Napoli, 24 febbraio.
Io soglio meditare passeggiando. Se mi seggo, le idee mi si abbuiano e mi viene il sonno. Ho bisogno di stare in piedi, di avere ritta tutta la persona. E quando medito, fossi anche fra cento persone, sto sempre lì, non mi distraggo mai. Mi chiamano distratto. La verità è che siccome per me l'importante è spesso quello che medito e non quello che dicono, tutto quel vento di parole che mi soffia all'orecchio non giunge alla mente, non può distrarmi. Pure s'ingannano quelli che veggendomi così raccolto in me, credono che io mediti sempre cose gravi e importanti. La concentrazione diviene abitudine malaticcia, e spesso dietro a quel raccoglimento non c'è che un inutile fantasticare. Nella mia vita ho meditato più che letto. E a forza di lavoro il cervello ha presa la pessima abitudine di lavorare anche dove non è materia, lavoro a vuoto e malsano, e talora quello che appare meditazione, non è che castelli in aria continuati a lungo, e ci sto dentro e mi ci diverto. Sicchè, trattando anche argomenti gravi, che richiedono tutta l'attenzione, mi avviene che sul più bello mi si rompe il filo, e mi distraggo, e rifò qualche castello, e mi si mettono a traverso le impressioni della giornata, camminando sempre, e il moto più mi eccita,insino a che stanco mi seggo e chiudo gli occhi, e addormento quelle onde e torno in porto. Il pensiero mi dice che bisogna stare stretto all'argomento, tirar dritto, pure m'interrompo, e dico a me stesso: bravo! oppure: No, non va così: e armeggio e gestisco, e mi distraggo dietro a' miei castelli. Scrivere mi riesce difficile, perchè non metto in carta, se non dopo lungo battagliare con me, e se vengono pentimenti e son costretto a cassare, quel foglio mi pare brutto, e lo straccio, e da capo. Parlare mi è più facile, perchè mi scrivo su d'un pezzetto di carta l'ordine delle idee, o come si dice, lo scheletro, e il resto lo abbandono al caso, salvo qualche punto che m'interessa e mi attira, e dove studio a trovare la forma più adatta. Però siccome non sono nato attore, anzi sono sincerissimo, quando giungo lì, ci giungo freddo, e come volessi acchiappare per aria qualche cosa che non ha a fare col resto, e tutti se ne accorgono, e la tanto studiata frase, non fa effetto.
Così mi avvenne anche in Lacedonia. Ordii nella mente la tela del discorso, e mi fu assai facile. Parlando a un pubblico mescolato di amici e di avversarî tenaci, che non si erano degnati di venire a farmi visita, pensai che dovevo mirare più a questi che a quelli, e mi promettevo di dire loro tante cose gentili. Io mostrerò loro quanto antichi e quanto saldi sono i legami di affetto, che mi stringono a Lacedonia. Mostrerò il vivo desiderio che ho di riacquistare la mia patria, se essi me ne porgono il modo. Trarrò da loro ogni sospetto che io venga qui ad appoggiare un partito ad essi contrario. Io voglio essere, conchiuderò, il deputato di tutti...
E perciò di nessuno!
Questa voce sonò nel mio cervello e mi ruppe la meditazione. Il cervello cominciò a sottilizzare, comeun vero teologo. E non ci fu verso di cacciar via il teologo.
Ah! maledetto il riso del mio teologo! E lo vedevo lì, dirimpetto a me, che mi faceva le fiche e rideva. Tu vorresti ch'io mi chiamassi gli elettori ad uno ad uno e dicessi loro qualche parolina all'orecchio. E se è così, vanne in malora tu e la tua storia, amo meglio la mia poesia. A tuo dispetto io qui rifarò Rocchetta la poetica, e chiamerò Lacedonia l'arcipoetica. E non ci sarà più dietroscena, e ti farò assistere a questa scena io, che vedrai tutti, come a Rocchetta, stringersi le mani, e tutti uniti a fraterno banchetto e Michelangiolo farà la spesa.
Poi risi io stesso di questa mia esaltazione, e dissi: Non credo al banchetto per oggi; ma chi sa! sarà un augurio.
Con miglior animo mi rimisi a quella tela, e mi feci a pescare nella memoria qualche cosa che avesse tratto a Lacedonia. Riandai gli anni giovanili, andai più indietro, cercai le prime impressioni, dove trovavo Lacedonia, e mi balzò innanzi un pensiero delicatissimo, il quale mi pareva dovesse produrre un effetto straordinario sugli animi più duri e quasi bastare esso solo ad amicarmeli. Avevo negli orecchi già gli applausi. Inanimato tirai innanzi, e poichè pare, diss'io, che qui pochi mi conoscano, voglio fare a rapidi tocchi la mia storia; ma lanciato appena tra' flutti del passato, vi errai come un naufrago, e dimenticai il discorso. Quella concitazione nervosa mi disponeva alla tenerezza, e talora m'asciugavo gli occhi. Diavolo! che sono donna? dicevo. Ma la via alle lacrime era fatta, e le mie rimembranze presero un aspetto irrimediabile di malinconia. La mia storia mi apparve come una processione di morti. Quanti mi si offersero innanzi pieni di vita e di allegria, compagni de' miei trastulli e deimiei sogni! E sono morti. E non torneranno più. Iti via come il fumo del sigaro. E io stesso, quanto di me è ito via! Dove sono i miei amori, i miei ideali? chi mi ridà la mia giovinezza? Quando viene la morte, già molta parte di noi è morta. Moriamo a poco a poco, visti prima morire madre e padre, e maestri, e amici, e compagni. Qui stesso in Lacedonia, dov'è più Isidoro? dov'è Angelantonio? Di eternità nel mare...
E qui cercai alcuni bei versi di Schiller, e non me ne ricordavo, e in quello sforzo risensai. O che! dissi io, comincio a sentire di vecchio. E mi fo la nenia a me stesso. E mai non ho avuto tanto bisogno di essere vivo. Mi restano tante cose a fare. E io penso a' morti. Pensiamo al discorso.
E volevo ripigliare il filo, quando si annunziarono visite. Nessuna faccia nuova. Sempre i soliti. Mancava l'arciprete e il teologo. Carlo sogghignando mi disse: la si è capita! lei viene per il signor Ripandelli![37]. Questa è la riflessione che ha fatto Lacedonia stanotte? diss'io; già s'intende; mi avete veduto venire nella sua carrozza! Ma un altro mi si avvicina lentamente, e ammiccando dell'occhio mi mormora: no, no, lei è venuto qui per un altro, per un altro! Ed ecco entrare Cipriani[38], arrivato di lontano, piombato in quel punto in Lacedonia.
Ah! ah! la si è capita!—Cosa viene a fare qui costui? E fosse del collegio!—cosa ci cova qui sotto.—
E guardavano lui e me, che gli stringevo la mano e gli davo il ben venuto.
E mi si fa innanzi l'inevitabile Carlo—Volete essere il deputato di tutti. Sapete bene che tutti gli elettori non potete averli. Ponete una condizione che sapete impossibile.
Questo dicevano le parole; ma gli occhi sospettosi volevano dire: foste venuto qui a mistificarci, eh?
Sorrisi; poi dissi: le parole non vanno prese alla lettera;tutti, vuol dire la maggior parte. Del resto, venite a sentirmi tutti, ecco quello che domando io; giudicherete poi, e farete a vostro piacere.
Le disposizioni sono prese, disse il sindaco; la sala comunale già si riempie, e vi attendono.
Ma qui verranno tutti gli elettori di Bisaccia; aggiunse in fretta Cipriani.
E se si fossero dati gli avvisi in tempo, potevano venire anche quelli di Monteverde[39], notò un altro.
Altri poi attendevano mezzo Avellino. Nella loro immaginazione ci era carrozze, trofei, viva! e il famoso sparo de' cannoni, e De Sanctis saltato in aria.
Ma non venne Bisaccia, e non venne Monteverde, e non venne Avellino. E mio fu il dispiacere. Perchè quel giorno, avrei compiuto il mio viaggio elettorale, o con un trionfo, o un fiasco tale, che me ne sarei partito con l'ingrata patria! sul labbro.
Venne solo da Bisaccia don Pietro[40]a dirmi che colà tutti mi attendevano. Modi semplici, faccia intelligente, aria modesta, ma risoluta. Lo trattai come un vecchio amico; pure allora lo vedevo per la prima volta.
Andiamo, disse il sindaco.
Datemi una mezz'oretta, ch'io mi raccolga.
Chiusomi, riepilogai bene in mente l'ordine delleidee, come fo sempre, ben determinato a parlare con estrema sincerità e col core in mano. Per parte mia debbo fare il mio dovere, togliere ogni pretesto, ogni equivoco. E mi pareva quasi impossibile che i cuori anche più rozzi potessero resistere alla mia sincerità e al mio affetto. Mi venne in mente una parola francese che rispondeva così bene al mio concetto. E dissi: io debbo con la potenza della parolaenlevertutto il collegio.
Pregai Michelangiolo, se mi voleva accompagnare. Ma Michelangiolo se ne sta attaccato al foco, e non c'è cristi che lo smova.
Trovai la sala piena, tutte le sedie occupate molto popolo agglomerato in fondo. Vidi a destra tra' primi Don Vincenzo, il classico e il cosmopolita, e me ne compiacqui. A sinistra vidi don Pietro di Bisaccia, e gli strinsi la mano. Pregai il sindaco volesse farmi conoscere i principali elettori. Girai un poco, scambiai qualche motto, strinsi la mano a parecchi che rammentavo, ma finito il giro, dissi un po' turbato: e il Canonico Balestrieri? e Saponieri? e il Salzarulo? e l'arciprete? e il teologo?
Il teologo entrò, e si pose fra gli ultimi, quasi volesse farsi vedere e non vedere. L'arciprete mi disse all'orecchio ch'era ito ad assistere un moribondo, e mi faceva le scuse. Gli altri saranno avvisati.
Attesi un poco chiacchierando, girando, e non vennero, e vidi che era partito preso, e mi turbai. Questo poi non m'era venuto in capo, non me l'aspettavo. Non venirmi a visitare, era già poca cortesia; ma ricusare di sentirmi a me parve un fatto senza nome. E dev'essere deliberazione fresca, pensai, perchè appena venuto, Carlo disse: ci giustificheremo. Qualche motto d'ordine, ricevuto. Non andate a sentirlo, hanno detto; il fatto di Rocchetta li ha impensieriti. E forse hannodetto: glie ne faremo tante, che gli scapperà la pazienza, e se ne tornerà.
In verità non avevano ragionato troppo male, perchè, trattato a quel modo, dissi: che fo più io qui? Gli avversarii rimangono invisibili: a chi discorro io? deggio convertire i già convertiti? Il mio discorso è senza scopo. Ma levai gli occhi, e vidi tanta brava gente venuta lì per sentirmi, e lessi nelle loro fisonomie una espressione così sincera di benevola aspettazione, e vidi soprattutto quel popolo lì ammonticchiato in aria così semplice e così avido della mia parola che ne fui preso, e salii in fretta gli scalini di una specie di piedistallo; e respinto da me il seggiolone, così in piedi cominciai a dire:
«Amici miei, la mia presenza qui nel cuore dell'inverno vale tutto un discorso; quest'atto vi prova il mio affetto per voi e il vivo desiderio di esser vostro. Io vengo senza corteggio di giornali, di comitati, di carrozze, io vengo solo, non portandomi appresso altro che il mio nome».
L'allusione fu colta a volo; sentii dir: bene! da' più vicini. Inanimato, continuai: «Io voglio spiegarvi cosa è per me Lacedonia. Ne' miei primi anni sentivo spesso parlarmi dei nostri parenti di Lacedonia, e voi sapete che in quella età la patria non è ancora che la famiglia, la patria è la parentela, sicchè nella mia immaginazione infantile univo insieme Morra e Lacedonia, come una patria sola».
Questo pensiero nuovo e delicato in una forma così semplice era troppo sottile, e non fece effetto. Tirai innanzi.
«Poi andai via. A vent'anni, col core caldo, con l'immaginazione dorata, in mezzo a tanti giovani più amici che discepoli, mi tornò innanzi Lacedonia, e venni qui a cercarmi la sposa, e conobbi qui l'arciprete e il teologo,e molti altri, e se non vi acquistai la sposa, credei di avermi acquistate amicizie incancellabili. E chi avrebbe pensato allora, accolto con tanta festa, pure ignoto al mondo, che in così tarda età, tornando fra voi, avrei trovato qui avversarii, e alcuni, che è peggio, in sembianza di amici?».
Questa punta troppo smussata non punse alcuno. Sentii che dovevo parlare tondo e forte.
«Quale fu la mia vita poi, voi lo sapete. Illustrai la patria con l'insegnamento, e cacciato in esilio, la illustrai con gli scritti, che forse non morranno; e forse un giorno i vostri posteri alzeranno statue a colui, al quale voi contendete i voti».
Botta dritta questa. Il teologo si scosse un po' il petto, come avesse sentito lo strale dentro la carne. Non se l'aspettavano. Io mi facevo lo stesso il mio piedistallo, e li guardavo dall'alto e la voce era concitata.
«Tornai dall'esilio con l'aureola del martirio, del patriottismo e della scienza, e fui Governatore di questa provincia[41], e fui ministro di Garibaldi, e fui deputato di Sessa, e non fui deputato di Lacedonia. Voi mi preferiste Nicola Nisco, ancorchè eletto in altro collegio, e decretaste il mio esilio dal collegio nativo. Dopo quattordici anni di cotesto secondo esilio, l'esule viene a chiedervi la patria, date la patria all'esule».
La mia voce era tremula; la commozione aveva invaso me, e invase tutto l'uditorio. Una salva di applausi mi mostrò che avevo trovata la via dei loro cuori.
«Io voglio la patria mia, ma non voglio un pezzo di patria voglio la patria intera. Se debbo essere qui l'amico degli uni contro gli altri, meglio l'esilio, confermate il mio esilio. Tutti dite di amarmi, di stimarmi; bella stima in verità! posto in uno dei luoghi più elevati presso la pubblica opinione, i miei concittadini hanno voluto darmi una promozione, e fanno di me un alfiere, il porta bandiera di questo e quel partito».
I più intelligenti sentirono l'ironia. Don Pietro sorrise finalmente.
«Io qui non porto la guerra, non voglio essere il flagello della mia patria; se debbo consacrare a voi gli ultimi anni miei, voglio essere il padre e il benefattore di tutt'i miei concittadini. Io non porto bandiera altrui; sono io la bandiera, e la mia bandiera si chiama concordia».
Questo appello alla concordia era prematuro; le passioni erano ancora vive; stavano sospesi, come chi attenda che si dica altro.
«Non dico già che le lotte non ci abbiano ad essere. Senza lotta non ci è vita. Lottate pure. Ma ricordatevi che se uomini civili siete, qualche cosa nelle vostre lotte vi dee pure unire. Che cosa è questa casa comunale, se non un primo legame tra voi? Comune vuol dire unione. Siete divisi, ma siete tutti figli di Lacedonia. E se taluno dicesse male di Lacedonia, non vi sentireste tutti offesi, tutti come una sola persona? Guardate la Chiesa. Non è la Chiesa il legame comune in nome di Dio, al quale credono tutti quelli che credono alle virtù e operano virtuosamente? E se l'Italia vi chiama alle armi, non vi sentireste voi tutti italiani, non correreste tutti alle armi? Ebbene: aggiungete a questi legami anche il mio nome, e non lo profanate, mescolandolo alle vostre lotte. Imitate Sansevero, dove pure lotte ci sono, ma dove si dice: i pannisporchi si lavano in famiglia, non dobbiamo lasciarli sventolare innanzi a De Sanctis. Vi pare domanda indiscreta questa, di fare per me, voi, miei concittadini, quello che fa quel nobile collegio al quale appartengo? E se questo fate, udite la mia dichiarazione, e pensate che io non ho mai mentito in vita mia. Io sono vincolato, io ho data la mia parola d'onore a Sansevero, deggio essere deputato di Sansevero. Ma io andrò là e dirò: la mia patria mi chiama, la patria tutta intera, e voi siete troppo nobili, troppo generosi, e sapete apprezzare questi sentimenti.—Restituitemi la parola data, non mi togliete la patria».
I visi che si erano oscurati, raggiarono. Vidi raggiare anche quel viso incerto di Carlo, anche il classico don Vincenzo si mosse sulla sedia. Prolungati applausi accolsero una dichiarazione così ricisa.
Io mi sedetti, come chi non aveva più nulla a dire. Ma stavano lì, immobili, attenti, quasi volessero dire: è finito troppo presto. Ed io così seduto, continuai con voce familiare, facendo un po' di storia e del collegio e delle proteste e del ballottaggio, ed ecco, mi sovvenni delRomae del famoso passaggio a Sinistra. E mi levai con impeto e dissi: quello che dice ilRoma, avete letto. Il mio competitore è divenuto Sinistra. E sono Sinistra anche io, una sinistra autentica, che non ha bisogno di bollo. Il mio competitore è sacro per me. Non una parola uscirà dal mio labbro, che non sia gentile. Del resto, non è affar mio; riguarda i suoi elettori. La quistione così è divenuta molto semplice. Non fo questione io di Destra e di Sinistra, fo quistione di patria. L'esule vi domanda la patria, date la patria all'esule.
Scesi tra vivi applausi, circondato dalla folla, vidi alcuni che si asciugavano le lacrime, strinsi molte mani incallite dal lavoro, e augurai bene di quel paese. Nell'uscireincontro il teologo. La sua faccia rideva, era tutto consolato il brav'omo, e mi disse abbracciandomi: Ah Ciccillo! non senza un perchè lo zio ti chiamava penna d'oro. Che bella predica hai fatta!
E' finita la predica, finita la messa, diss'io tutto sbalordito.
E lui mi guardò stupefatto. Dovette dire: a forza d'ingegno costui uscirà di cervello.
Andai a casa subito. I piedi mi bruciavano. Avrei voluto essere già a Bisaccia. Mangiai distratto. Lodavano l'orazione. Quei complimenti d'uso mi facevano male. Sul partire dissi a Carlo, che mi parve commosso: dubiti più? Ah no—Sii dunque un omo serio.
Il teologo mi condusse a casa sua. Vidi la Maria, ch'io chiamava la generalessa, indicatami come capo ed anima delle lotte elettorali. La mia parente mi trasse in disparte, e mi disse in tutta segretezza: io ti ho fatto molti voti! Ah! bricconcella, dissi tra me, tu me la dai a intendere. Gradii un bicchierino, scesi subito, mi posi in carrozza tra molta folla plaudente, e via.
Non mi facevo illusioni. Mi lasciavo dietro un lavoro seriamente ordito e rimasto intatto. Molte passioni, molti interessi erano abilmente mescolati in quel lavoro. Nè io avevo modo di disfarlo. Il sindaco mi disse con la sua sincerità brusca: avrai gli stessi voti. Ma pensai che qualche eco delle mie parole sarebbe pur giunta a' miei invisibili, e che a ogni modo qualche buona impressione sarebbe rimasta nel paese.
Seppi poi che la sera, conosciuto l'effetto del mio discorso, giunse a incoraggiamento degl'invisibili questo telegramma epigrafico:
«L'entusiasmo passa, gl'interessi restano».
Come disse il teologo, pensai io. E vuol dire che l'uomo passa, l'animale resta.
Napoli, 2 marzo.
Don Pietro[43], che aveva avuto il delicato pensiero di venirmi incontro sino in Lacedonia, era un' eccellente compagnia. Veggendomi taciturno, indovinò la mia preoccupazione, e vi tirò su il discorso. Non vi dee spiacer troppo, disse, che qui incontriate tanta resistenza. Un lavoro preparato da tanto tempo non si può disfare in un'ora; le passioni sono accese, c'è molta tensione negli spiriti. Ci vuole il tempo, e voi solo potete riuscire a conciliare gli animi se, accettando la deputazione, volete fare questo bene al collegio.
Don Pietro parlava con quel tono naturale e sincero che ti guadagna subito. Mi apersi tutto con lui.
«Non ricuserò, dissi, se mi persuado di poterlo fare questo bene. Ciò che mi spiace, non è la resistenza, ma la rozzezza. La resistenza la capisco, e me l'aspettavo; la rozzezza m'è cosa nuova».
«Pure vi dee piacere non dico la gentilezza, ma tante prove di devozione e di affetto che vi dànno i vostri amici».
Io lo guardai commosso. Egli voleva dirmi che un sol tratto d'amicizia basta a far dimenticare moltiatti di villania. Mi dava così una lezione con infinito garbo.
Del resto, aggiunse, a Bisaccia avrete un'accoglienza meno lontana dalla vostra aspettazione.
E in verità, quando vidi venirmi incontro molti signori a cavallo, e mi dissero che lì erano tutti, amici e avversarii, e quando trovai in casa di don Pietro raccolto quanto in Bisaccia era di più eletto, senza distinzione di parte, pensai a Rocchetta, e tornai sereno.
Non ricordo più, cosa mi dissero, e cosa diss'io. Morivo di sonno, e domandai di lasciarmi dormire per un par d'ore.
Era la prima volta, dopo il mio viaggio, che dormii un sonno pieno e riparatore. E debbo questo beneficio a don Pietro, che aveva con tanta intelligenza curata la mia piaga. Quell'accoglienza lieta e schietta, che mi fece il popolo di Bisaccia, come si fa ad amico desiderato e atteso, m'ispirava una fiducia piena. Sentivo come fossi in mezzo alla mia famiglia.
Mi lasciarono dormire. Quando mi svegliai, era già sera. Avevo ricuperata la mia bonaria spensieratezza. Uscii nel salotto. Porsi la mano al Sindaco[44], a' signori Rago, amici noti e fidi, ai fratelli di don Pietro, bravi giovani[45], di cui uno passava per mio avversario, a parecchi altri. Vidi con piacere tutto il Clero. Allato mi sedeva l'arciprete[46], con cui mi scopersi parente, un uomo alla buona e gentilissimo. Mi dissero tante cose amabili, e nessuno parlò a me di elezioni, nè io loro. Tutti promisero di venirmi a sentire.
E Fabio Rollo? mi uscì a un tratto.
Quel Fabio era la mia idea fissa. Mi dicevano che era uno de' capi più risoluti di parte contraria. E avevo inteso a dire che era un giovane distintissimo. Mi aveva fatta molta pena a vedere il suo nome tra quelli dei membri dell'ufficio centrale, che nel primo ballottaggio avevano proclamato eletto il mio competitore che era in grande minoranza, e le ragioni addotte mi parevano cavilli di avvocatuzzo, a' quali non vedevo come dovesse associarsi lui. Sola scusa era la passione. E questo appunto mi trafiggeva, a vedermi avversario e così appassionato quell'uomo lì. Se i giovani e i giovani intelligenti e generosi non sono essi almeno con me, a chi ricorro io?
Ed ecco don Pietro presentarmi Fabio Rollo. Mi porse la mano con una sicurezza che mi piacque. Non era nella faccia niente di quel sorriso abituale e cerimonioso che hanno le facce sospette. Stava lì, semplice e naturale, come chi non ha niente a nascondere, niente a mostrare. Me lo dicevano un telegrafista[47]. Ma c'era lì dentro ben altra stoffa.
Venne l'ora del desinare, e la conversazione si prolungò molto tempo dopo il pranzo. Mi sentivo così bene in quel cerchio allegro di amici. Fabio prese subito il suo posto, divenne il protagonista. Spronato da me, raccontò qualche episodio della sua vita. Era stato un bravo soldato dell'esercito, aveva girato, veduto molto mondo. Faccia bruna e asciutta, aria decisa, parola vibrata e incisiva come una spada. Raccontò fra l'altro un episodio della Battaglia di Custoza, dove s'era trovato lui. Nessun sogno di vanteria, nessun giro di frase, niente di oltrepassato. Mi parve uno degli uomini più seriiche avessi conosciuto. Notai una tranquilla moderazione di giudizii e di parole, che è il segno della virilità. Avevo innanzi un carattere.
Mi si parlò del castello di Bisaccia, dove si diceva era stato il Tasso, e mi promisero di mostrarmi la stanza dove aveva dimorato. Cadde il discorso sulDiritto[48], dov'era una corrispondenza in mio favore, assai ben fatta, supposi opera pietosa di qualche amico, scandalizzato della oramai famosa deliberazione di quei tre o quattro del Comitato di Napoli, che si battezzarono maggioranza.
—Volete che la mandiamo attorno pel collegio?
—Oh: non importa. Io credo di avere più autorità che un giornale. Sono io qui il giornale vivente.
—Se non foste venuto voi, che torre di Babele! Quella tale dichiarazione...
—O piuttosto confusione, notò argutamente un altro. Perchè lì dentro ci è unireor, un entrare e uscire, e non sai se è divenuto o rimasto.
—Rimasto, disse un altro. Perchè l'uomo non muta per mutar di nome, e chi muta casacca, non muta anima.
—Bravo! diss'io; l'uomo è quello che lo fa la sua vita...
—Ma non innanzi al volgo, osservò don Pietro. Perchè il volgo si fa imporre dai nomi, e non capisce che le apparenze. E come volgo sono i più, questo mutar nome ti rinnova, massime se è un mutare a proposito e secondo il vento.
In questo entra un uffiziale e va diritto alla stanza assegnatagli, con un modesto riserbo che mi piacque molto. E cosa son venuti qui a fare i soldati? domandai a don Pietro.
—Ora tutto è finito. Erano i contadini che volevano dividersi le terre del Formicoso. C'è una quistione grossa qui sotto. Quistioni così fatte vanno risolute subito. Se indugi, inveleniscono.
Ammirai il buon senso e il patriottismo di don Pietro, come avevo ammirato il vigore e la serietà di Fabio. La conversazione cominciò a languire, come avviene, quando tutti sono di accordo, e l'uno non vuol dir cosa che spiaccia all'altro. Io poi di natura sono poco comunicativo e poco atto a mantener viva una conversazione.
Il dì appresso, trovai tutto presto. Mi presi la solita mezz'oretta di raccoglimento, e diritto alla casa comunale.
Sala piena. C'era lì, mi dissero, tutta Bisaccia. Girai un poco. Vidi facce ridenti, benevole. Ricuperai il mio buon umore, e cominciai subito:
«Debbo innanzi tutto ringraziarvi di vedervi tutti qui. E' un atto di cortesia, che fa onore a questo paese, il quale d'ora innanzi chiamerò Bisaccia la gentile. A Rocchetta la mia parola era calda e fiduciosa, a Lacedonia fu concitata e quasi sdegnosa. Qui, in mezzo a voi, io mi sento come di casa, e vi parlo alla buona e in modo affatto famigliare. E vi dico subito l'impressione che in me fece la prima votazione, dove ebbi pure sessantasette voti di maggioranza. Permettetemi che io mi spieghi con un aneddoto. Nel 48, sorta la reazione, mi rifugii a Cosenza[49]. Allora avevo molto orgoglio, mi tenevo uomo superiore. Quando andavo in unomnibus, guardavo intorno e mi dicevo: eppure, io valgo più di tutti costoro. Vivevo solo, non cercavorelazione e mi dicevo: verrà un giorno che gli altri cercheranno la mia relazione. Mi paragonava ai primi, e non me ne sentivo molto lontano. Capito in Cosenza, e lì era primo un bravo canonico, che aveva fatto le sue lettere nel seminario e biascicava latino. Ed ecco disputarsi, quale de' due andava innanzi, se io o lui. E per misericordia mi accordavano alcuni punti di più. E io riflettei che l'uomo andando in piccoli centri impicciolisce, poniamo pure che vi sia tenuto il primo. Così è avvenuto ora: anche voi avevate il vostro canonico, e mi avete accordato alcuni punti di più. Io non domando a voi i voti, ma domando a tutti la loro stima e la loro amicizia. Venite qui, Fabio Rollo; venite qui e stringete la mia mano, mai mano più pura avrete stretta in vostra vita».
Fabio, che era lì in piedi dietro una siepe di uditori, non esitò, non ebbe il menomo imbarazzo. Venne diretto a me, e mi strinse la mano, e io sentii che acquistavo un amico, di quelli amici che non ti dimenticano mai.
La commozione era generale; gli applausi si prolungavano: cosa non avrei fatto io allora per i miei elettori? Promisi che sarei il loro deputato. L'esempio di Bisaccia, conchiusi, m'inspira fiducia che mi acquisterò col tempo l'amicizia anche di quelli che rimangono tra' miei avversarii.
La gioia era dipinta su tutti i volti. E anche sul mio. Mi sentivo soddisfatto, ricompensato abbastanza dal mio viaggio.
La scena finì con un pensiero gentile. Don Pietro inviò al deputato Mancini[50]questo telegramma:
«Bisaccia, facendo festa a Francesco de Sanctis, rammentaun'altra illustrazione, e manda un saluto riverente a Lei, gloria, onore della provincia».
Sono i nostri capi naturali, riflettè don Pietro.
Mancini rispose, e non so cosa, partito già. Pure da uomo così gentile argomento risposta gentilissima.
Poi mi condussero al castello, e mi mostrarono la stanza del Tasso[51]. Chi diceva: è questa, e chi diceva: no, è quella. Mi fermai in una che aveva una vista infinita di selve e di monti e di neve sotto un cielogrigio. Povero Tasso! pensai, anche nella tua anima il cielo era fatto grigio. Che vale la bella vista, quando entro è scuro? Stetti un po' affacciato. Vedevo certi ultimi monti così sfumati, così fluttuanti, che parevano nuvole, e mi davano l'impressione di quell'interminabile, di quel lontano lontano che spaventa, e rimasi un pezzo balordo, e non indovinavo l'uscita.
Volli partire subito. Temevo il tempo non si guastasse. Ed ecco giungermi questo telegramma: «non partite; debbo comunicarvi cose importanti». Che sarà? che non sarà? mormoravano. Sorrisi, e dissi: tal cosa è importante per uno, che è frivola per l'altro. L'importanza è secondo i cervelli.
Non c'è tempo a perdere, il tempo si metteva a pioggia. Partii. Si accomiatò da me il giovane Castelli[52], da Rocchetta, un piccolo atleta, dalle spalle quadrate, formidabilmente piantato, che m'aveva fatto compagnia fin lì. Poche parole, aria, severa e schietta, amico a ogni prova, mi sembrava un granatiere della vecchia guardia.
Mi accompagnarono molti a cavallo un buon tratto. E poi, addio.
Addio, Bisaccia, dove vidi qualche strada netta, e dove non vidi nessun cencioso, che dimandasse limosina. Avevi anche tu i tuoi cenci, le tue miserie e letue discordie. Ma le occultasti come ne' dì di festa, e mi accogliesti lieta e cortese. Molti gentili pensieri io colsi in te. Quel garbo nella conversazione, quell'accordo de' visi, se non de' cuori, quella semplicità e naturalezza di accoglienza, quella nessuna giustificazione e nessuna vanteria, anzi quel non parlarmi punto della elezione, e quel fare gli onori di casa all'ospite tutti; quasi Bisaccia fosse stata una casa sola, oh! nessun pensiero gentile trovò freddo il mio cuore.
Addio, Bisaccia la gentile.
Napoli, 14 Marzo.
Il tempo si faceva cattivo. La nebbia si levava. Il cielo era fosco. Volammo più che andammo. E giungemmo che era ancor giorno.
Quella era la città nemica. Ivi erano i grandi elettori, i principali avversarii. Mutare la posizione, non era possibile. Lì non c'era equivoco, c'era partito preso. Ma, poichè ci si poteva andare in carrozza, la mia andata colà era un segno di rispetto a quel paese. E poi volevo salutare Giuseppe Tozzoli, mio collega, amico e compare, il deputato uscente, ritiratosi dalla lotta con una nobilissima lettera a me indirizzata. Affido a voi la mia bandiera, scriveva, e confido che non ve la lascerete cadere di mano. Ed io avevo obbligo d'onore di tenerla alta quella bandiera.
Avevo scritto al sindaco che andavo alla casa comunale. Ma il sindaco non si fece vivo. Sapevo bene che era uno dei più saldi avversarii[54]. Pure il brav'uomo dovea comprendere, che io non m'era diretto alla sua persona, ma al rappresentante del paese, al quale chiedevo ospitalità, e che era della più elementare cortesia farmi gli onori di casa. E non mi meravigliai cheavesse dimenticato di restituirmi il biglietto di visita di capo d'anno, mandato non a lui, ma al sindaco. Forse doveva avere per me qualche antipatia. E confuse la sua antipatia col suo ufficio di sindaco.
Ma se non vidi il sindaco, vidi il Tozzoli, con faccia allegra come chi ti dà il benvenuto. Facevano ala, gentile pensiero del Tozzoli, i fanciulli delle scuole, e uno mi si avvicinò, e mi recitò una poesia, di cui m'è rimasto che invocavano me come angiolo tutelare del paese. Ringraziai, e pensai: se i padri qui rassomigliassero un po' più a' figli, la cosa sarebbe bella e fatta.
Vidi Calitri in un mal momento. La strada era una fangaia; ci si vedeva poco, e un freddo acuto mi metteva i brividi. A sinistra era una specie di torrione oscuro, che pareva mi volesse bombardare; a destra una fitta nebbia involveva tutto; l'aria era nevosa, e il cielo grigio tristamente monotono. Salii a una gentile piazzetta, e passando sotto gli sguardi curiosi di molte donne ferme lì sulle botteghe, volsi a mancina in una specie di grotta sudicia che voleva essere un porticato, e giunsi in casa Tozzoli. Mi stava in capo che Calitri doveva essere una grande città e molto ricca; i Berrillo, i Zampaglione, i Tozzoli[55]erano i nomi grossi della mia fanciullezza, e mi pareva che la città dovesse corrispondere alla grandezza di quei nomi. A quel ragguaglio la mi parve cosa meschina. Ciascuno fa il luogo dove si trova, a sua imagine. O come questi cittadini, che dicono così ricchi, non hanno avuto ambizione di trasformare la loro città e farla degna dimora di loro signorie? Non conoscevo le case, ma quelle strade erano impresentabili, e danno del paese una cattiva impressione a chi giunge nuovo; lestrade sono pel paese quello che il vestire è per l'uomo. A tavola, cercai con garbo investigare le condizioni morali del paese, ma ne cavai poco. Frizzi, sarcasmi, ironie s'incrociavano de' presenti contro gli assenti; c'era lì del guelfo e del ghibellino, lotta di famiglie lotta d'interessi, passioni vive e dense, col nuovo alimento che viene da' piccoli centri, dove non si pensa che a quello solo. Gittarmi entro a quell'incendio mi pareva pazzia. Parlai discreto e modesto e mi volsi al Tozzoli, e cercai altra materia, e cominciammo a politicare. Lui era giovine sinistra, cioè quella sinistra del 65, composta il più di ricchi proprietarii, e di notabili locali, che gittarono giù la così detta consorteria e vennero al Parlamento a protestare contro la cattiva amministrazione. Stranieri alle lotte politiche, uomini nuovi, come allora erano chiamati, conservatori per posizione e per educazione, espressione per lunga esperienza degl'interessi meridionali e locali, accettarono i nuovi ordini, e divenuti partecipi della vita italiana furono co' piemontesi della Permanente e con gli amici del Rattazzi la base di quella opposizione costituzionale, senza di cui non è possibile un governo regolare. Molti antichi e rispettati patrioti allora rimasero sul terreno, e se ne dolsero; e non pensarono che quella vittoria degli uomini nuovi, attirati nella vita italiana, se era in apparenza una reazione contro una soverchia e troppo affrettata unificazione che spostava tanti interessi, era nella realtà un gran progresso. E se alcuni biasimano me di avere alzata quella bandiera, io me ne tengo, anzi considero quello come il mio più meritevole atto politico. E l'importanza del fatto fu anche in questo, che quegli uomini nuovi, i quali in condizioni normali sarebbero andati naturalmente a cadere in mezzo alla destra, per la natura del movimento impresso agli spiriti poggiarono a sinistra, edivennero un motore non piccolo al compimento dell'unità nazionale. A quel tempo m'era a' fianchi il Tozzoli, giovine intelligente e operoso, e fu tra quelli che ebbe più chiaro il concetto di quel moto politico.
E ora si tratta di condurre quel moto alla sua naturale conclusione, disse lui.
Una opposizione correttamente costituzionale non l'abbiamo ancora. Il nome non basta, ci vuole la cosa.
Hai ragione, diss'io. Però un passo notevole si è fatto, quando in Parlamento si è parlato alto e chiaro ad amici e ad avversarii.
Lui sorrise, poi aggiunse: i nomi sono nomi, e i discorsi sono discorsi. Tutti dicono a un modo; bada a quello che fanno. Se per esempio alcuni facessero i rossi a Napoli e i moderati a Roma, saresti contento? se alcuni si chiamassero opposizione costituzionale, e usassero linguaggio contrario, estremamente scorretto, ne' loro giornali, saresti contento? Ora il pubblico si è svezzato, e non lo puoi più abbindolare co' nomi, e non ha fiducia quando i fatti non vi rispondono.
Molto di vero e di savio era in queste considerazioni. Poi mi fece le più calde istanze, perchè accettassi la deputazione di quel collegio. Non badare al numero dei voti, diceva; la forza delle cose è tale, che, ove accetti, nessuno poi ti farà più opposizione. Io rimasi pensoso. Ritiratomi, scrissi lettere a Teora, a Conza, a Sant'Andrea, dove, cosa incredibile, ma vera, non si potea andare in carrozza, sicchè tutto un mandamento era come sequestrato dal collegio. Feci le mie scuse, come le avevo fatte a' sindaci di Aquilonia e Monteverde[56], paesi che si trovano nella stessa condizione.E scrissi a tutti compendiosamente quello che ero andato qua e là discorrendo a voce. Mi allargai alquanto nella lettera a Romualdo Cassitto, vecchio e provato patriota, presidente dell'ufficio elettorale del mandamento di Teora.
La mattina mi levai tardi. Sentivo già la stanchezza di quella vita in moto continuo, con tante emozioni. Stetti raccolto la mia mezz'oretta. Poi uscii. Trovai nel salotto molta gente. Mi fu presentato Berrillo[57]. Il sindaco? diss'io, stendendogli la mano. No, il sindaco è prete, dissero. Guardai quel Berrillo, aria distinta e civilissima. E lo ringraziai della visita. La condotta del sindaco m'aveva così male impressionato, ch'ero divenuto sensitivo ad ogni menoma gentilezza[58]. Domandai dell'arciprete; ch'era come dire: perchè non viene a vedermi? Seppi ch'era malato, e mi rimprovero di non essere andato io da lui. Ma in quella confusione mi scappò. Preti, uno, o due. E pensai che non dovevo essere appo loro in odore di santità. Come mi avranno dipinto qui! Ma, mi sentiranno.
E mi avviavo già alla casa comunale, quando mi fu porta una lettera del sindaco. Diceva così:
«Se lei vuole venire nella casa comunale, padronissimo, ma la prevengo che non permetterò che vi si tengano riunioni elettorali politiche».
Lessi e rilessi, e tutti mi guardavano, come volessero cogliere nella espressione del mio viso il senso della lettera. Il sindaco l'ha fatta grossa, diceva il mio viso oscuro e contratto. E senza più, lessi ad alta voce quella lettera modello.
Non è che questo? disse uno. Venga, andremo in casa dell'assessore. E io m'avviai macchinalmente con gli altri.
Questa prontezza di risposta m'era indizio che gli amici avevano qualche vento di quella strana risoluzione, e avevano tutto apparecchiato in altra stanza. Vidi per via gente aggruppata, che mi guardavano, in atto rispettoso, ma freddo. Entrai, trovai il salotto già pieno, e nella stanza attigua affollati i fanciulli delle scuole, ingegnosa idea per far numero e palliarmi l'assenza degli avversarii. Ma la cattiva impressione l'avevo già ricevuta in Lacedonia, ed era già in parte scontata, sicchè mi parve cosa quasi regolare. Indovinavo quali passioni dovevano impedire quegli abitanti di trovarsi uniti nello stesso luogo. E cominciai subito.
«Io vengo qui con un cielo fosco, come sono i vostri animi. E non vengo già ad accattar voti, ad acquistarmi aderenti: siete voi che dovete conquistare me. Deputato di altro collegio[59]a cui mi lega lunga e salda comunanza di pensieri e di sentimenti, prometto di esser vostro, e la condizione è in vostra mano: unitevi tutti, rimanga il mio nome alto sulle vostre divisioni locali. Io ve lo scrissi già; l'equivoco non era possibile qui. Io scrissi: se tutta intera la mia vita spesa a illustrare la patria non vale a dare al mio nome tale autorità, che stia fuori delle vostre passioni locali, a che giova il mio nome? Gittatelo nell'Ofanto, e dimenticatemi per sempre». Questo era il significato della mia elezione, così solo potevo essere utile, questo sentì quel giovinetto, che m'invocava ne' suoi versi, e diceva: siate per noi l'angiolo della Pace. E non voglia Dio che un dì si abbia a dire che qui i fanciulli mi compresero meglio de' padri loro co' capelli bianchi. Del resto, questo è il progresso; i giovani saranno migliori de' padri; anche per Calitri verrà il progresso. Guardate lì il sole, che si eleva e caccia e abbassa lenebbie; io saluto il sole di Calitri, che dissiperà le vostre nebbie, e saluto questi giovinetti, la nuova Calitri, sede di civiltà e di gentilezza.
Non mancarono gli applausi, e ciò che mi piacque più colsi una commozione, che in alcuni giunse fino alla lacrima. In verità, io non spargeva su quel paese rose e fiori. Le punture erano delicatissime, ma erano punture. E quello averle sentite era già un avviamento alla nuova Calitri.
La sera dovevo essere in Andretta. E vuol dire che dovevo rifare la via e poi farne quasi altrettanto. Mi si facea fretta, e anche io avevo fretta. Sicchè poco poi ci rimettemmo in cammino.
Con molto seguito di amici attraversai il paese, guardato questa volta dal popolo con maggiore espansione. Notai nell'aria e nei modi una serietà che mi fece buona impressione. Alcuni popolani stavano lì ritti sulla piazza con una gravità di senatori romani. Dev'essere un popolo tenace e lavoratore, a testa alta, e ne augurai bene.
Mi dissero che i carabinieri, volendo fare gli onori al deputato, si offrivano ad accompagnarmi. Del pensiero gentile mi compiacqui e dissi: «deputato, tengo ad onore l'accompagnamento de' reali carabinieri; ma qui sono candidato, e non voglio nulla di mezzo tra me e i miei elettori. Vogliate loro esprimere i miei ringraziamenti». E feci in mente un curioso paragone tra quel sindaco che non rispettò in me nè la mia persona, nè il mio grado, e non mi tenne degno di alcuno onore, e quei carabinieri così civili, che ebbero un pensiero tanto delicato.
Scesi sulla strada, dove ci attendevano le carrozze, mi volsi a guardare la nemica città, e rividi quel torrione fatto oscuro da' secoli, che mi guardava minaccioso, quasi volesse dirmi: qui sarai sconfitto. Ed eccoun corriere tutto anelante, che ci annuncia l'arrivo di parecchi elettori di Sant'Andrea, i quali, avuta la mia lettera, venivano a farmi visita. Giunsero poco poi, affannati e ridenti. Vidi facce espansive e sincere. Quella brava gente si sentiva felice di esser giunta a tempo, venuta di così lontano, e di vedermi e di stringer la mia mano. E mi riferirono che Sant'Andrea era tutta per me, e quasi tutta la storica Conza, com'io l'avevo chiamata, e in gran parte anche Teora[60]. E io ebbi un momento di superbia, e mi rivolsi a quel torrione minaccioso, e dissi: Calitri mi vuol bombardare, e sarà bombardata, e la nostra vittoria sarà vittoria sua, sarà la prima pagina della nuova Calitri.
Poi risi io stesso di quella bravata; e fattomisi cerchio intorno, mentre io prometteva una visita quandochessia al mandamento di Teora, ecco venire a corsa un altro, e portarmi... i biglietti di visita dei signori Zampaglione, i ricchissimi di quel paese. E dire poi che Calitri non fu gentile!
Anche per Calitri verrà il progresso. E forse un giorno qualche fortunato mortale scriverà un nuovo capitolo, intitolato: il Sole di Calitri.
Roma, 22 marzo
Così ho inteso qualificare questo paese da alcuni, a cagione delle proteste fatte nel ballottaggio, che rivelavano a gran distanza un sottile spirito avvocatesco. E niente è più contrario alla mia natura schietta; perchè il cavillo è non solo la menzogna, ma la coscienza e quasi il vanto della menzogna. Riconoscere l'errore o il torto o la sconfitta, e non ostinarsi, non sottilizzare, non pettegoleggiare, questo è il segno della vera forza de' popoli e degl'individui. Alcuni tirano vanità dal cavillo, quasi fosse mostra d'ingegno, anzi lo spirito cavilloso è detto anche ingegnoso. E non veggono che questa trista facoltà, la quale i nostri antichi attribuivano al demonio, esprime anche la menzogna per rispetto all'ingegno, è un falso ingegno, sperduto nei particolari, a cui è negata la vista della verità. I grandi ingegni non sono mai cavillosi; il cavillo è carattere della mediocrità. Ma come il mondo è dei mediocri, uno spirito cavilloso s'impadronisce con facilità della moltitudine e se la tira appresso, e il difetto di uno apparisce difetto di molti. L'epiteto dunque che ho inteso da alcuni dare ad Andretta, è una figura rettorica,un soverchio generalizzare, e va riferito più propriamente a qualcuno troppo ingegnoso di quel paese: rendiamo giustizia al merito.
Andretta è il capoluogo del mandamento di cui fa parte la mia terra nativa, ed è forse il primo nome di paese che imparai nella mia fanciullezza. Affacciato al balcone di casa mia dicevano: guarda quel paese lì dirimpetto sul monte, si chiama Andretta.
Era da quarant'anni che non l'avevo più vista, e ora ci stavo già in fantasia, presago delle liete accoglienze, e col core pieno, impaziente di riversarsi. Lì poi, dicevo, sono come in casa mia, e non vi troverò più avversarii.
Rifatta la strada di Calitri, giunsi ad una svoltata, che mena ad Andretta. Ci fermammo alcuni minuti. Il bravo Ciminale, che mi aveva fatto con lauta gentilezza gli onori di Casa Ripandelli, si congedò. Don Pietro, che aveva voluto accompagnarmi a Calitri, ripigliò la via di Bisaccia, dispiacente che non s'era dato avviso del mio arrivo agli amici di Bisaccia, i quali avrebbero voluto risalutarmi. Strinsi la mano a quel giovine egregio, che non dimenticherò più, fiore di cortesia.
E via per Andretta. Avanti, avanti. Non si parlava, si correva col pensiero insieme co' cavalli.
Era ancora giorno, quando sentimmo venire a noi una cavalcata tutta festosa, con l'aria di chi dicesse; finalmente! Era innanzi il Sindaco[62], che scese subito e mi salutò in nome del paese. Giovine bruno, bassotto, con gli occhi di un fuoco concentrato, tutto gesti e attacchi, e con un piglio di me ne rido.
Più avanti incontrammo in carrozza Giambattista Mauro, cima di galantuomo, compagno di casa e di studio della prima giovinezza. Entrammo in Andrettatra gli spari ed i viva, e il core mi batteva, come se rivedessi mio padre dopo lunga assenza. Avrei voluto con una sola abbracciata stringere al mio cuore tutti.
Camminando per vie strette ed accalcate, mi volsi indietro a un gran vocìo. Era un diverbio tra il sindaco e un altro[63], e si regalavano parole poco belle, e la gente faceva ressa intorno, contenuta appena da due carabinieri, che sembravano fra quelli i meglio educati. Rifeci i passi. M'informarono che alcuni volevano gli spari e i viva; e alcuni non li volevano. «E questi hanno ragione, dissi, gli spari sono roba da medio evo, smettete. Non è così che si onora de Sanctis». I carabinieri mi sorridevano, vedendo in me l'amico dell'ordine e della legge. E quell'altro, tutto glorioso che gli avevo dato ragione, mi si pose ai fianchi, e come da un luogo inviolabile, ne diceva delle belle al sindaco, che stava un po' innanzi. Costui, poco paziente per natura, frenato appena dalla mia presenza, sotto la percossa di quel linguaggio, ora levava le spalle, disprezzando, ora faceva il sordo, ora si volgeva improvviso con certe contrazioni nella faccia, e guardava me. Cercai di rabbonirli. «In questo paese, dissi, si è troppo lesti alle parole, e parola poco misurata genera fatti simili». Ma io sono l'Autorità, ribatteva il sindaco, sono l'Autorità, si dee in me rispettare l'Autorità. Che? che? diceva l'altro, guardate che bella Autorità! e lo indicava col braccio teso, e quel braccio teso diceva come una carta di villanie. Il sindaco, posto tra il suo rispetto verso di me, e la sua natura più provocatrice che tollerante, non resse alla pena, e sbuffando andò via. Scrisse poi al sottoprefetto: tumulti in Andretta: mandate carabinieri. Così quel tafferuglio fu alzato a dignità di tumulto.
Intanto quell'altro mi stava attaccato a' fianchi, e mi disse: Stasera dovete venire in casa mia—E chi siete voi?—Sono Alvino—Questo nome non mi giunge nuovo. Ricordo Domenicantonio Alvino—Appunto. E io sono di quella famiglia.
Lo guardai. Mai più non avrei ravvisato un Alvino in quelle spoglie. Aveva la camicia poco amica del bucato, di tela ordinaria, con lo sparato aperto, anzi spalancato, e i capelli scarmigliati, e la barba incolta, e viso e mani di una nettezza dubbia. Non potevi dirlo un contadino, perchè aveva quella certa aria di distinzione, che dà la coltura, e a vederlo così non potevi dirlo un gentiluomo. Poteva essere un eccentrico, come Diogene. Aveva poi certi occhi equivoci che volevano essere carezzevoli.
In casa mia è stato il vostro nipotino parecchio tempo, mi diceva con quel tono impaziente di voce, che voleva significare come non lo sapete?
—Ma io vado in casa Mauro. Sapete pure che con Giambattista ci siamo cresciuti insieme.
Ma io non vi dico di no. Dico solo, che veniate ora a casa mia, dove vi attendono parecchi elettori. E se volete condurre con voi Mauro, padrone, abbiamo bisogno di domandarvi tante cose.
—E appunto per questo vengo io. Domani parlerò a tutti gli elettori. Venite nella casa comunale.
—Per far piacere al sindaco?
—Cosa ci entra qui il sindaco? La casa comunale è casa di tutti.
—Bene. Venite ora a casa.
E non fu possibile tirarlo di là. Il senso delle mie parole era: ma vi par discrezione codesta, dopo una giornata così faticosa, quando ho bisogno di riposo, e non di venire a battagliare con voi? E non glielo potei far comprendere.
—Dunque venite.
—Dunque verrò.
Mi piaceva che i miei avversarii di Andretta non si tenevano celati, anzi desideravano di vedermi e di udirmi. E ne trassi un buon augurio, con la facilità solita di fabbricare il mondo come lo vogliamo.
Pensai dunque, così stanco come ero, di soddisfarli. E preso con me il sindaco di Morra che li conosceva tutti, vi andai.
Entrai in un salotto abbastanza decente, dove potevano star raccolti una settantina di elettori: così giudicai a occhio. Stavano seduti, in aria grave di giudici. Caspita, pensai, costoro pigliano sul serio la loro sovranità. Alvino mi accompagnò a un tavolino là in fondo, con tappeto verde, e m'invitò a sedere. Io ero stupefatto. Venivo di così lontano, dopo tanto tempo, tra' miei concittadini, e immaginavo strette di mano e abbracciamenti e volti ilari. Quella, pareva a me, doveva essere una festa di famiglia. Vengo io a visitar voi, avevo detto entrando, e nessuno rispose, nessuno capì nè la gentilezza, nè il rimprovero ch'era in quella frase. Stavo lì, solo, col capo tra due candele, che illuminavano me, come si fa innanzi ad una immagine. Ma io poco vedeva loro, e quella luce equivoca, quella metà della sala quasi buja, quella selva di teste appena illuminate e sparenti a poco a poco nelle tenebre, quella immobilità, quel silenzio, mi rendeva somiglianza a qualcuno di quei misteri, che si rappresentavano al medio evo. Fosse qui una setta? o mi trovassi tra Massoni? Ricordai carbonari e calderai, di cui ci parlavano a voce bassa i padri nostri. Stavo per aprir bocca quando alla mia sinistra un giovane[64]seduto pure lui solo dietro un tavolo, a cui non mancavanoil bel tappetino verde e le due candele, si levò e con aria solenne incominciò a dire. E mi disse le più insolenti impertinenze, con un fare naturale, con una voce placida, come mi offrisse zucchero. Un tratto, mi levai e diedi un pugno sul tavolo. Ma l'amico non mosse collo, e tirava diritto placidamente, come la cosa non riguardasse lui. Talora non si rammentava, talora ripigliava la frase, non ben sicuro di sè, e tutto dentro in quello che s'era apparecchiato a dire, era più facile tagliargli la lingua, che farlo dire altrimenti. In ultimo, vuotato il sacco, con un tono di voce mellifluo si scusava, e sperava ch'io non mi tenessi offeso.
Avevo riconosciuto l'oratore[65]. Era un bravissimo giovane, che m'aveva, lui per il primo, offerta la candidatura. E ora lui medesimo era lì a sciorinarmi tutta quella filatessa di ragioni, che adducevano gli avversarii a scusa e a pretesto. Sul principio mi si oscurò il volto; poi visto l'inesperienza e la placidezza dell'oratore come di chi ha poca coscienza della gravità di quelle accuse, ridevo dentro di me, soprattutto veggendo sbuffare il sindaco di Morra, pallido di collera.
Risposi e non fui mai così veemente, così persuasivo. Tenevo a vincere quella resistenza, ad avere intorno a me concorde almeno il mio mandamento. Sentivo l'uditorio diviso; secondo che io andava dissipando tutti gli equivoci ammassati sul mio cammino, molti se ne compiacevano, altri restavano accigliati, ed erano i sopracciò, i più autorevoli. Costoro, veggendosi scappar di mano il gregge, lo contenevano con gli sguardi, co' cenni, specialmente quando alcuni si arrischiavano a dirmi un: Bene! Se volevano provarmi che lo spirito di parte elevato a spirito settario rende la mente ottusa ad ogni evidenza e ad ogni eloquenza, ci riuscirono.
Eppure cosa è l'uomo! Non sapevo difendermi di una certa ammirazione innanzi a quella inflessibilità, inesorabile come un calcolo. Ed era in virtù di un calcolo, che quelli comandavano alla volontà e la riducevano una macchinetta aritmetica. Prima spacciavano essere il mio nome una comparsa e che disprezzavo il collegio, e non volevo saperne di loro. E quando poi videro, malgrado ciò, la mia candidatura divenir seria, la resistenza fu appassionata, incivile, cavillosa. Il loro calcolo, o forse del loro principale che li comandava col telegrafo, era questo, di pungermi nel mio amor proprio, nella gentilezza della mia natura, e farmi maledire il momento ch'ero entrato in quel ballo ignobile. E ora, venuto io, mancato ogni pretesto, le istruzioni erano quelle medesime, come avevo visto in Lacedonia e in Calitri, e vedevo sotto una forma più provocante in Andretta. Il calcolo avrebbe fatto onore ad un gesuita, ma gli mancava la base, fondato su di una imperfetta conoscenza del mio carattere. Lo ingegnoso autore dimenticava quanta vena di disprezzo e d'orgoglio era nella mia natura, e quanta energia sarebbe uscita di quella vena. E in verità se l'elezione fosse corsa liscia, poco avrebbe attirata la mia attenzione, e forse le cose sarebbero andate altrimenti. Ma quell'accanimento mi svegliò, visto in quistione anche innanzi alla Camera l'onor mio e de' miei amici e dei miei elettori, che ignobili cavilli rendevano sospetti di brogli. A poco a poco nel mio spirito a quella lotta mezzo incosciente degli elettori si sostituì una lotta cosciente di due anime, e volevo vederla spirare quell'anima lì innanzi a me. In questo c'era del satanico; ma non voglio parer migliore che non sono; e scrivendo, la sincerità è un obbligo, e soglio mostrare tutte le nudità del mio cuore. Quel voler giocare con le mie affezioni più sante e più delicate me le rendeva piùvive quelle affezioni, e purificava il mio orgoglio e mi sublimava, addivenuto quasi il loro custode e il loro vindice. Sicchè quel gioco riusciva a un effetto contrario, e si vide ancora una volta, come gli uomini a forza di abilità riescono inabili, e talora sciocchi.
Giunto a mezzo del discorso, e propriamente alle cavillose proteste di Andretta, vidi il protestante[66]che mi stava quasi di rimpetto, e gli dissi pacatamente: quelle proteste non andavano fatte, certe cose, vere anche, non vanno divulgate, quando ci va di mezzo il decoro della patria. Pure vi ringrazio; perchè senza quelle proteste non sarei vostro deputato, risoluto come ero di accettare Sansevero, e a nuova elezione forse quell'altro sarebbe ito alla Camera.
Rimase stupito di un effetto così contrario alla intenzione, e forse in cuor suo dovè chiamare una bestia il sottile architetto di quei cavilli. Ah! povero innocente! E forse non comprese neppure l'ironia del mio ringraziamento. Ma non sanno quello che fanno, diceva il Cristo.
Finii e nessuno fiatò, e l'oratore non rispose. Erano convinti? alcuni sì, le loro facce si spianavano. Notai fra questi l'oratore, e gli diedi una stretta di mano. M'avviai per uscire, e dissi così camminando: badate che un solo voto contrario qui, nel mio mandamento, mi sarà un colpo di pugnale. Rimasero un momento come percossi, e tirarono il collo indietro.
—Ma via diteci la verità, sarete proprio nostro deputato?
—E ancora ne dubitate? da voi dipende.
—E poichè dipende da noi, dovè dire in cuor suo qualche biricchino, vuoi star fresco. Te ne daremo dei colpi di pugnale, te ne daremo.
Tornato a casa, mi gittai sul letto e mi addormentai. Le immagini giocavano nel cervello. Ed ecco, di una in un'altra, balzarmi avanti l'oratore, e fare il mio panegirico in tutta regola, e il protestante battere le mani e gridare: Onore al nostro deputato, al gran patriota, al grande scrittore! E mi vedevo molta folla intorno, e tutti mi applaudivano, e il mandamento era lì tutto intero, e pareva una persona e una voce.
Mi svegliai. Era un sogno! Ma i sogni, dicono, sono presagi.
Forse un giorno costoro mi saranno tutti amici. E io sarò il loro migliore amico.