Chapter 8

Pendant que tu disais ta ballade de France,Sous le toit de ton hôte un vieux lapon entra,Qui s’assit à tes pieds, dans un pieux silence,Longtemps te regarda chanter et soupira.Puis ses yeux s’animant d’un rayon d’espérance:«Nous ne chantons pas, nous, mais une heure viendra,Où Dieu, prenant pitié de sa longue souffrance,Dans un monde meilleur le lapon chantera.»Et tu crois, o vieillard, que sur d’autres rivages,Parce qu’elle est plus haut, la nue a moins d’orages,Et que l’homme au bonheur chante un hymne éternel?Ah! qu’il en est aussi dont les âmes blesséesTraînent avec ennui le poids de leurs pensées,Et disent comme toi: Nous chanterons au ciel.

Pendant que tu disais ta ballade de France,Sous le toit de ton hôte un vieux lapon entra,Qui s’assit à tes pieds, dans un pieux silence,Longtemps te regarda chanter et soupira.

Pendant que tu disais ta ballade de France,

Sous le toit de ton hôte un vieux lapon entra,

Qui s’assit à tes pieds, dans un pieux silence,

Longtemps te regarda chanter et soupira.

Puis ses yeux s’animant d’un rayon d’espérance:«Nous ne chantons pas, nous, mais une heure viendra,Où Dieu, prenant pitié de sa longue souffrance,Dans un monde meilleur le lapon chantera.»

Puis ses yeux s’animant d’un rayon d’espérance:

«Nous ne chantons pas, nous, mais une heure viendra,

Où Dieu, prenant pitié de sa longue souffrance,

Dans un monde meilleur le lapon chantera.»

Et tu crois, o vieillard, que sur d’autres rivages,Parce qu’elle est plus haut, la nue a moins d’orages,Et que l’homme au bonheur chante un hymne éternel?

Et tu crois, o vieillard, que sur d’autres rivages,

Parce qu’elle est plus haut, la nue a moins d’orages,

Et que l’homme au bonheur chante un hymne éternel?

Ah! qu’il en est aussi dont les âmes blesséesTraînent avec ennui le poids de leurs pensées,Et disent comme toi: Nous chanterons au ciel.

Ah! qu’il en est aussi dont les âmes blessées

Traînent avec ennui le poids de leurs pensées,

Et disent comme toi: Nous chanterons au ciel.

I lapponi non hanno orologio e contano alla grossa il loro tempo col sole. Il tempo per loro è l’ultimo pensiero. Se una cosa non si fa oggi, si farà domani, e se non potrà farsi domani, si farà un’altra volta: questa è la loro filosofia. Non si decidono che lentamente, vogliono e disvogliono, ma una volta decisa una cosa, la eseguiscono puntualmente.

Sono umoristici come gli svedesi e allo scherzo rispondono con altri scherzi, che spesso sono anche mordaci. Amano molto dare agli amici soprannomi, che si pigliano per lo più da difetti corporali. Una volta un parroco diede ad un lappone (certo per equivoco) del caffè con sale. Lo bevette senza dir motto, ma restituita la visita dal prete, questi ebbe delle more salate. Il lappone redarguito rispose sorridendo, aver creduto che il parroco amasse il sale.

Fétis, in un suo saggio sul sistema di classificare le razze umane dalla loro musica, disse sull’autorità di Acerbi, che i lapponi erano affatto distinti dai finni, perchè erano il solo popolo, che non conoscesse il canto.

Questa però è una esagerazione, perchè anche i lapponi cantano, ma rarissimamente e molto male. È certo che non hanno alcun istrumento musicale (et ne instrumentum quidem musicum inter eos reperirelicet, Leem). Sommier vide una volta un flauto di arcangelica, ma era certamente di origine norvegiana. Il Leem tentò più volte di insegnar loro il canto corale, ma sempre inutilmente.Modulatio lapponum incondito cuidam clamori vel etiam ululatui quam vero cantui simili est.

I lapponi tirano al bersaglio per divertirsi, giuocano alla palla e al giuoco dell’oca. È una volpe che deve difendersi da tredici oche. Hanno anche ilsakku, giuoco antichissimo, forse di origine asiatica, che rassomiglia assai agli scacchi. Sogliono anche lottare con bastoni.

I loro nomi di battesimo si danno quasi sempre sulla guida dei sogni e sono nomi norvegiani storpiati dalla desinenza lapponica:

Usando però lavare ogni giorno i loro bambini nell’acqua calda, danno loro spesso dopo il lavacroun altro nome, quando piange troppo od è malato e quando, come essi dicono, si mostra scontento del primo nome. Questo battesimo si amministra colle parole:

De mon bausam duu dam Nabmi N. N., ja dam Nabmi buurist kalkak sellet.

Io ti lavo nel nome di N. N., col qual nome tu starai bene.

È questa la ragione per cui i lapponi portano spesso due o tre nomi, e quello del lavacro riesce spesso più poetico, perchè inspirato dall’affetto delle mamme. Ricordo fra gli altri questo:utze beivatzh, piccolo sole.

I lapponi sono timidi e si lasciano spaventare come fanciulli, giudicando subito per miracolo ciò che non hanno la facoltà d’intendere.

La ricchezza dei lapponi è misurata dal numero delle renne che posseggono. Ai tempi di Von Buch una famiglia, che non avesse che cento rangiferi, era molto povera e non esente dal pericolo di morir di fame. Incominciava ad essere agiata, quando il numero delle renne giungeva a 400. Anche oggi con piccola differenza, queste frontiere della povertà e dell’agiatezza durano ancora. In caso di epidemia del bestiame, il lappone rimasto privo d’ogni ben di Dio, non ha altra risorsa che di servire pressouna famiglia ricca o di avvicinarsi al mare, trasformandosi in pescatore. Il mendicante non esiste in Lapponia. Noi abbiamo conosciuti lapponi, che possedevano 3000 renne e 70 od 80 mila lire in tanti talleri e gioielli d’argento, che mettevano alla banca, o più spesso nascondevano sotto terra e nelle torbe. Van Düben racconta il caso di un ricco divenuto cieco, che non potè più ritrovare il proprio tesoro, nè dare indizii sufficienti ai suoi, perchè lo trovassero. Si può calcolare all’ingrosso che duemila renne rappresentano 20,000reichsthaler, ma una buona renna da tiro può valere anche 45 lire.

I lapponi in generale sono economi, e nei loro contratti preferiscono l’argento, che chiamanoblanca, alla carta, che non ha però corso forzoso. Una volta il commercio si faceva per cambii, ora si fa invece col denaro. Fanno spesso dei regali ai loro avventori e clienti, ma colla sicurezza di riceverne il contraccambio. Ho veduti i lapponi vendere e comprare e li ho trovati in tutto simili ai miei indiani dell’America meridionale. Son brontoloni, insistenti, meticolosi; nascondono la furberia sotto un denso strato di bonomia e di apparente stupidità, ma alla fin dei conti, trattando con noi, gente di razza alta e di morale evangelica, riescono più spesso canzonati che canzonatori.

Ogni mercante scandinavo, che è in rapporto di commercio coi lapponi, ha i proprii clienti. Quando si vuol fare un contratto, egli deve prima d’ogni altra cosa far portare dell’acquavite e offrire piccoli doni. Il lappone dal canto suo offre carne di renne e selvaggiume, che riceve poi cotta dal suo mercante. In generale, saldati i conti, e chiuso il bilancio, il povero lappone rimane sempre indebitato, ciò che lo tien stretto al suo cliente, senza poter offrire le cose sue ad alcun altro mercante. I debiti si segnano in modo molto semplice con tacche fatte sopra un pezzo di legno, che si taglia in due pezzi eguali, uno dei quali rimane al creditore, l’altro al debitore. Ogni tacca indica in generale una mezzacorona(lire 0,75).

Quando si pensa, che immensi deserti di paludi e di ghiacci separano debitori e creditori per lunghi mesi, si deve dare una corona civica di onestà ai quei poveri nani iperborei, che menano i loro affari commerciali con tanta ingenuità di forme e fedeltà di promesse.

I lapponi godono di tutti i diritti dei cittadini di Svezia e di Norvegia, ma non si accorgono davvero di averli.

Pagano le loro imposte fedelmente; imparano a leggere e scrivere, perchè è anche questo un lorodovere e perchè si rifiuterebbe loro il sacramento della confermazione, al quale tengono moltissimo; ma la loro coltura letteraria si riduce per lo più a leggere malamente il Vangelo o a fare a un dipresso la loro firma. Alcuni di essi però sono suscettibili di studio e di coltura. Io conobbi un lappone, maestro di scuola stipendiato dal Governo di Norvegia e che insegnava il norvegiano e l’aritmetica ai suoi piccoli scolari della Lapponia. Del resto meglio assai saranno ritratti i lineamenti psichici di questa gente nei due capitoli, che dedicheremo più innanzi al loro mondo ideale e alla loro religione.

Qui basterà a completare il loro ritratto il poco che potrò dire delle loro industrie e delle loro arti.

Di sensi acuti, sono molto abili al tiro, e così, come nel secolo scorso erano ancora abilissimi tiratori d’armi, oggi lo sono col fucile o la carabina.

Del resto, trovandosi in continui rapporti colla civiltà scandinava, comperano belle e fatte molte cose, che potrebbero e saprebbero fare da sè, se dovessero ricorrere alle sole proprie attitudini. Oggi essi si accontentano di preparare il loro filo, le loro pelliccie, i loro cucchiai d’osso ed altri piccoli utensili.

Il filo si prepara dalle donne coi tendini delle renne. Si tostano al fuoco, si battono finchè divengono molli, o si masticano e poi si fregano sulle guancie o sul ginocchio finchè siano ridotti in fili sottilissimi (et palma ad maxillam affricando, in tenuissima fila contorquent, Leem). Con telai molto primitivi fatti di osso intrecciano le loro fascie di lana a varii colori. Filano lo stagno con molta arte e ne ricamano le loro fascie. Sanno anche tingere il panno in giallo o in rosso, adoperando ilLycopodium complanatum, la radice delRumex acetosa, i fiori delGalium verum.

Le donne preparano le pelliccie, scarnando bene le pelli e ungendole poi a più riprese con olio di fegato di pesce. Gli uomini invece fabbricano i loro cucchiai colle corna delle renne, incidendovi fiori e disegni di renne. Fanno anche vasi di legno coi tronchi e le radici delle betule. Bordier disse, che i disegni incisi dai lapponi sui loro cucchiai e sulle loro scatole o agorai rammentano quelli dei vasi scandinavi dell’epoca del bronzo. Egli aggiunge, che filtrano il latte di renne attraverso un ingegnoso filtro di crino, onde levarne i peli. Quanto a me, non ho trovato presso i lapponi altro strumento più ingegnoso di un grande cucchiaio per cogliere rapidamente e bene una grande quantitàdi frutti di bagiole, ed io consiglierei i nostri montanari a farne di simili, invece di cogliere una per una le bacche dei loro mirtilli. È un cucchiaio di legno simile in tutto a quello, di cui si servono i barcaiuoli del Lago Maggiore e del Lago di Como per cavar l’acqua dai loro burchielli e sul labbro anteriore vi è un pettine a larghi denti, che scorrendo tra le pianticine del mirtillo, ne distacca i frutti, facendoli cadere nel cucchiaio[16].

Ma questi nostri lapponi, donde sono venuti? Chi son dessi? Per quale anello si congiungono alla grande famiglia dei popoli dell’Asia o dell’Europa? Oggi, noi giustamente non crediamo di conoscere bene una creatura qualunque di questa nostra pallottola sublunare, se non le abbiamo assegnata la genealogia e il posto gerarchico nella grande storia deldivenire.

Per chi si accontenta della mitologia, potrebbe bastare l’iscrizione seguente, che nel secolo scorso si leggeva ancora sopra un’antichissima statua dell’isola di Gidschœe:

Findus fratrem interfecitQuia inter eos de via non conveniebat;quapropter in Borealem regni partem concessit,ubi ejus progenies in immensum aucta est,Ab illo descendunt omnes illi Normanni,Qui sese Finnos appellant.

Findus fratrem interfecitQuia inter eos de via non conveniebat;quapropter in Borealem regni partem concessit,ubi ejus progenies in immensum aucta est,Ab illo descendunt omnes illi Normanni,Qui sese Finnos appellant.

Findus fratrem interfecit

Quia inter eos de via non conveniebat;

quapropter in Borealem regni partem concessit,

ubi ejus progenies in immensum aucta est,

Ab illo descendunt omnes illi Normanni,

Qui sese Finnos appellant.

Ammessa per vera la leggenda, noi dovremmo sempre dimostrare che fra ifinnosvanno contati anche i lapponi.

Knud Leem crede di riscontrare molti rapporti fra i lapponi e gli antichi sciti; quali il vestirsi di pelli, la vita nomade e la pastorizia. Gli par quindi, se non vero almeno verosimile, che i lapponi siano una propagine degli antichi sciti e in una nota aggiunge, che anche Leibnitz e Bajerus sono di questa opinione.

Il buon pastore norvegiano però non è troppo forte in etnologia, dacchè, alcune pagine più innanzi, trova unaquandam etiam convenientiamfra i lapponi e gli antichi ebrei; cioè capelli oscuri, vestimenti simili, il canto sacro, usi relativi alla mestruazioneecc. E quasi non bastasse questo vagabondaggio di opinioni, egli trova forse una parentela fra lapponi e finni della Svezia. Davvero che questi nostri amici del nord sarebbero parenti universali!

Appartiene forse alle fantasie etniche anche l’idea che i fenici abbiano visitato il nord della Norvegia e che i cartaginesi andassero a pescare alle Lofoden, riportando il pesce nella loro terra affricana.

Leopoldo Von Buch dice, che Thule deve essere la Norvegia settentrionale e non l’Islanda e sostiene la sua opinione con validi argomenti. Egli ammette che lapponi e finni discendano da uno stipite comune, ma che si siano separati fra di loro prima di venire lì dove si trovano oggi. Egli crede probabile, che i lapponi abbiano lasciato la costa del Mar Bianco per venire ad abitare la Norvegia e la Svezia e che i finni sian venuti dall’Estonia, attraversando la Finlandia.

Virchow considera i lapponi come un ramo dei finni; Schaffhauser invece vede in essi i discendenti di mongoli respinti al nord lungo la costa dell’Oceano glaciale. Ecker crede, che siano un ultimo avanzo di un popolo, che occupava un tempotutta la Scandinavia e fors’anche gran parte della Germania; ma quest’ultima opinione, che pure parrebbe a priori tanto verosimile, è contraddetta da tutte le ricerche preistoriche fatte dai dotti paletnologici della Danimarca, della Svezia e della Norvegia ed oggi in tutta la Scandinavia non vi ha anima viva, che osi difenderla[17].

A me sembra che il Van Düben abbia il merito di aver studiato più profondamente le origini dei lapponi, raccogliendo una cronologia di dodici secoli, accompagnando i lapponi da Erodoto fino ai nostri giorni. Poveretti! Essi ignorano la loro storia e non sentono il bisogno di rifarla; tocca a noi, irrequieti indagatori di origini, fare ciò ch’essi non sanno.

Erodoto è molto buio; ma Tacito nella suaGermania(Caput 45 e 46) lì dove parla dei sujones e dei finni, ci dà la prima notizia dei padri antichissimidei nostri lapponi. Ma dopo Tacito, essi sono scordati per quasi 500 anni, se pur si vuol dimenticare il poco che ne dice Pomponio Mela.

Procopio Cesarico verso il 560 dell’èra nostra descrive la storia delle guerre gotiche e parlando degli eruli, che ritornano a Thule, loro patria, dice che quella terra era in gran parte disabitata, ma che la piccola regione coltivata contava tredici popoli diversi con altrettanti re. Aggiunge che in quel paese ad ogni anno si ripete il miracolo, che nel solstizio di estate il sole non tramonta e nel solstizio d’inverno il sole per quaranta giorni sparisce dall’orizzonte. Fra i barbari che abitano Thule, un solo popolo mena vita selvaggia e sono gliscrithiphinni. Son gente, che non beve vino, nè raccoglie frutta dalla terra, nè la coltivano; neppure le donne lavorano in casa, ma escono cogli uomini a cacciare. I loro monti e i loro boschi danno a loro le carni delle loro belve e dei loro uccelli. Non hanno lino, ma si veston di pelli, cucite coi tendini.

I loro bambini non poppano, ma succhiano il midollo dei grossi animali. Appena nasce un bambino, viene sospeso ad un albero e si copre di pelliccie, dandogli in bocca un pezzo di midollo,che succhia, mentre i genitori partono per la caccia.

Un altro goto, Jornandez, del tempo di Procopio (pag. 350), descrive Thule, sotto il nome di Isola Scanzia, che è circondata dal mare e da moltissime altre isole. Nel nord abita un popolo, che nell’estate ha 40 giorni di sole e nell’inverno 40 giorni di tenebre. Fra tutti i popoli della Scanzia i più dolci di costumi sono ifenni.

Il longobardo Paolo Varnefried, duecento anni dopo, cioè verso il 780, parla dello stesso popolo. Sono gliscrito-finni, che confinano coll’isola di Scandinavia. Anche nell’estate hanno la neve e vivono di carne cruda. Il loro nome deriva dal modo di camminare sopra pezzi di legno in forma di barca. Hanno un animale simile al cervo, della cui pelle fanno vesti simili ad una tonaca, che scende loro fino al ginocchio. A ponente, nel mare, vi è un vortice (il Malstroem).

Sulla fine dell’800 il geografo di Ravenna, l’anonimo ravennate, parla di un popolo scandinavo, che abita il paese più freddo del mondo. E via via, per secoli trovate molti autori che si copiano l’un l’altro, lasciandoci la parola di finni, con cui anche oggi danesi, islandesi e norvegiani battezzano inostri lapponi. Per il Van Düben i finni di Tacito sono gli scrito-finni degli scrittori del medio evo.

Un’antica tradizione dice che son venuti dall’oriente; e Castren, raccogliendo la tradizione, credette di poterla precisar meglio, dicendo che essi son partiti dall’Altai coi finlandesi; cosa però che è assai più facile a dire che a precisare. Il Van Düben, più scettico del Castren, trova i lapponi troppo diversi dai finni per poterli fare escire da un unico ceppo. È vero, che le loro lingue sono affini, che appartengono entrambi al gruppo ugro-altaico; ma altra cosa è l’affinità filologica ed altra la etnica. I lapponi emigrarono forse per i primi da un grande centro altaico, emigrando verso il nord-ovest, lungo il fiume Irtisch o l’Obi e passando gli Urali. Dire a qual’epoca giungessero in Europa è cosa impossibile.

I lapponi hanno nella loro lingua 18 parole per esprimere la forma dei monti, 20 per il ghiaccio, 11 per il freddo, 41 per la neve e le sue varietà, mentre d’altra parte sono poverissimi di vocaboli che esprimono cose di paesi temperati. Anche questo fatto è un potente indizio per dimostrare, che questa povera gente nacque tra i ghiacci e tra ighiacci emigrò, mutando solo il freddo d’Asia in quello d’Europa.

Ecco il poco di sicuro, che la critica etnologica può affermare sull’origine dei lapponi; inoltrarsi in vie ristrette per cercare particolari più minuti sarebbe lo stesso che smarrire la via e perdersi nel laberinto del romanzo storico.


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