CAPITOLO QUINTO
STORIA NATURALE DEI LAPPONI — LORO NUMERO E LORO NOME — RITRATTO DEI LAPPONI FATTO DA UN POETA E DA UN PRETE — ABITUDINI E COSTUMI — LE SLITTE, LE CAPANNE E LA VITA NOMADE — LORO PSICOLOGIA — LE NOZZE E I FUNERALI — ORGANISMO SOCIALE ED ECONOMIA POLITICA — LORO INDUSTRIA — ORIGINE DEI LAPPONI.
STORIA NATURALE DEI LAPPONI — LORO NUMERO E LORO NOME — RITRATTO DEI LAPPONI FATTO DA UN POETA E DA UN PRETE — ABITUDINI E COSTUMI — LE SLITTE, LE CAPANNE E LA VITA NOMADE — LORO PSICOLOGIA — LE NOZZE E I FUNERALI — ORGANISMO SOCIALE ED ECONOMIA POLITICA — LORO INDUSTRIA — ORIGINE DEI LAPPONI.
Che cosa sono dunque questi lapponi? Qual posto dobbiamo assegnare nella gerarchia dell’intelligenza e del sentimento a questi nostri fratelli geografici, che sono così poco europei e sono così diversi da noi? Incominciamo dalla parte più facile, contiamoli: l’aritmetica sarà sempre l’alfabeto della scienza e la base più sicura per appoggiarvi l’edifizio delle nostre cognizioni.
Frijs e Rèclus sono i due autori più attendibili per ciò che si riferisce al censimento dei lapponi. Il dottissimo professore di Cristiania ci dice che son poco meno di 30,000, sparsi sopra una superficiedi 10,000 miglia quadrate norvegiane[6]. La Norvegia ne conta 17,178 di sangue puro e 1,900 incrociati; la Svezia 7,248; la Finlandia 1,200; la Russia 2,000.
La statistica del Rèclus è più recente. Egli ne calcola il numero a 30,000 così distribuiti:
A questo censimento è necessario contrapporre quello delle renne, animale così intimamente collegato al lappone e senza di cui questa varietà del genereHomosparirebbe senza dubbio.
Secondo Rèclus i lapponi, invece di scomparire, crescerebbero di numero, specialmente in Norvegia. Secondo le liste di imposizione fatte nel 1567,nel 1799 e nel 1815, i nomadi sarebbero triplicati in tre secoli, e nella sola Norvegia settuplicati.
Von Buch dà per il 1799 queste cifre:
Ma ognuno sarà del mio parere, che quando si rimonta a statistiche così antiche, le cifre non sono che pie intenzioni di un’esattezza impossibile, specialmente quando si tratta di un popolo nomade.
Ed ora che son contati, battezziamoli: anche nella storia naturale è questo il primo sacramento che si deve imporre ad ogni creatura viva. I lapponi chiamano se stessi col nome disalmeosame(pluralesamek). Il nome con cui noi li chiamiamo fu dato loro dai finlandesi, che li dicevanolappalainen(pluralelappalaiset). Questa parola deriva probabilmente dal finlandeselappaa, che vuol direavanti e indietro(dalle loro abitudini vagabonde). I norvegiani, e più specialmente quelli del nord, li chiamano col nome difinner, battesimo falso, nato dalla confusione di due razze diverse, benchè strette fra loro con vincoli di remota parentela.
I lapponi si distinguono infieldlappeno lapponi di campo efisklappeno lapponi pescatori. Questi,che in lingua lappone si diconojaure-kadde-sameh, costituiscono tutto quanto il gruppo che si trova in Russia, mentre nella Svezia non son che pochi e per lo più costituiti da nomadi impoveriti, che, avendo perduto le loro renne, hanno cercato nel mare il pane, che negava loro la terra. Alcuni autori distinguono anche i lapponi innomadiefissi, ma è una classificazione arbitraria e molto artificiale, dacchè nomadi sempre per natura e per antiche tradizioni, possono per eccezione fissarsi per alcuni anni in un porto, per ritornare poi alla vita vagabonda, appena il terreno non dia sufficiente pascolo alle loro renne.
Anche le divisioni geografiche, benchè traggano seco differenze di dialetto, non mutano però essenzialmente la pronuncia e il carattere dei lapponi, che possono essere studiati tutti insieme, come uno dei gruppi più naturali e più omogenei della grande famiglia umana. E diciamoomogenei, perchè l’incrociamento dei lapponi coi finni è un fatto raro; rarissimo quello cogli scandinavi.
Ed ora che li abbiamo contati e battezzati, guardiamoli in faccia per vedere quanta parte di essi sia in noi e quanta parte di noi si ravvisi in essi.
Heine ce n’ha dato un ritratto umoristico in alcuni versi famosi, dove però l’umorismo si associaal tratto sicuro dell’uomo di genio. Spesso la caricatura è più rassomigliante che il ritratto.
In Lappland sind schmutzige Leute,Plattköpfig, breitmaulig und klein,Sie kauern um’s Feuer und backenSich Fische und quäcken und schrei’n.
In Lappland sind schmutzige Leute,Plattköpfig, breitmaulig und klein,Sie kauern um’s Feuer und backenSich Fische und quäcken und schrei’n.
In Lappland sind schmutzige Leute,
Plattköpfig, breitmaulig und klein,
Sie kauern um’s Feuer und backen
Sich Fische und quäcken und schrei’n.
Un altro ritratto a stile linneano ci fu dato dal Knud Leem, ma non vale quello dell’Heine:Vultum habent fusci et luridi coloris, capillos curtos, latum os, genas cavas, menta longa, oculos lippos. Qui si vede, che il prete studiava assai meglio l’anima che il corpo e non sapeva vedere che le guance erano sporgenti, che il mento era piccino e che la pelle era sudicia e nonfosca. Il poeta ha saputo vedere molto meglio che il prete, ma è naturalissimo. Se il poeta non avesse lo spirito acuto e profondo dell’osservatore, mancherebbe la corda più potente alla sua lira.
L’impressione prima, che ci fa un lappone, è quella di una creatura umana povera, modesta, che chiede scusa ai forti di trovarsi in questo mondo, di cui domanda d’occupare il menomo posto possibile. È tanto piccino il poveretto, è così poco agile nel suo inviluppo di pelliccia, ha così poche pretensioni a tutti gliexcelsiordella nostra vita europea, che noi proviamo per lui quella simpatiapiena di compassione e di benevolenza, che ci ispira ogni uomo che non desta in noi nè invidia nè ira. Infatti tutti i viaggiatori hanno sempre parlato con molta simpatia dei poveri lapponi e alcuni si spinsero fino al lirismo del sentimento, che falsa la verità; e lo vedremo più innanzi, parlando del carattere morale di questi nostri terzi cugini della grande famiglia europea. Rèclus, che è forse l’ultimo scrittore che ci abbia parlato dei lapponi, ne fa davvero un ritratto troppo lusinghiero, seguendo il Van Düben. Dice, che la loro fronte è nobile e più grande di quella degli scandinavi e aggiunge:La bouche est souriante, l’éclair du regard vif et bienveillant, le front élevé est d’une veritable noblesse.
Questa è una vera adulazione, ma si avvicina assai più al vero che lo sprezzo e la ripugnanza, che hanno quasi tutti i norvegiani per i loro poveri vicini di stirpe mongolica. Sono espressioni comuni:ne faccio caso come di un lappone. — Un lappone non vale più di un cane. È il Von Buch, che ha raccolto questi insulti, che oggi si ripetono forse meno spesso, forse perchè i lapponi si ubriacano meno di una volta. In ogni modo è sempre assai diverso il punto di prospettiva, da cui un popolo inferiore è veduto da un viaggiatore e dai vicini di casa. Il viaggiatore è quasi sempre di buon umoree disposto all’ottimismo e colora quindi con tinte rosee tutti gli oggetti che vede e che riproduce nei suoi libri; quando invece una razza superiore ha nelle sue costole uomini molto inferiori, che non può nè educare, nè uccidere, si sente poco disposta ad essere indulgente. Se voi andate in Norvegia e parlate con i prefetti delle provincie, occupate anche da lapponi, non vi siete ancora seduti, che avete subito a udire le lamentazioni dello scandinavo contro il same: —Son sudici, son furbi, colle loro renne ci invadono i campi; non se ne può far nulla, essi sono il flagello della mia provincia. Hanno in parte ragione, ma dimenticano ancora che il nord della penisola non saprebbe dar nè pane nè salute alle razze scandinave e che queste dovrebbero nell’inverno far senza dei ghiotti bocconi della carne di renne, se quei poverisamesparissero dall’oggi al domani dalla faccia della terra.
I lapponi sono fra gli uomini più bassi della terra. Dalk trovò la statura media dei lapponi pastori di metri 1,60; secondo Van Düben e Humboldt sarebbe invece di 1,50. Ecker trovava queste misure:
Le misure prese da Sommier e da me darebbero i seguenti risultati:
In questi calcoli furono escluse tutte le persone aventi meno di venti anni.
Il lappone non ha di certo l’aspetto d’uomo atletico, ed è più spesso asciutto che grasso; posso anzi dire di non averne mai veduto uno solo, che meritasse questo aggettivo. I bambini, come avviene in pressochè tutte le razze umane, sono paffutelli ed anche grassocci, ma coll’età diventano magri.
Il Knud Leem li dicemagni roboris, benchè piccoli, e cita come una prova della loro robustezza il fatto di una donna, che cinque giorni dopo aver partorito, faceva nell’inverno un lungo viaggio a piedi attraverso monti nevosi per essere purificata nella chiesa. Questa è invece una prova di resistenza al freddo e null’altro. Tutti i lapponi veduti da me e da Sommier furono sottoposti all’esperimento del dinamometro e diedero cifre generalmente più basse assai della nostra media.
Quando sono vestiti delle loro pelliccie e sembrano fagotti ambulanti, nessuno li crederebbe agili, ma invece lo sono per gli esercizi ai quali li costringela loro vita polare. Sui loro pattini sembrano volare e il Knud li descrive con parole poetiche:Et tanta feruntur pernicitate, ut venti circa aurea strideant, crinesgue surrigant. Per il buon parroco norvegiano è prova di grande agilità il potersi sedere piegati in due coi talloni sotto le natiche, e di questa virtù è anche da farsi parte meritoria all’olio di pesce con cui si ungono continuamente(!). È questo stesso olio, di cui sono imbevuti anche i loro abiti, che li rende fetidi anzi che no:Eundem foetorem non aliunde quam ex vestibus hujus gentis perpetuo in tuguriis fumo et oleo ex pinguedine piscium expresso, imbutis et perunctis, provenire.
I lapponi sono tra gli uomini meno pelosi. Gli uomini hanno poca barba e spesso ne mancano affatto alle gote, non avendone che al labbro superiore e al mento. Ne abbiamo veduti senza peli alle ascelle ed un uomo robusto fotografato da noi nudo non aveva peli al pube. Alcune donne, nelle quali con grande stento si potè esplorare le ascelle, le avevano pelose; ma fu assolutamente impossibile esplorare regioni più basse. Questo esame ci permise di riscontrare mammelle floscie e pendenti in donne giovani e che dicevano di non aver mai partorito, fatto singolare in gente, che vive in clima così rigido.
Hanno molti capelli e le donne sempre più lunghi che gli uomini; non mai ricciuti, ma neppure rigidi e grossi come li presentano molte razze mongoliche e americane. I colori più rari sono il biondo chiaro e il nero intenso. Fra i lapponi svedesi fotografati da noi a Tromsoe, uno solo aveva i capelli veramente neri e il biondo chiaro non fu veduto che a Ojung e qualche altra rara volta. La tinta più generale è il castagno, che oscilla dal chiaro all’oscuro, presentando talvolta anche una bella tinta fulva. Non abbiamo mai veduto capelli albini o rossi. Incanutiscono più tardi di noi e anche la calvizie è assai rara e per lo più parziale. I capelli lapponi conoscono ben di raro il pettine e la loro acconciatura si potrebbe chiamare scapigliata o arruffata. Anche le donne si accontentano spesso di raccogliere i loro capelli in un fascio, legandoli sul vertice del capo; le più civili fanno treccie molto semplici, che spesso dimenticano per giorni e settimane.
I lapponi hanno la pelle bianco-bruna e molti fra di essi, quando fossero ben lavati, sarebbero più bianchi di un italiano.
La fronte del lappone è bella, ampia, alta e tale da fare singolare contrasto con altri lineamenti proprii di razze inferiori.
Gli occhi per lo più grigi o d’un azzurro chiaro, non di raro però anche castagni. Sono piccoli, con poche ciglia e spesso lagrimosi ed anche cisposi, ciò che si deve al viver sempre tra il fumo e il baglior delle nevi. Il Leem racconta, che nell’inverno al ritorno dalla caccia rimangono ciechi per varii giorni. Eppure non sogliono portar occhiali per difendersi dalla bianchezza delle nevi, come fanno altri popoli circumpolari. Alcuni di essi mi dissero di averli gettati via, perchè indebolivan loro gli occhi, che devono invece fortificarsi contro il riflesso bianchissimo dello nevi e del ghiaccio[7].
Il naso è in quasi tutti i lapponi di una stessa forma e può dirsi uno dei caratteri più salienti della loro razza; è corto, appiattito, larghissimo alla base e con una punta piccina, talvolta rivolta anche all’insù. La bocca è grande, con labbra sottili e denti stupendi; sia per la loro regolarità, quanto per la loro bianchezza e resistenza. Anche i ciukci avrebbero queste preziose prerogative e lo stesso si afferma anche di altre genti iperboree, per cui si potrebbesospettare, che la bellezza dei denti fosse in essi conservata dall’atmosfera fumosa delle loro capanne e dall’azione del freddo.
La faccia è sempre larghissima, ma questa larghezza diminuisce rapidamente verso il mento, che termina quasi a punta, essendo il mascellare inferiore piccolo e delicato. È questo che dà alla faccia d’un lappone il carattere tipico del mongolo, che talvolta trovasi evidente come nelle razze più turaniche del nord dell’Asia orientale, mentre per gradazioni infinite può svanire tanto da dare alla fisonomia il carattere ariano. È difficile dire se ciò si debba alla mischianza di altro sangue o alle variazioni individuali, delle quali è suscettibile ogni uomo nato sotto il sole.
Le mani e i piedi sono piccoli, come la piccolezza del corpo lo esige e il dito indice della mano è sempre più corto dell’anulare, talvolta in modo veramente rimarchevole. Quest’osservazione, che fu fatta per la prima volta da noi darebbe ragione all’Ecker[8]che in questo fatto trovava un carattere proprio dellerazze inferiori, e che le ravvicina alle scimmie antropomorfe.
I lapponi son gente longeva e sana. Il mio compagno di viaggio ne vide parecchi ottuagenarii e anche nonagenarii. Non hanno malattie speciali e il Leem dice di non averli mai veduti nello spazio di dieci anni malati di dissenteria, di lebbra o di febbri maligne (febbri tifoidee?). Pare che soffrano rarissime volte di tisi, spesso di cefalea, ma è assai difficile raccogliere notizie positive sulla loro patologia, perchè si curano da sè e ben di raro ricorrono ai nostri ospedali. Dicesi che sieno loro rimedii popolari i rivellenti e l’assa fetida. Curano molti mali interni, bevendo sangue caldo di foca o di renna. Curano il leucoma, mettendo nell’occhio un pidocchio, e il mal di denti, fregandoli con un legno tolto da un albero colpito dal fulmine. Adoperano il filo tolto dai tendini del renne per legare le membra rotte o lussate, ma le donne devono prenderlo da un animale femmina e i maschi da un maschio. Il grasso d’orso era rimedio sovrano contro i reumi, ma anche in questo caso uomo e donna dovevano servirsi dell’adipe tolto dall’animale dello stesso sesso.
Qualche rara volta entrò in essi il vaiuolo e ne fece strage.
I lapponi non son brutti, e le fanciulle nel sorriso della loro primavera possono talvolta dirsi anche belle.
Il concetto, che ho potuto formarmi della loro fisiologia generale, non può dare appoggio alla opinione del Virchow, che vorrebbe fare dei lapponi una razza patologica. È una razza piccola, meschina, ma adatta all’ambiente che li circonda. Tanto varrebbe dire che labetula nanaè una specie patologica. Del resto non insisto nel combattere il mio illustre amico di Berlino, non avendo mai creduto che le frontiere fra la fisiologia e la patologia esistano davvero nella natura; sono confini segnati dalla nostra matita nei nostri libri e nulla più.
L’alimentazione del lappone è quasi esclusivamente animale: carne, latte e cacio presso i nomadi; pesce presso i pescatori.
Nell’inverno mangiano sempre carne fresca di renna, cotta nell’acqua o bollita prima e poi tuffata nel grasso strutto. Il Leem dice:Crudis carnibus lappones vesci a non nemine quidem relatum est, sed invita veritate. Io però ho veduto dare ai bambini carne cruda, ma salata. Non mangiano mai il polmone delle renne, ma lo danno ai cani. Mangiano poi intestini, visceri ed ogni cosa, mostrandosi ghiottissimi del midollo delle ossa. Il Leemdescrive a questo proposito una scena che ha un colorito preistorico:Dum hoc agit, humi sedet et super corium rangiferinum, quod in gremio expansum habet, ossa malleo confringit, confractaque elixanda curat, donec, quidquid pinguedinis in illis residuum fuerit, extractum sit. Non possono mangiare la carne di porco, ma mangiano bensì l’orso, le pernici ed altra selvaggina.
Io ho veduto salciccie e pasticci fatti di latte e sangue di renne, ma erano cibi talmente ripugnanti, che, ad onta del mio largo eclettismo gastronomico, non osai assaggiarne. Sommier li vide mangiare un budino fatto di cervello, sangue e farina. I pescatori usano spesso un loro manicaretto di acqua, sego e farina. Ne mangiano un altro, dettovuorra-maelle, fatto di acqua, sangue, sego contuso e farina.
Il renne non dà latte nell’inverno, perchè partorisce nel maggio; e non si può mungere le renne che dalla fine di giugno alla fine d’ottobre; ma il lappone ha sempre del latte in casa, perchè lo conserva gelato per molti mesi. Quando i nomadi devono lasciare sul finir dell’estate la costa norvegiana per portarsi all’interno, seppelliscono in vasi di terra il latte di renne ad una grande profondità e lo ritrovano l’anno dopo, come si trattasse di vino conservato in una cantina. Il latte gelato si fondeal fuoco e mentre si fonde, si leva col cucchiaio la parte liquida che galleggia. Quando il lappone è satollo, si riporta al freddo il prezioso liquore, che si rapprende di nuovo e si conserva per un altro pasto. Il latte congelato si considera come ghiottissimo e si conserva in vasi di betula. È la prima cosa che si offre al curato o all’ospite, che si vuol onorare. Quest’uso ci fa ricordare i ciukci, i quali nelle loro capanne tengono appeso il latte gelato e lo succhiano uno dopo l’altro, quasi bambini che poppassero.
Il latte si fa coagulare colRumex acetosao coll’Empetrum nigrum. Colle bacche di questo arboscello si fa anche un pasticcio di latte e empetro, che si conserva gelato in uno stomaco ben ripulito di renna. Quando si vuol mangiare, si fa fondere al fuoco o si tagliano insieme le bacche del frutto, il latte e le pareti del ventricolo.
Il formaggio di renne è per i nostri palati esigenti un pessimo cibo. È così grasso, che brucia come una candela. I lapponi lo mangiano com’è, o cotto nell’acqua, o arrostito sul fuoco. I lapponi pescatori fanno anche un ottimo burro colla crema delle vacche, delle pecore o delle capre.
Il pane è usato ben di raro dai lapponi, ed anzi il Knud Leem dice di non averlo veduto mangiareneppure coi cibi più grassi. Oggi però per eccezione essi mangiano un pane ributtante fatto d’orzo e segale con moltissima crusca. Tutti i viaggiatori parlano di pane di scorza d’albero, mangiato non solo dai lapponi, ma anche dai norvegiani, ma si fabbrica invece ben di raro. Si sospende in questo caso alla capanna la parte più interna della scorza del pino, poi si fa seccare al forno, si polverizza e si mescola con paglia sminuzzata, con avanzi di spighe e con alcuni licheni e se ne impastano dei pani della grossezza di un dito.
È un alimento amaro, astringente e ripugnante. Quando i norvegiani se ne alimentano per una gran parte dell’inverno, si sentono poi in primavera deboli, affranti e soffrono di dolori al petto. Anche la sola scorza interna del pino si conserva nelle capanne come arma di riserva per i giorni di più crudele carestia. Allora la raschiano e la mangian cotta nell’acqua, a guisa di pappa.
In quei paesi sterili e poverissimi anche gli animali devono essere sottoposti talvolta a diete singolari. Così Von Buch dice di aver veduto dare a Roeros alle vacche, ai cavalli e ad altri animali domestici gli escrementi del cavallo, che talvolta si facevano anche bollire e si mischiavano con un po’ di farina.
Anche i poveri frutti della flora polare sono mangiati dai lapponi, che li usan freschi o li conservano gelosamente per l’inverno: frutti delRubus chamemoruse delR. arcticus, frutti diEmpetrume di varie specie diVaccinium; tutto mangiano, dalle bacche più astringenti alle più amare e alle meno nutritive. Aveva ben ragione quella fanciulla lappone, che era levatrice e sapiente, di dire con immensa invidia all’amico Sommier:Ah voi siete dunque del fortunato paese, dove crescono l’arancio e il fico!
Non sarà inopportuno confrontare l’alimentazione dei lapponi con quella degli esquimesi. Questi si nutrono specialmente di cibi animali e più particolarmente di foche, di balene, di mammiferi terrestri e di grasso di morsa. Questo si mangia crudo e si dà come una fina ghiottoneria ai bambini. Quello delle morse non è dispiacevole e rassomiglia molto al formaggio, quello delle balene ha invece un sapore di rancido. È indifferente per gli esquimesi se la carne sia fresca o semiputrida, cotta o cruda. Le carni degli animali selvaggi, anche se cotte, sono sempre condite con una salsa d’olio di pesce. Questo si prende anche coi frutti di cui si cibano. Il pesce si mangia quasi sempre crudo o seccato al sole o conservato nel suolo ghiacciato. I cibi vegetalisono molto scarsi e si riducono alle foglie crude e acidule delRumex domesticuse alle radici delma-shu(Polygonum bistorta), che arrostite sulla cenere rammentan la patata. Per l’inverno si fa grande provvista dei frutti gelati dell’Empetrum nigrum, delRubus acaulis, delR. chamaemorus, delVaccinium uliginosum, delV. vitis-idaea, delV. oxycoccus, delCornus suecicae dell’Arbutus alpinus[9].
Anche l’acqua per i poveri Lapponi è ghiacciata o torbosa e scarsa. Nel primo caso fanno cuocere il ghiaccio per renderlo potabile, nel secondo la sorbiscono dalle pozze sottili con un osso forato o una cannuccia.
Sono delizie della povera cucina polare il caffè e il tabacco. Avete già veduto come preparano il primo; usano del secondo, fumandolo nella pipa o ciccandolo. La pipa è sempre nella bocca d’ogni lappone di ambo i sessi e d’ogni età e ciò impedisce loro di essere più spesso ciccatori. Quando il tabacco è scarso, si mettono in giro seduti per terra e da una sola pipa passata in giro fumano tutti. Quando manca del tutto la divina nicoziana masticano perfino i vasi di legno o le boccie chelo hanno contenuto. Si assicura anche che ciccando sputano nella palma della mano e tiran su per le narici quel succo prezioso, onde nulla vada perduto del loro divino narcotico. Aveva dunque ragione il mio Sommier di dirmi, che i lapponi hanno tre Dei: il fuoco, il caffè e il tabacco. Per me è fuor di dubbio che l’abuso del caffè e del tabacco contribuisca assai a dare ai lapponi un nervosismo singolare, che tanto spesso li porta alla allucinazione e a tutti i più strani isterismi della fantasia; ma quei poveri uomini come potrebbero tollerare la loro vita polare senza quei due alimenti nervosi?
I lapponi hanno tutti i caratteri più salienti dei popoli bassi. Spensierati, inerti, o per eccezione, affaccendati; capricciosi e in tutto simili ai nostri fanciulli. Sono i figli di una terra fra le più sterili della terra, coperta dai ghiacci per tanti mesi dell’anno, e nulla hanno fatto per tentar di corregger la terra e renderla più feconda. L’ambiente li domina, non essi l’ambiente. Senza il renne cesserebbero di esistere o si trasformerebbero (se pur fosse possibile) con costumi o indole affatto diversi. D’inverno è notte eterna ed essi dormono lunghissimamente: nell’estate il sole brilla sempiterno sull’orizzonte ed essi dormono poco o nulla. Quando Forbes si meravigliava di veder lavorare a Bosekop anchedi notte e di veder la gente dormir pochissimo e irregolarmente, gli si rispondeva:abbiamo tempo abbastanza per dormire nell’inverno. Io però li ho veduti anche nell’estate dormicchiare di giorno e di notte. Quando non hanno altro a fare di meglio, si sdraiano lì per lì sopra il suolo, nel canto di una via, sopra un mucchio di pietre o di tavole, e lì ammonticchiati gli uni accanto agli altri sembrano fagotti di pellicce e di panni sudici.
Il vestito, la casa e la slitta del lappone dicono gran parte della sua vita.
Se volete fare uno studio accurato del vestiario dei lapponi, leggete il capitolo IV dell’opera del Knud Leem, già tante volte citata, e che è uno dei migliori. Dopo più di un secolo quella brava gente si veste ancora nello stesso modo, senza sacrificare alla capricciosa Dea della moda. Hanno sempre i loro calzoni di pelle di renna, la loro grande casacca di pelliccia di renna, le loro scarpe di pelliccia di renna, e i loro svariati berretti. Pare soltanto che nel secolo scorso portassero più spesso ilkerseyo berretto in forma di pan di zucchero. Le donne si distinguono dagli uomini quasi unicamente per la copertura del capo, che ora è una cuffia, ora un elmo di legno coperto di stoffe dai vivi colori. La camicia, le calze, tutto ciò che è bisogno urgentedi pulizia per tutti noi, brilla per la sua assenza e non so davvero capire come l’abitudine possa render loro sopportabili quelle ruvide pelliccie, che d’estate portano col pelo infuori e nell’inverno col pelo in dentro. In questa stagione al di sopra della prima casacca pelosa ne portano una seconda col pelo all’esterno e aggiungono spesso un terzo vestimento di panno. Per i più ricchi o ilyonsquesto vestito si sostituisce nella stagione calda alle pelliccie. Non portano mai quel soprabito di pelle d’intestino di foca o di balena, che in altre razze iperboree impedisce che la neve si appiccichi al pelo e formi una irta crosta di ghiacciuoli.
La calzatura è la parte più originale e civettuola del vestito lappone. Sono scarpe di pelle di renna col pelo all’infuori, che si fermano con lunghi lacciuoli di lana intrecciati sopra il calzone di pelle e sono imbottite di morbido fieno, che chiamanosueineke i norvegiani diconosene, senne, sennegraesolap-renneokomagraes. I lapponi svedesi lo chiamano invece col nome dikappnocksuini, e gli svedesilapsko-graes. È ilCarex vesicariadi Linneo. I lapponi portano spesso sopra di sè anche un’altra specie di odorosissimo fieno (l’Anthoxantum odoratum) che nascondono nel petto e sotto le ascelleper profumarsi. È questa davvero una leccornia epicurea, che non si crederebbe trovare in un popolo di gusti così semplici e selvaggi.
La casa si distingue in quella d’inverno e in quella d’estate. Avete già veduto nella gita a Ojung come sia fatta la prima, ma vi descriverò meglio la povera porta di quella capanna collo stile pittoresco del Leem:
Janua tentorio ex tegillo laneo, in formam pyramidis secti conficitur, cujus pars interior tendiculis, qualibus fumatus salmo distendi solet, dispanditur. Hujusmodi tendiculis, quos zangak appellant lappones, si careret tegillum, vicem januae praestare nequiret. Ad utrumque ostii latus tenuis pertica birshiamas lapponice dicta, postium suppletura defectum erigitur. Vento increbrescente, janua, quae superne tantum, et quidem e solo loco, suspensa est, alberi perticarum alligatur, ita ut ad illud latus, cui ventus instat, prorsus occlusa sit, quod ni factum fuerit, perflante vento turbaretur in foco ignes, sufflaminatusque fumus totum tentorium compleret[10].
Quando un lappone in un viaggio marittimo deve sbarcare sovra una costa deserta, con tre remi e un pezzo di stoffa si improvvisa una capanna. Epoco diverso da questa è la tenda d’estate fatta di tela e rami d’albero.
La capanna dei lapponi pescatori non ha forse di diverso che unumbraculumsul tetto, che si cambia di posizione per difendere l’interno dalle correnti del vento. Questi lapponi di mare, prima di coricarsi, spengono ogni traccia di fuoco, gli altri non lo fanno, lasciando invece spengere il fuoco da sè e accontentandosi della luce morente del focolare. I pescatori vogliono invece la luce continua di una lampada, che si improvvisa con una conchiglia, dello stoppino di alghe, e dell’olio di pesce.
Ogni capanna fissa di lapponi ha un’appendice, che dicesiloaavve, e che è un graticcio di tronchi e rami d’albero, ai quali appendono le corna delle renne, e i loro utensili più rozzi e le loro slitte. È in tutto e per tutto laramadadegli argentini.
Lagedge-borraè una cantina o buca sotterranea, dove nell’eterno gelo del suolo profondo conservano le carni e il latte delle loro renne.
Nelle capanne del lappone il mobilio è proprio ridotto al minimo possibile: non sedie, non tavole (nullae sellae, mensae nullae, dice il Leem), ma pelliccie distese sopra rami di betula. Quello è il loro letto e la loro copertura, dove entrano vestiti.Anche i ciukci hanno il loro letto fatto di uno spesso strato diAndromeda tetragonae di pelli di foca o nei più ricchi di renna o di orso. Una sola pertica di legno separa presso i lapponi un letto dall’altro e l’ingenuo nostro prevosto mostra le conseguenze immediate di questa intimità:Alter tamen alteri adeo vicinus est, ut parentes liberos, hi servos et viceversa cubantes, manibus si velit, contingere et contractare possint[11]. Ed oggi io non ho più veduto neppure quella povera e pudica pertica isolatrice.
Anche in quelle poverissime capanne e con tanta promiscuità di sessi e di membra esiste una gerarchia.
Dirimpetto alla porta il fuoco e il fumo impediscono che il freddo esterno penetri direttamente, ed è quindi quello il posto d’onore del padrone di casa e della sua consorte. I figli stanno ai lati dei genitori e i servi stanno naturalmente dove si sta peggio, cioè accanto alla porta. Quando entra un ospite, gli si cede il posto migliore e il padrone va a collocarsi alla porta.
Il Leem distingue presso i lapponi quattro specie di slitte:
Lagiet-kierres, o slitta a mano; è tutta aperta ed è così leggera che facilmente può portarsi sulle spalle d’un uomo.
Laraido-kierres, o carro per i bagagli, aperta come la prima, ma che si copre con pelli di renne, ed è più grande e più alta dellagiet-kierres.
Lapulke, somigliante alla prima, ma incatramata esternamente e aperta soltanto nella parte posteriore; chiusa al davanti da una pelle di foca, che ricopre le gambe. È la più usata per il trasporto degli uomini.
LaLok-kierrescoperta pure di pece, e serve a portare i commestibili; è più grande dellapulkee dellagiet-kierres[12].
Il lappone passa gran parte della sua vita in queste sue slitte. Il pescatore non muta soggiorno che in primavera ed in autunno, ma ilfieldlappeè sempre in viaggio:Haud secus ac veteres Scythae, de quibus in historia fecerunt, hodieque faciunt Arabes ac Tartari, semper mobiles sunt, semper vagi, non eadem sede et loco diu contenti.
Sono i viaggi per portar le renne alla costa nell’estate o quelli di ritorno sul finire dell’autunno;sono le corse per cercar nuovi pascoli o sono anche lunghi pellegrinaggi per far visite a parenti od amici. Il van Duben, che parla di questi viaggi di cortesia, aggiunge maliziosamente, che in essi i rapporti fra i due sessi sono molto liberi e che se ne vedono spesso anche gli effetti, benchè anche i più recenti viaggiatori parlino con entusiasmo dei buoni costumi dei lapponi.
Nelle carovane ilpaterfamiliasva davanti a tutti e dietro a lui tutte le altre slitte. Dove è il bambino è sempre la madre, che spesso getta le briglie sul collo della renna e anche nel più rigido inverno apre il seno e lo porge al bambino. Il renne corre serpeggiando e il lappone butta le briglie sul collo dell’animale ora a dritta ed ora a manca, secondo la direzione che vuol prendere. Quando un renne focoso corre troppo, si lega alla slitta che gli sta davanti. Spesso si legano molte slitte insieme e un solo lappone nella prima le guida tutte. È incredibile vedere come quella gente sappia orientarsi senza bussola in quelle pianure tutte bianche. Anche quando la neve cade così fitta, da impedire al condottiero di vedere l’animale che lo tira, essi non smarriscono mai la strada. Una pietra, un’ondulazione di terreno bastano per contrassegno e nella notte servon loro di guida le stelle, delle quali conosconoparecchie. Le Pleiadi ebbero dai lapponi un nome molto poetico: quello dinieid-gierregofamiglia di vergini. I ricchi si fanno sempre trascinare da rangiferi maschi castrati, i poveri dalle femmine; ciò che mi ricorda ilgauchoargentino, che non monterebbe una cavalla per tutto l’oro del mondo.
La renna è il compagno inseparabile del lappone e anche nei libri più popolari trovate inni di poesia indirizzati a questo animale, che porge all’uomo iperboreo la sua forza, le sue carni, il suo latte, la sua pelle e i suoi tendini per farne il filo da cucire.
La renna è un animale semidomestico, che si lascia difficilmente domare ed educare al tiro. Anche per mungerlo conviene legarlo e il suo latte è meno copioso di quello d’una capra. Vien castrato coi denti, colla schiacciatura del cordone spermatico (admoto ore, dentibus contundit, Leem). Il renne si è adattato alla vita nomade del lappone e riesce a farsi carnivoro in casi di grande carestia, mangiando i sorci e una pasta fatta di teste e lische di pesci miste a paglia, ad alghe (Fucus serratus) e ad olio di pesce. Avidissimo dell’orina umana, la ricerca avidamente, rompendo la neve colle sue zampe. Ciò spiegherebbe anche la loro avidità per l’acqua di mare.
E qui, se mi permettete, lascio la parola al mio illustre amico, il prof. Friis, il quale nel suo libro sulla Lapponia, descrive con molta evidenza i costumi vagabondi di quella gente, ch’egli ha studiato con tanto amore:
«Seguiamo un lappone nelle sue migrazioni dalFjeldalla costa del paese (trakten) intorno a Kautokeino alla costa vicino a Seglvigen dove dimora d’estate, cioè durante circa due mesi. La distanza che deve percorrere due volte all’anno è di circa 30 miglia (340 kilom.).
«Durante l’inverno ilFjeldlappeè stato attendato nei medesimi luoghi ove lo sono stati i suoi padri per secoli, ora sui monti, ora nelle valli, ora nel piano. Tutto l’inverno ha dovuto tenersi in guardia contro il lupo, il suo peggior nemico, che ora solitario s’aggira con invidia intorno alla mandra, ora arriva in branchi ed insegue ed attacca le renne. Per questo la notte fanno la guardia, e per turno i vecchi ed i giovani devono star fuori colle renne ed esser tanto più attenti quanto maggiore è il freddo, più forte la bufera e più buia la notte. Ogni quarto d’ora chi sta a guardia deve fare il giro della mandra, impedire coll’aiuto dicani di sbandarsi, urlare, sparare il fucile e fare quanto rumore può perchè il lupo, lontano o vicino, si accorga che la gente veglia. Se il lupo è veramente affamato nulla lo spaventa, neppure i colpi di fucile; se non è tanto affamato, rimane in distanza ed aspetta il suo momento; perchè egli conosce il pericolo che corre e sa che quando la neve è alta è facilmente raggiunto dal lappone suiski. Ma può darsi che per l’appunto quando dopo una ronda intorno al gregge si è appiattato in un buco in qualche mucchio di neve per ripararsi dal vento gelato e vuol prendere un momento di riposo, la sua quiete sia disturbata ad un tratto. I cani che si erano coricati sulle gambe del guardiano, servendogli da coperta, saltan su e s’allontanano abbaiando. Le renne che si sono accorte anch’esse d’un pericolo, dapprima si stringono fra loro in una massa compatta, ma dopo corron pazzamente qua e là finchè sentono il lupo: allora fuggono a tutta velocità, in generale contro il vento, inseguite dai lupi che cercano di sbandarle per sopraffare a due a due gli animali isolati. Si tratta ora pei guardiani, spesso ragazzi di 15 anni, di essere svelti; l’uno coi cani va dietro al gregge, l’altro corre suiski, presto quanto può, alla tenda per fare escire ed accorrere suiskilafamiglia o le famiglie col grido di «Gumpe lae botsuin!» Il lupo! il lupo ha aggredito il gregge! Frattanto l’altro guardiano coi cani ha cercato di difendere il gregge come ha potuto. I caniMuste, Ranne, GirjeseTschalmo(cioè ilnero, ilbigio, ilmacchiettatoequello colle macchie sugli occhi, particolarità che ha dato origine alla parola Tschalmo — dai quattro occhi — ) hanno cercato di tenere il gregge riunito e di aggredire il lupo. I cani dei lapponi sono piccoli, ma alcuni di essi sono abbastanza coraggiosi per aggredire il lupo e l’orso.
«Guarda làMustecome si azzuffa col lupo.Mustenon ha coda. È il lupo che glie l’ha portata via? no;Mustenon l’ha mai avuta. È nato senza coda[13]ed è per l’appunto per questo che è più difficile al lupo di agguantarlo. Più in là sul monte due renne si fanno strada con fatica sulla neve profonda: hanno la lingua pendente per la fatica ecertamente la loro ultima ora sarebbe già suonata, seMustenon avesse saputo coi suoi attacchi fermare il lupo. Tutte le volte che questi riprende la corsa per perseguitare le renne,Mustelo segue, sicchè il lupo deve voltarsi per provare di sbarazzarsi dell’incomodo nemico. Ma non gli serve.Mustegli corre intorno come un turbine, e il lupo, che al dir dei lapponi ha la schiena poco pieghevole, ed è lungi da potersi voltare colla rapidità del cane, fa dei salti per acchiappareMusteinutilmente, come li potrebbe fare un cane da lepri dietro ad un coniglio. Per questo un cane comeMustenon ha prezzo per un lappone e non lo venderebbe per 10-15speciesdaler. Per un’oraMusteha tenuto il lupo in scacco ed ha salvato le due renne. Finalmente il suo latrato disperato si è sentito ed ha chiamato la gente al suo soccorso. Finalmente due skilöbere (gente montata sui patini) appariscono sul ciglio del colle e calano giù colla rapidità della freccia fra il lupo e le due renne.Musterinnova il suo attacco con furore raddoppiato, tanto che senza dubbio si farebbe sbranare dal lupo, se questo non fuggisse spaventato nel vedere gli skilbere. Se riesce a fuggir daMustenon può fuggire dai skilbere. Questi rapidi come il vento, passano oltre aMusteed ora comincia una corsa sfrenatacol lupo. Se il terreno è favorevole e la neve profonda, il lupo è spesso raggiunto. Il skilbere, che prima gli arriva a lato, gli dà col skistok (bastone che adoprano quando sono sui patini) un colpo sulkroùtgrüken, il punto il più vulnerabile del lupo, che lo paralizza in modo che rimane là sulla neve, senza poter più fare un passo colla gola aperta e minacciosa contro i suoi nemici, mandando fuori dalla bocca rossa ed avida di sangue un nuvolo bianco di fiato caldo. Arriva tosto ancheMustesenza fiato ed ansante e comincia a saltare intorno al lupo, non essendo ancora sicuro che il lupo si possa rialzare e rincorrerlo. Può darsi che i lapponi non si diano il tempo di uccider subito il lupo e che vadano dietro ad un altro, ben certi che quello colla schiena rotta non potrà muoversi di lì fino a che tornino a dargli il colpo di grazia. Ma sia ora, sia dopo, non lo uccidono senza prima aver sfogato il loro odio contro il loro peggior nemico con undiscorsino. Solo dopo avergli rammentati i suoi misfatti e quelli dei suoi padri, e dopo aver vuotato il loro sacco di ingiurie contro di lui gli danno la morte, piantandogli un coltello nel fianco o tirandogli una palla di fucile sulla testa. Il picchiarlo sulla testa col bastone non serve, poichè sa perfettamente parare i colpi ricevendoli sui denti.
«Ma non tutti i cani sono svelti comeMuste. Per questo, non ostante gli sforzi dei guardiani, succede quasi sempre che quando il gregge è assalito da un branco di lupi perdono pochi o molti animali. Può darsi che il lappone se la cavi con un paio di renne, forse le sue due migliori bestie da tiro, ma può anche darsi che egli in una notte ne perda 10, 20, 30; può darsi che la sera fosse un uomo ricco che possedeva molte centinaia di renne e che alla mattina sia un miserabile. I suoi animali saranno sbranati, cacciati nei precipizii, stroppiati e nel caso migliore cacciati a molte miglia di distanza e dispersi in modo che deve andare in giro per raccoglierli nelle altre mandre ove si sono rifugiati, seppure dei ladri non hanno gareggiato coi lupi. Però per alcuni anni può darsi che il lupo si mostri appena; allora vi è «pace.»
«Quello che ilFjeldlappeha più da temere dopo il lupo è l’abitante non nomade (Fastboend) di Kautokeino e Karasjok. Questi ha l’abitudine come l’abitante della costa di segare del fieno qua e là per i monti, spesso a diverse miglia (di 11 kilometri) dalla sua abitazione. Col fieno o per meglio dire misera erba di padule che riesce a mettere insieme, fa dei mucchi che ricuopre con più o meno cura. Questi sono dichiaratiPrivat Eigenthumed iFastboendeesigono che siano rispettati come tali daiFjeldlappe, quantunque spesso non abbiano nessun diritto di proprietà sul terreno sul quale hanno segato quel fieno. Le renne che hanno buon naso, quando per lo stato della neve possono difficilmente arrivare ai licheni, hanno sentore di uno di questi fienili, vi accorrono ed in un momento lo buttano all’aria, spargendo il fieno ai quattro venti, e quando il lappone affannato arriva dietro al suo gregge, il male è fatto ed irrimediabile. Quando ilFastboende, avendo terminato la sua provvista, viene a cercare i suoi depositi, non li trova più, se può sapere di qualFjeldlappeerano le renne colpevoli, lo denunzia, e questi deve pagare il danno.
«Nel mese di maggio il lappone nomade comincia ad avviarsi a corte giornate verso la costa. Per antica abitudine (?!) o per istinto le renne d’estate bramano andare verso la costa come le vacche verso le alture (saeters). Come non vi è necessità assoluta per le migrazioni delle vacche, così non vi deve essere neppure per le renne. Queste possono vivere tutto l’anno nell’interno quando hanno estensione sufficiente di terreno, ed alcune condizioni necessarie. AlcuniFjeldlapperimangono tutto l’anno all’interno senza mai venire al mare. Così fanno alcuni lapponi norvegesi di Karasjok, che rimangonosulle alture fra Karasjok e Parsongerfjord. Così fa il ricco lappone svedese di Karasuando Lare Jansen Sikko[14]che possiede una mandra di 3000 renne; rimane presso il lago d’Alte nell’Am di Tromsoe vicino alla frontiera, da dove i suoi animali non scendono al di là di Bardo distante diverse miglia (norvegesi) dal mare. QuelFjeldlapnon solo è il più ricco dei regni uniti, ma ha fama di tenere i suoi animali in modo che non danneggino i Fastboende. Nessuna delle renne che dimorano nella provincia di Throndjem, nè quelle selvatiche del Dovre ecc. vengono mai alla costa. Non è dunque punto necessario che le renne vadano alla costa abere il mare. Nella Lapponia russa una parte delle renne viene tenuta nell’interno, ma non prosperano come quelle libere dei lapponi nomadi che vanno alla costa, dove non solo trovano ricche praterie (d’estate i licheni sono secchi, e allora le renne non li mangiano) ma ancora il vento di mare le libera dai millioni di zanzare, che nei caldi estivi sono un tormento terribile nell’interno per uomini e bestie. In Svezia si conservano alcune renne durante l’estate; ma vengono talmente tormentate daglisciami di zanzare, che si deve accendere del fuoco perchè possano trovare un rifugio da esse nel fumo. Sui monti dove trovano neve possono passare meglio l’estate. Se tutte le renne potessero rimanere un’estate nei pascoli di licheni dell’interno sciuperebbero cogli zoccoli tutto il lichene che cresce tanto adagio (dieci e più anni), mentre d’inverno è protetto dalla neve, e mettono allo scoperto solo quello che vogliono mangiare.
«Durante il viaggio verso la costa viene l’epoca della nascita delle piccole renne; per il solito verso la metà di maggio; per questo il maggio è detto dai lapponimiessemanno, mese di vitelli. I lapponi assicurano che se durante quel tempo le loro mandre sono esposte negli altipiani nudi dell’interno a diversi giorni di bufera, di neve continuata, una gran parte, qualche volta la maggior parte dei vitelli, muore. Per questo le famiglie più povere, che posseggono solo 100 o 200 renne, partono per la costa tanto presto da arrivare vicino alla costa o alle isole avanti che le renne si sgravino, perchè sulla costa il clima è più dolce e trovano più facilmente riparo.
«Il lappone procede lentamente nel suo viaggio. La neve cuopre la terra; per lo più i laghi sono tutti gelati in modo da permettere di passarci soprasicchè le tende ed i loro pochi utensili possono viaggiare in slitta. Per andar avanti in quel paese senza strade occorre una conoscenza di ogni particolarità del terreno che non ha mai nessun norvegese, ma che il lappone possiede a un grado superlativo. Ve ne sono molti che conoscono dei tratti di fin venti miglia (230 (?) kilom.) e più, sui quali si possono trovare 200 laghi e fiumi, con tale esattezza che può anche indicare a un altro lappone un punto qualunque di quel tratto, avendo nomi per ogni lago, fiume, monte, per le pietre più grandi ed altre particolarità.
«Se il nostro lappone deve passare nell’isola di Stjern in primavera, è obbligato di legare le quattro gambe ad ogni renna e trasportarle in barca; d’autunno quando sono più grosse e le piccine sono cresciute, passano a nuoto quella distanza di mezzo miglio (quasi 6 kilom.).
«Quando s’avvicina alla costa viene quasi inevitabilmente in lite colFastboende, al quale sciupa qualche campo di patate.
«Se il nostro lappone è diretto invece verso... dopo passato Alteidet deve passare per il Joekelfjord, ove è un gran ghiacciaio che scende verso il fondo del Fjord. Da quel ghiacciaio durante tutto l’estate si staccano dei pezzi di ghiaccio che cadono nell’acquae galleggiano nel fjord. Non è possibile passare nè sopra il ghiacciaio colle renne nè al piede di esso, e bisogna far passare le renne a nuoto nel fjord a rischio di vederle schiacciate da qualche blocco di ghiaccio come qualche volta è successo. Un paio di lapponi conducono un gran maschio verso la spiaggia, entrano in barca, tirando dietro a sè a nuoto quella renna, che deve servire da guida alle altre. Il gregge non è sempre disposto a seguire. In masse serrate, corre qua e là, spinto verso il mare dagli altri lapponi e dai cani, finchè finalmente si precipitano giù per il pendìo della costa come una valanga nel mare, facendolo schiumeggiare sopra grande estensione.
«Il giorno dopo il lappone passa ancora un ismo, fra due fjord e finalmente arriva al suo soggiorno d’estate. La fine di giugno è vicina; e si tratterrà qua circa un mese e mezzo. Se qui non vi è alcunfastboende(come certo lo desidera il nomade) le renne potrebbero essere lasciate ora in intera libertà. Altrimenti è obbligato di vigilarle affinchè non facciano danni.
«La guardia non si fa d’estate come d’inverno. Il lappone non sta assieme al suo gregge, non lo accompagna come d’inverno da pascolo in pascolo. Se d’estate fosse sorvegliato, tenuto riunito e confinatoa spazi ristretti, non solo deperirebbe, ma le malattie alle quali quegli animali sono esposti, quando sono sottoposti ad una vigilanza severa d’estate, ne farebbero sterminio. D’estate il gregge deve avere tanta libertà da potersi estendere, cercare a piacere qua e là il suo nutrimento, nei giorni caldi deve andare in alto sui monti per fuggire le zanzare; nei giorni freddi, umidi o nebbiosi tenersi in basso nei paduli, nelle valli e nelle boscaglie. Il renne è un animale a metà selvaggio e non si può guardare e condurre come una mandra di vacche. Non farebbe allora altro che correre irrequieto qua e là pestando il suo pascolo, senza prendersi il tempo di pascolare. Le renne pascolano tanto meglio quanto maggiore è la loro libertà. Perciò il lappone lascia il suo gregge, e si stabilisce vicino ai campi delfastboendeper poterli proteggere; poichè le renne vi vengono spesso nei giorni umidi e nebbiosi.
«Di quando in quando il padrone del gregge (che può per alcuni giorni essere andato alla pesca che fornisce un supplemento di vitto specialmente ai più poveri, che non potrebbero vivere di un piccolo gregge) deve fare una visita alle sue renne per vedere come vanno quegli animali e gli uomini che ha messo a guardia vicino ai campi coltivati.
«Forse sentirà che dei cani difastboendehanno dato la caccia alle sue renne e ne hanno uccise alcune. Forse sentirà che ifastboendesi lagnano che sono stati sciupati i loro campi.
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«Una volta avvenne (secondo quanto mi ha narrato un lappone) che le renne sparivano senza che egli potesse trovare traccia nè di ladri nè di cani. Egli si era messo in agguato luogo la spiaggia per guardare se i ladri impiegassero battelli, ma non aveva scoperto nulla. Egli era anche andato in giro nellestueogammedeifastboende, ed aveva parlato in tutta amicizia di tutt’altro che di furto di renne; aveva «fumato tabacco e bevuto caffè» ma non per «passare il tempo» oziosamente, ma per spiare se non scorgesse qualche brandello di pelle di renna o qualche pelo. Ma invano. Finalmente un bel giorno nel fare un giro nell’interno vede lungi dalla costa e dalle abitazioni una colonnetta di fumo. Seguita con precauzione la sua strada e vede con sua meraviglia unagammedi torba in un luogo ove mai prima aveva abitato alcuno. I ladri di renne che cercava sulla costa, per stare più comodi si sono fabbricati unagammenei monti vicino alle renne, ed in luogo dove era difficile trovare le loro tracce. Il lappone si avanza cautamente contro ilvento per non essere scoperto nel caso che vi fossero cani nellagamme, si arrampica pian piano sul tetto e guarda giù attraverso il foro per il fumo. I ladri non ci sono, saranno forse alla caccia. Nellagammeevvi solo un ragazzo, che dorme sopra una pelle di renna. Il lappone entra, ed al vedere il «fin» il ragazzo salta su spaventato dal suo giaciglio. «Mostra pelle, vedere pelle» grida il lappone che sa un po’ di norvegiano. Egli vuol vedere dalle marche degli orecchi se è uno dei suoi animali. Ma i ladri hanno prudentemente tagliato gli orecchi. Intanto però ha riconosciuto dal colore ed altri segni che è la pelle di una renna da tiro di suo padre. Il nostro lappone prende la pelle e la tira a sè, ma il ragazzo non la lascia andare. «Lascia pelle, pelle di padre,» dice il lappone arrabbiato, e dà un colpo sulle mani al ragazzo col bastone. Questi fugge urlando e corre fuori per raggiungere i suoi compagni. Il lappone dal canto suo prende la pelle di suo padre e corre a cercare aiuto. Se fosse raggiunto dai ladri potrebbe lasciarci anche la sua delle pelli. Ma per l’appunto s’imbatte nei ladri.
«Questi vedon lui, lui vede loro armati di fucile. Il lappone getta via la pelle e fugge da un’altra parte; ma il terreno è piano ed è difficile ilnascondersi ed egli teme di essere raggiunto. Però dopo aver passato una piccola eminenza, essendo per un momento nascosto da questa, si butta sul ventre sopra un blocco di pietra, si rannicchia nella sua vecchia pelle di renna grigio-bruna come una tartaruga nel suo guscio, ed in quella posizione si confonde tanto bene col masso muscoso, somigliandogli tanto in forma quanto in colore, che ci vorrebbe a distinguerlo un occhio tanto esercitato quanto a distinguere unaRype(Lagopus) macchiata che si accasci a terra davanti a un cane da caccia. I ladri giungono all’eminenza e cercano invano ilfin, che è lì davanti a loro. Quando sono andati via, il lappone cala giù dal sasso e scappa in un’altra direzione. L’indomani, quando ritorna, lagammenon c’è più, i ladri e i residui del furto sono spariti.»
Eppure i lapponi amano questa vita piena di travagli e di pericoli, e non la lascerebbero per nulla al mondo. Molti di essi potrebbero vendere le loro renne e raccogliere i loro tesori sepolti in qualche torbiera o sotto un macigno e ridursi in una città a fare la vita del norvegiano agiato; e non lo fanno.
IldivoCristiano VI, in un suo viaggio in Lapponia nel 1733, espresse a Leem il desiderio di avere un giovane lappone alla propria corte; eppure fu difficilissimo trovarne uno, che volesse accogliere le splendide offerte di Re Cristiano. Il Leem aveva potuto a furia di preghiere e di promesse trovare un giovinetto, che sembrava disposto di recarsi a Cristiania, ma la madre corse a lui e gli si gettò ai piedi piangendo: «Io sono incinta, mio buon pastore, e se mi togliete il mio fanciullo, mi accadrà qualche sventura e Dio vi punirà.» Convenne lasciarlo a casa e trovarne un altro. Se ne trovò un altro, che andò alla corte; ma dopo poco tempo moriva, non so se di nostalgia o di noia.
I lapponi sono di carattere dolce e benevolo e l’ospitalità è una delle loro virtù più salienti. Il Leem dice che non bestemmiano mai, in ciò (aggiunge egli) molto superiori ai norvegiani.
Fjellner racconta, che una volta erano ospitali nelsenso più ampio della parola[15], per cui l’ospitedormiva accanto alla moglie e alle figlie del padrone di casa. Oggi invece, cresciuta la civiltà, sono ospitali ancora, ma con certorationabile obsequio. Von Back racconta di avere picchiato una volta indarno alla capanna di un lappone. Il padrone rispose alla sua richiesta con queste parole:Sono giunti oggi due lapponi stranieri ed hanno occupato gli unici posti disponibili. La guida, che accompagnava l’illustre viaggiatore, rimase mortificata, e dopo un breve battibecco concluse con questa biblica sentenza:Quando vi ha un posto nel cuore si trova facilmente posto anche nella tenda. Anche il Van Düben dice, che oggi i lapponi non si vergognano talvolta di mangiare colla famiglia, senza offrire cosa alcuna all’ospite che li guarda. Quando però scoppia un temporale si vedono entrare nella capanna fin 15 o 20 lapponi. Se sono conosciuti, si dà loro caffè o carne; se invece sono sconosciuti, si riduce l’ospitalità all’acqua e al fuoco.
Anche i più affettuosi fra i lapponi sono al primo incontro freddi e riservati; poi rotto il ghiaccio colla conversazione o meglio ancora con piccoli doni, diventano espansivi e cortesi. Nella Lapponia svedese si salutano con unbuorist(bene) arrivando, e partendo con unbatze dervan. Si baciano col naso, o si abbracciano, stringendo il braccio destro intorno alla vita e toccandosi naso con naso. Una volta vi era tutta una gerarchia di saluti: il bacio sulle labbra fra parenti molto vicini, il bacio sulle guancie fra parenti meno stretti; il bacio dei nasi per gli altri. Oggi pochi si stringono ancora col braccio destro, gli altri si danno la mano come noi.
Della loro bontà fanno fede anche i rarissimi omicidii e solo per fanatismo religioso. Non è quindi del tutto falsa l’asserzione di molti viaggiatori, che essi non spargono mai sangue. Sono però ladri di renne e nel commercio spesso fraudolenti. Anche il buon Leem, che tanto li ama, dice:Lappones, ut reliqui mortalium suis quoque vitiis laborant, sed paucis sane et raris...; e questi vizii sono l’ubriachezza (oggi quasi dimenticata) e la frode. Sanno fra le altre cose vendere pelli guaste per buone, nascondendo con molta arte i rattoppi e i buchi. Il furto domestico però è quasi affatto sconosciuto e il Leem racconta che in tanti anni vissuti in Lapponia nulla gli fu rubato, benchè tenesse aperte tutte le cose sue.
Ammogliati prestissimo, amano le loro mogli e i loro figli con trasporto. Dell’affetto delle madri fanno fede le culle fabbricate con tanta arte e ornate con studioso amore. Sono di legno, ricoperte di pelli, e per l’inverno con un astuccio di morbida pelliccia, con un soffietto per difendere dalla luce gli occhi del piccino. Allattano i loro bambini per due anni e anche più.
Le nozze sono semplicissime. Lo sposo si reca a casa della sposa con alcuni suoi parenti, uno dei quali si fa suo avvocato ed oratore, ed entrandonella capanna offre al suocero futuro del vino. Se questo è accettato, il matrimonio è combinato e tutti i parenti bevono della stessa bevanda. Per ultimo entra anche il pretendente, che offre alla fanciulla un piccolo dono, che per lo più è un oggetto d’argento. Le nozze si compiono più tardi con un piccolo pranzo, senza pompa nè apparato, senza balli nè canti. Compiuta la cerimonia, lo sposo rimane quasi sempre colla sposa in casa del suocero per lo spazio di un anno, trascorso il quale, va a stabilirsi da sè, ricevendo dal suocero tutto il necessario per piantare una casa. I matrimonii tra parenti sono proibiti.
I funebri semplici come le nozze. Il cadavere vien portato con piccolo seguito sopra una barella in luogo appartato, dove è sepolto a piccola profondità in una cassa di betula o anche senza cassa. Una volta si piantava la slitta del defunto sulla fossa e si rizzava un grossolano monumento di pietre e corteccie di betule.
I più ricchi fanno talvolta una cena funebre.
Sul pudore dei lapponi corrono diverse e opposte opinioni. Se dovessi giudicarne dalla mia esperienza direi che le loro donne sono più pudiche di molte altre, dacchè non ho riuscito a fotografarle nude, per quanto offrissi una somma fin di lire 150 perquesta accondiscendenza. Un dotto entomologo tedesco invece, che visse lungamente fra essi, mi disse di averli veduti sagrificare all’amore nelle loro capanne dinanzi a’ suoi occhi, e a Trondhiem due lapponi furono arrestati, perchè contro il muro di una casa riproducevano la specie. È vero però che erano ubriachi. Alle nostre carezze le fanciulle non dicono sempre di no e s’abbandonano all’amplesso per simpatia dei sensi, non per avidità di denaro. Il Knud Leem li difende nella sua opera da un anonimo scrittore, che li aveva detti scostumati:
At ego sancte asserere ausim, nullum me unquam ab illis obscoenum audiisse verbum, nec per totum illud quadriennium, quo inter duarum Parochiarum Kilvigensis et Kiöllefiordensis, Lappones Missionarii munus obibam, ullum in utroque coetu, extra legitimum conjugium, partum fuisse editum, et per integrum sexennium, quo coetui Altensi curio præeram, unicum duntaxat.
In ogni modo i figli del peccato non sono nè abbandonati, nè sprezzati; perchè sopra ogni cosa amano veder crescere la popolazione.
Allegri e ciarloni amano chiacchierare lunghe ore; e a noi figli del secolo XIX sembra strano come possan trovare nel loro piccolo mondo materia a tante ciarle. Cantano senza alcuna armoniae declamano volentieri le loro poesie, improvvisando anche i lorovuoleh, specialmente quando sono rallegrati da un po’ diacquavite. Spesso due cantori si abbracciano e tenendosi allacciati lungamente, si rispondono a vicenda col canto, piangendo per la commozione.
A Hvalsund, un lappone russo, per nome Ole Olssen, udendo dinanzi a Marmier cantare una melodia tenera e querula, si commosse, abbassò la testa e le sue guancie si bagnarono di lagrime. — Oh, diss’egli a un tratto, noi non cantiamo qui, ma noi canteremo nel cielo.
De Latour, leggendo questa scena commovente nelle lettere direttegli da Marmier, rispose con questo sonetto: