CAPITOLO PRIMO

CAPITOLO PRIMO

NOTE SCANDINAVE — IL LAGO DELLE BIONDE CHIOME — COPENAGHEN — I CANALI E I LAGHI DELLA SVEZIA — DA GÖTABORG A STOCOLMA — STOCOLMA E GLI SVEDESI — UN PRANZO IN CASA DI RETZIUS — CRISTIANIA — IL SOLE DI MEZZANOTTE E LE COSTE DELLA NORVEGIA.

NOTE SCANDINAVE — IL LAGO DELLE BIONDE CHIOME — COPENAGHEN — I CANALI E I LAGHI DELLA SVEZIA — DA GÖTABORG A STOCOLMA — STOCOLMA E GLI SVEDESI — UN PRANZO IN CASA DI RETZIUS — CRISTIANIA — IL SOLE DI MEZZANOTTE E LE COSTE DELLA NORVEGIA.

I viaggi fatti in furia hanno il loro vantaggio, e non conviene calunniarli come si suole. E poi nella vita febbrile del nostro tempo che cosa è che non si faccia in fretta? Leggiamo forse mai un libro per intiero? Studiamo forse per dieci anni almeno una riforma politica prima di farla? Ci ricordiamo per caso di ciò che abbiamo fatto ieri? S’è dormito per tanti e tanti anni colla ninna-nanna dei dogmi immutabili, che una volta svegliati ci siamo messi a correre per chi sa fin quando. E poi e poi, quando si sa leggere bene, si può anche leggerepresto; meno i rarissimi casi, nei quali il libro sia un gioiello d’arte, che si mira, che si contempla, che si accarezza, e che, come la donna amata, ogni giorno ci rivela un nuovo tesoro e una bellezza nuova.

Così è dei viaggi; si possono anch’essi far presto e bene, e anche dallo sportello d’un vagone e dalla finestra d’una locanda si possono sorprendere colla stenografia del pensiero tante e preziose medaglie estetiche e psicologiche. Attraversi, per esempio, i monti pittoreschi e le valli ridenti del Tirolo; senti alle stazioni della ferrovia lo squillo poetico delle trombe montane, vedi al crocicchio delle strade campestri i grandi crocifissi, che proteggono il maturare delle biade e ricordi i sentimenti profondamente religiosi dei buoni tirolesi. Attraversi le foreste della Selva Nera, i campi della Germania centrale, e vedi sospesi dovunque i nidi artificiali, che invitano gli uccelletti del Signore a vivere presso la casa dell’uomo, ed eccoti rivelata una pagina del sentimento germanico, che protegge con tanto amore le piccole creature. E così di seguito.

Anche a quelli che hanno poco tempo da spendere consiglio un mese di Scandinavia, e non abbiano rimorso di viaggiare in fretta. Sarà una doccia psichica, che rinfrescherà loro il sangue febbricitante.Che bella cosa riposare l’occhio, che nell’estate italiana trova tanti prati riarsi e brulli, riposarlo sopra pianure interminabili, verdi e fresche di prati, o farlo vagare tranquillo sulle dense foreste dei pini e delle betule! Che bella cosa è riposare l’orecchio nel silenzio di una società, che si muove, si diverte e lavora senza far chiasso! Qui anche nelle grandi città le campane non suonano, i cani non abbaiano, i venditori di giornali non gridano, i monelli non bestemmiano: tutto tace e riposa in una serena contemplazione della natura, e l’attività è anch’essa tranquilla e senza rumore. Silenzio per l’occhio, silenzio per l’orecchio, e silenzio anche per quell’altro senso, quintessenza di tutti e che ci innamora delle figlie di Eva. In Italia abbiamo troppe chiome nere, che schizzano scintille, come pelle elettrizzata d’un felino; abbiamo troppe pupille nere, nei cui abissi profondi si perde la pace serena della vita tranquilla.

Qui da Copenaghen in poi nuotate nel calmo lago delle chiome bionde (permettetemi l’innocente secentismo). Oh quanto biondo, oh quanti bellissimi biondi! Biondo di stoppa di lino e biondo di barbe dimais, biondo dichifele biondo di rame biondo, che al sole risplende come oro fuso e oro castagno, dalle mille ondulazioni di tinte intermedie;e poi sotto quelle cornici bionde tanto latte e tanti petali di rose del Bengala da sentirsi rinfrescati per tutta la vita e guariti dagli incendi delle chiome corvine e delle pupille profonde delle nostre donne.

Vi è qualcosa d’altro che rinfresca e riposa nel mondo femmineo della Scandinavia: la mancanza delle linee curve e del movimento serpentino. (I geografi me lo perdonino, ma etnologicamente e psicologicamente io chiamo scandinava anche la Danimarca). In Germania s’incomincia già a vedere, che gli uomini si muovono con un altro sistema di giunture e le donne, per non farli sfigurare, fanno lo stesso; ma in Scandinavia poi la linea curva del moto è assolutamente proibita in tutti i casi e in tutte le direzioni. Si cammina per angoli, si ride per angoli, ci si siede e ci si leva e si parla per angoli; e sono angoli acuti. Troverete la bellezza, la forza, la maestà, mille elementi estetici della figura umana; ma la grazia è assente e d’ignota dimora. Chi mi dà uno solo di quei movimenti flessuosi, che sono un poema di eleganza e di voluttà; chi mi dà la grazia delle razze greco-latine? Ma gli angoli hanno la loro virtù rinfrescante e calmante e se andate in Scandinavia, vi faranno un gran bene.

Prego però le nostre belle signore a non insuperbirsi troppo. Lassù vi è una coltura nelle lorosorelle, che sorprende davvero, ed è coltura seria, profonda, non vernice di copale e di similoro. A Stocolma ho potuto parlare italiano (immaginatevi con qual piacere) colla contessa Hamilton e colla signora Retzius, moglie di uno fra i più illustri antropologi; e quelle due signore parlavano benissimo anche il francese, il tedesco, l’inglese. Qui i professori più illustri hanno nelle loro compagne veri colleghi nel lavoro. Una di esse fa le fotografie, mentre il marito studia un paese o una razza; un’altra osserva al microscopio o dissecca gli insetti, perchè l’uomo l’ha fatta compagna dei suoi lavori come delle sue gioie; e anche in Italia conosco donne dalle chiome corvine e dalle pupille profonde, che potrebbero e saprebbero far ciò che ogni giorno fanno le loro sorelle scandinave.

A Copenaghen mi ha consolato un’altra cosa: il non vedere straccioni per le vie, e d’allora in poi non ne ho più veduti. Il monello sudicio e lacero non esiste, l’operaio mal lavato e con molte parti del suo vestito assenti, non si trova; ogni uomo e ogni donna hanno l’aspetto decente, pulito; si direbbe che il proletario non esiste o si nasconde. E poi l’uomo si rispetta molto e vuol esser rispettato; nelle botteghe si deve cavare il cappello; non si può fumare in moltissimi luoghi; vi è ungrand’ordine dappertutto. Si sente insomma di vivere in una società più sana di dentro e di fuori, che è attonata e vigorosa; non convulsa e stracca, che ora s’agita e ora s’accascia.

Nel parco di Frederikstoy ho veduto a Pentecoste passeggiare migliaia e migliaia di persone; un’onda di gente tranquilla e serena, che sorrideva, parlava poco e mostrava di divertirsi assai. Nel Tivoli poi son rimasto più di otto ore e ho studiato l’ingenuità beata di un popolo, che è felice, perchè si sente bene, e che non ha bisogno di innebbriarsi per godere della vita. L’ingenuità è virtù sparita da un pezzo nelle razze latine: nel Tivoli di Copenaghen ve n’era tanta da allagare tutta l’Italia. Quella brava gente si divertiva sulla slitta russa, si divertiva a tirar le boccie, si divertiva a romper le pipe con palle di legno, e un avviso a stampa invitava il pubblico ad ammirare lastraordinaria bellezza della fioritura dei tulipani.... Oh chi darà anche a noi un pochino di questa cara, di questasancta simplicitas?[1]

Ed ecco che io sto per chiudere la mia descrizione e non vi ho detto nulla di Copenaghen; ma il mio carattere ufficiale di antropologo mi fa studiare con più vivo amore gli uomini; e d’altronde aprite una guida e vi troverete la descrizione dei monumenti, dei musei, delle chiese.

La Danimarca ha eretto al suo Torwaldsen un vero tempio, dove si trovan riuniti in originale o in copia tutti quanti i suoi lavori. È un palazzo e una chiesa nello stesso tempo, dove potete ammirare tutti i frutti di uno dei più operosi artisti moderni.

L’Italia non ha saputo fare altrettanto per il suo Canova, per il suo Raffaello, per il suo Michelangelo; ma è anche vero, che i danesi non erano tanto ricchi di glorie dell’arte, e ogni nostra città è un museo e un tempio in una volta sola.

Il museo preistorico e il museo etnologico di Copenaghen sono i primi del mondo senza contrasto, ed io non ve ne potrei parlare leggermente, come non si può parlare che in segreto e a bassa voce della donna amata. Vi ho passate tante e tante ore da abbacinarmi gli occhi e da rendermi paralitiche le gambe. Steinhauer e Worsoe me ne fecero gli onori con quella grazia e con quella cortesia, che sono una virtù carissima di tutti gli scandinavi.

Da poco tempo nel bellissimo castello di Rosenborg si è fondato un terzo museo, che raccoglie i prodotti artistici e industriali dell’età moderna, e così voi senza uscire da Copenaghen, potete seguire l’evoluzione storica del lavoro umano dalle ciclopiche ascie di selce dei padri degli scani fino alle ultime chincaglierie del nostro secolo chincagliere.

Copenaghen è una città bella e severa. Qualche palazzo con architettura puramente greca, e tutte le case senza balconi; vie larghe e diritte; alberi dovunque.Ciclopismoe mancanza di gusto dappertutto.Tramvaysche sembrano torri,omnibusche paiono balene, e gente che cammina vestita in modo da farci credere, che i sarti non esistano in Danimarca e che i vestiti furon mandati a Copenaghen da un lontano paese per gente non mai veduta.

Da Götaborg a Stocolma ho attraversato la Svezia, seguendo la via dei laghi e trovando ad ogni momento insufficienti le parole ammirative del nostro dizionario e anche tutte le altre più mirobolanti del vocabolario tedesco, ad ammirare tutte le bellezze, che passavano dinanzi ai miei occhi innamorati:wunderschön, wundergross, wunderhübsch... In Scandinavia bisogna sapere il tedesco, e sulle coste della Norvegia conviene conoscere l’inglese per non vivere isolati in mezzo a un mondo che non intendiamo e che non ci intende. Pur troppo però anche il tedesco e l’inglese non servono che per parlare colle persone colte; nelle botteghe, col popolo minuto, cogli impiegati delle ferrovie ci vuole la lingua universale della mimica e quella ancor più eloquente del denaro e delle minaccie; i due poli entro i quali si muovono e si fanno muovere tante cose di questo mondo sublunare.

La mia ammirazione durò tre giorni e tre notti, e all’ultimo era talmente esaurita da potersi dir morta. I poveri nervi umani hanno anch’essi dei confini e la coppa della gioia ha pur troppo un fondo che si trova presto.

Consiglio itouristesdi non prendere il battello a vapore a Götaborg, ma di raggiungerlo colla ferrovia a Traulhettan, per poter visitar meglio e con maggior calma le incantevoli cascate del Gotaelo. Così ho fatto; e a piedi, assaporando voluttuosamente il morbido e fresco contatto dei muschi e delle borraccine, son passato d’una in altra cascata, sulla guida del vispo e biondo monello, che portava scritto sul suo berretto:Cicerone N. 12; unaparola italiana giunta fino nell’interno della Svezia e portata in capo del più caro e ingenuo ragazzetto, ch’io m’abbia visto. Altri undiciciceronigli eran compagni alla stazione, ma appena videro di non essere stati scelti a nostra guida, ci salutarono cortesemente, senza neppur lanciare al cielo una bestemmia o dare un pugno al fortunato rivale. Quanta differenza fra quei ciceroni numerizzati di Traulhettan e i nostri, che non portan numero sul berretto, ma che sono così spesso insolenti, brutali e insopportabili!

Chi ha veduto le cascate classiche della Svizzera troverà che queste della Svezia sono meno grandiose, ma in nessun luogo ne vedete in maggior numero e che si succedono con maggiore varietà. Qui il fiume si precipita d’un colpo da una grande altezza, circondando una rupe con una chiesuola e un po’ più in là raccoglie un getto di spuma per lanciarlo in un abisso nero, stretto e profondo; mentre a un mezzo chilometro di distanza le acque spumeggiando fanno fra le rupi tre o quattro salti, che si alternano con ondosi riposi, a guisa di un cavallo, che fremendo caracoleggi. Fanno cornice alle cascate colline gentili coperte di pini e fabbriche di carta di legno o casette romantiche, che fanno spuntare attraverso gli alberi un profilo civettuolo.

Passate la notte all’albergo di Traulhettan, tutto di legno e fragrante del simpatico profumo del pino e dei mazzi di fiori e dei ramoscelli di ginepro o di pino, che voi trovate sparsi nell’atrio delle case o raccolti in piattini messi per terra in ogni camera; uso svedese e norvegiano che è pieno di selvaggia poesia.

Al mattino seguente lasciate la terra e vi imbarcate nelBaltzan von Platen, vapore che rassomiglia in tutto a un grosso cetaceo, ma che porta un nome illustre, quello dell’uomo, che, con ferrea pertinacia, ha dato alla Svezia una delle vie acquatiche più lunghe e più meravigliose che si conoscano. Non povertà del paese, non avarizia di ministri, non capricci di parlamento poterono farlo recedere dal suo proposito; e oggi coi sistemi di conche, che si succedono le une alle altre, quasi gradini di una scala gigantesca, centinaia di canali serpentini allacciano tutto un sistema di laghi naturali; per cui ferro, legname e passeggeri si muovono da Götaborg a Stocolma, riunendo due mari e due coste in fraterno amplesso. Il povero Platen moriva pochi anni prima che la sua gigantesca impresa fosse ultimata, ma moriva felice di saperla ormai assicurata per sempre. Non volle grandiosi monumenti: egli dorme l’ultimo sonno sulle rivedel suo canale presso Motala, all’ombra di betule gigantesche, ed io gli ho cavato il cappello, trovando che aveva scelto a se stesso la più grande e la più poetica delle tombe. L’uomo che dorme al piede della sua opera, deve dormire il più dolce e il più glorioso dei sonni.

Attraverso le conche stupende della Scozia ho ricordato il nostro grande Leonardo e le lontane glorie del mio paese. Come appassionato amante delle bellezze naturali son rimasto estatico cento volte, vedendo da lungi le navi gigantesche, che innalzavano i loro alberi al disopra dei pini, vedendo coi miei occhi avverato il sogno di un battello incantato, che si muove fra le foreste e in cima dei monti. È poi davvero incredibile la somma abilità con cui quei marinari infilano i loro piroscafi e le loro grosse navi in quelle conche, scendendo e montando senz’urti, senza scosse e senza il menomo accidente. Anche il timoniere deve essere abilissimo, perchè ad ogni momento il canale si piega, e si ripiega, come un serpente, seguendo i capricci del bosco e del piano, accarezzando le rive per baciarne i fiori, non già per fare avarie alla nave.

A Venersborg il canale si apre a un tratto nel lago di Vener, il più grande della Svezia, il terzodi tutta l’Europa. Basterà dirvi che ha una superficie di 5,215 chilometri quadrati, una lunghezza di 150 e una larghezza di 75 chilometri. È insomma un vero mare, che ha infatti le sue procelle e i suoi naufragi, ma che io ho trovato tranquillo e carezzevole, coperto da un magnifico cielo azzurro, intorno a cui faceva bella corona un’aureola di nubi bianche con forme quasi meridionali. Dopo aver serpeggiato fra i pini e aver navigato sui monti, quel gran lago silenzioso e calmo produceva in me una sensazione nuova, profonda, che mi rammentava le vicende della vita, che si alternano con quadri così variati.

Finito il lago, rientrate nel canale, e fra l’una e l’altra conca potete scendere e passeggiare lungo le sue sponde, pestando un tappeto morbidissimo di fiori, quasi foste in un parco principesco. Ed è un parco, che è lungo quasi tre giorni di viaggio, e che vi innamora colle sue fresche ombre, coi suoi licheni scintillanti di rugiada, col velluto dei suoi muschi. Ad ogni stazione del vapore bionde ragazzine dal musino sempre pulito, vengono ad offrirvi mazzolini di mughetti, di narcisi, di lilla, e ve li presentano senza parlare, senza insistere, accontentandosi di un soldo, magari di nulla. Come erano belle e carine nel loro silenzio! Mi pareva che fosse la natura stessa, che ci offrisse quei fioriper mezzo di piccole ninfe, che non erano di questo mondo.

Dopo un lungo giro di canali, attraversate un altro lago, quello di Vetter, azzurro come lo zaffiro, e poi altri fiumi e canali senza fine.

Il sole tramonta dopo le nove, in un cielo che fiammeggia fra la porpora e le perle. Nel morbido contorno delle colline lontane un mulino a vento gigantesco, fermo anch’esso in tanto silenzio, riposa l’occhio, e sembra una croce che pianga la morte del sole. I villaggi dalle case porporine di legno dormono anch’essi, e le betule tremolanti muovono appena le loro eleganti foglioline e senza far rumore.

Durante la notte, colla luna che fa all’amore con una luce di sole, che qui e in questa stagione non muore mai, vi sono punti nei quali il nostro battello si fa strada fra i rami delle betule e dei pini, e noi possiamo dal cassero accarezzare le piante.

Alla mattina, passate per Motala, città delle grandi officine, e per una gradinata di conche, scendete nel lago Boven, grazioso, gentile; un vero amore, uno specchio trasparente, nel quale il cielo si guarda civettuolo, e vi si riproduce colle sue nubi bianche. Le coste sono tutte flessuose, tondeggianti,fin voluttuose, con ondulazioni molli di corpo di donna; pubescenti di abeti e di betule.

In una delle più belle colline si nasconde pudica fra gli alberi una villa forata a giorno, e il fortunato mortale che la possiede, nell’atrio della sua casa può vedere in una volta sola due laghi, perchè il Boven, girando intorno ad una penisola, si raddoppia, moltiplicando all’infinito le sue bellezze. La temperatura dell’aria è tiepida e fresca nello stesso tempo, e mi sembra la carezza d’un uomo burbero, che riesce tanto più simpatica quanto più è rara.

Poi passate Husbyfiöl e il lago di Jocksen, posto fra collinette ondulate, lillipuziane, con villaggi sparsi e ville bianche e nere, basse, adagiate in prati molli e fra cornici di pini, e che ti sembrano fatte per nascondervi le delizie segrete di un lungo amore.

Passato Norskolm, il canale corre parallelo a un fiume che si vede dall’alto, e che nella moltiforme varietà delle sue rive si svolge dinanzi ai vostri occhi come un nastro magico. E la corsa fantastica continua, e voi dai laghi, dai canali, dai fiumi entrate di notte nel Baltico, senza accorgervene, e di nuovo per un canale ripassate in un lago, quello di Melarn, che vi condurrà fino a Stocolma.E voi la vedete seria, là nel fondo dei pini, colle sue alte cupole e il suo campanile sforato di ferro nero nero, e acuto come una spada.

O amanti fortunati, che volete un nido fresco e tranquillo per godervi il vostro primo amore, andate nella verde Svezia, e baciatevi sulle rive di quei laghi che mi hanno innamorato.

Stocolma è una bella città, severa e grande, e le fanno cornice alcune foreste così profonde, così verdi, così alte da far diventar druido chiunque passeggi sotto le vôlte di quelle betule gigantesche e di quelle quercie, che contano i secoli come noi contiamo gli anni. Chi ha confrontato Stocolma a Venezia non ha visto Stocolma o non è mai andato a Venezia, o, meglio, non ha veduto alcuna di queste città. La capitale della Svezia è posta sull’acqua e circondata dall’acqua; ma non ha il silenzio misterioso dei canali veneziani, non ha i marciapiedi di mezza città cambiati in acqua, non ha la gondola; infine non è un luogo che ti fa dire:Qui non si può che cospirare o fare all’amore.Stocolma è posta sulle rive del lago Målar e sopraun’isola che si adagia sulla sua imboccatura nel mare e l’acqua s’intreccia colla terra in amplesso amoroso; per cui in nessun altro luogo si sente più vivo il bisogno di avere unyachtelegante per muoversi in quel labirinto di acque salse e di acque dolci, di foreste e di ville.

La città è dominata dall’imponente palazzo reale, che innalza le sue mura colossali con pareti di 130 e 137 metri. Di faccia vedete un altro palazzo, che non è fatto per i re, ma percomfortdei viaggiatori; è il Grand-Hôtel, uno dei più belli che abbia veduto in tutta Europa e che domina colla sua posizione il più bel panorama di Stocolma. Tanto qui come in Danimarca vedete alternarsi la pura architettura greca colla scandinava. Parrebbe in teoria che, messe l’una accanto all’altra, dovessero dare una nota stridente di disarmonia, ma le affratella una certa maestà severa, che viene dalla semplicità delle linee. Tutto può passare in architettura, purchè rappresenti un’idea; nulla più mi ripugna del pasticcio, dell’invasione delle chincaglierie e fin delle confetterie nei sacri dominii di quell’arte suprema, a cui dovrebbero attingere ispirazione e guida tutte le altre.

Il palazzo delle Belle Arti, o Museo nazionale, è uno splendido edifizio di architettura venezianadel rinascimento, e noi vorremmo vedere così splendidamente alloggiati i nostri capolavori. Sgraziatamente a Stocolma il contenuto è meno importante del contenente. Nell’atrio vi accorgete subito di essere in Scandinavia, ammirando le tre statue colossali fatte dal Fogelberg, di Odino, Thor e Balder. Al primo piano troverete molti disegni del Dürn, e alcune statue di Sergel, di Byström, di Göthe, di Fogelberg e Quarnström, che non si vergognano troppo di vedersi accanto all’Endimione dormiente, quello stesso che fu trovato nel 1783 nelle rovine della Villa d’Adriano. Come cosa curiosa, non lasciate di guardare una Venere Callipigia, che il re Gustavo III fece fare da Sergel, mettendovi la testa della contessa di Höpken, per vendetta dell’opposizione, che questa dama dell’alta aristocrazia moveva alla Corte.

Stocolma ha anche un museo preistorico dedicato solo alla Svezia, un museo etnologico ricco specialmente in oggetti delle razze iperboree, e un museo antropologico, che è storicamente il padre di tutti i musei antropologici del mondo, essendo stato fondato dal grande Retzius, creatore della craniologia moderna e padre di uno dei più illustri scienziati che abbia oggi la Svezia. Il figlio è professore d’istologia nell’Università e con Kei ha fatto scoperteimportantissime sulla fine struttura del sistema nervoso. In questi giorni ha pubblicato un’opera gigantesca sull’etnologia e la craniologia dei finni e che non sarà messa in commercio essendo stata tirata a soli 200 esemplari; ma di questi una dozzina almeno è destinata all’Italia, che Retzius e la sua signora adorano tanto, da aver convertito la loro casa ospitale in un piccolo tempio dell’arte italiana. Mobili, sculture, acquerelli, incisioni, vasi, tutto è italiano, e belle piante del tropico, facendo corona a quei gioielli artistici, ti fanno del tutto dimenticare che tu sei su terra scandinava. Ora Retzius si sta occupando dell’istologia comparata dell’orecchio nei batraci, nelle salamandre e nei pesci, e le sue prime scoperte sono già molto importanti, portando nuovi e preziosi materiali alla scienza darwiniana.

Per non parlare che dei miei studii, quanti grandi scienziati non ha oggi la Svezia; e il Loven, l’Illebrand padre a figlio, l’Axel Kei, il Montelius, il Van Düben, lo Stolpe e tanti altri, stanno a dimostrarci che le terra che ci ha dato Linneo e Berzelius, continua ad esser feconda di grandi uomini, che aprono orizzonti nuovi nel campo della natura.

La fisonomia degli svedesi è caratteristica. Nel basso popolo tu vedi non rare le facce a tipo finnico,direi quasi lapponico; sono quadrate, larghissime con naso piccolo, bocca grande. Nella classe alta vedi invece la fisonomia germanica o meglioscanica. In generale è gente grassa, bionda, robusta e rubizza, che esprime la forza e la bonomia; occhi grigi o azzurri, non grandi. Allegri, senzagrazia rotondanei loro movimenti. Tutto è in essi angoloso; salutano inchinandosi, a guisa di compasso che si chiuda, o abbassano e innalzano il cappello più volte come macchine. Cortesi, ospitali, ti offrono mazzolini di fiori ad ogni momento.

Fu detto che gli svedesi sono i francesi del nord, ma ciò fu detto anche dei russi e queste frasi ad effetto sono quasi sempre deilieux communs, che ci risparmiano le osservazioni fine e profonde. Un carattere umano è cosa che non si definisce con una frase.

Fu anche detto, che i costumi sono piuttostofacilinella Svezia, e qualche statistica proverebbe che Stocolma è, dopo Monaco, la città che dà in Europa il maggior numero di figli illegittimi. Io vorrei ancora mantenere aperta la questione, perchè ho veduto molto contegnoso il riserbo nelle figlie d’Eva d’ogni classe, e non ho trovato le etarie, che in tante altre città portano in giro le loro provocazioni impertinenti.

Nella Svezia ho trovato assai accentuata una tendenza democratica nelle classi medie e più ancora fra gli uomini di lettere e di scienza. Mentre in Danimarca un nastro all’occhiello fa felici tanti mortali, nella Svezia nessuno porta il nastro e conosco molti professori dell’Università che lo hanno rifiutato. Il Nordenskjöld, il grande esploratore del polo, che si aspetta da un giorno all’altro col bottino glorioso delle sue intraprese, ebbe una volta una lezione dal re. Questi gli aveva conferito non so qual ordine e il Nordenskjöld l’aveva rifiutato. Il grande scienziato alla sua volta offerse al re una magnifica pelliccia portata dal suo viaggio, e Oscar l’accettò, dicendogli: «Tu sei più superbo di me; io ho accettato il tuo dono, tu hai rifiutato il mio.»

Il partitopietistaè nella Svezia moltoremuant, ed è combattuto con molta vivacità dalle classi medie e dagli scienziati. L’istruzione popolare è coltivata con immenso amore, e le signore più distinte di Stocolma vi dedicano il meglio del loro tempo e del loro danaro.

Ho avuto il piacere di essere invitato ad un pranzo, in cui il Retzius, con squisita cortesia, volle circondarmi degli antropologi e fisiologi più illustri della capitale. Più schietta, più larga, più splendida ospitalità io non aveva mai veduto. Un pranzoin Svezia è qualche cosa di originale, di grande, che rammenta il medio evo nelle sue più belle forme. Innanzi tutto vi vedete schierati in tavola almeno dodici o venti piattini, nei quali la terra e il mare vi offrono i loro tesori più pizzicanti e appetitosi; lingua di bue e uova di merluzzo, aringhe della Norvegia e anguille marinate, salame crudo e prosciutto. Si pizzica qua e là e poi si beve un bicchierino d’acquavite, che potete scegliere profumata in tre o quattro maniere. Poi viene la zuppa, che può essere di tartarughe o di gamberi di acqua dolce o anche d’ortiche. Tengon dietro i grandi pesci di mare o di fiume, il cervo o il bove e i fagiani della foresta; gelati, crema balsamica; i vini di tutti i popoli della terra che hanno una vigna. Il Retzius con delicata premura aveva messo in tavola anche il fiasco del Chianti e il moscato di Gerace. Ed ogni volta che il padrone di casa beveva, m’invitava a bevere con lui, facendomi sempre un nuovo augurio. Ed io beveva e ringraziava; mentre tutti i commensali dirigevano verso di me i loro bicchieri con grazia affettuosa. Sempre che si beve, si invita qualcuno all’amichevole augurio e questo si chiamaskole. Circolò anche a metà del pranzo la maestosaOlbolle, immensa tazza di legno dipinto, piena di birra, e tutti bevetteronello stesso nappo fraternamente. Dopo il pranzo ognuno va a stringere la mano al padrone e alla padrona, ringraziandoli. Sono usi patriarcali, pieni di un profumo di antica cavalleria, che ci riportano a un tempo, in cui non si arrossiva di esprimere quel che si sente, per poi imparare con sottilissima ipocrisia ad esprimere quello che non si sente. Benedetti i paesi, nei qualiprogressonon vuol dire cancellare tutte le memorie del passato e vergognarsi di aver avuto degli antenati.

Cristiania è una delle città più originali di Europa, e solo qua e là ti ricorda qualche lineamento della Scozia e dell’Olanda. Essa è in ordine di tempo la terza capitale della Norvegia. Toccò all’antica Nidaros (oggi Trondhjem) l’onore di essere la prima fino al 1397, quando Margherita, regina dì Danimarca, che fu chiamata la Semiramide del Nord, univa sul suo capo e tramandava ai suoi successori le tre corone di Danimarca, di Svezia e di Norvegia. Dopo il 1397 divenne capitale la città di Opslo, fondata verso l’anno 1100, ma nel secoloXVIIfu totalmente distrutta da un incendio.Fu allora che Cristiano IV, re di Danimarca, edificò nel 1624 una nuova città, che dal suo nome fu detta Cristiania.

Nel centro della città avete alcune vie molto larghe e dirette, dove le case si appoggiano le une alle altre come in tutte le città del mondo, ma fuori di lì, senza strozzatura di mura nè tirannia di regolamenti urbani, Cristiania si muove a suo capriccio nel piano, sui colli e lungo ilfiord, seminando di ville un largo giro di terreno. Son case isolate, tutte o quasi tutte di legno, ora candide come il marmo, ora bianche e nere, ora gialliccie, coperte di piante arrampicanti, che fanno lieta ghirlanda alle scale esteriori, al balcone e allavarandae che si nascondono pudicamente fra boschetti di lilla, violetti e bianchi, che in questa stagione mostrano una profusione incredibile di fiori di un raro splendore. Dalla maggior parte di queste ville si gode una vista bellissima sul mare lontano, sui colli e sulla città.

Fra gli edifizi più rimarchevoli di Cristiania ho notato il palazzo reale, imponente e bello che domina l’intiera città, circondato da un gran parco, dove passeggiano i pacifici norvegiani, trovando sotto la frescura degli alberi anche botteghine democratiche, dove bevete dell’acqua di Seltz percinque centesimi e vi è servita quasi sempre da una bionda e giovane figlia di Thor.

Sotto il castello (che così si chiama il palazzo reale) trovate l’Università, fondata solo nel 1811 e che è divisa in varii edifizi. Uno di essi è laDomus Academica, destinato alle lezioni di teologia, di diritto, di lettere e di filosofia, e dove hanno sede il gabinetto numismatico e il gabinetto delle antichità norvegiane. Nell’edifizio centrale hanno loro stanza la facoltà di medicina coi suoi laboratorii e i musei di storia naturale; mentre un terzo edifizio, parallelo al secondo, non contiene che la biblioteca, ricca di circa 200,000 volumi.

Il professore Roeg mi fece da cicerone nel museo preistorico e archeologico, dove non si trovano che cose norvegiane, che sono del resto molto rassomiglianti alle svedesi. Anche qui manca affatto l’epoca paleolitica che la Norvegia non ebbe mai. Il giovane Nielsen mi fu guida cortese nella corsa che feci nel museo etnografico moderno, che è giovane di età, ma già molto ricco, specialmente in oggetti della Lapponia e della Groenlandia. Vi sono anche molte e buone cose della Polinesia, della Nuova Zelanda e moltissime della China e del Giappone. Il Nielsen è l’autore della miglior guida per la Svezia e la Norvegia, guida che ha il meritoraro di essere scritta in lingua tedesca e non in danese[2].

LoStorthingshaus, o edifizio del parlamento, è più originale che bello, ma ha una fisonomia severa, del tutto medioevale.

Tutta la città coi suoi palazzi, colle sue chiese è però un nulla in confronto dei suoi dintorni, che formano un parco gigantesco, in cui potrebbe muoversi ed anche nascondersi tutta la popolazione di Parigi o di Londra. Vale la pena di venire in Norvegia anche soltanto per ammirare lo splendido panorama, che si gode dall’alto della torre di Oscar’s Hall, villa dei re di Svezia, posta sulla riva opposta a quella su cui è edificata la città di Cristiania. Quel castello, tutto bianco come la neve, innalza le sue torri merlate sopra un oceano di smeraldi, dove vi sembra di nuotare in mezzo a tutte le gradazioni infinite del verde. In fondo ilfiord, che è lago, mare e fiume in una volta, colle sue grandi isole; di faccia, la città colla massa imponente del palazzo reale e la gran cupola della chiesa della Trinità.

Tutto all’intorno colline, piani ondulati, monti,prati e ville e villaggi e gruppi di betule, che riposano sopra tappeti molli, smaltati di fiori, o un ondeggiare di ombre e di luci argentine in mezzo ad un silenzio di uomini e di cose, che nei nostri paesi del mezzodì ci è affatto sconosciuto. Mai come al castello di Oscar’s Hall io ho provato l’ebbrezza del verde, del verde fresco, infinito, che riposa e calma i nervi irritati dal nostro cielo caldo e azzurro.

Ho veduto molte terre e molti mari, ma io credo di poter mettere accanto ai divini panorami di Rio Janeiro e di Napoli quello di Cristiania veduta da Oscar’s Hall. Il golfo di Rio è la ricchezza feconda, inesausta, del cielo tropicale; Napoli è uno dei più bei quadri della natura mediterranea; Oscar’s Hall è il quadro più fresco delle verdi bellezze del nord. Nè questo è il solo paesaggio divino, che si può ammirare nei dintorni di Cristiania. Sono salito anche sul colle, dove è posto il grande serbatoio d’acqua dolce per spegnere gli incendi, e ho veduto anche lì profili nuovi e nuove bellezze nel contorno dei monti e dei colli e nell’argentino bagliore delfiordnorvegiano, che mi stava ai piedi. Quel serbatoio, quell’acqua e l’apparato dei pompieri mi sembrarono però una grande ironia, perchè proprio in quel momento stesso, in cui mi godeva quello stupendo panorama, bruciavano cinquantacase di legno in Cristiania, senza che si potessero salvare che i camini, che erano di calce e di mattoni.

Nessuno però si inquietava molto per quella sventura, dacchè non si aveva alcuna vittima. I norvegiani sono calmi, sereni, pazienti, come gente che campa molto e che non si affretta mai.Straksvuol dire sul dizionariosubito; ma quando un norvegiano vi dicestraks, sia pur egli un cameriere o un negoziante, un cocchiere o un medico, traducete pure:mezz’ora.

Un altro carattere del norvegiano è l’indipendenza e l’autonomia dell’individuo. Voi arrivate ad una stazione, dove si deve far colazione o pranzare e voi vi sedete allatable d’hôte, aspettando di esser servito. Potreste aspettare fino al giorno del giudizio universale: voi dovete alzarvi, prendervi cucchiaio o forchetta e servirvi da voi, scegliendo fra i molti piatti, che vedete schierati sopra un tavolo centrale. Così avviene quando in unacariolegiungete ad una casa di posta. Prendete pure la vostra valigia, slegatela e portatela al nuovo veicolo o all’albergo. Essa è piccina e il viaggiatore deve avere la forza di portarla da sè. Io non ho mai guidato un cavallo in vita mia, ma qui mi son visto mettere in mano le redini e da me solo ho dovutoguidare la miacariolelungo gli abissi, per vie impossibili, su ponti rotti, e vi assicuro che lostruggle for lifemi ha fatto diventare in due giorni un famosobaroccinaio.

Fuori dell’unica ferrovia che va da Cristiania a Trondhjem, la Norvegia non ha altro mezzo di locomozione oltre le gambe di ogni bipede implume che lacariole; e vi posso dire, che, all’infuori dei suoi pericoli, ha molta seduzione. Figuratevi un guscio di noce, nel quale un olandese non potrebbe far capire la parte molle e posteriore del suo corpo, ma dove ogni altro abitante d’Europa deve adagiare la suddetta, mentre poi non sapete sulle prime dove collocare tutto il resto del vostro corpo. Ben presto però imparate che testa, collo, tronco, braccia e gambe devono restare in aria e che vi si concedono due staffe di ferro per appoggiarvi i vostri piedi. Seduto così in aria e tenuto al disopra della terra da due grandi ruote, avete in mano due redini, colle quali dovete trasmettere i vostri desiderii al cavallo, che rapidamente e quasi sempre senza bisogno di frusta vi trasporta per strade senza pilastrini e dove la menoma distrazione degli occhi o delle mani vi precipiterebbe in uno dei bellissimi torrenti della Norvegia o per lo meno in una torbiera o in un prato. Vi assicuro però, che quandoavete scontate le prime paure della vostra inesperienza, voi provate una vera ebbrezza di movimento in quella locomozione semiaerea e originalissima.

Frederika Bremer, scrittrice molto popolare della Svezia, ha fatto conoscere nei suoi romanzi, a tutta Europa, le feste che si fanno in Scandinavia per festeggiare nel giorno di San Giovanni la levata del sole a mezzanotte. Itouristesvolgari leggono nelle loro guide che questo fenomeno è curioso, è interessante; e partono da Londra, da Dublino, da Vienna, per portarsi a Bodö. E là sulle prime frontiere del circolo artico otto volte su dieci accade che il cielo è coperto dalle nuvole e il sole non si può vedere nè di mezzanotte, nè di mezzogiorno. Nel caso fortunato, in cui l’astro maggiore voglia essere cortese, itouristesanzidetti cavano dal baule la loro lente biconvessa comperataad hoce concentrando i raggi del sole di mezzanotte sopra un punto qualunque del loro cappello o del loro soprabito, serbano eterna memoria di una puerilità umana e di una delle più grandi scene della natura.

E l’ho veduta anch’io quella scena e me ne sono sentito profondamente commosso; tanto che cavaifuori penna e calamaio e scrissi nel mio giornale la data memorabile, dirigendo il pensiero ai miei cari, che avrei voluto chiamare testimoni del grandioso fenomeno. Humboldt, uno degli uomini che più di ogni altro ha adorato la natura con intelletto d’amore, lasciò scritto, che quando il viaggiatore giunge nell’emisfero australe e si accorge che fin le stelle che brillano sul suo capo sono diverse da quelle che ha ammirato dalla sua infanzia, sente più profonda che mai la distanza dalla patria lontana. Questo stesso fatto si verifica, e con maggiore intensità, quando, giungendo nel circolo artico, si trova abolita la notte e scomparse per giorni e settimane le tenebre.

Io era in mare, quando con un cielo serenissimo salutai per la prima volta l’alba della mezzanotte. Aveva passato di poco l’isola pittoresca di Torghatten e navigava in quel labirinto insuperabile di monti nevosi, di colli, di isole, di canali e di coste frastagliate, che formano una delle scene più originali di questo nostro mondo sublunare. Il cono di Torghatten si disegnava grande e isolato in un campo di opale dell’Ungheria, richiamandomi alla mente ilPan de Azucar, che sta all’entrata della baia di Rio de Janeiro. Era quasi la mezzanotte e del sole non rimaneva sull’orizzonte che un piccollembo falcato, unapepitad’oro senza raggi, perchè la refrazione dell’atmosfera marina ci dava l’immagine di un sole che era già scomparso per pochi istanti. Da quel punto irradiava una luce d’argento dorato, che illuminava ogni cosa, come si fosse veduta attraverso un topazzo del Brasile. Tutti si domandavano, se quell’arco d’oro fosse di sole morente o di sole nascente. Era l’uno e l’altro insieme, o piuttosto nè l’uno nè l’altro: era un fantasma del nostro padre massimo, del pontefice supremo della vita planetaria, che si faceva rappresentare da una larva, mentre era andato a riposare per pochi istanti. Qualche nubecola crepuscolare riposava l’occhio in tanta allegrezza di luce, quando ad un tratto i monti nevosi a mezzodì si fecero color di rosa; poi quel sorriso innamorato scese giù giù, accarezzando le betule tremolanti, i licheni policromi, finchè tutto il mare fu preso da un fremito di vita al primo bacio del sole nascente e dorò le sue onde di zaffiro con uno splendore di armatura brunita.

Dopo una breve pausa, il sole riuniva in una bellezza sola due crepuscoli, quasi due sospiri di un amore stanco di voluttà e d’un altro amore che ricomincia con desiderio nuovo. Un silenzio infinito avvolgeva uomini e cose, quasi tutto volesse salutarerispettosamente quella grande scena della natura, immagine di una vita ideale, in cui il riposo non è che un mutar di lavoro e la luce regna sempiterna e feconda.

Ahimè! tutto ciò che è grande e sublime dura poco; e quando ogni giorno da un pezzo voi vedete il sole per ventiquattr’ore di seguito, incominciate a desiderare le tenebre amiche, che ci riposano gli occhi e i nervi e il cuore, e colle loro ombre pietose coprono tante miserie e tante brutture. Noi, uomini di zona temperata, fin dall’infanzia siamo cresciuti in questa alterna vicenda di luce e di tenebre, e così come il sole ci invita al lavoro e alla gioia col primo raggio dell’alba, così ci riposa e ci addormenta col primo velo di tenebre, con cui ricopre i cieli. L’ombra è il riposo della luce, così come il sonno è l’ombra della vita, e la luce non ha valore senza le tenebre, come senza il riposo ogni forza si consuma. Qui invece, dove mi trovo, la luce ti perseguita sempre, e le case piene di finestre, senza persiane, senza imposte, ti imbevono di sole ogni ora, ogni minuto del giorno e della notte; ed io mi guardo più di una volta per vedere, se mai non fossi diventato trasparente, come un cristallo di rocca. Il sonno scompare e col sonno la pace dei nervi. E chi andrebbe a letto quandoil sole fiammeggia nell’orizzonte? E quando ti svegli di notte e ti vedi circondato di luce, ti siedi a soprassalto, credendoti in ritardo e svegliato di pieno mezzogiorno. La luce sempiterna può essere un tormento del troppo, come le tenebre sono una tortura del nulla, e l’estrema Lapponia è nell’estate pessimo clima anche per la sovraeccitazione continua dell’attività nervosa.

Tutta questa trasposizione di luce ha però quadri secondari di singolare bellezza. Ad esempio, tu passeggi per le vie solitarie di un villaggio o di una piccola città: le botteghe attraverso i vetri senza imposte lascian vedere le loro merci, le case mostrano i loro vasi di fiori; tutta la vita intima dell’umana famiglia (di una famiglia senza ladri e senza assassini) si lascia vedere in una nudità pura come l’innocenza.

Eppure per quelle vie non si vede anima viva, e la luce silenziosa e trasparente passeggia sola in un mondo abbandonato dagli uomini. Rumore e luce sono per noi compagni fedeli; qui nelle notti della Norvegia trovi il silenzio e la luce, che sembrano abbandonarsi ai misteri di un amore nuovo, di un amore che si direbbe incestuoso.

Io dovrei descrivervi ora le mille e una bellezze delle coste occidentali della Norvegia, ma chi mipuò prestare la magica tavolozza del mio grande De Amicis? Dovrei dirvi di avere ammirato per la prima volta una Svizzera in mezzo al mare, e di aver veduta una nuova e singolare armonia di cose, che sogliono essere disgiunte, quali i ghiacciai che vanno a toccare l’onda azzurra, e le navi che toccano coi loro fianchi i monti coperti di prati alpini. E sono catene di monti che ti accompagnano per giorni e giorni, che si accavallano, che si intrecciano, quasi ti volessero sbarrar la via, e poi ti aprono una porticina, e il tuo sguardo di nuovo penetra in altri fiumi di mare, in altri labirinti di isole, in altri dirupi di roccie scoscese, lacerate dai ghiacci secolari, dalle bufere, dalle valanghe, dai venti, da tutti gli agitatori massimi della natura.

Una fanciulletta, che va colle forbici capricciose ritagliando in un foglio di carta seni e merletti, non potrebbe superare ciò che ha fatto la natura, frastagliando ifiordsdella Norvegia e facendo penetrare il mare in seni di pochi metri o in labirinti di centinaia di chilometri, che sembrano portare la circolazione capillare della vita fin nei più interni recessi del continente.

Mancano a quasi tutti i monti della costa e delle isole della Norvegia occidentale le foreste delle nostre Alpi, ma non mancano però i piccoli quadri pittoreschidella vita umana e della vita animale. Dopo un lungo deserto di scheletri di monti, in un piccolo seno della costa vedi un prato verdeggiante e un boschetto di betule, e lì annidato un villaggio di legno con cinque o sei case, e all’intorno piccole torricelle di merluzzo che seccano al sole, e vedi biondi e rosei fanciulletti e giovani splendenti di salute folleggiare per i prati. Così su qualche scoglio nero come il carbone trovi casette artificiali di pietra apprestate dall’uomo all’eyderche vi annida, preparando ai suoi figliuoli un letto di mollissime piume, che appresterà più tardi voluttà orientali ai molli fianchi delle nostre ricche signore. Quelle anitre norvegiane si sentono così protette dall’uomo, che non si lasciano sgomentare dalla sua presenza, e perfino si lasciano accarezzare dalle nostre mani. Dove una regione è dichiaratavogel-vere, significa che quel luogo è sacro, che lì annidano glieyder, una delle ricchezze norvegiane, e che per qualche miglio all’intorno è proibito tirare un colpo di fucile, per non spaventare quelle anitre polari. E qui le leggi si ubbidiscono assai più che tra noi, senza bisogno dipolicemeno diquesturini.


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