PARTE SECONDA.

c10PARTE SECONDA.X.Avevo dato l’addio alla vita semplicemente, fermamente, benchè in un’ora di smarrimento; come ubbidendo a un comando venuto da lungi più che alla necessità imperiosa dell’istante. La mia esistenza doveva finire in quel punto: la donna ch’io ero stata fino a quella notte doveva morire. Vi sono periodi che non possono risolversi e che sembra vadano chiusi bruscamente con un pietra sepolcrale.Da quanto tempo la crisi si svolgeva in me a mia insaputa? Il dì in cui un informe essere aveva brutalmente interrotto la fioritura della mia adolescenza, un processo di dissolvimento s’era iniziato in me. Il lavorio delle influenze deleterie mi penetrava lentamente, mi corrompeva il corpo e lo spirito. Nulla era pervenuto alla mia coscienza di questa interiore tragedia, fino alla catastrofe. M’ero sentita triste, stanca, impaurita.... E la sconfitta era venuta, inattesa ma logica; nessuna rivolta tardiva l’aveva accolta, neppure alcun stupore. Un ciclo si chiudeva, l’ordine si ristabiliva.Da un’altra sponda.... Come nel punto di darmi la morte, io considerai il mondo e me stessa con occhi affatto nuovi, rinascendo. Dapprima rivissi l’infanzia; fui come una bimba per alcune settimane. Assaporavo puerilmente la dolcezza di essere, avevo un sorriso commosso per il sole, per le cime degli alberi che vedevo dalla mia poltrona, per la bellezza di mio figlio, per ogni oggetto che splendesse, che fiorisse, che richiamasse i sensi, attenti all’opera della vita. E lo spirito era inerte. Sapevo d’aver tentato di morire, sapevo che tutto si cambiava attorno a me, e ch’io avrei dovuto camminare ancora; vedevo ombre e luci alternarsi rapide; ma non provavo nè timori, nè speranze, nè ripulsioni, nè dubbî: al più una vaga fiducia, come un abbandono timido, quasi inconscio. Sulle labbra conservavo il sapore amarognolo del veleno, e la testa era di una debolezza straordinaria; ogni leggero rumore l’intronava, mi toglieva la percezione nitida delle cose. Tuttavia la scossa fisica non era stata grave; non ero stata costretta al letto che per pochi giorni. Tutti, anche mio padre, ignoravano l’accaduto. L’esistenza esteriore continuava il suo giro normale; io m’applicavo finanche a qualche lavoro casalingo, non lasciavo mancare nessuna cura al bambino, giungevo talora a notare nello specchio l’espressione di convalescente che dava al mio viso affinato una grazia nuova.Non ricordo distintamente ciò ch’era passato fra me e mio marito nei primissimi giorni. Dinanzi alla mia tranquilla esecuzione di morte egli doveva aver sentito uno straordinario sconvolgimento nel cuore e nel cervello, e n’era rimasto annichilito. Rimorso? Paura? Umiliazione? Gelosia? Tutto si confondeva per lui in un’unica impressione di dolore: dolore vero, sofferenza fisica in gran parte, che lo trascinava dall’estremo abbattimento all’estrema esaltazione.Il dottore gli aveva forse fatto balenar dinanzi il pericolo ch’io impazzissi. Doveva essere tratto, dalla visione dello sfacelo che io avrei lasciato nella sua casa partendo, a riconoscere ch’io avevo tenuto in essa, fino allora, il posto principale, che ne ero stata l’anima, che vi avevo silenziosamente segnata una traccia indelebile. E mi pareva che il lavorìo di riflessione s’iniziasse in lui.... Pensava egli al poco o nulla che aveva portato nella nostra unione, alle speranze ch’io avevo veduto cadere in quattro anni, alle esigenze del mio essere ancora in isviluppo, all’insipienza con cui aveva negletto ogni mio sintomo di malessere? Percepiva forse la mia superiorità proprio mentre sentiva l’ira contro quello ch’egli si raffigurava fosse il mio delitto? Il suo amor proprio spasimava ancora, e frattanto egli non poteva sottrarsi ad un fascino strano, indefinibile, che gli veniva dalla mia personalità nuova, tragica e risoluta.Il mio corpo, lo sentivo rabbrividendo, acquistava su lui un’attrazione più acuta, dolorosa. Il ricordo della mia invincibile ripugnanza per gli atti dell’amore non gli richiamava forse alla coscienza lo scempio commesso su me fanciulla, ma certo doveva suscitargli confusi rimproveri per non aver avuto un delicato rispetto verso il mio organismo immaturo, per non aver saputo amorosamente destare in me la donna, avvolgere di purità l’invito alla sana gioia.Ed era solo, dinanzi al suo turbamento; sentiva che nessun altro ne sospettava la profondità e l’estensione, che sua madre lo compiangeva per una sofferenza assai più semplice, che il dottore lo giudicava con una indulgenza non scevra di sprezzo. E in certi momenti rompeva in singhiozzi, confessandosi miserabile.Non mi aveva più battuta. S’era inginocchiato davanti a me, chiedendomi perdono di non essere stato generoso, di avermi spinta al passo disperato. «Vivi! Per nostro figlio!» La supplica assumeva su quelle labbra così restìe alla dolcezza un accento straziante. E io univo le mie lagrime alle sue, come il bimbo piange di fronte all’altrui pianto. Nella mia sensibilità d’inferma ero tratta a considerarlo un povero compagno di sventura, come me trastullo e vittima di cieche vicende; mi dicevo vagamente che l’uno aveva bisogno dell’altra, che l’una doveva appoggiarsi all’altroper rifare un’esistenza comune solo pel bene del figlio.Poi una cosa strana avvenne. Mio marito un mattino ricominciò ad interrogarmi sul fatto che era stato causa ad entrambi di tante torture. Ripetendo pazientemente il racconto, coi più minuti particolari, espostogli già tante volte, vidi ch’egli riusciva a serbarsi calmo, a riflettere, lasciando dietro le mie risposte lunghi silenzi. Alfine un gran respiro gli sollevò il petto: un misto di gioia e di orgoglio, malamente contenuto, gli trasparì dagli occhi. Dunque in tutte le inquisizioni colle quali mi aveva straziata, non aveva mai compreso, forse non era mai riuscito ad ascoltare sino alla fine, a frenare l’irruzione d’una gelosia bestiale.... E ora per lui tutto l’accaduto si riduceva ad un episodio insignificante, trascurabile. Capii ch’ei si erigeva di fronte a quell’altro, godendo del suo scorno; che mi era grato, che infine ricominciava in lui la fiducia, la certezza ch’io gli fossi legata, che io l’amassi, che mi sentissi cosa sua!Giugno trionfava sui campi dorati. Il mare doveva essere tutto uno scintillìo, un sogno abbacinante; io non lo vedevo perchè non uscivo mai di casa, salvo qualche volta la sera: pochi passi con mio marito lungo la deserta via ferrata. Nonostante tutto, la gelosia di lui non era scomparsa; al mattino, in grazia della presenza della donna, potevo muovermi per la casa, ma non entrare nellestanze che davano su strada. Dopo colazione, per tema ch’io ricevessi qualcuno, venivo chiusa a chiave fino al suo ritorno alle sei, sola col piccino nell’ambiente caldo ed ingombro della camera da letto prospiciente sul giardino abbandonato.Il bimbo dormiva per due o tre ore. Io ricamavo accanto alla finestra socchiusa, divertendomi talora ad osservare il giuoco delle mani in un raggio luminoso, magre, traenti con lentezza la gugliata di colore. Quella reclusione non mi offendeva: provavo una specie di voluttà in quell’annientamento d’ogni mio senso ribelle, in quella schiavitù da orientale. Era, in fondo, ancora il riposo, la riparazione delle forze. Pensavo al mio carceriere con una pietà sempre più larga, con una rassegnazione quasi serena. Amore? L’avevo lasciato sperare a lui, che s’era tosto convinto. Fra le sue braccia io m’ero bensì sentita irrigidire; ma ciò non mi spingeva che a compensare altrimenti colui al quale non potevo dar intera la mia persona. Certo, io non ero nata per le gioie, ma per le sofferenze dell’amore....Egli si mostrava soddisfatto della mia docilità tranquilla. Non richiamava più il passato, se non per chiedermi che cosa m’era mancato, per rimproverarsene apertamente. Mi era penoso rispondergli, volevo risparmiarlo; pure, lo sfogo certe volte avveniva irresistibile. Questo serviva più di esame a me stessache a lui. Erano confidenze d’uno spirito che, tentennando, s’apriva la via, che lentamente riacquistava il suo vigore e la sua indipendenza. Penose, povere, frammentarie reminiscenze d’un tempo già avvolto nella nebbia, d’una vita trascorsa, veramente chiusa. Parlando, sentivo a mano a mano il mio volto perdere l’espressione di umile dolcezza, comporsi in fredda maschera dagli aridi occhi fissi in un punto indistinto che era forse il passato, forse il futuro. E dovevo fare uno sforzo per togliermi da quel momentaneo e a me stessa ignoto rifugio, per ricondurre a più lievi pensieri l’uomo che sorprendevo assorto, dal canto suo, in visioni che gli mettevano una ruga sulla fronte, la ruga dolorosa e puerile di chi cerca comprendere qualche grande fenomeno e non riesce che a percepire la propria impotenza diffidente.Nostro figlio ci scioglieva i cuori, ci faceva credere nelle nostre vicendevoli promesse di pace. Era ben lui, era ben la sensazione di possederlo ancora, di averlo lì piccolo e sorridente; era il ricordo incessante, per quanto non espresso mai, di quell’addio notturno in cui m’ero rappresentata la creatura del mio sangue sola pel mondo, ignara del mistero materno; era il pensiero ugualmente perenne della vigilanza appassionata che per l’innanzi non gli avrei mai tolta, era ben tutto ciò che fin dai primi giorni mi aveva resa soave la rinnovata esistenza. Per lui, per lui,per lui.... Vivere tanto da rifarmi un’anima splendente, da poter essere madre nel più grande significato della parola: era un sogno? Io mi curvavo sul piccolo letto, contemplavo il volto addormentato di mio figlio, adorabile nelle linee pure e già decise, e una calma fiducia entrava nella mia anima. A lui non potevo chieder perdono che mentalmente; non mi sentivo umiliata in quell’atto; forse era la coscienza di non avergli mai diminuito il mio amore, di averlo avuto sempre in cima a’ miei pensieri, anche nelle ore di follia, che mi faceva sentir sempre degna della sua inconsapevole benedizione? Forse era soltanto la legge del sangue: quelle membra che erano uscite di me, io le pensava istintivamente animate dall’identico mio soffio, allora e sempre; quella creatura mia doveva nella vita riflettere le mie azioni, lottare con me per l’elevazione.Per la prima volta percepivo intera l’influenza benefica della vicinanza di mio figlio; il mio affetto per lui si era approfondito e insieme semplificato, perdendo quel che poteva avere di fanciullesco e di morboso. E il suo nome costituiva l’amuleto del presente, il simbolo del futuro; circoscriveva nelle sue brevi sillabe l’orizzonte nuovo.Frattanto la vita materiale della casa procedeva impacciata, grigia. Le mie sorelle, ignare di tutto, erano andate a passar qualche settimana dagli zii di Torino, ed io restavo confinata, col pretesto di sfuggire lanoia degli sguardi maligni o curiosi. La suocera e la cognata, per fortuna, stavano lontane. Veniva il dottore, talvolta, al mattino, per pochi minuti. Era meno loquace di un tempo. Si preoccupava della mia salute. Se accennavo con un abbozzo di sorriso alla clausura perdurante, egli crollava il capo, mentre un’ombra gli passava rapida sui volto; poi, con uno sforzo che non mi sfuggiva, volgeva la cosa allo scherzo, mi incitava solo a non lasciarmi abbattere, ad esigere qualche viaggio, in attesa di giorni più sereni. Giocava col bimbo, compiacendosi di trovarlo sanissimo e vivace nonostante la mancanza di grande aria e di moto; e ad ogni visita le sue maniere verso di me divenivano più affettuose e insieme più riserbate, come se un senso maggiore di rispetto s’infiltrasse in lui, lo stupisse e gli riscaldasse l’anima. Glie n’ero grata; la sua presenza mi portava una nota sommessa del vasto mondo che pensavo morto per me, mi faceva mio malgrado sentire ch’io aderivo ancora a quel mondo, in cui pure avevo tanto dolorato.Da lui seppi che le conseguenze della mia avventura non erano finite. In verità, pochi in paese avevano creduto all’accusa; la maggioranza aveva dovuto pensare che trattavasi di una velleità troncata fin dall’inizio; ma della cosa s’era impadronito il partito avversario. Il mio onore era in sua balìa: bisognava perciò rivendicarlo.Ciò toccava, secondo le convenzioni, a mio marito. Ma quell’altro aveva preso l’attitudine dell’uomo chiamato direttamente in causa, e faceva di tutto per venir provocato, a fine di mostrare la sua superiorità di spadaccino, e, senza dubbio, per far credere ch’egli aveva delle ragioni personali per difendere il mio onore....Mostruose falsificazioni di ogni senso morale, che non mi avrebbero colpita profondamente, tanto conoscevo la corruzione e l’ipocrisia dell’ambiente; se non mi avessero rivelato una nuova piega del carattere di mio marito. Mi accorsi ch’egli credeva alla necessità di un duello, non per difendere me, ma se stesso; solo il suo amor proprio soffriva. E intanto aveva paura!Il dottore si adoperò in ogni modo per accomodar la faccenda. Dopo varie trattative, l’avvocato finì per rilasciare ai padrini di mio marito una dichiarazione ampollosa e ritorta, in cui io ero qualificata «rispettabilissima». Mio marito si dichiarò soddisfatto, e soddisfatti apparvero l’uno e l’altro partito che avevan trattata la mia riputazione come un affare pubblico.Non volli convenire con me stessa; ma l’esaltamento di sacrificio era ormai del tutto caduto; finita la voluttà di piegare, finito il silenzio della coscienza insoddisfatta.Tutte le umiliazioni inflittemi, tutte le bassezze strisciatemi accanto, e i compromessie le menzogne, le avidità della carne e le viltà dello spirito, episodî ironici ed episodî mostruosi, tornarono a galla nella memoria atterrita, invano implorante pace, oblio.... E fu l’ora suprema della lunga giornata d’orrore: il meriggio risplendente sul campo devastato. Nulla più mi veniva nascosto da veli fallaci. Umiliandomi, io non potevo neppure avere il conforto di scusare chi mi opprimeva. Nulla stava sopra di me, condannata a camminare curva. E mio figlio, mio figlio era un’altra vittima fra due condannati avvinti. Chi lo avrebbe salvato, condotto lontano, dove alcuno gli trasmettesse la virtù umana?c11XI.Colla chiusura dell’odiosa vertenza mio marito divenne più calmo, sospese del tutto le peregrinazioni nel passato. Per qualche tempo ancora mantenne i suoi divieti, ed io continuai a non uscire, a passare i pomeriggi chiusa a chiave, ad aver i fogli di carta da lettere numerati, a non poter vedere che i parenti, il dottore e la domestica, il tutto sotto l’apparenza della più ampia libertà e con procedimenti d’un’ingenuità che mi avrebbe divertita se i miei ventun anni prossimi a scoccare non fossero stati irrimediabilmente chiusi al riso. Badavo ad evitargli le cause di preoccupazione, a prevenire anzi le sue esigenze,ma ormai più per la volontà di tutelare la tranquillità mia e di mio figlio, che per impulso di pietà. Egli, come pel passato, era ridivenuto ottuso, cieco e tranquillo, Desideroso d’un placido benessere, finiva per felicitarsi dell’avvenimento che me gli aveva data nelle mani vinta, rassegnata, passiva. Io osservavo nel rapido ripristinamento della sua figura normale, senza sdegno. Omai non poteva più nulla, nè per me nè per lui.In quei giorni di infinita solitudine, nel silenzio d’ogni richiamo umano, abbandonata veramente ogni speranza e ogni fede, trovai in un libro una causa di salvezza.Era il primo che prendevo tra le mani dopo molti mesi: un invio di mio padre, che mi vedeva raramente e mi pensava, certo, con amarezza, vittima silenziosa per non aver accolto il suo invito a rifugiarmi in casa sua, in quei giorni tragici.L’autore era un giovane sociologo di cui quel libro, uscito allora, diffondeva il nome in tutta Europa. Parlava di alcuni suoi viaggi in paesi giovani, e con una elegante vivacità traeva i profani e gli scettici a considerare dei problemi gravi che spuntavano dai contrasti fra due civiltà. Un’acuta facoltà d’intuizione, una vera genialità dì sintesi, davano una suggestione rara a quell’opera un poco precipitosa ma gagliardamente pensata, nella quale uno schietto sentimento d’umanità vivificava ogni pagina.Forse se invece di quel libro mi fosse capitato in quel punto un poema vibrante di paganesimo o un saggio di misticismo, il mio destino sarebbe stato diverso da quello che fu? Forse anche non avrei subìto influenza di sorta ed io mi sarei affondata in un’atonìa inguaribile.Non piansi, non mi esaltai, non sentii in me nessuna rivoluzione. Quelle pagine rispondevano nella sostanza ad un ordine di idee che in me si svolgeva fin dall’infanzia. Ma appunto perchè non mi spalancavano abissi ignoti, appunto perchè con un vigore delicato, quasi inavvertito, mi riconducevano a regioni popolate di pensieri latenti, come susurrandomi d’una ricchezza troppo a lungo trascurata, esse mi furono provvidenziali, in quell’ora. Un lento fascino m’avvolgeva, mentre nella stanza chiusa, accanto al bimbo intento a’ suoi giuochi, io meditavo su le cose lette, ricordavo lontani discorsi della fanciullezza, aggiungendo osservazioni e riflessioni mie a quelle dello scrittore, partecipavo inconsciamente all’ideale costruzione d’un mondo. E quel fascino faceva indietreggiare in silenzio i recenti fantasmi disperati, rendeva benefica la solitudine, mi difendeva fra le piccole realtà ostentanti la loro irrimediabile miseria.Allorquando il buon senso vinceva la gelosia di mio marito e l’induceva a portarmi a passeggio, provavo un senso indicibile di fastidio per gli sguardi della gente, e per iltimore d’incontrare a faccia a faccia l’uomo che poteva riaccendere nell’anima di chi mi stava al fianco la brutalità primitiva. Scorgendo talvolta da lungi la figura nota, sola o in qualche crocchio, ed evitandola, in mutuo accordo con mio marito che pur guatava la strada, mi stimavo vile. Perchè non consideravo l’esistenza di colui come un fatto che non mi riguardava? Non era forse odio ch’io sentivo per lui, bensì tremavo come si trema al nome d’un morbo che ha condotto noi o qualche persona cara sull’orlo della tomba. E quando mi trovavo vicina alle mie sorelle, omai divenute due fiori di giovinezza, quel terrore mi riassaliva. Avrebbero mai sospettato, esse? E la calunnia, anche fra molti anni, sarebbe giunta fino a loro?La maggiore delle due fanciulle era da qualche mese amata da un giovane ingegnere di un paesello vicino, un’intelligenza fervida in un temperamento ineguale, nato per la lotta, pieno il capo d’ideali nuovi. Io avevo indotto mia sorella—diciassettenne—a interrogarsi profondamente innanzi di togliere ogni speranza al giovine. Ora, dopo un lungo periodo d’incertezza, la fanciulla aveva dichiarato a nostro padre di ricambiare quell’amore e di attendere che il fidanzato potesse consolidare la sua carriera per sposarlo; e poichè il babbo in vista della dilazione, non aveva messo ostacoli, mostrandosi solo poco contento, i due si scrivevano, si vedevano a passeggio,si studiavano, e la passione dell’uno diveniva affetto protettore, la simpatia dell’altra devozione riconoscente; cementavasi un sentimento comune di stima per cui l’avvenire si delineava sempre più saldo ai lor occhi fiduciosi. Così, nella casa rimasta a lungo senza luce, s’insinuava per virtù d’amore un soffio di vita nuova, più seria e più alta, penetrava una influenza estranea che sarebbe in breve divenuta imperiosa e benefica. Allietandomene, io favorivo quell’amore la cui fiamma pareva quella d’un mio sogno appena abbozzato e non avverato.Verso la fine dell’estate mio marito risolse di fare un viaggio, per riposarsi e per distrarsi, riparare le mie forze nervose esauste e rinvigorire la salute del bimbo. La settimana che passammo a Venezia fu triste, malgrado l’incantesimo della città, malgrado il languore dolcissimo ch’essa infiltra nelle vene dei più disperati. Il bimbo non ci permetteva visite accurate a musei e chiese: d’altronde mio marito, nell’assenza di gusto innato e nell’ignoranza assoluta di cose d’arte, non era un compagno dilettevole, sciupandomi spesso anche le più spontanee sensazioni. Partendo, ci sentimmo come sollevati, ma nell’angolo remoto del Tirolo dove avevamo scelto d’accamparci la tristezza non scomparve.Il sito era meraviglioso, una stretta valle rumoreggiante di cascate, verde d’abeti e di pini, incorniciata di gigantesche cime candide.La mia infanzia, la mia infanzia che tornava coi paesaggi severi, coi profumi selvaggi cogli ampi suoni semplici! Da quanto tempo sepolta nella memoria? Oh, per esser sola col mio figliuolo fra quei boschi, educarlo alla scuola della natura, fare che nel lontano avvenire l’onda dei ricordi infantili non giungesse mai a lui così straziante come a me in quel punto, che tutta la sua vita si svolgesse armoniosa, quale di ospite nobile in nobili terre!Così contento era il piccino esercitando bravamente le sue gambette su pei viottoli erbosi, salutando le mandre dalle campanelle argentine! Nell’alberghetto ove si alloggiava egli era il sorriso, il flore squisito che tutti volevano aspirare con un bacio, e che giungeva da lontano, da una parte d’Italia che non sapevan bene dove collocare nella carta geografica, quei fratelli nostalgici, pensosi e un poco taciturni....Anche mio marito, nuovo affatto alla montagna, era contento, prodigo di esclamazioni enfatiche e di osservazioni ingenue, sicuro come sempre del suo giudizio, superbo di spender i propri risparmi in maniera raffinata, desideroso della mia riconoscenza espressa. E quando mi sorprendeva melanconica s’indignava come d’una frode. Che donna ero? Nulla mi soddisfaceva!Pentito, mi istigava poi a far qualche progetto pel nostro ritorno a casa, a tentare dinuovo la distrazione dello scrivere.... Perchè non cominciavo ad ispirarmi a quel luogo magnifico?Lo ascoltavo stancamente, come si ascolta un passante che parla della nostra salute e ci dà consigli senza saper nulla di noi. Io stessa non sapevo che cosa m’era necessario, in quel punto. Sentivo solo giganteggiare la mia solitudine, il mio isolamento morale; mentre ponevo un certo impegno nel partecipare a mio marito le impressioni che ricevevo, ad essere per lui come un libro aperto, comprendevo bene che il substrato della mia vita restava inviolabile, che, anche volendo, non avrei potuto farmi aiutare nell’opera di scandaglio che continuava in me. E qualcosa come un tremito interiore mi possedeva incessantemente.... In qual modo ricordare simili periodi? Talvolta, al mattino, abbiamo la sensazione nitida d’aver passato una notte densa di sogni e di fantasmi grandiosi, e d’aver vissuto in fuggevoli istanti di dormiveglia una vita profonda; ma non riusciamo a ricostruire le visioni nè a rifare i pensieri notturni; e ci accorgiamo poi che ogni nostra nuova azione veramente essenziale non stupisce noi stessi, perchè la nostra intima sostanza ne aveva avuto l’avviso.L’ultimo pomeriggio passato in montagna mi è rimasto impresso nella memoria visiva in maniera singolare per me che ritengo quasi esclusivamente i caratteri morali, direi,dei luoghi che percorro; che ad ogni luogo, cioè, do nel ricordo la fisionomia che la mia anima gli diede nell’attimo in cui l’accolse in sè, lo sentì cornice ai propri sentimenti. Mi rivedo per l’ampia strada da cui dovevamo, il mattino dopo, discendere per ore e ore in diligenza verso la via ferrata, verso il Benaco. L’atmosfera era grigia ed umida. Tuttavia ogni cosa ed ogni suono avevano una nitidezza straordinaria; tutto sembrava più vasto, e formidabile e fisso. Noi che andavam lenti fra tanta aria cinerea, che cosa eravamo se non dei piccolissimi punti transitori che la Terra proteggeva con austero amore? Per la prima volta forse in vita mia abbracciavo questa Terra con pensiero riverente, figliale. Il tempo e lo spazio mi pareva diventassero fluidi, che mi trasportassero sulla loro corrente: ero l’Umanità in viaggio, l’Umanità senza mèta e pur accesa d’ideale: l’Umanità schiava di leggi certe, e pure spinta da una ribelle volontà a spezzarle, a rifarsi una esistenza superiore a quelle....Quel dì appunto avevo terminato di rileggere il libro che m’avevo tanto afferrata settimane innanzi, e che m’era stato compagno discreto e costante, per tutto il soggiorno in montagna. Fondevo le due emozioni successive, quella suscitatami dalle idee svoltesi nella mia mente intorno a quella lettura, con quella ond’era autrice la Natura che mi circondava e che stavo per lasciare. Ne emanavaun fervore occulto che conoscono solo i grandi credenti e i grandi innamorati: coloro che adoravano la Vita fuor di sè stessi.Ioscomparivo, con la mia miseria; davanti ai miei occhi non era più che la bellezza di quell’umano sforzo ergentesi nella vastità del mondo.Spettacolo che l’anima gelosamente accoglieva e serbava. Non era la gran rivelazione: era il lavorìo sotterraneo dei germi che già sentono il calore del sole vicino e ne temono e ne desiderano il pieno splendore.Al ritorno il dottore m’apprese che la moglie di quell’uomo era morta e ch’egli abbandonando il figliuoletto ai suoceri, era partito per l’America, da quel cercator di ventura ch’era in essenza; privo d’ogni progetto ma ben risoluto a non tornare. Fu l’ultima volta che intesi parlar di colui. Piansi, dopo che il dottore m’ebbe lasciata. Ero libera, la vita si sarebbe ornai resa più facile, più attiva, pel bene di mio figlio; restituendo il senso della sicurezza all’uomo che mi possedeva, riprendevo tutti i miei diritti; non avendo più dinanzi alcuna immagine del passato, io stessa sarei divenuta serena, via via, avrei potuto riprender fiducia nelle mie forze.... Perchè quelle lagrime? Pareva che mi si lacerasse qualche lembo di carne sana accanto alla piaga da cui mi si liberava: non era morta in me, dunque, la fede nell’amore, nell’esistenzad’un amore possente e fulgido, poi che piangevo dando l’estremo addio al fantasma che m’aveva illusa un attimo? Se ne andava, colui col quale avevo scambiato promesse di felicità; spariva, in un vortice, per sempre. Sapeva che il suo ricordo non poteva abbandonarmi poichè il suo rapido passaggio aveva segnato la mia trasformazione? No certo: e il mio nome pronunciato un giorno dinanzi a lui, dopo anni e anni, non gli avrebbe risvegliato che un senso di dispetto.L’amaro non mi tornava alle labbra, ma il cuore si abbandonava di nuovo ad una tristezza mortale, alla compiacenza morbosa del buio desolato, nel vuoto. Per giorni, per settimane. Mio marito, sempre più calmo, più deciso a star in pace, si preoccupava però dell’invincibile mio male che mi curvava a terra, insisteva perchè mi dessi allo studio, perchè scrivessi, magari le mie memorie, la storia del mio errore. Sì, egli era calmo, si ammirava; la sua bontà gli appariva meritevole d’esser celebrata in un poema. Mi portò a casa un grosso fascicolo di carta bianca, che guardai sentendo il rossore salirmi alla fronte. Fino a quel punto poteva giungere l’incoscienza? Ma qualche giorno dopo, mentre il bimbo era dalle mie sorelle nel tepido pomeriggio autunnale, io mi trovai colla penna sospesa in cima alla prima pagina del quaderno. Oh, dire, dire a qualcuno il mio dolore, la mia miseria; dirlo a me stessa anzi,solo a me stessa, in una forma nuova, decisa, che mi rivelasse qualche angolo ancor oscuro del mio destino!E scrissi, per un’ora, per due, non so. Le parole fluivano, gravi, quasi solenni: si delineava il mio momento psicologico; chiedevo al dolore se poteva divenire fecondo; affermavo di ascoltare strani fermenti nel mio intelletto, come un presagio di una lontana fioritura. Non mai, in verità, avevo sentito di possedere una forza d’espressione così risoluta e una così acuta facoltà d’analisi. Che cosa dovevo attendermi? Dovevo chiamare a raccolta tutte le mie energie, avviarmi alla conquista della mia pace concorrendo all’opera di umanità che sola nobilita l’esistenza? O mai più, mai più un sorriso felice m’avrebbe resa bella dinanzi a mio figlio?La penna si fermò, io corsi in camera, mi gettai in ginocchio al punto stesso ove, in una notte omai lontana, avevo susurrato ad una piccola creatura dormiente il mio proposito di morte. Come fu che mi salì alle labbra il nome di mia madre con un singhiozzo? Come fu che un bisogno m’invase, lancinante, di pregare, d’invocare la Potenza occulta a cui doveva aver ricorso tante volte il cuore di mia madre quand’era gonfio di pena? Non so. Fu l’unica volta in vita mia ch’io aspirai alla Fede in una Volontà divina, ch’io l’attesi a mani giunte. E in quell’appello era tutta la disperazione d’uno spirito che si sentedebole, esausto, nel momento stesso in cui ha intravveduto una lunga via da percorrere.... Mi umiliavo, irresistibilmente ma consciamente: era timore di una nuova, diversa e più crudele illusione del mio cuore infiammato di ideale? Forse. Chiedendo l’intercessione della mamma, della mia mamma demente, pareva volessi rinnegare l’orgoglio del mio passato oltre a quello dell’avvenire; rammentavo a me stessa la fatale sconfitta di Lei, e l’inanità d’ogni ribellione in creature segnate come Lei dalla sventura. Ella aveva desiderato che almeno i suoi figli fossero salvi: a mia volta che cosa avrei chiesto a un Dio che mi fosse apparso davanti? Di allontanare dal capo del mio bambino il dolore, di fare ch’io potessi guidarlo per strade luminose... E se neppur io ero ascoltata? Se la catena doveva svolgersi così, in eterno?Fui sorpresa genuflessa da mio marito, che veniva qualche volta nella giornata ad accertarsi che io non abusavo di quel po’ di libertà. Mi alzai di scatto, con un senso d’onta: ero per lui uno spettacolo di debolezza! E compresi d’aver soggiaciuto semplicemente ad una crisi nervosa, da quella povera malata ch’ero ancora.Egli mi chiedeva ansioso che cosa avessi: lo rassicurai con un gesto, mentre le lagrime tornavano a sgorgare copiose, liberatrici. Benedette, benedette! Alfine mi riconquistavo, alfine accettavo nella mia anima il rude impegnodi camminar sola, di lottare sola, di trarre alla luce tutto quanto in me giaceva di forte, d’incontaminato, di bello; alfine arrossivo dei miei inutili rimorsi, della mia lunga sofferenza sterile, dell’abbandono in cui avevo lasciata la mia anima, quasi odiandola. Alfine risentivo il sapore della vita, come a quindici anni.c12XII.Seguì un intenso, strano periodo, durante il quale non vissi che di letture, di meditazioni e dell’amore di mio figlio. Ogni altra cosa m’era divenuta dei tutto indifferente. Avevo solo la sensazione del riposo che mi procurava quella esistenza così raccolta, uniforme, senza sotterfugi nè paure.Un silenzioso istinto mi faceva porre da parte i problemi sentimentali, mi teneva lontana anche dalle letture romantiche delle quali m’ero tanto compiaciuta nell’adolescenza. La questione sociale invece non aveva nulla di pericoloso per la mia fantasia. Io ero passata nella vita portando meco un’inconcepibile confusione di principii umanitari, senza aver mai il desiderio di dar loro una qualsiasi giustificazione. Da bambina avevo nutrito in segreto l’amore dei miseri, pur ascoltando le teorie autocratiche di mio padre. I miei componimenti contenevano in proposito degli squarci retorici che mi sorprendevanoe mi lusingavano, e facevano sorridere bonariamente il babbo. Nella mia educazione era stato uno strano miscuglio. Non s’era coltivato in me il senso dell’armonia. Nessuna pagina immortale era stata posta sotto ai miei occhi durante la mia fanciullezza. Il passato non esisteva quasi per me, non andava oltre i miei nonni, cui sentivo accennar qualche volta; e la storia che m’insegnavano a scuola mi appariva non come la mia stessa esistenza prolungata all’indietro indefinitamente, ma figurava davanti alla mia fantasia come un arazzo, come una fantasmagoria. Io non poteva quindi, in quel tempo, che riportarmi alla realtà immediata, e tutto m’era divenuto oggetto d’esame. M’ero condotta a considerar di mia iniziativa l’essere umano con un’intensità eccezionale, formandomi con inconsapevoli sforzi un culto dell’umanità non del tutto teorico. Se le condizioni di famiglia non m’inducevano ad approfondire il fenomeno delle disuguaglianze sociali, ciò che notavo incidentalmente a scuola e per via mi metteva nell’animo una volontà confusa di azione riparatrice.Partita dalla città, piombata in paese incolto, avevo ben presto, sotto l’esclusiva influenza di mio padre, smarrito quel senso di larga fraternità che nei grandi centri è imperioso ed attivo, avevo concepito il mondo come un gruppo d’intelligenze servito da una moltitudine fatalmente ignara e pressochèinsensibile. Ma anche questa credenza non aveva tardato a sconvolgersi, per cagione prima, credo, d’un piccolo episodio avvenuto verso i miei quattordici anni. Era a colazione da noi il padrone della fabbrica, un blasonato milionario. Questi aveva sfogliata una rivista alla quale mio padre era abbonato. La trovava bella, ma «troppo cara». Ciò aveva ai miei occhi innalzato la mia famiglia di fronte al riccone che possedeva due pariglie e non aveva una rivista... M’ero troppo incoraggiata a chiacchierare, perchè parlando del mio ufficio, avevo detto «la nostra fabbrica». E correggendomi la mamma, il conte aveva soggiunto:—Lasci! È come il mio cocchiere che dice «i miei cavalli».La stizza che mi aveva invasa subitamente, aveva anche scossa la mia concezione della società.Più tardi il matrimonio aveva prodotto una specie di sosta nel mio sviluppo spirituale.Ed ecco che infine penetrava in me il senso di un’esistenza più ampia, il mio problema interiore diveniva meno oscuro, s’illuminava del riflesso di altri problemi più vasti, mentre mi giungeva l’eco dei palpiti e delle aspirazioni degli altri uomini. Mercè i libri io non ero più sola, ero un essere che intendeva ed assentiva e collaborava ad uno sforzo collettivo. Sentivo che questa umanità soffriva per la propria ignoranza e la propria inquietudine:e che gli eletti erano chiamati a soffrire più degli altri per spingere più innanzi la conquista.Un giorno della mia infanzia mio padre mi aveva parlato di Cristo. Mi aveva detto ch’era stato il migliore degli uomini, il maestro della sincerità e dell’amore, il martire della propria coscienza. Io avevo chiuso in petto quel nome, ne avevo fatto l’occulto simbolo della perfezione, senza adorarlo tuttavia, felice semplicemente di sapere che unsommoaveva esistito, che l’essere umano poteva, volendo, salire fino a rappresentare l’ideale della divinità, l’aspirazione all’eterno. Come mi era parsa puerile la mitologia cristiana! Cristo non era nulla, se Dio; ma se egli era uomo, diveniva il flore dell’Umanità, non un dio diminuito, ma l’uomo nella sua maggior potenza. E sempre Gesù, il Gesù di Genezareth sorridente ai bimbi, il Gesù indulgente verso la pentita, incapace di rancore, sereno nell’ammonimento come nella profezia, aveva brillato davanti alla mia anima, figura ideale che mi pareva di veder offuscarsi di tristezza ogni volta ch’io mi allontanavo dalla bontà e dalla verità.Dopo mesi, forse dopo anni di smarrimento, io rivedevo il sorriso di Cristo su la mia strada, e mi rivolgevo a lui come a una fonte d’ispirazione. Per alcun tempo vagheggiai una dottrina che unisse la soavità dei precetti del Galileo, sorti dal grembo della natura, allapotenza delle teorie moderne emanate dalla scienza e dall’esperienza, la libertà con la volontà, l’amore con la giustizia. Era come un’orientazione, come l’affermazione di una armonia.Attorno a me, frattanto, molte cose prendevano un significato, attiravano la mia attenzione. Mi accorgevo con lento stupore di non essermi mai prima chiesta se io avessi qualche responsabilità di quanto mi urtava o mi impietosiva nel mondo circostante. Avevo mai considerato seriamente la condizione di quelle centinaia di operai a cui mio padre dava lavoro, di quelle migliaia di pescatori che vivevano ammucchiati a pochi passi da casa mia, di quei singoli rappresentanti della borghesia, del clero, dell’insegnamento, del governo, della nobiltà, che conoscevo da presso? Tutta questa massa umana non aveva mai attratto altro che la mia curiosità superficiale; senza esser superba nè servile, io ero passata fra i due estremi poli dell’organizzazione sociale sentendomene isolata. Non avevo mai accolta l’idea d’essere una spostata, a cui l’osservazione del mondo si presentava in circostanze eccezionalmente favorevoli. Il mio allontanamento dai volumi di scienza era una colpa assai meno grave di quella che consisteva nell’aver trascurato di gettar gli occhi sul grande libro della vita.Ed ora? Non potevo andare fra il popolo, nè rientrare in quell’ambiente il cui contattomi era stato fatale; la mia reclusione, per forza d’abitudine, era diventata ormai così spontanea, che non si sarebbe potuta rompere senza sommuovere nuovamente l’esistenza della nostra casa. Dovevo limitarmi a raccogliere l’eco che saliva dalla strada alle mie stanzette.Il giovane che mia sorella amava s’era in quell’inverno impegnato in una lotta che gli aveva alienato del tutto l’animo di mio padre: organizzava gli operai della fabbrica, li univa per la resistenza; il socialismo penetrava mercè sua nel paese. Mio padre proibì alle due ragazze di riceverlo più oltre in casa. La fidanzata era smarrita. Malgrado la contrarietà di mio marito invitai il giovine ingegnere in casa mia. Come luccicavano gli occhi della fanciulla la prima volta che le feci trovar da me, senza preavviso, l’amato! Per lei, per l’altra bimba, per mio fratello già sedicenne, non poteva far altro, purtroppo, che assicurare quell’appoggio. Compievo su me uno sforzo riparatore troppo grande perchè mi avanzasse l’energia di dedicarmi efficacemente a quei poveri abbandonati del mio sangue.Dal giovane fui informata con esattezza del movimento che sollevava le masse lavoratici in tutto il mondo e le opponeva formidabili di fronte alla classe cui appartenevo.Egli aveva studiato in Germania, aveva viaggiato, e, tornato nella sua regione da due anni per dirigere i lavori di un nuovo troncoferroviario, aveva sentito il bisogno prepotente di tentare qualcosa per quelle miserevoli popolazioni, da cui egli era pur germinato.Mia sorella accettava tutto a priori; le idee vivevano, palpitavano nel giovane, ed ella non poteva distinguerle da lui. Io discutevo, m’infervoravo. Lenta nell’espressione, per amor di sincerità e di esattezza, inesperta nella dialettica, mi provavo poi a riprender la mia libertà di spirito a tavolino e scrivevo sul quaderno stesso a cui avevo confidato lo sfogo del mio dolore. Mi compiacevo cedendo all’impulso, poi arrossivo, assalita dal dubbio di esser vittima d’una sciocca ambizione incipiente, direcitare una parte, come nei tempi lontani in cui, bimba, mi figuravo davanti allo specchio d’essere una dama affascinante. Ma continuavo, nondimeno, con impeto.Pensare, pensare! Come avevo potuto tanto a lungo farne senza? Persone e cose, libri e paesaggi, tutto mi suggeriva, ormai, riflessioni interminabili. Talune mi sorprendevano, talaltre, ingenue, mi facevano sorridere; certe ancora recavano una tale grazia intrinseca, ch’ero tratta ad ammirarle come se le vedessi espresse in nobili segni, destinate a commuovere delle moltitudini. La loro varietà era infinita. Tanta ricchezza era in me? Mi dicevo che probabilmente essa non aveva nulla di eccezionale, che probabilmente tutti gli esseri ne recano una uguale nel segreto dello spirito, e solo le circostanze impediscono chetutte vadano ad aumentare il patrimonio comune. Ma non ero persuasa dell’ipotesi. Tanta incoscienza e noncuranza erano intorno!Il dottore avrebbe potuto fornire una base ai miei studi colla sua scienza, ma egli non si curava più di nutrire il suo spirito: le necessità urgenti della sua professione l’occupavano troppo, e il suo scetticismo gli faceva apparire troppo ipotetico un mutamento di condizioni secolari, il sollievo d’una miseria fisiologica ereditaria. Mi diede però alcuni libri, trattati di biologia, manuali d’igiene, di storia naturale. E sorrideva con simpatia non priva di canzonatura, quando gli mostravo che ne avevo tratto sunti e note.Egli era per me un fenomeno malinconicamente interessante. Mi chiedevo ancora se erano esistiti e se esistevano dei rapporti intimi fra lui e mia cognata, e il solo sospetto mi riusciva umiliante. Ma come viveva egli scapolo? Il caso di mio padre mi faceva fermar l’attenzione sul fatto sessuale e ne traevo delle riflessioni amare. Ecco, anche questo giovane, che professava un tal rispetto per me e riconosceva delle verità superiori, conducendo una vita esemplare secondo le convenzioni sociali, aveva una vita segreta forse non confessabile....Chi osava ammettere una verità e conformarvi la vita? Povera vita, meschina e buia, alla cui conservazione tutti tenevan tanto! Tutti si accontentavano: mio marito, il dottore,mio padre, i socialisti come i preti, le vergini come le meretrici: ognuno portava la sua menzogna, rassegnatamente. Le rivolte individuali erano sterili o dannose: quelle collettive troppo deboli ancora, ridicole quasi di fronte alla paurosa grandezza del mostro da atterrare!E incominciai a pensare se alla donna non vada attribuita una parte non lieve del male sociale. Come può un uomo che abbia avuto una buona madre divenir crudele verso i deboli, sleale verso una donna a cui dà il suo amore, tiranno verso i figli? Ma la buona madre non deve essere, come la mia, una semplice creatura di sacrificio: deve essereuna donna, una persona umana.E come può diventare una donna, se i parenti la dànno, ignara, debole, incompleta, a un uomo che non la riceve come sua eguale; ne usa come d’un oggetto di proprietà; le dà dei figli coi quali l’abbandona sola, mentr’egli compie i suoi doveri sociali, affinchè continui a baloccarsi come nell’infanzia?Dacchè avevo letto uno studio sul movimento femminile in Inghilterra e in Scandinavia, queste riflessioni si sviluppavano nel mio cervello con insistenza. Avevo provato subito una simpatia irresistibile per quelle creature esasperate che protestavano in nome della dignità di tutte sino a recidere in sè i più profondi istinti, l’amore, la maternità, la grazia. Quasi inavvertitamente il mio pensiero s’era giorno per giorno indugiato un istantedi più su questa parola: «emancipazione», che ricordavo d’aver sentito pronunciare nell’infanzia, una o due volte, da mio padre seriamente, e poi sempre con derisione da ogni classe d’uomini e di donne. Indi avevo paragonato a quelle ribelli la gran folla delle inconsapevoli, delle inerti, delle rassegnate, il tipo di donna plasmato nei secoli per la soggezione, e di cui io, le mie sorelle, mia madre, tutte le creature femminili da me conosciute, eravamo degli esemplari. E come un religioso sgomento m’aveva invasa, lo avevo sentito di toccare la soglia dellamiaverità, sentito ch’ero per svelare a me stessa il segreto del mio lungo, tragico e sterile affanno....Ore solenni della mia vita, che il ricordo non potrà mai fissare distintamente e che pur rimangono immortali dinanzi allo spirito! Ore rivelatici d’un destino umano più alto, lontano nei tempi, raggiungibile attraverso gli sforzi di piccoli esseri incompleti, ma nobili quanto i futuri signori della vita!c13XIII.Un fatto di cronaca avvenuto nel capoluogo della provincia, m’indusse irresistibilmente a scrivere un articoletto e a mandarlo ad un giornale dì Roma, che lo pubblicò. Era in quello scritto la parolafemminismo. E quando la vidi così, stampata, la parola dall’asprosuono mi parve d’un tratto acquistare intera la sua significazione, designarmi veramente un ideale nuovo.Intanto il mio scartafaccio cresceva di mole. Tentativi disparati vi si succedevano. Accanto ad impressioni visive, alla pittura rapida di qualchetipo, si svolgeva in cento frammenti il filo delle mie considerazioni sulla vita, tendenti ad orientarsi in una connessione, in un organismo. Un occulto ardore correva per quei fogli, che io cominciavo ad amare come qualcosamigliore di me, quasi mi rendessero la mia imagine già purificata e mi convincessero ch’io poteva vivere intensamente ed utilmente. Vivere! Ormai lo volevo, non più solo per mio figlio, ma per me, per tutti.Mi stimavo fortunata nella mia solitudine. L’aspro calvario era ben sempre sotto a’ miei occhi; guardandolo restavo affascinata dal pensiero delle innumeri creature che ne salivano uno uguale senza trovare alla vetta neppure una croce su cui attendere una giustizia postuma. Donne e uomini; agglomerati e pur così privo ognuno di aiuto! Quella l’umanità? E chi ardiva definirla in una formula? In realtà la donna, fino al presente schiava, era completamenteignorata, e tutte le presuntuose psicologie dei romanzieri e dei moralisti mostravano così bene l’inconsistenza degli elementi che servivano per le loro arbitrarie costruzioni! E l’uomo, l’uomo pure ignorava sè stesso: senza il suo complemento,solo nella vita ad evolvere, a godere, a combattere, avendo stupidamente rinnegato il sorriso spontaneo e cosciente che poteva dargli il senso profondo di tutta la bellezza dell’universo, egli restava debole o feroce, imperfetto sempre. L’una e l’altra erano, in diversa misura, da compiangere.Nessun libro aveva la virtù di sconvolgere le mie recenti convinzioni; e nessuno, di quelli che lessi in quel tempo, mi produsse grande impressione. M’accorsi che il mio senso critico, dopo la lunga paralisi, s’era come allargato ed intensificato; e insieme scopersi nel mio spirito una sorta di nostalgia accorata per tutto ciò che la mia educazione irrimediabilmente aveva trascurato in me. La poesia, la musica, le arti del colore e della forma, rimanevano per me cose quasi ignote, mentre l’intero mio essere aspirava all’estasi ch’esse suscitano; il pensiero di cui vivevo, avrebbe voluto talvolta farsi alato, confondersi coi raggi e coi suoni. Scrivendo, la mia impotenza a tradurre liricamente l’oscuro mondo interiore mi dava spesso una sofferenza acuta; ogni cosa, che non giungevo ad esprimere, ricadeva per sempre nel baratro ignoto onde era sòrta per un istante.Nella casa tranquilla una vecchia donna entrata stabilmente al nostro servizio, adempieva le funzioni domestiche che prima erano state quasi del tutto a mio carico. Alta e curva, il viso ossuto stranamente brutto ed espressivo,ella mi aveva destato ripugnanza al primo momento e mi aveva conquistata di poi subito colla sua intelligenza ed il suo tatto. La sua storia non era diversa da quella di molte donne del popolo, prima esauste dalla maternità, poi abbandonate dal marito emigrato, e infine sfruttate dalle loro medesime creature. Ella la raccontava timidamente, rivelando una stoica simpatia per la vita. La mia attenzione l’aveva lusingata: sin dai primi giorni la mia figura fanciullesca, colla lunga treccia ed il viso roseo così simile a quello del mio bimbo, era stata per lei oggetto di sorpresa; poi, la vita solitaria ch’io conducevo e i temi di discorso con mio marito, a tavola, quand’egli era in vena di ascoltarmi, le avevano infusa una riverenza timorosa ove si mescolavano orgoglio, devozione, strane speranze per sè e per i suoi figli.Presi a considerarla come una compagna, umile e discreta. Non ne avevo altra! Che sforzi commoventi per comprendermi quando tentavo di istruirla su qualche soggetto! Se doveva rinunciarvi, crollava le spalle curve: «Ah, signorina mia, fossi con trent’anni di meno! Chi sa che avreste fatto di me!»Ella, con mia suocera e un’altra vecchietta che veniva qualche volta a lavorar di bianco in casa mia, mi rappresentava al più alto grado la sommissione del mio sesso, non soltanto alla miseria, ma all’egoismo dell’uomo. Teste grigie scosse perennemente di un lievissimotremito, come dall’istintivo ricordo degli strazî sofferti, teste stanche su cui spesso lo sguardo non osava mantenersi, quante volte vi ho baciate in ispirito, non per voi, per una fugace pietà del vostro destino, ma per l’onda ardente dei propositi che, senza saperlo, gettavate entro al mio cuore!Mia madre, dal pauroso asilo, m’incitava anch’ella. Ero persuasa che se la sventurata avesse incontrato in gioventù un motivo d’azione fuori della cerchia famigliare, ella non sarebbe stata annientata dalla sventura. Non credevo io, a ventidue anni, di poter accettare la vita senza l’amore? Non trovavo anzi una specie di sicurezza nella convinzione che mai più l’amore m’avrebbe sfiorata?Non potevo percepire distintamente le deficienze ancor profonde della mia vita. Riuscendovi, avrei reciso tutti i miei ingenui entusiasmi. Guai se avessi analizzata la mia vita quotidiana! Ma esorbitavo talmente da quello che avrebbe dovuto essere il mio circolo, avevo talmente il senso di compiere uno sforzo eccezionale, che la contraddizione fra ciò che pensavo, e ciò che subivo, non mi pungeva nell’anima, non mi dava che un lieve affanno fisico.A mezzo l’estate un lavoro, che mi si svolgeva in meno da qualche tempo, mi s’impose, e lo condussi a termine in pochi giorni: una piccola monografia sulle condizioni sociali della regione in cui vivevo, tessuta d’osservazionipersonali, vibrante d’emozione. La mostrai al dottore, e quando me la riportò sentii ch’egli era convinto d’una mia nuova potenzialità; e compresi anche, per istinto, senza chiedermi se me ne compiacevo o rammaricavo, che in questa attività da cui ero assorbita, egli avrebbe veduto un ostacolo nuovo al sentimento che forse nutriva per me in segreto.... Elevandomi mi isolavo dunque più che mai.Che importava? Il mio distacco dal mondo, ora, era sincero; dotata di gioventù e di bellezza, io potevo, mercè la crisi attraversata, credermi esente per sempre da ogni desiderio di sensi. I rapporti con mio marito, cui mi rassegnavo con malinconica docilità, non turbavano il lavorìo della mia coscienza. Allorchè, nelle mie letture o nelle mie fantasticherie, mi trovavo dinanzi alle figure delle antiche e moderne ascete, splendenti nel loro candore di ghiaccio, non potevo non ritenermi per un istante loro sorella.Ricordo il mattino in cui mi giunse la rivista ov’era inserito fra scritti importanti lo studio, per cui il dottore mi aveva pazientemente aiutata in alcune rettificazioni. Il bimbo mi tolse il fascicolo subito, scoperse la mia firma—non sapeva leggere, ma distingueva la grafia de’ miei tre nomi—mi sorrise col piccolo sorriso savio e luminoso che aveva ogni qualvolta considerava nel suo cervellino la parola stampata. Era quel suo sorriso il premio, l’approvazionequotidiana del mio sforzo. Pareva dicesse: «Io sento che tu lavori anche per me, mamma, sento che tu fiorisci, ti espandi, vivi, e perciò diventi forte e buona, e mi prepari un’esistenza forte e buona....»Quel mattino risposi al sorriso di mio figlio con uno altrettanto savio e luminoso. Era come se mi trovassi su di un’altura, col bambino per mano, e contemplassi un paese smisurato e meraviglioso innanzi di accingermi a traversarlo, sicura delle mie forze. Dietro e intorno, nulla. Nel vago e pur imperioso presentimento del futuro una pace assoluta, un riposante oblìo dominavano.Qualche settimana dopo mio marito venne a casa tutto preoccupato. Io avevo ricevuto il dì stesso una lettera d’una scrittrice illustre che mi invitava a collaborare in un periodico femminile che stava per fondare, incaricata da una nuova Società editrice. Mi si offriva un modesto compenso. Speravo vederlo rallegrarsi. Al contrario mi intimò di tacere. Egli aveva saputo che l’ingegnere fidanzato di mia sorella, aveva subìta una perquisizione. In quel momento un’onda di reazione percorreva l’Italia. Mio marito cercò la rivista che portava il mio articolo, alcune lettere di antichi e nuovi corrispondenti che me ne complimentavano, e buttò tutto sul fuoco: vi aggiunse un mucchio di giornali e di riviste; indi si mise a frugare tra le mie carte....Quell’ora emerge nella mia memoria fra le più amare e insieme le più profonde della mia vita: notando la meschinità della creatura a cui ero aggiogata, e vedendomi così definitivamente divisa in ispirito e sola, sentii il brivido che incutono certi spettacoli in cui il grottesco si mescola al sublime.Passato quel panico, continuai a scrivere e a pubblicare. Cominciavo a ricevere echi delle mie idee in lettere e in articoli. Un professore italiano, riparato di recente in Svizzera, aveva iniziato meco una corrispondenza attiva. Sotto i suoi auspici una giovane dottoressa veneziana mi aveva pure scritto e un’amicizia epistolare s’era presto annodata fra i nostri due spiriti ferventi. La mia immaginazione si popolava di figure disparate, che prendevano curiose fisionomie nell’indeterminatezza dei contorni. Di taluni de’ miei corrispondenti non tentavo neppure di foggiarmi l’immagine nella mente: uno scienziato genovese, ad esempio, tutto dedito alla propaganda morale fra i marinai, era riuscito a divenirmi carissimo e oggetto di culto devoto, senza che pensassi di conoscere nulla della sua vita privata, della sua età. Di altri, di certi giovani che pubblicavano articoli o versi negli stessi periodici in cui collaboravo, vedevo invece subito i visi timidi o fatui. Le donne mi destavano maggior curiosità: le avrei desiderate tutte belle; talune mi mandarono i loro ritratti, e questi erano davvero tutti graziosi....Sorelle?Chi sa! Qualche rapida delusione mi pose in guardia. Via via intravvedevo lo stato delle donne intellettuali in Italia, e il posto che le idee femministe tenevano nel loro spirito. Con stupore constatavo ch’era quasi insignificante; l’esempio, in verità, veniva dall’alto, dalle due o tre scrittrici di maggior grido, apertamente ostili—oh ironia delle contraddizioni!—al movimento per l’elevazione femminile. Di ideali d’ogni specie, d’altronde, tutta l’opera letteraria muliebre del paese mi pareva deficiente: grandi frasi vuote, senza nesso e senza convinzione. E nell’azione anche, com’eran rare le donne! La maggior parte straniere.Le giovanissime, provviste di titoli accademici, avevano quasi disdegno per la conquista dei diritti sociali. Fra queste era la mia nuova amica di Venezia, singolare ingegno critico. Fra le attempate più d’una mi lasciò indovinare d’essere stata torturata e logorata dalla vita; e apertamente mi esortavano a non gettarmi nella mischia, a temperare i miei entusiasmi, a perseguire qualche puro sogno d’arte se proprio non mi bastava l’amore del mio bimbo e del mio nido. Sincere, certo. Le loro lettere mi lasciavano perplessa.Mio figlio, piccolo psicologo inconsapevole, afferrava sul mio volto le sfumature della tristezza e della serenità, taceva quando mi vedeva assorta, corrugava le ciglia allorchè percepiva malumore fra suo padre e me.... Io glirappresentavo tutto ciò che di migliore egli conosceva in fatto d’umanità: ero la più savia, la più buona delle creature; perfino i miei momenti di collera, quei momenti rari che mi rimproveravo e che eran provocati dal permanente squilibrio fisico, non suscitavano il minimo moto di rancore nel piccolo spirito; egli doveva dirsi sempre che la mammaaveva ragione; e quasi sempre mi chiedeva perdono, tremando non per la punizione ricevuta ma per lo spettacolo del mio dolore.... Povero figliuolo mio, povero bimbo adorato! Per due anni la sua infanzia fu veramente radiosa: egli potè accumulare tanto vigore di vita quale di solito un fanciullo non giunge a possedere. Era una forza oscura che prevedeva il futuro e preparava in lui nei limiti del possibile il riparo?Due anni. Come richiamare in frammenti quel periodo singolare? Io andavo, col mio bimbo per mano, lungo le deserte strade maestre, tutte uguali, fiancheggiate di biancospini, fragranti nella primavera, polverosi l’estate. Lontano emergeva una doppia catena di altezze, colline dinanzi, dietro gli Appennini. Borgate in cima a qualche poggio sì sporgevano, evocando il medio evo colle loro cinte merlate, colle casette brune raggruppate intorno a qualche campanile aguzzo. La campagna e il mare erano talora abbaglianti, talora cinerei; in certi giorni il silenzio imperava, strano e dolce, in certi altri sembrava che ogni filo d’erba, ogni goccia d’acqua affermasse la sua vita con unsusurro, e l’aria popolata di suoni diveniva come sensibile. Le linee del paesaggio m’erano famigliari da tanti anni: come nell’epoca della fanciullezza, io non analizzavo ciò che si stendeva dinanzi agli occhi, non cercavo il segreto dell’armonia che m’inteneriva o m’esaltava, che mi dava la sensazione del riposo o quello della forza, che m’identificava a sè. Mi lasciavo avvolgere dal fascino misterioso e semplice, e una riconoscenza appassionata mi fioriva nel cuore. Ecco, venivano a me le manifestazioni profonde della vita della terra, venivano finalmente integre e lucide, capaci di significare il pianto, il sorriso, l’amore, la morte. Non era troppo tardi.Il mio passato m’appariva ornai come ordinato da un volere spietatamente saggio. Tutto non vi sembrava posto, difatti, per la preparazione dell’avvenire?Pur non vedevo distintamente quest’avvenire. E senza direzione chiara, i miei tentativi progredivano disordinati. Che cosa desideravo diventare? Giornalista, no: cominciavo a sentir la quasi totale inutilità di quello sparpagliamento di idee incomplete. Artista? Non osavo neppure pensarci, esagerando la mia incoltura, la mia mancanza di fantasia, la mia incomprensione della bellezza....Un libro,il libro.... Ah, non vagheggiavo di scriverlo, no! Ma mi struggevo, certe volte, contemplando nel mio spirito la visione di quel libro che sentivo necessario, di un librod’amore e di dolore, che fosse straziante e insieme fecondo, inesorabile e pietoso, che mostrasse al mondo intero l’anima femminile moderna, per la prima volta, e per la prima volta facesse palpitare di rimorso e di desiderio l’anima dell’uomo, del triste fratello.... Un libro che recasse tradotte tutte le idee che si agitavano in me caoticamente da due anni, e portasse l’impronta della passione. Non lo avrebbe mai scritto nessuno? Nessuna donna v’era al mondo che avesse sofferto quel ch’io avevo sofferto, che avesse ricevuto dalle cose animate e inanimate gli ammonimenti ch’io avevo ricevuto, e sapesse trarre da ciò la pura essenza, il capolavoro equivalente ad una vita?c14XIV.Un pomeriggio vidi rientrare in casa inaspettatamente mio marito stravolto in viso, brutto a vedersi come diveniva ogniqualvolta gli si scatenavano nell’animo le sue passioni primitive. Era venuto a diverbio con mio padre e aveva abbandonato l’ufficio dichiarando che non vi sarebbe rientrato mai più.Una visione remota mi si affacciò alla memoria: mio padre, il giorno in cui aveva lasciato il suo posto a Milano. Com’egli era sereno, quasi ilare di trovarsi di fronte ad un avvenire ignoto ma libero!Dalla stessa calma, quasi da letizia, mi sentivoinvasa io, adesso, mentre mio marito mal celava il suo rammarico, non di aver offeso il padre di sua moglie, l’uomo a cui doveva tutto, ma di essersi rovinata la situazione.La cosa era irreparabile. Mio padre non avrebbe certo perdonato. L’apparente sua indifferenza verso i figli sembrava si trasformasse da qualche tempo in un rancore più e più amaro, smanioso di sfogo. Forse era per l’influenza della donna colla quale egli passava la maggior parte del tempo libero dalle occupazioni della fabbrica. Forse sospettava che noi ci ritenessimo defraudati del denaro ch’egli spendeva largamente per quella famiglia. In verità io esitavo ancora nel giudicarlo: mi dicevo ch’egli doveva soffrire dal suo canto essendosi lasciato sfuggire per sempre il cuore delle sue creature; ch’egli non era ancora abbastanza lontano dal suo passato di fervore intellettuale e di tenerezza per non averne un’istintiva nostalgia. Certe rare volte, nel suo giardino, per qualche accenno ai miei articoli, di cui sentiva parlare, si dava a discutere, andando da una pianta all’altra, e mi suscitava ad istanti il ricordo degli anni infantili, delle suggestive lezioni tra i fiori e le erbe. Mi guardava con i piccoli occhi dai bagliori metallici, e pareva domandarmi se non trovavo in lui ancora qualcosa di superiore a tutto ciò che conoscevo; e uno struggimento angoscioso, una paura indefinibile miafferrava.... Che misterioso, imperscrutabile avvertimento la vita di quell’uomo!Quando mio marito vide che, nè spontaneamente, nè in seguito alle sue ritrattazioni, mio padre lo richiamava, un’onda di disperazione lo avvolse. Evidentemente non aveva mai fatta l’ipotesi di un simile avvenimento.Mi trovavo dunque ad uno svolto del cammino?Il problema della sussistenza mi lasciava tranquilla; ero stata abituata da bimba a pensare che chi ha volontà trova sempre di che vivere e che qualunque lavoro è dignitoso. Ma l’idea di lasciare il paese stentava a penetrare in mio marito: egli era senza diplomi, quasi senza denaro, e non più giovane: malgrado l’alto concetto che sempre avea dimostrato avere di sè, tremava....E tuttavia sentivo ch’era inevitabile la mia liberazione da quell’ambiente. Finita l’acquiescenza, per cui da qualche tempo mi rimproveravo, allo sfruttamento che mio padre esercitava sugli operai e che mio marito giustificava! Ora mi pareva di riacquistar dignità: respiravo più tranquilla sopratutto riguardo a mio figlio. Lontano! Egli avrebbe potuto dimenticare quel luogo che era stato così nefasto a sua madre, ove tanti malvagi esempî contrastavano alle mie parole!Lasciai un giorno intravedere questo mio senso di gioia all’amico dottore. Egli mi guardò,tacque. Dinanzi a quel silenzio provai una punta al cuore.Appariva stanco, sfibrato. In paese serpeggiava il tifo, ed egli andava, dal mattino alla sera, dall’una all’altra casetta di povera gente, con la persona un po’ curva; la voce sempre un po’ velata di tristezza doveva dare agli infermi la speranza, doveva confondersi coi suoni aleggianti intorno a chi muore o teme di morire. E veniva di rado a trovarmi.Per alcune settimane si visse così, incerti. Cercar un impiego in qualche città pareva a mio marito umiliante. Ci rimaneva l’assegno di mio padre. Ma col congedo dalla fabbrica restava sospeso pure il lavoro mio di contabilità e il compenso mensile. Come avrei potuto d’or innanzi adoperare la mia attività per sostenere il bilancio famigliare?Cedetti a un’ispirazione improvvisa un mattino che mio figlio, recandomi la posta, ne aveva estratto un fascicolo e me l’aveva pòrto prima degli altri, col suo fare di piccolo uomo informato riguardo alle mie predilezioni.Era infatti una rivista milanese che amavo. Il direttore, un vecchio combattente della libertà, aveva «lanciato» generosamente più d’un giovine ingegno, e a me stessa inviava ogni tanto sollecitazioni affettuose, perchè mi affermassi con qualche lavoro più solido che non i brevi articoli ch’egli mi pubblicava con premura.Gli scrissi esponendo le necessità sopravvenutemi.Egli mi rispose dopo alcuni giorni che nulla avrei potuto fare a Milano, ma che aveva scritto subito a un editore di Roma, il quale aveva fondato di recente un periodico femminile. Ricevetti infatti ben presto una nuova lettera dalla romanziera che m’aveva scritto mesi avanti, in cui si diceva molto dolente ch’io non avessi ricevuto la prima, perchè m’avrebbe allora offerto un posto di redattrice ch’era ora occupato. Nondimeno ella poteva farmi assegnare un piccolo stipendio per lavori secondari, i quali richiedevano la mia presenza a Roma, ma non un orario d’ufficio. Ricevevo insieme i numeri diMulier.L’aspetto della rivista era simpatico, ma con un’impronta di leggerezza che mi sconfortò alquanto. Il programma aveva alcuni passi eccellenti:«Lasciate che finalmente anche le donne dicano qualcosa di sè stesse. Gli uomini fanno dei panegirici o delle requisitorie. Gli uni, anche alti intelletti e anime profonde, hanno un astio involontario, perchè la donna, oggi poco intelligente, non li cerca e non li ammira; gli altri pretendono conoscere la donna perchè hanno fatto molte esperienze e molte vittime. Costoro non hanno avuto il tempo di conoscerne anche una sola: conoscono come si vincono i sensi di molte e come si può trarre da esse il maggior piacere. Niente altro.«In realtàla donnaè una cosa che esistesolo nella fantasia degli uomini: ci sonodelle donne, ecco tutto.»L’articolo, non firmato, era certo della romanziera illustre, che non aveva ancora creati dei tipi di donna veramente individuali, ma che forse avrebbe potuto ritrarne qualcuno dei non rari che oggi incominciano a farsi notare. Esso concludeva: «Noi non promettiamo molto più di quello che avete sempre veduto: non domandateci troppo. L’ideale della donna non lo troverete formato di tutto punto in questa rivista più che non lo troviate nella vita. Noi vogliamo soltanto aiutare a trarlo fuor dalle nuvole dell’utopia e metterlo innanzi alle donne d’oggi».Ma veramente di questo ideale c’era poco nella rivista. Un articolo d’arte, il profilo di un’attrice, con varie pose, ritratti di duchesse scollate, resoconti d’avvenimenti sportivi, di feste benefiche, un articolo d’igiene. Una rubrica dell’estero era la sola parte del giornale in cui si discuteva di femminismo.Parlai dell’offerta, senza entusiasmo, a mio marito. Egli sfogliò accuratamente i fascicoli, rimase a lungo dubbioso. Non temeva per il colore della rivista, che gli pareva abbastanza temperato, ma pensava che ci saremmo trovati troppo in soggezione in quell’ambiente di mondanità. Si tranquillò soltanto quando gli feci osservare che io potevo lavorare in casa, rimanere isolata. Occorreva risolvere subito. Che cosa avrebbe potuto egli fare aRoma? Finì per appigliarsi a un partito che gli pareva facilmente attuabile. Andò da alcuni proprietari del luogo ed espose il progetto di avviare il commercio dei loro prodotti a Roma e all’estero. Aderirono molti. Non occorreva un forte capitale, qualche migliaio di franchi soltanto, per cominciare. Sua madre, gemendo, glieli promise.Proprio il giorno avanti la decisione, il dottore s’era posto a letto. Lo sapevamo estenuato dalla fatica; credemmo si trattasse di una crisi, forse benefica, e nessuno si impensierì. Soltanto, io mi dolevo che in quell’ora grave mi mancasse il suo consiglio. E pensavo che oltre alle mie sorelle egli era il solo per cui avrei sofferto nella mia partenza dal paese.Una settimana dopo egli era morto.Il meningo-tifo, manifestatosi improvviso e violento, aveva atterrato l’uomo gracile che pareva covare da alcun tempo la morte. Dall’oggi al domani l’intelletto s’era oscurato, e il corpo aveva lottato, solo, per alcuni giorni, contro il progressivo sfacelo.... Nessuno poteva credere alla realtà. L’agonia durò un giorno e una notte; era al capezzale la madre settantenne, accorsa quando il male s’era manifestato invincibile; una donna cui i capelli d’argento davano qualcosa d’augusto, mentre sulle labbra le errava un sorriso di bimba ingenua. Tempra eccezionale, ella aveva giàcomposto nell’estremo sonno un figliuolo di vent’anni, soldato; assisteva costantemente il marito minacciato da paralisi cardiaca, amministrava il patrimonio complicato della famiglia dispersa; rappresentava il sacrificio attivo e semplice, incurante d’ogni critica interiore, pago d’una salda speranza ultraterrena. Io la rivedo in quell’ultima notte del mio povero amico; con una mano asciugava il sudore della bella fronte divenuta livida, coll’altra accostava ogni tratto alla bocca già irrigidita, ove appena poteva infiltrarsi qualche goccia di cordiale, l’immagine d’un santo. Così spontaneo e tranquillo quell’atto, che pareva quasi impossibile anche per noi non attendere il miracolo.Il rantolo sinistro era incominciato quando entrò il prete per l’estrema unzione. Volevo assistervi, per deferenza verso la sventurata; ma vi rinunciai dopo i primi istanti. L’intimo mio essere si ribellava a quel rito insulso a cui lo spirito omai assente aveva ripugnato in vita. Mi ritrassi nella stanza accanto, ove si trovavano mio marito, i medici, qualche amico. Giungevano le voci sommesse delle donne, un coro indistinto che accompagnava quella monotona del sacerdote: n’avevo il senso d’un sopruso; pregai mio marito d’accompagnarmi via, a casa, lontano, poichè nulla più per me v’era, in quel luogo, della persona cara.All’alba vennero ad annunziarci la morte.Mio marito si alzò ed uscì subito. Io avrei voluto piangere e non potevo: il mistero, quel mistero mostruoso ed augusto dellafinemi soggiogava. Solo dopo un’ora, forse più, vinse l’umile istinto, pensai alla perdita ch’io faceva, e la pietà di me e di quanti non avrebbero mai più sentita la voce ferma ed affettuosa, si sciolse in lagrime desolate.Tra le lagrime pensavo che egli m’era stato accanto dal tempo del mio matrimonio; sei anni. Ambedue così diversi dall’ambiente, così soli! Un momento la sua anima s’era tesa verso di me: l’avevo sentito. L’avrei amato? Perchè nulla ci aveva spinti l’una nelle braccia dell’altro, aveva unito le nostre due energie che forse nell’intimo non erano estranee? Forse era mancata una parola, un impulso?

c10PARTE SECONDA.X.Avevo dato l’addio alla vita semplicemente, fermamente, benchè in un’ora di smarrimento; come ubbidendo a un comando venuto da lungi più che alla necessità imperiosa dell’istante. La mia esistenza doveva finire in quel punto: la donna ch’io ero stata fino a quella notte doveva morire. Vi sono periodi che non possono risolversi e che sembra vadano chiusi bruscamente con un pietra sepolcrale.Da quanto tempo la crisi si svolgeva in me a mia insaputa? Il dì in cui un informe essere aveva brutalmente interrotto la fioritura della mia adolescenza, un processo di dissolvimento s’era iniziato in me. Il lavorio delle influenze deleterie mi penetrava lentamente, mi corrompeva il corpo e lo spirito. Nulla era pervenuto alla mia coscienza di questa interiore tragedia, fino alla catastrofe. M’ero sentita triste, stanca, impaurita.... E la sconfitta era venuta, inattesa ma logica; nessuna rivolta tardiva l’aveva accolta, neppure alcun stupore. Un ciclo si chiudeva, l’ordine si ristabiliva.Da un’altra sponda.... Come nel punto di darmi la morte, io considerai il mondo e me stessa con occhi affatto nuovi, rinascendo. Dapprima rivissi l’infanzia; fui come una bimba per alcune settimane. Assaporavo puerilmente la dolcezza di essere, avevo un sorriso commosso per il sole, per le cime degli alberi che vedevo dalla mia poltrona, per la bellezza di mio figlio, per ogni oggetto che splendesse, che fiorisse, che richiamasse i sensi, attenti all’opera della vita. E lo spirito era inerte. Sapevo d’aver tentato di morire, sapevo che tutto si cambiava attorno a me, e ch’io avrei dovuto camminare ancora; vedevo ombre e luci alternarsi rapide; ma non provavo nè timori, nè speranze, nè ripulsioni, nè dubbî: al più una vaga fiducia, come un abbandono timido, quasi inconscio. Sulle labbra conservavo il sapore amarognolo del veleno, e la testa era di una debolezza straordinaria; ogni leggero rumore l’intronava, mi toglieva la percezione nitida delle cose. Tuttavia la scossa fisica non era stata grave; non ero stata costretta al letto che per pochi giorni. Tutti, anche mio padre, ignoravano l’accaduto. L’esistenza esteriore continuava il suo giro normale; io m’applicavo finanche a qualche lavoro casalingo, non lasciavo mancare nessuna cura al bambino, giungevo talora a notare nello specchio l’espressione di convalescente che dava al mio viso affinato una grazia nuova.Non ricordo distintamente ciò ch’era passato fra me e mio marito nei primissimi giorni. Dinanzi alla mia tranquilla esecuzione di morte egli doveva aver sentito uno straordinario sconvolgimento nel cuore e nel cervello, e n’era rimasto annichilito. Rimorso? Paura? Umiliazione? Gelosia? Tutto si confondeva per lui in un’unica impressione di dolore: dolore vero, sofferenza fisica in gran parte, che lo trascinava dall’estremo abbattimento all’estrema esaltazione.Il dottore gli aveva forse fatto balenar dinanzi il pericolo ch’io impazzissi. Doveva essere tratto, dalla visione dello sfacelo che io avrei lasciato nella sua casa partendo, a riconoscere ch’io avevo tenuto in essa, fino allora, il posto principale, che ne ero stata l’anima, che vi avevo silenziosamente segnata una traccia indelebile. E mi pareva che il lavorìo di riflessione s’iniziasse in lui.... Pensava egli al poco o nulla che aveva portato nella nostra unione, alle speranze ch’io avevo veduto cadere in quattro anni, alle esigenze del mio essere ancora in isviluppo, all’insipienza con cui aveva negletto ogni mio sintomo di malessere? Percepiva forse la mia superiorità proprio mentre sentiva l’ira contro quello ch’egli si raffigurava fosse il mio delitto? Il suo amor proprio spasimava ancora, e frattanto egli non poteva sottrarsi ad un fascino strano, indefinibile, che gli veniva dalla mia personalità nuova, tragica e risoluta.Il mio corpo, lo sentivo rabbrividendo, acquistava su lui un’attrazione più acuta, dolorosa. Il ricordo della mia invincibile ripugnanza per gli atti dell’amore non gli richiamava forse alla coscienza lo scempio commesso su me fanciulla, ma certo doveva suscitargli confusi rimproveri per non aver avuto un delicato rispetto verso il mio organismo immaturo, per non aver saputo amorosamente destare in me la donna, avvolgere di purità l’invito alla sana gioia.Ed era solo, dinanzi al suo turbamento; sentiva che nessun altro ne sospettava la profondità e l’estensione, che sua madre lo compiangeva per una sofferenza assai più semplice, che il dottore lo giudicava con una indulgenza non scevra di sprezzo. E in certi momenti rompeva in singhiozzi, confessandosi miserabile.Non mi aveva più battuta. S’era inginocchiato davanti a me, chiedendomi perdono di non essere stato generoso, di avermi spinta al passo disperato. «Vivi! Per nostro figlio!» La supplica assumeva su quelle labbra così restìe alla dolcezza un accento straziante. E io univo le mie lagrime alle sue, come il bimbo piange di fronte all’altrui pianto. Nella mia sensibilità d’inferma ero tratta a considerarlo un povero compagno di sventura, come me trastullo e vittima di cieche vicende; mi dicevo vagamente che l’uno aveva bisogno dell’altra, che l’una doveva appoggiarsi all’altroper rifare un’esistenza comune solo pel bene del figlio.Poi una cosa strana avvenne. Mio marito un mattino ricominciò ad interrogarmi sul fatto che era stato causa ad entrambi di tante torture. Ripetendo pazientemente il racconto, coi più minuti particolari, espostogli già tante volte, vidi ch’egli riusciva a serbarsi calmo, a riflettere, lasciando dietro le mie risposte lunghi silenzi. Alfine un gran respiro gli sollevò il petto: un misto di gioia e di orgoglio, malamente contenuto, gli trasparì dagli occhi. Dunque in tutte le inquisizioni colle quali mi aveva straziata, non aveva mai compreso, forse non era mai riuscito ad ascoltare sino alla fine, a frenare l’irruzione d’una gelosia bestiale.... E ora per lui tutto l’accaduto si riduceva ad un episodio insignificante, trascurabile. Capii ch’ei si erigeva di fronte a quell’altro, godendo del suo scorno; che mi era grato, che infine ricominciava in lui la fiducia, la certezza ch’io gli fossi legata, che io l’amassi, che mi sentissi cosa sua!Giugno trionfava sui campi dorati. Il mare doveva essere tutto uno scintillìo, un sogno abbacinante; io non lo vedevo perchè non uscivo mai di casa, salvo qualche volta la sera: pochi passi con mio marito lungo la deserta via ferrata. Nonostante tutto, la gelosia di lui non era scomparsa; al mattino, in grazia della presenza della donna, potevo muovermi per la casa, ma non entrare nellestanze che davano su strada. Dopo colazione, per tema ch’io ricevessi qualcuno, venivo chiusa a chiave fino al suo ritorno alle sei, sola col piccino nell’ambiente caldo ed ingombro della camera da letto prospiciente sul giardino abbandonato.Il bimbo dormiva per due o tre ore. Io ricamavo accanto alla finestra socchiusa, divertendomi talora ad osservare il giuoco delle mani in un raggio luminoso, magre, traenti con lentezza la gugliata di colore. Quella reclusione non mi offendeva: provavo una specie di voluttà in quell’annientamento d’ogni mio senso ribelle, in quella schiavitù da orientale. Era, in fondo, ancora il riposo, la riparazione delle forze. Pensavo al mio carceriere con una pietà sempre più larga, con una rassegnazione quasi serena. Amore? L’avevo lasciato sperare a lui, che s’era tosto convinto. Fra le sue braccia io m’ero bensì sentita irrigidire; ma ciò non mi spingeva che a compensare altrimenti colui al quale non potevo dar intera la mia persona. Certo, io non ero nata per le gioie, ma per le sofferenze dell’amore....Egli si mostrava soddisfatto della mia docilità tranquilla. Non richiamava più il passato, se non per chiedermi che cosa m’era mancato, per rimproverarsene apertamente. Mi era penoso rispondergli, volevo risparmiarlo; pure, lo sfogo certe volte avveniva irresistibile. Questo serviva più di esame a me stessache a lui. Erano confidenze d’uno spirito che, tentennando, s’apriva la via, che lentamente riacquistava il suo vigore e la sua indipendenza. Penose, povere, frammentarie reminiscenze d’un tempo già avvolto nella nebbia, d’una vita trascorsa, veramente chiusa. Parlando, sentivo a mano a mano il mio volto perdere l’espressione di umile dolcezza, comporsi in fredda maschera dagli aridi occhi fissi in un punto indistinto che era forse il passato, forse il futuro. E dovevo fare uno sforzo per togliermi da quel momentaneo e a me stessa ignoto rifugio, per ricondurre a più lievi pensieri l’uomo che sorprendevo assorto, dal canto suo, in visioni che gli mettevano una ruga sulla fronte, la ruga dolorosa e puerile di chi cerca comprendere qualche grande fenomeno e non riesce che a percepire la propria impotenza diffidente.Nostro figlio ci scioglieva i cuori, ci faceva credere nelle nostre vicendevoli promesse di pace. Era ben lui, era ben la sensazione di possederlo ancora, di averlo lì piccolo e sorridente; era il ricordo incessante, per quanto non espresso mai, di quell’addio notturno in cui m’ero rappresentata la creatura del mio sangue sola pel mondo, ignara del mistero materno; era il pensiero ugualmente perenne della vigilanza appassionata che per l’innanzi non gli avrei mai tolta, era ben tutto ciò che fin dai primi giorni mi aveva resa soave la rinnovata esistenza. Per lui, per lui,per lui.... Vivere tanto da rifarmi un’anima splendente, da poter essere madre nel più grande significato della parola: era un sogno? Io mi curvavo sul piccolo letto, contemplavo il volto addormentato di mio figlio, adorabile nelle linee pure e già decise, e una calma fiducia entrava nella mia anima. A lui non potevo chieder perdono che mentalmente; non mi sentivo umiliata in quell’atto; forse era la coscienza di non avergli mai diminuito il mio amore, di averlo avuto sempre in cima a’ miei pensieri, anche nelle ore di follia, che mi faceva sentir sempre degna della sua inconsapevole benedizione? Forse era soltanto la legge del sangue: quelle membra che erano uscite di me, io le pensava istintivamente animate dall’identico mio soffio, allora e sempre; quella creatura mia doveva nella vita riflettere le mie azioni, lottare con me per l’elevazione.Per la prima volta percepivo intera l’influenza benefica della vicinanza di mio figlio; il mio affetto per lui si era approfondito e insieme semplificato, perdendo quel che poteva avere di fanciullesco e di morboso. E il suo nome costituiva l’amuleto del presente, il simbolo del futuro; circoscriveva nelle sue brevi sillabe l’orizzonte nuovo.Frattanto la vita materiale della casa procedeva impacciata, grigia. Le mie sorelle, ignare di tutto, erano andate a passar qualche settimana dagli zii di Torino, ed io restavo confinata, col pretesto di sfuggire lanoia degli sguardi maligni o curiosi. La suocera e la cognata, per fortuna, stavano lontane. Veniva il dottore, talvolta, al mattino, per pochi minuti. Era meno loquace di un tempo. Si preoccupava della mia salute. Se accennavo con un abbozzo di sorriso alla clausura perdurante, egli crollava il capo, mentre un’ombra gli passava rapida sui volto; poi, con uno sforzo che non mi sfuggiva, volgeva la cosa allo scherzo, mi incitava solo a non lasciarmi abbattere, ad esigere qualche viaggio, in attesa di giorni più sereni. Giocava col bimbo, compiacendosi di trovarlo sanissimo e vivace nonostante la mancanza di grande aria e di moto; e ad ogni visita le sue maniere verso di me divenivano più affettuose e insieme più riserbate, come se un senso maggiore di rispetto s’infiltrasse in lui, lo stupisse e gli riscaldasse l’anima. Glie n’ero grata; la sua presenza mi portava una nota sommessa del vasto mondo che pensavo morto per me, mi faceva mio malgrado sentire ch’io aderivo ancora a quel mondo, in cui pure avevo tanto dolorato.Da lui seppi che le conseguenze della mia avventura non erano finite. In verità, pochi in paese avevano creduto all’accusa; la maggioranza aveva dovuto pensare che trattavasi di una velleità troncata fin dall’inizio; ma della cosa s’era impadronito il partito avversario. Il mio onore era in sua balìa: bisognava perciò rivendicarlo.Ciò toccava, secondo le convenzioni, a mio marito. Ma quell’altro aveva preso l’attitudine dell’uomo chiamato direttamente in causa, e faceva di tutto per venir provocato, a fine di mostrare la sua superiorità di spadaccino, e, senza dubbio, per far credere ch’egli aveva delle ragioni personali per difendere il mio onore....Mostruose falsificazioni di ogni senso morale, che non mi avrebbero colpita profondamente, tanto conoscevo la corruzione e l’ipocrisia dell’ambiente; se non mi avessero rivelato una nuova piega del carattere di mio marito. Mi accorsi ch’egli credeva alla necessità di un duello, non per difendere me, ma se stesso; solo il suo amor proprio soffriva. E intanto aveva paura!Il dottore si adoperò in ogni modo per accomodar la faccenda. Dopo varie trattative, l’avvocato finì per rilasciare ai padrini di mio marito una dichiarazione ampollosa e ritorta, in cui io ero qualificata «rispettabilissima». Mio marito si dichiarò soddisfatto, e soddisfatti apparvero l’uno e l’altro partito che avevan trattata la mia riputazione come un affare pubblico.Non volli convenire con me stessa; ma l’esaltamento di sacrificio era ormai del tutto caduto; finita la voluttà di piegare, finito il silenzio della coscienza insoddisfatta.Tutte le umiliazioni inflittemi, tutte le bassezze strisciatemi accanto, e i compromessie le menzogne, le avidità della carne e le viltà dello spirito, episodî ironici ed episodî mostruosi, tornarono a galla nella memoria atterrita, invano implorante pace, oblio.... E fu l’ora suprema della lunga giornata d’orrore: il meriggio risplendente sul campo devastato. Nulla più mi veniva nascosto da veli fallaci. Umiliandomi, io non potevo neppure avere il conforto di scusare chi mi opprimeva. Nulla stava sopra di me, condannata a camminare curva. E mio figlio, mio figlio era un’altra vittima fra due condannati avvinti. Chi lo avrebbe salvato, condotto lontano, dove alcuno gli trasmettesse la virtù umana?c11XI.Colla chiusura dell’odiosa vertenza mio marito divenne più calmo, sospese del tutto le peregrinazioni nel passato. Per qualche tempo ancora mantenne i suoi divieti, ed io continuai a non uscire, a passare i pomeriggi chiusa a chiave, ad aver i fogli di carta da lettere numerati, a non poter vedere che i parenti, il dottore e la domestica, il tutto sotto l’apparenza della più ampia libertà e con procedimenti d’un’ingenuità che mi avrebbe divertita se i miei ventun anni prossimi a scoccare non fossero stati irrimediabilmente chiusi al riso. Badavo ad evitargli le cause di preoccupazione, a prevenire anzi le sue esigenze,ma ormai più per la volontà di tutelare la tranquillità mia e di mio figlio, che per impulso di pietà. Egli, come pel passato, era ridivenuto ottuso, cieco e tranquillo, Desideroso d’un placido benessere, finiva per felicitarsi dell’avvenimento che me gli aveva data nelle mani vinta, rassegnata, passiva. Io osservavo nel rapido ripristinamento della sua figura normale, senza sdegno. Omai non poteva più nulla, nè per me nè per lui.In quei giorni di infinita solitudine, nel silenzio d’ogni richiamo umano, abbandonata veramente ogni speranza e ogni fede, trovai in un libro una causa di salvezza.Era il primo che prendevo tra le mani dopo molti mesi: un invio di mio padre, che mi vedeva raramente e mi pensava, certo, con amarezza, vittima silenziosa per non aver accolto il suo invito a rifugiarmi in casa sua, in quei giorni tragici.L’autore era un giovane sociologo di cui quel libro, uscito allora, diffondeva il nome in tutta Europa. Parlava di alcuni suoi viaggi in paesi giovani, e con una elegante vivacità traeva i profani e gli scettici a considerare dei problemi gravi che spuntavano dai contrasti fra due civiltà. Un’acuta facoltà d’intuizione, una vera genialità dì sintesi, davano una suggestione rara a quell’opera un poco precipitosa ma gagliardamente pensata, nella quale uno schietto sentimento d’umanità vivificava ogni pagina.Forse se invece di quel libro mi fosse capitato in quel punto un poema vibrante di paganesimo o un saggio di misticismo, il mio destino sarebbe stato diverso da quello che fu? Forse anche non avrei subìto influenza di sorta ed io mi sarei affondata in un’atonìa inguaribile.Non piansi, non mi esaltai, non sentii in me nessuna rivoluzione. Quelle pagine rispondevano nella sostanza ad un ordine di idee che in me si svolgeva fin dall’infanzia. Ma appunto perchè non mi spalancavano abissi ignoti, appunto perchè con un vigore delicato, quasi inavvertito, mi riconducevano a regioni popolate di pensieri latenti, come susurrandomi d’una ricchezza troppo a lungo trascurata, esse mi furono provvidenziali, in quell’ora. Un lento fascino m’avvolgeva, mentre nella stanza chiusa, accanto al bimbo intento a’ suoi giuochi, io meditavo su le cose lette, ricordavo lontani discorsi della fanciullezza, aggiungendo osservazioni e riflessioni mie a quelle dello scrittore, partecipavo inconsciamente all’ideale costruzione d’un mondo. E quel fascino faceva indietreggiare in silenzio i recenti fantasmi disperati, rendeva benefica la solitudine, mi difendeva fra le piccole realtà ostentanti la loro irrimediabile miseria.Allorquando il buon senso vinceva la gelosia di mio marito e l’induceva a portarmi a passeggio, provavo un senso indicibile di fastidio per gli sguardi della gente, e per iltimore d’incontrare a faccia a faccia l’uomo che poteva riaccendere nell’anima di chi mi stava al fianco la brutalità primitiva. Scorgendo talvolta da lungi la figura nota, sola o in qualche crocchio, ed evitandola, in mutuo accordo con mio marito che pur guatava la strada, mi stimavo vile. Perchè non consideravo l’esistenza di colui come un fatto che non mi riguardava? Non era forse odio ch’io sentivo per lui, bensì tremavo come si trema al nome d’un morbo che ha condotto noi o qualche persona cara sull’orlo della tomba. E quando mi trovavo vicina alle mie sorelle, omai divenute due fiori di giovinezza, quel terrore mi riassaliva. Avrebbero mai sospettato, esse? E la calunnia, anche fra molti anni, sarebbe giunta fino a loro?La maggiore delle due fanciulle era da qualche mese amata da un giovane ingegnere di un paesello vicino, un’intelligenza fervida in un temperamento ineguale, nato per la lotta, pieno il capo d’ideali nuovi. Io avevo indotto mia sorella—diciassettenne—a interrogarsi profondamente innanzi di togliere ogni speranza al giovine. Ora, dopo un lungo periodo d’incertezza, la fanciulla aveva dichiarato a nostro padre di ricambiare quell’amore e di attendere che il fidanzato potesse consolidare la sua carriera per sposarlo; e poichè il babbo in vista della dilazione, non aveva messo ostacoli, mostrandosi solo poco contento, i due si scrivevano, si vedevano a passeggio,si studiavano, e la passione dell’uno diveniva affetto protettore, la simpatia dell’altra devozione riconoscente; cementavasi un sentimento comune di stima per cui l’avvenire si delineava sempre più saldo ai lor occhi fiduciosi. Così, nella casa rimasta a lungo senza luce, s’insinuava per virtù d’amore un soffio di vita nuova, più seria e più alta, penetrava una influenza estranea che sarebbe in breve divenuta imperiosa e benefica. Allietandomene, io favorivo quell’amore la cui fiamma pareva quella d’un mio sogno appena abbozzato e non avverato.Verso la fine dell’estate mio marito risolse di fare un viaggio, per riposarsi e per distrarsi, riparare le mie forze nervose esauste e rinvigorire la salute del bimbo. La settimana che passammo a Venezia fu triste, malgrado l’incantesimo della città, malgrado il languore dolcissimo ch’essa infiltra nelle vene dei più disperati. Il bimbo non ci permetteva visite accurate a musei e chiese: d’altronde mio marito, nell’assenza di gusto innato e nell’ignoranza assoluta di cose d’arte, non era un compagno dilettevole, sciupandomi spesso anche le più spontanee sensazioni. Partendo, ci sentimmo come sollevati, ma nell’angolo remoto del Tirolo dove avevamo scelto d’accamparci la tristezza non scomparve.Il sito era meraviglioso, una stretta valle rumoreggiante di cascate, verde d’abeti e di pini, incorniciata di gigantesche cime candide.La mia infanzia, la mia infanzia che tornava coi paesaggi severi, coi profumi selvaggi cogli ampi suoni semplici! Da quanto tempo sepolta nella memoria? Oh, per esser sola col mio figliuolo fra quei boschi, educarlo alla scuola della natura, fare che nel lontano avvenire l’onda dei ricordi infantili non giungesse mai a lui così straziante come a me in quel punto, che tutta la sua vita si svolgesse armoniosa, quale di ospite nobile in nobili terre!Così contento era il piccino esercitando bravamente le sue gambette su pei viottoli erbosi, salutando le mandre dalle campanelle argentine! Nell’alberghetto ove si alloggiava egli era il sorriso, il flore squisito che tutti volevano aspirare con un bacio, e che giungeva da lontano, da una parte d’Italia che non sapevan bene dove collocare nella carta geografica, quei fratelli nostalgici, pensosi e un poco taciturni....Anche mio marito, nuovo affatto alla montagna, era contento, prodigo di esclamazioni enfatiche e di osservazioni ingenue, sicuro come sempre del suo giudizio, superbo di spender i propri risparmi in maniera raffinata, desideroso della mia riconoscenza espressa. E quando mi sorprendeva melanconica s’indignava come d’una frode. Che donna ero? Nulla mi soddisfaceva!Pentito, mi istigava poi a far qualche progetto pel nostro ritorno a casa, a tentare dinuovo la distrazione dello scrivere.... Perchè non cominciavo ad ispirarmi a quel luogo magnifico?Lo ascoltavo stancamente, come si ascolta un passante che parla della nostra salute e ci dà consigli senza saper nulla di noi. Io stessa non sapevo che cosa m’era necessario, in quel punto. Sentivo solo giganteggiare la mia solitudine, il mio isolamento morale; mentre ponevo un certo impegno nel partecipare a mio marito le impressioni che ricevevo, ad essere per lui come un libro aperto, comprendevo bene che il substrato della mia vita restava inviolabile, che, anche volendo, non avrei potuto farmi aiutare nell’opera di scandaglio che continuava in me. E qualcosa come un tremito interiore mi possedeva incessantemente.... In qual modo ricordare simili periodi? Talvolta, al mattino, abbiamo la sensazione nitida d’aver passato una notte densa di sogni e di fantasmi grandiosi, e d’aver vissuto in fuggevoli istanti di dormiveglia una vita profonda; ma non riusciamo a ricostruire le visioni nè a rifare i pensieri notturni; e ci accorgiamo poi che ogni nostra nuova azione veramente essenziale non stupisce noi stessi, perchè la nostra intima sostanza ne aveva avuto l’avviso.L’ultimo pomeriggio passato in montagna mi è rimasto impresso nella memoria visiva in maniera singolare per me che ritengo quasi esclusivamente i caratteri morali, direi,dei luoghi che percorro; che ad ogni luogo, cioè, do nel ricordo la fisionomia che la mia anima gli diede nell’attimo in cui l’accolse in sè, lo sentì cornice ai propri sentimenti. Mi rivedo per l’ampia strada da cui dovevamo, il mattino dopo, discendere per ore e ore in diligenza verso la via ferrata, verso il Benaco. L’atmosfera era grigia ed umida. Tuttavia ogni cosa ed ogni suono avevano una nitidezza straordinaria; tutto sembrava più vasto, e formidabile e fisso. Noi che andavam lenti fra tanta aria cinerea, che cosa eravamo se non dei piccolissimi punti transitori che la Terra proteggeva con austero amore? Per la prima volta forse in vita mia abbracciavo questa Terra con pensiero riverente, figliale. Il tempo e lo spazio mi pareva diventassero fluidi, che mi trasportassero sulla loro corrente: ero l’Umanità in viaggio, l’Umanità senza mèta e pur accesa d’ideale: l’Umanità schiava di leggi certe, e pure spinta da una ribelle volontà a spezzarle, a rifarsi una esistenza superiore a quelle....Quel dì appunto avevo terminato di rileggere il libro che m’avevo tanto afferrata settimane innanzi, e che m’era stato compagno discreto e costante, per tutto il soggiorno in montagna. Fondevo le due emozioni successive, quella suscitatami dalle idee svoltesi nella mia mente intorno a quella lettura, con quella ond’era autrice la Natura che mi circondava e che stavo per lasciare. Ne emanavaun fervore occulto che conoscono solo i grandi credenti e i grandi innamorati: coloro che adoravano la Vita fuor di sè stessi.Ioscomparivo, con la mia miseria; davanti ai miei occhi non era più che la bellezza di quell’umano sforzo ergentesi nella vastità del mondo.Spettacolo che l’anima gelosamente accoglieva e serbava. Non era la gran rivelazione: era il lavorìo sotterraneo dei germi che già sentono il calore del sole vicino e ne temono e ne desiderano il pieno splendore.Al ritorno il dottore m’apprese che la moglie di quell’uomo era morta e ch’egli abbandonando il figliuoletto ai suoceri, era partito per l’America, da quel cercator di ventura ch’era in essenza; privo d’ogni progetto ma ben risoluto a non tornare. Fu l’ultima volta che intesi parlar di colui. Piansi, dopo che il dottore m’ebbe lasciata. Ero libera, la vita si sarebbe ornai resa più facile, più attiva, pel bene di mio figlio; restituendo il senso della sicurezza all’uomo che mi possedeva, riprendevo tutti i miei diritti; non avendo più dinanzi alcuna immagine del passato, io stessa sarei divenuta serena, via via, avrei potuto riprender fiducia nelle mie forze.... Perchè quelle lagrime? Pareva che mi si lacerasse qualche lembo di carne sana accanto alla piaga da cui mi si liberava: non era morta in me, dunque, la fede nell’amore, nell’esistenzad’un amore possente e fulgido, poi che piangevo dando l’estremo addio al fantasma che m’aveva illusa un attimo? Se ne andava, colui col quale avevo scambiato promesse di felicità; spariva, in un vortice, per sempre. Sapeva che il suo ricordo non poteva abbandonarmi poichè il suo rapido passaggio aveva segnato la mia trasformazione? No certo: e il mio nome pronunciato un giorno dinanzi a lui, dopo anni e anni, non gli avrebbe risvegliato che un senso di dispetto.L’amaro non mi tornava alle labbra, ma il cuore si abbandonava di nuovo ad una tristezza mortale, alla compiacenza morbosa del buio desolato, nel vuoto. Per giorni, per settimane. Mio marito, sempre più calmo, più deciso a star in pace, si preoccupava però dell’invincibile mio male che mi curvava a terra, insisteva perchè mi dessi allo studio, perchè scrivessi, magari le mie memorie, la storia del mio errore. Sì, egli era calmo, si ammirava; la sua bontà gli appariva meritevole d’esser celebrata in un poema. Mi portò a casa un grosso fascicolo di carta bianca, che guardai sentendo il rossore salirmi alla fronte. Fino a quel punto poteva giungere l’incoscienza? Ma qualche giorno dopo, mentre il bimbo era dalle mie sorelle nel tepido pomeriggio autunnale, io mi trovai colla penna sospesa in cima alla prima pagina del quaderno. Oh, dire, dire a qualcuno il mio dolore, la mia miseria; dirlo a me stessa anzi,solo a me stessa, in una forma nuova, decisa, che mi rivelasse qualche angolo ancor oscuro del mio destino!E scrissi, per un’ora, per due, non so. Le parole fluivano, gravi, quasi solenni: si delineava il mio momento psicologico; chiedevo al dolore se poteva divenire fecondo; affermavo di ascoltare strani fermenti nel mio intelletto, come un presagio di una lontana fioritura. Non mai, in verità, avevo sentito di possedere una forza d’espressione così risoluta e una così acuta facoltà d’analisi. Che cosa dovevo attendermi? Dovevo chiamare a raccolta tutte le mie energie, avviarmi alla conquista della mia pace concorrendo all’opera di umanità che sola nobilita l’esistenza? O mai più, mai più un sorriso felice m’avrebbe resa bella dinanzi a mio figlio?La penna si fermò, io corsi in camera, mi gettai in ginocchio al punto stesso ove, in una notte omai lontana, avevo susurrato ad una piccola creatura dormiente il mio proposito di morte. Come fu che mi salì alle labbra il nome di mia madre con un singhiozzo? Come fu che un bisogno m’invase, lancinante, di pregare, d’invocare la Potenza occulta a cui doveva aver ricorso tante volte il cuore di mia madre quand’era gonfio di pena? Non so. Fu l’unica volta in vita mia ch’io aspirai alla Fede in una Volontà divina, ch’io l’attesi a mani giunte. E in quell’appello era tutta la disperazione d’uno spirito che si sentedebole, esausto, nel momento stesso in cui ha intravveduto una lunga via da percorrere.... Mi umiliavo, irresistibilmente ma consciamente: era timore di una nuova, diversa e più crudele illusione del mio cuore infiammato di ideale? Forse. Chiedendo l’intercessione della mamma, della mia mamma demente, pareva volessi rinnegare l’orgoglio del mio passato oltre a quello dell’avvenire; rammentavo a me stessa la fatale sconfitta di Lei, e l’inanità d’ogni ribellione in creature segnate come Lei dalla sventura. Ella aveva desiderato che almeno i suoi figli fossero salvi: a mia volta che cosa avrei chiesto a un Dio che mi fosse apparso davanti? Di allontanare dal capo del mio bambino il dolore, di fare ch’io potessi guidarlo per strade luminose... E se neppur io ero ascoltata? Se la catena doveva svolgersi così, in eterno?Fui sorpresa genuflessa da mio marito, che veniva qualche volta nella giornata ad accertarsi che io non abusavo di quel po’ di libertà. Mi alzai di scatto, con un senso d’onta: ero per lui uno spettacolo di debolezza! E compresi d’aver soggiaciuto semplicemente ad una crisi nervosa, da quella povera malata ch’ero ancora.Egli mi chiedeva ansioso che cosa avessi: lo rassicurai con un gesto, mentre le lagrime tornavano a sgorgare copiose, liberatrici. Benedette, benedette! Alfine mi riconquistavo, alfine accettavo nella mia anima il rude impegnodi camminar sola, di lottare sola, di trarre alla luce tutto quanto in me giaceva di forte, d’incontaminato, di bello; alfine arrossivo dei miei inutili rimorsi, della mia lunga sofferenza sterile, dell’abbandono in cui avevo lasciata la mia anima, quasi odiandola. Alfine risentivo il sapore della vita, come a quindici anni.c12XII.Seguì un intenso, strano periodo, durante il quale non vissi che di letture, di meditazioni e dell’amore di mio figlio. Ogni altra cosa m’era divenuta dei tutto indifferente. Avevo solo la sensazione del riposo che mi procurava quella esistenza così raccolta, uniforme, senza sotterfugi nè paure.Un silenzioso istinto mi faceva porre da parte i problemi sentimentali, mi teneva lontana anche dalle letture romantiche delle quali m’ero tanto compiaciuta nell’adolescenza. La questione sociale invece non aveva nulla di pericoloso per la mia fantasia. Io ero passata nella vita portando meco un’inconcepibile confusione di principii umanitari, senza aver mai il desiderio di dar loro una qualsiasi giustificazione. Da bambina avevo nutrito in segreto l’amore dei miseri, pur ascoltando le teorie autocratiche di mio padre. I miei componimenti contenevano in proposito degli squarci retorici che mi sorprendevanoe mi lusingavano, e facevano sorridere bonariamente il babbo. Nella mia educazione era stato uno strano miscuglio. Non s’era coltivato in me il senso dell’armonia. Nessuna pagina immortale era stata posta sotto ai miei occhi durante la mia fanciullezza. Il passato non esisteva quasi per me, non andava oltre i miei nonni, cui sentivo accennar qualche volta; e la storia che m’insegnavano a scuola mi appariva non come la mia stessa esistenza prolungata all’indietro indefinitamente, ma figurava davanti alla mia fantasia come un arazzo, come una fantasmagoria. Io non poteva quindi, in quel tempo, che riportarmi alla realtà immediata, e tutto m’era divenuto oggetto d’esame. M’ero condotta a considerar di mia iniziativa l’essere umano con un’intensità eccezionale, formandomi con inconsapevoli sforzi un culto dell’umanità non del tutto teorico. Se le condizioni di famiglia non m’inducevano ad approfondire il fenomeno delle disuguaglianze sociali, ciò che notavo incidentalmente a scuola e per via mi metteva nell’animo una volontà confusa di azione riparatrice.Partita dalla città, piombata in paese incolto, avevo ben presto, sotto l’esclusiva influenza di mio padre, smarrito quel senso di larga fraternità che nei grandi centri è imperioso ed attivo, avevo concepito il mondo come un gruppo d’intelligenze servito da una moltitudine fatalmente ignara e pressochèinsensibile. Ma anche questa credenza non aveva tardato a sconvolgersi, per cagione prima, credo, d’un piccolo episodio avvenuto verso i miei quattordici anni. Era a colazione da noi il padrone della fabbrica, un blasonato milionario. Questi aveva sfogliata una rivista alla quale mio padre era abbonato. La trovava bella, ma «troppo cara». Ciò aveva ai miei occhi innalzato la mia famiglia di fronte al riccone che possedeva due pariglie e non aveva una rivista... M’ero troppo incoraggiata a chiacchierare, perchè parlando del mio ufficio, avevo detto «la nostra fabbrica». E correggendomi la mamma, il conte aveva soggiunto:—Lasci! È come il mio cocchiere che dice «i miei cavalli».La stizza che mi aveva invasa subitamente, aveva anche scossa la mia concezione della società.Più tardi il matrimonio aveva prodotto una specie di sosta nel mio sviluppo spirituale.Ed ecco che infine penetrava in me il senso di un’esistenza più ampia, il mio problema interiore diveniva meno oscuro, s’illuminava del riflesso di altri problemi più vasti, mentre mi giungeva l’eco dei palpiti e delle aspirazioni degli altri uomini. Mercè i libri io non ero più sola, ero un essere che intendeva ed assentiva e collaborava ad uno sforzo collettivo. Sentivo che questa umanità soffriva per la propria ignoranza e la propria inquietudine:e che gli eletti erano chiamati a soffrire più degli altri per spingere più innanzi la conquista.Un giorno della mia infanzia mio padre mi aveva parlato di Cristo. Mi aveva detto ch’era stato il migliore degli uomini, il maestro della sincerità e dell’amore, il martire della propria coscienza. Io avevo chiuso in petto quel nome, ne avevo fatto l’occulto simbolo della perfezione, senza adorarlo tuttavia, felice semplicemente di sapere che unsommoaveva esistito, che l’essere umano poteva, volendo, salire fino a rappresentare l’ideale della divinità, l’aspirazione all’eterno. Come mi era parsa puerile la mitologia cristiana! Cristo non era nulla, se Dio; ma se egli era uomo, diveniva il flore dell’Umanità, non un dio diminuito, ma l’uomo nella sua maggior potenza. E sempre Gesù, il Gesù di Genezareth sorridente ai bimbi, il Gesù indulgente verso la pentita, incapace di rancore, sereno nell’ammonimento come nella profezia, aveva brillato davanti alla mia anima, figura ideale che mi pareva di veder offuscarsi di tristezza ogni volta ch’io mi allontanavo dalla bontà e dalla verità.Dopo mesi, forse dopo anni di smarrimento, io rivedevo il sorriso di Cristo su la mia strada, e mi rivolgevo a lui come a una fonte d’ispirazione. Per alcun tempo vagheggiai una dottrina che unisse la soavità dei precetti del Galileo, sorti dal grembo della natura, allapotenza delle teorie moderne emanate dalla scienza e dall’esperienza, la libertà con la volontà, l’amore con la giustizia. Era come un’orientazione, come l’affermazione di una armonia.Attorno a me, frattanto, molte cose prendevano un significato, attiravano la mia attenzione. Mi accorgevo con lento stupore di non essermi mai prima chiesta se io avessi qualche responsabilità di quanto mi urtava o mi impietosiva nel mondo circostante. Avevo mai considerato seriamente la condizione di quelle centinaia di operai a cui mio padre dava lavoro, di quelle migliaia di pescatori che vivevano ammucchiati a pochi passi da casa mia, di quei singoli rappresentanti della borghesia, del clero, dell’insegnamento, del governo, della nobiltà, che conoscevo da presso? Tutta questa massa umana non aveva mai attratto altro che la mia curiosità superficiale; senza esser superba nè servile, io ero passata fra i due estremi poli dell’organizzazione sociale sentendomene isolata. Non avevo mai accolta l’idea d’essere una spostata, a cui l’osservazione del mondo si presentava in circostanze eccezionalmente favorevoli. Il mio allontanamento dai volumi di scienza era una colpa assai meno grave di quella che consisteva nell’aver trascurato di gettar gli occhi sul grande libro della vita.Ed ora? Non potevo andare fra il popolo, nè rientrare in quell’ambiente il cui contattomi era stato fatale; la mia reclusione, per forza d’abitudine, era diventata ormai così spontanea, che non si sarebbe potuta rompere senza sommuovere nuovamente l’esistenza della nostra casa. Dovevo limitarmi a raccogliere l’eco che saliva dalla strada alle mie stanzette.Il giovane che mia sorella amava s’era in quell’inverno impegnato in una lotta che gli aveva alienato del tutto l’animo di mio padre: organizzava gli operai della fabbrica, li univa per la resistenza; il socialismo penetrava mercè sua nel paese. Mio padre proibì alle due ragazze di riceverlo più oltre in casa. La fidanzata era smarrita. Malgrado la contrarietà di mio marito invitai il giovine ingegnere in casa mia. Come luccicavano gli occhi della fanciulla la prima volta che le feci trovar da me, senza preavviso, l’amato! Per lei, per l’altra bimba, per mio fratello già sedicenne, non poteva far altro, purtroppo, che assicurare quell’appoggio. Compievo su me uno sforzo riparatore troppo grande perchè mi avanzasse l’energia di dedicarmi efficacemente a quei poveri abbandonati del mio sangue.Dal giovane fui informata con esattezza del movimento che sollevava le masse lavoratici in tutto il mondo e le opponeva formidabili di fronte alla classe cui appartenevo.Egli aveva studiato in Germania, aveva viaggiato, e, tornato nella sua regione da due anni per dirigere i lavori di un nuovo troncoferroviario, aveva sentito il bisogno prepotente di tentare qualcosa per quelle miserevoli popolazioni, da cui egli era pur germinato.Mia sorella accettava tutto a priori; le idee vivevano, palpitavano nel giovane, ed ella non poteva distinguerle da lui. Io discutevo, m’infervoravo. Lenta nell’espressione, per amor di sincerità e di esattezza, inesperta nella dialettica, mi provavo poi a riprender la mia libertà di spirito a tavolino e scrivevo sul quaderno stesso a cui avevo confidato lo sfogo del mio dolore. Mi compiacevo cedendo all’impulso, poi arrossivo, assalita dal dubbio di esser vittima d’una sciocca ambizione incipiente, direcitare una parte, come nei tempi lontani in cui, bimba, mi figuravo davanti allo specchio d’essere una dama affascinante. Ma continuavo, nondimeno, con impeto.Pensare, pensare! Come avevo potuto tanto a lungo farne senza? Persone e cose, libri e paesaggi, tutto mi suggeriva, ormai, riflessioni interminabili. Talune mi sorprendevano, talaltre, ingenue, mi facevano sorridere; certe ancora recavano una tale grazia intrinseca, ch’ero tratta ad ammirarle come se le vedessi espresse in nobili segni, destinate a commuovere delle moltitudini. La loro varietà era infinita. Tanta ricchezza era in me? Mi dicevo che probabilmente essa non aveva nulla di eccezionale, che probabilmente tutti gli esseri ne recano una uguale nel segreto dello spirito, e solo le circostanze impediscono chetutte vadano ad aumentare il patrimonio comune. Ma non ero persuasa dell’ipotesi. Tanta incoscienza e noncuranza erano intorno!Il dottore avrebbe potuto fornire una base ai miei studi colla sua scienza, ma egli non si curava più di nutrire il suo spirito: le necessità urgenti della sua professione l’occupavano troppo, e il suo scetticismo gli faceva apparire troppo ipotetico un mutamento di condizioni secolari, il sollievo d’una miseria fisiologica ereditaria. Mi diede però alcuni libri, trattati di biologia, manuali d’igiene, di storia naturale. E sorrideva con simpatia non priva di canzonatura, quando gli mostravo che ne avevo tratto sunti e note.Egli era per me un fenomeno malinconicamente interessante. Mi chiedevo ancora se erano esistiti e se esistevano dei rapporti intimi fra lui e mia cognata, e il solo sospetto mi riusciva umiliante. Ma come viveva egli scapolo? Il caso di mio padre mi faceva fermar l’attenzione sul fatto sessuale e ne traevo delle riflessioni amare. Ecco, anche questo giovane, che professava un tal rispetto per me e riconosceva delle verità superiori, conducendo una vita esemplare secondo le convenzioni sociali, aveva una vita segreta forse non confessabile....Chi osava ammettere una verità e conformarvi la vita? Povera vita, meschina e buia, alla cui conservazione tutti tenevan tanto! Tutti si accontentavano: mio marito, il dottore,mio padre, i socialisti come i preti, le vergini come le meretrici: ognuno portava la sua menzogna, rassegnatamente. Le rivolte individuali erano sterili o dannose: quelle collettive troppo deboli ancora, ridicole quasi di fronte alla paurosa grandezza del mostro da atterrare!E incominciai a pensare se alla donna non vada attribuita una parte non lieve del male sociale. Come può un uomo che abbia avuto una buona madre divenir crudele verso i deboli, sleale verso una donna a cui dà il suo amore, tiranno verso i figli? Ma la buona madre non deve essere, come la mia, una semplice creatura di sacrificio: deve essereuna donna, una persona umana.E come può diventare una donna, se i parenti la dànno, ignara, debole, incompleta, a un uomo che non la riceve come sua eguale; ne usa come d’un oggetto di proprietà; le dà dei figli coi quali l’abbandona sola, mentr’egli compie i suoi doveri sociali, affinchè continui a baloccarsi come nell’infanzia?Dacchè avevo letto uno studio sul movimento femminile in Inghilterra e in Scandinavia, queste riflessioni si sviluppavano nel mio cervello con insistenza. Avevo provato subito una simpatia irresistibile per quelle creature esasperate che protestavano in nome della dignità di tutte sino a recidere in sè i più profondi istinti, l’amore, la maternità, la grazia. Quasi inavvertitamente il mio pensiero s’era giorno per giorno indugiato un istantedi più su questa parola: «emancipazione», che ricordavo d’aver sentito pronunciare nell’infanzia, una o due volte, da mio padre seriamente, e poi sempre con derisione da ogni classe d’uomini e di donne. Indi avevo paragonato a quelle ribelli la gran folla delle inconsapevoli, delle inerti, delle rassegnate, il tipo di donna plasmato nei secoli per la soggezione, e di cui io, le mie sorelle, mia madre, tutte le creature femminili da me conosciute, eravamo degli esemplari. E come un religioso sgomento m’aveva invasa, lo avevo sentito di toccare la soglia dellamiaverità, sentito ch’ero per svelare a me stessa il segreto del mio lungo, tragico e sterile affanno....Ore solenni della mia vita, che il ricordo non potrà mai fissare distintamente e che pur rimangono immortali dinanzi allo spirito! Ore rivelatici d’un destino umano più alto, lontano nei tempi, raggiungibile attraverso gli sforzi di piccoli esseri incompleti, ma nobili quanto i futuri signori della vita!c13XIII.Un fatto di cronaca avvenuto nel capoluogo della provincia, m’indusse irresistibilmente a scrivere un articoletto e a mandarlo ad un giornale dì Roma, che lo pubblicò. Era in quello scritto la parolafemminismo. E quando la vidi così, stampata, la parola dall’asprosuono mi parve d’un tratto acquistare intera la sua significazione, designarmi veramente un ideale nuovo.Intanto il mio scartafaccio cresceva di mole. Tentativi disparati vi si succedevano. Accanto ad impressioni visive, alla pittura rapida di qualchetipo, si svolgeva in cento frammenti il filo delle mie considerazioni sulla vita, tendenti ad orientarsi in una connessione, in un organismo. Un occulto ardore correva per quei fogli, che io cominciavo ad amare come qualcosamigliore di me, quasi mi rendessero la mia imagine già purificata e mi convincessero ch’io poteva vivere intensamente ed utilmente. Vivere! Ormai lo volevo, non più solo per mio figlio, ma per me, per tutti.Mi stimavo fortunata nella mia solitudine. L’aspro calvario era ben sempre sotto a’ miei occhi; guardandolo restavo affascinata dal pensiero delle innumeri creature che ne salivano uno uguale senza trovare alla vetta neppure una croce su cui attendere una giustizia postuma. Donne e uomini; agglomerati e pur così privo ognuno di aiuto! Quella l’umanità? E chi ardiva definirla in una formula? In realtà la donna, fino al presente schiava, era completamenteignorata, e tutte le presuntuose psicologie dei romanzieri e dei moralisti mostravano così bene l’inconsistenza degli elementi che servivano per le loro arbitrarie costruzioni! E l’uomo, l’uomo pure ignorava sè stesso: senza il suo complemento,solo nella vita ad evolvere, a godere, a combattere, avendo stupidamente rinnegato il sorriso spontaneo e cosciente che poteva dargli il senso profondo di tutta la bellezza dell’universo, egli restava debole o feroce, imperfetto sempre. L’una e l’altra erano, in diversa misura, da compiangere.Nessun libro aveva la virtù di sconvolgere le mie recenti convinzioni; e nessuno, di quelli che lessi in quel tempo, mi produsse grande impressione. M’accorsi che il mio senso critico, dopo la lunga paralisi, s’era come allargato ed intensificato; e insieme scopersi nel mio spirito una sorta di nostalgia accorata per tutto ciò che la mia educazione irrimediabilmente aveva trascurato in me. La poesia, la musica, le arti del colore e della forma, rimanevano per me cose quasi ignote, mentre l’intero mio essere aspirava all’estasi ch’esse suscitano; il pensiero di cui vivevo, avrebbe voluto talvolta farsi alato, confondersi coi raggi e coi suoni. Scrivendo, la mia impotenza a tradurre liricamente l’oscuro mondo interiore mi dava spesso una sofferenza acuta; ogni cosa, che non giungevo ad esprimere, ricadeva per sempre nel baratro ignoto onde era sòrta per un istante.Nella casa tranquilla una vecchia donna entrata stabilmente al nostro servizio, adempieva le funzioni domestiche che prima erano state quasi del tutto a mio carico. Alta e curva, il viso ossuto stranamente brutto ed espressivo,ella mi aveva destato ripugnanza al primo momento e mi aveva conquistata di poi subito colla sua intelligenza ed il suo tatto. La sua storia non era diversa da quella di molte donne del popolo, prima esauste dalla maternità, poi abbandonate dal marito emigrato, e infine sfruttate dalle loro medesime creature. Ella la raccontava timidamente, rivelando una stoica simpatia per la vita. La mia attenzione l’aveva lusingata: sin dai primi giorni la mia figura fanciullesca, colla lunga treccia ed il viso roseo così simile a quello del mio bimbo, era stata per lei oggetto di sorpresa; poi, la vita solitaria ch’io conducevo e i temi di discorso con mio marito, a tavola, quand’egli era in vena di ascoltarmi, le avevano infusa una riverenza timorosa ove si mescolavano orgoglio, devozione, strane speranze per sè e per i suoi figli.Presi a considerarla come una compagna, umile e discreta. Non ne avevo altra! Che sforzi commoventi per comprendermi quando tentavo di istruirla su qualche soggetto! Se doveva rinunciarvi, crollava le spalle curve: «Ah, signorina mia, fossi con trent’anni di meno! Chi sa che avreste fatto di me!»Ella, con mia suocera e un’altra vecchietta che veniva qualche volta a lavorar di bianco in casa mia, mi rappresentava al più alto grado la sommissione del mio sesso, non soltanto alla miseria, ma all’egoismo dell’uomo. Teste grigie scosse perennemente di un lievissimotremito, come dall’istintivo ricordo degli strazî sofferti, teste stanche su cui spesso lo sguardo non osava mantenersi, quante volte vi ho baciate in ispirito, non per voi, per una fugace pietà del vostro destino, ma per l’onda ardente dei propositi che, senza saperlo, gettavate entro al mio cuore!Mia madre, dal pauroso asilo, m’incitava anch’ella. Ero persuasa che se la sventurata avesse incontrato in gioventù un motivo d’azione fuori della cerchia famigliare, ella non sarebbe stata annientata dalla sventura. Non credevo io, a ventidue anni, di poter accettare la vita senza l’amore? Non trovavo anzi una specie di sicurezza nella convinzione che mai più l’amore m’avrebbe sfiorata?Non potevo percepire distintamente le deficienze ancor profonde della mia vita. Riuscendovi, avrei reciso tutti i miei ingenui entusiasmi. Guai se avessi analizzata la mia vita quotidiana! Ma esorbitavo talmente da quello che avrebbe dovuto essere il mio circolo, avevo talmente il senso di compiere uno sforzo eccezionale, che la contraddizione fra ciò che pensavo, e ciò che subivo, non mi pungeva nell’anima, non mi dava che un lieve affanno fisico.A mezzo l’estate un lavoro, che mi si svolgeva in meno da qualche tempo, mi s’impose, e lo condussi a termine in pochi giorni: una piccola monografia sulle condizioni sociali della regione in cui vivevo, tessuta d’osservazionipersonali, vibrante d’emozione. La mostrai al dottore, e quando me la riportò sentii ch’egli era convinto d’una mia nuova potenzialità; e compresi anche, per istinto, senza chiedermi se me ne compiacevo o rammaricavo, che in questa attività da cui ero assorbita, egli avrebbe veduto un ostacolo nuovo al sentimento che forse nutriva per me in segreto.... Elevandomi mi isolavo dunque più che mai.Che importava? Il mio distacco dal mondo, ora, era sincero; dotata di gioventù e di bellezza, io potevo, mercè la crisi attraversata, credermi esente per sempre da ogni desiderio di sensi. I rapporti con mio marito, cui mi rassegnavo con malinconica docilità, non turbavano il lavorìo della mia coscienza. Allorchè, nelle mie letture o nelle mie fantasticherie, mi trovavo dinanzi alle figure delle antiche e moderne ascete, splendenti nel loro candore di ghiaccio, non potevo non ritenermi per un istante loro sorella.Ricordo il mattino in cui mi giunse la rivista ov’era inserito fra scritti importanti lo studio, per cui il dottore mi aveva pazientemente aiutata in alcune rettificazioni. Il bimbo mi tolse il fascicolo subito, scoperse la mia firma—non sapeva leggere, ma distingueva la grafia de’ miei tre nomi—mi sorrise col piccolo sorriso savio e luminoso che aveva ogni qualvolta considerava nel suo cervellino la parola stampata. Era quel suo sorriso il premio, l’approvazionequotidiana del mio sforzo. Pareva dicesse: «Io sento che tu lavori anche per me, mamma, sento che tu fiorisci, ti espandi, vivi, e perciò diventi forte e buona, e mi prepari un’esistenza forte e buona....»Quel mattino risposi al sorriso di mio figlio con uno altrettanto savio e luminoso. Era come se mi trovassi su di un’altura, col bambino per mano, e contemplassi un paese smisurato e meraviglioso innanzi di accingermi a traversarlo, sicura delle mie forze. Dietro e intorno, nulla. Nel vago e pur imperioso presentimento del futuro una pace assoluta, un riposante oblìo dominavano.Qualche settimana dopo mio marito venne a casa tutto preoccupato. Io avevo ricevuto il dì stesso una lettera d’una scrittrice illustre che mi invitava a collaborare in un periodico femminile che stava per fondare, incaricata da una nuova Società editrice. Mi si offriva un modesto compenso. Speravo vederlo rallegrarsi. Al contrario mi intimò di tacere. Egli aveva saputo che l’ingegnere fidanzato di mia sorella, aveva subìta una perquisizione. In quel momento un’onda di reazione percorreva l’Italia. Mio marito cercò la rivista che portava il mio articolo, alcune lettere di antichi e nuovi corrispondenti che me ne complimentavano, e buttò tutto sul fuoco: vi aggiunse un mucchio di giornali e di riviste; indi si mise a frugare tra le mie carte....Quell’ora emerge nella mia memoria fra le più amare e insieme le più profonde della mia vita: notando la meschinità della creatura a cui ero aggiogata, e vedendomi così definitivamente divisa in ispirito e sola, sentii il brivido che incutono certi spettacoli in cui il grottesco si mescola al sublime.Passato quel panico, continuai a scrivere e a pubblicare. Cominciavo a ricevere echi delle mie idee in lettere e in articoli. Un professore italiano, riparato di recente in Svizzera, aveva iniziato meco una corrispondenza attiva. Sotto i suoi auspici una giovane dottoressa veneziana mi aveva pure scritto e un’amicizia epistolare s’era presto annodata fra i nostri due spiriti ferventi. La mia immaginazione si popolava di figure disparate, che prendevano curiose fisionomie nell’indeterminatezza dei contorni. Di taluni de’ miei corrispondenti non tentavo neppure di foggiarmi l’immagine nella mente: uno scienziato genovese, ad esempio, tutto dedito alla propaganda morale fra i marinai, era riuscito a divenirmi carissimo e oggetto di culto devoto, senza che pensassi di conoscere nulla della sua vita privata, della sua età. Di altri, di certi giovani che pubblicavano articoli o versi negli stessi periodici in cui collaboravo, vedevo invece subito i visi timidi o fatui. Le donne mi destavano maggior curiosità: le avrei desiderate tutte belle; talune mi mandarono i loro ritratti, e questi erano davvero tutti graziosi....Sorelle?Chi sa! Qualche rapida delusione mi pose in guardia. Via via intravvedevo lo stato delle donne intellettuali in Italia, e il posto che le idee femministe tenevano nel loro spirito. Con stupore constatavo ch’era quasi insignificante; l’esempio, in verità, veniva dall’alto, dalle due o tre scrittrici di maggior grido, apertamente ostili—oh ironia delle contraddizioni!—al movimento per l’elevazione femminile. Di ideali d’ogni specie, d’altronde, tutta l’opera letteraria muliebre del paese mi pareva deficiente: grandi frasi vuote, senza nesso e senza convinzione. E nell’azione anche, com’eran rare le donne! La maggior parte straniere.Le giovanissime, provviste di titoli accademici, avevano quasi disdegno per la conquista dei diritti sociali. Fra queste era la mia nuova amica di Venezia, singolare ingegno critico. Fra le attempate più d’una mi lasciò indovinare d’essere stata torturata e logorata dalla vita; e apertamente mi esortavano a non gettarmi nella mischia, a temperare i miei entusiasmi, a perseguire qualche puro sogno d’arte se proprio non mi bastava l’amore del mio bimbo e del mio nido. Sincere, certo. Le loro lettere mi lasciavano perplessa.Mio figlio, piccolo psicologo inconsapevole, afferrava sul mio volto le sfumature della tristezza e della serenità, taceva quando mi vedeva assorta, corrugava le ciglia allorchè percepiva malumore fra suo padre e me.... Io glirappresentavo tutto ciò che di migliore egli conosceva in fatto d’umanità: ero la più savia, la più buona delle creature; perfino i miei momenti di collera, quei momenti rari che mi rimproveravo e che eran provocati dal permanente squilibrio fisico, non suscitavano il minimo moto di rancore nel piccolo spirito; egli doveva dirsi sempre che la mammaaveva ragione; e quasi sempre mi chiedeva perdono, tremando non per la punizione ricevuta ma per lo spettacolo del mio dolore.... Povero figliuolo mio, povero bimbo adorato! Per due anni la sua infanzia fu veramente radiosa: egli potè accumulare tanto vigore di vita quale di solito un fanciullo non giunge a possedere. Era una forza oscura che prevedeva il futuro e preparava in lui nei limiti del possibile il riparo?Due anni. Come richiamare in frammenti quel periodo singolare? Io andavo, col mio bimbo per mano, lungo le deserte strade maestre, tutte uguali, fiancheggiate di biancospini, fragranti nella primavera, polverosi l’estate. Lontano emergeva una doppia catena di altezze, colline dinanzi, dietro gli Appennini. Borgate in cima a qualche poggio sì sporgevano, evocando il medio evo colle loro cinte merlate, colle casette brune raggruppate intorno a qualche campanile aguzzo. La campagna e il mare erano talora abbaglianti, talora cinerei; in certi giorni il silenzio imperava, strano e dolce, in certi altri sembrava che ogni filo d’erba, ogni goccia d’acqua affermasse la sua vita con unsusurro, e l’aria popolata di suoni diveniva come sensibile. Le linee del paesaggio m’erano famigliari da tanti anni: come nell’epoca della fanciullezza, io non analizzavo ciò che si stendeva dinanzi agli occhi, non cercavo il segreto dell’armonia che m’inteneriva o m’esaltava, che mi dava la sensazione del riposo o quello della forza, che m’identificava a sè. Mi lasciavo avvolgere dal fascino misterioso e semplice, e una riconoscenza appassionata mi fioriva nel cuore. Ecco, venivano a me le manifestazioni profonde della vita della terra, venivano finalmente integre e lucide, capaci di significare il pianto, il sorriso, l’amore, la morte. Non era troppo tardi.Il mio passato m’appariva ornai come ordinato da un volere spietatamente saggio. Tutto non vi sembrava posto, difatti, per la preparazione dell’avvenire?Pur non vedevo distintamente quest’avvenire. E senza direzione chiara, i miei tentativi progredivano disordinati. Che cosa desideravo diventare? Giornalista, no: cominciavo a sentir la quasi totale inutilità di quello sparpagliamento di idee incomplete. Artista? Non osavo neppure pensarci, esagerando la mia incoltura, la mia mancanza di fantasia, la mia incomprensione della bellezza....Un libro,il libro.... Ah, non vagheggiavo di scriverlo, no! Ma mi struggevo, certe volte, contemplando nel mio spirito la visione di quel libro che sentivo necessario, di un librod’amore e di dolore, che fosse straziante e insieme fecondo, inesorabile e pietoso, che mostrasse al mondo intero l’anima femminile moderna, per la prima volta, e per la prima volta facesse palpitare di rimorso e di desiderio l’anima dell’uomo, del triste fratello.... Un libro che recasse tradotte tutte le idee che si agitavano in me caoticamente da due anni, e portasse l’impronta della passione. Non lo avrebbe mai scritto nessuno? Nessuna donna v’era al mondo che avesse sofferto quel ch’io avevo sofferto, che avesse ricevuto dalle cose animate e inanimate gli ammonimenti ch’io avevo ricevuto, e sapesse trarre da ciò la pura essenza, il capolavoro equivalente ad una vita?c14XIV.Un pomeriggio vidi rientrare in casa inaspettatamente mio marito stravolto in viso, brutto a vedersi come diveniva ogniqualvolta gli si scatenavano nell’animo le sue passioni primitive. Era venuto a diverbio con mio padre e aveva abbandonato l’ufficio dichiarando che non vi sarebbe rientrato mai più.Una visione remota mi si affacciò alla memoria: mio padre, il giorno in cui aveva lasciato il suo posto a Milano. Com’egli era sereno, quasi ilare di trovarsi di fronte ad un avvenire ignoto ma libero!Dalla stessa calma, quasi da letizia, mi sentivoinvasa io, adesso, mentre mio marito mal celava il suo rammarico, non di aver offeso il padre di sua moglie, l’uomo a cui doveva tutto, ma di essersi rovinata la situazione.La cosa era irreparabile. Mio padre non avrebbe certo perdonato. L’apparente sua indifferenza verso i figli sembrava si trasformasse da qualche tempo in un rancore più e più amaro, smanioso di sfogo. Forse era per l’influenza della donna colla quale egli passava la maggior parte del tempo libero dalle occupazioni della fabbrica. Forse sospettava che noi ci ritenessimo defraudati del denaro ch’egli spendeva largamente per quella famiglia. In verità io esitavo ancora nel giudicarlo: mi dicevo ch’egli doveva soffrire dal suo canto essendosi lasciato sfuggire per sempre il cuore delle sue creature; ch’egli non era ancora abbastanza lontano dal suo passato di fervore intellettuale e di tenerezza per non averne un’istintiva nostalgia. Certe rare volte, nel suo giardino, per qualche accenno ai miei articoli, di cui sentiva parlare, si dava a discutere, andando da una pianta all’altra, e mi suscitava ad istanti il ricordo degli anni infantili, delle suggestive lezioni tra i fiori e le erbe. Mi guardava con i piccoli occhi dai bagliori metallici, e pareva domandarmi se non trovavo in lui ancora qualcosa di superiore a tutto ciò che conoscevo; e uno struggimento angoscioso, una paura indefinibile miafferrava.... Che misterioso, imperscrutabile avvertimento la vita di quell’uomo!Quando mio marito vide che, nè spontaneamente, nè in seguito alle sue ritrattazioni, mio padre lo richiamava, un’onda di disperazione lo avvolse. Evidentemente non aveva mai fatta l’ipotesi di un simile avvenimento.Mi trovavo dunque ad uno svolto del cammino?Il problema della sussistenza mi lasciava tranquilla; ero stata abituata da bimba a pensare che chi ha volontà trova sempre di che vivere e che qualunque lavoro è dignitoso. Ma l’idea di lasciare il paese stentava a penetrare in mio marito: egli era senza diplomi, quasi senza denaro, e non più giovane: malgrado l’alto concetto che sempre avea dimostrato avere di sè, tremava....E tuttavia sentivo ch’era inevitabile la mia liberazione da quell’ambiente. Finita l’acquiescenza, per cui da qualche tempo mi rimproveravo, allo sfruttamento che mio padre esercitava sugli operai e che mio marito giustificava! Ora mi pareva di riacquistar dignità: respiravo più tranquilla sopratutto riguardo a mio figlio. Lontano! Egli avrebbe potuto dimenticare quel luogo che era stato così nefasto a sua madre, ove tanti malvagi esempî contrastavano alle mie parole!Lasciai un giorno intravedere questo mio senso di gioia all’amico dottore. Egli mi guardò,tacque. Dinanzi a quel silenzio provai una punta al cuore.Appariva stanco, sfibrato. In paese serpeggiava il tifo, ed egli andava, dal mattino alla sera, dall’una all’altra casetta di povera gente, con la persona un po’ curva; la voce sempre un po’ velata di tristezza doveva dare agli infermi la speranza, doveva confondersi coi suoni aleggianti intorno a chi muore o teme di morire. E veniva di rado a trovarmi.Per alcune settimane si visse così, incerti. Cercar un impiego in qualche città pareva a mio marito umiliante. Ci rimaneva l’assegno di mio padre. Ma col congedo dalla fabbrica restava sospeso pure il lavoro mio di contabilità e il compenso mensile. Come avrei potuto d’or innanzi adoperare la mia attività per sostenere il bilancio famigliare?Cedetti a un’ispirazione improvvisa un mattino che mio figlio, recandomi la posta, ne aveva estratto un fascicolo e me l’aveva pòrto prima degli altri, col suo fare di piccolo uomo informato riguardo alle mie predilezioni.Era infatti una rivista milanese che amavo. Il direttore, un vecchio combattente della libertà, aveva «lanciato» generosamente più d’un giovine ingegno, e a me stessa inviava ogni tanto sollecitazioni affettuose, perchè mi affermassi con qualche lavoro più solido che non i brevi articoli ch’egli mi pubblicava con premura.Gli scrissi esponendo le necessità sopravvenutemi.Egli mi rispose dopo alcuni giorni che nulla avrei potuto fare a Milano, ma che aveva scritto subito a un editore di Roma, il quale aveva fondato di recente un periodico femminile. Ricevetti infatti ben presto una nuova lettera dalla romanziera che m’aveva scritto mesi avanti, in cui si diceva molto dolente ch’io non avessi ricevuto la prima, perchè m’avrebbe allora offerto un posto di redattrice ch’era ora occupato. Nondimeno ella poteva farmi assegnare un piccolo stipendio per lavori secondari, i quali richiedevano la mia presenza a Roma, ma non un orario d’ufficio. Ricevevo insieme i numeri diMulier.L’aspetto della rivista era simpatico, ma con un’impronta di leggerezza che mi sconfortò alquanto. Il programma aveva alcuni passi eccellenti:«Lasciate che finalmente anche le donne dicano qualcosa di sè stesse. Gli uomini fanno dei panegirici o delle requisitorie. Gli uni, anche alti intelletti e anime profonde, hanno un astio involontario, perchè la donna, oggi poco intelligente, non li cerca e non li ammira; gli altri pretendono conoscere la donna perchè hanno fatto molte esperienze e molte vittime. Costoro non hanno avuto il tempo di conoscerne anche una sola: conoscono come si vincono i sensi di molte e come si può trarre da esse il maggior piacere. Niente altro.«In realtàla donnaè una cosa che esistesolo nella fantasia degli uomini: ci sonodelle donne, ecco tutto.»L’articolo, non firmato, era certo della romanziera illustre, che non aveva ancora creati dei tipi di donna veramente individuali, ma che forse avrebbe potuto ritrarne qualcuno dei non rari che oggi incominciano a farsi notare. Esso concludeva: «Noi non promettiamo molto più di quello che avete sempre veduto: non domandateci troppo. L’ideale della donna non lo troverete formato di tutto punto in questa rivista più che non lo troviate nella vita. Noi vogliamo soltanto aiutare a trarlo fuor dalle nuvole dell’utopia e metterlo innanzi alle donne d’oggi».Ma veramente di questo ideale c’era poco nella rivista. Un articolo d’arte, il profilo di un’attrice, con varie pose, ritratti di duchesse scollate, resoconti d’avvenimenti sportivi, di feste benefiche, un articolo d’igiene. Una rubrica dell’estero era la sola parte del giornale in cui si discuteva di femminismo.Parlai dell’offerta, senza entusiasmo, a mio marito. Egli sfogliò accuratamente i fascicoli, rimase a lungo dubbioso. Non temeva per il colore della rivista, che gli pareva abbastanza temperato, ma pensava che ci saremmo trovati troppo in soggezione in quell’ambiente di mondanità. Si tranquillò soltanto quando gli feci osservare che io potevo lavorare in casa, rimanere isolata. Occorreva risolvere subito. Che cosa avrebbe potuto egli fare aRoma? Finì per appigliarsi a un partito che gli pareva facilmente attuabile. Andò da alcuni proprietari del luogo ed espose il progetto di avviare il commercio dei loro prodotti a Roma e all’estero. Aderirono molti. Non occorreva un forte capitale, qualche migliaio di franchi soltanto, per cominciare. Sua madre, gemendo, glieli promise.Proprio il giorno avanti la decisione, il dottore s’era posto a letto. Lo sapevamo estenuato dalla fatica; credemmo si trattasse di una crisi, forse benefica, e nessuno si impensierì. Soltanto, io mi dolevo che in quell’ora grave mi mancasse il suo consiglio. E pensavo che oltre alle mie sorelle egli era il solo per cui avrei sofferto nella mia partenza dal paese.Una settimana dopo egli era morto.Il meningo-tifo, manifestatosi improvviso e violento, aveva atterrato l’uomo gracile che pareva covare da alcun tempo la morte. Dall’oggi al domani l’intelletto s’era oscurato, e il corpo aveva lottato, solo, per alcuni giorni, contro il progressivo sfacelo.... Nessuno poteva credere alla realtà. L’agonia durò un giorno e una notte; era al capezzale la madre settantenne, accorsa quando il male s’era manifestato invincibile; una donna cui i capelli d’argento davano qualcosa d’augusto, mentre sulle labbra le errava un sorriso di bimba ingenua. Tempra eccezionale, ella aveva giàcomposto nell’estremo sonno un figliuolo di vent’anni, soldato; assisteva costantemente il marito minacciato da paralisi cardiaca, amministrava il patrimonio complicato della famiglia dispersa; rappresentava il sacrificio attivo e semplice, incurante d’ogni critica interiore, pago d’una salda speranza ultraterrena. Io la rivedo in quell’ultima notte del mio povero amico; con una mano asciugava il sudore della bella fronte divenuta livida, coll’altra accostava ogni tratto alla bocca già irrigidita, ove appena poteva infiltrarsi qualche goccia di cordiale, l’immagine d’un santo. Così spontaneo e tranquillo quell’atto, che pareva quasi impossibile anche per noi non attendere il miracolo.Il rantolo sinistro era incominciato quando entrò il prete per l’estrema unzione. Volevo assistervi, per deferenza verso la sventurata; ma vi rinunciai dopo i primi istanti. L’intimo mio essere si ribellava a quel rito insulso a cui lo spirito omai assente aveva ripugnato in vita. Mi ritrassi nella stanza accanto, ove si trovavano mio marito, i medici, qualche amico. Giungevano le voci sommesse delle donne, un coro indistinto che accompagnava quella monotona del sacerdote: n’avevo il senso d’un sopruso; pregai mio marito d’accompagnarmi via, a casa, lontano, poichè nulla più per me v’era, in quel luogo, della persona cara.All’alba vennero ad annunziarci la morte.Mio marito si alzò ed uscì subito. Io avrei voluto piangere e non potevo: il mistero, quel mistero mostruoso ed augusto dellafinemi soggiogava. Solo dopo un’ora, forse più, vinse l’umile istinto, pensai alla perdita ch’io faceva, e la pietà di me e di quanti non avrebbero mai più sentita la voce ferma ed affettuosa, si sciolse in lagrime desolate.Tra le lagrime pensavo che egli m’era stato accanto dal tempo del mio matrimonio; sei anni. Ambedue così diversi dall’ambiente, così soli! Un momento la sua anima s’era tesa verso di me: l’avevo sentito. L’avrei amato? Perchè nulla ci aveva spinti l’una nelle braccia dell’altro, aveva unito le nostre due energie che forse nell’intimo non erano estranee? Forse era mancata una parola, un impulso?

c10

Avevo dato l’addio alla vita semplicemente, fermamente, benchè in un’ora di smarrimento; come ubbidendo a un comando venuto da lungi più che alla necessità imperiosa dell’istante. La mia esistenza doveva finire in quel punto: la donna ch’io ero stata fino a quella notte doveva morire. Vi sono periodi che non possono risolversi e che sembra vadano chiusi bruscamente con un pietra sepolcrale.

Da quanto tempo la crisi si svolgeva in me a mia insaputa? Il dì in cui un informe essere aveva brutalmente interrotto la fioritura della mia adolescenza, un processo di dissolvimento s’era iniziato in me. Il lavorio delle influenze deleterie mi penetrava lentamente, mi corrompeva il corpo e lo spirito. Nulla era pervenuto alla mia coscienza di questa interiore tragedia, fino alla catastrofe. M’ero sentita triste, stanca, impaurita.... E la sconfitta era venuta, inattesa ma logica; nessuna rivolta tardiva l’aveva accolta, neppure alcun stupore. Un ciclo si chiudeva, l’ordine si ristabiliva.

Da un’altra sponda.... Come nel punto di darmi la morte, io considerai il mondo e me stessa con occhi affatto nuovi, rinascendo. Dapprima rivissi l’infanzia; fui come una bimba per alcune settimane. Assaporavo puerilmente la dolcezza di essere, avevo un sorriso commosso per il sole, per le cime degli alberi che vedevo dalla mia poltrona, per la bellezza di mio figlio, per ogni oggetto che splendesse, che fiorisse, che richiamasse i sensi, attenti all’opera della vita. E lo spirito era inerte. Sapevo d’aver tentato di morire, sapevo che tutto si cambiava attorno a me, e ch’io avrei dovuto camminare ancora; vedevo ombre e luci alternarsi rapide; ma non provavo nè timori, nè speranze, nè ripulsioni, nè dubbî: al più una vaga fiducia, come un abbandono timido, quasi inconscio. Sulle labbra conservavo il sapore amarognolo del veleno, e la testa era di una debolezza straordinaria; ogni leggero rumore l’intronava, mi toglieva la percezione nitida delle cose. Tuttavia la scossa fisica non era stata grave; non ero stata costretta al letto che per pochi giorni. Tutti, anche mio padre, ignoravano l’accaduto. L’esistenza esteriore continuava il suo giro normale; io m’applicavo finanche a qualche lavoro casalingo, non lasciavo mancare nessuna cura al bambino, giungevo talora a notare nello specchio l’espressione di convalescente che dava al mio viso affinato una grazia nuova.

Non ricordo distintamente ciò ch’era passato fra me e mio marito nei primissimi giorni. Dinanzi alla mia tranquilla esecuzione di morte egli doveva aver sentito uno straordinario sconvolgimento nel cuore e nel cervello, e n’era rimasto annichilito. Rimorso? Paura? Umiliazione? Gelosia? Tutto si confondeva per lui in un’unica impressione di dolore: dolore vero, sofferenza fisica in gran parte, che lo trascinava dall’estremo abbattimento all’estrema esaltazione.

Il dottore gli aveva forse fatto balenar dinanzi il pericolo ch’io impazzissi. Doveva essere tratto, dalla visione dello sfacelo che io avrei lasciato nella sua casa partendo, a riconoscere ch’io avevo tenuto in essa, fino allora, il posto principale, che ne ero stata l’anima, che vi avevo silenziosamente segnata una traccia indelebile. E mi pareva che il lavorìo di riflessione s’iniziasse in lui.... Pensava egli al poco o nulla che aveva portato nella nostra unione, alle speranze ch’io avevo veduto cadere in quattro anni, alle esigenze del mio essere ancora in isviluppo, all’insipienza con cui aveva negletto ogni mio sintomo di malessere? Percepiva forse la mia superiorità proprio mentre sentiva l’ira contro quello ch’egli si raffigurava fosse il mio delitto? Il suo amor proprio spasimava ancora, e frattanto egli non poteva sottrarsi ad un fascino strano, indefinibile, che gli veniva dalla mia personalità nuova, tragica e risoluta.Il mio corpo, lo sentivo rabbrividendo, acquistava su lui un’attrazione più acuta, dolorosa. Il ricordo della mia invincibile ripugnanza per gli atti dell’amore non gli richiamava forse alla coscienza lo scempio commesso su me fanciulla, ma certo doveva suscitargli confusi rimproveri per non aver avuto un delicato rispetto verso il mio organismo immaturo, per non aver saputo amorosamente destare in me la donna, avvolgere di purità l’invito alla sana gioia.

Ed era solo, dinanzi al suo turbamento; sentiva che nessun altro ne sospettava la profondità e l’estensione, che sua madre lo compiangeva per una sofferenza assai più semplice, che il dottore lo giudicava con una indulgenza non scevra di sprezzo. E in certi momenti rompeva in singhiozzi, confessandosi miserabile.

Non mi aveva più battuta. S’era inginocchiato davanti a me, chiedendomi perdono di non essere stato generoso, di avermi spinta al passo disperato. «Vivi! Per nostro figlio!» La supplica assumeva su quelle labbra così restìe alla dolcezza un accento straziante. E io univo le mie lagrime alle sue, come il bimbo piange di fronte all’altrui pianto. Nella mia sensibilità d’inferma ero tratta a considerarlo un povero compagno di sventura, come me trastullo e vittima di cieche vicende; mi dicevo vagamente che l’uno aveva bisogno dell’altra, che l’una doveva appoggiarsi all’altroper rifare un’esistenza comune solo pel bene del figlio.

Poi una cosa strana avvenne. Mio marito un mattino ricominciò ad interrogarmi sul fatto che era stato causa ad entrambi di tante torture. Ripetendo pazientemente il racconto, coi più minuti particolari, espostogli già tante volte, vidi ch’egli riusciva a serbarsi calmo, a riflettere, lasciando dietro le mie risposte lunghi silenzi. Alfine un gran respiro gli sollevò il petto: un misto di gioia e di orgoglio, malamente contenuto, gli trasparì dagli occhi. Dunque in tutte le inquisizioni colle quali mi aveva straziata, non aveva mai compreso, forse non era mai riuscito ad ascoltare sino alla fine, a frenare l’irruzione d’una gelosia bestiale.... E ora per lui tutto l’accaduto si riduceva ad un episodio insignificante, trascurabile. Capii ch’ei si erigeva di fronte a quell’altro, godendo del suo scorno; che mi era grato, che infine ricominciava in lui la fiducia, la certezza ch’io gli fossi legata, che io l’amassi, che mi sentissi cosa sua!

Giugno trionfava sui campi dorati. Il mare doveva essere tutto uno scintillìo, un sogno abbacinante; io non lo vedevo perchè non uscivo mai di casa, salvo qualche volta la sera: pochi passi con mio marito lungo la deserta via ferrata. Nonostante tutto, la gelosia di lui non era scomparsa; al mattino, in grazia della presenza della donna, potevo muovermi per la casa, ma non entrare nellestanze che davano su strada. Dopo colazione, per tema ch’io ricevessi qualcuno, venivo chiusa a chiave fino al suo ritorno alle sei, sola col piccino nell’ambiente caldo ed ingombro della camera da letto prospiciente sul giardino abbandonato.

Il bimbo dormiva per due o tre ore. Io ricamavo accanto alla finestra socchiusa, divertendomi talora ad osservare il giuoco delle mani in un raggio luminoso, magre, traenti con lentezza la gugliata di colore. Quella reclusione non mi offendeva: provavo una specie di voluttà in quell’annientamento d’ogni mio senso ribelle, in quella schiavitù da orientale. Era, in fondo, ancora il riposo, la riparazione delle forze. Pensavo al mio carceriere con una pietà sempre più larga, con una rassegnazione quasi serena. Amore? L’avevo lasciato sperare a lui, che s’era tosto convinto. Fra le sue braccia io m’ero bensì sentita irrigidire; ma ciò non mi spingeva che a compensare altrimenti colui al quale non potevo dar intera la mia persona. Certo, io non ero nata per le gioie, ma per le sofferenze dell’amore....

Egli si mostrava soddisfatto della mia docilità tranquilla. Non richiamava più il passato, se non per chiedermi che cosa m’era mancato, per rimproverarsene apertamente. Mi era penoso rispondergli, volevo risparmiarlo; pure, lo sfogo certe volte avveniva irresistibile. Questo serviva più di esame a me stessache a lui. Erano confidenze d’uno spirito che, tentennando, s’apriva la via, che lentamente riacquistava il suo vigore e la sua indipendenza. Penose, povere, frammentarie reminiscenze d’un tempo già avvolto nella nebbia, d’una vita trascorsa, veramente chiusa. Parlando, sentivo a mano a mano il mio volto perdere l’espressione di umile dolcezza, comporsi in fredda maschera dagli aridi occhi fissi in un punto indistinto che era forse il passato, forse il futuro. E dovevo fare uno sforzo per togliermi da quel momentaneo e a me stessa ignoto rifugio, per ricondurre a più lievi pensieri l’uomo che sorprendevo assorto, dal canto suo, in visioni che gli mettevano una ruga sulla fronte, la ruga dolorosa e puerile di chi cerca comprendere qualche grande fenomeno e non riesce che a percepire la propria impotenza diffidente.

Nostro figlio ci scioglieva i cuori, ci faceva credere nelle nostre vicendevoli promesse di pace. Era ben lui, era ben la sensazione di possederlo ancora, di averlo lì piccolo e sorridente; era il ricordo incessante, per quanto non espresso mai, di quell’addio notturno in cui m’ero rappresentata la creatura del mio sangue sola pel mondo, ignara del mistero materno; era il pensiero ugualmente perenne della vigilanza appassionata che per l’innanzi non gli avrei mai tolta, era ben tutto ciò che fin dai primi giorni mi aveva resa soave la rinnovata esistenza. Per lui, per lui,per lui.... Vivere tanto da rifarmi un’anima splendente, da poter essere madre nel più grande significato della parola: era un sogno? Io mi curvavo sul piccolo letto, contemplavo il volto addormentato di mio figlio, adorabile nelle linee pure e già decise, e una calma fiducia entrava nella mia anima. A lui non potevo chieder perdono che mentalmente; non mi sentivo umiliata in quell’atto; forse era la coscienza di non avergli mai diminuito il mio amore, di averlo avuto sempre in cima a’ miei pensieri, anche nelle ore di follia, che mi faceva sentir sempre degna della sua inconsapevole benedizione? Forse era soltanto la legge del sangue: quelle membra che erano uscite di me, io le pensava istintivamente animate dall’identico mio soffio, allora e sempre; quella creatura mia doveva nella vita riflettere le mie azioni, lottare con me per l’elevazione.

Per la prima volta percepivo intera l’influenza benefica della vicinanza di mio figlio; il mio affetto per lui si era approfondito e insieme semplificato, perdendo quel che poteva avere di fanciullesco e di morboso. E il suo nome costituiva l’amuleto del presente, il simbolo del futuro; circoscriveva nelle sue brevi sillabe l’orizzonte nuovo.

Frattanto la vita materiale della casa procedeva impacciata, grigia. Le mie sorelle, ignare di tutto, erano andate a passar qualche settimana dagli zii di Torino, ed io restavo confinata, col pretesto di sfuggire lanoia degli sguardi maligni o curiosi. La suocera e la cognata, per fortuna, stavano lontane. Veniva il dottore, talvolta, al mattino, per pochi minuti. Era meno loquace di un tempo. Si preoccupava della mia salute. Se accennavo con un abbozzo di sorriso alla clausura perdurante, egli crollava il capo, mentre un’ombra gli passava rapida sui volto; poi, con uno sforzo che non mi sfuggiva, volgeva la cosa allo scherzo, mi incitava solo a non lasciarmi abbattere, ad esigere qualche viaggio, in attesa di giorni più sereni. Giocava col bimbo, compiacendosi di trovarlo sanissimo e vivace nonostante la mancanza di grande aria e di moto; e ad ogni visita le sue maniere verso di me divenivano più affettuose e insieme più riserbate, come se un senso maggiore di rispetto s’infiltrasse in lui, lo stupisse e gli riscaldasse l’anima. Glie n’ero grata; la sua presenza mi portava una nota sommessa del vasto mondo che pensavo morto per me, mi faceva mio malgrado sentire ch’io aderivo ancora a quel mondo, in cui pure avevo tanto dolorato.

Da lui seppi che le conseguenze della mia avventura non erano finite. In verità, pochi in paese avevano creduto all’accusa; la maggioranza aveva dovuto pensare che trattavasi di una velleità troncata fin dall’inizio; ma della cosa s’era impadronito il partito avversario. Il mio onore era in sua balìa: bisognava perciò rivendicarlo.

Ciò toccava, secondo le convenzioni, a mio marito. Ma quell’altro aveva preso l’attitudine dell’uomo chiamato direttamente in causa, e faceva di tutto per venir provocato, a fine di mostrare la sua superiorità di spadaccino, e, senza dubbio, per far credere ch’egli aveva delle ragioni personali per difendere il mio onore....

Mostruose falsificazioni di ogni senso morale, che non mi avrebbero colpita profondamente, tanto conoscevo la corruzione e l’ipocrisia dell’ambiente; se non mi avessero rivelato una nuova piega del carattere di mio marito. Mi accorsi ch’egli credeva alla necessità di un duello, non per difendere me, ma se stesso; solo il suo amor proprio soffriva. E intanto aveva paura!

Il dottore si adoperò in ogni modo per accomodar la faccenda. Dopo varie trattative, l’avvocato finì per rilasciare ai padrini di mio marito una dichiarazione ampollosa e ritorta, in cui io ero qualificata «rispettabilissima». Mio marito si dichiarò soddisfatto, e soddisfatti apparvero l’uno e l’altro partito che avevan trattata la mia riputazione come un affare pubblico.

Non volli convenire con me stessa; ma l’esaltamento di sacrificio era ormai del tutto caduto; finita la voluttà di piegare, finito il silenzio della coscienza insoddisfatta.

Tutte le umiliazioni inflittemi, tutte le bassezze strisciatemi accanto, e i compromessie le menzogne, le avidità della carne e le viltà dello spirito, episodî ironici ed episodî mostruosi, tornarono a galla nella memoria atterrita, invano implorante pace, oblio.... E fu l’ora suprema della lunga giornata d’orrore: il meriggio risplendente sul campo devastato. Nulla più mi veniva nascosto da veli fallaci. Umiliandomi, io non potevo neppure avere il conforto di scusare chi mi opprimeva. Nulla stava sopra di me, condannata a camminare curva. E mio figlio, mio figlio era un’altra vittima fra due condannati avvinti. Chi lo avrebbe salvato, condotto lontano, dove alcuno gli trasmettesse la virtù umana?

c11

Colla chiusura dell’odiosa vertenza mio marito divenne più calmo, sospese del tutto le peregrinazioni nel passato. Per qualche tempo ancora mantenne i suoi divieti, ed io continuai a non uscire, a passare i pomeriggi chiusa a chiave, ad aver i fogli di carta da lettere numerati, a non poter vedere che i parenti, il dottore e la domestica, il tutto sotto l’apparenza della più ampia libertà e con procedimenti d’un’ingenuità che mi avrebbe divertita se i miei ventun anni prossimi a scoccare non fossero stati irrimediabilmente chiusi al riso. Badavo ad evitargli le cause di preoccupazione, a prevenire anzi le sue esigenze,ma ormai più per la volontà di tutelare la tranquillità mia e di mio figlio, che per impulso di pietà. Egli, come pel passato, era ridivenuto ottuso, cieco e tranquillo, Desideroso d’un placido benessere, finiva per felicitarsi dell’avvenimento che me gli aveva data nelle mani vinta, rassegnata, passiva. Io osservavo nel rapido ripristinamento della sua figura normale, senza sdegno. Omai non poteva più nulla, nè per me nè per lui.

In quei giorni di infinita solitudine, nel silenzio d’ogni richiamo umano, abbandonata veramente ogni speranza e ogni fede, trovai in un libro una causa di salvezza.

Era il primo che prendevo tra le mani dopo molti mesi: un invio di mio padre, che mi vedeva raramente e mi pensava, certo, con amarezza, vittima silenziosa per non aver accolto il suo invito a rifugiarmi in casa sua, in quei giorni tragici.

L’autore era un giovane sociologo di cui quel libro, uscito allora, diffondeva il nome in tutta Europa. Parlava di alcuni suoi viaggi in paesi giovani, e con una elegante vivacità traeva i profani e gli scettici a considerare dei problemi gravi che spuntavano dai contrasti fra due civiltà. Un’acuta facoltà d’intuizione, una vera genialità dì sintesi, davano una suggestione rara a quell’opera un poco precipitosa ma gagliardamente pensata, nella quale uno schietto sentimento d’umanità vivificava ogni pagina.

Forse se invece di quel libro mi fosse capitato in quel punto un poema vibrante di paganesimo o un saggio di misticismo, il mio destino sarebbe stato diverso da quello che fu? Forse anche non avrei subìto influenza di sorta ed io mi sarei affondata in un’atonìa inguaribile.

Non piansi, non mi esaltai, non sentii in me nessuna rivoluzione. Quelle pagine rispondevano nella sostanza ad un ordine di idee che in me si svolgeva fin dall’infanzia. Ma appunto perchè non mi spalancavano abissi ignoti, appunto perchè con un vigore delicato, quasi inavvertito, mi riconducevano a regioni popolate di pensieri latenti, come susurrandomi d’una ricchezza troppo a lungo trascurata, esse mi furono provvidenziali, in quell’ora. Un lento fascino m’avvolgeva, mentre nella stanza chiusa, accanto al bimbo intento a’ suoi giuochi, io meditavo su le cose lette, ricordavo lontani discorsi della fanciullezza, aggiungendo osservazioni e riflessioni mie a quelle dello scrittore, partecipavo inconsciamente all’ideale costruzione d’un mondo. E quel fascino faceva indietreggiare in silenzio i recenti fantasmi disperati, rendeva benefica la solitudine, mi difendeva fra le piccole realtà ostentanti la loro irrimediabile miseria.

Allorquando il buon senso vinceva la gelosia di mio marito e l’induceva a portarmi a passeggio, provavo un senso indicibile di fastidio per gli sguardi della gente, e per iltimore d’incontrare a faccia a faccia l’uomo che poteva riaccendere nell’anima di chi mi stava al fianco la brutalità primitiva. Scorgendo talvolta da lungi la figura nota, sola o in qualche crocchio, ed evitandola, in mutuo accordo con mio marito che pur guatava la strada, mi stimavo vile. Perchè non consideravo l’esistenza di colui come un fatto che non mi riguardava? Non era forse odio ch’io sentivo per lui, bensì tremavo come si trema al nome d’un morbo che ha condotto noi o qualche persona cara sull’orlo della tomba. E quando mi trovavo vicina alle mie sorelle, omai divenute due fiori di giovinezza, quel terrore mi riassaliva. Avrebbero mai sospettato, esse? E la calunnia, anche fra molti anni, sarebbe giunta fino a loro?

La maggiore delle due fanciulle era da qualche mese amata da un giovane ingegnere di un paesello vicino, un’intelligenza fervida in un temperamento ineguale, nato per la lotta, pieno il capo d’ideali nuovi. Io avevo indotto mia sorella—diciassettenne—a interrogarsi profondamente innanzi di togliere ogni speranza al giovine. Ora, dopo un lungo periodo d’incertezza, la fanciulla aveva dichiarato a nostro padre di ricambiare quell’amore e di attendere che il fidanzato potesse consolidare la sua carriera per sposarlo; e poichè il babbo in vista della dilazione, non aveva messo ostacoli, mostrandosi solo poco contento, i due si scrivevano, si vedevano a passeggio,si studiavano, e la passione dell’uno diveniva affetto protettore, la simpatia dell’altra devozione riconoscente; cementavasi un sentimento comune di stima per cui l’avvenire si delineava sempre più saldo ai lor occhi fiduciosi. Così, nella casa rimasta a lungo senza luce, s’insinuava per virtù d’amore un soffio di vita nuova, più seria e più alta, penetrava una influenza estranea che sarebbe in breve divenuta imperiosa e benefica. Allietandomene, io favorivo quell’amore la cui fiamma pareva quella d’un mio sogno appena abbozzato e non avverato.

Verso la fine dell’estate mio marito risolse di fare un viaggio, per riposarsi e per distrarsi, riparare le mie forze nervose esauste e rinvigorire la salute del bimbo. La settimana che passammo a Venezia fu triste, malgrado l’incantesimo della città, malgrado il languore dolcissimo ch’essa infiltra nelle vene dei più disperati. Il bimbo non ci permetteva visite accurate a musei e chiese: d’altronde mio marito, nell’assenza di gusto innato e nell’ignoranza assoluta di cose d’arte, non era un compagno dilettevole, sciupandomi spesso anche le più spontanee sensazioni. Partendo, ci sentimmo come sollevati, ma nell’angolo remoto del Tirolo dove avevamo scelto d’accamparci la tristezza non scomparve.

Il sito era meraviglioso, una stretta valle rumoreggiante di cascate, verde d’abeti e di pini, incorniciata di gigantesche cime candide.La mia infanzia, la mia infanzia che tornava coi paesaggi severi, coi profumi selvaggi cogli ampi suoni semplici! Da quanto tempo sepolta nella memoria? Oh, per esser sola col mio figliuolo fra quei boschi, educarlo alla scuola della natura, fare che nel lontano avvenire l’onda dei ricordi infantili non giungesse mai a lui così straziante come a me in quel punto, che tutta la sua vita si svolgesse armoniosa, quale di ospite nobile in nobili terre!

Così contento era il piccino esercitando bravamente le sue gambette su pei viottoli erbosi, salutando le mandre dalle campanelle argentine! Nell’alberghetto ove si alloggiava egli era il sorriso, il flore squisito che tutti volevano aspirare con un bacio, e che giungeva da lontano, da una parte d’Italia che non sapevan bene dove collocare nella carta geografica, quei fratelli nostalgici, pensosi e un poco taciturni....

Anche mio marito, nuovo affatto alla montagna, era contento, prodigo di esclamazioni enfatiche e di osservazioni ingenue, sicuro come sempre del suo giudizio, superbo di spender i propri risparmi in maniera raffinata, desideroso della mia riconoscenza espressa. E quando mi sorprendeva melanconica s’indignava come d’una frode. Che donna ero? Nulla mi soddisfaceva!

Pentito, mi istigava poi a far qualche progetto pel nostro ritorno a casa, a tentare dinuovo la distrazione dello scrivere.... Perchè non cominciavo ad ispirarmi a quel luogo magnifico?

Lo ascoltavo stancamente, come si ascolta un passante che parla della nostra salute e ci dà consigli senza saper nulla di noi. Io stessa non sapevo che cosa m’era necessario, in quel punto. Sentivo solo giganteggiare la mia solitudine, il mio isolamento morale; mentre ponevo un certo impegno nel partecipare a mio marito le impressioni che ricevevo, ad essere per lui come un libro aperto, comprendevo bene che il substrato della mia vita restava inviolabile, che, anche volendo, non avrei potuto farmi aiutare nell’opera di scandaglio che continuava in me. E qualcosa come un tremito interiore mi possedeva incessantemente.... In qual modo ricordare simili periodi? Talvolta, al mattino, abbiamo la sensazione nitida d’aver passato una notte densa di sogni e di fantasmi grandiosi, e d’aver vissuto in fuggevoli istanti di dormiveglia una vita profonda; ma non riusciamo a ricostruire le visioni nè a rifare i pensieri notturni; e ci accorgiamo poi che ogni nostra nuova azione veramente essenziale non stupisce noi stessi, perchè la nostra intima sostanza ne aveva avuto l’avviso.

L’ultimo pomeriggio passato in montagna mi è rimasto impresso nella memoria visiva in maniera singolare per me che ritengo quasi esclusivamente i caratteri morali, direi,dei luoghi che percorro; che ad ogni luogo, cioè, do nel ricordo la fisionomia che la mia anima gli diede nell’attimo in cui l’accolse in sè, lo sentì cornice ai propri sentimenti. Mi rivedo per l’ampia strada da cui dovevamo, il mattino dopo, discendere per ore e ore in diligenza verso la via ferrata, verso il Benaco. L’atmosfera era grigia ed umida. Tuttavia ogni cosa ed ogni suono avevano una nitidezza straordinaria; tutto sembrava più vasto, e formidabile e fisso. Noi che andavam lenti fra tanta aria cinerea, che cosa eravamo se non dei piccolissimi punti transitori che la Terra proteggeva con austero amore? Per la prima volta forse in vita mia abbracciavo questa Terra con pensiero riverente, figliale. Il tempo e lo spazio mi pareva diventassero fluidi, che mi trasportassero sulla loro corrente: ero l’Umanità in viaggio, l’Umanità senza mèta e pur accesa d’ideale: l’Umanità schiava di leggi certe, e pure spinta da una ribelle volontà a spezzarle, a rifarsi una esistenza superiore a quelle....

Quel dì appunto avevo terminato di rileggere il libro che m’avevo tanto afferrata settimane innanzi, e che m’era stato compagno discreto e costante, per tutto il soggiorno in montagna. Fondevo le due emozioni successive, quella suscitatami dalle idee svoltesi nella mia mente intorno a quella lettura, con quella ond’era autrice la Natura che mi circondava e che stavo per lasciare. Ne emanavaun fervore occulto che conoscono solo i grandi credenti e i grandi innamorati: coloro che adoravano la Vita fuor di sè stessi.Ioscomparivo, con la mia miseria; davanti ai miei occhi non era più che la bellezza di quell’umano sforzo ergentesi nella vastità del mondo.

Spettacolo che l’anima gelosamente accoglieva e serbava. Non era la gran rivelazione: era il lavorìo sotterraneo dei germi che già sentono il calore del sole vicino e ne temono e ne desiderano il pieno splendore.

Al ritorno il dottore m’apprese che la moglie di quell’uomo era morta e ch’egli abbandonando il figliuoletto ai suoceri, era partito per l’America, da quel cercator di ventura ch’era in essenza; privo d’ogni progetto ma ben risoluto a non tornare. Fu l’ultima volta che intesi parlar di colui. Piansi, dopo che il dottore m’ebbe lasciata. Ero libera, la vita si sarebbe ornai resa più facile, più attiva, pel bene di mio figlio; restituendo il senso della sicurezza all’uomo che mi possedeva, riprendevo tutti i miei diritti; non avendo più dinanzi alcuna immagine del passato, io stessa sarei divenuta serena, via via, avrei potuto riprender fiducia nelle mie forze.... Perchè quelle lagrime? Pareva che mi si lacerasse qualche lembo di carne sana accanto alla piaga da cui mi si liberava: non era morta in me, dunque, la fede nell’amore, nell’esistenzad’un amore possente e fulgido, poi che piangevo dando l’estremo addio al fantasma che m’aveva illusa un attimo? Se ne andava, colui col quale avevo scambiato promesse di felicità; spariva, in un vortice, per sempre. Sapeva che il suo ricordo non poteva abbandonarmi poichè il suo rapido passaggio aveva segnato la mia trasformazione? No certo: e il mio nome pronunciato un giorno dinanzi a lui, dopo anni e anni, non gli avrebbe risvegliato che un senso di dispetto.

L’amaro non mi tornava alle labbra, ma il cuore si abbandonava di nuovo ad una tristezza mortale, alla compiacenza morbosa del buio desolato, nel vuoto. Per giorni, per settimane. Mio marito, sempre più calmo, più deciso a star in pace, si preoccupava però dell’invincibile mio male che mi curvava a terra, insisteva perchè mi dessi allo studio, perchè scrivessi, magari le mie memorie, la storia del mio errore. Sì, egli era calmo, si ammirava; la sua bontà gli appariva meritevole d’esser celebrata in un poema. Mi portò a casa un grosso fascicolo di carta bianca, che guardai sentendo il rossore salirmi alla fronte. Fino a quel punto poteva giungere l’incoscienza? Ma qualche giorno dopo, mentre il bimbo era dalle mie sorelle nel tepido pomeriggio autunnale, io mi trovai colla penna sospesa in cima alla prima pagina del quaderno. Oh, dire, dire a qualcuno il mio dolore, la mia miseria; dirlo a me stessa anzi,solo a me stessa, in una forma nuova, decisa, che mi rivelasse qualche angolo ancor oscuro del mio destino!

E scrissi, per un’ora, per due, non so. Le parole fluivano, gravi, quasi solenni: si delineava il mio momento psicologico; chiedevo al dolore se poteva divenire fecondo; affermavo di ascoltare strani fermenti nel mio intelletto, come un presagio di una lontana fioritura. Non mai, in verità, avevo sentito di possedere una forza d’espressione così risoluta e una così acuta facoltà d’analisi. Che cosa dovevo attendermi? Dovevo chiamare a raccolta tutte le mie energie, avviarmi alla conquista della mia pace concorrendo all’opera di umanità che sola nobilita l’esistenza? O mai più, mai più un sorriso felice m’avrebbe resa bella dinanzi a mio figlio?

La penna si fermò, io corsi in camera, mi gettai in ginocchio al punto stesso ove, in una notte omai lontana, avevo susurrato ad una piccola creatura dormiente il mio proposito di morte. Come fu che mi salì alle labbra il nome di mia madre con un singhiozzo? Come fu che un bisogno m’invase, lancinante, di pregare, d’invocare la Potenza occulta a cui doveva aver ricorso tante volte il cuore di mia madre quand’era gonfio di pena? Non so. Fu l’unica volta in vita mia ch’io aspirai alla Fede in una Volontà divina, ch’io l’attesi a mani giunte. E in quell’appello era tutta la disperazione d’uno spirito che si sentedebole, esausto, nel momento stesso in cui ha intravveduto una lunga via da percorrere.... Mi umiliavo, irresistibilmente ma consciamente: era timore di una nuova, diversa e più crudele illusione del mio cuore infiammato di ideale? Forse. Chiedendo l’intercessione della mamma, della mia mamma demente, pareva volessi rinnegare l’orgoglio del mio passato oltre a quello dell’avvenire; rammentavo a me stessa la fatale sconfitta di Lei, e l’inanità d’ogni ribellione in creature segnate come Lei dalla sventura. Ella aveva desiderato che almeno i suoi figli fossero salvi: a mia volta che cosa avrei chiesto a un Dio che mi fosse apparso davanti? Di allontanare dal capo del mio bambino il dolore, di fare ch’io potessi guidarlo per strade luminose... E se neppur io ero ascoltata? Se la catena doveva svolgersi così, in eterno?

Fui sorpresa genuflessa da mio marito, che veniva qualche volta nella giornata ad accertarsi che io non abusavo di quel po’ di libertà. Mi alzai di scatto, con un senso d’onta: ero per lui uno spettacolo di debolezza! E compresi d’aver soggiaciuto semplicemente ad una crisi nervosa, da quella povera malata ch’ero ancora.

Egli mi chiedeva ansioso che cosa avessi: lo rassicurai con un gesto, mentre le lagrime tornavano a sgorgare copiose, liberatrici. Benedette, benedette! Alfine mi riconquistavo, alfine accettavo nella mia anima il rude impegnodi camminar sola, di lottare sola, di trarre alla luce tutto quanto in me giaceva di forte, d’incontaminato, di bello; alfine arrossivo dei miei inutili rimorsi, della mia lunga sofferenza sterile, dell’abbandono in cui avevo lasciata la mia anima, quasi odiandola. Alfine risentivo il sapore della vita, come a quindici anni.

c12

Seguì un intenso, strano periodo, durante il quale non vissi che di letture, di meditazioni e dell’amore di mio figlio. Ogni altra cosa m’era divenuta dei tutto indifferente. Avevo solo la sensazione del riposo che mi procurava quella esistenza così raccolta, uniforme, senza sotterfugi nè paure.

Un silenzioso istinto mi faceva porre da parte i problemi sentimentali, mi teneva lontana anche dalle letture romantiche delle quali m’ero tanto compiaciuta nell’adolescenza. La questione sociale invece non aveva nulla di pericoloso per la mia fantasia. Io ero passata nella vita portando meco un’inconcepibile confusione di principii umanitari, senza aver mai il desiderio di dar loro una qualsiasi giustificazione. Da bambina avevo nutrito in segreto l’amore dei miseri, pur ascoltando le teorie autocratiche di mio padre. I miei componimenti contenevano in proposito degli squarci retorici che mi sorprendevanoe mi lusingavano, e facevano sorridere bonariamente il babbo. Nella mia educazione era stato uno strano miscuglio. Non s’era coltivato in me il senso dell’armonia. Nessuna pagina immortale era stata posta sotto ai miei occhi durante la mia fanciullezza. Il passato non esisteva quasi per me, non andava oltre i miei nonni, cui sentivo accennar qualche volta; e la storia che m’insegnavano a scuola mi appariva non come la mia stessa esistenza prolungata all’indietro indefinitamente, ma figurava davanti alla mia fantasia come un arazzo, come una fantasmagoria. Io non poteva quindi, in quel tempo, che riportarmi alla realtà immediata, e tutto m’era divenuto oggetto d’esame. M’ero condotta a considerar di mia iniziativa l’essere umano con un’intensità eccezionale, formandomi con inconsapevoli sforzi un culto dell’umanità non del tutto teorico. Se le condizioni di famiglia non m’inducevano ad approfondire il fenomeno delle disuguaglianze sociali, ciò che notavo incidentalmente a scuola e per via mi metteva nell’animo una volontà confusa di azione riparatrice.

Partita dalla città, piombata in paese incolto, avevo ben presto, sotto l’esclusiva influenza di mio padre, smarrito quel senso di larga fraternità che nei grandi centri è imperioso ed attivo, avevo concepito il mondo come un gruppo d’intelligenze servito da una moltitudine fatalmente ignara e pressochèinsensibile. Ma anche questa credenza non aveva tardato a sconvolgersi, per cagione prima, credo, d’un piccolo episodio avvenuto verso i miei quattordici anni. Era a colazione da noi il padrone della fabbrica, un blasonato milionario. Questi aveva sfogliata una rivista alla quale mio padre era abbonato. La trovava bella, ma «troppo cara». Ciò aveva ai miei occhi innalzato la mia famiglia di fronte al riccone che possedeva due pariglie e non aveva una rivista... M’ero troppo incoraggiata a chiacchierare, perchè parlando del mio ufficio, avevo detto «la nostra fabbrica». E correggendomi la mamma, il conte aveva soggiunto:

—Lasci! È come il mio cocchiere che dice «i miei cavalli».

La stizza che mi aveva invasa subitamente, aveva anche scossa la mia concezione della società.

Più tardi il matrimonio aveva prodotto una specie di sosta nel mio sviluppo spirituale.

Ed ecco che infine penetrava in me il senso di un’esistenza più ampia, il mio problema interiore diveniva meno oscuro, s’illuminava del riflesso di altri problemi più vasti, mentre mi giungeva l’eco dei palpiti e delle aspirazioni degli altri uomini. Mercè i libri io non ero più sola, ero un essere che intendeva ed assentiva e collaborava ad uno sforzo collettivo. Sentivo che questa umanità soffriva per la propria ignoranza e la propria inquietudine:e che gli eletti erano chiamati a soffrire più degli altri per spingere più innanzi la conquista.

Un giorno della mia infanzia mio padre mi aveva parlato di Cristo. Mi aveva detto ch’era stato il migliore degli uomini, il maestro della sincerità e dell’amore, il martire della propria coscienza. Io avevo chiuso in petto quel nome, ne avevo fatto l’occulto simbolo della perfezione, senza adorarlo tuttavia, felice semplicemente di sapere che unsommoaveva esistito, che l’essere umano poteva, volendo, salire fino a rappresentare l’ideale della divinità, l’aspirazione all’eterno. Come mi era parsa puerile la mitologia cristiana! Cristo non era nulla, se Dio; ma se egli era uomo, diveniva il flore dell’Umanità, non un dio diminuito, ma l’uomo nella sua maggior potenza. E sempre Gesù, il Gesù di Genezareth sorridente ai bimbi, il Gesù indulgente verso la pentita, incapace di rancore, sereno nell’ammonimento come nella profezia, aveva brillato davanti alla mia anima, figura ideale che mi pareva di veder offuscarsi di tristezza ogni volta ch’io mi allontanavo dalla bontà e dalla verità.

Dopo mesi, forse dopo anni di smarrimento, io rivedevo il sorriso di Cristo su la mia strada, e mi rivolgevo a lui come a una fonte d’ispirazione. Per alcun tempo vagheggiai una dottrina che unisse la soavità dei precetti del Galileo, sorti dal grembo della natura, allapotenza delle teorie moderne emanate dalla scienza e dall’esperienza, la libertà con la volontà, l’amore con la giustizia. Era come un’orientazione, come l’affermazione di una armonia.

Attorno a me, frattanto, molte cose prendevano un significato, attiravano la mia attenzione. Mi accorgevo con lento stupore di non essermi mai prima chiesta se io avessi qualche responsabilità di quanto mi urtava o mi impietosiva nel mondo circostante. Avevo mai considerato seriamente la condizione di quelle centinaia di operai a cui mio padre dava lavoro, di quelle migliaia di pescatori che vivevano ammucchiati a pochi passi da casa mia, di quei singoli rappresentanti della borghesia, del clero, dell’insegnamento, del governo, della nobiltà, che conoscevo da presso? Tutta questa massa umana non aveva mai attratto altro che la mia curiosità superficiale; senza esser superba nè servile, io ero passata fra i due estremi poli dell’organizzazione sociale sentendomene isolata. Non avevo mai accolta l’idea d’essere una spostata, a cui l’osservazione del mondo si presentava in circostanze eccezionalmente favorevoli. Il mio allontanamento dai volumi di scienza era una colpa assai meno grave di quella che consisteva nell’aver trascurato di gettar gli occhi sul grande libro della vita.

Ed ora? Non potevo andare fra il popolo, nè rientrare in quell’ambiente il cui contattomi era stato fatale; la mia reclusione, per forza d’abitudine, era diventata ormai così spontanea, che non si sarebbe potuta rompere senza sommuovere nuovamente l’esistenza della nostra casa. Dovevo limitarmi a raccogliere l’eco che saliva dalla strada alle mie stanzette.

Il giovane che mia sorella amava s’era in quell’inverno impegnato in una lotta che gli aveva alienato del tutto l’animo di mio padre: organizzava gli operai della fabbrica, li univa per la resistenza; il socialismo penetrava mercè sua nel paese. Mio padre proibì alle due ragazze di riceverlo più oltre in casa. La fidanzata era smarrita. Malgrado la contrarietà di mio marito invitai il giovine ingegnere in casa mia. Come luccicavano gli occhi della fanciulla la prima volta che le feci trovar da me, senza preavviso, l’amato! Per lei, per l’altra bimba, per mio fratello già sedicenne, non poteva far altro, purtroppo, che assicurare quell’appoggio. Compievo su me uno sforzo riparatore troppo grande perchè mi avanzasse l’energia di dedicarmi efficacemente a quei poveri abbandonati del mio sangue.

Dal giovane fui informata con esattezza del movimento che sollevava le masse lavoratici in tutto il mondo e le opponeva formidabili di fronte alla classe cui appartenevo.

Egli aveva studiato in Germania, aveva viaggiato, e, tornato nella sua regione da due anni per dirigere i lavori di un nuovo troncoferroviario, aveva sentito il bisogno prepotente di tentare qualcosa per quelle miserevoli popolazioni, da cui egli era pur germinato.

Mia sorella accettava tutto a priori; le idee vivevano, palpitavano nel giovane, ed ella non poteva distinguerle da lui. Io discutevo, m’infervoravo. Lenta nell’espressione, per amor di sincerità e di esattezza, inesperta nella dialettica, mi provavo poi a riprender la mia libertà di spirito a tavolino e scrivevo sul quaderno stesso a cui avevo confidato lo sfogo del mio dolore. Mi compiacevo cedendo all’impulso, poi arrossivo, assalita dal dubbio di esser vittima d’una sciocca ambizione incipiente, direcitare una parte, come nei tempi lontani in cui, bimba, mi figuravo davanti allo specchio d’essere una dama affascinante. Ma continuavo, nondimeno, con impeto.

Pensare, pensare! Come avevo potuto tanto a lungo farne senza? Persone e cose, libri e paesaggi, tutto mi suggeriva, ormai, riflessioni interminabili. Talune mi sorprendevano, talaltre, ingenue, mi facevano sorridere; certe ancora recavano una tale grazia intrinseca, ch’ero tratta ad ammirarle come se le vedessi espresse in nobili segni, destinate a commuovere delle moltitudini. La loro varietà era infinita. Tanta ricchezza era in me? Mi dicevo che probabilmente essa non aveva nulla di eccezionale, che probabilmente tutti gli esseri ne recano una uguale nel segreto dello spirito, e solo le circostanze impediscono chetutte vadano ad aumentare il patrimonio comune. Ma non ero persuasa dell’ipotesi. Tanta incoscienza e noncuranza erano intorno!

Il dottore avrebbe potuto fornire una base ai miei studi colla sua scienza, ma egli non si curava più di nutrire il suo spirito: le necessità urgenti della sua professione l’occupavano troppo, e il suo scetticismo gli faceva apparire troppo ipotetico un mutamento di condizioni secolari, il sollievo d’una miseria fisiologica ereditaria. Mi diede però alcuni libri, trattati di biologia, manuali d’igiene, di storia naturale. E sorrideva con simpatia non priva di canzonatura, quando gli mostravo che ne avevo tratto sunti e note.

Egli era per me un fenomeno malinconicamente interessante. Mi chiedevo ancora se erano esistiti e se esistevano dei rapporti intimi fra lui e mia cognata, e il solo sospetto mi riusciva umiliante. Ma come viveva egli scapolo? Il caso di mio padre mi faceva fermar l’attenzione sul fatto sessuale e ne traevo delle riflessioni amare. Ecco, anche questo giovane, che professava un tal rispetto per me e riconosceva delle verità superiori, conducendo una vita esemplare secondo le convenzioni sociali, aveva una vita segreta forse non confessabile....

Chi osava ammettere una verità e conformarvi la vita? Povera vita, meschina e buia, alla cui conservazione tutti tenevan tanto! Tutti si accontentavano: mio marito, il dottore,mio padre, i socialisti come i preti, le vergini come le meretrici: ognuno portava la sua menzogna, rassegnatamente. Le rivolte individuali erano sterili o dannose: quelle collettive troppo deboli ancora, ridicole quasi di fronte alla paurosa grandezza del mostro da atterrare!

E incominciai a pensare se alla donna non vada attribuita una parte non lieve del male sociale. Come può un uomo che abbia avuto una buona madre divenir crudele verso i deboli, sleale verso una donna a cui dà il suo amore, tiranno verso i figli? Ma la buona madre non deve essere, come la mia, una semplice creatura di sacrificio: deve essereuna donna, una persona umana.

E come può diventare una donna, se i parenti la dànno, ignara, debole, incompleta, a un uomo che non la riceve come sua eguale; ne usa come d’un oggetto di proprietà; le dà dei figli coi quali l’abbandona sola, mentr’egli compie i suoi doveri sociali, affinchè continui a baloccarsi come nell’infanzia?

Dacchè avevo letto uno studio sul movimento femminile in Inghilterra e in Scandinavia, queste riflessioni si sviluppavano nel mio cervello con insistenza. Avevo provato subito una simpatia irresistibile per quelle creature esasperate che protestavano in nome della dignità di tutte sino a recidere in sè i più profondi istinti, l’amore, la maternità, la grazia. Quasi inavvertitamente il mio pensiero s’era giorno per giorno indugiato un istantedi più su questa parola: «emancipazione», che ricordavo d’aver sentito pronunciare nell’infanzia, una o due volte, da mio padre seriamente, e poi sempre con derisione da ogni classe d’uomini e di donne. Indi avevo paragonato a quelle ribelli la gran folla delle inconsapevoli, delle inerti, delle rassegnate, il tipo di donna plasmato nei secoli per la soggezione, e di cui io, le mie sorelle, mia madre, tutte le creature femminili da me conosciute, eravamo degli esemplari. E come un religioso sgomento m’aveva invasa, lo avevo sentito di toccare la soglia dellamiaverità, sentito ch’ero per svelare a me stessa il segreto del mio lungo, tragico e sterile affanno....

Ore solenni della mia vita, che il ricordo non potrà mai fissare distintamente e che pur rimangono immortali dinanzi allo spirito! Ore rivelatici d’un destino umano più alto, lontano nei tempi, raggiungibile attraverso gli sforzi di piccoli esseri incompleti, ma nobili quanto i futuri signori della vita!

c13

Un fatto di cronaca avvenuto nel capoluogo della provincia, m’indusse irresistibilmente a scrivere un articoletto e a mandarlo ad un giornale dì Roma, che lo pubblicò. Era in quello scritto la parolafemminismo. E quando la vidi così, stampata, la parola dall’asprosuono mi parve d’un tratto acquistare intera la sua significazione, designarmi veramente un ideale nuovo.

Intanto il mio scartafaccio cresceva di mole. Tentativi disparati vi si succedevano. Accanto ad impressioni visive, alla pittura rapida di qualchetipo, si svolgeva in cento frammenti il filo delle mie considerazioni sulla vita, tendenti ad orientarsi in una connessione, in un organismo. Un occulto ardore correva per quei fogli, che io cominciavo ad amare come qualcosamigliore di me, quasi mi rendessero la mia imagine già purificata e mi convincessero ch’io poteva vivere intensamente ed utilmente. Vivere! Ormai lo volevo, non più solo per mio figlio, ma per me, per tutti.

Mi stimavo fortunata nella mia solitudine. L’aspro calvario era ben sempre sotto a’ miei occhi; guardandolo restavo affascinata dal pensiero delle innumeri creature che ne salivano uno uguale senza trovare alla vetta neppure una croce su cui attendere una giustizia postuma. Donne e uomini; agglomerati e pur così privo ognuno di aiuto! Quella l’umanità? E chi ardiva definirla in una formula? In realtà la donna, fino al presente schiava, era completamenteignorata, e tutte le presuntuose psicologie dei romanzieri e dei moralisti mostravano così bene l’inconsistenza degli elementi che servivano per le loro arbitrarie costruzioni! E l’uomo, l’uomo pure ignorava sè stesso: senza il suo complemento,solo nella vita ad evolvere, a godere, a combattere, avendo stupidamente rinnegato il sorriso spontaneo e cosciente che poteva dargli il senso profondo di tutta la bellezza dell’universo, egli restava debole o feroce, imperfetto sempre. L’una e l’altra erano, in diversa misura, da compiangere.

Nessun libro aveva la virtù di sconvolgere le mie recenti convinzioni; e nessuno, di quelli che lessi in quel tempo, mi produsse grande impressione. M’accorsi che il mio senso critico, dopo la lunga paralisi, s’era come allargato ed intensificato; e insieme scopersi nel mio spirito una sorta di nostalgia accorata per tutto ciò che la mia educazione irrimediabilmente aveva trascurato in me. La poesia, la musica, le arti del colore e della forma, rimanevano per me cose quasi ignote, mentre l’intero mio essere aspirava all’estasi ch’esse suscitano; il pensiero di cui vivevo, avrebbe voluto talvolta farsi alato, confondersi coi raggi e coi suoni. Scrivendo, la mia impotenza a tradurre liricamente l’oscuro mondo interiore mi dava spesso una sofferenza acuta; ogni cosa, che non giungevo ad esprimere, ricadeva per sempre nel baratro ignoto onde era sòrta per un istante.

Nella casa tranquilla una vecchia donna entrata stabilmente al nostro servizio, adempieva le funzioni domestiche che prima erano state quasi del tutto a mio carico. Alta e curva, il viso ossuto stranamente brutto ed espressivo,ella mi aveva destato ripugnanza al primo momento e mi aveva conquistata di poi subito colla sua intelligenza ed il suo tatto. La sua storia non era diversa da quella di molte donne del popolo, prima esauste dalla maternità, poi abbandonate dal marito emigrato, e infine sfruttate dalle loro medesime creature. Ella la raccontava timidamente, rivelando una stoica simpatia per la vita. La mia attenzione l’aveva lusingata: sin dai primi giorni la mia figura fanciullesca, colla lunga treccia ed il viso roseo così simile a quello del mio bimbo, era stata per lei oggetto di sorpresa; poi, la vita solitaria ch’io conducevo e i temi di discorso con mio marito, a tavola, quand’egli era in vena di ascoltarmi, le avevano infusa una riverenza timorosa ove si mescolavano orgoglio, devozione, strane speranze per sè e per i suoi figli.

Presi a considerarla come una compagna, umile e discreta. Non ne avevo altra! Che sforzi commoventi per comprendermi quando tentavo di istruirla su qualche soggetto! Se doveva rinunciarvi, crollava le spalle curve: «Ah, signorina mia, fossi con trent’anni di meno! Chi sa che avreste fatto di me!»

Ella, con mia suocera e un’altra vecchietta che veniva qualche volta a lavorar di bianco in casa mia, mi rappresentava al più alto grado la sommissione del mio sesso, non soltanto alla miseria, ma all’egoismo dell’uomo. Teste grigie scosse perennemente di un lievissimotremito, come dall’istintivo ricordo degli strazî sofferti, teste stanche su cui spesso lo sguardo non osava mantenersi, quante volte vi ho baciate in ispirito, non per voi, per una fugace pietà del vostro destino, ma per l’onda ardente dei propositi che, senza saperlo, gettavate entro al mio cuore!

Mia madre, dal pauroso asilo, m’incitava anch’ella. Ero persuasa che se la sventurata avesse incontrato in gioventù un motivo d’azione fuori della cerchia famigliare, ella non sarebbe stata annientata dalla sventura. Non credevo io, a ventidue anni, di poter accettare la vita senza l’amore? Non trovavo anzi una specie di sicurezza nella convinzione che mai più l’amore m’avrebbe sfiorata?

Non potevo percepire distintamente le deficienze ancor profonde della mia vita. Riuscendovi, avrei reciso tutti i miei ingenui entusiasmi. Guai se avessi analizzata la mia vita quotidiana! Ma esorbitavo talmente da quello che avrebbe dovuto essere il mio circolo, avevo talmente il senso di compiere uno sforzo eccezionale, che la contraddizione fra ciò che pensavo, e ciò che subivo, non mi pungeva nell’anima, non mi dava che un lieve affanno fisico.

A mezzo l’estate un lavoro, che mi si svolgeva in meno da qualche tempo, mi s’impose, e lo condussi a termine in pochi giorni: una piccola monografia sulle condizioni sociali della regione in cui vivevo, tessuta d’osservazionipersonali, vibrante d’emozione. La mostrai al dottore, e quando me la riportò sentii ch’egli era convinto d’una mia nuova potenzialità; e compresi anche, per istinto, senza chiedermi se me ne compiacevo o rammaricavo, che in questa attività da cui ero assorbita, egli avrebbe veduto un ostacolo nuovo al sentimento che forse nutriva per me in segreto.... Elevandomi mi isolavo dunque più che mai.

Che importava? Il mio distacco dal mondo, ora, era sincero; dotata di gioventù e di bellezza, io potevo, mercè la crisi attraversata, credermi esente per sempre da ogni desiderio di sensi. I rapporti con mio marito, cui mi rassegnavo con malinconica docilità, non turbavano il lavorìo della mia coscienza. Allorchè, nelle mie letture o nelle mie fantasticherie, mi trovavo dinanzi alle figure delle antiche e moderne ascete, splendenti nel loro candore di ghiaccio, non potevo non ritenermi per un istante loro sorella.

Ricordo il mattino in cui mi giunse la rivista ov’era inserito fra scritti importanti lo studio, per cui il dottore mi aveva pazientemente aiutata in alcune rettificazioni. Il bimbo mi tolse il fascicolo subito, scoperse la mia firma—non sapeva leggere, ma distingueva la grafia de’ miei tre nomi—mi sorrise col piccolo sorriso savio e luminoso che aveva ogni qualvolta considerava nel suo cervellino la parola stampata. Era quel suo sorriso il premio, l’approvazionequotidiana del mio sforzo. Pareva dicesse: «Io sento che tu lavori anche per me, mamma, sento che tu fiorisci, ti espandi, vivi, e perciò diventi forte e buona, e mi prepari un’esistenza forte e buona....»

Quel mattino risposi al sorriso di mio figlio con uno altrettanto savio e luminoso. Era come se mi trovassi su di un’altura, col bambino per mano, e contemplassi un paese smisurato e meraviglioso innanzi di accingermi a traversarlo, sicura delle mie forze. Dietro e intorno, nulla. Nel vago e pur imperioso presentimento del futuro una pace assoluta, un riposante oblìo dominavano.

Qualche settimana dopo mio marito venne a casa tutto preoccupato. Io avevo ricevuto il dì stesso una lettera d’una scrittrice illustre che mi invitava a collaborare in un periodico femminile che stava per fondare, incaricata da una nuova Società editrice. Mi si offriva un modesto compenso. Speravo vederlo rallegrarsi. Al contrario mi intimò di tacere. Egli aveva saputo che l’ingegnere fidanzato di mia sorella, aveva subìta una perquisizione. In quel momento un’onda di reazione percorreva l’Italia. Mio marito cercò la rivista che portava il mio articolo, alcune lettere di antichi e nuovi corrispondenti che me ne complimentavano, e buttò tutto sul fuoco: vi aggiunse un mucchio di giornali e di riviste; indi si mise a frugare tra le mie carte....

Quell’ora emerge nella mia memoria fra le più amare e insieme le più profonde della mia vita: notando la meschinità della creatura a cui ero aggiogata, e vedendomi così definitivamente divisa in ispirito e sola, sentii il brivido che incutono certi spettacoli in cui il grottesco si mescola al sublime.

Passato quel panico, continuai a scrivere e a pubblicare. Cominciavo a ricevere echi delle mie idee in lettere e in articoli. Un professore italiano, riparato di recente in Svizzera, aveva iniziato meco una corrispondenza attiva. Sotto i suoi auspici una giovane dottoressa veneziana mi aveva pure scritto e un’amicizia epistolare s’era presto annodata fra i nostri due spiriti ferventi. La mia immaginazione si popolava di figure disparate, che prendevano curiose fisionomie nell’indeterminatezza dei contorni. Di taluni de’ miei corrispondenti non tentavo neppure di foggiarmi l’immagine nella mente: uno scienziato genovese, ad esempio, tutto dedito alla propaganda morale fra i marinai, era riuscito a divenirmi carissimo e oggetto di culto devoto, senza che pensassi di conoscere nulla della sua vita privata, della sua età. Di altri, di certi giovani che pubblicavano articoli o versi negli stessi periodici in cui collaboravo, vedevo invece subito i visi timidi o fatui. Le donne mi destavano maggior curiosità: le avrei desiderate tutte belle; talune mi mandarono i loro ritratti, e questi erano davvero tutti graziosi....

Sorelle?

Chi sa! Qualche rapida delusione mi pose in guardia. Via via intravvedevo lo stato delle donne intellettuali in Italia, e il posto che le idee femministe tenevano nel loro spirito. Con stupore constatavo ch’era quasi insignificante; l’esempio, in verità, veniva dall’alto, dalle due o tre scrittrici di maggior grido, apertamente ostili—oh ironia delle contraddizioni!—al movimento per l’elevazione femminile. Di ideali d’ogni specie, d’altronde, tutta l’opera letteraria muliebre del paese mi pareva deficiente: grandi frasi vuote, senza nesso e senza convinzione. E nell’azione anche, com’eran rare le donne! La maggior parte straniere.

Le giovanissime, provviste di titoli accademici, avevano quasi disdegno per la conquista dei diritti sociali. Fra queste era la mia nuova amica di Venezia, singolare ingegno critico. Fra le attempate più d’una mi lasciò indovinare d’essere stata torturata e logorata dalla vita; e apertamente mi esortavano a non gettarmi nella mischia, a temperare i miei entusiasmi, a perseguire qualche puro sogno d’arte se proprio non mi bastava l’amore del mio bimbo e del mio nido. Sincere, certo. Le loro lettere mi lasciavano perplessa.

Mio figlio, piccolo psicologo inconsapevole, afferrava sul mio volto le sfumature della tristezza e della serenità, taceva quando mi vedeva assorta, corrugava le ciglia allorchè percepiva malumore fra suo padre e me.... Io glirappresentavo tutto ciò che di migliore egli conosceva in fatto d’umanità: ero la più savia, la più buona delle creature; perfino i miei momenti di collera, quei momenti rari che mi rimproveravo e che eran provocati dal permanente squilibrio fisico, non suscitavano il minimo moto di rancore nel piccolo spirito; egli doveva dirsi sempre che la mammaaveva ragione; e quasi sempre mi chiedeva perdono, tremando non per la punizione ricevuta ma per lo spettacolo del mio dolore.... Povero figliuolo mio, povero bimbo adorato! Per due anni la sua infanzia fu veramente radiosa: egli potè accumulare tanto vigore di vita quale di solito un fanciullo non giunge a possedere. Era una forza oscura che prevedeva il futuro e preparava in lui nei limiti del possibile il riparo?

Due anni. Come richiamare in frammenti quel periodo singolare? Io andavo, col mio bimbo per mano, lungo le deserte strade maestre, tutte uguali, fiancheggiate di biancospini, fragranti nella primavera, polverosi l’estate. Lontano emergeva una doppia catena di altezze, colline dinanzi, dietro gli Appennini. Borgate in cima a qualche poggio sì sporgevano, evocando il medio evo colle loro cinte merlate, colle casette brune raggruppate intorno a qualche campanile aguzzo. La campagna e il mare erano talora abbaglianti, talora cinerei; in certi giorni il silenzio imperava, strano e dolce, in certi altri sembrava che ogni filo d’erba, ogni goccia d’acqua affermasse la sua vita con unsusurro, e l’aria popolata di suoni diveniva come sensibile. Le linee del paesaggio m’erano famigliari da tanti anni: come nell’epoca della fanciullezza, io non analizzavo ciò che si stendeva dinanzi agli occhi, non cercavo il segreto dell’armonia che m’inteneriva o m’esaltava, che mi dava la sensazione del riposo o quello della forza, che m’identificava a sè. Mi lasciavo avvolgere dal fascino misterioso e semplice, e una riconoscenza appassionata mi fioriva nel cuore. Ecco, venivano a me le manifestazioni profonde della vita della terra, venivano finalmente integre e lucide, capaci di significare il pianto, il sorriso, l’amore, la morte. Non era troppo tardi.

Il mio passato m’appariva ornai come ordinato da un volere spietatamente saggio. Tutto non vi sembrava posto, difatti, per la preparazione dell’avvenire?

Pur non vedevo distintamente quest’avvenire. E senza direzione chiara, i miei tentativi progredivano disordinati. Che cosa desideravo diventare? Giornalista, no: cominciavo a sentir la quasi totale inutilità di quello sparpagliamento di idee incomplete. Artista? Non osavo neppure pensarci, esagerando la mia incoltura, la mia mancanza di fantasia, la mia incomprensione della bellezza....

Un libro,il libro.... Ah, non vagheggiavo di scriverlo, no! Ma mi struggevo, certe volte, contemplando nel mio spirito la visione di quel libro che sentivo necessario, di un librod’amore e di dolore, che fosse straziante e insieme fecondo, inesorabile e pietoso, che mostrasse al mondo intero l’anima femminile moderna, per la prima volta, e per la prima volta facesse palpitare di rimorso e di desiderio l’anima dell’uomo, del triste fratello.... Un libro che recasse tradotte tutte le idee che si agitavano in me caoticamente da due anni, e portasse l’impronta della passione. Non lo avrebbe mai scritto nessuno? Nessuna donna v’era al mondo che avesse sofferto quel ch’io avevo sofferto, che avesse ricevuto dalle cose animate e inanimate gli ammonimenti ch’io avevo ricevuto, e sapesse trarre da ciò la pura essenza, il capolavoro equivalente ad una vita?

c14

Un pomeriggio vidi rientrare in casa inaspettatamente mio marito stravolto in viso, brutto a vedersi come diveniva ogniqualvolta gli si scatenavano nell’animo le sue passioni primitive. Era venuto a diverbio con mio padre e aveva abbandonato l’ufficio dichiarando che non vi sarebbe rientrato mai più.

Una visione remota mi si affacciò alla memoria: mio padre, il giorno in cui aveva lasciato il suo posto a Milano. Com’egli era sereno, quasi ilare di trovarsi di fronte ad un avvenire ignoto ma libero!

Dalla stessa calma, quasi da letizia, mi sentivoinvasa io, adesso, mentre mio marito mal celava il suo rammarico, non di aver offeso il padre di sua moglie, l’uomo a cui doveva tutto, ma di essersi rovinata la situazione.

La cosa era irreparabile. Mio padre non avrebbe certo perdonato. L’apparente sua indifferenza verso i figli sembrava si trasformasse da qualche tempo in un rancore più e più amaro, smanioso di sfogo. Forse era per l’influenza della donna colla quale egli passava la maggior parte del tempo libero dalle occupazioni della fabbrica. Forse sospettava che noi ci ritenessimo defraudati del denaro ch’egli spendeva largamente per quella famiglia. In verità io esitavo ancora nel giudicarlo: mi dicevo ch’egli doveva soffrire dal suo canto essendosi lasciato sfuggire per sempre il cuore delle sue creature; ch’egli non era ancora abbastanza lontano dal suo passato di fervore intellettuale e di tenerezza per non averne un’istintiva nostalgia. Certe rare volte, nel suo giardino, per qualche accenno ai miei articoli, di cui sentiva parlare, si dava a discutere, andando da una pianta all’altra, e mi suscitava ad istanti il ricordo degli anni infantili, delle suggestive lezioni tra i fiori e le erbe. Mi guardava con i piccoli occhi dai bagliori metallici, e pareva domandarmi se non trovavo in lui ancora qualcosa di superiore a tutto ciò che conoscevo; e uno struggimento angoscioso, una paura indefinibile miafferrava.... Che misterioso, imperscrutabile avvertimento la vita di quell’uomo!

Quando mio marito vide che, nè spontaneamente, nè in seguito alle sue ritrattazioni, mio padre lo richiamava, un’onda di disperazione lo avvolse. Evidentemente non aveva mai fatta l’ipotesi di un simile avvenimento.

Mi trovavo dunque ad uno svolto del cammino?

Il problema della sussistenza mi lasciava tranquilla; ero stata abituata da bimba a pensare che chi ha volontà trova sempre di che vivere e che qualunque lavoro è dignitoso. Ma l’idea di lasciare il paese stentava a penetrare in mio marito: egli era senza diplomi, quasi senza denaro, e non più giovane: malgrado l’alto concetto che sempre avea dimostrato avere di sè, tremava....

E tuttavia sentivo ch’era inevitabile la mia liberazione da quell’ambiente. Finita l’acquiescenza, per cui da qualche tempo mi rimproveravo, allo sfruttamento che mio padre esercitava sugli operai e che mio marito giustificava! Ora mi pareva di riacquistar dignità: respiravo più tranquilla sopratutto riguardo a mio figlio. Lontano! Egli avrebbe potuto dimenticare quel luogo che era stato così nefasto a sua madre, ove tanti malvagi esempî contrastavano alle mie parole!

Lasciai un giorno intravedere questo mio senso di gioia all’amico dottore. Egli mi guardò,tacque. Dinanzi a quel silenzio provai una punta al cuore.

Appariva stanco, sfibrato. In paese serpeggiava il tifo, ed egli andava, dal mattino alla sera, dall’una all’altra casetta di povera gente, con la persona un po’ curva; la voce sempre un po’ velata di tristezza doveva dare agli infermi la speranza, doveva confondersi coi suoni aleggianti intorno a chi muore o teme di morire. E veniva di rado a trovarmi.

Per alcune settimane si visse così, incerti. Cercar un impiego in qualche città pareva a mio marito umiliante. Ci rimaneva l’assegno di mio padre. Ma col congedo dalla fabbrica restava sospeso pure il lavoro mio di contabilità e il compenso mensile. Come avrei potuto d’or innanzi adoperare la mia attività per sostenere il bilancio famigliare?

Cedetti a un’ispirazione improvvisa un mattino che mio figlio, recandomi la posta, ne aveva estratto un fascicolo e me l’aveva pòrto prima degli altri, col suo fare di piccolo uomo informato riguardo alle mie predilezioni.

Era infatti una rivista milanese che amavo. Il direttore, un vecchio combattente della libertà, aveva «lanciato» generosamente più d’un giovine ingegno, e a me stessa inviava ogni tanto sollecitazioni affettuose, perchè mi affermassi con qualche lavoro più solido che non i brevi articoli ch’egli mi pubblicava con premura.

Gli scrissi esponendo le necessità sopravvenutemi.

Egli mi rispose dopo alcuni giorni che nulla avrei potuto fare a Milano, ma che aveva scritto subito a un editore di Roma, il quale aveva fondato di recente un periodico femminile. Ricevetti infatti ben presto una nuova lettera dalla romanziera che m’aveva scritto mesi avanti, in cui si diceva molto dolente ch’io non avessi ricevuto la prima, perchè m’avrebbe allora offerto un posto di redattrice ch’era ora occupato. Nondimeno ella poteva farmi assegnare un piccolo stipendio per lavori secondari, i quali richiedevano la mia presenza a Roma, ma non un orario d’ufficio. Ricevevo insieme i numeri diMulier.

L’aspetto della rivista era simpatico, ma con un’impronta di leggerezza che mi sconfortò alquanto. Il programma aveva alcuni passi eccellenti:

«Lasciate che finalmente anche le donne dicano qualcosa di sè stesse. Gli uomini fanno dei panegirici o delle requisitorie. Gli uni, anche alti intelletti e anime profonde, hanno un astio involontario, perchè la donna, oggi poco intelligente, non li cerca e non li ammira; gli altri pretendono conoscere la donna perchè hanno fatto molte esperienze e molte vittime. Costoro non hanno avuto il tempo di conoscerne anche una sola: conoscono come si vincono i sensi di molte e come si può trarre da esse il maggior piacere. Niente altro.

«In realtàla donnaè una cosa che esistesolo nella fantasia degli uomini: ci sonodelle donne, ecco tutto.»

L’articolo, non firmato, era certo della romanziera illustre, che non aveva ancora creati dei tipi di donna veramente individuali, ma che forse avrebbe potuto ritrarne qualcuno dei non rari che oggi incominciano a farsi notare. Esso concludeva: «Noi non promettiamo molto più di quello che avete sempre veduto: non domandateci troppo. L’ideale della donna non lo troverete formato di tutto punto in questa rivista più che non lo troviate nella vita. Noi vogliamo soltanto aiutare a trarlo fuor dalle nuvole dell’utopia e metterlo innanzi alle donne d’oggi».

Ma veramente di questo ideale c’era poco nella rivista. Un articolo d’arte, il profilo di un’attrice, con varie pose, ritratti di duchesse scollate, resoconti d’avvenimenti sportivi, di feste benefiche, un articolo d’igiene. Una rubrica dell’estero era la sola parte del giornale in cui si discuteva di femminismo.

Parlai dell’offerta, senza entusiasmo, a mio marito. Egli sfogliò accuratamente i fascicoli, rimase a lungo dubbioso. Non temeva per il colore della rivista, che gli pareva abbastanza temperato, ma pensava che ci saremmo trovati troppo in soggezione in quell’ambiente di mondanità. Si tranquillò soltanto quando gli feci osservare che io potevo lavorare in casa, rimanere isolata. Occorreva risolvere subito. Che cosa avrebbe potuto egli fare aRoma? Finì per appigliarsi a un partito che gli pareva facilmente attuabile. Andò da alcuni proprietari del luogo ed espose il progetto di avviare il commercio dei loro prodotti a Roma e all’estero. Aderirono molti. Non occorreva un forte capitale, qualche migliaio di franchi soltanto, per cominciare. Sua madre, gemendo, glieli promise.

Proprio il giorno avanti la decisione, il dottore s’era posto a letto. Lo sapevamo estenuato dalla fatica; credemmo si trattasse di una crisi, forse benefica, e nessuno si impensierì. Soltanto, io mi dolevo che in quell’ora grave mi mancasse il suo consiglio. E pensavo che oltre alle mie sorelle egli era il solo per cui avrei sofferto nella mia partenza dal paese.

Una settimana dopo egli era morto.

Il meningo-tifo, manifestatosi improvviso e violento, aveva atterrato l’uomo gracile che pareva covare da alcun tempo la morte. Dall’oggi al domani l’intelletto s’era oscurato, e il corpo aveva lottato, solo, per alcuni giorni, contro il progressivo sfacelo.... Nessuno poteva credere alla realtà. L’agonia durò un giorno e una notte; era al capezzale la madre settantenne, accorsa quando il male s’era manifestato invincibile; una donna cui i capelli d’argento davano qualcosa d’augusto, mentre sulle labbra le errava un sorriso di bimba ingenua. Tempra eccezionale, ella aveva giàcomposto nell’estremo sonno un figliuolo di vent’anni, soldato; assisteva costantemente il marito minacciato da paralisi cardiaca, amministrava il patrimonio complicato della famiglia dispersa; rappresentava il sacrificio attivo e semplice, incurante d’ogni critica interiore, pago d’una salda speranza ultraterrena. Io la rivedo in quell’ultima notte del mio povero amico; con una mano asciugava il sudore della bella fronte divenuta livida, coll’altra accostava ogni tratto alla bocca già irrigidita, ove appena poteva infiltrarsi qualche goccia di cordiale, l’immagine d’un santo. Così spontaneo e tranquillo quell’atto, che pareva quasi impossibile anche per noi non attendere il miracolo.

Il rantolo sinistro era incominciato quando entrò il prete per l’estrema unzione. Volevo assistervi, per deferenza verso la sventurata; ma vi rinunciai dopo i primi istanti. L’intimo mio essere si ribellava a quel rito insulso a cui lo spirito omai assente aveva ripugnato in vita. Mi ritrassi nella stanza accanto, ove si trovavano mio marito, i medici, qualche amico. Giungevano le voci sommesse delle donne, un coro indistinto che accompagnava quella monotona del sacerdote: n’avevo il senso d’un sopruso; pregai mio marito d’accompagnarmi via, a casa, lontano, poichè nulla più per me v’era, in quel luogo, della persona cara.

All’alba vennero ad annunziarci la morte.Mio marito si alzò ed uscì subito. Io avrei voluto piangere e non potevo: il mistero, quel mistero mostruoso ed augusto dellafinemi soggiogava. Solo dopo un’ora, forse più, vinse l’umile istinto, pensai alla perdita ch’io faceva, e la pietà di me e di quanti non avrebbero mai più sentita la voce ferma ed affettuosa, si sciolse in lagrime desolate.

Tra le lagrime pensavo che egli m’era stato accanto dal tempo del mio matrimonio; sei anni. Ambedue così diversi dall’ambiente, così soli! Un momento la sua anima s’era tesa verso di me: l’avevo sentito. L’avrei amato? Perchè nulla ci aveva spinti l’una nelle braccia dell’altro, aveva unito le nostre due energie che forse nell’intimo non erano estranee? Forse era mancata una parola, un impulso?


Back to IndexNext