CAPITOLO SESTO
IL MONDO IDEALE DEI LAPPONI — LA LORO POESIA — I LORO PROVERBII E INDOVINELLI — NOVELLINE.
IL MONDO IDEALE DEI LAPPONI — LA LORO POESIA — I LORO PROVERBII E INDOVINELLI — NOVELLINE.
La poesia lappone è una rivelazione tutta moderna e se alcuni dotti non avessero raccolto con cura paziente quegli inni polari, essi sarebbero andati perduti per la storia dell’arte e del pensiero umano. La civiltà, che tutto lisciando e tutto livellando, distrugge tanti lineamenti della nostra psicologia, avrebbe consunti anche quei canti epici e lirici della Lapponia, che hanno un sapore così agreste, una forma così fantastica e note così tenere d’affetto. A furia di passare di bocca in bocca, senz’essere stati mai consegnati alla penna, si sarebbero evaporati insieme al fumo azzurro, che esce dalle povere capanne dei lapponi.
Friis fu il primo, che nel 1856 pubblicò[18]una raccolta di favole e leggende lappone, col modesto proposito di dare un saggio di quella lingua, che egli aveva studiata con tanto amore. Prima di lui si sapeva appena, che questo popolo iperboreo e in apparenza così povero di pensiero avesse un mondo ideale, benchè Scheffer fin dal 1673 nella suaLapponia[19]avesse pubblicato due liriche lapponiche nell’originale e nella traduzione[20]. Anche il pastore Linder di Umea, che viveva ancora nel 76 più che nonagenario, aveva pubblicato nel 1849 nel giornale svedeseLäsning för folketnotizie interessanti sulla Lapponia svedese e sui suoiabitanti, dando un sunto del cantoI figli del sole; ma erano poche gemme raccolte da un tesoro ancora quasi inesplorato. Il Van Düben nella sua classica opera sulla Lapponia ci diede tradotto per interoI figli del soleed altre poesie epiche, raccolte specialmente dalla bocca del venerando pastore lappone Fjellner. Il Donner, finlandese di nascita, venuto dopo tutti, ci ha dato una vera antologia lapponica, pubblicata prima in un giornale in lingua finnica e poi in un volume a parte pubblicato ad Helsingfors[21].
Il venerando Fjellner, che forse vive ancora, merita una calda parola di riconoscenza per avere conservato lo scrigno prezioso della poesia lapponica. Nell’estate del 74 il Donner, passando per Umea e Lycksele, viaggiando a piedi e in barca, si portò a Sonde, dove il vecchio Fjellner di ottant’anni e cieco viveva colla sua famiglia e le sue poche renne, predicando ai suoi paesani la parola del Signore. Cortesissimo col dotto filologo finlandese gli dettò la maggior parte delle poesie che faremo conoscere agli italiani.
Anders Fjellner nacque a ciel sereno in una fredda notte di autunno, il 18 settembre 1795, suinevosi altipiani di Ruta, fra Votta e Sal nell’Herjedal. I suoi genitori erano lapponi nomadi e ancor prima di ricevere il battesimo del cristiano, ebbe il battesimo lappone, dacchè appena nato lo lavarono in una sorgente ghiacciata. Mortogli il padre nel 1804, fu mandato da lontani parenti alla scuola di Ostersund nel Jämtland, poi al ginnasio di Hernösand e nel 1818 all’Università di Upsala. Fin dai primi anni della sua educazione egli stesso aveva preso il nome di Fjellner, perchè nato sopra unfjäll(altipiano, monte).
Lo studio del latino, del greco e della teologia si alternavano colla vita nomade del pastore, che egli riprendeva con passione nelle vacanze della scuola. Nel 1820, lasciata l’Università, passò molti anni fra i lapponi svedesi, facendo il missionario, finchè, presa seco la moglie, due figliuoli e undici renne, portò la sua carovana a Sorsele, dove rimase sempre come curato (pastor). Nessuno più di lui poteva raccogliere con religioso amore la poesia di un popolo, di cui aveva il sangue nelle vene, benchè l’educazione lo avesse posto tanto in alto; e Van Düben e il Donner, conversando col vecchiopastoredi Sorsele, trascrissero ciò che il povero cieco non poteva più tramandare ai posteri colla parola scritta.
Il Fjellner crede di ravvisare nelle poesie epiche della Lapponia un’origine asiatica; ma il Van Düben e il Donner non sono di quest’avviso. Benchè questi canti abbiano un’origine antichissima, e può dirsi preistorica, sembrano ad essi lapponi, null’altro che lapponi. In alcuni di essi sono evidenti alcune ricuciture e rammendi fatti in epoche posteriori, per cui sulla maschia e mitica orditura antica si vedono i ricami medioevali e le storpiature moderne di nomi e di paesi. La stoffa primitiva però è così robusta e così ben tornita, che rammendi, ricuciture e ricami non bastano a guastarla, e noi ci troviamo innanzi agli occhi una delle più franche e più originali espressioni del mondo ideale di un popolo iperboreo.
Lasciamo, che eruditi e filologi dissertino sopra l’origine di questi canti. È probabile, che essi rimontino ad un’epoca, in cui le diverse stirpi finniche si trovavano raccolte in un più stretto territorio. Separate le une dalle altre per successive emigrazioni, portarono seco il palladio prezioso della poesia dei loro padri, e se la tramandarono con culto religioso da padre in figlio.
Leggendo le poesie lapponiche, che daremo letteralmente tradotte dallo svedese o dal tedesco, voi troverete i caratteri più salienti d’ogni poesia arcaicadi popoli primitivi insieme ai lineamenti più speciali della natura e dei costumi lapponici. Il nervosismo sommo di quella gente, che li espone ad allucinazioni frequenti, a veri miraggi della fantasia, dà anche alla loro poesia il carattere fantastico; e lo stesso Fjellner, cristiano, sacerdote e dottorato ad Upsala, raccontava in piena buona fede di aver veduto un giorno la figlia del sole. Egli viaggiava sui monti dell’Herjedal e si trovava ravvolto nella nebbia. Egli ode a un tratto un grande scampanio di armenti e vede sedere sopra una pietra la splendida figlia del sole. Egli pian piano se l’avvicina per di dietro, onde stringerla fra le sue braccia; ma egli non stringe che una pietra, contro cui batte il capo. Essa era sparita! La figlia del sole,paive neita, è detta anche dai lapponisaivo neidao figlia del mondo sotterraneo, oruona neida, cioè la figlia della primavera o la verdeggiante. Chi riesce ad abbracciarla senza che ella se n’accorga, conserva i suoi armenti di renne e le sue ricchezze.
Friis, il quale si è occupato specialmente della favola e della leggenda, le divide in tre categorie: la prima è mitica e ci offre sotto la forma di leggende i ricordi dell’antica religione dei lapponi; la seconda attinge le sue ispirazioni da avvenimentistorici e ci parla specialmente delle lotte fra tribù o popoli diversi; la terza ci dà le descrizioni e i costumi degli animali. Nelle pagine seguenti il lettore troverà molti saggi di queste tre diverse forme di poesia, e senza bisogno di commenti saprà assegnare ad ognuna di esse il battesimo scolastico. A noi però importa assai più il segnare i caratteri salienti di questa poesia, che è forse neolitica e che certamente accompagna i primi crepuscoli ideali del pensiero umano.
Voi trovate nelle pagine seguenti i ricordi atavici dell’antropofagia e dei sacrifizii umani[22], il culto degli astri e le lotte e le rapine fra tribù e tribù. L’ardore dei sensi è nudo e innocente come la natura, senza foglie di fico, nè veli di ipocrito pudore. L’astuzia primitiva e quasi infantile, va compagna della violenza selvaggia, ma il sentimento della famiglia domina il campo degli affetti, e il tradimento, la viltà, la menzogna sono assenti; per cui il carattere di questo popolo si dimostra fino dalla più remota antichità onesto, buono, sincero. Se a questo aggiungi un amore caldo, tenerissimo per gli animali domestici, per il renne, amico ecompagno inseparabile dell’uomo iperboreo e il terrore sacro per gli animali selvaggi, tu avrai segnati i lineamenti caratteristici di questa poesia lapponica, che a volta a volta dalle puerili fantasie si innalza fino alle forme più auguste dell’epopea omerica, o si intenerisce fino alle note più soavi della nostra poesia moderna. Uno studio critico di questi canti segnerebbe di certo le leggi più fondamentali dell’estetica dell’arte, mostrando ciò che è umanamente bello per tutti e ciò che commuove le viscere e il pensiero di ogni creatura intelligente nata sotto il sole.
Il viaggiatore russo Dantschenko fece un viaggio nella Lapponia russa durante il 1873 e raccolse parecchie canzoni dalla bocca degli stessi abitanti del paese. Eccone una ch’egli udì cantare da una fanciulla, che lo conduceva sul lago Imandra, facendogli da barcaiolo:
Venne da me un vecchio pescatoreUn ricco pescatore del lago Murd,Mi portò reti dorateReti d’oro e reti d’argento.Ascoltami, o fanciulla, disse egli,Io ti voglio prender nella rete,In quella d’argento, in quella d’oro.Io risi così forte al pescatore,Che mi si udì al dì là dei monti:Vecchio pescatore tu sei venuto troppo tardi,Ricco pescatore, colla reteColla rete d’argento, colla rete d’oro.La tua buona pesca è andata a maleE tu hai lasciato scappare il pesce:Da lungo tempo è già cadutoIn un’altra rete, che lo stringeNon nella tua d’argento, nè nella tua d’oro,Ma in una rete tessuta di canapa.Ma non sei tu che l’hai preso, ricco pescatore,Ma un povero giovinotto.
Venne da me un vecchio pescatoreUn ricco pescatore del lago Murd,Mi portò reti dorateReti d’oro e reti d’argento.Ascoltami, o fanciulla, disse egli,Io ti voglio prender nella rete,In quella d’argento, in quella d’oro.Io risi così forte al pescatore,Che mi si udì al dì là dei monti:Vecchio pescatore tu sei venuto troppo tardi,Ricco pescatore, colla reteColla rete d’argento, colla rete d’oro.La tua buona pesca è andata a maleE tu hai lasciato scappare il pesce:Da lungo tempo è già cadutoIn un’altra rete, che lo stringeNon nella tua d’argento, nè nella tua d’oro,Ma in una rete tessuta di canapa.Ma non sei tu che l’hai preso, ricco pescatore,Ma un povero giovinotto.
Venne da me un vecchio pescatore
Un ricco pescatore del lago Murd,
Mi portò reti dorate
Reti d’oro e reti d’argento.
Ascoltami, o fanciulla, disse egli,
Io ti voglio prender nella rete,
In quella d’argento, in quella d’oro.
Io risi così forte al pescatore,
Che mi si udì al dì là dei monti:
Vecchio pescatore tu sei venuto troppo tardi,
Ricco pescatore, colla rete
Colla rete d’argento, colla rete d’oro.
La tua buona pesca è andata a male
E tu hai lasciato scappare il pesce:
Da lungo tempo è già caduto
In un’altra rete, che lo stringe
Non nella tua d’argento, nè nella tua d’oro,
Ma in una rete tessuta di canapa.
Ma non sei tu che l’hai preso, ricco pescatore,
Ma un povero giovinotto.
Un’altra canzone lappone raccolta dallo Dantschenko è la seguente:
Sugli alti monti io me n’andaiAlla caccia del rangifero,Uno ne cadde colla freccia di ferroE il ferro penetròNel caldo cuore dell’animale.Ad un tratto cadde il renneSulla neve e giacque senza moto.Presi l’animale sulle mie spalleE lo portai giù al villaggio.Gli tagliai ambo le cornaLe staccai e gettai sdegnosoNel lago le superbe corna.Tagliai pure tutte le zampeLe tagliai e le gettai nell’onda.Solo il corpo io presi con meE lo portai nella capanna ai miei genitoriE diedi ad essi la carne.Solo il caldo, l’ardente cuoricinoDiedi io festoso alla mia fanciulla.
Sugli alti monti io me n’andaiAlla caccia del rangifero,Uno ne cadde colla freccia di ferroE il ferro penetròNel caldo cuore dell’animale.Ad un tratto cadde il renneSulla neve e giacque senza moto.Presi l’animale sulle mie spalleE lo portai giù al villaggio.Gli tagliai ambo le cornaLe staccai e gettai sdegnosoNel lago le superbe corna.Tagliai pure tutte le zampeLe tagliai e le gettai nell’onda.Solo il corpo io presi con meE lo portai nella capanna ai miei genitoriE diedi ad essi la carne.Solo il caldo, l’ardente cuoricinoDiedi io festoso alla mia fanciulla.
Sugli alti monti io me n’andai
Alla caccia del rangifero,
Uno ne cadde colla freccia di ferro
E il ferro penetrò
Nel caldo cuore dell’animale.
Ad un tratto cadde il renne
Sulla neve e giacque senza moto.
Presi l’animale sulle mie spalle
E lo portai giù al villaggio.
Gli tagliai ambo le corna
Le staccai e gettai sdegnoso
Nel lago le superbe corna.
Tagliai pure tutte le zampe
Le tagliai e le gettai nell’onda.
Solo il corpo io presi con me
E lo portai nella capanna ai miei genitori
E diedi ad essi la carne.
Solo il caldo, l’ardente cuoricino
Diedi io festoso alla mia fanciulla.
Nel prezioso libro del Donner troviamo questi altri saggi di poesia lapponica:
Piccolo salice, piccolo salice, perchè rimani tu così confuso?Ti culla bene il vento del nord, o piccolo salice?Ti culla il vento del nord o ti flagella colla pioggia battente?O accarezza le tue radici colle fredde onde?Le donne del Maggiore camminarono, camminarono,Si fabbricarono due remiDue remi e il canotto fu il terzo.Presero così la bella fanciullaE la posero in mezzo al canotto.Fanciulla, fanciulla, perchè sei tu così turbata?Piangi tu, o fanciulla, per il padre o per la madre?Piangi tu per il padre, la madre, la sorella, il fratello?Piangi tu per la sorella, il fratello o i congiunti?
Piccolo salice, piccolo salice, perchè rimani tu così confuso?Ti culla bene il vento del nord, o piccolo salice?Ti culla il vento del nord o ti flagella colla pioggia battente?O accarezza le tue radici colle fredde onde?Le donne del Maggiore camminarono, camminarono,Si fabbricarono due remiDue remi e il canotto fu il terzo.Presero così la bella fanciullaE la posero in mezzo al canotto.Fanciulla, fanciulla, perchè sei tu così turbata?Piangi tu, o fanciulla, per il padre o per la madre?Piangi tu per il padre, la madre, la sorella, il fratello?Piangi tu per la sorella, il fratello o i congiunti?
Piccolo salice, piccolo salice, perchè rimani tu così confuso?
Ti culla bene il vento del nord, o piccolo salice?
Ti culla il vento del nord o ti flagella colla pioggia battente?
O accarezza le tue radici colle fredde onde?
Le donne del Maggiore camminarono, camminarono,
Si fabbricarono due remi
Due remi e il canotto fu il terzo.
Presero così la bella fanciulla
E la posero in mezzo al canotto.
Fanciulla, fanciulla, perchè sei tu così turbata?
Piangi tu, o fanciulla, per il padre o per la madre?
Piangi tu per il padre, la madre, la sorella, il fratello?
Piangi tu per la sorella, il fratello o i congiunti?
Questo canto non finisce qui, ma il Popov che lo pubblicò per il primo, non potè averne la continuazione.
L’amore profondo e tenero per la patria e la famiglia si trova nelle poesie lapponiche come nelle sirianiche e nelle finniche. Nei preziosi manoscritti lasciati dal dottissimo Castren, e che si trovano oggi nella Biblioteca dell’Università di Helsingfors, avete sette canzoni sirianiche, tutte dedicate al matrimonio, ed eccone una come saggio:
Mi si è tolta la libera volontà,Mi si è preso teneramente il mio cuore,Mi si incatenò la mia giovine testolina,Mi si tennero fermi i miei ricci d’oro,Mi si trascinò per la punta delle dita?O mio padre, mio educatore,O mia madre, che ebbe cura di me,O fratello, coraggioso come il falco,O mia propria, o cara sorella,Fratello di mio padre, o buona cugina,Così voi avete già decisoIo devo abbandonare casa e cortile!Così io andai alle nozzePresi il calice ripienoE a tutti gli ospiti offersi il vino,Guardai a tutti i convenutiAttraverso le mie ciglia d’oro;Non lo prese però il buon fratello,Lungi egli è, il lieto falcoEgli siede nella neratundra[23]Nel seno dell’oscuro mareSotto le alte rupi degli Urali.Accorri qui, o mio nobile fratello,Non odi: io son scacciataDalle dorate regioni del mio paeseVieni, o vieni, mio caro fratello,Che giacesti sullo stesso seno della madre,Vieni e vedi come io parta!Scegli le renne dall’armento,Scegline sei, delle maggiori,Attaccale ad una slitta,Aggiogale ad una slitta,Legale solidamente con nere cinghieE corri rapido a casa!Spumeggin pure cento e venti fiumi,Irrompano selvaggi i torrenti di primavera,Frapponendosi sulla tua via,E tu innalzati leggero come il cignoO veloce come un’anitra.Venerato padre, cara madre,Io fui pur fedele, povera fanciulla,Sempre come un figlio prediletto,Perchè volete voi scacciareLa fedele serva dalla vostra casa,Per darmi in cambio stranieri genitori,Sconosciuti fratelli e sorelle?Dovrò io diventar cento volte più saggia,O poveretta, dovrò io semprePiegar la mia testolinaPer trovar gioie presso di loro?Se il piacere non dimora presso di loro,Io penserò alla patria,E godrò la gioia passataPresso il padre e la madre.
Mi si è tolta la libera volontà,Mi si è preso teneramente il mio cuore,Mi si incatenò la mia giovine testolina,Mi si tennero fermi i miei ricci d’oro,Mi si trascinò per la punta delle dita?O mio padre, mio educatore,O mia madre, che ebbe cura di me,O fratello, coraggioso come il falco,O mia propria, o cara sorella,Fratello di mio padre, o buona cugina,Così voi avete già decisoIo devo abbandonare casa e cortile!
Mi si è tolta la libera volontà,
Mi si è preso teneramente il mio cuore,
Mi si incatenò la mia giovine testolina,
Mi si tennero fermi i miei ricci d’oro,
Mi si trascinò per la punta delle dita?
O mio padre, mio educatore,
O mia madre, che ebbe cura di me,
O fratello, coraggioso come il falco,
O mia propria, o cara sorella,
Fratello di mio padre, o buona cugina,
Così voi avete già deciso
Io devo abbandonare casa e cortile!
Così io andai alle nozzePresi il calice ripienoE a tutti gli ospiti offersi il vino,Guardai a tutti i convenutiAttraverso le mie ciglia d’oro;Non lo prese però il buon fratello,Lungi egli è, il lieto falcoEgli siede nella neratundra[23]Nel seno dell’oscuro mareSotto le alte rupi degli Urali.Accorri qui, o mio nobile fratello,Non odi: io son scacciataDalle dorate regioni del mio paeseVieni, o vieni, mio caro fratello,Che giacesti sullo stesso seno della madre,Vieni e vedi come io parta!Scegli le renne dall’armento,Scegline sei, delle maggiori,Attaccale ad una slitta,Aggiogale ad una slitta,Legale solidamente con nere cinghieE corri rapido a casa!Spumeggin pure cento e venti fiumi,Irrompano selvaggi i torrenti di primavera,Frapponendosi sulla tua via,E tu innalzati leggero come il cignoO veloce come un’anitra.
Così io andai alle nozze
Presi il calice ripieno
E a tutti gli ospiti offersi il vino,
Guardai a tutti i convenuti
Attraverso le mie ciglia d’oro;
Non lo prese però il buon fratello,
Lungi egli è, il lieto falco
Egli siede nella neratundra[23]
Nel seno dell’oscuro mare
Sotto le alte rupi degli Urali.
Accorri qui, o mio nobile fratello,
Non odi: io son scacciata
Dalle dorate regioni del mio paese
Vieni, o vieni, mio caro fratello,
Che giacesti sullo stesso seno della madre,
Vieni e vedi come io parta!
Scegli le renne dall’armento,
Scegline sei, delle maggiori,
Attaccale ad una slitta,
Aggiogale ad una slitta,
Legale solidamente con nere cinghie
E corri rapido a casa!
Spumeggin pure cento e venti fiumi,
Irrompano selvaggi i torrenti di primavera,
Frapponendosi sulla tua via,
E tu innalzati leggero come il cigno
O veloce come un’anitra.
Venerato padre, cara madre,Io fui pur fedele, povera fanciulla,Sempre come un figlio prediletto,Perchè volete voi scacciareLa fedele serva dalla vostra casa,Per darmi in cambio stranieri genitori,Sconosciuti fratelli e sorelle?Dovrò io diventar cento volte più saggia,O poveretta, dovrò io semprePiegar la mia testolinaPer trovar gioie presso di loro?Se il piacere non dimora presso di loro,Io penserò alla patria,E godrò la gioia passataPresso il padre e la madre.
Venerato padre, cara madre,
Io fui pur fedele, povera fanciulla,
Sempre come un figlio prediletto,
Perchè volete voi scacciare
La fedele serva dalla vostra casa,
Per darmi in cambio stranieri genitori,
Sconosciuti fratelli e sorelle?
Dovrò io diventar cento volte più saggia,
O poveretta, dovrò io sempre
Piegar la mia testolina
Per trovar gioie presso di loro?
Se il piacere non dimora presso di loro,
Io penserò alla patria,
E godrò la gioia passata
Presso il padre e la madre.
Celebre è la poesia lapponica seguente, raccolta da Fjellner:
Un tempo gli uomini erano pochiE le fanciulle mancavano agli uomini.Un uomo aveva abbracciata la sua donna,Aveva mischiato il suo sangue con quello di lei,E la madre allatta il bimbo,Bagna e alimenta il fanciullo.Si dimena il fanciullo nella culla,Perchè egli aveva ricevuto dal suo genitoreTendini forti e solidi,E l’antenato diede l’ingegnoAlla progenie del figlio di Kalla.Corre voce, così suona la leggenda:Dietro la stella legata (forsefissa)Ad occidente lontano dalla luna e dal soleSon le pietre oro e argento,Pietre del focolare, pietre delle reti.Scintilla l’argento, fiammeggia l’oro,Le rupi si specchiano nel mare.Anche i soli, le lune, le stelle,Luccicano, sorridono, specchiandosi risplendono.Il figlio del Sole stacca la sua barchetta,Prende con sè il meglio della sua gente.Il vento soffiando gonfia le vele,Lo spirito delle acque spinge la barchetta,L’onda trascina all’innanzi gli uomini.Il timone si drizza al discoE il vento d’oriente culla la barchetta.Onde non tocchi la luna,La luna e il sole diventaronoPiù piccoli della stella del nord.Sorge ora una luce d’un’altra specieE diventa più grande che il sole,Risplende in rosso e illumina gaiamente.Passano lunghi anni in mare.Finalmente, ecco alla fine del viaggioSi apre la spiaggia del gigante,Si fa orribile e s’innalza.E la giovane figlia del gigante,Essa, la cucitrice del vecchio cieco,Lava alla luce di una fiaccola gli abiti,Stropiccia e batte i vestiti con diligenza,Poi li risciacqua e li spreme,Li fa seccare e li ripulisce.Dando grazia al suo seno[24]Rivolge rapida i suoi sguardi,Guarda forte il giovane negli occhi;Parla, donde vieni? chi cerchi tu?Vieni tu al tavolo della mortePer nutrire il mio padre,Per dare a me un boccone da succhiare,Per ristorare il mio fratello stanco,Per dar parte al mio suocero?
Un tempo gli uomini erano pochiE le fanciulle mancavano agli uomini.Un uomo aveva abbracciata la sua donna,Aveva mischiato il suo sangue con quello di lei,E la madre allatta il bimbo,Bagna e alimenta il fanciullo.Si dimena il fanciullo nella culla,Perchè egli aveva ricevuto dal suo genitoreTendini forti e solidi,E l’antenato diede l’ingegnoAlla progenie del figlio di Kalla.
Un tempo gli uomini erano pochi
E le fanciulle mancavano agli uomini.
Un uomo aveva abbracciata la sua donna,
Aveva mischiato il suo sangue con quello di lei,
E la madre allatta il bimbo,
Bagna e alimenta il fanciullo.
Si dimena il fanciullo nella culla,
Perchè egli aveva ricevuto dal suo genitore
Tendini forti e solidi,
E l’antenato diede l’ingegno
Alla progenie del figlio di Kalla.
Corre voce, così suona la leggenda:Dietro la stella legata (forsefissa)Ad occidente lontano dalla luna e dal soleSon le pietre oro e argento,Pietre del focolare, pietre delle reti.Scintilla l’argento, fiammeggia l’oro,Le rupi si specchiano nel mare.Anche i soli, le lune, le stelle,Luccicano, sorridono, specchiandosi risplendono.
Corre voce, così suona la leggenda:
Dietro la stella legata (forsefissa)
Ad occidente lontano dalla luna e dal sole
Son le pietre oro e argento,
Pietre del focolare, pietre delle reti.
Scintilla l’argento, fiammeggia l’oro,
Le rupi si specchiano nel mare.
Anche i soli, le lune, le stelle,
Luccicano, sorridono, specchiandosi risplendono.
Il figlio del Sole stacca la sua barchetta,Prende con sè il meglio della sua gente.Il vento soffiando gonfia le vele,Lo spirito delle acque spinge la barchetta,L’onda trascina all’innanzi gli uomini.Il timone si drizza al discoE il vento d’oriente culla la barchetta.Onde non tocchi la luna,La luna e il sole diventaronoPiù piccoli della stella del nord.Sorge ora una luce d’un’altra specieE diventa più grande che il sole,Risplende in rosso e illumina gaiamente.
Il figlio del Sole stacca la sua barchetta,
Prende con sè il meglio della sua gente.
Il vento soffiando gonfia le vele,
Lo spirito delle acque spinge la barchetta,
L’onda trascina all’innanzi gli uomini.
Il timone si drizza al disco
E il vento d’oriente culla la barchetta.
Onde non tocchi la luna,
La luna e il sole diventarono
Più piccoli della stella del nord.
Sorge ora una luce d’un’altra specie
E diventa più grande che il sole,
Risplende in rosso e illumina gaiamente.
Passano lunghi anni in mare.Finalmente, ecco alla fine del viaggioSi apre la spiaggia del gigante,Si fa orribile e s’innalza.E la giovane figlia del gigante,Essa, la cucitrice del vecchio cieco,Lava alla luce di una fiaccola gli abiti,Stropiccia e batte i vestiti con diligenza,Poi li risciacqua e li spreme,Li fa seccare e li ripulisce.
Passano lunghi anni in mare.
Finalmente, ecco alla fine del viaggio
Si apre la spiaggia del gigante,
Si fa orribile e s’innalza.
E la giovane figlia del gigante,
Essa, la cucitrice del vecchio cieco,
Lava alla luce di una fiaccola gli abiti,
Stropiccia e batte i vestiti con diligenza,
Poi li risciacqua e li spreme,
Li fa seccare e li ripulisce.
Dando grazia al suo seno[24]Rivolge rapida i suoi sguardi,Guarda forte il giovane negli occhi;Parla, donde vieni? chi cerchi tu?Vieni tu al tavolo della mortePer nutrire il mio padre,Per dare a me un boccone da succhiare,Per ristorare il mio fratello stanco,Per dar parte al mio suocero?
Dando grazia al suo seno[24]
Rivolge rapida i suoi sguardi,
Guarda forte il giovane negli occhi;
Parla, donde vieni? chi cerchi tu?
Vieni tu al tavolo della morte
Per nutrire il mio padre,
Per dare a me un boccone da succhiare,
Per ristorare il mio fratello stanco,
Per dar parte al mio suocero?
Il figlio del Sole:
Sarakka[25]mi diede dal padreTendini robusti, potenti forzeMischiando le forze dei due genitori.Uksa Aka col suo latteMi versò nel capo l’ingegno.Io cerco colei che mi dia calma nella procella,Che freni l’ira,Che felicemente mi segua nella morte e nella vita,Una che mi freni nella fortuna,Che mi protegga nella sventura,Che mi conforti nei tormenti del cuore,Che nella fatica e nell’angoscia mi riposi,Che mi porti fortuna nella pesca,Che nella commozione mi dia pace,Che doni degli eredi alla mia razza.
Sarakka[25]mi diede dal padreTendini robusti, potenti forzeMischiando le forze dei due genitori.Uksa Aka col suo latteMi versò nel capo l’ingegno.Io cerco colei che mi dia calma nella procella,Che freni l’ira,Che felicemente mi segua nella morte e nella vita,Una che mi freni nella fortuna,Che mi protegga nella sventura,Che mi conforti nei tormenti del cuore,Che nella fatica e nell’angoscia mi riposi,Che mi porti fortuna nella pesca,Che nella commozione mi dia pace,Che doni degli eredi alla mia razza.
Sarakka[25]mi diede dal padre
Tendini robusti, potenti forze
Mischiando le forze dei due genitori.
Uksa Aka col suo latte
Mi versò nel capo l’ingegno.
Io cerco colei che mi dia calma nella procella,
Che freni l’ira,
Che felicemente mi segua nella morte e nella vita,
Una che mi freni nella fortuna,
Che mi protegga nella sventura,
Che mi conforti nei tormenti del cuore,
Che nella fatica e nell’angoscia mi riposi,
Che mi porti fortuna nella pesca,
Che nella commozione mi dia pace,
Che doni degli eredi alla mia razza.
La figlia del gigante:
Ogni goccia del mio sangue ribolle,Più alto si gonfia il seno della vergine,Tutti i miei sensi si sconvolgono.Mescoliamo il nostro sangue,Intrecciamo i nostri corpi,Mescoliamo gioie e dolori,Tu figlio di madre straniera.Al mio padre, al mio caroVoglio dire il mio desio, la mia aspirazione,Le mie amare lagrime chiamanoLa mia madre che giace lì nel profondo dell’arena e della scorza di betula.
Ogni goccia del mio sangue ribolle,Più alto si gonfia il seno della vergine,Tutti i miei sensi si sconvolgono.Mescoliamo il nostro sangue,Intrecciamo i nostri corpi,Mescoliamo gioie e dolori,Tu figlio di madre straniera.Al mio padre, al mio caroVoglio dire il mio desio, la mia aspirazione,Le mie amare lagrime chiamanoLa mia madre che giace lì nel profondo dell’arena e della scorza di betula.
Ogni goccia del mio sangue ribolle,
Più alto si gonfia il seno della vergine,
Tutti i miei sensi si sconvolgono.
Mescoliamo il nostro sangue,
Intrecciamo i nostri corpi,
Mescoliamo gioie e dolori,
Tu figlio di madre straniera.
Al mio padre, al mio caro
Voglio dire il mio desio, la mia aspirazione,
Le mie amare lagrime chiamano
La mia madre che giace lì nel profondo dell’arena e della scorza di betula.
Il gigante, che ha l’intenzione di mangiarlo, dice con sprezzo:
Vieni presto, o figlio del Sole!Mettiamo alla prova colla manoLa piegatura delle nostre dita,Vediamo chi abbia le dita più pieghevoli,Chi abbia le dita più solide.
Vieni presto, o figlio del Sole!Mettiamo alla prova colla manoLa piegatura delle nostre dita,Vediamo chi abbia le dita più pieghevoli,Chi abbia le dita più solide.
Vieni presto, o figlio del Sole!
Mettiamo alla prova colla mano
La piegatura delle nostre dita,
Vediamo chi abbia le dita più pieghevoli,
Chi abbia le dita più solide.
(La figlia porge al giovane un’àncora di ferro e il giovane la presenta al vecchio).
Davvero, sono abbastanza fortiI tendini delle dita dell’eroe solare;Forte è la piegature delle dita del giovane.
Davvero, sono abbastanza fortiI tendini delle dita dell’eroe solare;Forte è la piegature delle dita del giovane.
Davvero, sono abbastanza forti
I tendini delle dita dell’eroe solare;
Forte è la piegature delle dita del giovane.
Il figlio del Sole dà poi per consiglio della figlia al vecchio come doni:
Un barile d’olio di pesce come cibo di nozze,Un barile di catrame come bevanda di nozze,Un cavallo per pietanza.
Un barile d’olio di pesce come cibo di nozze,Un barile di catrame come bevanda di nozze,Un cavallo per pietanza.
Un barile d’olio di pesce come cibo di nozze,
Un barile di catrame come bevanda di nozze,
Un cavallo per pietanza.
Il gigante parla:
Dolce, dolce è la bevandaDel paese del sole: essa si beve volentieri.Forte è anche la bevandaDel figlio del Sole e fa smarrire i sensi.Eccellente pure è la pietanza.Ma ahimè, ecco ch’egli si ubriaca,E la sua dura testa si confonde,Il grasso del pesce e del legnoScendono al suo core e lo rammolliscono.Egli afferra l’àncora di ferro,Suda e si riscalda sempre più.E il vecchio ciecoLi pone e dà posto ad ambedueSulla pelle del dominatore delle acque (balena).Incide loro il mignoloE mischia il sangue di amendue,Congiunge le mani, unisce petto a petto,Allaccia anche i nodi dei baci,Mette da parte gli impedimenti,Scioglie le mani, scioglie i nodi,Si portano le pentole nuziali, poi si beve.Alla sua tessitrice, alla valente,Alla sua unica filatrice di tendini,Alla sua cucitrice, alla unicaSceglie egli i doni nuziali:Pezzi d’oro degli scogli della rivaFa egli rompere, fa egli portare,Portare sulle navi barre d’argento,E lo aiuta l’amante della vergine,Il giovane dai bei ricci,Nella barca dalle ali di canape,Colle vele floscie.
Dolce, dolce è la bevandaDel paese del sole: essa si beve volentieri.Forte è anche la bevandaDel figlio del Sole e fa smarrire i sensi.Eccellente pure è la pietanza.
Dolce, dolce è la bevanda
Del paese del sole: essa si beve volentieri.
Forte è anche la bevanda
Del figlio del Sole e fa smarrire i sensi.
Eccellente pure è la pietanza.
Ma ahimè, ecco ch’egli si ubriaca,E la sua dura testa si confonde,Il grasso del pesce e del legnoScendono al suo core e lo rammolliscono.Egli afferra l’àncora di ferro,Suda e si riscalda sempre più.
Ma ahimè, ecco ch’egli si ubriaca,
E la sua dura testa si confonde,
Il grasso del pesce e del legno
Scendono al suo core e lo rammolliscono.
Egli afferra l’àncora di ferro,
Suda e si riscalda sempre più.
E il vecchio ciecoLi pone e dà posto ad ambedueSulla pelle del dominatore delle acque (balena).Incide loro il mignoloE mischia il sangue di amendue,Congiunge le mani, unisce petto a petto,Allaccia anche i nodi dei baci,Mette da parte gli impedimenti,Scioglie le mani, scioglie i nodi,Si portano le pentole nuziali, poi si beve.
E il vecchio cieco
Li pone e dà posto ad ambedue
Sulla pelle del dominatore delle acque (balena).
Incide loro il mignolo
E mischia il sangue di amendue,
Congiunge le mani, unisce petto a petto,
Allaccia anche i nodi dei baci,
Mette da parte gli impedimenti,
Scioglie le mani, scioglie i nodi,
Si portano le pentole nuziali, poi si beve.
Alla sua tessitrice, alla valente,Alla sua unica filatrice di tendini,Alla sua cucitrice, alla unicaSceglie egli i doni nuziali:Pezzi d’oro degli scogli della rivaFa egli rompere, fa egli portare,Portare sulle navi barre d’argento,E lo aiuta l’amante della vergine,Il giovane dai bei ricci,Nella barca dalle ali di canape,Colle vele floscie.
Alla sua tessitrice, alla valente,
Alla sua unica filatrice di tendini,
Alla sua cucitrice, alla unica
Sceglie egli i doni nuziali:
Pezzi d’oro degli scogli della riva
Fa egli rompere, fa egli portare,
Portare sulle navi barre d’argento,
E lo aiuta l’amante della vergine,
Il giovane dai bei ricci,
Nella barca dalle ali di canape,
Colle vele floscie.
Il gigante domanda:
Vi è posto ancora nella tua barca,Può essa portare un peso maggiore?— Sì, vi è posto. — E si portano altri doni.(La sposa)Sì lascia cadere le scarpe virginali,Segue il servizio del fratello straniero,Alla guardia della suoceraE riceve la chiave magica.Poi essa porta via dalla capannaTre casse fatte di pino;Azzurra la prima, rossa la seconda,Bianca la terza; oltracciò tre nodi.(Le casse contengono):Guerra e pace, sangue e fuoco,Malattia, morte e pestilenzeE i tre nodi del panno di bagnoDi Sar, Uks e Madderakka.(Portano):Dolci zeffiri, vento e procelle.Si fanno i nodi della castità e si danno[26]In guardia di Madderakka.Allora ritornarono dalla pesca i figli,Dalla pesca della morsa, delle foche, delle baleneE cercarono della sorella. — Dove è dessa?Dov’è la bellezza della capanna?Nulla rimane di essa fuorchè le orme,Il sudore di chi fu ad essa così simpatico,L’odore di chi ce l’ha sedotta?A chi ha essa dato la mano,Chi ebbe forza per conquistarla,Chi ha giuocato da uomo o da donna,Chi giuoca scherzando colla fanciulla?Chi ha forse picchiato alla porta di Uksakka?
Vi è posto ancora nella tua barca,Può essa portare un peso maggiore?— Sì, vi è posto. — E si portano altri doni.(La sposa)Sì lascia cadere le scarpe virginali,Segue il servizio del fratello straniero,Alla guardia della suoceraE riceve la chiave magica.Poi essa porta via dalla capannaTre casse fatte di pino;Azzurra la prima, rossa la seconda,Bianca la terza; oltracciò tre nodi.(Le casse contengono):Guerra e pace, sangue e fuoco,Malattia, morte e pestilenzeE i tre nodi del panno di bagnoDi Sar, Uks e Madderakka.(Portano):Dolci zeffiri, vento e procelle.Si fanno i nodi della castità e si danno[26]In guardia di Madderakka.
Vi è posto ancora nella tua barca,
Può essa portare un peso maggiore?
— Sì, vi è posto. — E si portano altri doni.
(La sposa)
Sì lascia cadere le scarpe virginali,
Segue il servizio del fratello straniero,
Alla guardia della suocera
E riceve la chiave magica.
Poi essa porta via dalla capanna
Tre casse fatte di pino;
Azzurra la prima, rossa la seconda,
Bianca la terza; oltracciò tre nodi.
(Le casse contengono):
Guerra e pace, sangue e fuoco,
Malattia, morte e pestilenze
E i tre nodi del panno di bagno
Di Sar, Uks e Madderakka.
(Portano):
Dolci zeffiri, vento e procelle.
Si fanno i nodi della castità e si danno[26]
In guardia di Madderakka.
Allora ritornarono dalla pesca i figli,Dalla pesca della morsa, delle foche, delle baleneE cercarono della sorella. — Dove è dessa?Dov’è la bellezza della capanna?Nulla rimane di essa fuorchè le orme,Il sudore di chi fu ad essa così simpatico,L’odore di chi ce l’ha sedotta?A chi ha essa dato la mano,Chi ebbe forza per conquistarla,Chi ha giuocato da uomo o da donna,Chi giuoca scherzando colla fanciulla?Chi ha forse picchiato alla porta di Uksakka?
Allora ritornarono dalla pesca i figli,
Dalla pesca della morsa, delle foche, delle balene
E cercarono della sorella. — Dove è dessa?
Dov’è la bellezza della capanna?
Nulla rimane di essa fuorchè le orme,
Il sudore di chi fu ad essa così simpatico,
L’odore di chi ce l’ha sedotta?
A chi ha essa dato la mano,
Chi ebbe forza per conquistarla,
Chi ha giuocato da uomo o da donna,
Chi giuoca scherzando colla fanciulla?
Chi ha forse picchiato alla porta di Uksakka?
Il gigante risponde:
Il figlio del Sole allargando le vele l’ha involata. —Vola in mare la barchetta dei fratelliPer inseguire e dare la cacciaE restituire il poledro alla casa.Già si sente il batter dei remi,Più vicino si fa il rumor del timoneE il muggire e l’infuriar delle onde.(La sposa)Scioglie per difendersi un nodo virginale,Un vento allora gonfia le vele,E la barchetta rompe le onde,Le getta da ambo le partiE i giganti rimangono addietro.Più forte abbrancano essi i remi,Il sudore goccia dai loro occhi,Si odono l’ira, il grido e le minaccie,Cuoce la bile e divampa il furore.E la sposa è pensierosa per lo sposo,Le brilla l’occhio e le batte il cuore,Pensa alle gioie delle nozze,E le si gonfian le veneE il sangue la inonda fortemente.Domanda allo sposo, facendogli riverenza:La tua barchetta può sopportare maggior vento?Solidi e forti sono l’alberatura e le sarte?Scioglie allora il secondo nodo sanguignoE il vento incomincia da occidenteA sollevare i figli del mare (le onde),Gonfia e tende le veleE i fratelli rimangono molto addietro.Bolle il sangue, la vendetta ha sete,Ricorrono agli ultimi sforzi,Si asciugano il sudore sanguigno dal volto,Le mani si affrettano, i dorsi si piegano,I pugni si irrigidiscono sul remo.Poi diventan caldi e via corre la navicellaRompendo i flutti dell’aperto mare.Così vennero più vicini alla barchetta.
Il figlio del Sole allargando le vele l’ha involata. —Vola in mare la barchetta dei fratelliPer inseguire e dare la cacciaE restituire il poledro alla casa.Già si sente il batter dei remi,Più vicino si fa il rumor del timoneE il muggire e l’infuriar delle onde.(La sposa)Scioglie per difendersi un nodo virginale,Un vento allora gonfia le vele,E la barchetta rompe le onde,Le getta da ambo le partiE i giganti rimangono addietro.Più forte abbrancano essi i remi,Il sudore goccia dai loro occhi,Si odono l’ira, il grido e le minaccie,Cuoce la bile e divampa il furore.
Il figlio del Sole allargando le vele l’ha involata. —
Vola in mare la barchetta dei fratelli
Per inseguire e dare la caccia
E restituire il poledro alla casa.
Già si sente il batter dei remi,
Più vicino si fa il rumor del timone
E il muggire e l’infuriar delle onde.
(La sposa)
Scioglie per difendersi un nodo virginale,
Un vento allora gonfia le vele,
E la barchetta rompe le onde,
Le getta da ambo le parti
E i giganti rimangono addietro.
Più forte abbrancano essi i remi,
Il sudore goccia dai loro occhi,
Si odono l’ira, il grido e le minaccie,
Cuoce la bile e divampa il furore.
E la sposa è pensierosa per lo sposo,Le brilla l’occhio e le batte il cuore,Pensa alle gioie delle nozze,E le si gonfian le veneE il sangue la inonda fortemente.Domanda allo sposo, facendogli riverenza:La tua barchetta può sopportare maggior vento?Solidi e forti sono l’alberatura e le sarte?Scioglie allora il secondo nodo sanguignoE il vento incomincia da occidenteA sollevare i figli del mare (le onde),Gonfia e tende le veleE i fratelli rimangono molto addietro.Bolle il sangue, la vendetta ha sete,Ricorrono agli ultimi sforzi,Si asciugano il sudore sanguigno dal volto,Le mani si affrettano, i dorsi si piegano,I pugni si irrigidiscono sul remo.Poi diventan caldi e via corre la navicellaRompendo i flutti dell’aperto mare.Così vennero più vicini alla barchetta.
E la sposa è pensierosa per lo sposo,
Le brilla l’occhio e le batte il cuore,
Pensa alle gioie delle nozze,
E le si gonfian le vene
E il sangue la inonda fortemente.
Domanda allo sposo, facendogli riverenza:
La tua barchetta può sopportare maggior vento?
Solidi e forti sono l’alberatura e le sarte?
Scioglie allora il secondo nodo sanguigno
E il vento incomincia da occidente
A sollevare i figli del mare (le onde),
Gonfia e tende le vele
E i fratelli rimangono molto addietro.
Bolle il sangue, la vendetta ha sete,
Ricorrono agli ultimi sforzi,
Si asciugano il sudore sanguigno dal volto,
Le mani si affrettano, i dorsi si piegano,
I pugni si irrigidiscono sul remo.
Poi diventan caldi e via corre la navicella
Rompendo i flutti dell’aperto mare.
Così vennero più vicini alla barchetta.
La sposa:
Sopporta la tua barchetta vento più gagliardo,Sopporta dessa più forte bufera?Scioglie allora il terzo nodo.Anche Ilma Razza montò in colleraE il servo del dominatore del cielo.Il vento del nord dal mezzo del cieloMandò la procella e piegò le antenne.Qua e là ondeggia la vela,Balza la barchetta e si piega sui fianchi.Anche la sposa si corica e si rintanaNel più profondo della navicellaE nasconde le scintille dei suoi occhiAlla luce dell’aurora.Sullo scoglio andarono i fratelliAmbedue per cercar la sorella.Il Sole li disciolseE poi li indurì in due rupi.Si vedono anche oggi a Vake.Anche la loro cuprea navicella si mutò in rupe.Sulle pelli d’orso e di renneLa sposa festeggiò le sue nozze,Diventò piccola come gli altri uomini.Con un’ascia tolta dalla sua cassaSi fa la porta, si fa più largaE s’ingrandiscono le camere.Essa partorì i figli del Sole,Essa partorì i figli di Kalla.Quando l’ultimo finì in SveziaL’ucciso, il celibe (Carlo XII),Un altro ramo andò a Karjel,Un altro ancora più al sudDietro la Danimarca e l’Iutland[27].
Sopporta la tua barchetta vento più gagliardo,Sopporta dessa più forte bufera?Scioglie allora il terzo nodo.Anche Ilma Razza montò in colleraE il servo del dominatore del cielo.Il vento del nord dal mezzo del cieloMandò la procella e piegò le antenne.Qua e là ondeggia la vela,Balza la barchetta e si piega sui fianchi.Anche la sposa si corica e si rintanaNel più profondo della navicellaE nasconde le scintille dei suoi occhiAlla luce dell’aurora.Sullo scoglio andarono i fratelliAmbedue per cercar la sorella.Il Sole li disciolseE poi li indurì in due rupi.Si vedono anche oggi a Vake.Anche la loro cuprea navicella si mutò in rupe.
Sopporta la tua barchetta vento più gagliardo,
Sopporta dessa più forte bufera?
Scioglie allora il terzo nodo.
Anche Ilma Razza montò in collera
E il servo del dominatore del cielo.
Il vento del nord dal mezzo del cielo
Mandò la procella e piegò le antenne.
Qua e là ondeggia la vela,
Balza la barchetta e si piega sui fianchi.
Anche la sposa si corica e si rintana
Nel più profondo della navicella
E nasconde le scintille dei suoi occhi
Alla luce dell’aurora.
Sullo scoglio andarono i fratelli
Ambedue per cercar la sorella.
Il Sole li disciolse
E poi li indurì in due rupi.
Si vedono anche oggi a Vake.
Anche la loro cuprea navicella si mutò in rupe.
Sulle pelli d’orso e di renneLa sposa festeggiò le sue nozze,Diventò piccola come gli altri uomini.Con un’ascia tolta dalla sua cassaSi fa la porta, si fa più largaE s’ingrandiscono le camere.Essa partorì i figli del Sole,Essa partorì i figli di Kalla.
Sulle pelli d’orso e di renne
La sposa festeggiò le sue nozze,
Diventò piccola come gli altri uomini.
Con un’ascia tolta dalla sua cassa
Si fa la porta, si fa più larga
E s’ingrandiscono le camere.
Essa partorì i figli del Sole,
Essa partorì i figli di Kalla.
Quando l’ultimo finì in SveziaL’ucciso, il celibe (Carlo XII),Un altro ramo andò a Karjel,Un altro ancora più al sudDietro la Danimarca e l’Iutland[27].
Quando l’ultimo finì in Svezia
L’ucciso, il celibe (Carlo XII),
Un altro ramo andò a Karjel,
Un altro ancora più al sud
Dietro la Danimarca e l’Iutland[27].
Pissa, capo dei villaggi del paese del sole,Passa, la figlia del capo del paesi della notte,Nelle loro nozze avevano giuratoSulla pelle d’orsoNon splenderà una scintilla del secondo mondoA colui, che rompe il giuramento;Ma ecco che uno stalu toglie la vita all’uomoE gli rapisce il suo tesoro come pure gli armenti.La moglie prende con sè una parte del greggeE via se ne fugge incinta.Là partorisce un figlio.Il figlio domanda: — Dove è mio padre?— Mio figlio, tu non hai padre.Il figlio ripete:— Il francolino ha il suo maschio, il gallo di montagna la sua gallina,La pernice delle nevi il suo compagno, la renna il suo renne,L’orsa ha il suo orso e l’alce il suo maschio.Anch’io non posso esser nato dalle pietre o dagli alberi!Il fanciullo cresce d’anno in anno,Diventa un uomo, va a caccia nel bosco,Importuna sua madre: — Chi è mio padre?Finalmente essa risponde:— Tuo padre porta l’alce vivo dietro la porta,Egli lo porta giù dal pascolo delle renne,Lo porta giù colle scarpe di neve.— Madre, madre, dimmi il nome di mio padre.— Il padre porta il pellegrino del bosco (l’orso)Che muggisce e brontola dietro la capanna. —Il fanciullo indossa il proprio vestito e si reca alla casa dove si riunisce il popolo.Se ne va di là e prende col laccio la madre dei boschi (l’orsa),La muggente, la brontolona, che si agita e sbalza di qua e di là.Egli la lascia muggire e brontolare e la trascina alla porta della capanna.Egli vi entra:— Mammina, mammina, fammi un pane.La madre fa un pane e lo cuoce sui roventi carboni.— Mammina, dammi il pane colla tua mano,Cara madre, dammi la tua mano.La madre gli porge la mano, il figlioLa stringe col caldo pane:— Mammina, mammina, chi è mio padre?— Pissa Passa, mio figlio.— Dove andò egli?— Il vecchio della nera montagna lo ha ucciso segretamente.Ci prese gli armenti, ci prese il nascosto tesoro.Già da lungo tempo io ti ho ammonitoDi non andare sugli alti monti splendenti,Non sui pendii e sulle rive di Baikkala.
Pissa, capo dei villaggi del paese del sole,Passa, la figlia del capo del paesi della notte,Nelle loro nozze avevano giuratoSulla pelle d’orsoNon splenderà una scintilla del secondo mondoA colui, che rompe il giuramento;Ma ecco che uno stalu toglie la vita all’uomoE gli rapisce il suo tesoro come pure gli armenti.La moglie prende con sè una parte del greggeE via se ne fugge incinta.Là partorisce un figlio.Il figlio domanda: — Dove è mio padre?— Mio figlio, tu non hai padre.Il figlio ripete:— Il francolino ha il suo maschio, il gallo di montagna la sua gallina,La pernice delle nevi il suo compagno, la renna il suo renne,L’orsa ha il suo orso e l’alce il suo maschio.Anch’io non posso esser nato dalle pietre o dagli alberi!Il fanciullo cresce d’anno in anno,Diventa un uomo, va a caccia nel bosco,Importuna sua madre: — Chi è mio padre?Finalmente essa risponde:— Tuo padre porta l’alce vivo dietro la porta,Egli lo porta giù dal pascolo delle renne,Lo porta giù colle scarpe di neve.— Madre, madre, dimmi il nome di mio padre.— Il padre porta il pellegrino del bosco (l’orso)Che muggisce e brontola dietro la capanna. —Il fanciullo indossa il proprio vestito e si reca alla casa dove si riunisce il popolo.Se ne va di là e prende col laccio la madre dei boschi (l’orsa),La muggente, la brontolona, che si agita e sbalza di qua e di là.Egli la lascia muggire e brontolare e la trascina alla porta della capanna.Egli vi entra:— Mammina, mammina, fammi un pane.La madre fa un pane e lo cuoce sui roventi carboni.— Mammina, dammi il pane colla tua mano,Cara madre, dammi la tua mano.La madre gli porge la mano, il figlioLa stringe col caldo pane:— Mammina, mammina, chi è mio padre?— Pissa Passa, mio figlio.— Dove andò egli?— Il vecchio della nera montagna lo ha ucciso segretamente.Ci prese gli armenti, ci prese il nascosto tesoro.Già da lungo tempo io ti ho ammonitoDi non andare sugli alti monti splendenti,Non sui pendii e sulle rive di Baikkala.
Pissa, capo dei villaggi del paese del sole,
Passa, la figlia del capo del paesi della notte,
Nelle loro nozze avevano giurato
Sulla pelle d’orso
Non splenderà una scintilla del secondo mondo
A colui, che rompe il giuramento;
Ma ecco che uno stalu toglie la vita all’uomo
E gli rapisce il suo tesoro come pure gli armenti.
La moglie prende con sè una parte del gregge
E via se ne fugge incinta.
Là partorisce un figlio.
Il figlio domanda: — Dove è mio padre?
— Mio figlio, tu non hai padre.
Il figlio ripete:
— Il francolino ha il suo maschio, il gallo di montagna la sua gallina,
La pernice delle nevi il suo compagno, la renna il suo renne,
L’orsa ha il suo orso e l’alce il suo maschio.
Anch’io non posso esser nato dalle pietre o dagli alberi!
Il fanciullo cresce d’anno in anno,
Diventa un uomo, va a caccia nel bosco,
Importuna sua madre: — Chi è mio padre?
Finalmente essa risponde:
— Tuo padre porta l’alce vivo dietro la porta,
Egli lo porta giù dal pascolo delle renne,
Lo porta giù colle scarpe di neve.
— Madre, madre, dimmi il nome di mio padre.
— Il padre porta il pellegrino del bosco (l’orso)
Che muggisce e brontola dietro la capanna. —
Il fanciullo indossa il proprio vestito e si reca alla casa dove si riunisce il popolo.
Se ne va di là e prende col laccio la madre dei boschi (l’orsa),
La muggente, la brontolona, che si agita e sbalza di qua e di là.
Egli la lascia muggire e brontolare e la trascina alla porta della capanna.
Egli vi entra:
— Mammina, mammina, fammi un pane.
La madre fa un pane e lo cuoce sui roventi carboni.
— Mammina, dammi il pane colla tua mano,
Cara madre, dammi la tua mano.
La madre gli porge la mano, il figlio
La stringe col caldo pane:
— Mammina, mammina, chi è mio padre?
— Pissa Passa, mio figlio.
— Dove andò egli?
— Il vecchio della nera montagna lo ha ucciso segretamente.
Ci prese gli armenti, ci prese il nascosto tesoro.
Già da lungo tempo io ti ho ammonito
Di non andare sugli alti monti splendenti,
Non sui pendii e sulle rive di Baikkala.
Il figlio dice:
Gli uomini hanno tenuto la riunione della giustizia,Gli assistenti, i becchiniE l’araldo sono riuniti.Mammuccia,Dammi il bastone di guerra di mio padre,Coprimi colla veste di guerra del padre e col suo elmo[28],Colle sue scarpe e coi suoi guanti.
Gli uomini hanno tenuto la riunione della giustizia,Gli assistenti, i becchiniE l’araldo sono riuniti.Mammuccia,Dammi il bastone di guerra di mio padre,Coprimi colla veste di guerra del padre e col suo elmo[28],Colle sue scarpe e coi suoi guanti.
Gli uomini hanno tenuto la riunione della giustizia,
Gli assistenti, i becchini
E l’araldo sono riuniti.
Mammuccia,
Dammi il bastone di guerra di mio padre,
Coprimi colla veste di guerra del padre e col suo elmo[28],
Colle sue scarpe e coi suoi guanti.
La madre:
Allora io rimango abbandonata nei miei vecchi giorni,Nessuno si cura della mia vita, nessunoMi seppellisce, quando morta, nella corteccia di betula e nell’arena.Il figlio benedice la madre, l’abbraccia e se ne va,Entra nell’ultima capanna della nera montagnaE entrando dice:— Andate e dite ai vostri capi del villaggio,Che ora il capo dell’altro villaggioÈ divenuto capo di questo.Huresil servo tuona,Hureskutjelancia lampi,Ilmaratje, il più valente servo del dominatore del mondo,Lancia i suoi colpi, e versa giù torrenti di acqua.Un servo se ne va e racconta al vecchio:— È venuto ora il capo dell’altro villaggio.
Allora io rimango abbandonata nei miei vecchi giorni,Nessuno si cura della mia vita, nessunoMi seppellisce, quando morta, nella corteccia di betula e nell’arena.Il figlio benedice la madre, l’abbraccia e se ne va,Entra nell’ultima capanna della nera montagnaE entrando dice:— Andate e dite ai vostri capi del villaggio,Che ora il capo dell’altro villaggioÈ divenuto capo di questo.
Allora io rimango abbandonata nei miei vecchi giorni,
Nessuno si cura della mia vita, nessuno
Mi seppellisce, quando morta, nella corteccia di betula e nell’arena.
Il figlio benedice la madre, l’abbraccia e se ne va,
Entra nell’ultima capanna della nera montagna
E entrando dice:
— Andate e dite ai vostri capi del villaggio,
Che ora il capo dell’altro villaggio
È divenuto capo di questo.
Huresil servo tuona,Hureskutjelancia lampi,Ilmaratje, il più valente servo del dominatore del mondo,Lancia i suoi colpi, e versa giù torrenti di acqua.
Huresil servo tuona,
Hureskutjelancia lampi,
Ilmaratje, il più valente servo del dominatore del mondo,
Lancia i suoi colpi, e versa giù torrenti di acqua.
Un servo se ne va e racconta al vecchio:— È venuto ora il capo dell’altro villaggio.
Un servo se ne va e racconta al vecchio:
— È venuto ora il capo dell’altro villaggio.
Il vecchio:
Invitate il capo dell’altro villaggioAd ospite di questo capo.Quale figura ha egli?— Egli è più alto di una testa che tutti gli altri,Lo copre l’elmo e i suoi denti e i suoi occhi risplendono,Ha il bastone di guerra in mano,I guanti e la veste di guerra lo difendono,Egli è largo di spalle, con forti gambe.Il tamburo magico rumoreggia, l’araldo grida,I tuoi e i suoi assistentiErrano d’ambo i lati dei colli,I seppellitori dei caduti stanno pronti.
Invitate il capo dell’altro villaggioAd ospite di questo capo.Quale figura ha egli?— Egli è più alto di una testa che tutti gli altri,Lo copre l’elmo e i suoi denti e i suoi occhi risplendono,Ha il bastone di guerra in mano,I guanti e la veste di guerra lo difendono,Egli è largo di spalle, con forti gambe.Il tamburo magico rumoreggia, l’araldo grida,I tuoi e i suoi assistentiErrano d’ambo i lati dei colli,I seppellitori dei caduti stanno pronti.
Invitate il capo dell’altro villaggio
Ad ospite di questo capo.
Quale figura ha egli?
— Egli è più alto di una testa che tutti gli altri,
Lo copre l’elmo e i suoi denti e i suoi occhi risplendono,
Ha il bastone di guerra in mano,
I guanti e la veste di guerra lo difendono,
Egli è largo di spalle, con forti gambe.
Il tamburo magico rumoreggia, l’araldo grida,
I tuoi e i suoi assistenti
Errano d’ambo i lati dei colli,
I seppellitori dei caduti stanno pronti.
Il vecchio:
Preparate il pranzo con un intiero vitello di renne,Portatemi la mia camicia di ferro (o di cuoio),Archi, freccie, aste e lancie. —Il giovane viene e vede un cranio appuntatoCon serpenti velenosi avvinghiati,Dal quale i fanciulli prendono il veleno per le freccie.L’araldo grida il suo messaggio e dice:— Io lo sfido, io lo sfido (alla lotta) sulla superficie delle acque.
Preparate il pranzo con un intiero vitello di renne,Portatemi la mia camicia di ferro (o di cuoio),Archi, freccie, aste e lancie. —Il giovane viene e vede un cranio appuntatoCon serpenti velenosi avvinghiati,Dal quale i fanciulli prendono il veleno per le freccie.L’araldo grida il suo messaggio e dice:— Io lo sfido, io lo sfido (alla lotta) sulla superficie delle acque.
Preparate il pranzo con un intiero vitello di renne,
Portatemi la mia camicia di ferro (o di cuoio),
Archi, freccie, aste e lancie. —
Il giovane viene e vede un cranio appuntato
Con serpenti velenosi avvinghiati,
Dal quale i fanciulli prendono il veleno per le freccie.
L’araldo grida il suo messaggio e dice:
— Io lo sfido, io lo sfido (alla lotta) sulla superficie delle acque.
(Non si risponde).
Io lo sfido, lo sfido a tuffarsi!
Io lo sfido, lo sfido a tuffarsi!
Io lo sfido, lo sfido a tuffarsi!
(Non si parla).
Io lo sfido, lo sfido al pugilato,Io lo sfido, lo sfido alla lotta!
Io lo sfido, lo sfido al pugilato,Io lo sfido, lo sfido alla lotta!
Io lo sfido, lo sfido al pugilato,
Io lo sfido, lo sfido alla lotta!
(Siccome nessuno risponde, dice il giovane):
Vecchio, vecchio, di chi è quel cranio?— È il cranio di Pissa Passa.
Vecchio, vecchio, di chi è quel cranio?— È il cranio di Pissa Passa.
Vecchio, vecchio, di chi è quel cranio?
— È il cranio di Pissa Passa.
L’araldo:
Io lo sfido, lo sfido al tiro dell’arco! —Il vecchio tira una freccia fuori della finestra.Essa non trapassò.Il giovane la strappò e la gettò contro una pietra:— Vecchio, vecchio,Dove si spuntò la tua freccia?— Contro i denti di Pissa Passa.
Io lo sfido, lo sfido al tiro dell’arco! —Il vecchio tira una freccia fuori della finestra.Essa non trapassò.Il giovane la strappò e la gettò contro una pietra:— Vecchio, vecchio,Dove si spuntò la tua freccia?— Contro i denti di Pissa Passa.
Io lo sfido, lo sfido al tiro dell’arco! —
Il vecchio tira una freccia fuori della finestra.
Essa non trapassò.
Il giovane la strappò e la gettò contro una pietra:
— Vecchio, vecchio,
Dove si spuntò la tua freccia?
— Contro i denti di Pissa Passa.
Il giovane:
Veramente, i suoi denti avevano scalfiture.
Veramente, i suoi denti avevano scalfiture.
Veramente, i suoi denti avevano scalfiture.
L’araldo:
Io lo sfido, lo sfido alla balestra. —Il vecchio tira una balestra rovente col suo arco.Il giovane l’abbatte colla sua lancia,La prende, la batte contro una betula, poi la piega:— Dove si piegò la tua balestra?— Contro i denti di Pissa Passa.
Io lo sfido, lo sfido alla balestra. —Il vecchio tira una balestra rovente col suo arco.Il giovane l’abbatte colla sua lancia,La prende, la batte contro una betula, poi la piega:— Dove si piegò la tua balestra?— Contro i denti di Pissa Passa.
Io lo sfido, lo sfido alla balestra. —
Il vecchio tira una balestra rovente col suo arco.
Il giovane l’abbatte colla sua lancia,
La prende, la batte contro una betula, poi la piega:
— Dove si piegò la tua balestra?
— Contro i denti di Pissa Passa.
L’araldo:
Lo sfido, lo sfido alla lotta colla lancia. —Coll’arco da piede lancia il vecchio fuori della finestraUna lancia avvelenata.Il giovane abbatte la lancia volante col suo bastone di guerra,La prende e la batte tra le pietre,La piega, la rompe e dice:— Padre, vecchietto, dove si ruppe la tua lancia?— Contro i denti di Pissa Passa.
Lo sfido, lo sfido alla lotta colla lancia. —Coll’arco da piede lancia il vecchio fuori della finestraUna lancia avvelenata.Il giovane abbatte la lancia volante col suo bastone di guerra,La prende e la batte tra le pietre,La piega, la rompe e dice:— Padre, vecchietto, dove si ruppe la tua lancia?— Contro i denti di Pissa Passa.
Lo sfido, lo sfido alla lotta colla lancia. —
Coll’arco da piede lancia il vecchio fuori della finestra
Una lancia avvelenata.
Il giovane abbatte la lancia volante col suo bastone di guerra,
La prende e la batte tra le pietre,
La piega, la rompe e dice:
— Padre, vecchietto, dove si ruppe la tua lancia?
— Contro i denti di Pissa Passa.
Il giovane:
Aha! l’orso è chiuso nella sua tana!
Aha! l’orso è chiuso nella sua tana!
Aha! l’orso è chiuso nella sua tana!
Il vecchio:
Dove escirò io, nipotino,Dalla porta davanti o per quella di dietro?— O babbuccio, vieni giù per la porta di dietro. —Il vecchio sen viene armato,Il giovane lo riceve col bastone di guerra,Lo trascina a sè, prendendolo per le gote,Preme le penne della camicia di guerraNel suo petto e le contorce.
Dove escirò io, nipotino,Dalla porta davanti o per quella di dietro?— O babbuccio, vieni giù per la porta di dietro. —Il vecchio sen viene armato,Il giovane lo riceve col bastone di guerra,Lo trascina a sè, prendendolo per le gote,Preme le penne della camicia di guerraNel suo petto e le contorce.
Dove escirò io, nipotino,
Dalla porta davanti o per quella di dietro?
— O babbuccio, vieni giù per la porta di dietro. —
Il vecchio sen viene armato,
Il giovane lo riceve col bastone di guerra,
Lo trascina a sè, prendendolo per le gote,
Preme le penne della camicia di guerra
Nel suo petto e le contorce.
Il vecchio:
Venite, venite in mio soccorso,Ora lottano i capi dei due villaggi fra di loro.Il servo più valente del dominatore del cieloLancia i suoi lampi contro la capanna e li getta sulle pietanze che vanno cuocendoE ardono.
Venite, venite in mio soccorso,Ora lottano i capi dei due villaggi fra di loro.
Venite, venite in mio soccorso,
Ora lottano i capi dei due villaggi fra di loro.
Il servo più valente del dominatore del cieloLancia i suoi lampi contro la capanna e li getta sulle pietanze che vanno cuocendoE ardono.
Il servo più valente del dominatore del cielo
Lancia i suoi lampi contro la capanna e li getta sulle pietanze che vanno cuocendo
E ardono.
Il giovane:
Ora sarai tu cotto e lavatoNel brodo delle renne di Pissa Passa! —I servi vengono, l’uno colle legna,L’altro coll’ascia, il terzo coll’ago,Altri con altre cose.Il figlio di Pissa Passa abbatte il vecchio,Lo accarezza, poi lo spinge contro il suolo,Lo batte e gli dice:— Che cosa scegli tu, te ne vai da questo paese o diventi mio schiavo?Dov’è il tesoro nascosto di Pissa Passa,Dove sono i suoi armenti?
Ora sarai tu cotto e lavatoNel brodo delle renne di Pissa Passa! —I servi vengono, l’uno colle legna,L’altro coll’ascia, il terzo coll’ago,Altri con altre cose.Il figlio di Pissa Passa abbatte il vecchio,Lo accarezza, poi lo spinge contro il suolo,Lo batte e gli dice:— Che cosa scegli tu, te ne vai da questo paese o diventi mio schiavo?Dov’è il tesoro nascosto di Pissa Passa,Dove sono i suoi armenti?
Ora sarai tu cotto e lavato
Nel brodo delle renne di Pissa Passa! —
I servi vengono, l’uno colle legna,
L’altro coll’ascia, il terzo coll’ago,
Altri con altre cose.
Il figlio di Pissa Passa abbatte il vecchio,
Lo accarezza, poi lo spinge contro il suolo,
Lo batte e gli dice:
— Che cosa scegli tu, te ne vai da questo paese o diventi mio schiavo?
Dov’è il tesoro nascosto di Pissa Passa,
Dove sono i suoi armenti?
L’araldo:
Il lampo di Dio o annerisce il cuoreO rischiara le anime.Che cosa sei tu, quando cessi di vivere,Quando tu getti via il cucchiaio, quando tu muori?
Il lampo di Dio o annerisce il cuoreO rischiara le anime.Che cosa sei tu, quando cessi di vivere,Quando tu getti via il cucchiaio, quando tu muori?
Il lampo di Dio o annerisce il cuore
O rischiara le anime.
Che cosa sei tu, quando cessi di vivere,
Quando tu getti via il cucchiaio, quando tu muori?
Il vecchio:
Gli occhi infuocati dell’ombra di Pissa PassaScintillano come fuoco, mi bruciano, affascinano.Egli mi si affaccia irato, egli m’impedisce la via per l’altro mondo.Indarno io vorrei farlo sorgere colla vita, colle ossa,Col sangue, coi tendini.
Gli occhi infuocati dell’ombra di Pissa PassaScintillano come fuoco, mi bruciano, affascinano.Egli mi si affaccia irato, egli m’impedisce la via per l’altro mondo.Indarno io vorrei farlo sorgere colla vita, colle ossa,Col sangue, coi tendini.
Gli occhi infuocati dell’ombra di Pissa Passa
Scintillano come fuoco, mi bruciano, affascinano.
Egli mi si affaccia irato, egli m’impedisce la via per l’altro mondo.
Indarno io vorrei farlo sorgere colla vita, colle ossa,
Col sangue, coi tendini.
Il giovane:
Che cosa scegli tu, te ne vai da questo paese o diventi mio schiavo?
Che cosa scegli tu, te ne vai da questo paese o diventi mio schiavo?
Che cosa scegli tu, te ne vai da questo paese o diventi mio schiavo?
Il vecchio:
Dove è un dono d’espiazione, che soddisfi Pissa Passa,Che mi conceda il suo perdono?Un’azione compiuta è come una freccia tirata,Chi può ammansare i morti?
Dove è un dono d’espiazione, che soddisfi Pissa Passa,Che mi conceda il suo perdono?Un’azione compiuta è come una freccia tirata,Chi può ammansare i morti?
Dove è un dono d’espiazione, che soddisfi Pissa Passa,
Che mi conceda il suo perdono?
Un’azione compiuta è come una freccia tirata,
Chi può ammansare i morti?
L’araldo:
Dio solo può rimediare,Quando egli ha lanciato il suo fulmine,Quando ha dato i colori, quando ha rischiarato i falli,Quando ha tutto arso, tutto riscaldato.Egli solo lava, cancella, perdona, riunisce.Egli solo è egli stesso, egli non è come io e tu,Non è come tu ed io!Egli solo rischiara e perdonaE volge tutto al meglio.Ma si deve riceverlo con gioia,Esso diviene il più prezioso tesoro,Il desio più ardente del cuore.Se tu non te ne curi, il fulmine ti annerirà,Ti guasterà, t’incanterà, ti trascinerà dalla cattiva parte.Le anime dell’altro mondo non hannoOssa o carne, eppure esistono davvero.Esse non occupano spazio, le rupi non le arrestano,L’acqua non le rattiene, non le affoga.Esse sono come i pensieri e trapassanoLa terra, il sole, la luna e le stelle.Esse non hanno tempo, il tempo è passato dietro ad esse.In sognoEsse si mostrano a coloroChe sono pazzi o allucinati.Sono le anime sotterranee, che Ilmaracca ha risanato;Sono le ombre infelici, che son divenute nere(Che sono sudicie e impure),Si vedono ora, buone e cattive,Esse non prendono più alcun tempo, nè alcun spazio.Alcune hanno indossato il vestito del cielo,Quelle, che al contrario hanno messo il vestito al rovescio, son divenute brutte,Esse sono sempre in lotta, incessantemente,Esse non sono mai riscattate e congiunte.Incessantemente son sempre le une contro le altre.Il padre del cielo solo è egli stesso,Egli non è come noi e voi, voi e noi,Egli stesso governa il cielo,Egli solo signoreggia sull’altro mondo.
Dio solo può rimediare,Quando egli ha lanciato il suo fulmine,Quando ha dato i colori, quando ha rischiarato i falli,Quando ha tutto arso, tutto riscaldato.Egli solo lava, cancella, perdona, riunisce.Egli solo è egli stesso, egli non è come io e tu,Non è come tu ed io!Egli solo rischiara e perdonaE volge tutto al meglio.Ma si deve riceverlo con gioia,Esso diviene il più prezioso tesoro,Il desio più ardente del cuore.Se tu non te ne curi, il fulmine ti annerirà,Ti guasterà, t’incanterà, ti trascinerà dalla cattiva parte.Le anime dell’altro mondo non hannoOssa o carne, eppure esistono davvero.Esse non occupano spazio, le rupi non le arrestano,L’acqua non le rattiene, non le affoga.Esse sono come i pensieri e trapassanoLa terra, il sole, la luna e le stelle.Esse non hanno tempo, il tempo è passato dietro ad esse.In sognoEsse si mostrano a coloroChe sono pazzi o allucinati.Sono le anime sotterranee, che Ilmaracca ha risanato;Sono le ombre infelici, che son divenute nere(Che sono sudicie e impure),Si vedono ora, buone e cattive,Esse non prendono più alcun tempo, nè alcun spazio.Alcune hanno indossato il vestito del cielo,Quelle, che al contrario hanno messo il vestito al rovescio, son divenute brutte,Esse sono sempre in lotta, incessantemente,Esse non sono mai riscattate e congiunte.Incessantemente son sempre le une contro le altre.Il padre del cielo solo è egli stesso,Egli non è come noi e voi, voi e noi,Egli stesso governa il cielo,Egli solo signoreggia sull’altro mondo.
Dio solo può rimediare,
Quando egli ha lanciato il suo fulmine,
Quando ha dato i colori, quando ha rischiarato i falli,
Quando ha tutto arso, tutto riscaldato.
Egli solo lava, cancella, perdona, riunisce.
Egli solo è egli stesso, egli non è come io e tu,
Non è come tu ed io!
Egli solo rischiara e perdona
E volge tutto al meglio.
Ma si deve riceverlo con gioia,
Esso diviene il più prezioso tesoro,
Il desio più ardente del cuore.
Se tu non te ne curi, il fulmine ti annerirà,
Ti guasterà, t’incanterà, ti trascinerà dalla cattiva parte.
Le anime dell’altro mondo non hanno
Ossa o carne, eppure esistono davvero.
Esse non occupano spazio, le rupi non le arrestano,
L’acqua non le rattiene, non le affoga.
Esse sono come i pensieri e trapassano
La terra, il sole, la luna e le stelle.
Esse non hanno tempo, il tempo è passato dietro ad esse.
In sogno
Esse si mostrano a coloro
Che sono pazzi o allucinati.
Sono le anime sotterranee, che Ilmaracca ha risanato;
Sono le ombre infelici, che son divenute nere
(Che sono sudicie e impure),
Si vedono ora, buone e cattive,
Esse non prendono più alcun tempo, nè alcun spazio.
Alcune hanno indossato il vestito del cielo,
Quelle, che al contrario hanno messo il vestito al rovescio, son divenute brutte,
Esse sono sempre in lotta, incessantemente,
Esse non sono mai riscattate e congiunte.
Incessantemente son sempre le une contro le altre.
Il padre del cielo solo è egli stesso,
Egli non è come noi e voi, voi e noi,
Egli stesso governa il cielo,
Egli solo signoreggia sull’altro mondo.
Il vecchio:
Io vedo, egli può lavare i peccatiPuò perdonarli e farli sparire,Calmare il cuore e dare il riposo all’infelice.Egli può temperare, può condurre alla concordia.Io dunque me n’andrò,Mi separerò dai tesori e dal loro possessore,Il possessore può prendere da sè i suoi armenti.Io mi alimenterò con un manipolo di essiAl lato orientale delle alte rupi,Nel paese dei monti e delle pietre,Nei Monti Reppe, il ramo più alto dell’Ammart.Io non domando altroChe gli argini da salmone alle rive del Läna,Ai luoghi di pesca dei monti del fagiano cedrone. —Il figlio di Pissa PassaPer mezzo del suo cane separò la metà degli armenti,E qui morì il vecchio gigante.Nella palude fra l’acqua e il fango fu egli sepolto,I becchini conservarono le sue ossa.Una parte della sua fortuna diede egli agli assistenti.
Io vedo, egli può lavare i peccatiPuò perdonarli e farli sparire,Calmare il cuore e dare il riposo all’infelice.Egli può temperare, può condurre alla concordia.Io dunque me n’andrò,Mi separerò dai tesori e dal loro possessore,Il possessore può prendere da sè i suoi armenti.Io mi alimenterò con un manipolo di essiAl lato orientale delle alte rupi,Nel paese dei monti e delle pietre,Nei Monti Reppe, il ramo più alto dell’Ammart.Io non domando altroChe gli argini da salmone alle rive del Läna,Ai luoghi di pesca dei monti del fagiano cedrone. —Il figlio di Pissa PassaPer mezzo del suo cane separò la metà degli armenti,E qui morì il vecchio gigante.Nella palude fra l’acqua e il fango fu egli sepolto,I becchini conservarono le sue ossa.Una parte della sua fortuna diede egli agli assistenti.
Io vedo, egli può lavare i peccati
Può perdonarli e farli sparire,
Calmare il cuore e dare il riposo all’infelice.
Egli può temperare, può condurre alla concordia.
Io dunque me n’andrò,
Mi separerò dai tesori e dal loro possessore,
Il possessore può prendere da sè i suoi armenti.
Io mi alimenterò con un manipolo di essi
Al lato orientale delle alte rupi,
Nel paese dei monti e delle pietre,
Nei Monti Reppe, il ramo più alto dell’Ammart.
Io non domando altro
Che gli argini da salmone alle rive del Läna,
Ai luoghi di pesca dei monti del fagiano cedrone. —
Il figlio di Pissa Passa
Per mezzo del suo cane separò la metà degli armenti,
E qui morì il vecchio gigante.
Nella palude fra l’acqua e il fango fu egli sepolto,
I becchini conservarono le sue ossa.
Una parte della sua fortuna diede egli agli assistenti.
Il giovane: