano piccoli i miei avversarii!

La folla mi seguiva nel salotto, e stavo così bene in mezzo a quell'amabile confusione, prodotta da un affetto impaziente, che tutti nello steso tempo volevano espandere. E viene a me quel caro Mauro, il padrone di casa, zitto, zitto, piano, piano, e mi tira in disparte, e mi susurra all'orecchio ponendosi l'indice sul labbro, che mi pareva don Abbondio, quando diceva: per amor del cielo! Cosa è nato? dicevo, alzando la voce, e mezzo stordito. E lui: Mio cognato! e mi tirava, guardandomi con certi occhi pietosi e abbassando più la voce.

Questo signor cognato era giunto di Avellino, ed era il capo nominale della parte avversaria, bonomo, tenuto un pezzo grosso in paese, e vano di quell'onore, di esser dietro lui il capo. Ora il signor cognato era un gentiluomo, e teneva a mostrarsi gentile e voleva sì farmi visita, ma zitto, zitto, piano, piano, che nessuno ne sapesse niente. Ed entrò per una porticina secreta, e lo trovai in un salottino. Viso magro, lungo e scuro, privo d'ogni espressione, come d'ogni colore. Modi civili, se non distinti. Finite le generalità della conversazione, promise... ma zitto, e il bravo Mauro accompagnava quel zitto cogli occhi, promise il suo voto, e... il suo voto solo. Posso fare di più? pareva dicesse, allargando le mani e chinando il petto. Risposi che non ero venuto a carpir voti.—Ah! e cacciò fuori un grosso sospiro, come chi si senta alleviato, e dunque? Dunque non tenete a' voti! e posso dirlo anche agli altri. Voi non siete venuto qui per avere i voti! E posso dirlo anche agli altri.—Servitevi.

Il bonomo, che aveva presa alla lettera quella forma di dire delicata, era fuori dei panni, e la gioia comparsagli sulle labbra dava una certa espressione a quella fisonomia. Mi levai freddo, e gli diedi una stretta ufficiale di mano. E dicevo: il teologo aveva ragione. Qui la gentilezza è presa a rovescio, e vogliono loro si parli a lettere di scatola.

Il desinare mi parve lunghissimo. Sentivo nell'orecchio Morra, il mio paese nativo, che mi gridava: Vieni! Dovetti combattere con l'estrema gentilezza de' padroni di casa che volevano trattenermi, e con tanti bravi elettori, che mi facevano istanza perchè rimanessi anche il dì appresso.

—Ma vi pare? è il giorno della votazione. Il mio posto domani non è qui.

—Prendete ancora un bocconcino, mi suggeriva Mauro cheto, cheto. Ad andare c'è tempo.

—Grazie. Ne ho presi tanti di bocconcini. Andiamo.

—E il caffè? Non volete prendere il caffè? diceva un terzo in aria di scandalo, come volesse dirmi: una tavola senza caffè, dove s'è letto?

—Hai ragione, compare.

E così, tra bocconcini e caffè e bicchierini e chiacchiere, avvenne che ci mettemmo in via tardi, ed era notte quando giungemmo in Guardia Lombardi.

Guardia è il paese della provincia più alto sul livello del mare, e la strada che vi menava non era una gran bella cosa. Mi pareva non giungessi mai, ed era già bujo.

Mi avvertì dell'arrivo un gran rumore, confuso tra una luce fosca. Erano torce, e scalpitare di cavalli, e spari di mortaretti, e vive acclamazioni. I signori di Morra m'erano venuti incontri fin lì, accompagnati da una folla di popolo minuto, coi soliti monelli, che con l'energia curiosa delle loro mosse, saltando, vociando, davano vivezza allo spettacolo. Volevo scendere, ma nonvollero; ci è tanto ancora da andare, dicevano. E mi caracollavano intorno, e poi via a corsa, tra l'infinito vocìo della turba, estatica innanzi allo spettacolo, ed essa medesima spettacolo. Andammo così un pezzo, quando mi apparve in lontananza una gentile collina tutta illuminata, sì che parea giorno. È Guardia quello? diss'io, meravigliato che ancora tanto lontano. «Che Guardia? Guardia l'abbiamo passato. La è Morra, guarda, parato a festa». In quella confusione ero passato per Guardia, e non me n'ero accorto.

Ecco, nuova gente, a dritta e a manca, e ingrossarsi più e divenire folla in piazza. Non scesi, mi precipitai, e caddi nelle braccia del mio piccolo cugino Aniello, e lo tenni stretto al petto.

Rividi amici, compari, parenti, famiglia, ad ogni passo nuove strette di mano. Oimè! mancava uno, a cui avrei dovuto baciare la mano. E in quella gioia non ci pensai.

Fui alla casa paterna, entrai nella stanza dov'ero nato, assegnatami con gentile pensiero da quel mio cugino, piccolo di statura, non d'ingegno e di coltura. Avrei voluto abbracciare, baciare que' di casa, dire tante cose, ma la folla si faceva più fitta e le acclamazioni più vive. Mi convenne uscire, e piantato sui gradini di casa, dissi: «amici miei, grazie. Voi mi decretate il trionfo prima della vittoria. Pensiamo a vincere, e domani non un solo morrese manchi all'appello.» Levarono le mani, promisero e mantennero la promessa.

«Ora andate che è tardi. Domani vi converrà levarvi per tempo, che la via è lunga». Piovigginava già. Il tempo mantenutosi tra sereno e fosco, sempre asciutto in quei lunghissimi sei giorni, sembrava volesse perder la pazienza e farne una delle sue proprio nel dì del combattimento.

Rimasti soli, abbracciai la nipotina e zia Teresa[69]e la cugina, e riabbracciai Aniello. Visto la sorella[70]«e a te, dissi, un bacio a te, martire di casa mia». Quella povera donna, morta la madre, non s'era voluta maritare, ed era madre a tutti noi. Piangeva, e quel pianto era il racconto della sua gioia e delle sue pene, piangeva ridendo. Mi parve ben mutata dal dì che la vidi. Aveva sulla faccia la fresca morte di nostro padre.

Non potei chiuder occhio. Quella stanza era piena di memorie. Il letto era proprio a quel posto, dove era già il letto di padre e madre. E lì, in fondo, presso la finestra, era il mio letticciuolo, fanciullo appena di sei anni. Mi ricordo. Avevo sogni spaventosi, piangevo e strillavo forte, e la madre[71]era là, che mi vegliava o mi asciugava gli occhi. E ora non c'è più. Mi lasciò ch'ero ancora giovane. E anche mio padre[72]m'ha lasciato.

Napoli, 28 marzo.

Oggi è dì Pasqua, e tanti augurii a' miei Morresi, poichè sono a parlar di loro.

A' quali morresi non basta esser detti di Morra, e si sono aggiunti un titolo di nobiltà, e si chiamano degli Irpini. La discendenza, come vedete, è assai rispettabile, e gli è come dire: antichi quanto gl'Irpini.

A Morra corre un motto, nato non si sa come, nè quando, ma esso pure di rispettabile origine, perchè nella mia fanciullezza lo trovai già antico in bocca ai nonni e alle nonne. E il motto è questo: Napoli è Napoli, e Morra passa tutto. Altri poi, esagerando più, vi mettono una variante, e dicono: Che Napoli e Napoli? Morra passa tutto.

Questa boria locale annunzia già che la virtù principale di quegli abitanti non è la modestia. Ma un po' di vanità non guasta, anzi dà buoni frutti, quando ci sia dentro una lega d'orgoglio. E il primo frutto è questo che ti rende affezionato al tuo paese, sicchè tu non debba dire a viso basso: sono di Morra. Poi, un morrese mette una specie di civetteria a ben comparire lui e a far ben comparire il paese. E indossa gli abiti nuovi il dì di festa, e sa far bene gli onori di casa all'ospite, ama una certa decenza di forme, e se non è ancora gentile, non lo puoi dire grossolano. Raro è che unmorrese sia avaro, anzi spende volentieri, e lo stesso gusto hanno gli amministratori del comune. Hanno voluto che a Morra ci si vada in carrozza, e hanno costruita laVia Nuova, che costa un occhio. Hanno voluto ancora rettificare e rinnovare le strade interne, e darsi il lusso de' lampioni; sicchè Morra di sera è un bello vedere, massime chi lo guardi da lungi e d'allo alto, come fec'io venendo di Guardia. E hanno pensato anche a' morti, e Morra ha oggi il suo bel camposanto. Tutto questo ha costato una bella moneta, che ha fatto un po' mormorare i rigidi custodi dell'antica parsimonia, ma oggi la spesa è fatta, e di Morra così com'è sono contenti tutti.

Cosa era Morra in antico, nessuno sa[73]. E mi pare che quando si pretende a gloriose origini, la vanità avrebbe dovuto avere un po' di cura a conservare quelle memorie. Una vaga tradizione accenna alla presenza di Annibale in quella parte, che vi avrebbe edificato un campo militare, occupato poi da' Romani, e divenuto Morra. Il fatto è che Morra non ha storia. E ciò che ha potuto essere, non si può concetturare che dalla sua topografia.

Il nocciolo di Morra è il monte delle Croci, o il Calvario, o anche della passione, ch'è una veravia crucis, dove gli abitanti nella settimana santa andavano a celebrarvi i Misteri. A pie' del monte era l'antico cimitero, il quale con esso il monte formava il così detto territorio sacro, chiamato anche la costa, a cui si contrappongono iPiani, che è quanto dire la pianura.

Dal cimitero partono due strade, di cui l'una non è che il prolungamento della costa, con case sparse adritta e a manca, l'altra un po' più a destra e là dove la costa è più inclinata, e scende e scende sempre.

La prima sembra un braccio della costa, insino a che si eleva e forma una bella altura o collina, sulla quale torreggia il castello, o come dicono, il palazzo del principe, che poco starà a divenire un granaio e un fenile. Il palazzo è immenso verso la piccolezza del paese, e doveva esserein illo temporeesso tutto Morra, aggiuntovi quel piccolo spazio, che a sinistra ha casa De Sanctis[74], a dritta casa De Paola, e in mezzo la chiesa, grande anch'essa e con una bella piazza innanzi. La strada, correndo diritta e piana e ampia innanzi al palazzo, come per rendere omaggio al signore del luogo, tutt'a un tratto si restringe, si abbassa, e corre rapida verso giù a formare una gentile stradetta, chiamataDietro Corte, sulla quale guarda casa De Sanctis e dopo di aver formata una gran piazza, precipita giù.

Dietro Corte! Sicchè quello spazio, che domina, doveva essere Corte anch'esso, dimora de' vassalli e servitori, di Corte, un bell'onore in verità per i miei antenati!

A questo braccio della costa, su cui sorge l'anticoMorra, corre parallela l'altra strada, che andando sempre in giù mena al Feudo, il vasto territorio del principe. Scendendo, si arresta sul principio due o tre volte, e forma brevi pianure o piazze, quasi a riposarsi e a pigliar nuova lena alla discesa.

Morra si è ito poco a poco allargando su queste due strade, sulla costa e sul pendìo, sull'altura e sulla discesa, e hai l'alto e il basso Morra, che sottoposta ti dà l'antico e il nuovo Morra. La via Nuova s'imbocca nella strada a destra, dov'è il pendìo della costa, e diviene il Toledo di Morra, una strada interna, oggi rifatta a nuovo, che attraversa il paese. Ivi è l'entrata, nobile e presentabile, l'entrata in carrozza, e sei subito in piazza, un magnifico altipiano, su cui guarda la chiesa della Nunziata, di antica architettura, col suo porticato di un aspetto severo, e ai lati hai parecchie case di antiche famiglie, oggi spente o ammiserite, come sono i Cicirelli, i Grippo, i Sarni, abitate da nuovi padroni. La strada scende poi quasi senza pigliar fiato, costeggiata di case, fino a casa Manzi[75], dove, raggiunta dalla strada di sopra, formando una piazzetta, piega a dritta, e rasentando casa Del Buono, va a formar via de' Fossi innanzi a casa Donatelli. Il nome della via indica già che lì è il punto massimo dell'abbassamento, sicchè, dopo una breve fermata, dov'è l'ultima piazza, con la sua chiesa di San Rocco e il suo obelisco su cui pompeggia la statua del Santo e le sue graziose case intorno, la discesa è così ripida, che il paese non si è potuto tendere più da quel lato.

Dunque una costa in pendìo avvallata è Morra. Ed è tutto un bel vedere, posto tra due valloni. A dritta è il vallone stretto e profondo di Sant'Angiolo, sul quale premono le spalle selvose di alte vette, e colassùvedi Sant'Angiolo, e Nusco, e qualche punta di Montella, e in qua folti boschi che ti rubano la vista di Lioni. A sinistra è la valle dell'Isca, impetuoso torrente che va a congiungersi coll'Ofanto, e sopravi ignudi e ripidi monti, quasi un anfiteatro, che dalla vicina Guardia si stende sino a Teora, e ti mostra nel mezzo il Formicoso, quel prato boscoso dietro di cui indovini Bisaccia, e ti mostra Andretta, e il castello di Gairano, avanguardia di Conza, e Sant'Andrea. L'occhio non appagato, navigando per quell'infinito, si stende là dove i contorni appena sfumati cadono in balìa dell'immaginazione, e a dritta indovina Salerno e Napoli e vede il Vesuvio quando fiammeggia, e a mancina corre là dov'è Campagna. Non ci è quasi casa, che non abbia il suo bello sguardo, e non c'è quasi alcun morrese, che non possa dire: io posseggo con l'occhio vasti spazii di terra.

Chi gitta un'occhiata sull'ossatura di questo paese può almanaccare sulla sua storia. In alto è il medio evo col suo castello di Castiglione e a' fianchi il Monastero di Santa Regina. Più che un paese, era un campo murato, con le due sue porte, poste in sito vantaggiosissimo alla difesa. Tale doveva essere ancora Guardia Lombardi, che sta in luogo così eminente: e quando io vedo tutti quei paesi sulle vette, concepisco tempi selvaggi di uomini contro uomini, ne' quali si cercava riparo sulle cime de' monti, come nel diluvio. Lì stava quel campo chiuso col suo castello e la sua chiesa e il cimitero e il calvario e il monastero, con quella mescolanza di sacro e di profano, di castellani e di frati, di alabarde e di corone, di peccati e di penitenze, di balli e di missioni, che portava il tempo. E ora tutto è in rovina, crollate o crollanti le case sulle falde della costa, e veri letamai in più d'uno di quei luoghi abbandonati. Colassù stesso dove il barone chiamava araccolta la sua gente d'arme, e dove gli allegri canti in onore della castellana si stendevano per quel dolce azzurro infinito, non è rimasto di vivo e d'interessante che un'ottima cantina; e il silenzio funebre della giornata non è rotto che solo la sera dal rantolo del gioco alla morra e dalle orgie clamorose dei bevitori, illuminati da' bei riflessi del sole che si nasconde.

Venuti tempi più miti e meno sospettosi, Morra si andò stendendo a destra sul pendìo e prolungando verso il basso, secondo comodità o piacere, e divenne un vero e proprio comune con la sua casetta comunale che ha le spalle volte alla chiesa, e il popolo teneva forse le adunanze nella piazza avanti la chiesa. Ma nessuno edificio di qualche importanza attesta una potente vita municipale e quella casetta sembra più un luogo scelto così a caso e provvisoriamente a quello ufficio, che una dimora degna del comune[76].

Più vivo era il sentimento religioso, sopravvissuto esso solo a tutto quel mondo feudale; riacceso, quando, afflitto il paese dalla peste, si elesse a protettore San Rocco, e gli sacrò una chiesa edificata di pianta verso il basso, dove poi si andò stendendo e aggruppando il comune. Questi spiriti religiosi si sono mantenuti fino ad oggi; e a mia memoria la chiesa principale fu ampliata e rifatta, e ultimamente fu alzata una statua a San Rocco. La statua decora quell'ultima piazza che prende nome dal Santo, monumento dell'età novissima e scredente in memoria dell'antica pietà. Altra memoria non è in quelle piazze ignude, e sembra che gli uomini vi sieno vissuti in uno stato poco lontano dal selvaggio, che non ha storia e vive di poche e vaghetradizioni. Guardando per entro l'abitato case cadenti, e mucchi di pietre ancora intatti dove furono case, e qua e là case nuove di pianta o rifatte a nuovo, e spazio troppo più vasto che non porta il picciol numero degli abitanti, s'indovinano pesti e carestie, catastrofi pubbliche e private, tempi di decadenza e tempi di prosperità. Andato io colà dopo lunga assenza, vi ho già trovata una storia, antiche e prospere famiglie venute giù o spente, e molta gente nuova, e subiti guadagni, e contadini ricchi e fatti padroni, e talvolta i loro padroni servi loro. Premio al lavoro e castigo all'ozio.

Co' nuovi tempi è sorta in Morra una gagliarda vita municipale, e in un decennio si è fatto più che in qualche secolo. Sicchè, se stai all'apparenza, gli è un gentile paesetto, e dove è un bello stare, massime ora che, sedate le antiche passioni locali, tutti i cittadini vi sono amici d'un animo e di un volere. Ma non posso dire che una vera vita civile vi sia iniziata. Veggo ancora per quelle vie venirmi tra gambe, come cani vaganti, una turba di monelli, cenciosi e oziosi, e mi addoloro che non ci sia ancora un asilo d'infanzia. Non veggo sanata la vecchia piaga dell'usura, e non veggo nessuna istituzione provvida che faciliti gl'istrumenti del lavoro e la coltura dei campi. Veggo più gelosia gli uni degli altri, che fraterno aiuto, e nessun centro di vita comune, nessun segno di associazione. Resiste ancora l'antica barriera di sdegni e di sospetti tra galantuomini e contadini, e poco si dà all'istruzione, e nulla alla educazione. Nessuno indizio di esercizii militari e ginnastici, nessuno di scuole domenicali, dove s'insegni a tutti le nozioni più necessarie di agricoltura, di storia e di viver civile. E non è meraviglia che le ore tolte agli utili esercizii sieno aggiunte alle orgie, e che intere famiglie sieno spiantate per icannaroni,come diceva Clementina, una brava morrese, e intendeva la gola. Povera Clementina! E per i cannaroni la tua famiglia andava giù, e tu, nata signora, vesti ora il farsetto rosso di contadina, e in gonna succinta e in maniche corte, con la tua galantecannacca, con tant'oro intorno al collo e lungo il seno, sei pur vezzosa e lieta, e sembra tu sola non ti accorga della tua sventura.

Sicchè, se ne' tempi andati abbiamo vestigi di un Morra feudale e di un Morra religioso, di un Morra civile non ci è ancora che la velleità e la vernice, in Morra c'è vanità, non c'è orgoglio, e molto è dato al parere, poco all'essere. Pure questa sollecitudine del ben comparire mette già un paese sulla via del progresso, ed è uno stimolo a bisogni più elevati.

Queste cose mi passavano per la mente, poi che svegliato da un forte acquazzone, m'ero levato. Le donne m'informarono che tutti gli elettori erano partiti di buon mattino, niente sgomenti di quella tanta furia di pioggia. E mi affacciai, ed era così oscuro che non vedevo Andretta, e neppure l'Isca che bisognava attraversare, e nessuna forma di strada, e rientrai commosso tra la pietà e l'ammirazione. Rimasto solo, tutto pieno di Morra e de' miei morresi, non fui buono a pensare altro che Morra, e mi feci in capo la sua ossatura, e riandai fantasticando i secoli, così come ho scritto.

Fatto un po' di sereno, misi il capo fuori sulla piazzetta avanti casa, teatro già de' miei trastulli puerili. È un piccolo altipiano, chiuso, e non c'è via all'uscita che per sudicie strettole, e sembra come schiacciato sotto un muro altissimo lì dirimpetto, che è un lato della Chiesa, e mi pare quasi un brigante che mi contrasta lo spazio e l'aria. Quel muro monotono senza finestre ha un piccolo buco nel mezzo, e in quel buco, salendo per scala altissima, ficcai un dì l'occhio curioso,e vidi tanti preti, seduti in cerchio, come a tavola rotonda, o piuttosto come nel Coro, quando dicevano l'ufficio, e ebbi paura, e scesi frettolosamente, quasi m'ingiungessero e mi volessero menare colà dentro, e non so come non mi fiaccai il collo. Ero fanciullo, e quella vista e quella paura non mi è uscita più di mente.

Mi dissero ch'era il cimitero de' preti e conchiusi che i preti stavano nell'altro mondo seduti, e mi pareva meglio così, che stare supìno in uno scatolone inchiodato. Questo mi diede una grande idea del prete, e vedendomi così studioso e così pacifico, alcuni mi dicevano: non vuoi farti prete? E chi sa? forse sarei finito così, se la nonna non mi conduceva in Napoli, dove, leggendo di Demostene e di Cicerone, dissi: voglio essere un avvocato. E stetti fisso in questo, e feci i miei studii, e giunsi al primo anno della pratica forense, quando zio Carlo, mio maestro, e che teneva una bella scuola, fu colto di apoplessia, e mi fu forza, per tenere unita la scuola, di supplirlo io, e così mi trovai maestro quasi per caso. E il caso fu più intelligente di me, perchè aveva indovinata la mia vocazione. Così almeno sostiene mia moglie, che non mi riconosce nessuna qualità di avvocato, il quale secondo lei è un imbrogliaprossimo, e dice che a fare quello ch'io fo, se si ha meno quattrini, si ha maggior fama. E io m'inchino. Sostiene poi che non ho nessuna vocazione politica, e che qui il caso è stato una bestia, e poteva tenersi di tirarmi in tante brighe, e poteva lasciarmi alla pace degli studi e alla compagnia de' giovani. Ma qui non m'inchino, anzi ribatto, e dico tante belle cose dei doveri verso la patria, e la disputa si accende, massime quando mi conviene di lasciarla e andare a Roma, e fo, come ella dice, il commesso viaggiatore.

Certo è che fanciullo io studiava molto, e più latinoche italiano, e le mani mi bruciavano delle spalmate, e la paura delle spalmate era tanta, che un dì m'uscì dettoamabinte vidi il corruccio negli occhi del maestro e che alzava la mano, mi gittai alla porta, e sdrucciolai e caddi su un chiodo che mi entrò nella coscia, e ho ancora la cicatrice. Che belli costumi; neh?

Quante mie lacrime ha viste quella piazzetta! E qui, su questi gradini, dove ora fantastico, mi ricordo, era innanzi l'alba un cielo nero e brutto, e stavano seduti molti di casa, e mia madre mi teneva in collo, seduta anche lei, e attendevano non so che, io tremavo di freddo. E vennero, e ci fu un grande abbracciarsi, e si levò un gran pianto, e io vedendo piangere, piangevo e strillavo e mi stringevo alla mamma. Fatto adulto, mi riferirono che quelli erano gli otto morresi del ventuno[77], tutti parenti, due De Sanctis[78], due De Pietro, un Cicirelli, un Sarni, un Pugliese e un D'Ettore, che in quel triste giorno prendevano la via dell'esilio. Questo è un titolo di nobiltà più moderno, ma non meno rispettabile che di esser nati dagl'Irpini.

E pensavo: se ci ha da essere un cimitero distinto, non sia distinzione di classe, ma di merito. O che? dee andar perduta memoria di quelli che fanno il bene? Lì è la storia vera di un paese. E non ci ha da essere una lapide che la ricordi? Della vecchia generazione sono ancor vivi nelle nostre conversazioni Paolo Manzi e Domenico Cicirelli e due vescovi, un Cicirelli e un Lombardi, e due letterati, un Carlo De Sanctis e un Niccolò Del Buono, e per tacer di altri, tocco del lutto più recente, un Carlo Donatelli, uomo d'ingegno distintissimo,e avvocato primo nella provincia. Queste sono le nostre glorie, ed il nostro dovere è di conservare ai nipoti piamente queste memorie.

Fantasticando così, sopraggiunsero le cugine, e il discorso volse presto allo scherzo, e si venne sul «ti ricordi? E vi ricordate, diss'io, eravamo così giovani allora, vi ricordate di quei tali pizzicotti? E voi a farvi rosse, e io aveva l'aria di un monello, che osava qualche cosa di spaventoso. Pure era tra cugini, e non ci era malizia, almeno per me; e voi?» E loro a chiudermi la bocca ridendo, come se volessero dirmi: non sono discorsi questi!

Girando un po' il paese, chiaccherando, scherzando, così passava quel giorno, e si venne a sera, e attendevo notizie del ballottaggio, e non si vedeva tornare anima viva.

Napoli, 26 aprile.

Il tempo tra sereno e pioggia pareva un matto. S'era rimesso a pioggia. Neppure un cane s'arrischiava fuori, dicevano, e la gente s'era tutta raccolta in cucina, che è il salotto di quei paesi, e vi si faceva una conversazione allegra e clamorosa. Io non avevo lo spirito così libero che vi potessi prender parte, e me ne veniva appena il romore nel salotto.

Il cattivo tempo mi spiegava l'indugio delle notizie. Ma ero inquieto. Non dubitavo già della vittoria. Pure, se aveva rinunziato a quella vittoria splendida che mi promettevo nel mio viaggio, tenevo ad avere almeno tutti o quasi i voti del mio mandamento. Anche questa speranza m'era rimasta debolissima, visto d'appresso l'attitudine degli avversarii: ma ci era andato don Camillo, e che farà don Camillo?[79].

Lo avevo incontrato che andava in Andretta, e gli dissi: «Guardatemi bene negli occhi, don Camillo, confido a voi il mio nome e l'onor mio; guardatemi bene negli occhi». Ma gli occhi rimasero a terra, mentre diceva con quella sua mezza bocca a riso: poichè gli equivoci sono finiti... E finì lì, e io tirai innanzi.

Che farà don Camillo?

O piuttosto, che ha fatto don Camillo? diss'io, correggendo a voce quella confusione di tempo nata nel pensiero.

E dissi: Vediamo un po' se indovino. Anche io so tirare l'oroscopo. Tale è l'essere e tale è il fare. E cosa è don Camillo?

Raccolsi quel che sapevo del suo essere e de' suoi gesti, e me lo ricordai che eravamo tutt'e due giovanissimi.

S'era in pieno quarantotto. Mi sentivo già qualche cosa. E andai in Andretta, pensando che tutti mi dovessero già conoscere e farmi deputato. Ma non ne fu niente, e mi capitò come a Cicerone, tornato tutto trionfo di Sicilia, che a Roma si credeva non si fosse mai partito di città. Nessuno sapeva niente de' fatti miei, anzi parecchi mi credevano ancora uno studente, ed ero già un professore, e di quelli, come pareva a me e a molti altri. Ed eccoti don Camillo, più giovane di me, che mi si fa attorno, e lisciandomi con belle parole, tira me e i miei morresi in un bel concertino per la formazione dell'ufficio elettorale. E come tutta la buona fede era da un lato, e tutta la malizia dall'altro, avvenne che don Camillo entrò e io rimasi fuori[80]. Questo bel tiro mi restò fitto in capo, e non ne è voluto più uscire.

Da quel tempo non l'avevo più visto. E mi tornò innanzi, quando, proposto io consigliere provinciale, scrisse agli elettori un elogio di me, con molti bei ricamie fiori, sì che mi parve una vera esagerazione. Seppi allora che era giornalista e avvocato. Glie ne feci render grazie, e ci cambiammo qualche saluto. E poi? E poi mi scrisse una bella lettera perchè, venuta sul tappeto la mia candidatura alla deputazione, chiarissi la mia intenzione, dissipassi gli equivoci, ecc. E io feci una bella risposta, scegliendo lui a interprete della mia intenzione, con tanti ringraziamenti, ecc.

Conchiusione. D. Camillo si trovò in un bell'imbroglio. Ufficialmente, non era decenza combattere la mia candidatura, e se vi si faceva contro, erano i fratelli, ma lui! Oh lui! e a inchinarsi e a dir tante belle cose di me. Venne il dì. E don Camillo, che fa l'avvocato in Sant'Angiolo, andò in Andretta, e votò, e per chi doveva votare? faceva di me tanta stima. Ma al mondo ci sono sempre le male lingue. E questi attribuirono a lui una scheda su cui era scritto:Soldi non De Sanctis. E l'ufficio disputò a quale dei due andasse quelnon, e ricordò ilredibis non morieris, e non sapendo risolversi, annullò la scheda, rendendo omaggio allo spirito e alla erudizione del sottile autore. Non vi pigliate collera, don Camillo; quando si ha riputazione di spirito e di rettorica, incontra così, ti si affibbiano tutte le gherminelle. Cosa volete? Vi tengono un grande avvocato, e se si fecero le proteste, chi poteva averle architettate? Don Camillo, l'autore presunto di tutte le malizie.

Come vedete, don Camillo è uno de' caratteri più originali della provincia e più degni di studio. E la sua originalità è in questo che la natura l'ha fatto curvilineo e centrifugo, e gliene ha lasciato il segno su quella faccia bruna, dagli occhi incerti e dal mezzo riso. Sicchè non ti è facile indovinarlo o pigliarlo, salvo che non lo tenga un tratto pel ciuffo. Quale sia l'arte di tenerlo pel ciuffo, parecchi si vantano di saperlo.Per me, ci perdo il latino, e non fu buono neppure ad alzare verso di me quegli occhi bassi.

Dato un don Camillo così e così, il problema era sciolto. Non potevo avere molta illusione sul suo concorso.

Mentre stavo così fantasticando, sentii martellare il portone di casa con forza e con fretta. Erano i reduci di Andretta.

Abbracciai Aniello[81]. E cominciarono le strette di mano, e il che fu e l'io fui.

In cucina, in cucina. E si fece un gran fuoco, e si scaldavano e raccontavano.

E raccontavano i vari accidenti dell'andata. I signori di Morra avevano divisi i contadini in vari gruppi, e ciascuno s'era fatto capo di un gruppo. Il mattino di buonissima ora, sotto una pioggia a secchie, eccoli intorno a riunire ciascuno il suo gruppo, e non ci fu ragione, nè scusa, tutti dovettero marciare. Erano apparecchiate alcune carrozze, e i signori vi ficcarono i contadini o troppo cagionevoli o troppo gravi d'età, ed essi a cavallo, chiusi ne' mantelli. Attraversarono Guardia, acclamando, svegliando quella buona gente, e giunsero in Andretta a ora, fradici di acqua, ma contenti, acclamanti e acclamati. Il guaio era pe' rimasti a piedi. E costoro, pigliando la via dritta e breve, si gittarono alla valle dell'Isca, attraversarono i torrenti, scalarono le alture, dando il grido nelle cascine, raccogliendo per via elettori, e muli e asini, quanti potevano, e giunsero anche a ora tra risa e applausi. La pioggia aveva messo là l'eguaglianza tra contadini e signori, anzi vedevi con rara abnegazione qualche signore a piedi e qualche contadino a cavallo. Fu visto giungere a corsa trafelato, bagnato come un pulcino,un contadino più che settuagenario. Dove vai?—Vado a votare per De Sanctis. Fu visto Marino, fabbro e capo di tutto quel moto, giungere ultimo, quando fu sicuro che tutti erano lì, inzaccherato fino al ginocchio, e grondante acqua, cappello e mantello, che pareva un cencio tolto pesolo dal bucato.

E tutti gli occhi si volsero a Marino, che se ne stava lì accanto al foco, umile in tanta gloria, un personcino asciutto, tutto nervi e muscoli, tempra di acciaio, allegro e simpatico compagnone, primo ne' piaceri dell'ozio e primo nella serietà del lavoro.

Date un bicchiere di vino a questa gente. E fu preso di quel vecchio e generoso. Vino molto vantato del cugino Aniello. È vino di peso e di qualità, denso troppo, che fa nodo nella gola e non si può tutto ingoiare in una volta, e la gente ci stava su con gli occhi, quasi che in fondo al bicchiere vedessero l'innamorata. Zia Teresa[82]contava sospirando i bicchieri che si votavano.

Ci fu un intervallo di silenzio. Poi, come in fondo al bicchiere trovassero i pensieri e le parole, la lingua si fece più sciolta e si venne a' sarcasmi.

—Il presidente questa volta non era così cocciuto. Aveva bocca a riso, e lingua di mele, e non cavillava, c'incoraggiava.

—E già. C'incoraggiava a farne delle grosse, e diceva in cuor suo: ci vedremo a Filippi.

—Appunto. Ci vedremo a Filippi, e sarebbero piovute le proteste. Ma noi, attenti, e con gli articoli di legge avanti, perchè il presidente è una buona pasta, ma dietro a quel riso ci stava...

—Don Camillo!

—Sicuro. Dove non sta don Camillo? Sta dove lovedi e dove non lo vedi. Ne pensa tante, mentre ti fa quella sua aria innocentina. E dicemmo: questa volta non ce la farai.

—E ce l'ha fatta!

Che? che? Proteste anche oggi?

—Se in questo punto staranno ancora protestando! L'affare piglierà tutta questa notte.

—Perciò il sindaco, che è dell'ufficio, non è venuto.

—E come ha fatto per farvela?

—Quello è un demonio. Ne trova sempre. E ha trovato che s'hanno a dichiarar nulle quelle schede, dove c'è scritto altro che il solo nome e cognome.

—Per Dio! Allora è nulla la mia, dove scrissi:De Sanctis, non vogliamo versipelli.

—E la mia, dove scrissi:De Sanctis, oratore italiano.

—Bravo! come potesse esser creduto un turco.

—E la mia, che ne dite?De Sanctis fratello di Don Vito[83].

—Bravissimo! Don Vito notissimo per far conoscere De Sanctis mal noto.

—Sicurissimo. Tra noi don Vito chi non lo conosce?

—E io che scrissi:De Sanctis professore a Zurigo.

—E io?

—E io?

—Ma allora tutte le schede saranno nulle. Oh che guaio! Ciascuno ci ha voluto mettere qualcosa di suo.

—Ma se l'altra volta si è fatto pure così, e nessuno ha fiatato.

—Ma ora il fiato si è perso a gridare, e stanno ancora gridando.

—O che guaio! o che guaio!

—E dicono che la Camera ha annullata un'elezione, dove ci erano schede così.

—E don Camillo si fregherà le mani, e dirà: annullata anche questa, e si dee alla mia gran testa.

—E bene sta. Perchè volere ilSanto?

—Cosa? diss'io.

—Il Santo, che è a dire un segno, un che sulla scheda convenuto tra due.

—Anche questo? Ma allora siete tutti gente senza fede, e non è segreto il voto, e l'elezione è nulla.

—Che santo e segno? saltò su Marino, che vide la mia faccia annuvolarsi. C'è bisogno il Santo tra noi? Ma non si parla così a casaccio.

—E girava gli occhi, che parevano saette.

—Ed ecco giungere a noi un rumore confuso.

—Si spara in Andretta! Vittoria!

—Che Andretta? Questo è un rumore che cammina, e si avvicina.

E si aperse il portone, e venne gran gente. Festeggiavano la vittoria di Teora. Viva Teora! usciva da cento petti.

—Quel povero corriere pareva un morto che cammina.

—E che bella lettera che ha portato!

Viva Teora! Viva Teora!

—E anche lì violenze e proteste. Quel presidente è un uomo di ferro. Pare che si voleva rapire l'urna, e ha fatto venire i carabinieri.

—E quel Cantarella, come ha ragionato bene! E tutti con l'orecchio teso. Non si sentiva un zitto.

—Abbiamo riportato una bella vittoria. Il doppio dei voti. Viva Teora!

Tra questi viva mi addormentai e li avevo ancora nell'orecchio.

Il dì appresso, avutasi notizia della vittoria con novantasette voti in maggioranza, fu festa in tutto il collegio.

Si sparò in Andretta e Cairano, si sparò in Lacedonia e Teora, si sparò a Monteverde, e vi rispondevano gli spari de' pochi amici di Aquilonia. Dove la lotta era stata più viva, la gioia era più impetuosa.

Festa in tutto il collegio, fuori che in Morra. Lutto era nell'anima mia, e lutto era in Morra.

Nel primo ballottaggio avevo avuto in più settantasette voti. Ora erano novantasette. La mia presenza, il mio viaggio valeva dunque—venti voti! Metti che il mio avversario aveva avuti più voti che l'altra volta nel mio mandamento[84]. Io dunque mi sentivo umiliato sino in quel mandamento, dove mi promettevo l'unanimità. Aggiungi le proteste d'Andretta, e non ne potei più, traboccò la mia indignazione, e maledissi l'ora e il momento che mi trovai in questo ballo.

Che gente è questa, dicevo, che non intende cortesie e non convenienza e non sincerità, e spinge la lotta a un punto, dove tutto ciò che in noi è umano deve arrossire? Non voglio saperne di questa gente.

Dunque, per il peccatore deve soffrire il giusto? mi dicevano attorno.

E vedevo giungere nuovi amici di Andretta, di Cairano, di Teora, di Sant'Andrea, di Conza, mai Morra non fu così popolato. E tutti avevano sul viso quel punto interrogativo: Dunque, per il peccatore dee soffrire il giusto?

La mia indignazione ebbe i suoi periodi, come unafebbre. Giunse alla massima intensità la sera, che la casa era piena di gente. Uscii di stanza, salutai in silenzio, nessuno parlava, gli era come in un mortorio. Finalmente, prese la parola uno di quei signori di Avellino, iti a Teora, e fece un vivo racconto della lotta ivi sostenuta, e della gioia che vi scoppiò in ultimo. Di tutto parlò, fuorchè di sè e dei suoi amici, a cui bastò l'animo, giunti in Morra il sabato, e non ci trovando alcun conoscente, venutimi tutti incontro, di fare a piedi il cammino sino a Teora per sei lunghe miglia e per vie impossibili.

Pure ero così cieco di collera, che tutto questo non mi commosse, anzi accresceva il mio dispetto, e più parlavano e più montavo. Cosa dissi e di che dissi, non ricordo più. L'orgoglio offeso delirava in me, i nervi tremavano, gli occhi scintillavano, avevo la voce dell'esaltato, l'accento appassionato ed eloquente di quella febbre interiore. Mentre, sentendomi calpesto, ponevo me sul piedistallo, ero ben piccolo.

La serata passò tristamente.

Roma, 19 aprile.

E trista passò la notte, senza sonno. Mi trovavo all'ultimo in quello stato di eccitamento che ero al principio. Quella notte di Morra era sorella a quella notte di Lacedonia. E il mio carnefice era pur quello, il disinganno. La menzogna, il falso vedere foggiato da' nostri desiderii ci tiene allegri. E chè l'inganno duri, altro non chiediamo, pur sapendolo inganno. E quando sopraggiunge il disinganno, la vista della verità ci offende e chiudiamo gli occhi per non vederla, e mettiamo guai, come fanciulli.

Se ci era uomo che non doveva maravigliarsi di ciò che avveniva, ero io quello, dopo tanto studio e così bei ragionamenti. Pure guaivo, e più sfacciatamente la notte, senza testimonii. Me ne rimproveravo, e guaivo, e mettevo certi sospironi, quasi che non avessi più mente, nè volontà, e fossi in tutto un animale. O piuttosto la mente ci era per più crucio, per farmi sentire la sua impotenza, fatta trastullo del corpo. Veduta vana ogni resistenza, mi ci rassegnai, pensando che l'era una malattia come un'altra, e doveva avere il suo corso.Quel cedere al fato mi pareva un atto di volontà, e non era se non prostrazione, stanchezza della malattia. Mi addormentai sopra i miei lamenti, che era già l'alba, e mi svegliai sano e lieto.

Il buon senso aveva ripreso forza, ridevo, mi burlavo, facevo la mia caricatura. Bel filosofo, in verità! Tu hai usurpato questo nome. Ieri sera, innanzi a tanta brava gente, che pure aveva fatto miracoli per te, mettere innanzi il tuo personcino, e non parlare che di te, e fare una voce flebile come un eroe di tragedia, e quelli ti pregavano, e tu più stizzoso e più ritroso, e declamavi la tua sventura, come se al mondo non ci fosse che te: oh il ragazzo mal avvezzo! e che avrà detto Morra di te? E mi ricordai che giovanotto lo zio per farmi vergogna mi diceva spesso: che direbbe Morra di te?

Uso a studiarmi e a dirmi la verità, confessai che l'ironia di tutta quella ragazzata era la vanità offesa, e che il vero orgoglio consiste a fare il bene, quando pure non te ne vengano applausi. Così dopo lunghi giri tornai a quel sentimento virile, che nobilitava il mio viaggio, e poichè mi ci son posto, debbo fare atto di devozione, fare il bene del mio collegio nativo, e cercare il premio nello stesso mio atto. Risolsi di ritirarmi a Napoli per la via opposta, passando per Sant'Angiolo de' Lombardi e Avellino, volendo giudicare da me quanta possibilità c'era di fare un po' di bene.

Uscito in salotto, su, dissi, questa sera dobbiamo essere a Sant'Angiolo. La notizia si sparse. Erano sopraggiunti altri elettori. Decisero tutti di accompagnarmi.

A mezzodì fui in piazza e vi trovai gran gente. Mi accomiatai da' parenti e dagli amici con l'aria di chi dica: ci rivedremo. E in verità, cominciava tra me e i miei paesani un nuovo affetto, che mi doveva tirarepiù volenteri in quel luogo. Partii con gran seguito, e ad una svoltata di via Nuova vedemmo altri pure a cavallo, che ripigliavano una traversa per raggiungerci. Era il deputato provinciale Corona[86]co' suoi Teoresi.

Si desinò in Guardia, accolti gentilmente dal vecchio Cipriani[87]. E quando si fu a' brindisi, io dissi: «Guardia e Morra sono un paese. Possono i loro cuori confondersi, come si confondono i loro territorii e i loro carlini». Questo piacque. La legge ha potuto staccare Guardia da Morra, ponendolo in altro collegio, ma non ha potuto rompere i legami naturali, e Morra e Guardia vanno sempre insieme.

Verso il tardi ci rimettemmo in via, e fummo a Sant'Angiolo ch'era ancora giorno. Ma forse quella strada aveva veduto tanta gente. I contadini seguivano con l'occhio interrogativo quella cavalcata, e si vedeva lontano sull'altura gran gente che aspettava, un bel tramonto illuminava lo spettacolo. Facevano strada alcuni a cavallo che ci venivano incontro.

Al principio della salita scendemmo tutti. Strinsi la mano al sindaco[88], vecchia conoscenza, e gittato l'occhio innanzi e visto una compagnia in divisa, che gente è quella? dissi.

Sono gli allievi di musica, che vengono a festeggiare il vostro arrivo. E quei vispi giovinotti cominciarono la fanfarra, e noi dietro, ordinati come in processione. Accolti a suon di musica, mi pareva essere un generale, e battevo il passo, e me la ridevo un poco tra me e me di quella mia figura grottesca.

Più su, trovai in due ale i giovani delle Scuole[89]ela Società operai, e così attraversai la città, tra gli sguardi lunghi che venivano dagli usci e dalle finestre, e volevamo dire: cosa è nato? Le strade lastricate e pulite mi fecero buona impressione. Opera del sindaco, mi dissero. E tra' viva De Sanctis sentivo pure mescolarsi i viva al sindaco, massime fra gli operai, che mi parevano contentoni. Giunti in casa del sindaco, trovai magistrati e professori, ero però stordito e con gli occhi che mi cascavano, e quando potei farlo decentemente, stanotte, dissi, ho dormito appena due ore, sono stanco ed ho sonno, non mi fareste dormire un par d'ore?

—Sì, sì.

E la gente rimase in salotto, e io m'abbandonai steso sui letto e mi addormentai subito. Ma che? Ecco una signora entrare, gridando: professore, se non vi affacciate non se ne vanno—E voi chi siete?—Sono la sorella del sindaco, venite. Non sentite voi che vi chiamano?—Le acclamazioni andavano alle stelle e schiacciavano la musica. Balzai da letto, mi avvolsi nelplaide mi affacciai con un berrettone in capo, che dovevo essere una figura curiosa. A vedermi, scoppiò una tempesta d'applausi e di grida, che mi pareva tremasse il balcone. Era gente fitta e stivata a perdita d'occhio, illuminata disugualmente da torce agitate dalle braccia e dal vento, che pareva gridassero anche loro e si unissero al baccano, e quella luce equivoca che danzava su mille teste, e fuggiva e tornava, sembrava impazzita in quella pazzia. Giacché non c'è cosa più simile alla pazzia, che l'entusiasmo popolare. Invano si gridava: zitto! invano m'aiutavo con le mani e con lavoce, non vedevano, non sentivano, gridavano più, battevano furiosamente le mani. Quando potei, cominciai: «miei concittadini, grazie. La vostra accoglienza cancella il mio esilio dalla provincia: sono con voi, non mi staccherò più da voi». E rientrai subito, rumoreggiava una nuova tempesta. Entrai in salotto, tutti raggiavano. Cercavo appiccar discorso, ma non trovavo le parole. L'animo era lì, tra quella moltitudine. E non si parlava che di questo. Mai cosa simile s'è vista in Sant'Angiolo, dicevano. E mi chiamavano, e mi volevano, non si saziavano. Ora viene, disse il sindaco, ma fate silenzio.—Sì, sì—E il silenzio fu un nuovo rumore d'applausi, che a me dal salotto parve un tuono. Uscii infine con le mani avanti che volevano dire: zitto! E quando fu fatto un po' di silenzio, dissi: «Amici miei, oggi non ho ancora desinato, ed ho un grande appetito. Se dunque mi volete bene, ritiratevi, e io auguro a voi una buona notte e voi augurate a me un buon pasto.» Questa volgare barzelletta destò una ilarità generale, come si direbbe in linguaggio parlamentare, e fu la crisi che dissipò quella congestione. La folla si sciolse, traendosi appresso la musica qua e là e facendo baldoria.

Il dì appresso mi levai ch'era il sole alto. Fu proprio una buona dormitona. Attendevano il mio discorso, e avevano a ciò destinato un gran salone nella scuola. La scelta del luogo mi fece piacere, parendomi che intendessero così onorare in me più che l'uomo politico, il professore, il padre della gioventù, come mi chiamavano, l'autore dei libri diffusi nelle scuole. Mi raccolsi un po' e pensai che dovevo dare a quella cerimonia il carattere di una festa di famiglia, concittadino tra concittadini, che ritorna dopo lunga lontananza, ed è commosso e grato della buona accoglienza. E mi pareva facile, perchè questo rispondeva effettivamenteallo stato del mio animo. Andai colà, accompagnato da una vera processione, musica in testa, e vidi con piacere sventolare la bandiera della Società operaia. «Voi altri, dissi al Presidente, siete oggi i beniamini della scienza. Tutti pensano a voi, si occupano di voi. Quella bandiera lì è la predestinata de' nuovi tempi.» M'intese senza meraviglia e col petto proteso, come di cosa nota. «Questo ve l'hanno detto, soggiunsi, ma non vi hanno detto, che la via a grandezza è ubbidienza, disciplina e lavoro. Soffrire per godere, questo è il destino. Oggi il sacrifizio, domani la gloria.» Fece un gesto d'impazienza, alzando le spalle, e voleva dire: Bella questa! Il sacrifizio a noi, e la gloria a' nipoti: o chi conosce i nipoti? e mi pare che il bravo operaio non andasse più in là del suo particolare, come diceva Guicciardini; così s'incontravano l'uomo della decadenza e l'uomo dell'infanzia, dove finisce e dove comincia la storia. Divenni pensoso, e poco sentivo la musica e meno i discorsi che mi ronzavono nell'orecchio. Giunto nella sala, quella fitta calca di dentro, che rispondeva alla folla di fuori, mi trasse a me. Levaimi il cappello inchinandomi, come per far riverenza a quel formidabile essere collettivo, innanzi a cui talora ronzarono i re. Stupii che tanta gente fosse in Sant'Angiolo: e mi riferirono che molti erano venuti dai paesi vicini, oltre il gran numero che c'era di miei elettori. Porsi la mano al sottoprefetto, un piccolo bruno con due occhietti furbi, e m'inchinai a Monsignore[90]seduto maestosamente in un canto, sì da fare stacco. E dissi:

«Innanzi tutto i miei ringraziamenti. Voi mi aveteaccolto con la musica, accennando senza dubbio a quella musica de' cuori, ch'io vo' predicando, a quella armonia di pensieri e di voleri, ch'è la più grande benedizione che si possa desiderare a un paese. E se questa fu la vostra intenzione, siate benedetti! Rimanete uniti, e Sant'Angiolo prospererà, e darà un degno esempio a tutta la provincia.

«E vi ringrazio pure, perchè la vostra simpatia mi rafforza nella mia missione, dandomi speranza ch'io possa non inutilmente consacrare alla provincia questi ultimi anni miei. Siate uniti, io dico a tutti, smettete le gare, e il tempo indegnamente sciupato in pettegolezzi personali adoperiamo al pubblico bene. In verità la provincia non ha tante copia d'uomini valenti, che possiamo darci il lusso di dividerci co' nostri partitini e co' nostri parlamentini.

«Fu questa speranza che mi die' animo ad accettare l'ufficio di consigliere provinciale, e che mi tirava come farfalla dietro al mio collegio nativo. Forse mi brucerò le ali; ma se voi, se tutt'i buoni mi presteranno concorso e appoggio, vivaddio! un po' di bene lo faremo, e sforzeremo anche i cattivi alla concordia, fosse pure una ipocrisia.

«A quest'opera spero compagno Monsignore, mio vecchio amico, che dopo lunghissimi anni rivedo con piacere così fresco e rubicondo. Eppure dee avere gli anni suoi Monsignore! Quando fu posta la mia candidatura, io gli scrissi così: «Monsignore, il collegio è diviso, il mio nome può unirlo, ecco il mio nome. Siatemi voi aiutatore in questa buona opera, ch'è insieme cristiana e civile. La mia missione è un vero sacerdozio, e voi siete sacerdote». Egli rispose che sì. E io ci credo. La menzogna è il segno che Dio ha messo su la fronte degl'individui e de' popoli decaduti. Posso stimare i membri scoperti: gl'ipocriti li disprezzo. Dentrodi loro non c'è più l'anima, c'è il cimitero. Io ho compito il dovere mio; Monsignore scrisse che compirebbe il suo. E io ci credo.

«Assai ho sofferto, miei amici. Avevo qui dentro una spina che avrei portata confitta sino alla tomba. Mi sentivo disconosciuto da' miei concittadini, mi sentivo straniero nella mia provincia e nel mio collegio. Siate benedetti, voi che con tanto affetto rispondete al mio affetto. Basta questo solo giorno a sanare tutt'i dolori. E voi non sapete quale benificio mi avete fatto, voi non concepite cosa è Sant'Angiolo per me. L'uomo che vi parla è nato a quattro miglia di qua, e se Morra è il paese, Sant'Angiolo è la mia città. Voi vi legate con le più care memorie della mia prima età. Voi eravate la mia Napoli, la mia Parigi, il più vasto, il più lontano orizzonte della mia fanciullezza. E' venuta la legge e ci ha divisi. Morra di qua, Sant'Angiolo di là. Ma la legge non può violare le mie memorie, spezzare il mio cuore. Io mi sento uno con voi, io mi sento non solo il vostro comprovinciale, ma qualche cosa di più, il nato in mezzo a voi. Questa è la mia città. Sono morrese e sono santangiolese.

«E voi pure sentite così. Perchè qual altro sentimento poteva muovervi con tanta frenesia di applausi? Ne' vostri applausi ci sta: «costui è il nostro concittadino, e torna fra noi e viene a rivendicare il suo posto. Sia il ben tornato! Non ci separeremo più». I vostri applausi sono una promessa. Me la manterrete questa promessa?»

Sì, sì. Vi vogliamo nostro deputato.

«No, amici miei. Se debbo essere deputato nella mia provincia, sarò deputato di Lacedonia. Ma che importa? Moralmente sono il vostro deputato. Noi unisce il più saldo de' legami, affetto e stima. E ciò che vuole Sant'Angiolo, voglio anche io».

Chi ha un po' di conoscenza del cuore umano, può intendere in quali punti questo discorso fu applaudito, e in mezzo a quale commozione ebbe fine. Il più commosso ero io, tremavo tutto, e le lacrime facevano forza per uscire, trattenute da vergogna. Ma piangeva dirimpetto a me la moglie del sottoprefetto, una distinta signora inglese, di quella terra dov'è così vivo e profondo il sentimento della famiglia e del paese natale.

Si levò poi il professore Campagna di Montella, faccia tranquilla e nutrita, con singolare espressione di bontà, e recitò un forbito discorso della mia scuola e de' miei libri, sì che più volte mi costrinse a farmi rosso. E al discorso fu aggiunto un sonetto, recitato da un altro brav'uomo, che non ricordo. La cerimonia tendeva a divenire una arcadia scolastica, quando, levatomi improvviso in piè, dissi: «Voi, signori professori, mi ricordate un altro motivo che aveva omesso della mia gratitudine. Volevo ringraziare la mia città di avere destinata a questa festa di famiglia una sala della scuola tecnica. Io mi onoro di essere un vostro collega, e il nome che più suona grato all'orecchio, è quello di professore. Spesso, quand'ero ministro, dicevo: chiamatemi professore: questo è il mio vero titolo di gloria. E ora, amici miei, addio. Io parto: resta con voi il mio cuore. Da Rocchetta a Sant'Angiolo lascio una parte della mia vita intimamente legata alla vostra. Non lo dimenticate mai. Fanno bene queste ricordanze. E voi, bravi giovinotti, educati alla musica, che domani andrete a Rocchetta a festeggiarvi Sant'Antonio, ricordate questa festa non meno santa, e dite a quei cari cittadini ch'io li saluto e li ringrazio, perchè è nel loro paese, porta del collegio nativo, che io trovai le prime prove di affetto. Rocchetta e Sant'Angiolo, questi duenomi sono principio e fine di una storia commovente, in cui vive una gran parte di noi, non degna di morire».

La sera feci tre visite ufficiali, al sottoprefetto, al presidente del tribunale e al vescovo. Andai a costui accompagnato col sindaco. Ci fu moltissima gentilezza e poca espansione. Monsignore, ancorchè molto innanzi con gli anni, è vegeto, ha gli occhi vivi, e un'aria diplomatica che fa impressione. Il suo torto è di essere lì, in un teatro troppo piccolo. Destrissimo, uso ai maneggi e agli affari, conoscitore profondo di tutte le vie per riuscire, dotato di un ottimo fiuto del vento che spira, natura l'avea fatto un cardinale Mazzarino, e il piccolo luogo ha rimpicciolito il suo spirito e sciupatolo in volgarità paesane.


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