Avevo immaginato che colui si sarebbe dimesso, si sarebbe procacciato subito un altro lavoro, anche fuor del paese. Nulla invece accadde; egli non pensava affatto che fosse poco dignitoso il restar nella dipendenza d’un futuro suocero, e d’un uomo di cui egli biasimava la condotta. Per contro, era ben certo che mio padre doveva darmi un assegno quando fossi maritata.Venne dunque da noi alla sera, come un fidanzato regolare. Col babbo non vi si incontrava mai, poichè quegli usciva senza fallo appena finito di pranzare. Attorno al tavolo i ragazzi giocavano o leggevano, la mamma ed io c’indugiavamo in qualche ricamo; e il giovine si divertiva a farmi indispettire, contraddicendomi sistematicamente nella conversazione. Ogni tanto mi dava un bacio all’impensata,senza curare le proteste di mia madre e le risa dei bambini. Allora mi rabbonivo. Ci lasciavamo verso le dieci, dopo esserci abbracciati nell’anticamera buia ove io sola l’accompagnavo: a volte, le sue mani mi afferravano, un po’ febbrili, alle braccia, un istante, risuscitando ne’ miei sensi il brivido, ormai lontano, di terrore.Le prime settimane s’era fatto in paese un gran discorrere della nostra relazione; il mio brusco allontanamento dalla fabbrica era stato interpretato dai più maligni come la conseguenza di una scoperta da parte di mio padre. Non avevano, circa un anno prima, le stesse lingue sussurrato che l’affetto di mio padre per me fosse più che paterno, non s’erano compiaciute in invenzioni odiose e mostruose? I miei genitori non sapevano quel che ora si andava dicendo. Dinanzi alla sicurezza ignara de’ miei, avevo sentito in me crescere un senso di vergogna. Almeno il mio fidanzato fosse insorto contro i diffamatori! Pareva invece aver preso un contegno speciale di fronte ai suoi compagni, come se fosse tutto ad un tratto salito in dignità. Questi lo invidiavano e insieme sembravano esser contenti che uno del paese avesse umiliato l’orgogliosa famiglia forestiera. Passando dinanzi al solito circolo, m’avvedevo dei sogghigni con cui mi guardavano e la mia fierezza non osava più reagire. Egli rideva, mi dava della sciocca. Rise anche quando gli riferii una diceria sul suoconto giuntami solo allora all’orecchio: che egli avesse disonorata la ragazza la quale poi aveva tentato di uccidersi per lui. E non si curò di difendersi nè di giustificarsi.Passando i mesi, anche le chiacchiere cessarono. Io ero del resto ormai isolata dalla vita paesana: il giovine, geloso, pretendeva da me mille rinuncio assurde: non dovevo affacciarmi alla finestra, dovevo scappare in camera mia se qualche uomo capitava in casa, compreso il dottore della mamma. La mia personalità fin allora così libera, dinanzi alla memoria del fatto ch’io consideravo irreparabile, insorgeva a tratti, ma soltanto per farmi più sentire la sconfitta patita.Pure, scrivevo alle mie amiche che ero felice. Cercavo d’ingannar me stessa. E riuscivo ad eccitarmi la fantasia fino a provarne una specie di ebbrezza.Amarlo, amarlo! Sì, lo volevo tenacemente. E non mi soffermavo su alcuna delle continue impressioni spiacevoli che il mio fidanzato mi procurava. Scoprivo in lui una quantità di difetti, prima insospettati: lo sapevo incolto, ma l’avevo ritenuto più agile di mente: il suo carattere sopratutto deludeva la mia aspettativa, con qualcosa di sfuggente, di ambiguo; e la piccola ragionatrice ch’io ero pur sempre aveva talvolta dei moti di sorpresa non scevri d’indignazione.... Ma li reprimevo tosto. Io volevo credere alla mia felicità, presente e avvenire; volevo trovare bello e grande l’amore,quell’amore dei sedici anni che riassume alla fanciulla la poesia misteriosa della vita. Nessuno, vicino a me, mi guardava negli occhi, entrava nella mia anima, mi diceva le parole di verità e di forza ch’io avrei ancora saputo comprendere.Il mio volto, impallidito, incorniciato dai capelli che avevo lasciato di nuovo crescere, perdeva dì espressione e di singolarità. V’era stato davvero un tempo in cui io potevo recarmi alla spiaggia a mio piacere, e tuffarmi per ore nell’acqua, e vagar nella campagna, e abbandonarmi a sogni di lavoro e di bellezza senza fine?Adesso le giornate scorrevan quasi per intero nel silenzio della mia stanzetta. Preparavo il corredo, e talora restavo dei lunghi momenti sospesa guardando le mie mani posate sulla mussolina bianca. Il mio avvenire di sposa si delineava: il babbo, più facilmente che io non mi aspettassi, si piegava all’idea di maritarmi entro pochi altri mesi. E mi pareva d’esser preparata, anche colla visione della vita ristretta che mi attendeva; e non sentivo distintamente nessuno scrupolo per l’abbandono dei miei, di mia madre sempre più debole, sempre più paurosamente smarrita, dei miei fratelli senza guida e senza amore.E nel mio fidanzato che avveniva? Forse un certo rispetto s’insinuava nella sua coscienza per la creatura rubata? Forse nel suo amor proprio s’illudeva di poter farmi felice?Deciso a non lasciare l’impiego in fabbrica, calcolava su prossimi miglioramenti e su una futura successione a mio padre. Dibattè a lungo con lui la questione della dote; alfine si rassegnò ad accettare soltanto un assegno mensile. Voleva una promessa legale; ma mio padre, indignato, fu per troncare ogni trattativa. Il mio fidanzato non disponeva di nulla, appena di che rifornirsi la guardaroba e comperarmi l’anello matrimoniale. Il babbo diede il denaro per il mobilio. I miei futuri parenti non intervenivano che per meravigliarsi della poca larghezza nostra.La situazione diventava in silenzio sempre più penosa per tutti: a che prolungarla? La data dello sposalizio si fissò per la fine di gennaio.Poco meno d’un anno era trascorso dalla tragedia silenziosa, della quale mai una parola mi era uscita di bocca neppure col colpevole. I preparativi precipitarono, senza gioia. La vigilia delle nozze il babbo, in uno di quei momenti di parossismo ch’egli aveva ora frequentissimi, mi bistrattò acerbamente, per un pretesto....Alla sera, la mamma venne accanto al mio letto. Tentò parole di preparazione per quello che m’attendeva l’indomani; l’interruppi tosto abbracciandola, carezzandole le tempia grigie, mentre dei singhiozzi soffocati mi scuotevano tutta. E ventiquattr’ore dopo, con mio marito, guardando dal treno la campagnabiancheggiante di neve sotto le stelle, io pensavo alle due sofferenze diverse che in quel giorno, con sforzo enorme, si erano celate sotto il sorriso dinanzi a quanti erano accorsi a bene augurarci.... Piangevano, in quell’ora, i miei genitori, nelle loro stanze solitarie?c05V.Le finestre della saletta da pranzo del nostro appartamentino davano su uno stradone, di là dal quale si stendevano alcuni orti; al fondo si scorgeva un profilo di colline e una striscia di mare. Le altre stanze guardavano su un giardino piccolo e deserto, corso da malinconiche spalliere di bosso, e su la linea ferrata. Ogni tanto, di giorno e di notte, la casa tremava leggermente per il giungere e il partire dei treni, e nelle stanze si prolungava l’eco dei fischi. Al piano di sotto v’erano inquilini pressochè invisibili. Quando mio marito e la servente se ne andavano, io senza accorgermi evitavo di far rumore movendomi.Le mie vestaglie di flanella mi assicuravano, ad ogni istante, ch’io ero propriouna donna maritata, un personaggio serio, cui l’esistenza era definitivamente fissata. Quando uscii la prima volta sola a fianco del mio antico compagnodi ufficio, per lo stradone maggiore del paese, con in capo un cappello piumato che mi pesava orribilmente, e la persona impacciata entro un vestito all’ultima moda, mi parve che un abisso di tempo e di cose mi separasse dalla creatura che ero solo un anno innanzi.Confusamente sentii la necessità di prendere come la cittadinanza del luogo, di immedesimarmi cogli usi e coi sentimenti delle persone che costituivano la mia nuova famiglia, l’ambiente in cui mio marito era cresciuto e nel quale anche i miei figli si sarebbero educati. Ogni qualvolta andavo a visitare mia madre, mi si affacciava più nitida la differenza fra il mondo da cui ero uscita e quello ove penetravo ora. E quasi un inconfessato rancore me ne veniva per il mio passato: qualcosa d’istintivo, d’irriflessivo e d’ingiusto, contro la mamma, come contro le sorelline, contro mio padre e contro le mie «utopie».La mamma sola se ne accorse, colla sua sensibilità d’inferma: due o tre volte, in quei primi tempi della mia vita coniugale, ella espresse senza parlare, nel bianco volto sempre più devastato dalla sofferenza, la sorpresa dolorosa che le procurava il mio silenzio. Io recavo dal viaggio di nozze un’impressione confusa, o piuttosto già sbiadita: nessuna forte compiacenza spirituale, nessuna vibrante rivelazione dei sensi. Oh l’attesa delle fanciulle!Io non avevo avuto tempo di foggiarmi nel desiderio tutto un mondo di ebbrezze; ma la delusione era stata ugualmente amara. Mi rimaneva in mente soltanto un diverbio scoppiato senza motivo serio il terzo giorno, per cui eravamo rimasti tutto un pomeriggio all’albergo in un mutismo stizzoso. E perchè presentando mio marito alle amiche di Milano ed ai parenti m’ero accorta che temevo di leggere nei loro occhi dello stupore e forse della disapprovazione?Non volevo rispondere, non volevo neppure ascoltare in me stessa queste interrogazioni. Per ciò mi dava disagio la sollecitudine ansiosa di mia madre: capivo bene ch’ella si aspettava che io le tornassi trasformata, più sorella che figlia ormai, coll’anima gonfia di emozioni che dovevano costituire uno dei pochi bagliori luminosi del suo passato. Ella mi costringeva ad ammettere, anche di fronte a me stessa, che ilmisteronon c’era più per me, che non era neanche esistito, che tutto m’era stato rivelato un anno avanti, in quel fosco mattino che credevo quasi obliato....Verso mia suocera non avevo invece alcun debito di confidenze. Soltanto volevo conquistare lei e i suoi, e non lo credevo difficile. Già mi pareva che essi mi ritenessero differente, d’un metallo più fine, prezioso, e la cosa li rendesse intimamente orgogliosi. Ai due vecchi sembravo una bimba. Mia cognata doveva invece aver l’intuizione d’una forzacelata sotto la mia fragilità, ma una forza probabilmente incapace di divenire ostile. Per tutta la famiglia, del resto, mio marito era senza discussione lo sposo ideale, ben degno di avermi ottenuta.Trovavo mia suocera, la sera, accoccolata dinanzi al grande camino, la cui fiamma talora illuminava da sola la buia cucina a pianterreno, coll’uscio quasi sempre aperto sull’orto. Coi pomelli arrossati, ella appariva più giovine nei tratti regolari e salienti del volto, e quasi bella; e mi sorrideva un po’ confusa dandomi delvoi. Anche mio suocero non riusciva a dirmitu. Alto, gigantesco anzi, era un po’ curvo e lento nei movimenti. Al mattino era lui che faceva le provviste. «È contenta la signora baronessa?» chiedeva alla figliuola. Questa, una zitellona sui trent’anni, trovava sempre a lagnarsi; aveva un temperamento imperioso ed egoista, freddo e lunatico insieme, e dinanzi a lei la madre tremava.In verità, ella aveva, in paese, una nomèa di virago ch’io ignoravo, come ignoravo che la famiglia intera non riscuoteva alcuna simpatia. Mio suocero, molto tempo addietro, aveva subìto un processo e una condanna, cosa non rara nel paese. Il figlio mi aveva raccontato una complicata storia di offese e di vendette per dimostrarmi l’innocenza paterna, e la sua commozione m’aveva persuasa. Ora, nella cucina piena d’ombre e di riflessi mi pareva in certi momenti di notarenel vecchio dei gesti impacciati, quasi le pareti si restringessero attorno a lui sino a diventare una cella, il carcere ove egli era stato per due anni.... Così mite e guardingo, con rarissimi istanti di una giovialità che una volta doveva essere stata la sua natura, mi suscitava sempre una pietà mista a timore.I rapporti fra i membri della famiglia mi riuscivano strani: a casa mia tutto era più regolare, più disciplinato, più chiaro. Ma ciò che mi faceva invece sentire una specie di fascino in quell’ambiente grossolano era il senso della tradizione, era l’ossequio al costume, era la volontà tenace che animava quella gente, in certe ore, ad esaltare il vincolo del loro sangue e del loro nome e della loro terra. In mille minute cose, dal modo di preparare una vivanda in una data solennità, sino alla difesa accanita che mia cognata dinanzi ad estranei faceva del fratello, che poco prima aveva a tu per tu malmenato, trovavo un’espressione di vita affatto contraria a quella che aveva foggiato il mio carattere e il mio gusto; contraria, spesso errata—aggiungeva quasi per forza il mio raziocinio—ma non priva di suggestione.Intanto una specie di torpore m’invadeva. Era come un bisogno d’inazione, di completo abbandono alle cose circostanti. Così la mia persona piegava al volere del marito. Progressivamente, delle ripugnanze sorgevano nel mio organismo, ch’io attribuivo ad esaurimento,a stanchezza. Non cercavo di vincer la frigidezza per cui egli si stupiva e, talora, si doleva: mi sarebbe parso inconcepibile un contegno più espansivo. Unica compiacenza sentirmi desiderata: ma anch’essa spariva dinanzi a rapide visioni disgustose o sotto l’urto di parole volgari o insensate. Chiudevo gli occhi, m’impedivo di pensare e restavo come in letargo.Poi, mi addormentavo. Quanti anni avevo? Non ancora diciassette.... Il sonno era lungo, tranquillo, di fanciulla.Alle undici del mattino la donna che veniva per la pulizia della casa se n’andava. Preparavo da sola il pranzo e la cena, senza svogliatezza, ma anche senza piacere. E si seguivano le giornate, senza saper come. Tenevo alcuni libri di contabilità per la fabbrica, un lavoro che potevo compiere in casa e che il babbo m’aveva concesso perchè m’illudessi di mantenermi in una certa indipendenza; ma non mi occupava che per due, tre ore. Abbonata a qualche giornaletto, leggevo un poco; scrivevo alle amiche ed alle maestre. Il primo mese ebbi la visita di alcune maggiorenti del paese e la ricambiai, infastidita e insieme divertita dalla mia nuova parte di signora.Più soddisfatta ero quando, alla sera, veniva a trovarci qualche amico di mio marito: dopo aver vantato i pregi della nostra macchinetta pel caffè, questi passava a far gustareall’ospite certo vino in fiaschi. Fumavano, bevevano, talvolta uscivano in qualche triviale espressione paesana, dimenticandomi; quando il discorso cadeva sulla politica, partecipavo alla discussione, sentendo cadere un poco la mia timidezza; i contradditori, su per giù, erano tutti all’altezza intellettuale di mio marito e facili a capitolare davanti alla mia logica.Qualche altra volta si andava in casa d’un suo parente, capo della fazione democratica, ove convenivano vari borghesi, alcuni con le mogli. Le chiacchiere meschine e pettegole delle donne si alternavano colle discussioni rumorose degli uomini. Mi sentivo guardata dai più con una specie di diffidenza mal celata, nel ricordo delle eccentricità di quand’ero ragazzina. Una sola persona, un giovine dottore toscano, di recente nominato, che viveva a pensione nella casa stessa di quel nostro parente, avevo sentito dai primi incontri affine a me per lo spirito meditativo, per la correttezza del linguaggio e, parevami, del pensiero. Colto e di vivace intelligenza, doveva considerarmi con una punta di curiosità notando la contraddizione fra la mia vita esteriore e l’anima che sorprendeva forse talora in una fugace ombra su la mia fronte infantile.Avrei voluto interessarmi alle vicende paesane: ma ero priva ormai di ogni contatto con gli operai, i pescatori, i contadini, e in quanto all’elemento borghese, esso mi apparivapiù volgare ancora di quel che avevo supposto: senza dirmelo, temevo che questa volgarità finisse per penetrarmi. Già l’inerzia che possedeva tutte le donne del paese cominciava a parermi, in certo senso, invidiabile. La cura pigra ed empirica dei figliuoli, la cucina e la chiesa eran tutta la loro vita. Gli uomini, malgrado l’affettazione di miscredenza, esigevano da esse le pratiche religiose. Lo stesso desiderio inconfessato era forse in mio marito. Quello ch’egli non desiderava, invece, erano i bimbi, e me lo ripeteva spesso. Per egoismo? E io non sentivo ancora sorgere dal fondo del mio essere la brama d’una esistenza nuova che mi appartenesse, mi fosse cara, m’illuminasse la vita.«Gli amici mi vantano il tuo ingegno, mi dicono che ho una sposina invidiabile....» mi riferiva mio marito. Non ne ero convinta. Avevo bensì l’impressione d’essere giudicata graziosa, e forse bella; ma davanti allo specchio non mi riconoscevo tale affatto, mi trovavo un’aria assonnata, di bimba vecchia. E anche di questo non mi curavo troppo.Una sola vampata dell’antica fierezza m’assalì una sera, nei primi tempi, mentre stavo ponendo assetto in un piccolo cofano ove mio marito aveva riposto le sue carte, la nostra corrispondenza, qualche ricordo. Che stupore, quando vidi conservate, accanto alle mie, le lettere che sei, otto anni avanti gli aveva scritto la sua prima innamorata, la ragazza, rimastazitella, di cui incontravo talora per via lo sguardo scintillante d’odio! Non ne lessi che una, senza ortografia, piena di frasi da segretario galante. Egli, accanto alla stufa, sorrideva con una certa fatuità. Continuando a rovistare, altri biglietti più brevi di donna saltarono fuori. «Sono.... di quand’ero al reggimento, sai, una figlia di oste....» Ma non gli davo già più retta; leggevo un telegramma, firmato con un diminutivo femminile; e guardavo la data; l’estate scorsa, durante il nostro fidanzamento....Lacerai quelle carte in mille pezzi: egli non osò protestare.Perchè non gli credevo, mentre mi andava tessendo tutta una storia? E perchè soffrivo, soffrivo a quel modo? Amavo dunque tanto quell’uomo? O, veramente, qualcosa crollava, si sfasciava tutto un edifizio, che la mia buona volontà s’era venuto costruendo?L’impressione parve dissiparsi in una crisi di lagrime. M’imposi di dimenticare, di non tormentarmi. Checchè fosse stato, ora egli era il mio sposo, il mio compagno, colui sul quale doveva agire lentamente ma sicuramente la mia influenza onesta.Non vedevo più mio padre, ma me ne parlava mio marito, che lo trovava sempre troppo esigente ed aspro, e le mie sorelle, e, qualche volta, la mamma. Egli viveva quasi sempre fuori di casa: della vita dei figliuoli non s’informava più. La casa era invasa di terrorequando egli entrava; poi, allorchè richiudeva la porta dietro le sue spalle, i ragazzi avevano lo spettacolo di mia madre che s’abbatteva in crisi di pianto e di protesta, obliando la loro presenza. Perfino l’ultima sorellina non riusciva a calmarla, a richiamarla in sè che a fatica, col povero sorriso dolente della boccuccia infantile. L’altra sorella, ormai tredicenne, savia, tranquilla, assumeva quasi senza accorgersene la direzione della casa. Mio fratello usciva con me in frasi violente verso il padre, che non lo mandava a proseguire gli studî in città e l’obbligava ad un lavoro troppo greve in fabbrica. E pareva che tutti fossero nell’attesa d’uno scioglimento funesto.Io non mi sentivo l’energia di giudicar mio padre. Talvolta avevo, rapidissima, l’impressione d’aver contribuito per la mia triste fatalità a quel naufragio della sua coscienza. Non lo avevo abbandonato, senza tentare un gesto per ritenerlo nella sua casa, presso i fanciulli che erano stati un giorno il suo orgoglio? Forse che a quindici anni avevo il diritto di staccarmi indignata da lui, al quale riconoscevo di dover tutto quanto in me era di buono?E una parte di questi rimproveri facevo ricadere sulla mamma. La sua debolezza, la sua rinuncia alla lotta mi esacerbavano tanto più in quanto ero costretta a riconoscermi ora dei punti di contatto con lei nella mia rassegnazione al destino.Ma la sventurata soffriva atrocemente, e non solo nell’anima. Una terribile crisi fisiologica la sconvolgeva: coglievo degli accenni tra i suoi discorsi slegati, che mi facevano sussultare nelle intime fibre, nella mia sostanza femminile ornai consapevole. E mi pareva che questo stranamente, ora più che mai, m’impedisse d’essere, per la donna ch’era mia madre, una consolatrice. Ah, ch’io non era davvero la sposa innamorata che ella supponeva, la creatura gioiosa, capace di tutta la pietà per lei che tendeva le mani dietro i beni perduti!Mio padre.... che cosa provava? Che cosa gli diceva il medico che somministrava alla malata pozioni deprimenti e s’affannava a dimostrarle la necessità di mutar vita, di partire, di fidare nelle risorse del proprio organismo, nel tempo, nei figli? Anch’egli scongiurava mio padre, come l’infelice stessa, a mentire e aver pietà? Poichè, io lo comprendevo, a questo si era: ella avrebbe accettato l’elemosina del suo affetto anche parteggiato con la rivale.Sentivo che il babbo non sarebbe tornato indietro. Egli era, a quarantadue anni, al sommo della fortuna materiale, in guerra contro cose ed uomini, animato come non mai dall’aspra volontà di non riconoscersi dei torti. Non risaliva certo al passato, non si diceva, certo, che un tempo egli avrebbe potuto evitare la sciagura.... Soffriva? Aveva qualchelampo di sgomento? Non una parola, non un gesto di lui che m’illuminasse.Capivo soltanto che l’ostilità omai aperta di tutto il paese, la rivolta del sentimento pubblico ispirata dall’arciprete, daiciviliinvidiosi, da operai scacciati, esasperavano il suo amor proprio, e che anche il suo atteggiamento di provocazione gli faceva perdere sempre più il senso della realtà.E le settimane intanto fuggivano rapide. Era giunta l’estate senza che quasi me ne accorgessi, torpida qual’ero di membra oltre che d’animo.Una notte fu bussato alla porta. Era mia madre, sorretta da mio suocero, disordinata nelle vesti, con lo sguardo immobile ed emettendo suoni inarticolati. Uscita di casa sua senza che la domestica se ne avvedesse, aveva errato per le vie, forse a lungo, finalmente s’era imbattuta nel vecchio che l’aveva condotta da me. Forse aveva ceduto all’ossessione di andare in cerca di mio padre.Rimasi come fulminata. Poi immaginai la casa aperta coi piccini addormentati, ignari. Dinanzi a quella miseria umana che mi ricercava nel mezzo della notte, ebbi una rivolta selvaggia di tutto l’essere.... Tremavo, in preda anch’io alla febbre.... E lanciai alla sventurata parole acerbe, folli quasi come le sue.... Oh, mia madre!... E per l’amore di un uomo che non la meritava più!...Mi rivedo, semivestita, in piedi accanto almio letto, mentre ella appoggiata al muro mi guardava e piangeva sommessa. Il medico, sopraggiunto, le aveva fatto prendere un forte calmante. Ad un certo punto chiese di esser ricondotta presso i suoi bambini. Mi ricoricai. Al buio, nel silenzio, la scena atroce mi si prolungava all’infinito dinanzi alla mente; e sentivo la febbre aumentare, e con la febbre un tumultuoso odio per la vita, un disgusto, una stanchezza senza fine....Tornò il medico. Un germe di vita nuova, non per anco avvertita nel mio grembo, m’aveva abbandonata.c06VI.Per molti giorni giacqui inerte, ripetendo piano a me stessa la parola:mamma; chiedendomi se avrei amato un essere del mio sangue e sentendo di non poter piangere con passione quel figlio che non avevo potuto formare.E frattanto un rimorso mi pungeva, qualcosa che mi prostrava, che mi toglieva, ancora una volta, l’amore di me stessa e il gusto della vita. Pensavo a mia madre, al torrente di parole spietate che era uscito dalla mia bocca in quella notte atroce, al passato.... Che cos’era stata ella per me? L’avevo io amata?Non osavo rispondere, mentre io stessa mi consideravo sotto un nuovo aspetto, nella desolazione d’un sogno materno balenatomi d’un tratto e immediatamente svanito. Sentivo di non aver mai contribuito a far felice mia madre, fuorchè forse al mio primo apparire tra i due sposi innamorati. Ella, è vero, non entrava come elemento essenziale in nessuno de’ miei ricordi luminosi; ma bastava questo a spiegare la indifferenza ch’io avevo avuto nel tempo per la misera anima sofferente?Tutto il passato, lucidamente, era adesso davanti al mio spirito.Per diciotto anni l’infelice aveva vissuto nella casa coniugale. Come moglie, le poche gioie le si erano mutate in infinite pene: come madre non aveva mai goduto della riconoscenza delle sue creature.Il suo cuore non aveva mai trovato la via dell’effusione. Era passata nella vita incompresa da tutti: fanciulla, la sua famiglia la considerava romantica, esaltata e nello stesso tempo inetta, benchè fosse la più intelligente e la più seria della numerosa figliuolanza. Aveva rotto senza rimpianto quasi ogni rapporto con i parenti, antipatici allo sposo. Credente, forse con un misticismo scoraggiante, e senza gusto per le pratiche del culto, la religione non l’aveva sollevata da un solo dolore. Di fantasia viva e calda e di gusto fine, non però s’era mai applicata a nessuna arte, e nessuna manifestazione del genio, le avevasuscitato uno speciale fascino traendola fuor di se stessa per qualche istante. Non una amica, non un consigliere, mai, sulla sua strada. E una salute incerta, un organismo travagliato da lenti mali....Povera, povera anima! Non le erano valse la bellezza, la bontà, l’intelligenza. La vita le aveva chiesto della forza: non l’aveva.Amare e sacrificarsi e soccombere! Questo il destino suo e forse di tutte le donne?Un mese circa era passato dalla mia malattia. Una volta sola avevo rivista l’inferma, un giorno in cui ella era calma e nel quale, fra le altre frasi quasi assennate, m’avea detto, facendomi fremere: «Ah, se tu avessi avuto un bimbo! Perchè non hai avuto un bimbo?» Ella avea vagheggiato un nipote, una rinnovata maternità!Poi il medico m’aveva proibito altre visite. Veniva ogni pomeriggio, un momento, mio fratello, o la sorella piccola, con l’affanno nella gola e gli occhi dilatati. La mamma non ascoltava più neppure le loro voci, alternava stravaganze a minacce d’ogni genere: l’infermiera non era più sufficiente alla sua sorveglianza. La bimba mi scoppiava a piangere fra le braccia; il ragazzo si torturava per non esser più grande, capace di portar lontano la sventurata da colui che non ne aveva alcuna pietà.Il babbo appariva cupo, impenetrabile, non parlava. E noi tutti continuavamo ad avereper lui un senso di terrore, che ci paralizzava e ci avviliva....I medici, infine, dichiararono necessaria una cura regolare, in una casa di salute. Non si poteva lasciar oltre la malata accanto ai ragazzi spauriti.La partenza di lei per la vicina città fu infatti per i piccoli infelici, dopo tanti mesi di angoscia, una liberazione. L’immagine dolce e dolente che avean vista china sui loro letticciuoli negli anni dell’infanzia, erasi trasformata in una figura spettrale, da cui non si sentivan più amati e che temevano di non riuscir più ad amare. Oh, tornasse presto, a cancellare anche l’ombra del sinistro sogno!Ed io, avrei mai potuto chiederle perdono, dirle la mia pena senza nome per il ricordo di essere stata così disumana, farle sentire come la comprendessi finalmente?No, mai più la mia voce le sarebbe scesa al cuore: io non avrei più potuto parlare alla mia mamma, lo sentivo, lo sentivo; tutto era finito! Di lei, di quel ch’ella era stata, non sarebbe rimasto a noi che la memoria, come un oscuro ammonimento....Il giro dei giorni e delle settimane ricominciò.Lentamente mi sollevai dalla prostrazione fisica: l’energia spirituale pareva estinta. Non avevo nessun lamento. Immaginavo, per lasequela di casi tragici che s’era abbattuta su la mia vita breve, di possedere ormai la visione intera del mondo: un carcere strano.... Tutto era vano, la gioia e il dolore, lo sforzo e la ribellione: unica nobiltà la rassegnazione.Non tentavo neppure di dedicarmi alle mie sorelle per attenuare la loro sventura e dare uno scopo immediato alla mia esistenza. Una giovine istitutrice, giunta poco dopo la partenza di nostra madre, cercava di accaparrarsi tutto il loro affetto. Elegante e civettuola, la vedevo malvolentieri occupare il delicato ufficio e pensavo che avrei dovuto lottare perchè ella non prendesse troppo ascendente sulle due fanciulle. Ma invece lasciavo che queste si allontanassero con insensibile progressione da me. Il babbo mi ricercava ancor meno. Della assente nessuno pronunciava mai il nome con lui.Incapace d’ogni indagine, mio marito era soddisfatto della mia tranquillità esteriore, della trasformazione evidente del mio carattere, sempre più remissivo. Egli rivestiva l’indefinibile suo egoismo con una superficie di tenera sollecitudine. Era una sollecitudine di sole parole, ma serviva ad impedire lo scoppio di malumori, le spiegazioni franche. Pareva che entrambi temessimo di approfondire la realtà e che un patto muto mantenesse i rapporti cordiali e indulgenti. Ma non era propriamente così. Egli credeva nella persistenza del mio amore e dal suo canto penso m’amasseun po’ come una cosa sua, una proprietà, o se l’imponesse secondo un’idea convenzionale del dovere. Io lusingavo il suo amor proprio colla mia bellezza che rifioriva, colla mia intelligenza, colla calma e coll’ubbidienza ai suoi capricci gelosi di cui non mi offendevo, sorridendone. Se una causa di malcontento gli davo, risiedeva nella insofferenza sempre più acuta dei miei sensi ad ogni tentativo di perversione. Ignorante più ancor che brutale, egli non si spiegava il fatto e si tormentava, mentre io non badavo che a difendermi.E i giorni, le settimane scorrevano. Quel tempo, nonostante i ricordi emergenti qua e là, resta il più confuso della mia vita, il più indecifrabile: ho solo precisa la sensazione che qualcosa, non so che cosa, mi difendesse dalle amarezze e dagli scoramenti irrimediabili, m’imponesse di continuare a vivere così, automaticamente, con una oscura alterezza per la mia silenziosa acquiescenza al destino.... La memoria de’ miei anni infantili era un’oasi cui talora ricorrevo. Ma dopo quella, sorgeva immancabilmente l’immagine della donna dolorosa nel tragico asilo, quale l’avevo vista la prima volta, poche settimane dopo la sua partenza: e provavo un brivido subitaneo, quasi la sensazione di chi, smarrito su un ghiacciaio, sente le oscillazioni d’una corda che lo lega ad un compagno precipitato nell’abisso. Oh la voce di mia madre, già diversa,che diceva cose incoerenti! E l’immenso casamento dal quale si elevava un brusìo confuso di risa e di singhiozzi, come l’eco d’una folla in tempesta che un muro dividesse dal resto del mondo; i vasti corridoi deserti, lungo i quali strisciavano le infermiere con mazzi di chiavi alla cintola, mentre agli usci s’affacciavano talora figure fuggevoli dai grandi occhi sbarrati e dalle bocche sorridenti, fantasmi d’una vita occulta; e infine la stanza bianca colle sue inferriate, alle quali mia madre si afferrava chiamando a nome la città che si stendeva lontana e bellissima nel sole, come un bimbo chiama a sè il lago e il bosco! Ero uscita dal recinto di dolore con un tremito interno, senza poter piangere nè parlare, sentendo una sofferenza fisica che mi prostrava e rivoltava insieme, qualcosa di oscuro e d’inesprimibile, come un desiderio sconfinato di evasione: evadere dalla vita, smarrire la strada che conduce al porto della pazzia....Un anno, così, avvolto di nebbia tetra. Poi.... Poi il palpito in me d’una nuova vita, e l’attesa ineffabile....Dapprima era stato un senso di timore, quasi di terrore: il dubbio inespresso ma tormentoso sull’intima eredità che mio figlio avrebbe avuto da me e dal mio compagno... E altre preoccupazioni meno profonde ma pur gravi, sull’avvenire materiale che ci sipreparava, sulle mie attitudini alla maternità....Questa prima impressione sparì presto. Osai guardare il futuro, accettarlo con un coraggio tanto più forte in quanto persisteva in me una malinconia profonda, quale non provai forse mai più in nessun altro periodo della vita. Lentamente ascoltai in me destarsi gli istinti di madre; sentii che mi sarei votata a quel piccolo essere che si formava nel mistero, sentii che l’avrei amato con tutto l’amore che non avevo dato ancora a creatura. E una gioia silenziosa ed austera mi fiorì nell’anima, irrorata dalle prime lagrime dolci della mia vita. Avevo, alfine, uno scopo nell’esistenza, un dovere evidente. Non solo mio figlio doveva nascere e vivere, ma doveva essere il più sano, il più bello, il più buono, il più grande, il più felice. Io gli avrei dato tutto il mio sangue, tutta la mia giovinezza, tutti i miei sogni: per lui avrei studiato, sarei diventata io stessa la migliore.Mio marito, dopo un malumore che gli sparì in breve, seguiva il mio stato con tenerezza. Lo trovavo buono, avvertivo in lui già forte l’amore di padre, un amore tutto d’istinto, senza preoccupazione veruna della responsabilità che s’iniziava per entrambi.Sua madre, per cui le nostre nozze semplicemente civili erano state come un incubo, mi aveva per prima cosa scongiurato di fare «un cristiano» del bimbo, ed io glie l’avevopromesso, ricordandomi che a mia madre era stata fatta dal babbo la stessa concessione. Ma le avevo anche dichiarato che non avrei potuto tollerare ingerenze sue o di sua figlia nell’allevamento del bimbo, cui non volevo infliggere certi usi barbari ancor vigenti nel luogo, nè procurare fin dalla culla amuleti e fasce e pericolosi impacci protettivi. Al che mi rispondeva con una baldanza che contrastava colla consueta sua timidezza: «Dieci figliuoli ho avuto ed allattato io!»De’ suoi dieci figli, sei erano morti nell’infanzia, e i sopravvissuti potevano dirsi fortunati. Ella mi sosteneva che i bimbi devono attraversare cinque o sei malattie, nelle quali Dio spesso se li prende per formarne degli angeli.Povera vecchia! Mi aiutava a tagliare e imbastire camiciuole e corpettini, e godeva in quel lavoro, nella pace della nostra saletta, un benessere dolce che l’inteneriva e di cui si reputava forse indegna come tutti coloro che avendo sofferto lungo l’intera vita si son convinti di non essere stati creati per la felicità. E la sventura stava per colpirla ancora una volta.Contemporaneamente si posero a letto mio suocero e mio marito, l’uno per un reumatismo a lungo trascurato, l’altro per una forte angina. Benchè il caso del vecchio non apparisse di eccezionale importanza, la moglie e la figlia furono trattenute al suo capezzaleed io mi trovai sola ad assistere mio marito, il cui male progrediva rapidamente. Una notte mi parve che il respiro gli mancasse; il medico accorso fece un atto disperato: il male aveva assunto tutti i caratteri della difterite: non seppe nascondermelo, malgrado il mio stato; ma io mi sentivo animata dalla volontà di non pregiudicare in alcun modo la vita della creatura che palpitava nel mio grembo. Restai calma, col cuore fiducioso, lasciando il malato nell’ignoranza della vera sua condizione, assistendolo senza riposo, come certa che il dovere così adempiuto non avrebbe potuto essere fatale.La malattia si risolse in pochi giorni, dopo i quali soltanto il convalescente apprese il pericolo dal quale era scampato. Non ebbe tempo di allietarsene. Suo padre s’era aggravato: in capo a due settimane spirò.Era la prima volta che la morte passava, portandosi via un’esistenza a me prossima, ma l’anima mia non fu colpita: forse ero all’estremo delle mie forze, tutte le facoltà dominanti tese verso l’evento che avrebbe fissato la mia vita.Appresi la rettorica del lutto. Mio marito e mia cognata, che non avevano mai dopo l’infanzia sorriso al loro padre, che non l’avevano considerato se non come il detentore d’un denaro comune, proclamarono un dolore atroce, credettero forse per qualche tempo di soffrire indicibilmente.Ripensai in quella circostanza ad alcune considerazioni che avevo ascoltate più volte da mio padre. Nel paese regnava una grande ipocrisia. In realtà i genitori, sia fra i borghesi, sia fra gli operai, venivano sfruttati e maltrattati dai figli, tranquillamente; molte madri sopratutto subivano sevizie in silenzio. Non una moglie era sincera col marito nel rendiconto delle spese, non un uomo portava intero a casa il suo guadagno. Poche coppie mantenevano la fedeltà reciproca, e di parecchi signori s’indicava l’amante in qualche donna che viveva sola, o con un marito, su cespiti inconfessabili. Poco tempo prima, un feroce parricidio aveva funestato una casa: il figlio aveva colto suo padre con la propria moglie. Molte ragazze si vendevano, senza la costrizione della fame, per la smania di qualche ornamento; a quattordici anni nessuna rimaneva ancora del tutto ignara. Ma restavano in casa, ostentando il candore, sfidando il paese a portar prove contro la loro onestà. L’ipocrisia era stimata una virtù. Guai a parlare contro la santità del matrimonio e il principio della autorità paterna! Guai se alcuno si attentava pubblicamente a mostrarsi qual era!Per questo mio padre era stato condannato selvaggiamente, e odiato da quel pugno di persone così inferiori a lui. Per questo egli aveva avuto una ribellione che l’aveva spinto sempre più oltre.E mio figlio nasceva in quell’ambiente!Lo attesi in un raccoglimento severo, allontanando con energia ogni assalto di pessimismo, moltiplicando i preparativi minuziosi, consapevole e commossa della dignità che rivestivo in quell’ora suprema. Avevo accanto l’immagine di mia madre costantemente; di mia madre giovine negli anni lontani ed ignoti della mia prima infanzia: sentivo nell’anima il calore di quell’affetto che doveva essersi riversato su me con la stessa forza con cui il mio cuore circondava amorosamente l’atteso....c07VII.Quando, alla luce incerta di un’alba piovosa d’aprile posi per la prima volta le labbra sulla testina di mio figlio, mi parve che la vita per la prima volta assumesse a’ miei occhi un aspetto celestiale, che la bontà entrasse in me, che io divenissi un atomo dell’Infinito, un atomo felice, incapace di pensare e di parlare, sciolto dal passato e dall’avvenire, abbandonato nel Mistero radioso, Due lagrime mi si fermarono nelle pupille. Io stringevo fra le braccia la mia creatura, viva, viva, viva! Era il mio sangue in essa, e il mio spirito: ella era tutta me stessa, di già, e pur mi esigeva tutta, ancora e per sempre: le donavo una seconda volta la vita collapromessa, coll’offerta della mia, in quel lungo bacio lieve, come un suggello ideale.Vidi mio marito lagrimante di gioia, gli sorrisi, m’assopii.... Più tardi, riposata, composta in lini freschi, ricordo d’aver sorriso alle mie sorelle accorse, ricordo d’aver gettato uno sguardo sullo specchio che l’una di esse mi porgeva, e d’avere scorto il roseo delle mie guancie, lo splendore degli occhi, il candore della fronte; un’immagine bella di maternità. A mio padre pure sopraggiunto, il medico narrava le fasi del parto: le prime doglie alle due di notte, il rapido progresso della crisi, una mezz’ora di sofferenza, l’ultimo spasimo, e infine il sollievo, il primo vagito del bambino eccezionalmente robusto, perfetto di forme. Le frasi mi giungevano come il racconto di un fatto lontano di cui i miei sensi non serbassero che un fievole ricordo. Sì, il mio corpo era stato avvolto da spire di fuoco, la mia fronte s’era coperta di un sudore gelato, io era divenuta—per un attimo? per un’eternità?—un povero essere implorante pietà, dimentico di tutto, le mani convulsamente aggrappate ad immaginarî sostegni nel vuoto, la voce cambiata in rantolo; sì, io avevo creduto d’entrare nella morte nel punto in cui mio figlio entrava nel mondo, avevo gettato un urlo di rivolta in nome della mia carne lacerata, delle mie viscere divorate, della mia coscienza naufragante.... Quando tutto questo? Prima, prima! Prima di sentirmi mamma,prima di veder gli occhi del mio piccino; ed era come se nulla fosse avvenuto, poichè io avevo ora lì nel mio letto il tepido corpicciuolo avvolto nelle fasce, poichè mi sentivo un benessere delizioso per tutte le membra, poichè il domani avrei dato il seno a quella boccuccia da cui usciva un suono che mi faceva ridere e piangere....Avrei potuto allattare la mia creatura? Durante l’intero periodo della gravidanza era stata questa la mia preoccupazione più insistente; anche la sera innanzi m’ero detta che avrei voluto soffrire ancora altri giorni, ma esser certa di poter io allevare il bimbo. Così, quando scorsi la piccola bocca succhiare avidamente, e ascoltai la gola ingoiare il liquido che sgorgava dal mio petto, e poi vidi il viso soddisfatto addormentarmisi sul seno, ebbi una nuova crisi di commozione ineffabile. Per una settimana vissi come in un sogno gaudioso, in una pienezza d’energia spirituale che m’impediva di sentirmi estenuata, che mi dava l’illusione d’avviarmi ai dominio della vita. Nelle ore in cui il piccino dormiva nella sua culla bianca accanto a me, e il silenzio e la penombra regnavano nella camera, io abbandonavo la briglia alla fantasia, ed era nella mia mente un avvicendarsi di due distinti progetti: l’uno che riguardava mio figlio, che riassumeva la visione di tutti i mesi precedenti la nascita, che mi delineava la grave dolcezza del mio còmpito di nutrice,di maestra, di compagna; l’altro, che costituiva il primo invincibile impulso verso l’estrinsecazione artistica di quanto mi commuoveva ora, mi riempiva di sensazioni distinte, rapide, nuove ed ineffabili. Si svolgeva nel mio cervello il piano d’un libro; pensavo di scriverlo appena rinvigorita, nelle lunghe ore di riposo presso la culla. E talora, in dormiveglia, sorridevo ad immagini di gloria.La settima od ottava notte dopo la nascita, mentre rivolgevo al poppante sommesse parole di tenerezza, vidi il volto puerile atteggiarsi ad un sorriso; un sorriso lungo, pieno, splendente, miracoloso: mi produsse una sensazione così intensa, che credetti svenire.Non posi fede al dottore, il mattino seguente, mentre mi diceva che quel sorriso non poteva essere se non una contrazione muscolare, assolutamente inconscia, prodotta soltanto dal benessere fisiologico di cui il bimbo godeva in quel momento di sazietà e di riposo. Era così soave pensare che fra me e la mia creatura esistesse di già una corrente di simpatia, e che, nel mistero della notte, col mio solo viso amoroso negli occhi, il bimbo affermasse di già la sua vita di piccolo uomo!Il dottore mi guardava affettuosamente; mi raccomandò di non esaltarmi, sopratutto di non inquietarmi, come principiavo a fare, sembrandomi che il piccolo dimagrisse; mi assicurò ancor una volta che il mio latteera sufficiente e che non dovevo temer di nulla.Passai la giornata scaldandomi il cuore all’evocazione di quel sorriso notturno, che m’era apparso come un preludio dei gaudî che mio figlio mi avrebbe dati nel tempo.La sera vennero le mie sorelle coll’istitutrice a trovarmi. Conversavo con esse lietamente, quasi effondendo il mio intimo contento, quando sopraggiunse mia cognata. Senza mostrar d’avvedersi delle astanti, e dopo aver baciato il nipote, ella restò in piedi, con volto arcigno, muta. Le altre, dopo essersi scambiato uno sguardo, proseguirono tranquillamente la conversazione e andandosene, dopo un poco, non piegarono che lievemente il capo dalla parte ove stava la bisbetica indomabile. Questa non le lasciò neppur chiudere l’uscio; si avventò come una furia verso di me, con una valanga d’improperî al loro indirizzo. Era un vecchio rancore quello che ella sentiva verso le mie sorelle, che non andavano mai a farle visita: ma non mi si era ancora rivelato intero così. Mio marito intervenne fiaccamente; io non potei che rispondere qualche frase di sprezzo, mentre mi abbandonavo sui guanciali, sentendomi la febbre montare nelle vene, e staccavo il bambino dal petto, dietro esortazione sommessa della servente impensierita. A lungo la donna fuori di sè parlò, parlò, inviperendo.... Allorchè se ne fu andata, mi trovai esausta, semisvenuta,incapace finanche di rimproverar mio marito, di dirgli il mio stato.... La notte il bambino pianse, insoddisfatto del nutrimento; nella sua visita mattutina il dottore mi trovò mentre lasciavo scendere sul volto di mio figlio vanamente attaccato al seno alcune lagrime disperate.Non avevo più latte. Invano per quindici giorni tentai affannosamente ogni rimedio, ogni regime, non vivendo più che nell’idea fissa di volere io, io sola allevare mio figlio, a ogni costo. L’energia che mi aveva sostenuta fin lì pareva abbandonarmi: piangevo, piangevo piano, come una bimba, guardando il seno che non mi s’inturgidiva, verificando desolatamente ad ogni pesatura che il piccino diminuiva, cercando rassegnarmi al pensiero di veder quella testina appoggiata ad un altro petto. Era un dolore nuovo, fisico oltre che morale, qualcosa che mi struggeva, che recideva in me tutta la magnifica fioritura di sogni spuntata dinanzi alla culla bianca; qualcosa che respingevo coll’indignazione del moribondo giovane, come una mostruosa ingiustizia....Dovetti cedere, per non far morire la creaturina. Ottenni che la balia restasse in casa, che mio figlio dormisse accanto a me. La giovane che mi surrogò credo di averla odiata, col suo viso stupidamente classico e i suoi movimenti pesanti, goffi; ma non aveva neppur lei sufficiente latte per il piccolo ingordo che aveva patito la fame. Dopo una settimanavenne a sua volta sostituita. La nuova nutrice, d’aspetto umile, dallo sguardo tranquillo e buono, mi calmò alfine l’ansia per la salute del bimbo. Intuendo la mia gelosia materna, la povera donnina si difendeva dalla tentazione di baciare la creatura cui ella dava il suo sangue, e tendeva tutte le facoltà del suo intelletto per non trasgredire le mie norme. Potei così vincere alquanto il mio spasimo, rassegnarmi a dirigere l’opera che non potevo compiere, e a ristabilire il mio organismo straordinariamente scosso. Mi rivedo tutta bianca nel vestito e nel viso, sprofondata nella poltrona; tentando riscaldarmi al sole di maggio, ascoltando distrattamente i discorsi del medico, la sola persona che quasi ogni giorno portava nella mia vita un filo di fraternità spirituale. L’anemia s’era impadronita di me e non m’avrebbe più lasciata. Non me ne preoccupavo; ma i nervi se ne risentivano, sempre dolorosamente tesi. L’igiene del piccino m’era come un’ossessione, poichè la spingevo agli eccessi; dovevo mostrarmi d’un’esigenza quasi crudele colla balia, malgrado le fossi, in certi momenti di serenità, intensamente grata. Mio figlio cresceva come un fiore fra le due madri. Ora per ora sentivo di amarlo in modo sempre più delirante, comprendendo di aver accumulato in lui tutta la mia sostanza profonda. La mia vita si concentrava su quel piccolo essere.Non notavo che mio marito m’era diventatoaffatto indifferente e che la mia psiche aveva cessato di occuparsene. L’indulgenza a suo riguardo era divenuta una forma d’abitudine. Egli era il padre della mia creatura, l’uomo che un giorno mio figlio avrebbe dovuto rispettare, ed io agivo verso me e verso gli altri ispirata dalla volontà di mantenere l’illusione intorno alla persona morale di lui, di farlo apparire degno di me, degno della sua paternità. Gli ero grata quando lo vedevo commuoversi ed allietarsi per qualche piccolo progresso del bimbo, quando partecipava in un certo grado alle mie incessanti apprensioni e sopportava, oltre ai fastidî notturni, le mie lagnanze contro tutto ciò che non era il sorriso di mio figlio.Come se una jettatura pesasse sull’allevamento del piccino, verso il quinto mese alla nutrice morì una figlia e scemò il latte. Entrò in casa una nuova donna, bruna, sanguigna, formosa, di carattere opposto a quella che se ne andava. Non ho mai incontrato un temperamento più bislacco, assurdo e imperturbabile. Per mesi e mesi, mentre il bimbo sviluppava deliziosamente le sue grazie e le sue forze, io sostenni una lotta continua contro i miei impulsi per sopportare quella contadina che aveva un riso sonoro e fatuo nell’ossequio come nell’impertinenza, un riso che mi feriva sopratutto quando lo vedevo scoppiare ad un palmo di distanza dalla faccina di mio figlio.Mio marito, rimproverandomi, acuiva la mia amarezza: non comprendeva che i difetti di quella donna m’irritavano in quanto deformavano la seconda madre ch’io volevo che fosse per mio figlio?... Temevo, sopratutto, che il bimbo potesse, col latte, succhiare i germi di quella natura goffa e biliosa. E vedendo mio marito insistere nel difenderla, mi attraversò la mente un sospetto che mi offendeva in quanto avevo di più sacro.Tanto orrore m’incuteva quel sospetto, che rifuggii con tutte le mie forze dal verificarlo. In verità, al di fuori della somma di energie ch’io spendevo attorno al bambino, era in me un’incapacità sempre maggiore di vedere, di volere, di vivere: come una stanchezza morale si sovrapponeva a quella fisica, lo scontento di me stessa, il rimprovero della parte migliore di me che avevo trascurata, di quel mio io profondo e sincero, così a lungo represso, mascherato. Non era un’infermità, era la deficienza fondamentale della mia vita che si faceva sentire. In me la madre non s’integrava nella donna: e le gioie e le pene purissime in essenza che mi venivano da quella cosa palpitante e rosea, contrastavano con un’instabilità, un’alternazione di languori e di esaltamenti, di desiderii e di sconforti, di cui non conoscevo l’origine e che mi facevano giudicare da me stessa un essere squilibrato e incompleto.c08VIII.Su un libriccino segnavo le date maggiori dell’esistenza fragile e preziosa della quale vivevo e che respiravo come se fosse stata la sola aria per me vitale. Quegli appunti, insieme a qualche notazione rapida del primo destarsi dell’intelligenza nel bimbo e delle impressioni varie che ne risentivo, sono il mio esordio di scrittrice.Rivedo il corpicino di mio figlio ignudo nel bagno, sorretto dalle mie mani trepide: bello, di una bellezza perfetta che consideravo senza orgoglio, con timore, immaginando possibili deformazioni, chiedendomi se avrei amato quella creatura quando avesse recato qualche marchio d’infelicità, e dicendomi che le avrei fatta bella la vita in qualsiasi condizione. Rivedo lo sguardo di lui, inesprimibile: uno sguardo luminoso come un lembo di cielo azzurro; e la bocca deliziosamente fiorita, e la testina coperta di fini capelli castani, e le mani irrequiete, prepotenti, sempre occupate. E vedo me stessa china sulla sua culla per ore e ore, di giorno e di notte, spesso affranta, col petto gonfio di una gioia grave, quasi mistica. Ero necessaria a mio figlio quanto egli a me; la mia vigilanza perenne faceva di lui un superbo esemplare d’infanzia fortunata; ero ben io che lo portavo avanti,senza posa, io sola, ostinatamente. Egli mi apparteneva, perchè io sola me gli davo; suo padre, sua nonna, tutti gli altri godevano lo spettacolo; ma io ero l’autrice; da me sola avrebbe dovuto riconoscere tutto ciò in avvenire.La balia se ne andò prima che il bimbo compisse l’anno. La primavera e l’estate mi videro scaldarmi al sole insieme alla mia creatura. Sostenevo il piccino nel suo sgambettìo tentennante, poi lo prendevo in braccio, lo portavo attraverso i campi o in riva al mare, a lungo, ansando talvolta e sorridendo insieme per la fatica. Che cosa ci dicevamo mio figlio ed io, dalla mattina alla sera? Chi sa! Egli chiamava: Mamma! ed io dovevo rispondergli palpitando. Talora scrivevo tenendolo in grembo, lettere ad amiche, cifre per gli operai; o leggevo adagiata accanto a lui su un tappeto, fra i più strani oggetti. Negli occhi turchino cupi, vellutati fra le ciglia lunghe, splendeva a tratti un lampo di furberia, la coscienza dell’onnipotente sua volontà; e in me capitolavano tutte le energie, io non sapeva più esiger nulla da chi mi guardava con tale adorabile malizia.Mia suocera aveva cessato di brontolare perchè non eseguivo le sue magiche ricette contro il malocchio e una quantità d’altri pericoli. Quando veniva a trovarmi, più piccola e sfinita nell’abito da lutto, il volto le si accendeva fugacemente scorgendo le grazie delnipotino. In paese si diceva ch’ella subisse ora chi sa quali maltrattamenti dalla figlia. Non si lagnava, ma era sempre più curva, più silenziosa: quali ombre di pensieri amari dovevano svolgersele nella mente?Il bimbo aveva alquanto ravvivati i rapporti miei con le mie sorelle e mio fratello. L’istitutrice, partita da casa loro per un migliore impiego, non era stata sostituita. Ogni due mesi si andava a trovar nostra madre, che ormai non chiedeva più di tornare con noi, s’interessava sempre meno alle nostre frasi tremanti, acquistava progressivamente, con una pinguedine che impensieriva i medici, un linguaggio ed un’espressione infantili. Le figliuole principiavano a sentire intera la loro solitudine morale, a formular dei rimproveri concreti contro la condotta paterna. Ma si effondevano poco con me. Dovevano pensare che non ero felice: anche compiangendomi però, mi reputavano certo un essere poco sensibile. Ne soffrivo, ma non trovavo la forza di disingannarle, di conquistarle.Qualche volta incontravo il babbo, non curante che di arricchire dacchè aveva preso in affitto la fabbrica, senza un pensiero per l’abbandono in cui si trovavano i figli malgrado l’agiatezza crescente che li circondava. Guardava il mio piccino come una graziosa bestiuola. Di mio marito continuava ad esser mediocremente soddisfatto, pur avendolo elevato a vicedirettore. Alla vita del paese eradivenuto del tutto estraneo; nelle sue critiche era troppa acredine perchè potessi rilevarne come in passato le note giuste; e tuttavia parlando con lui mi sentivo sempre portare come in un cerchio più spazioso d’idee, sì che tornando nelle mie stanzuccie avevo l’impressione di ripiombare in un pozzo angusto, soffocante. Neppure le conversazioni coll’amico dottore mi facevano un tal effetto di eccitare quanto v’era in me di più originale e forte.Col dottore, pur divertendomi a discutere le sue opinioni temperate e in parte pessimiste, restavo perplessa, e spesso sconcertata. La nostra simpatia aveva forse radice in una differenza sostanziale della nostra educazione e in una somiglianza altrettanto profonda dei nostri gusti: ma io non possedevo me stessa intera ed egli non era lo spirito atto a suscitare una certezza qualsiasi nella mia anima.D’altronde, che cosa pensava egli veramente di me? Come di fronte agli altri, anche di fronte a lui non avrei voluto apparire donna da compiangersi.Sempre più gravosa intanto mi riusciva la missione che m’ero imposta verso mio marito. Ora anche il suo affetto egoistico mi pareva intepidito. Nuovi sospetti sulla sua fedeltà mi erano sorti a proposito d’una bella e sfrontata operaia ch’egli aveva difeso presso mio padre a torto. Per altro, l’istinto geloso perdurava in lui e si manifestava in modo sempre più tirannico.Un giorno non so più bene dietro qual bisticcio futile, lo vidi per la prima volta montare in furore, gettarsi su un vestito nuovo che stavo per indossare, e lacerarlo.... Mi parve di venir io stessa malmenata. Egli si represse tosto, tentò scusarsi. Volli dimenticare, non dar importanza all’incidente....Lo guardavo talora, sempre sicuro di sè, pago intimamente della sua situazione, debole e pauroso di fronte ai superiori e alla folla, privo di ogni intuizione, inetto nella carezza come nel rimprovero, inutile, estraneo alla mia vita. Egli non sentiva il mio esame, ed io riportavo lo sguardo su mio figlio, obliando istantaneamente il gelo ed il terrore di quell’involontaria analisi, scaldandomi e tranquillandomi al suo sorriso.Sopraggiungendo l’inverno riprendemmo, una, due volte per settimana, le veglie in casa del nostro parente. Vi convenivano regolarmente, oltre al dottore, qualche commerciante ammogliato, il segretario comunale, un maestro con alcune figliuole e qualche volta mio fratello e un suo amico studente quasi sempre in vacanza: talora nello stanzone s’era più di venti ad ascoltar le canzonette napoletane del segretario fra un pettegolezzo, una disputa e un ragionamento sbilenco.Mia cognata non mancava mai. Notavo in lei con un certo stupore delle velleità d’eleganza e come una preoccupazione di civetteria dacchè aveva smesso il lutto. Si mostravaapertamente invidiosa delle ragazze, più giovani di lei e un poco più affinate. Ma nessuno, per buona sorte, le badava troppo: solo il dottore, che l’aveva curata pochi mesi avanti per un’ostinata nevralgia, le lanciava qualche satira, con un sorriso fine, ed ella chinava il capo stranamente confusa e non ribatteva.Il dottore mi mostrava la sua compiacenza nel vedermi partecipare a quelle riunioni serali ove pur tante cose mi urtavano. Ero così priva di distrazioni, che mi ci recavo abbastanza volentieri. Mi sentivo circondata, ora, da un rispetto che mi lusingava, venendo da individui generalmente sprezzanti verso la donna; più che la fama di geloso che mio marito s’era acquistata, era certo il mio aspetto di bimba pensosa e gentile, così differente dal tipo femminile del luogo, che frenava la parola e il pensiero di tutti quegli uomini, obbligandoli ad estrarre alla luce quanto di meno volgare ognuno possedeva.Una sera, mentre il segretario suonava, vidi ad un tratto fissi sui miei, acutamente, singolarmente, gli occhi di uno della comitiva, seduto di fronte a me. Era un forestiero, come in paese chiamavano tutti coloro non nati lì. Egli diceva d’esser vissuto, sino a tre anni avanti, sempre all’estero, un po’ qua un po’ là, per gusto d’avventure. Sapeva infatti parecchie lingue ed era certo, dopo il dottore, il più intelligente ed istruitodi quanti conoscevo in paese. Viveva di una piccola rendita, con la moglie e un bambino dell’età stessa del mio, bellissimo.Da poche settimane soltanto le relazioni tra le nostre due famiglie s’eran annodate: la giovane m’era apparsa alquanto ambigua, con un’espressione leggermente sarcastica su un pallido volto di consunta. Quanto all’uomo, di trent’anni, di media statura ma di forme atletiche, biondo, con una singolare voce calma e metallica, corretto nei modi ma impenetrabile nello sguardo, non mi suscitava interessamento speciale. Non avevo di lui alcuna opinione precisa, come del resto non ne avevano gli altri suoi conoscenti, perchè solo da poco egli s’era stabilito in paese, ove l’aria pareva dovesse giovare alla moglie.Sotto il suo sguardo trasalii. Che voleva quell’uomo? Mi pareva che sorridesse in modo enigmatico, per la soddisfazione d’avermi fatto notare la sua occhiata, forse; e mi sentivo come schiaffeggiata da quel muto riso. Ma una sorta d’ipnotismo mi obbligò a ricercare di nuovo le sue pupille; non sorridevano più; erano cupe, imperiose, ardenti.Quella notte mi coricai con una sorda agitazione nell’anima, quasi che un nemico mi avesse dichiarata una guerra dal motivo e dall’esito ignoti. Per la prima volta dacchè ero maritata, un uomo a due passi da me ardiva di guardarmi in tal modo, come obliandola mia fama di orgoglio e di austerità. E la sorpresa era pari all’indignazione.Per alcune sere fui perseguitata da quegli occhi azzurro chiari, implacabili, ma che via via perdevano l’espressione di comando che mi aveva sgomentata, per assumere una dolcezza grande, quasi un’estasi di sogno. Colui parlava poco, abitualmente; potendo si isolava dall’uno o dall’altro gruppo, e dall’angolo in cui si poneva mi fissava lungamente, non scorto che da me. Al momento dei saluti, tratteneva un istante più del necessario la mia mano nella sua, in silenzio. Facevo con mio marito la strada fino a casa, nel rigore della notte invernale, fantasticando. A casa trovavo il bimbo addormentato, e a guardia di lui la donna di servizio, sfinita, che se ne andava subito verso la sua catapecchia. Una rapida punta al cuore. E sotto le lenzuola invocavo ansiosamente il sonno.Al mattino, mi rialzavo col capo greve. Di là dai vetri della sala da pranzo scorgevo talora, giù nella strada, passar lenta una figura, che non mi salutava e mi guardava. Un attimo; e lasciavo la finestra. Mi ponevo a giocar col bimbo. La sera, prima di uscire, mi fermavo davanti allo specchio, come non avevo mai fatto.Nel nostro convegno le tre figliole del maestro susurravano spesso a bassa voce tra loro quando mia cognata ascoltava il dottore con aria estatica. Mio fratello una volta, scorgendole in quell’atteggiamento, mi disse ridendo, a bassa voce: «Il segreto di tua cognatadiventa quello di Pulcinella.... Non ha da esser fiero il dottore della sua conquista!...» Avrei voluto chiedergli spiegazione e non osai. Che intendeva dire? Che rapporti potevano esistere fra il mio amico e quella creatura? Restai perplessa, mentre mi cresceva ad un tratto l’oscuro senso di malessere. E mi sentii più sola, inosservata fuor che da quell’unico....Ormai non potevo ignorare il proposito di quell’uomo: io gli piacevo e voleva mostrarmelo. Poi?... Che attendeva, che immaginava? Talora, a notte, tornando dal consueto ritrovo e accompagnandoci per un tratto di strada insieme a sua moglie, egli mi gettava al disopra delle spalle di questa, piccolina, il suo sguardo penetrante, e io non distoglievo il mio che dopo un attimo, e per considerare le altre due figure che mi camminavano a lato, ignare. Mi chiedevo: «Dove vai? Sei tu, tu che accetti questo?»Un semplice atto di energia sarebbe bastato, sì. Il pensiero di quell’uomo entrava ormai in tutte le occupazioni della mia giornata, le metteva tutte in seconda linea; financo mio figlio non valeva a liberarmi dall’ossessione; ma non era un pensiero appassionato, neppure simpatico. Il mio cuore non batteva, non poteva battere per chi mi era quasi sconosciuto, per chi non vedeva in me, certo, che un fiore degno d’essere carpito all’indifferente proprietario..... E colui doveva ben dirsi che il gioco non poteva prolungarsi molto.Il capo d’anno passò: ricevetti, un dì che mio marito era assente dal paese, una lettera. Mi si pregava di una parola che convalidasse le speranze nate in un cuore in cui l’amore e il dolore tumultuavano. Sorrisi. Le frasi non mi persuadevano, e vidi annunziarsi l’atteso scioglimento. Perchè risposi?Risposi, non rammento in quali termini, che quel cuore doveva riconquistare virilmente la calma, fugare le ombre d’un sogno, perdonare a chi aveva lasciato forse che vi spuntassero vane speranze per biasimevole debolezza... Era uno scritto sincero, con una punta d’ironia che non escludeva il sentimento della pietà per l’aridezza di entrambi; doveva balenarvi qualcosa di stanco e di amaro, traverso la rassegnazione al destino. Rileggendolo, prima di spedirlo, mi parve di avere scritto per me sola, d’aver sintetizzato la mia anima, e come uno sfacelo avvenne in me; io compresi per la prima volta tutto l’orrore della mia solitudine, sentii il gelo de’ miei vent’anni privi d’amore, e piansi un lungo pianto desolato e selvaggio, cessato il quale seppi la misura della mia miseria.Spedita questa risposta, per qualche giorno restai in casa, lieta e triste insieme di non ricevere più segno di vita da chi, senza saperlo, mi aveva fatto gettare un tale sguardo su me stessa e mi aveva strappata una così disperata confidenza. Quell’immagine intanto non mi lasciava, ed io mi sentivo a grado a grado invadere da un languore mortale, che non era più rassegnazionee non era ancora ribellione, ma semplicemente l’ansia di qualche catastrofe impensata che mi togliesse alla coscienza del mio male.Il suo silenzio mi divenne presto insostenibile. Dopo qualche sera tornai alla casa del nostro parente. Appena entrata vidi il volto temuto, che impallidiva leggermente, mentre gli occhi evitavano i miei; più tardi sentii la voce un po’ affiochita dire d’un malessere provato nei giorni precedenti. Al mattino dopo, con un sotterfugio, mi pervenne una seconda lettera. Era violenta. Mi diceva che l’amore non si doma, che la passione non si dissimula: nulla aveva da perdonarmi, ma tutto da implorare, ancora, sempre, per me, per il mio diritto alla felicità, più ancora che per sè, indegno....Era tattica sapiente, o il caso? Era colui un abile conoscitore e calcolatore, o io attraversavo una crisi durante la quale una voce qualsiasi di riscossa era irresistibile?Che cosa replicassi non so più. Mi sfogavo, certo, mi lagnavo miseramente, mi abbandonavo alla dolce fede di essere compresa, di aver trovata un’anima fraterna sotto apparenze taciturne. Dicevo che il domani compievano quattro anni dal dì delle mie nozze.... che la vita mia era sigillata, che solo per mio figlio avrei ancora potuto sorridere....E sfuggivo ora l’analisi del mio sentimento giganteggiante, attendevo il precipitare dei fatti, senza che il cervello paralizzato mi permettesse di raffigurarmeli in qualche modo.Io sapevo che sua moglie, votata ad una morte prossima, era di carattere molesto, freddo, impotente a dare e a ricevere affetto. Non credevo ciò una scusa per tradirla; anche verso mio marito non accampavo motivi di rappresaglia; mi sorprendevo anzi a nutrir per l’una e per l’altro una pietà sincera, pungente. Il pensiero del bimbo sopratutto incombeva sul mio spirito. Ma anche esso pareva affievolirsi: via via tutto si oscurava.... Ero pervenuta al sofisma di tutte le donne che conciliano l’amore dei figli colla menzogna maritale? Il mio spirito si raffigurava un avvenire di viltà felice fra le gioie materne e gli amplessi dell’amante?Non credo. Cercavo di persuadermi che la vita mi offriva finalmente l’amore, il vero, e che dovevo accettarlo, portando all’uomo che mi meritava, tutta me stessa e l’altra parte della mia vita, il mio bimbo, semplicemente, lealmente. Oh, amare, amare, darmi volontariamente, sentirmi di un uomo, vivere, rinascere!Quanti giorni di battaglia? Non so più: pochi. Quando lo rividi, ad una delle festicciuole da ballo che il gruppo degli amici aveva organizzate, ed egli mi cinse la vita trascinandomi in un turbine di giri e susurrandomi sul collo parole brevi di amore, di amore, e in tutta la sala ridicolmente addobbata, non vidi un solo essere che attingesse le vette del sogno ch’io facevo, e mi sentii nelle vene tumultuare un sangue giovane, ricco, e appresi in un balenoda cento occhi dimentichi, che confermavano le parole ardenti di lui, ch’io ero una donna bella, la sola bella, bella, bella; e mi dissi che un uomo s’era sentito capace di suscitare in me una fiamma che tutta mi travolgesse.... pensai che il mio destino si fissava, e assaporai la prima, l’unica ebbrezza della mia vita.Mio marito dovette improvvisamente partire per alcuni giorni. Quando lo seppi, tremai. Era un pomeriggio grigiastro, gelido; egli sedeva al caminetto, e io me gli avvicinai, mi strinsi alle sue ginocchia come nei giorni lontani del nostro oscuro idillio, obliando in quell’istante ch’egli era l’autore della mia sventura, non ascoltando che l’avvertimento del cuore per cui vedevo la sua persona travolta colla mia nell’imminente bufera. Egli mi carezzò la testa, come da un pezzo non faceva, scorse l’alterazione del mio viso, si turbò, trovò, dinanzi alle mie lagrime irrompenti, parole di tenerezza. Mi voleva bene dunque ancora? Non sapevo: sapevo di non averlo, io, mai amato, poi che la donna solo allora in me si destava, la donna bramosa di un ignoto delirio che la ponesse, conscia del proprio valore, in balìa d’un forte....Che potevo dirgli? Lo lasciai partire. L’altro mi seppe sola, audacemente e semplicemente mi pregò con un biglietto d’attenderlo per la sera dopo: avremmo parlato; io sapevo che avrei ricevuto un gentiluomo.Venne. La situazione era singolare, e noi impacciati, quasi dimentichi del reciproco esaltamento dei giorni addietro. Non so perchè, lo trovavo quasi goffo, seduto di fronte a me col tavolo rotondo frapposto, scegliendo le parole dell’esordio, collo sguardo privo del consueto lampo temerario. E mi sentivo tutt’altro che commovente, così rigida e muta, coll’orecchio teso verso la stanza ove il piccino dormiva, la fronte ombrata di diffidenza.Non ritenevo che qualche spunto di frase: «Certo.... abbiamo entrambi dei doveri, dei duplici doveri.... Ma al sentimento non si può mentire.... Il cuore ha i suoi bisogni.... Senza venir meno a quei doveri, senza far soffrire....»Che altro? Non era di facile eloquio e io non lo incoraggiavo.«Senza far soffrire nessuno.... Si può conciliare....»Doveri? S’ingarbugliava. Si risolse, troncò le dimostrazioni, mi prese le mani, ravvivò gli occhi, mi disse che mi amava, ch’io pure l’amavo, che saremmo stati felici presto; mi dava del tu; si alzò, mi trasse a sè, improvvisamente mi baciò in bocca; e allontanandolo io con un gesto, di nuovo mi dichiarò che non voleva nulla da me ch’io non sentissi spontaneamente di concedergli; che gli bastava sapere che il mio cuore era suo, sentir dalle mie labbra ogni tanto e dalla mia penna le inebbrianti parole della passione. Mi attrasse di nuovo, e appoggiata al suopetto, la sua guancia accanto alla mia, provai per un attimo l’impressione di esser travolta, naufraga, da un naufrago.
Avevo immaginato che colui si sarebbe dimesso, si sarebbe procacciato subito un altro lavoro, anche fuor del paese. Nulla invece accadde; egli non pensava affatto che fosse poco dignitoso il restar nella dipendenza d’un futuro suocero, e d’un uomo di cui egli biasimava la condotta. Per contro, era ben certo che mio padre doveva darmi un assegno quando fossi maritata.Venne dunque da noi alla sera, come un fidanzato regolare. Col babbo non vi si incontrava mai, poichè quegli usciva senza fallo appena finito di pranzare. Attorno al tavolo i ragazzi giocavano o leggevano, la mamma ed io c’indugiavamo in qualche ricamo; e il giovine si divertiva a farmi indispettire, contraddicendomi sistematicamente nella conversazione. Ogni tanto mi dava un bacio all’impensata,senza curare le proteste di mia madre e le risa dei bambini. Allora mi rabbonivo. Ci lasciavamo verso le dieci, dopo esserci abbracciati nell’anticamera buia ove io sola l’accompagnavo: a volte, le sue mani mi afferravano, un po’ febbrili, alle braccia, un istante, risuscitando ne’ miei sensi il brivido, ormai lontano, di terrore.Le prime settimane s’era fatto in paese un gran discorrere della nostra relazione; il mio brusco allontanamento dalla fabbrica era stato interpretato dai più maligni come la conseguenza di una scoperta da parte di mio padre. Non avevano, circa un anno prima, le stesse lingue sussurrato che l’affetto di mio padre per me fosse più che paterno, non s’erano compiaciute in invenzioni odiose e mostruose? I miei genitori non sapevano quel che ora si andava dicendo. Dinanzi alla sicurezza ignara de’ miei, avevo sentito in me crescere un senso di vergogna. Almeno il mio fidanzato fosse insorto contro i diffamatori! Pareva invece aver preso un contegno speciale di fronte ai suoi compagni, come se fosse tutto ad un tratto salito in dignità. Questi lo invidiavano e insieme sembravano esser contenti che uno del paese avesse umiliato l’orgogliosa famiglia forestiera. Passando dinanzi al solito circolo, m’avvedevo dei sogghigni con cui mi guardavano e la mia fierezza non osava più reagire. Egli rideva, mi dava della sciocca. Rise anche quando gli riferii una diceria sul suoconto giuntami solo allora all’orecchio: che egli avesse disonorata la ragazza la quale poi aveva tentato di uccidersi per lui. E non si curò di difendersi nè di giustificarsi.Passando i mesi, anche le chiacchiere cessarono. Io ero del resto ormai isolata dalla vita paesana: il giovine, geloso, pretendeva da me mille rinuncio assurde: non dovevo affacciarmi alla finestra, dovevo scappare in camera mia se qualche uomo capitava in casa, compreso il dottore della mamma. La mia personalità fin allora così libera, dinanzi alla memoria del fatto ch’io consideravo irreparabile, insorgeva a tratti, ma soltanto per farmi più sentire la sconfitta patita.Pure, scrivevo alle mie amiche che ero felice. Cercavo d’ingannar me stessa. E riuscivo ad eccitarmi la fantasia fino a provarne una specie di ebbrezza.Amarlo, amarlo! Sì, lo volevo tenacemente. E non mi soffermavo su alcuna delle continue impressioni spiacevoli che il mio fidanzato mi procurava. Scoprivo in lui una quantità di difetti, prima insospettati: lo sapevo incolto, ma l’avevo ritenuto più agile di mente: il suo carattere sopratutto deludeva la mia aspettativa, con qualcosa di sfuggente, di ambiguo; e la piccola ragionatrice ch’io ero pur sempre aveva talvolta dei moti di sorpresa non scevri d’indignazione.... Ma li reprimevo tosto. Io volevo credere alla mia felicità, presente e avvenire; volevo trovare bello e grande l’amore,quell’amore dei sedici anni che riassume alla fanciulla la poesia misteriosa della vita. Nessuno, vicino a me, mi guardava negli occhi, entrava nella mia anima, mi diceva le parole di verità e di forza ch’io avrei ancora saputo comprendere.Il mio volto, impallidito, incorniciato dai capelli che avevo lasciato di nuovo crescere, perdeva dì espressione e di singolarità. V’era stato davvero un tempo in cui io potevo recarmi alla spiaggia a mio piacere, e tuffarmi per ore nell’acqua, e vagar nella campagna, e abbandonarmi a sogni di lavoro e di bellezza senza fine?Adesso le giornate scorrevan quasi per intero nel silenzio della mia stanzetta. Preparavo il corredo, e talora restavo dei lunghi momenti sospesa guardando le mie mani posate sulla mussolina bianca. Il mio avvenire di sposa si delineava: il babbo, più facilmente che io non mi aspettassi, si piegava all’idea di maritarmi entro pochi altri mesi. E mi pareva d’esser preparata, anche colla visione della vita ristretta che mi attendeva; e non sentivo distintamente nessuno scrupolo per l’abbandono dei miei, di mia madre sempre più debole, sempre più paurosamente smarrita, dei miei fratelli senza guida e senza amore.E nel mio fidanzato che avveniva? Forse un certo rispetto s’insinuava nella sua coscienza per la creatura rubata? Forse nel suo amor proprio s’illudeva di poter farmi felice?Deciso a non lasciare l’impiego in fabbrica, calcolava su prossimi miglioramenti e su una futura successione a mio padre. Dibattè a lungo con lui la questione della dote; alfine si rassegnò ad accettare soltanto un assegno mensile. Voleva una promessa legale; ma mio padre, indignato, fu per troncare ogni trattativa. Il mio fidanzato non disponeva di nulla, appena di che rifornirsi la guardaroba e comperarmi l’anello matrimoniale. Il babbo diede il denaro per il mobilio. I miei futuri parenti non intervenivano che per meravigliarsi della poca larghezza nostra.La situazione diventava in silenzio sempre più penosa per tutti: a che prolungarla? La data dello sposalizio si fissò per la fine di gennaio.Poco meno d’un anno era trascorso dalla tragedia silenziosa, della quale mai una parola mi era uscita di bocca neppure col colpevole. I preparativi precipitarono, senza gioia. La vigilia delle nozze il babbo, in uno di quei momenti di parossismo ch’egli aveva ora frequentissimi, mi bistrattò acerbamente, per un pretesto....Alla sera, la mamma venne accanto al mio letto. Tentò parole di preparazione per quello che m’attendeva l’indomani; l’interruppi tosto abbracciandola, carezzandole le tempia grigie, mentre dei singhiozzi soffocati mi scuotevano tutta. E ventiquattr’ore dopo, con mio marito, guardando dal treno la campagnabiancheggiante di neve sotto le stelle, io pensavo alle due sofferenze diverse che in quel giorno, con sforzo enorme, si erano celate sotto il sorriso dinanzi a quanti erano accorsi a bene augurarci.... Piangevano, in quell’ora, i miei genitori, nelle loro stanze solitarie?c05V.Le finestre della saletta da pranzo del nostro appartamentino davano su uno stradone, di là dal quale si stendevano alcuni orti; al fondo si scorgeva un profilo di colline e una striscia di mare. Le altre stanze guardavano su un giardino piccolo e deserto, corso da malinconiche spalliere di bosso, e su la linea ferrata. Ogni tanto, di giorno e di notte, la casa tremava leggermente per il giungere e il partire dei treni, e nelle stanze si prolungava l’eco dei fischi. Al piano di sotto v’erano inquilini pressochè invisibili. Quando mio marito e la servente se ne andavano, io senza accorgermi evitavo di far rumore movendomi.Le mie vestaglie di flanella mi assicuravano, ad ogni istante, ch’io ero propriouna donna maritata, un personaggio serio, cui l’esistenza era definitivamente fissata. Quando uscii la prima volta sola a fianco del mio antico compagnodi ufficio, per lo stradone maggiore del paese, con in capo un cappello piumato che mi pesava orribilmente, e la persona impacciata entro un vestito all’ultima moda, mi parve che un abisso di tempo e di cose mi separasse dalla creatura che ero solo un anno innanzi.Confusamente sentii la necessità di prendere come la cittadinanza del luogo, di immedesimarmi cogli usi e coi sentimenti delle persone che costituivano la mia nuova famiglia, l’ambiente in cui mio marito era cresciuto e nel quale anche i miei figli si sarebbero educati. Ogni qualvolta andavo a visitare mia madre, mi si affacciava più nitida la differenza fra il mondo da cui ero uscita e quello ove penetravo ora. E quasi un inconfessato rancore me ne veniva per il mio passato: qualcosa d’istintivo, d’irriflessivo e d’ingiusto, contro la mamma, come contro le sorelline, contro mio padre e contro le mie «utopie».La mamma sola se ne accorse, colla sua sensibilità d’inferma: due o tre volte, in quei primi tempi della mia vita coniugale, ella espresse senza parlare, nel bianco volto sempre più devastato dalla sofferenza, la sorpresa dolorosa che le procurava il mio silenzio. Io recavo dal viaggio di nozze un’impressione confusa, o piuttosto già sbiadita: nessuna forte compiacenza spirituale, nessuna vibrante rivelazione dei sensi. Oh l’attesa delle fanciulle!Io non avevo avuto tempo di foggiarmi nel desiderio tutto un mondo di ebbrezze; ma la delusione era stata ugualmente amara. Mi rimaneva in mente soltanto un diverbio scoppiato senza motivo serio il terzo giorno, per cui eravamo rimasti tutto un pomeriggio all’albergo in un mutismo stizzoso. E perchè presentando mio marito alle amiche di Milano ed ai parenti m’ero accorta che temevo di leggere nei loro occhi dello stupore e forse della disapprovazione?Non volevo rispondere, non volevo neppure ascoltare in me stessa queste interrogazioni. Per ciò mi dava disagio la sollecitudine ansiosa di mia madre: capivo bene ch’ella si aspettava che io le tornassi trasformata, più sorella che figlia ormai, coll’anima gonfia di emozioni che dovevano costituire uno dei pochi bagliori luminosi del suo passato. Ella mi costringeva ad ammettere, anche di fronte a me stessa, che ilmisteronon c’era più per me, che non era neanche esistito, che tutto m’era stato rivelato un anno avanti, in quel fosco mattino che credevo quasi obliato....Verso mia suocera non avevo invece alcun debito di confidenze. Soltanto volevo conquistare lei e i suoi, e non lo credevo difficile. Già mi pareva che essi mi ritenessero differente, d’un metallo più fine, prezioso, e la cosa li rendesse intimamente orgogliosi. Ai due vecchi sembravo una bimba. Mia cognata doveva invece aver l’intuizione d’una forzacelata sotto la mia fragilità, ma una forza probabilmente incapace di divenire ostile. Per tutta la famiglia, del resto, mio marito era senza discussione lo sposo ideale, ben degno di avermi ottenuta.Trovavo mia suocera, la sera, accoccolata dinanzi al grande camino, la cui fiamma talora illuminava da sola la buia cucina a pianterreno, coll’uscio quasi sempre aperto sull’orto. Coi pomelli arrossati, ella appariva più giovine nei tratti regolari e salienti del volto, e quasi bella; e mi sorrideva un po’ confusa dandomi delvoi. Anche mio suocero non riusciva a dirmitu. Alto, gigantesco anzi, era un po’ curvo e lento nei movimenti. Al mattino era lui che faceva le provviste. «È contenta la signora baronessa?» chiedeva alla figliuola. Questa, una zitellona sui trent’anni, trovava sempre a lagnarsi; aveva un temperamento imperioso ed egoista, freddo e lunatico insieme, e dinanzi a lei la madre tremava.In verità, ella aveva, in paese, una nomèa di virago ch’io ignoravo, come ignoravo che la famiglia intera non riscuoteva alcuna simpatia. Mio suocero, molto tempo addietro, aveva subìto un processo e una condanna, cosa non rara nel paese. Il figlio mi aveva raccontato una complicata storia di offese e di vendette per dimostrarmi l’innocenza paterna, e la sua commozione m’aveva persuasa. Ora, nella cucina piena d’ombre e di riflessi mi pareva in certi momenti di notarenel vecchio dei gesti impacciati, quasi le pareti si restringessero attorno a lui sino a diventare una cella, il carcere ove egli era stato per due anni.... Così mite e guardingo, con rarissimi istanti di una giovialità che una volta doveva essere stata la sua natura, mi suscitava sempre una pietà mista a timore.I rapporti fra i membri della famiglia mi riuscivano strani: a casa mia tutto era più regolare, più disciplinato, più chiaro. Ma ciò che mi faceva invece sentire una specie di fascino in quell’ambiente grossolano era il senso della tradizione, era l’ossequio al costume, era la volontà tenace che animava quella gente, in certe ore, ad esaltare il vincolo del loro sangue e del loro nome e della loro terra. In mille minute cose, dal modo di preparare una vivanda in una data solennità, sino alla difesa accanita che mia cognata dinanzi ad estranei faceva del fratello, che poco prima aveva a tu per tu malmenato, trovavo un’espressione di vita affatto contraria a quella che aveva foggiato il mio carattere e il mio gusto; contraria, spesso errata—aggiungeva quasi per forza il mio raziocinio—ma non priva di suggestione.Intanto una specie di torpore m’invadeva. Era come un bisogno d’inazione, di completo abbandono alle cose circostanti. Così la mia persona piegava al volere del marito. Progressivamente, delle ripugnanze sorgevano nel mio organismo, ch’io attribuivo ad esaurimento,a stanchezza. Non cercavo di vincer la frigidezza per cui egli si stupiva e, talora, si doleva: mi sarebbe parso inconcepibile un contegno più espansivo. Unica compiacenza sentirmi desiderata: ma anch’essa spariva dinanzi a rapide visioni disgustose o sotto l’urto di parole volgari o insensate. Chiudevo gli occhi, m’impedivo di pensare e restavo come in letargo.Poi, mi addormentavo. Quanti anni avevo? Non ancora diciassette.... Il sonno era lungo, tranquillo, di fanciulla.Alle undici del mattino la donna che veniva per la pulizia della casa se n’andava. Preparavo da sola il pranzo e la cena, senza svogliatezza, ma anche senza piacere. E si seguivano le giornate, senza saper come. Tenevo alcuni libri di contabilità per la fabbrica, un lavoro che potevo compiere in casa e che il babbo m’aveva concesso perchè m’illudessi di mantenermi in una certa indipendenza; ma non mi occupava che per due, tre ore. Abbonata a qualche giornaletto, leggevo un poco; scrivevo alle amiche ed alle maestre. Il primo mese ebbi la visita di alcune maggiorenti del paese e la ricambiai, infastidita e insieme divertita dalla mia nuova parte di signora.Più soddisfatta ero quando, alla sera, veniva a trovarci qualche amico di mio marito: dopo aver vantato i pregi della nostra macchinetta pel caffè, questi passava a far gustareall’ospite certo vino in fiaschi. Fumavano, bevevano, talvolta uscivano in qualche triviale espressione paesana, dimenticandomi; quando il discorso cadeva sulla politica, partecipavo alla discussione, sentendo cadere un poco la mia timidezza; i contradditori, su per giù, erano tutti all’altezza intellettuale di mio marito e facili a capitolare davanti alla mia logica.Qualche altra volta si andava in casa d’un suo parente, capo della fazione democratica, ove convenivano vari borghesi, alcuni con le mogli. Le chiacchiere meschine e pettegole delle donne si alternavano colle discussioni rumorose degli uomini. Mi sentivo guardata dai più con una specie di diffidenza mal celata, nel ricordo delle eccentricità di quand’ero ragazzina. Una sola persona, un giovine dottore toscano, di recente nominato, che viveva a pensione nella casa stessa di quel nostro parente, avevo sentito dai primi incontri affine a me per lo spirito meditativo, per la correttezza del linguaggio e, parevami, del pensiero. Colto e di vivace intelligenza, doveva considerarmi con una punta di curiosità notando la contraddizione fra la mia vita esteriore e l’anima che sorprendeva forse talora in una fugace ombra su la mia fronte infantile.Avrei voluto interessarmi alle vicende paesane: ma ero priva ormai di ogni contatto con gli operai, i pescatori, i contadini, e in quanto all’elemento borghese, esso mi apparivapiù volgare ancora di quel che avevo supposto: senza dirmelo, temevo che questa volgarità finisse per penetrarmi. Già l’inerzia che possedeva tutte le donne del paese cominciava a parermi, in certo senso, invidiabile. La cura pigra ed empirica dei figliuoli, la cucina e la chiesa eran tutta la loro vita. Gli uomini, malgrado l’affettazione di miscredenza, esigevano da esse le pratiche religiose. Lo stesso desiderio inconfessato era forse in mio marito. Quello ch’egli non desiderava, invece, erano i bimbi, e me lo ripeteva spesso. Per egoismo? E io non sentivo ancora sorgere dal fondo del mio essere la brama d’una esistenza nuova che mi appartenesse, mi fosse cara, m’illuminasse la vita.«Gli amici mi vantano il tuo ingegno, mi dicono che ho una sposina invidiabile....» mi riferiva mio marito. Non ne ero convinta. Avevo bensì l’impressione d’essere giudicata graziosa, e forse bella; ma davanti allo specchio non mi riconoscevo tale affatto, mi trovavo un’aria assonnata, di bimba vecchia. E anche di questo non mi curavo troppo.Una sola vampata dell’antica fierezza m’assalì una sera, nei primi tempi, mentre stavo ponendo assetto in un piccolo cofano ove mio marito aveva riposto le sue carte, la nostra corrispondenza, qualche ricordo. Che stupore, quando vidi conservate, accanto alle mie, le lettere che sei, otto anni avanti gli aveva scritto la sua prima innamorata, la ragazza, rimastazitella, di cui incontravo talora per via lo sguardo scintillante d’odio! Non ne lessi che una, senza ortografia, piena di frasi da segretario galante. Egli, accanto alla stufa, sorrideva con una certa fatuità. Continuando a rovistare, altri biglietti più brevi di donna saltarono fuori. «Sono.... di quand’ero al reggimento, sai, una figlia di oste....» Ma non gli davo già più retta; leggevo un telegramma, firmato con un diminutivo femminile; e guardavo la data; l’estate scorsa, durante il nostro fidanzamento....Lacerai quelle carte in mille pezzi: egli non osò protestare.Perchè non gli credevo, mentre mi andava tessendo tutta una storia? E perchè soffrivo, soffrivo a quel modo? Amavo dunque tanto quell’uomo? O, veramente, qualcosa crollava, si sfasciava tutto un edifizio, che la mia buona volontà s’era venuto costruendo?L’impressione parve dissiparsi in una crisi di lagrime. M’imposi di dimenticare, di non tormentarmi. Checchè fosse stato, ora egli era il mio sposo, il mio compagno, colui sul quale doveva agire lentamente ma sicuramente la mia influenza onesta.Non vedevo più mio padre, ma me ne parlava mio marito, che lo trovava sempre troppo esigente ed aspro, e le mie sorelle, e, qualche volta, la mamma. Egli viveva quasi sempre fuori di casa: della vita dei figliuoli non s’informava più. La casa era invasa di terrorequando egli entrava; poi, allorchè richiudeva la porta dietro le sue spalle, i ragazzi avevano lo spettacolo di mia madre che s’abbatteva in crisi di pianto e di protesta, obliando la loro presenza. Perfino l’ultima sorellina non riusciva a calmarla, a richiamarla in sè che a fatica, col povero sorriso dolente della boccuccia infantile. L’altra sorella, ormai tredicenne, savia, tranquilla, assumeva quasi senza accorgersene la direzione della casa. Mio fratello usciva con me in frasi violente verso il padre, che non lo mandava a proseguire gli studî in città e l’obbligava ad un lavoro troppo greve in fabbrica. E pareva che tutti fossero nell’attesa d’uno scioglimento funesto.Io non mi sentivo l’energia di giudicar mio padre. Talvolta avevo, rapidissima, l’impressione d’aver contribuito per la mia triste fatalità a quel naufragio della sua coscienza. Non lo avevo abbandonato, senza tentare un gesto per ritenerlo nella sua casa, presso i fanciulli che erano stati un giorno il suo orgoglio? Forse che a quindici anni avevo il diritto di staccarmi indignata da lui, al quale riconoscevo di dover tutto quanto in me era di buono?E una parte di questi rimproveri facevo ricadere sulla mamma. La sua debolezza, la sua rinuncia alla lotta mi esacerbavano tanto più in quanto ero costretta a riconoscermi ora dei punti di contatto con lei nella mia rassegnazione al destino.Ma la sventurata soffriva atrocemente, e non solo nell’anima. Una terribile crisi fisiologica la sconvolgeva: coglievo degli accenni tra i suoi discorsi slegati, che mi facevano sussultare nelle intime fibre, nella mia sostanza femminile ornai consapevole. E mi pareva che questo stranamente, ora più che mai, m’impedisse d’essere, per la donna ch’era mia madre, una consolatrice. Ah, ch’io non era davvero la sposa innamorata che ella supponeva, la creatura gioiosa, capace di tutta la pietà per lei che tendeva le mani dietro i beni perduti!Mio padre.... che cosa provava? Che cosa gli diceva il medico che somministrava alla malata pozioni deprimenti e s’affannava a dimostrarle la necessità di mutar vita, di partire, di fidare nelle risorse del proprio organismo, nel tempo, nei figli? Anch’egli scongiurava mio padre, come l’infelice stessa, a mentire e aver pietà? Poichè, io lo comprendevo, a questo si era: ella avrebbe accettato l’elemosina del suo affetto anche parteggiato con la rivale.Sentivo che il babbo non sarebbe tornato indietro. Egli era, a quarantadue anni, al sommo della fortuna materiale, in guerra contro cose ed uomini, animato come non mai dall’aspra volontà di non riconoscersi dei torti. Non risaliva certo al passato, non si diceva, certo, che un tempo egli avrebbe potuto evitare la sciagura.... Soffriva? Aveva qualchelampo di sgomento? Non una parola, non un gesto di lui che m’illuminasse.Capivo soltanto che l’ostilità omai aperta di tutto il paese, la rivolta del sentimento pubblico ispirata dall’arciprete, daiciviliinvidiosi, da operai scacciati, esasperavano il suo amor proprio, e che anche il suo atteggiamento di provocazione gli faceva perdere sempre più il senso della realtà.E le settimane intanto fuggivano rapide. Era giunta l’estate senza che quasi me ne accorgessi, torpida qual’ero di membra oltre che d’animo.Una notte fu bussato alla porta. Era mia madre, sorretta da mio suocero, disordinata nelle vesti, con lo sguardo immobile ed emettendo suoni inarticolati. Uscita di casa sua senza che la domestica se ne avvedesse, aveva errato per le vie, forse a lungo, finalmente s’era imbattuta nel vecchio che l’aveva condotta da me. Forse aveva ceduto all’ossessione di andare in cerca di mio padre.Rimasi come fulminata. Poi immaginai la casa aperta coi piccini addormentati, ignari. Dinanzi a quella miseria umana che mi ricercava nel mezzo della notte, ebbi una rivolta selvaggia di tutto l’essere.... Tremavo, in preda anch’io alla febbre.... E lanciai alla sventurata parole acerbe, folli quasi come le sue.... Oh, mia madre!... E per l’amore di un uomo che non la meritava più!...Mi rivedo, semivestita, in piedi accanto almio letto, mentre ella appoggiata al muro mi guardava e piangeva sommessa. Il medico, sopraggiunto, le aveva fatto prendere un forte calmante. Ad un certo punto chiese di esser ricondotta presso i suoi bambini. Mi ricoricai. Al buio, nel silenzio, la scena atroce mi si prolungava all’infinito dinanzi alla mente; e sentivo la febbre aumentare, e con la febbre un tumultuoso odio per la vita, un disgusto, una stanchezza senza fine....Tornò il medico. Un germe di vita nuova, non per anco avvertita nel mio grembo, m’aveva abbandonata.c06VI.Per molti giorni giacqui inerte, ripetendo piano a me stessa la parola:mamma; chiedendomi se avrei amato un essere del mio sangue e sentendo di non poter piangere con passione quel figlio che non avevo potuto formare.E frattanto un rimorso mi pungeva, qualcosa che mi prostrava, che mi toglieva, ancora una volta, l’amore di me stessa e il gusto della vita. Pensavo a mia madre, al torrente di parole spietate che era uscito dalla mia bocca in quella notte atroce, al passato.... Che cos’era stata ella per me? L’avevo io amata?Non osavo rispondere, mentre io stessa mi consideravo sotto un nuovo aspetto, nella desolazione d’un sogno materno balenatomi d’un tratto e immediatamente svanito. Sentivo di non aver mai contribuito a far felice mia madre, fuorchè forse al mio primo apparire tra i due sposi innamorati. Ella, è vero, non entrava come elemento essenziale in nessuno de’ miei ricordi luminosi; ma bastava questo a spiegare la indifferenza ch’io avevo avuto nel tempo per la misera anima sofferente?Tutto il passato, lucidamente, era adesso davanti al mio spirito.Per diciotto anni l’infelice aveva vissuto nella casa coniugale. Come moglie, le poche gioie le si erano mutate in infinite pene: come madre non aveva mai goduto della riconoscenza delle sue creature.Il suo cuore non aveva mai trovato la via dell’effusione. Era passata nella vita incompresa da tutti: fanciulla, la sua famiglia la considerava romantica, esaltata e nello stesso tempo inetta, benchè fosse la più intelligente e la più seria della numerosa figliuolanza. Aveva rotto senza rimpianto quasi ogni rapporto con i parenti, antipatici allo sposo. Credente, forse con un misticismo scoraggiante, e senza gusto per le pratiche del culto, la religione non l’aveva sollevata da un solo dolore. Di fantasia viva e calda e di gusto fine, non però s’era mai applicata a nessuna arte, e nessuna manifestazione del genio, le avevasuscitato uno speciale fascino traendola fuor di se stessa per qualche istante. Non una amica, non un consigliere, mai, sulla sua strada. E una salute incerta, un organismo travagliato da lenti mali....Povera, povera anima! Non le erano valse la bellezza, la bontà, l’intelligenza. La vita le aveva chiesto della forza: non l’aveva.Amare e sacrificarsi e soccombere! Questo il destino suo e forse di tutte le donne?Un mese circa era passato dalla mia malattia. Una volta sola avevo rivista l’inferma, un giorno in cui ella era calma e nel quale, fra le altre frasi quasi assennate, m’avea detto, facendomi fremere: «Ah, se tu avessi avuto un bimbo! Perchè non hai avuto un bimbo?» Ella avea vagheggiato un nipote, una rinnovata maternità!Poi il medico m’aveva proibito altre visite. Veniva ogni pomeriggio, un momento, mio fratello, o la sorella piccola, con l’affanno nella gola e gli occhi dilatati. La mamma non ascoltava più neppure le loro voci, alternava stravaganze a minacce d’ogni genere: l’infermiera non era più sufficiente alla sua sorveglianza. La bimba mi scoppiava a piangere fra le braccia; il ragazzo si torturava per non esser più grande, capace di portar lontano la sventurata da colui che non ne aveva alcuna pietà.Il babbo appariva cupo, impenetrabile, non parlava. E noi tutti continuavamo ad avereper lui un senso di terrore, che ci paralizzava e ci avviliva....I medici, infine, dichiararono necessaria una cura regolare, in una casa di salute. Non si poteva lasciar oltre la malata accanto ai ragazzi spauriti.La partenza di lei per la vicina città fu infatti per i piccoli infelici, dopo tanti mesi di angoscia, una liberazione. L’immagine dolce e dolente che avean vista china sui loro letticciuoli negli anni dell’infanzia, erasi trasformata in una figura spettrale, da cui non si sentivan più amati e che temevano di non riuscir più ad amare. Oh, tornasse presto, a cancellare anche l’ombra del sinistro sogno!Ed io, avrei mai potuto chiederle perdono, dirle la mia pena senza nome per il ricordo di essere stata così disumana, farle sentire come la comprendessi finalmente?No, mai più la mia voce le sarebbe scesa al cuore: io non avrei più potuto parlare alla mia mamma, lo sentivo, lo sentivo; tutto era finito! Di lei, di quel ch’ella era stata, non sarebbe rimasto a noi che la memoria, come un oscuro ammonimento....Il giro dei giorni e delle settimane ricominciò.Lentamente mi sollevai dalla prostrazione fisica: l’energia spirituale pareva estinta. Non avevo nessun lamento. Immaginavo, per lasequela di casi tragici che s’era abbattuta su la mia vita breve, di possedere ormai la visione intera del mondo: un carcere strano.... Tutto era vano, la gioia e il dolore, lo sforzo e la ribellione: unica nobiltà la rassegnazione.Non tentavo neppure di dedicarmi alle mie sorelle per attenuare la loro sventura e dare uno scopo immediato alla mia esistenza. Una giovine istitutrice, giunta poco dopo la partenza di nostra madre, cercava di accaparrarsi tutto il loro affetto. Elegante e civettuola, la vedevo malvolentieri occupare il delicato ufficio e pensavo che avrei dovuto lottare perchè ella non prendesse troppo ascendente sulle due fanciulle. Ma invece lasciavo che queste si allontanassero con insensibile progressione da me. Il babbo mi ricercava ancor meno. Della assente nessuno pronunciava mai il nome con lui.Incapace d’ogni indagine, mio marito era soddisfatto della mia tranquillità esteriore, della trasformazione evidente del mio carattere, sempre più remissivo. Egli rivestiva l’indefinibile suo egoismo con una superficie di tenera sollecitudine. Era una sollecitudine di sole parole, ma serviva ad impedire lo scoppio di malumori, le spiegazioni franche. Pareva che entrambi temessimo di approfondire la realtà e che un patto muto mantenesse i rapporti cordiali e indulgenti. Ma non era propriamente così. Egli credeva nella persistenza del mio amore e dal suo canto penso m’amasseun po’ come una cosa sua, una proprietà, o se l’imponesse secondo un’idea convenzionale del dovere. Io lusingavo il suo amor proprio colla mia bellezza che rifioriva, colla mia intelligenza, colla calma e coll’ubbidienza ai suoi capricci gelosi di cui non mi offendevo, sorridendone. Se una causa di malcontento gli davo, risiedeva nella insofferenza sempre più acuta dei miei sensi ad ogni tentativo di perversione. Ignorante più ancor che brutale, egli non si spiegava il fatto e si tormentava, mentre io non badavo che a difendermi.E i giorni, le settimane scorrevano. Quel tempo, nonostante i ricordi emergenti qua e là, resta il più confuso della mia vita, il più indecifrabile: ho solo precisa la sensazione che qualcosa, non so che cosa, mi difendesse dalle amarezze e dagli scoramenti irrimediabili, m’imponesse di continuare a vivere così, automaticamente, con una oscura alterezza per la mia silenziosa acquiescenza al destino.... La memoria de’ miei anni infantili era un’oasi cui talora ricorrevo. Ma dopo quella, sorgeva immancabilmente l’immagine della donna dolorosa nel tragico asilo, quale l’avevo vista la prima volta, poche settimane dopo la sua partenza: e provavo un brivido subitaneo, quasi la sensazione di chi, smarrito su un ghiacciaio, sente le oscillazioni d’una corda che lo lega ad un compagno precipitato nell’abisso. Oh la voce di mia madre, già diversa,che diceva cose incoerenti! E l’immenso casamento dal quale si elevava un brusìo confuso di risa e di singhiozzi, come l’eco d’una folla in tempesta che un muro dividesse dal resto del mondo; i vasti corridoi deserti, lungo i quali strisciavano le infermiere con mazzi di chiavi alla cintola, mentre agli usci s’affacciavano talora figure fuggevoli dai grandi occhi sbarrati e dalle bocche sorridenti, fantasmi d’una vita occulta; e infine la stanza bianca colle sue inferriate, alle quali mia madre si afferrava chiamando a nome la città che si stendeva lontana e bellissima nel sole, come un bimbo chiama a sè il lago e il bosco! Ero uscita dal recinto di dolore con un tremito interno, senza poter piangere nè parlare, sentendo una sofferenza fisica che mi prostrava e rivoltava insieme, qualcosa di oscuro e d’inesprimibile, come un desiderio sconfinato di evasione: evadere dalla vita, smarrire la strada che conduce al porto della pazzia....Un anno, così, avvolto di nebbia tetra. Poi.... Poi il palpito in me d’una nuova vita, e l’attesa ineffabile....Dapprima era stato un senso di timore, quasi di terrore: il dubbio inespresso ma tormentoso sull’intima eredità che mio figlio avrebbe avuto da me e dal mio compagno... E altre preoccupazioni meno profonde ma pur gravi, sull’avvenire materiale che ci sipreparava, sulle mie attitudini alla maternità....Questa prima impressione sparì presto. Osai guardare il futuro, accettarlo con un coraggio tanto più forte in quanto persisteva in me una malinconia profonda, quale non provai forse mai più in nessun altro periodo della vita. Lentamente ascoltai in me destarsi gli istinti di madre; sentii che mi sarei votata a quel piccolo essere che si formava nel mistero, sentii che l’avrei amato con tutto l’amore che non avevo dato ancora a creatura. E una gioia silenziosa ed austera mi fiorì nell’anima, irrorata dalle prime lagrime dolci della mia vita. Avevo, alfine, uno scopo nell’esistenza, un dovere evidente. Non solo mio figlio doveva nascere e vivere, ma doveva essere il più sano, il più bello, il più buono, il più grande, il più felice. Io gli avrei dato tutto il mio sangue, tutta la mia giovinezza, tutti i miei sogni: per lui avrei studiato, sarei diventata io stessa la migliore.Mio marito, dopo un malumore che gli sparì in breve, seguiva il mio stato con tenerezza. Lo trovavo buono, avvertivo in lui già forte l’amore di padre, un amore tutto d’istinto, senza preoccupazione veruna della responsabilità che s’iniziava per entrambi.Sua madre, per cui le nostre nozze semplicemente civili erano state come un incubo, mi aveva per prima cosa scongiurato di fare «un cristiano» del bimbo, ed io glie l’avevopromesso, ricordandomi che a mia madre era stata fatta dal babbo la stessa concessione. Ma le avevo anche dichiarato che non avrei potuto tollerare ingerenze sue o di sua figlia nell’allevamento del bimbo, cui non volevo infliggere certi usi barbari ancor vigenti nel luogo, nè procurare fin dalla culla amuleti e fasce e pericolosi impacci protettivi. Al che mi rispondeva con una baldanza che contrastava colla consueta sua timidezza: «Dieci figliuoli ho avuto ed allattato io!»De’ suoi dieci figli, sei erano morti nell’infanzia, e i sopravvissuti potevano dirsi fortunati. Ella mi sosteneva che i bimbi devono attraversare cinque o sei malattie, nelle quali Dio spesso se li prende per formarne degli angeli.Povera vecchia! Mi aiutava a tagliare e imbastire camiciuole e corpettini, e godeva in quel lavoro, nella pace della nostra saletta, un benessere dolce che l’inteneriva e di cui si reputava forse indegna come tutti coloro che avendo sofferto lungo l’intera vita si son convinti di non essere stati creati per la felicità. E la sventura stava per colpirla ancora una volta.Contemporaneamente si posero a letto mio suocero e mio marito, l’uno per un reumatismo a lungo trascurato, l’altro per una forte angina. Benchè il caso del vecchio non apparisse di eccezionale importanza, la moglie e la figlia furono trattenute al suo capezzaleed io mi trovai sola ad assistere mio marito, il cui male progrediva rapidamente. Una notte mi parve che il respiro gli mancasse; il medico accorso fece un atto disperato: il male aveva assunto tutti i caratteri della difterite: non seppe nascondermelo, malgrado il mio stato; ma io mi sentivo animata dalla volontà di non pregiudicare in alcun modo la vita della creatura che palpitava nel mio grembo. Restai calma, col cuore fiducioso, lasciando il malato nell’ignoranza della vera sua condizione, assistendolo senza riposo, come certa che il dovere così adempiuto non avrebbe potuto essere fatale.La malattia si risolse in pochi giorni, dopo i quali soltanto il convalescente apprese il pericolo dal quale era scampato. Non ebbe tempo di allietarsene. Suo padre s’era aggravato: in capo a due settimane spirò.Era la prima volta che la morte passava, portandosi via un’esistenza a me prossima, ma l’anima mia non fu colpita: forse ero all’estremo delle mie forze, tutte le facoltà dominanti tese verso l’evento che avrebbe fissato la mia vita.Appresi la rettorica del lutto. Mio marito e mia cognata, che non avevano mai dopo l’infanzia sorriso al loro padre, che non l’avevano considerato se non come il detentore d’un denaro comune, proclamarono un dolore atroce, credettero forse per qualche tempo di soffrire indicibilmente.Ripensai in quella circostanza ad alcune considerazioni che avevo ascoltate più volte da mio padre. Nel paese regnava una grande ipocrisia. In realtà i genitori, sia fra i borghesi, sia fra gli operai, venivano sfruttati e maltrattati dai figli, tranquillamente; molte madri sopratutto subivano sevizie in silenzio. Non una moglie era sincera col marito nel rendiconto delle spese, non un uomo portava intero a casa il suo guadagno. Poche coppie mantenevano la fedeltà reciproca, e di parecchi signori s’indicava l’amante in qualche donna che viveva sola, o con un marito, su cespiti inconfessabili. Poco tempo prima, un feroce parricidio aveva funestato una casa: il figlio aveva colto suo padre con la propria moglie. Molte ragazze si vendevano, senza la costrizione della fame, per la smania di qualche ornamento; a quattordici anni nessuna rimaneva ancora del tutto ignara. Ma restavano in casa, ostentando il candore, sfidando il paese a portar prove contro la loro onestà. L’ipocrisia era stimata una virtù. Guai a parlare contro la santità del matrimonio e il principio della autorità paterna! Guai se alcuno si attentava pubblicamente a mostrarsi qual era!Per questo mio padre era stato condannato selvaggiamente, e odiato da quel pugno di persone così inferiori a lui. Per questo egli aveva avuto una ribellione che l’aveva spinto sempre più oltre.E mio figlio nasceva in quell’ambiente!Lo attesi in un raccoglimento severo, allontanando con energia ogni assalto di pessimismo, moltiplicando i preparativi minuziosi, consapevole e commossa della dignità che rivestivo in quell’ora suprema. Avevo accanto l’immagine di mia madre costantemente; di mia madre giovine negli anni lontani ed ignoti della mia prima infanzia: sentivo nell’anima il calore di quell’affetto che doveva essersi riversato su me con la stessa forza con cui il mio cuore circondava amorosamente l’atteso....c07VII.Quando, alla luce incerta di un’alba piovosa d’aprile posi per la prima volta le labbra sulla testina di mio figlio, mi parve che la vita per la prima volta assumesse a’ miei occhi un aspetto celestiale, che la bontà entrasse in me, che io divenissi un atomo dell’Infinito, un atomo felice, incapace di pensare e di parlare, sciolto dal passato e dall’avvenire, abbandonato nel Mistero radioso, Due lagrime mi si fermarono nelle pupille. Io stringevo fra le braccia la mia creatura, viva, viva, viva! Era il mio sangue in essa, e il mio spirito: ella era tutta me stessa, di già, e pur mi esigeva tutta, ancora e per sempre: le donavo una seconda volta la vita collapromessa, coll’offerta della mia, in quel lungo bacio lieve, come un suggello ideale.Vidi mio marito lagrimante di gioia, gli sorrisi, m’assopii.... Più tardi, riposata, composta in lini freschi, ricordo d’aver sorriso alle mie sorelle accorse, ricordo d’aver gettato uno sguardo sullo specchio che l’una di esse mi porgeva, e d’avere scorto il roseo delle mie guancie, lo splendore degli occhi, il candore della fronte; un’immagine bella di maternità. A mio padre pure sopraggiunto, il medico narrava le fasi del parto: le prime doglie alle due di notte, il rapido progresso della crisi, una mezz’ora di sofferenza, l’ultimo spasimo, e infine il sollievo, il primo vagito del bambino eccezionalmente robusto, perfetto di forme. Le frasi mi giungevano come il racconto di un fatto lontano di cui i miei sensi non serbassero che un fievole ricordo. Sì, il mio corpo era stato avvolto da spire di fuoco, la mia fronte s’era coperta di un sudore gelato, io era divenuta—per un attimo? per un’eternità?—un povero essere implorante pietà, dimentico di tutto, le mani convulsamente aggrappate ad immaginarî sostegni nel vuoto, la voce cambiata in rantolo; sì, io avevo creduto d’entrare nella morte nel punto in cui mio figlio entrava nel mondo, avevo gettato un urlo di rivolta in nome della mia carne lacerata, delle mie viscere divorate, della mia coscienza naufragante.... Quando tutto questo? Prima, prima! Prima di sentirmi mamma,prima di veder gli occhi del mio piccino; ed era come se nulla fosse avvenuto, poichè io avevo ora lì nel mio letto il tepido corpicciuolo avvolto nelle fasce, poichè mi sentivo un benessere delizioso per tutte le membra, poichè il domani avrei dato il seno a quella boccuccia da cui usciva un suono che mi faceva ridere e piangere....Avrei potuto allattare la mia creatura? Durante l’intero periodo della gravidanza era stata questa la mia preoccupazione più insistente; anche la sera innanzi m’ero detta che avrei voluto soffrire ancora altri giorni, ma esser certa di poter io allevare il bimbo. Così, quando scorsi la piccola bocca succhiare avidamente, e ascoltai la gola ingoiare il liquido che sgorgava dal mio petto, e poi vidi il viso soddisfatto addormentarmisi sul seno, ebbi una nuova crisi di commozione ineffabile. Per una settimana vissi come in un sogno gaudioso, in una pienezza d’energia spirituale che m’impediva di sentirmi estenuata, che mi dava l’illusione d’avviarmi ai dominio della vita. Nelle ore in cui il piccino dormiva nella sua culla bianca accanto a me, e il silenzio e la penombra regnavano nella camera, io abbandonavo la briglia alla fantasia, ed era nella mia mente un avvicendarsi di due distinti progetti: l’uno che riguardava mio figlio, che riassumeva la visione di tutti i mesi precedenti la nascita, che mi delineava la grave dolcezza del mio còmpito di nutrice,di maestra, di compagna; l’altro, che costituiva il primo invincibile impulso verso l’estrinsecazione artistica di quanto mi commuoveva ora, mi riempiva di sensazioni distinte, rapide, nuove ed ineffabili. Si svolgeva nel mio cervello il piano d’un libro; pensavo di scriverlo appena rinvigorita, nelle lunghe ore di riposo presso la culla. E talora, in dormiveglia, sorridevo ad immagini di gloria.La settima od ottava notte dopo la nascita, mentre rivolgevo al poppante sommesse parole di tenerezza, vidi il volto puerile atteggiarsi ad un sorriso; un sorriso lungo, pieno, splendente, miracoloso: mi produsse una sensazione così intensa, che credetti svenire.Non posi fede al dottore, il mattino seguente, mentre mi diceva che quel sorriso non poteva essere se non una contrazione muscolare, assolutamente inconscia, prodotta soltanto dal benessere fisiologico di cui il bimbo godeva in quel momento di sazietà e di riposo. Era così soave pensare che fra me e la mia creatura esistesse di già una corrente di simpatia, e che, nel mistero della notte, col mio solo viso amoroso negli occhi, il bimbo affermasse di già la sua vita di piccolo uomo!Il dottore mi guardava affettuosamente; mi raccomandò di non esaltarmi, sopratutto di non inquietarmi, come principiavo a fare, sembrandomi che il piccolo dimagrisse; mi assicurò ancor una volta che il mio latteera sufficiente e che non dovevo temer di nulla.Passai la giornata scaldandomi il cuore all’evocazione di quel sorriso notturno, che m’era apparso come un preludio dei gaudî che mio figlio mi avrebbe dati nel tempo.La sera vennero le mie sorelle coll’istitutrice a trovarmi. Conversavo con esse lietamente, quasi effondendo il mio intimo contento, quando sopraggiunse mia cognata. Senza mostrar d’avvedersi delle astanti, e dopo aver baciato il nipote, ella restò in piedi, con volto arcigno, muta. Le altre, dopo essersi scambiato uno sguardo, proseguirono tranquillamente la conversazione e andandosene, dopo un poco, non piegarono che lievemente il capo dalla parte ove stava la bisbetica indomabile. Questa non le lasciò neppur chiudere l’uscio; si avventò come una furia verso di me, con una valanga d’improperî al loro indirizzo. Era un vecchio rancore quello che ella sentiva verso le mie sorelle, che non andavano mai a farle visita: ma non mi si era ancora rivelato intero così. Mio marito intervenne fiaccamente; io non potei che rispondere qualche frase di sprezzo, mentre mi abbandonavo sui guanciali, sentendomi la febbre montare nelle vene, e staccavo il bambino dal petto, dietro esortazione sommessa della servente impensierita. A lungo la donna fuori di sè parlò, parlò, inviperendo.... Allorchè se ne fu andata, mi trovai esausta, semisvenuta,incapace finanche di rimproverar mio marito, di dirgli il mio stato.... La notte il bambino pianse, insoddisfatto del nutrimento; nella sua visita mattutina il dottore mi trovò mentre lasciavo scendere sul volto di mio figlio vanamente attaccato al seno alcune lagrime disperate.Non avevo più latte. Invano per quindici giorni tentai affannosamente ogni rimedio, ogni regime, non vivendo più che nell’idea fissa di volere io, io sola allevare mio figlio, a ogni costo. L’energia che mi aveva sostenuta fin lì pareva abbandonarmi: piangevo, piangevo piano, come una bimba, guardando il seno che non mi s’inturgidiva, verificando desolatamente ad ogni pesatura che il piccino diminuiva, cercando rassegnarmi al pensiero di veder quella testina appoggiata ad un altro petto. Era un dolore nuovo, fisico oltre che morale, qualcosa che mi struggeva, che recideva in me tutta la magnifica fioritura di sogni spuntata dinanzi alla culla bianca; qualcosa che respingevo coll’indignazione del moribondo giovane, come una mostruosa ingiustizia....Dovetti cedere, per non far morire la creaturina. Ottenni che la balia restasse in casa, che mio figlio dormisse accanto a me. La giovane che mi surrogò credo di averla odiata, col suo viso stupidamente classico e i suoi movimenti pesanti, goffi; ma non aveva neppur lei sufficiente latte per il piccolo ingordo che aveva patito la fame. Dopo una settimanavenne a sua volta sostituita. La nuova nutrice, d’aspetto umile, dallo sguardo tranquillo e buono, mi calmò alfine l’ansia per la salute del bimbo. Intuendo la mia gelosia materna, la povera donnina si difendeva dalla tentazione di baciare la creatura cui ella dava il suo sangue, e tendeva tutte le facoltà del suo intelletto per non trasgredire le mie norme. Potei così vincere alquanto il mio spasimo, rassegnarmi a dirigere l’opera che non potevo compiere, e a ristabilire il mio organismo straordinariamente scosso. Mi rivedo tutta bianca nel vestito e nel viso, sprofondata nella poltrona; tentando riscaldarmi al sole di maggio, ascoltando distrattamente i discorsi del medico, la sola persona che quasi ogni giorno portava nella mia vita un filo di fraternità spirituale. L’anemia s’era impadronita di me e non m’avrebbe più lasciata. Non me ne preoccupavo; ma i nervi se ne risentivano, sempre dolorosamente tesi. L’igiene del piccino m’era come un’ossessione, poichè la spingevo agli eccessi; dovevo mostrarmi d’un’esigenza quasi crudele colla balia, malgrado le fossi, in certi momenti di serenità, intensamente grata. Mio figlio cresceva come un fiore fra le due madri. Ora per ora sentivo di amarlo in modo sempre più delirante, comprendendo di aver accumulato in lui tutta la mia sostanza profonda. La mia vita si concentrava su quel piccolo essere.Non notavo che mio marito m’era diventatoaffatto indifferente e che la mia psiche aveva cessato di occuparsene. L’indulgenza a suo riguardo era divenuta una forma d’abitudine. Egli era il padre della mia creatura, l’uomo che un giorno mio figlio avrebbe dovuto rispettare, ed io agivo verso me e verso gli altri ispirata dalla volontà di mantenere l’illusione intorno alla persona morale di lui, di farlo apparire degno di me, degno della sua paternità. Gli ero grata quando lo vedevo commuoversi ed allietarsi per qualche piccolo progresso del bimbo, quando partecipava in un certo grado alle mie incessanti apprensioni e sopportava, oltre ai fastidî notturni, le mie lagnanze contro tutto ciò che non era il sorriso di mio figlio.Come se una jettatura pesasse sull’allevamento del piccino, verso il quinto mese alla nutrice morì una figlia e scemò il latte. Entrò in casa una nuova donna, bruna, sanguigna, formosa, di carattere opposto a quella che se ne andava. Non ho mai incontrato un temperamento più bislacco, assurdo e imperturbabile. Per mesi e mesi, mentre il bimbo sviluppava deliziosamente le sue grazie e le sue forze, io sostenni una lotta continua contro i miei impulsi per sopportare quella contadina che aveva un riso sonoro e fatuo nell’ossequio come nell’impertinenza, un riso che mi feriva sopratutto quando lo vedevo scoppiare ad un palmo di distanza dalla faccina di mio figlio.Mio marito, rimproverandomi, acuiva la mia amarezza: non comprendeva che i difetti di quella donna m’irritavano in quanto deformavano la seconda madre ch’io volevo che fosse per mio figlio?... Temevo, sopratutto, che il bimbo potesse, col latte, succhiare i germi di quella natura goffa e biliosa. E vedendo mio marito insistere nel difenderla, mi attraversò la mente un sospetto che mi offendeva in quanto avevo di più sacro.Tanto orrore m’incuteva quel sospetto, che rifuggii con tutte le mie forze dal verificarlo. In verità, al di fuori della somma di energie ch’io spendevo attorno al bambino, era in me un’incapacità sempre maggiore di vedere, di volere, di vivere: come una stanchezza morale si sovrapponeva a quella fisica, lo scontento di me stessa, il rimprovero della parte migliore di me che avevo trascurata, di quel mio io profondo e sincero, così a lungo represso, mascherato. Non era un’infermità, era la deficienza fondamentale della mia vita che si faceva sentire. In me la madre non s’integrava nella donna: e le gioie e le pene purissime in essenza che mi venivano da quella cosa palpitante e rosea, contrastavano con un’instabilità, un’alternazione di languori e di esaltamenti, di desiderii e di sconforti, di cui non conoscevo l’origine e che mi facevano giudicare da me stessa un essere squilibrato e incompleto.c08VIII.Su un libriccino segnavo le date maggiori dell’esistenza fragile e preziosa della quale vivevo e che respiravo come se fosse stata la sola aria per me vitale. Quegli appunti, insieme a qualche notazione rapida del primo destarsi dell’intelligenza nel bimbo e delle impressioni varie che ne risentivo, sono il mio esordio di scrittrice.Rivedo il corpicino di mio figlio ignudo nel bagno, sorretto dalle mie mani trepide: bello, di una bellezza perfetta che consideravo senza orgoglio, con timore, immaginando possibili deformazioni, chiedendomi se avrei amato quella creatura quando avesse recato qualche marchio d’infelicità, e dicendomi che le avrei fatta bella la vita in qualsiasi condizione. Rivedo lo sguardo di lui, inesprimibile: uno sguardo luminoso come un lembo di cielo azzurro; e la bocca deliziosamente fiorita, e la testina coperta di fini capelli castani, e le mani irrequiete, prepotenti, sempre occupate. E vedo me stessa china sulla sua culla per ore e ore, di giorno e di notte, spesso affranta, col petto gonfio di una gioia grave, quasi mistica. Ero necessaria a mio figlio quanto egli a me; la mia vigilanza perenne faceva di lui un superbo esemplare d’infanzia fortunata; ero ben io che lo portavo avanti,senza posa, io sola, ostinatamente. Egli mi apparteneva, perchè io sola me gli davo; suo padre, sua nonna, tutti gli altri godevano lo spettacolo; ma io ero l’autrice; da me sola avrebbe dovuto riconoscere tutto ciò in avvenire.La balia se ne andò prima che il bimbo compisse l’anno. La primavera e l’estate mi videro scaldarmi al sole insieme alla mia creatura. Sostenevo il piccino nel suo sgambettìo tentennante, poi lo prendevo in braccio, lo portavo attraverso i campi o in riva al mare, a lungo, ansando talvolta e sorridendo insieme per la fatica. Che cosa ci dicevamo mio figlio ed io, dalla mattina alla sera? Chi sa! Egli chiamava: Mamma! ed io dovevo rispondergli palpitando. Talora scrivevo tenendolo in grembo, lettere ad amiche, cifre per gli operai; o leggevo adagiata accanto a lui su un tappeto, fra i più strani oggetti. Negli occhi turchino cupi, vellutati fra le ciglia lunghe, splendeva a tratti un lampo di furberia, la coscienza dell’onnipotente sua volontà; e in me capitolavano tutte le energie, io non sapeva più esiger nulla da chi mi guardava con tale adorabile malizia.Mia suocera aveva cessato di brontolare perchè non eseguivo le sue magiche ricette contro il malocchio e una quantità d’altri pericoli. Quando veniva a trovarmi, più piccola e sfinita nell’abito da lutto, il volto le si accendeva fugacemente scorgendo le grazie delnipotino. In paese si diceva ch’ella subisse ora chi sa quali maltrattamenti dalla figlia. Non si lagnava, ma era sempre più curva, più silenziosa: quali ombre di pensieri amari dovevano svolgersele nella mente?Il bimbo aveva alquanto ravvivati i rapporti miei con le mie sorelle e mio fratello. L’istitutrice, partita da casa loro per un migliore impiego, non era stata sostituita. Ogni due mesi si andava a trovar nostra madre, che ormai non chiedeva più di tornare con noi, s’interessava sempre meno alle nostre frasi tremanti, acquistava progressivamente, con una pinguedine che impensieriva i medici, un linguaggio ed un’espressione infantili. Le figliuole principiavano a sentire intera la loro solitudine morale, a formular dei rimproveri concreti contro la condotta paterna. Ma si effondevano poco con me. Dovevano pensare che non ero felice: anche compiangendomi però, mi reputavano certo un essere poco sensibile. Ne soffrivo, ma non trovavo la forza di disingannarle, di conquistarle.Qualche volta incontravo il babbo, non curante che di arricchire dacchè aveva preso in affitto la fabbrica, senza un pensiero per l’abbandono in cui si trovavano i figli malgrado l’agiatezza crescente che li circondava. Guardava il mio piccino come una graziosa bestiuola. Di mio marito continuava ad esser mediocremente soddisfatto, pur avendolo elevato a vicedirettore. Alla vita del paese eradivenuto del tutto estraneo; nelle sue critiche era troppa acredine perchè potessi rilevarne come in passato le note giuste; e tuttavia parlando con lui mi sentivo sempre portare come in un cerchio più spazioso d’idee, sì che tornando nelle mie stanzuccie avevo l’impressione di ripiombare in un pozzo angusto, soffocante. Neppure le conversazioni coll’amico dottore mi facevano un tal effetto di eccitare quanto v’era in me di più originale e forte.Col dottore, pur divertendomi a discutere le sue opinioni temperate e in parte pessimiste, restavo perplessa, e spesso sconcertata. La nostra simpatia aveva forse radice in una differenza sostanziale della nostra educazione e in una somiglianza altrettanto profonda dei nostri gusti: ma io non possedevo me stessa intera ed egli non era lo spirito atto a suscitare una certezza qualsiasi nella mia anima.D’altronde, che cosa pensava egli veramente di me? Come di fronte agli altri, anche di fronte a lui non avrei voluto apparire donna da compiangersi.Sempre più gravosa intanto mi riusciva la missione che m’ero imposta verso mio marito. Ora anche il suo affetto egoistico mi pareva intepidito. Nuovi sospetti sulla sua fedeltà mi erano sorti a proposito d’una bella e sfrontata operaia ch’egli aveva difeso presso mio padre a torto. Per altro, l’istinto geloso perdurava in lui e si manifestava in modo sempre più tirannico.Un giorno non so più bene dietro qual bisticcio futile, lo vidi per la prima volta montare in furore, gettarsi su un vestito nuovo che stavo per indossare, e lacerarlo.... Mi parve di venir io stessa malmenata. Egli si represse tosto, tentò scusarsi. Volli dimenticare, non dar importanza all’incidente....Lo guardavo talora, sempre sicuro di sè, pago intimamente della sua situazione, debole e pauroso di fronte ai superiori e alla folla, privo di ogni intuizione, inetto nella carezza come nel rimprovero, inutile, estraneo alla mia vita. Egli non sentiva il mio esame, ed io riportavo lo sguardo su mio figlio, obliando istantaneamente il gelo ed il terrore di quell’involontaria analisi, scaldandomi e tranquillandomi al suo sorriso.Sopraggiungendo l’inverno riprendemmo, una, due volte per settimana, le veglie in casa del nostro parente. Vi convenivano regolarmente, oltre al dottore, qualche commerciante ammogliato, il segretario comunale, un maestro con alcune figliuole e qualche volta mio fratello e un suo amico studente quasi sempre in vacanza: talora nello stanzone s’era più di venti ad ascoltar le canzonette napoletane del segretario fra un pettegolezzo, una disputa e un ragionamento sbilenco.Mia cognata non mancava mai. Notavo in lei con un certo stupore delle velleità d’eleganza e come una preoccupazione di civetteria dacchè aveva smesso il lutto. Si mostravaapertamente invidiosa delle ragazze, più giovani di lei e un poco più affinate. Ma nessuno, per buona sorte, le badava troppo: solo il dottore, che l’aveva curata pochi mesi avanti per un’ostinata nevralgia, le lanciava qualche satira, con un sorriso fine, ed ella chinava il capo stranamente confusa e non ribatteva.Il dottore mi mostrava la sua compiacenza nel vedermi partecipare a quelle riunioni serali ove pur tante cose mi urtavano. Ero così priva di distrazioni, che mi ci recavo abbastanza volentieri. Mi sentivo circondata, ora, da un rispetto che mi lusingava, venendo da individui generalmente sprezzanti verso la donna; più che la fama di geloso che mio marito s’era acquistata, era certo il mio aspetto di bimba pensosa e gentile, così differente dal tipo femminile del luogo, che frenava la parola e il pensiero di tutti quegli uomini, obbligandoli ad estrarre alla luce quanto di meno volgare ognuno possedeva.Una sera, mentre il segretario suonava, vidi ad un tratto fissi sui miei, acutamente, singolarmente, gli occhi di uno della comitiva, seduto di fronte a me. Era un forestiero, come in paese chiamavano tutti coloro non nati lì. Egli diceva d’esser vissuto, sino a tre anni avanti, sempre all’estero, un po’ qua un po’ là, per gusto d’avventure. Sapeva infatti parecchie lingue ed era certo, dopo il dottore, il più intelligente ed istruitodi quanti conoscevo in paese. Viveva di una piccola rendita, con la moglie e un bambino dell’età stessa del mio, bellissimo.Da poche settimane soltanto le relazioni tra le nostre due famiglie s’eran annodate: la giovane m’era apparsa alquanto ambigua, con un’espressione leggermente sarcastica su un pallido volto di consunta. Quanto all’uomo, di trent’anni, di media statura ma di forme atletiche, biondo, con una singolare voce calma e metallica, corretto nei modi ma impenetrabile nello sguardo, non mi suscitava interessamento speciale. Non avevo di lui alcuna opinione precisa, come del resto non ne avevano gli altri suoi conoscenti, perchè solo da poco egli s’era stabilito in paese, ove l’aria pareva dovesse giovare alla moglie.Sotto il suo sguardo trasalii. Che voleva quell’uomo? Mi pareva che sorridesse in modo enigmatico, per la soddisfazione d’avermi fatto notare la sua occhiata, forse; e mi sentivo come schiaffeggiata da quel muto riso. Ma una sorta d’ipnotismo mi obbligò a ricercare di nuovo le sue pupille; non sorridevano più; erano cupe, imperiose, ardenti.Quella notte mi coricai con una sorda agitazione nell’anima, quasi che un nemico mi avesse dichiarata una guerra dal motivo e dall’esito ignoti. Per la prima volta dacchè ero maritata, un uomo a due passi da me ardiva di guardarmi in tal modo, come obliandola mia fama di orgoglio e di austerità. E la sorpresa era pari all’indignazione.Per alcune sere fui perseguitata da quegli occhi azzurro chiari, implacabili, ma che via via perdevano l’espressione di comando che mi aveva sgomentata, per assumere una dolcezza grande, quasi un’estasi di sogno. Colui parlava poco, abitualmente; potendo si isolava dall’uno o dall’altro gruppo, e dall’angolo in cui si poneva mi fissava lungamente, non scorto che da me. Al momento dei saluti, tratteneva un istante più del necessario la mia mano nella sua, in silenzio. Facevo con mio marito la strada fino a casa, nel rigore della notte invernale, fantasticando. A casa trovavo il bimbo addormentato, e a guardia di lui la donna di servizio, sfinita, che se ne andava subito verso la sua catapecchia. Una rapida punta al cuore. E sotto le lenzuola invocavo ansiosamente il sonno.Al mattino, mi rialzavo col capo greve. Di là dai vetri della sala da pranzo scorgevo talora, giù nella strada, passar lenta una figura, che non mi salutava e mi guardava. Un attimo; e lasciavo la finestra. Mi ponevo a giocar col bimbo. La sera, prima di uscire, mi fermavo davanti allo specchio, come non avevo mai fatto.Nel nostro convegno le tre figliole del maestro susurravano spesso a bassa voce tra loro quando mia cognata ascoltava il dottore con aria estatica. Mio fratello una volta, scorgendole in quell’atteggiamento, mi disse ridendo, a bassa voce: «Il segreto di tua cognatadiventa quello di Pulcinella.... Non ha da esser fiero il dottore della sua conquista!...» Avrei voluto chiedergli spiegazione e non osai. Che intendeva dire? Che rapporti potevano esistere fra il mio amico e quella creatura? Restai perplessa, mentre mi cresceva ad un tratto l’oscuro senso di malessere. E mi sentii più sola, inosservata fuor che da quell’unico....Ormai non potevo ignorare il proposito di quell’uomo: io gli piacevo e voleva mostrarmelo. Poi?... Che attendeva, che immaginava? Talora, a notte, tornando dal consueto ritrovo e accompagnandoci per un tratto di strada insieme a sua moglie, egli mi gettava al disopra delle spalle di questa, piccolina, il suo sguardo penetrante, e io non distoglievo il mio che dopo un attimo, e per considerare le altre due figure che mi camminavano a lato, ignare. Mi chiedevo: «Dove vai? Sei tu, tu che accetti questo?»Un semplice atto di energia sarebbe bastato, sì. Il pensiero di quell’uomo entrava ormai in tutte le occupazioni della mia giornata, le metteva tutte in seconda linea; financo mio figlio non valeva a liberarmi dall’ossessione; ma non era un pensiero appassionato, neppure simpatico. Il mio cuore non batteva, non poteva battere per chi mi era quasi sconosciuto, per chi non vedeva in me, certo, che un fiore degno d’essere carpito all’indifferente proprietario..... E colui doveva ben dirsi che il gioco non poteva prolungarsi molto.Il capo d’anno passò: ricevetti, un dì che mio marito era assente dal paese, una lettera. Mi si pregava di una parola che convalidasse le speranze nate in un cuore in cui l’amore e il dolore tumultuavano. Sorrisi. Le frasi non mi persuadevano, e vidi annunziarsi l’atteso scioglimento. Perchè risposi?Risposi, non rammento in quali termini, che quel cuore doveva riconquistare virilmente la calma, fugare le ombre d’un sogno, perdonare a chi aveva lasciato forse che vi spuntassero vane speranze per biasimevole debolezza... Era uno scritto sincero, con una punta d’ironia che non escludeva il sentimento della pietà per l’aridezza di entrambi; doveva balenarvi qualcosa di stanco e di amaro, traverso la rassegnazione al destino. Rileggendolo, prima di spedirlo, mi parve di avere scritto per me sola, d’aver sintetizzato la mia anima, e come uno sfacelo avvenne in me; io compresi per la prima volta tutto l’orrore della mia solitudine, sentii il gelo de’ miei vent’anni privi d’amore, e piansi un lungo pianto desolato e selvaggio, cessato il quale seppi la misura della mia miseria.Spedita questa risposta, per qualche giorno restai in casa, lieta e triste insieme di non ricevere più segno di vita da chi, senza saperlo, mi aveva fatto gettare un tale sguardo su me stessa e mi aveva strappata una così disperata confidenza. Quell’immagine intanto non mi lasciava, ed io mi sentivo a grado a grado invadere da un languore mortale, che non era più rassegnazionee non era ancora ribellione, ma semplicemente l’ansia di qualche catastrofe impensata che mi togliesse alla coscienza del mio male.Il suo silenzio mi divenne presto insostenibile. Dopo qualche sera tornai alla casa del nostro parente. Appena entrata vidi il volto temuto, che impallidiva leggermente, mentre gli occhi evitavano i miei; più tardi sentii la voce un po’ affiochita dire d’un malessere provato nei giorni precedenti. Al mattino dopo, con un sotterfugio, mi pervenne una seconda lettera. Era violenta. Mi diceva che l’amore non si doma, che la passione non si dissimula: nulla aveva da perdonarmi, ma tutto da implorare, ancora, sempre, per me, per il mio diritto alla felicità, più ancora che per sè, indegno....Era tattica sapiente, o il caso? Era colui un abile conoscitore e calcolatore, o io attraversavo una crisi durante la quale una voce qualsiasi di riscossa era irresistibile?Che cosa replicassi non so più. Mi sfogavo, certo, mi lagnavo miseramente, mi abbandonavo alla dolce fede di essere compresa, di aver trovata un’anima fraterna sotto apparenze taciturne. Dicevo che il domani compievano quattro anni dal dì delle mie nozze.... che la vita mia era sigillata, che solo per mio figlio avrei ancora potuto sorridere....E sfuggivo ora l’analisi del mio sentimento giganteggiante, attendevo il precipitare dei fatti, senza che il cervello paralizzato mi permettesse di raffigurarmeli in qualche modo.Io sapevo che sua moglie, votata ad una morte prossima, era di carattere molesto, freddo, impotente a dare e a ricevere affetto. Non credevo ciò una scusa per tradirla; anche verso mio marito non accampavo motivi di rappresaglia; mi sorprendevo anzi a nutrir per l’una e per l’altro una pietà sincera, pungente. Il pensiero del bimbo sopratutto incombeva sul mio spirito. Ma anche esso pareva affievolirsi: via via tutto si oscurava.... Ero pervenuta al sofisma di tutte le donne che conciliano l’amore dei figli colla menzogna maritale? Il mio spirito si raffigurava un avvenire di viltà felice fra le gioie materne e gli amplessi dell’amante?Non credo. Cercavo di persuadermi che la vita mi offriva finalmente l’amore, il vero, e che dovevo accettarlo, portando all’uomo che mi meritava, tutta me stessa e l’altra parte della mia vita, il mio bimbo, semplicemente, lealmente. Oh, amare, amare, darmi volontariamente, sentirmi di un uomo, vivere, rinascere!Quanti giorni di battaglia? Non so più: pochi. Quando lo rividi, ad una delle festicciuole da ballo che il gruppo degli amici aveva organizzate, ed egli mi cinse la vita trascinandomi in un turbine di giri e susurrandomi sul collo parole brevi di amore, di amore, e in tutta la sala ridicolmente addobbata, non vidi un solo essere che attingesse le vette del sogno ch’io facevo, e mi sentii nelle vene tumultuare un sangue giovane, ricco, e appresi in un balenoda cento occhi dimentichi, che confermavano le parole ardenti di lui, ch’io ero una donna bella, la sola bella, bella, bella; e mi dissi che un uomo s’era sentito capace di suscitare in me una fiamma che tutta mi travolgesse.... pensai che il mio destino si fissava, e assaporai la prima, l’unica ebbrezza della mia vita.Mio marito dovette improvvisamente partire per alcuni giorni. Quando lo seppi, tremai. Era un pomeriggio grigiastro, gelido; egli sedeva al caminetto, e io me gli avvicinai, mi strinsi alle sue ginocchia come nei giorni lontani del nostro oscuro idillio, obliando in quell’istante ch’egli era l’autore della mia sventura, non ascoltando che l’avvertimento del cuore per cui vedevo la sua persona travolta colla mia nell’imminente bufera. Egli mi carezzò la testa, come da un pezzo non faceva, scorse l’alterazione del mio viso, si turbò, trovò, dinanzi alle mie lagrime irrompenti, parole di tenerezza. Mi voleva bene dunque ancora? Non sapevo: sapevo di non averlo, io, mai amato, poi che la donna solo allora in me si destava, la donna bramosa di un ignoto delirio che la ponesse, conscia del proprio valore, in balìa d’un forte....Che potevo dirgli? Lo lasciai partire. L’altro mi seppe sola, audacemente e semplicemente mi pregò con un biglietto d’attenderlo per la sera dopo: avremmo parlato; io sapevo che avrei ricevuto un gentiluomo.Venne. La situazione era singolare, e noi impacciati, quasi dimentichi del reciproco esaltamento dei giorni addietro. Non so perchè, lo trovavo quasi goffo, seduto di fronte a me col tavolo rotondo frapposto, scegliendo le parole dell’esordio, collo sguardo privo del consueto lampo temerario. E mi sentivo tutt’altro che commovente, così rigida e muta, coll’orecchio teso verso la stanza ove il piccino dormiva, la fronte ombrata di diffidenza.Non ritenevo che qualche spunto di frase: «Certo.... abbiamo entrambi dei doveri, dei duplici doveri.... Ma al sentimento non si può mentire.... Il cuore ha i suoi bisogni.... Senza venir meno a quei doveri, senza far soffrire....»Che altro? Non era di facile eloquio e io non lo incoraggiavo.«Senza far soffrire nessuno.... Si può conciliare....»Doveri? S’ingarbugliava. Si risolse, troncò le dimostrazioni, mi prese le mani, ravvivò gli occhi, mi disse che mi amava, ch’io pure l’amavo, che saremmo stati felici presto; mi dava del tu; si alzò, mi trasse a sè, improvvisamente mi baciò in bocca; e allontanandolo io con un gesto, di nuovo mi dichiarò che non voleva nulla da me ch’io non sentissi spontaneamente di concedergli; che gli bastava sapere che il mio cuore era suo, sentir dalle mie labbra ogni tanto e dalla mia penna le inebbrianti parole della passione. Mi attrasse di nuovo, e appoggiata al suopetto, la sua guancia accanto alla mia, provai per un attimo l’impressione di esser travolta, naufraga, da un naufrago.
Avevo immaginato che colui si sarebbe dimesso, si sarebbe procacciato subito un altro lavoro, anche fuor del paese. Nulla invece accadde; egli non pensava affatto che fosse poco dignitoso il restar nella dipendenza d’un futuro suocero, e d’un uomo di cui egli biasimava la condotta. Per contro, era ben certo che mio padre doveva darmi un assegno quando fossi maritata.
Venne dunque da noi alla sera, come un fidanzato regolare. Col babbo non vi si incontrava mai, poichè quegli usciva senza fallo appena finito di pranzare. Attorno al tavolo i ragazzi giocavano o leggevano, la mamma ed io c’indugiavamo in qualche ricamo; e il giovine si divertiva a farmi indispettire, contraddicendomi sistematicamente nella conversazione. Ogni tanto mi dava un bacio all’impensata,senza curare le proteste di mia madre e le risa dei bambini. Allora mi rabbonivo. Ci lasciavamo verso le dieci, dopo esserci abbracciati nell’anticamera buia ove io sola l’accompagnavo: a volte, le sue mani mi afferravano, un po’ febbrili, alle braccia, un istante, risuscitando ne’ miei sensi il brivido, ormai lontano, di terrore.
Le prime settimane s’era fatto in paese un gran discorrere della nostra relazione; il mio brusco allontanamento dalla fabbrica era stato interpretato dai più maligni come la conseguenza di una scoperta da parte di mio padre. Non avevano, circa un anno prima, le stesse lingue sussurrato che l’affetto di mio padre per me fosse più che paterno, non s’erano compiaciute in invenzioni odiose e mostruose? I miei genitori non sapevano quel che ora si andava dicendo. Dinanzi alla sicurezza ignara de’ miei, avevo sentito in me crescere un senso di vergogna. Almeno il mio fidanzato fosse insorto contro i diffamatori! Pareva invece aver preso un contegno speciale di fronte ai suoi compagni, come se fosse tutto ad un tratto salito in dignità. Questi lo invidiavano e insieme sembravano esser contenti che uno del paese avesse umiliato l’orgogliosa famiglia forestiera. Passando dinanzi al solito circolo, m’avvedevo dei sogghigni con cui mi guardavano e la mia fierezza non osava più reagire. Egli rideva, mi dava della sciocca. Rise anche quando gli riferii una diceria sul suoconto giuntami solo allora all’orecchio: che egli avesse disonorata la ragazza la quale poi aveva tentato di uccidersi per lui. E non si curò di difendersi nè di giustificarsi.
Passando i mesi, anche le chiacchiere cessarono. Io ero del resto ormai isolata dalla vita paesana: il giovine, geloso, pretendeva da me mille rinuncio assurde: non dovevo affacciarmi alla finestra, dovevo scappare in camera mia se qualche uomo capitava in casa, compreso il dottore della mamma. La mia personalità fin allora così libera, dinanzi alla memoria del fatto ch’io consideravo irreparabile, insorgeva a tratti, ma soltanto per farmi più sentire la sconfitta patita.
Pure, scrivevo alle mie amiche che ero felice. Cercavo d’ingannar me stessa. E riuscivo ad eccitarmi la fantasia fino a provarne una specie di ebbrezza.
Amarlo, amarlo! Sì, lo volevo tenacemente. E non mi soffermavo su alcuna delle continue impressioni spiacevoli che il mio fidanzato mi procurava. Scoprivo in lui una quantità di difetti, prima insospettati: lo sapevo incolto, ma l’avevo ritenuto più agile di mente: il suo carattere sopratutto deludeva la mia aspettativa, con qualcosa di sfuggente, di ambiguo; e la piccola ragionatrice ch’io ero pur sempre aveva talvolta dei moti di sorpresa non scevri d’indignazione.... Ma li reprimevo tosto. Io volevo credere alla mia felicità, presente e avvenire; volevo trovare bello e grande l’amore,quell’amore dei sedici anni che riassume alla fanciulla la poesia misteriosa della vita. Nessuno, vicino a me, mi guardava negli occhi, entrava nella mia anima, mi diceva le parole di verità e di forza ch’io avrei ancora saputo comprendere.
Il mio volto, impallidito, incorniciato dai capelli che avevo lasciato di nuovo crescere, perdeva dì espressione e di singolarità. V’era stato davvero un tempo in cui io potevo recarmi alla spiaggia a mio piacere, e tuffarmi per ore nell’acqua, e vagar nella campagna, e abbandonarmi a sogni di lavoro e di bellezza senza fine?
Adesso le giornate scorrevan quasi per intero nel silenzio della mia stanzetta. Preparavo il corredo, e talora restavo dei lunghi momenti sospesa guardando le mie mani posate sulla mussolina bianca. Il mio avvenire di sposa si delineava: il babbo, più facilmente che io non mi aspettassi, si piegava all’idea di maritarmi entro pochi altri mesi. E mi pareva d’esser preparata, anche colla visione della vita ristretta che mi attendeva; e non sentivo distintamente nessuno scrupolo per l’abbandono dei miei, di mia madre sempre più debole, sempre più paurosamente smarrita, dei miei fratelli senza guida e senza amore.
E nel mio fidanzato che avveniva? Forse un certo rispetto s’insinuava nella sua coscienza per la creatura rubata? Forse nel suo amor proprio s’illudeva di poter farmi felice?
Deciso a non lasciare l’impiego in fabbrica, calcolava su prossimi miglioramenti e su una futura successione a mio padre. Dibattè a lungo con lui la questione della dote; alfine si rassegnò ad accettare soltanto un assegno mensile. Voleva una promessa legale; ma mio padre, indignato, fu per troncare ogni trattativa. Il mio fidanzato non disponeva di nulla, appena di che rifornirsi la guardaroba e comperarmi l’anello matrimoniale. Il babbo diede il denaro per il mobilio. I miei futuri parenti non intervenivano che per meravigliarsi della poca larghezza nostra.
La situazione diventava in silenzio sempre più penosa per tutti: a che prolungarla? La data dello sposalizio si fissò per la fine di gennaio.
Poco meno d’un anno era trascorso dalla tragedia silenziosa, della quale mai una parola mi era uscita di bocca neppure col colpevole. I preparativi precipitarono, senza gioia. La vigilia delle nozze il babbo, in uno di quei momenti di parossismo ch’egli aveva ora frequentissimi, mi bistrattò acerbamente, per un pretesto....
Alla sera, la mamma venne accanto al mio letto. Tentò parole di preparazione per quello che m’attendeva l’indomani; l’interruppi tosto abbracciandola, carezzandole le tempia grigie, mentre dei singhiozzi soffocati mi scuotevano tutta. E ventiquattr’ore dopo, con mio marito, guardando dal treno la campagnabiancheggiante di neve sotto le stelle, io pensavo alle due sofferenze diverse che in quel giorno, con sforzo enorme, si erano celate sotto il sorriso dinanzi a quanti erano accorsi a bene augurarci.... Piangevano, in quell’ora, i miei genitori, nelle loro stanze solitarie?
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Le finestre della saletta da pranzo del nostro appartamentino davano su uno stradone, di là dal quale si stendevano alcuni orti; al fondo si scorgeva un profilo di colline e una striscia di mare. Le altre stanze guardavano su un giardino piccolo e deserto, corso da malinconiche spalliere di bosso, e su la linea ferrata. Ogni tanto, di giorno e di notte, la casa tremava leggermente per il giungere e il partire dei treni, e nelle stanze si prolungava l’eco dei fischi. Al piano di sotto v’erano inquilini pressochè invisibili. Quando mio marito e la servente se ne andavano, io senza accorgermi evitavo di far rumore movendomi.
Le mie vestaglie di flanella mi assicuravano, ad ogni istante, ch’io ero propriouna donna maritata, un personaggio serio, cui l’esistenza era definitivamente fissata. Quando uscii la prima volta sola a fianco del mio antico compagnodi ufficio, per lo stradone maggiore del paese, con in capo un cappello piumato che mi pesava orribilmente, e la persona impacciata entro un vestito all’ultima moda, mi parve che un abisso di tempo e di cose mi separasse dalla creatura che ero solo un anno innanzi.
Confusamente sentii la necessità di prendere come la cittadinanza del luogo, di immedesimarmi cogli usi e coi sentimenti delle persone che costituivano la mia nuova famiglia, l’ambiente in cui mio marito era cresciuto e nel quale anche i miei figli si sarebbero educati. Ogni qualvolta andavo a visitare mia madre, mi si affacciava più nitida la differenza fra il mondo da cui ero uscita e quello ove penetravo ora. E quasi un inconfessato rancore me ne veniva per il mio passato: qualcosa d’istintivo, d’irriflessivo e d’ingiusto, contro la mamma, come contro le sorelline, contro mio padre e contro le mie «utopie».
La mamma sola se ne accorse, colla sua sensibilità d’inferma: due o tre volte, in quei primi tempi della mia vita coniugale, ella espresse senza parlare, nel bianco volto sempre più devastato dalla sofferenza, la sorpresa dolorosa che le procurava il mio silenzio. Io recavo dal viaggio di nozze un’impressione confusa, o piuttosto già sbiadita: nessuna forte compiacenza spirituale, nessuna vibrante rivelazione dei sensi. Oh l’attesa delle fanciulle!Io non avevo avuto tempo di foggiarmi nel desiderio tutto un mondo di ebbrezze; ma la delusione era stata ugualmente amara. Mi rimaneva in mente soltanto un diverbio scoppiato senza motivo serio il terzo giorno, per cui eravamo rimasti tutto un pomeriggio all’albergo in un mutismo stizzoso. E perchè presentando mio marito alle amiche di Milano ed ai parenti m’ero accorta che temevo di leggere nei loro occhi dello stupore e forse della disapprovazione?
Non volevo rispondere, non volevo neppure ascoltare in me stessa queste interrogazioni. Per ciò mi dava disagio la sollecitudine ansiosa di mia madre: capivo bene ch’ella si aspettava che io le tornassi trasformata, più sorella che figlia ormai, coll’anima gonfia di emozioni che dovevano costituire uno dei pochi bagliori luminosi del suo passato. Ella mi costringeva ad ammettere, anche di fronte a me stessa, che ilmisteronon c’era più per me, che non era neanche esistito, che tutto m’era stato rivelato un anno avanti, in quel fosco mattino che credevo quasi obliato....
Verso mia suocera non avevo invece alcun debito di confidenze. Soltanto volevo conquistare lei e i suoi, e non lo credevo difficile. Già mi pareva che essi mi ritenessero differente, d’un metallo più fine, prezioso, e la cosa li rendesse intimamente orgogliosi. Ai due vecchi sembravo una bimba. Mia cognata doveva invece aver l’intuizione d’una forzacelata sotto la mia fragilità, ma una forza probabilmente incapace di divenire ostile. Per tutta la famiglia, del resto, mio marito era senza discussione lo sposo ideale, ben degno di avermi ottenuta.
Trovavo mia suocera, la sera, accoccolata dinanzi al grande camino, la cui fiamma talora illuminava da sola la buia cucina a pianterreno, coll’uscio quasi sempre aperto sull’orto. Coi pomelli arrossati, ella appariva più giovine nei tratti regolari e salienti del volto, e quasi bella; e mi sorrideva un po’ confusa dandomi delvoi. Anche mio suocero non riusciva a dirmitu. Alto, gigantesco anzi, era un po’ curvo e lento nei movimenti. Al mattino era lui che faceva le provviste. «È contenta la signora baronessa?» chiedeva alla figliuola. Questa, una zitellona sui trent’anni, trovava sempre a lagnarsi; aveva un temperamento imperioso ed egoista, freddo e lunatico insieme, e dinanzi a lei la madre tremava.
In verità, ella aveva, in paese, una nomèa di virago ch’io ignoravo, come ignoravo che la famiglia intera non riscuoteva alcuna simpatia. Mio suocero, molto tempo addietro, aveva subìto un processo e una condanna, cosa non rara nel paese. Il figlio mi aveva raccontato una complicata storia di offese e di vendette per dimostrarmi l’innocenza paterna, e la sua commozione m’aveva persuasa. Ora, nella cucina piena d’ombre e di riflessi mi pareva in certi momenti di notarenel vecchio dei gesti impacciati, quasi le pareti si restringessero attorno a lui sino a diventare una cella, il carcere ove egli era stato per due anni.... Così mite e guardingo, con rarissimi istanti di una giovialità che una volta doveva essere stata la sua natura, mi suscitava sempre una pietà mista a timore.
I rapporti fra i membri della famiglia mi riuscivano strani: a casa mia tutto era più regolare, più disciplinato, più chiaro. Ma ciò che mi faceva invece sentire una specie di fascino in quell’ambiente grossolano era il senso della tradizione, era l’ossequio al costume, era la volontà tenace che animava quella gente, in certe ore, ad esaltare il vincolo del loro sangue e del loro nome e della loro terra. In mille minute cose, dal modo di preparare una vivanda in una data solennità, sino alla difesa accanita che mia cognata dinanzi ad estranei faceva del fratello, che poco prima aveva a tu per tu malmenato, trovavo un’espressione di vita affatto contraria a quella che aveva foggiato il mio carattere e il mio gusto; contraria, spesso errata—aggiungeva quasi per forza il mio raziocinio—ma non priva di suggestione.
Intanto una specie di torpore m’invadeva. Era come un bisogno d’inazione, di completo abbandono alle cose circostanti. Così la mia persona piegava al volere del marito. Progressivamente, delle ripugnanze sorgevano nel mio organismo, ch’io attribuivo ad esaurimento,a stanchezza. Non cercavo di vincer la frigidezza per cui egli si stupiva e, talora, si doleva: mi sarebbe parso inconcepibile un contegno più espansivo. Unica compiacenza sentirmi desiderata: ma anch’essa spariva dinanzi a rapide visioni disgustose o sotto l’urto di parole volgari o insensate. Chiudevo gli occhi, m’impedivo di pensare e restavo come in letargo.
Poi, mi addormentavo. Quanti anni avevo? Non ancora diciassette.... Il sonno era lungo, tranquillo, di fanciulla.
Alle undici del mattino la donna che veniva per la pulizia della casa se n’andava. Preparavo da sola il pranzo e la cena, senza svogliatezza, ma anche senza piacere. E si seguivano le giornate, senza saper come. Tenevo alcuni libri di contabilità per la fabbrica, un lavoro che potevo compiere in casa e che il babbo m’aveva concesso perchè m’illudessi di mantenermi in una certa indipendenza; ma non mi occupava che per due, tre ore. Abbonata a qualche giornaletto, leggevo un poco; scrivevo alle amiche ed alle maestre. Il primo mese ebbi la visita di alcune maggiorenti del paese e la ricambiai, infastidita e insieme divertita dalla mia nuova parte di signora.
Più soddisfatta ero quando, alla sera, veniva a trovarci qualche amico di mio marito: dopo aver vantato i pregi della nostra macchinetta pel caffè, questi passava a far gustareall’ospite certo vino in fiaschi. Fumavano, bevevano, talvolta uscivano in qualche triviale espressione paesana, dimenticandomi; quando il discorso cadeva sulla politica, partecipavo alla discussione, sentendo cadere un poco la mia timidezza; i contradditori, su per giù, erano tutti all’altezza intellettuale di mio marito e facili a capitolare davanti alla mia logica.
Qualche altra volta si andava in casa d’un suo parente, capo della fazione democratica, ove convenivano vari borghesi, alcuni con le mogli. Le chiacchiere meschine e pettegole delle donne si alternavano colle discussioni rumorose degli uomini. Mi sentivo guardata dai più con una specie di diffidenza mal celata, nel ricordo delle eccentricità di quand’ero ragazzina. Una sola persona, un giovine dottore toscano, di recente nominato, che viveva a pensione nella casa stessa di quel nostro parente, avevo sentito dai primi incontri affine a me per lo spirito meditativo, per la correttezza del linguaggio e, parevami, del pensiero. Colto e di vivace intelligenza, doveva considerarmi con una punta di curiosità notando la contraddizione fra la mia vita esteriore e l’anima che sorprendeva forse talora in una fugace ombra su la mia fronte infantile.
Avrei voluto interessarmi alle vicende paesane: ma ero priva ormai di ogni contatto con gli operai, i pescatori, i contadini, e in quanto all’elemento borghese, esso mi apparivapiù volgare ancora di quel che avevo supposto: senza dirmelo, temevo che questa volgarità finisse per penetrarmi. Già l’inerzia che possedeva tutte le donne del paese cominciava a parermi, in certo senso, invidiabile. La cura pigra ed empirica dei figliuoli, la cucina e la chiesa eran tutta la loro vita. Gli uomini, malgrado l’affettazione di miscredenza, esigevano da esse le pratiche religiose. Lo stesso desiderio inconfessato era forse in mio marito. Quello ch’egli non desiderava, invece, erano i bimbi, e me lo ripeteva spesso. Per egoismo? E io non sentivo ancora sorgere dal fondo del mio essere la brama d’una esistenza nuova che mi appartenesse, mi fosse cara, m’illuminasse la vita.
«Gli amici mi vantano il tuo ingegno, mi dicono che ho una sposina invidiabile....» mi riferiva mio marito. Non ne ero convinta. Avevo bensì l’impressione d’essere giudicata graziosa, e forse bella; ma davanti allo specchio non mi riconoscevo tale affatto, mi trovavo un’aria assonnata, di bimba vecchia. E anche di questo non mi curavo troppo.
Una sola vampata dell’antica fierezza m’assalì una sera, nei primi tempi, mentre stavo ponendo assetto in un piccolo cofano ove mio marito aveva riposto le sue carte, la nostra corrispondenza, qualche ricordo. Che stupore, quando vidi conservate, accanto alle mie, le lettere che sei, otto anni avanti gli aveva scritto la sua prima innamorata, la ragazza, rimastazitella, di cui incontravo talora per via lo sguardo scintillante d’odio! Non ne lessi che una, senza ortografia, piena di frasi da segretario galante. Egli, accanto alla stufa, sorrideva con una certa fatuità. Continuando a rovistare, altri biglietti più brevi di donna saltarono fuori. «Sono.... di quand’ero al reggimento, sai, una figlia di oste....» Ma non gli davo già più retta; leggevo un telegramma, firmato con un diminutivo femminile; e guardavo la data; l’estate scorsa, durante il nostro fidanzamento....
Lacerai quelle carte in mille pezzi: egli non osò protestare.
Perchè non gli credevo, mentre mi andava tessendo tutta una storia? E perchè soffrivo, soffrivo a quel modo? Amavo dunque tanto quell’uomo? O, veramente, qualcosa crollava, si sfasciava tutto un edifizio, che la mia buona volontà s’era venuto costruendo?
L’impressione parve dissiparsi in una crisi di lagrime. M’imposi di dimenticare, di non tormentarmi. Checchè fosse stato, ora egli era il mio sposo, il mio compagno, colui sul quale doveva agire lentamente ma sicuramente la mia influenza onesta.
Non vedevo più mio padre, ma me ne parlava mio marito, che lo trovava sempre troppo esigente ed aspro, e le mie sorelle, e, qualche volta, la mamma. Egli viveva quasi sempre fuori di casa: della vita dei figliuoli non s’informava più. La casa era invasa di terrorequando egli entrava; poi, allorchè richiudeva la porta dietro le sue spalle, i ragazzi avevano lo spettacolo di mia madre che s’abbatteva in crisi di pianto e di protesta, obliando la loro presenza. Perfino l’ultima sorellina non riusciva a calmarla, a richiamarla in sè che a fatica, col povero sorriso dolente della boccuccia infantile. L’altra sorella, ormai tredicenne, savia, tranquilla, assumeva quasi senza accorgersene la direzione della casa. Mio fratello usciva con me in frasi violente verso il padre, che non lo mandava a proseguire gli studî in città e l’obbligava ad un lavoro troppo greve in fabbrica. E pareva che tutti fossero nell’attesa d’uno scioglimento funesto.
Io non mi sentivo l’energia di giudicar mio padre. Talvolta avevo, rapidissima, l’impressione d’aver contribuito per la mia triste fatalità a quel naufragio della sua coscienza. Non lo avevo abbandonato, senza tentare un gesto per ritenerlo nella sua casa, presso i fanciulli che erano stati un giorno il suo orgoglio? Forse che a quindici anni avevo il diritto di staccarmi indignata da lui, al quale riconoscevo di dover tutto quanto in me era di buono?
E una parte di questi rimproveri facevo ricadere sulla mamma. La sua debolezza, la sua rinuncia alla lotta mi esacerbavano tanto più in quanto ero costretta a riconoscermi ora dei punti di contatto con lei nella mia rassegnazione al destino.
Ma la sventurata soffriva atrocemente, e non solo nell’anima. Una terribile crisi fisiologica la sconvolgeva: coglievo degli accenni tra i suoi discorsi slegati, che mi facevano sussultare nelle intime fibre, nella mia sostanza femminile ornai consapevole. E mi pareva che questo stranamente, ora più che mai, m’impedisse d’essere, per la donna ch’era mia madre, una consolatrice. Ah, ch’io non era davvero la sposa innamorata che ella supponeva, la creatura gioiosa, capace di tutta la pietà per lei che tendeva le mani dietro i beni perduti!
Mio padre.... che cosa provava? Che cosa gli diceva il medico che somministrava alla malata pozioni deprimenti e s’affannava a dimostrarle la necessità di mutar vita, di partire, di fidare nelle risorse del proprio organismo, nel tempo, nei figli? Anch’egli scongiurava mio padre, come l’infelice stessa, a mentire e aver pietà? Poichè, io lo comprendevo, a questo si era: ella avrebbe accettato l’elemosina del suo affetto anche parteggiato con la rivale.
Sentivo che il babbo non sarebbe tornato indietro. Egli era, a quarantadue anni, al sommo della fortuna materiale, in guerra contro cose ed uomini, animato come non mai dall’aspra volontà di non riconoscersi dei torti. Non risaliva certo al passato, non si diceva, certo, che un tempo egli avrebbe potuto evitare la sciagura.... Soffriva? Aveva qualchelampo di sgomento? Non una parola, non un gesto di lui che m’illuminasse.
Capivo soltanto che l’ostilità omai aperta di tutto il paese, la rivolta del sentimento pubblico ispirata dall’arciprete, daiciviliinvidiosi, da operai scacciati, esasperavano il suo amor proprio, e che anche il suo atteggiamento di provocazione gli faceva perdere sempre più il senso della realtà.
E le settimane intanto fuggivano rapide. Era giunta l’estate senza che quasi me ne accorgessi, torpida qual’ero di membra oltre che d’animo.
Una notte fu bussato alla porta. Era mia madre, sorretta da mio suocero, disordinata nelle vesti, con lo sguardo immobile ed emettendo suoni inarticolati. Uscita di casa sua senza che la domestica se ne avvedesse, aveva errato per le vie, forse a lungo, finalmente s’era imbattuta nel vecchio che l’aveva condotta da me. Forse aveva ceduto all’ossessione di andare in cerca di mio padre.
Rimasi come fulminata. Poi immaginai la casa aperta coi piccini addormentati, ignari. Dinanzi a quella miseria umana che mi ricercava nel mezzo della notte, ebbi una rivolta selvaggia di tutto l’essere.... Tremavo, in preda anch’io alla febbre.... E lanciai alla sventurata parole acerbe, folli quasi come le sue.... Oh, mia madre!... E per l’amore di un uomo che non la meritava più!...
Mi rivedo, semivestita, in piedi accanto almio letto, mentre ella appoggiata al muro mi guardava e piangeva sommessa. Il medico, sopraggiunto, le aveva fatto prendere un forte calmante. Ad un certo punto chiese di esser ricondotta presso i suoi bambini. Mi ricoricai. Al buio, nel silenzio, la scena atroce mi si prolungava all’infinito dinanzi alla mente; e sentivo la febbre aumentare, e con la febbre un tumultuoso odio per la vita, un disgusto, una stanchezza senza fine....
Tornò il medico. Un germe di vita nuova, non per anco avvertita nel mio grembo, m’aveva abbandonata.
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Per molti giorni giacqui inerte, ripetendo piano a me stessa la parola:mamma; chiedendomi se avrei amato un essere del mio sangue e sentendo di non poter piangere con passione quel figlio che non avevo potuto formare.
E frattanto un rimorso mi pungeva, qualcosa che mi prostrava, che mi toglieva, ancora una volta, l’amore di me stessa e il gusto della vita. Pensavo a mia madre, al torrente di parole spietate che era uscito dalla mia bocca in quella notte atroce, al passato.... Che cos’era stata ella per me? L’avevo io amata?
Non osavo rispondere, mentre io stessa mi consideravo sotto un nuovo aspetto, nella desolazione d’un sogno materno balenatomi d’un tratto e immediatamente svanito. Sentivo di non aver mai contribuito a far felice mia madre, fuorchè forse al mio primo apparire tra i due sposi innamorati. Ella, è vero, non entrava come elemento essenziale in nessuno de’ miei ricordi luminosi; ma bastava questo a spiegare la indifferenza ch’io avevo avuto nel tempo per la misera anima sofferente?
Tutto il passato, lucidamente, era adesso davanti al mio spirito.
Per diciotto anni l’infelice aveva vissuto nella casa coniugale. Come moglie, le poche gioie le si erano mutate in infinite pene: come madre non aveva mai goduto della riconoscenza delle sue creature.
Il suo cuore non aveva mai trovato la via dell’effusione. Era passata nella vita incompresa da tutti: fanciulla, la sua famiglia la considerava romantica, esaltata e nello stesso tempo inetta, benchè fosse la più intelligente e la più seria della numerosa figliuolanza. Aveva rotto senza rimpianto quasi ogni rapporto con i parenti, antipatici allo sposo. Credente, forse con un misticismo scoraggiante, e senza gusto per le pratiche del culto, la religione non l’aveva sollevata da un solo dolore. Di fantasia viva e calda e di gusto fine, non però s’era mai applicata a nessuna arte, e nessuna manifestazione del genio, le avevasuscitato uno speciale fascino traendola fuor di se stessa per qualche istante. Non una amica, non un consigliere, mai, sulla sua strada. E una salute incerta, un organismo travagliato da lenti mali....
Povera, povera anima! Non le erano valse la bellezza, la bontà, l’intelligenza. La vita le aveva chiesto della forza: non l’aveva.
Amare e sacrificarsi e soccombere! Questo il destino suo e forse di tutte le donne?
Un mese circa era passato dalla mia malattia. Una volta sola avevo rivista l’inferma, un giorno in cui ella era calma e nel quale, fra le altre frasi quasi assennate, m’avea detto, facendomi fremere: «Ah, se tu avessi avuto un bimbo! Perchè non hai avuto un bimbo?» Ella avea vagheggiato un nipote, una rinnovata maternità!
Poi il medico m’aveva proibito altre visite. Veniva ogni pomeriggio, un momento, mio fratello, o la sorella piccola, con l’affanno nella gola e gli occhi dilatati. La mamma non ascoltava più neppure le loro voci, alternava stravaganze a minacce d’ogni genere: l’infermiera non era più sufficiente alla sua sorveglianza. La bimba mi scoppiava a piangere fra le braccia; il ragazzo si torturava per non esser più grande, capace di portar lontano la sventurata da colui che non ne aveva alcuna pietà.
Il babbo appariva cupo, impenetrabile, non parlava. E noi tutti continuavamo ad avereper lui un senso di terrore, che ci paralizzava e ci avviliva....
I medici, infine, dichiararono necessaria una cura regolare, in una casa di salute. Non si poteva lasciar oltre la malata accanto ai ragazzi spauriti.
La partenza di lei per la vicina città fu infatti per i piccoli infelici, dopo tanti mesi di angoscia, una liberazione. L’immagine dolce e dolente che avean vista china sui loro letticciuoli negli anni dell’infanzia, erasi trasformata in una figura spettrale, da cui non si sentivan più amati e che temevano di non riuscir più ad amare. Oh, tornasse presto, a cancellare anche l’ombra del sinistro sogno!
Ed io, avrei mai potuto chiederle perdono, dirle la mia pena senza nome per il ricordo di essere stata così disumana, farle sentire come la comprendessi finalmente?
No, mai più la mia voce le sarebbe scesa al cuore: io non avrei più potuto parlare alla mia mamma, lo sentivo, lo sentivo; tutto era finito! Di lei, di quel ch’ella era stata, non sarebbe rimasto a noi che la memoria, come un oscuro ammonimento....
Il giro dei giorni e delle settimane ricominciò.
Lentamente mi sollevai dalla prostrazione fisica: l’energia spirituale pareva estinta. Non avevo nessun lamento. Immaginavo, per lasequela di casi tragici che s’era abbattuta su la mia vita breve, di possedere ormai la visione intera del mondo: un carcere strano.... Tutto era vano, la gioia e il dolore, lo sforzo e la ribellione: unica nobiltà la rassegnazione.
Non tentavo neppure di dedicarmi alle mie sorelle per attenuare la loro sventura e dare uno scopo immediato alla mia esistenza. Una giovine istitutrice, giunta poco dopo la partenza di nostra madre, cercava di accaparrarsi tutto il loro affetto. Elegante e civettuola, la vedevo malvolentieri occupare il delicato ufficio e pensavo che avrei dovuto lottare perchè ella non prendesse troppo ascendente sulle due fanciulle. Ma invece lasciavo che queste si allontanassero con insensibile progressione da me. Il babbo mi ricercava ancor meno. Della assente nessuno pronunciava mai il nome con lui.
Incapace d’ogni indagine, mio marito era soddisfatto della mia tranquillità esteriore, della trasformazione evidente del mio carattere, sempre più remissivo. Egli rivestiva l’indefinibile suo egoismo con una superficie di tenera sollecitudine. Era una sollecitudine di sole parole, ma serviva ad impedire lo scoppio di malumori, le spiegazioni franche. Pareva che entrambi temessimo di approfondire la realtà e che un patto muto mantenesse i rapporti cordiali e indulgenti. Ma non era propriamente così. Egli credeva nella persistenza del mio amore e dal suo canto penso m’amasseun po’ come una cosa sua, una proprietà, o se l’imponesse secondo un’idea convenzionale del dovere. Io lusingavo il suo amor proprio colla mia bellezza che rifioriva, colla mia intelligenza, colla calma e coll’ubbidienza ai suoi capricci gelosi di cui non mi offendevo, sorridendone. Se una causa di malcontento gli davo, risiedeva nella insofferenza sempre più acuta dei miei sensi ad ogni tentativo di perversione. Ignorante più ancor che brutale, egli non si spiegava il fatto e si tormentava, mentre io non badavo che a difendermi.
E i giorni, le settimane scorrevano. Quel tempo, nonostante i ricordi emergenti qua e là, resta il più confuso della mia vita, il più indecifrabile: ho solo precisa la sensazione che qualcosa, non so che cosa, mi difendesse dalle amarezze e dagli scoramenti irrimediabili, m’imponesse di continuare a vivere così, automaticamente, con una oscura alterezza per la mia silenziosa acquiescenza al destino.... La memoria de’ miei anni infantili era un’oasi cui talora ricorrevo. Ma dopo quella, sorgeva immancabilmente l’immagine della donna dolorosa nel tragico asilo, quale l’avevo vista la prima volta, poche settimane dopo la sua partenza: e provavo un brivido subitaneo, quasi la sensazione di chi, smarrito su un ghiacciaio, sente le oscillazioni d’una corda che lo lega ad un compagno precipitato nell’abisso. Oh la voce di mia madre, già diversa,che diceva cose incoerenti! E l’immenso casamento dal quale si elevava un brusìo confuso di risa e di singhiozzi, come l’eco d’una folla in tempesta che un muro dividesse dal resto del mondo; i vasti corridoi deserti, lungo i quali strisciavano le infermiere con mazzi di chiavi alla cintola, mentre agli usci s’affacciavano talora figure fuggevoli dai grandi occhi sbarrati e dalle bocche sorridenti, fantasmi d’una vita occulta; e infine la stanza bianca colle sue inferriate, alle quali mia madre si afferrava chiamando a nome la città che si stendeva lontana e bellissima nel sole, come un bimbo chiama a sè il lago e il bosco! Ero uscita dal recinto di dolore con un tremito interno, senza poter piangere nè parlare, sentendo una sofferenza fisica che mi prostrava e rivoltava insieme, qualcosa di oscuro e d’inesprimibile, come un desiderio sconfinato di evasione: evadere dalla vita, smarrire la strada che conduce al porto della pazzia....
Un anno, così, avvolto di nebbia tetra. Poi.... Poi il palpito in me d’una nuova vita, e l’attesa ineffabile....
Dapprima era stato un senso di timore, quasi di terrore: il dubbio inespresso ma tormentoso sull’intima eredità che mio figlio avrebbe avuto da me e dal mio compagno... E altre preoccupazioni meno profonde ma pur gravi, sull’avvenire materiale che ci sipreparava, sulle mie attitudini alla maternità....
Questa prima impressione sparì presto. Osai guardare il futuro, accettarlo con un coraggio tanto più forte in quanto persisteva in me una malinconia profonda, quale non provai forse mai più in nessun altro periodo della vita. Lentamente ascoltai in me destarsi gli istinti di madre; sentii che mi sarei votata a quel piccolo essere che si formava nel mistero, sentii che l’avrei amato con tutto l’amore che non avevo dato ancora a creatura. E una gioia silenziosa ed austera mi fiorì nell’anima, irrorata dalle prime lagrime dolci della mia vita. Avevo, alfine, uno scopo nell’esistenza, un dovere evidente. Non solo mio figlio doveva nascere e vivere, ma doveva essere il più sano, il più bello, il più buono, il più grande, il più felice. Io gli avrei dato tutto il mio sangue, tutta la mia giovinezza, tutti i miei sogni: per lui avrei studiato, sarei diventata io stessa la migliore.
Mio marito, dopo un malumore che gli sparì in breve, seguiva il mio stato con tenerezza. Lo trovavo buono, avvertivo in lui già forte l’amore di padre, un amore tutto d’istinto, senza preoccupazione veruna della responsabilità che s’iniziava per entrambi.
Sua madre, per cui le nostre nozze semplicemente civili erano state come un incubo, mi aveva per prima cosa scongiurato di fare «un cristiano» del bimbo, ed io glie l’avevopromesso, ricordandomi che a mia madre era stata fatta dal babbo la stessa concessione. Ma le avevo anche dichiarato che non avrei potuto tollerare ingerenze sue o di sua figlia nell’allevamento del bimbo, cui non volevo infliggere certi usi barbari ancor vigenti nel luogo, nè procurare fin dalla culla amuleti e fasce e pericolosi impacci protettivi. Al che mi rispondeva con una baldanza che contrastava colla consueta sua timidezza: «Dieci figliuoli ho avuto ed allattato io!»
De’ suoi dieci figli, sei erano morti nell’infanzia, e i sopravvissuti potevano dirsi fortunati. Ella mi sosteneva che i bimbi devono attraversare cinque o sei malattie, nelle quali Dio spesso se li prende per formarne degli angeli.
Povera vecchia! Mi aiutava a tagliare e imbastire camiciuole e corpettini, e godeva in quel lavoro, nella pace della nostra saletta, un benessere dolce che l’inteneriva e di cui si reputava forse indegna come tutti coloro che avendo sofferto lungo l’intera vita si son convinti di non essere stati creati per la felicità. E la sventura stava per colpirla ancora una volta.
Contemporaneamente si posero a letto mio suocero e mio marito, l’uno per un reumatismo a lungo trascurato, l’altro per una forte angina. Benchè il caso del vecchio non apparisse di eccezionale importanza, la moglie e la figlia furono trattenute al suo capezzaleed io mi trovai sola ad assistere mio marito, il cui male progrediva rapidamente. Una notte mi parve che il respiro gli mancasse; il medico accorso fece un atto disperato: il male aveva assunto tutti i caratteri della difterite: non seppe nascondermelo, malgrado il mio stato; ma io mi sentivo animata dalla volontà di non pregiudicare in alcun modo la vita della creatura che palpitava nel mio grembo. Restai calma, col cuore fiducioso, lasciando il malato nell’ignoranza della vera sua condizione, assistendolo senza riposo, come certa che il dovere così adempiuto non avrebbe potuto essere fatale.
La malattia si risolse in pochi giorni, dopo i quali soltanto il convalescente apprese il pericolo dal quale era scampato. Non ebbe tempo di allietarsene. Suo padre s’era aggravato: in capo a due settimane spirò.
Era la prima volta che la morte passava, portandosi via un’esistenza a me prossima, ma l’anima mia non fu colpita: forse ero all’estremo delle mie forze, tutte le facoltà dominanti tese verso l’evento che avrebbe fissato la mia vita.
Appresi la rettorica del lutto. Mio marito e mia cognata, che non avevano mai dopo l’infanzia sorriso al loro padre, che non l’avevano considerato se non come il detentore d’un denaro comune, proclamarono un dolore atroce, credettero forse per qualche tempo di soffrire indicibilmente.
Ripensai in quella circostanza ad alcune considerazioni che avevo ascoltate più volte da mio padre. Nel paese regnava una grande ipocrisia. In realtà i genitori, sia fra i borghesi, sia fra gli operai, venivano sfruttati e maltrattati dai figli, tranquillamente; molte madri sopratutto subivano sevizie in silenzio. Non una moglie era sincera col marito nel rendiconto delle spese, non un uomo portava intero a casa il suo guadagno. Poche coppie mantenevano la fedeltà reciproca, e di parecchi signori s’indicava l’amante in qualche donna che viveva sola, o con un marito, su cespiti inconfessabili. Poco tempo prima, un feroce parricidio aveva funestato una casa: il figlio aveva colto suo padre con la propria moglie. Molte ragazze si vendevano, senza la costrizione della fame, per la smania di qualche ornamento; a quattordici anni nessuna rimaneva ancora del tutto ignara. Ma restavano in casa, ostentando il candore, sfidando il paese a portar prove contro la loro onestà. L’ipocrisia era stimata una virtù. Guai a parlare contro la santità del matrimonio e il principio della autorità paterna! Guai se alcuno si attentava pubblicamente a mostrarsi qual era!
Per questo mio padre era stato condannato selvaggiamente, e odiato da quel pugno di persone così inferiori a lui. Per questo egli aveva avuto una ribellione che l’aveva spinto sempre più oltre.
E mio figlio nasceva in quell’ambiente!
Lo attesi in un raccoglimento severo, allontanando con energia ogni assalto di pessimismo, moltiplicando i preparativi minuziosi, consapevole e commossa della dignità che rivestivo in quell’ora suprema. Avevo accanto l’immagine di mia madre costantemente; di mia madre giovine negli anni lontani ed ignoti della mia prima infanzia: sentivo nell’anima il calore di quell’affetto che doveva essersi riversato su me con la stessa forza con cui il mio cuore circondava amorosamente l’atteso....
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Quando, alla luce incerta di un’alba piovosa d’aprile posi per la prima volta le labbra sulla testina di mio figlio, mi parve che la vita per la prima volta assumesse a’ miei occhi un aspetto celestiale, che la bontà entrasse in me, che io divenissi un atomo dell’Infinito, un atomo felice, incapace di pensare e di parlare, sciolto dal passato e dall’avvenire, abbandonato nel Mistero radioso, Due lagrime mi si fermarono nelle pupille. Io stringevo fra le braccia la mia creatura, viva, viva, viva! Era il mio sangue in essa, e il mio spirito: ella era tutta me stessa, di già, e pur mi esigeva tutta, ancora e per sempre: le donavo una seconda volta la vita collapromessa, coll’offerta della mia, in quel lungo bacio lieve, come un suggello ideale.
Vidi mio marito lagrimante di gioia, gli sorrisi, m’assopii.... Più tardi, riposata, composta in lini freschi, ricordo d’aver sorriso alle mie sorelle accorse, ricordo d’aver gettato uno sguardo sullo specchio che l’una di esse mi porgeva, e d’avere scorto il roseo delle mie guancie, lo splendore degli occhi, il candore della fronte; un’immagine bella di maternità. A mio padre pure sopraggiunto, il medico narrava le fasi del parto: le prime doglie alle due di notte, il rapido progresso della crisi, una mezz’ora di sofferenza, l’ultimo spasimo, e infine il sollievo, il primo vagito del bambino eccezionalmente robusto, perfetto di forme. Le frasi mi giungevano come il racconto di un fatto lontano di cui i miei sensi non serbassero che un fievole ricordo. Sì, il mio corpo era stato avvolto da spire di fuoco, la mia fronte s’era coperta di un sudore gelato, io era divenuta—per un attimo? per un’eternità?—un povero essere implorante pietà, dimentico di tutto, le mani convulsamente aggrappate ad immaginarî sostegni nel vuoto, la voce cambiata in rantolo; sì, io avevo creduto d’entrare nella morte nel punto in cui mio figlio entrava nel mondo, avevo gettato un urlo di rivolta in nome della mia carne lacerata, delle mie viscere divorate, della mia coscienza naufragante.... Quando tutto questo? Prima, prima! Prima di sentirmi mamma,prima di veder gli occhi del mio piccino; ed era come se nulla fosse avvenuto, poichè io avevo ora lì nel mio letto il tepido corpicciuolo avvolto nelle fasce, poichè mi sentivo un benessere delizioso per tutte le membra, poichè il domani avrei dato il seno a quella boccuccia da cui usciva un suono che mi faceva ridere e piangere....
Avrei potuto allattare la mia creatura? Durante l’intero periodo della gravidanza era stata questa la mia preoccupazione più insistente; anche la sera innanzi m’ero detta che avrei voluto soffrire ancora altri giorni, ma esser certa di poter io allevare il bimbo. Così, quando scorsi la piccola bocca succhiare avidamente, e ascoltai la gola ingoiare il liquido che sgorgava dal mio petto, e poi vidi il viso soddisfatto addormentarmisi sul seno, ebbi una nuova crisi di commozione ineffabile. Per una settimana vissi come in un sogno gaudioso, in una pienezza d’energia spirituale che m’impediva di sentirmi estenuata, che mi dava l’illusione d’avviarmi ai dominio della vita. Nelle ore in cui il piccino dormiva nella sua culla bianca accanto a me, e il silenzio e la penombra regnavano nella camera, io abbandonavo la briglia alla fantasia, ed era nella mia mente un avvicendarsi di due distinti progetti: l’uno che riguardava mio figlio, che riassumeva la visione di tutti i mesi precedenti la nascita, che mi delineava la grave dolcezza del mio còmpito di nutrice,di maestra, di compagna; l’altro, che costituiva il primo invincibile impulso verso l’estrinsecazione artistica di quanto mi commuoveva ora, mi riempiva di sensazioni distinte, rapide, nuove ed ineffabili. Si svolgeva nel mio cervello il piano d’un libro; pensavo di scriverlo appena rinvigorita, nelle lunghe ore di riposo presso la culla. E talora, in dormiveglia, sorridevo ad immagini di gloria.
La settima od ottava notte dopo la nascita, mentre rivolgevo al poppante sommesse parole di tenerezza, vidi il volto puerile atteggiarsi ad un sorriso; un sorriso lungo, pieno, splendente, miracoloso: mi produsse una sensazione così intensa, che credetti svenire.
Non posi fede al dottore, il mattino seguente, mentre mi diceva che quel sorriso non poteva essere se non una contrazione muscolare, assolutamente inconscia, prodotta soltanto dal benessere fisiologico di cui il bimbo godeva in quel momento di sazietà e di riposo. Era così soave pensare che fra me e la mia creatura esistesse di già una corrente di simpatia, e che, nel mistero della notte, col mio solo viso amoroso negli occhi, il bimbo affermasse di già la sua vita di piccolo uomo!
Il dottore mi guardava affettuosamente; mi raccomandò di non esaltarmi, sopratutto di non inquietarmi, come principiavo a fare, sembrandomi che il piccolo dimagrisse; mi assicurò ancor una volta che il mio latteera sufficiente e che non dovevo temer di nulla.
Passai la giornata scaldandomi il cuore all’evocazione di quel sorriso notturno, che m’era apparso come un preludio dei gaudî che mio figlio mi avrebbe dati nel tempo.
La sera vennero le mie sorelle coll’istitutrice a trovarmi. Conversavo con esse lietamente, quasi effondendo il mio intimo contento, quando sopraggiunse mia cognata. Senza mostrar d’avvedersi delle astanti, e dopo aver baciato il nipote, ella restò in piedi, con volto arcigno, muta. Le altre, dopo essersi scambiato uno sguardo, proseguirono tranquillamente la conversazione e andandosene, dopo un poco, non piegarono che lievemente il capo dalla parte ove stava la bisbetica indomabile. Questa non le lasciò neppur chiudere l’uscio; si avventò come una furia verso di me, con una valanga d’improperî al loro indirizzo. Era un vecchio rancore quello che ella sentiva verso le mie sorelle, che non andavano mai a farle visita: ma non mi si era ancora rivelato intero così. Mio marito intervenne fiaccamente; io non potei che rispondere qualche frase di sprezzo, mentre mi abbandonavo sui guanciali, sentendomi la febbre montare nelle vene, e staccavo il bambino dal petto, dietro esortazione sommessa della servente impensierita. A lungo la donna fuori di sè parlò, parlò, inviperendo.... Allorchè se ne fu andata, mi trovai esausta, semisvenuta,incapace finanche di rimproverar mio marito, di dirgli il mio stato.... La notte il bambino pianse, insoddisfatto del nutrimento; nella sua visita mattutina il dottore mi trovò mentre lasciavo scendere sul volto di mio figlio vanamente attaccato al seno alcune lagrime disperate.
Non avevo più latte. Invano per quindici giorni tentai affannosamente ogni rimedio, ogni regime, non vivendo più che nell’idea fissa di volere io, io sola allevare mio figlio, a ogni costo. L’energia che mi aveva sostenuta fin lì pareva abbandonarmi: piangevo, piangevo piano, come una bimba, guardando il seno che non mi s’inturgidiva, verificando desolatamente ad ogni pesatura che il piccino diminuiva, cercando rassegnarmi al pensiero di veder quella testina appoggiata ad un altro petto. Era un dolore nuovo, fisico oltre che morale, qualcosa che mi struggeva, che recideva in me tutta la magnifica fioritura di sogni spuntata dinanzi alla culla bianca; qualcosa che respingevo coll’indignazione del moribondo giovane, come una mostruosa ingiustizia....
Dovetti cedere, per non far morire la creaturina. Ottenni che la balia restasse in casa, che mio figlio dormisse accanto a me. La giovane che mi surrogò credo di averla odiata, col suo viso stupidamente classico e i suoi movimenti pesanti, goffi; ma non aveva neppur lei sufficiente latte per il piccolo ingordo che aveva patito la fame. Dopo una settimanavenne a sua volta sostituita. La nuova nutrice, d’aspetto umile, dallo sguardo tranquillo e buono, mi calmò alfine l’ansia per la salute del bimbo. Intuendo la mia gelosia materna, la povera donnina si difendeva dalla tentazione di baciare la creatura cui ella dava il suo sangue, e tendeva tutte le facoltà del suo intelletto per non trasgredire le mie norme. Potei così vincere alquanto il mio spasimo, rassegnarmi a dirigere l’opera che non potevo compiere, e a ristabilire il mio organismo straordinariamente scosso. Mi rivedo tutta bianca nel vestito e nel viso, sprofondata nella poltrona; tentando riscaldarmi al sole di maggio, ascoltando distrattamente i discorsi del medico, la sola persona che quasi ogni giorno portava nella mia vita un filo di fraternità spirituale. L’anemia s’era impadronita di me e non m’avrebbe più lasciata. Non me ne preoccupavo; ma i nervi se ne risentivano, sempre dolorosamente tesi. L’igiene del piccino m’era come un’ossessione, poichè la spingevo agli eccessi; dovevo mostrarmi d’un’esigenza quasi crudele colla balia, malgrado le fossi, in certi momenti di serenità, intensamente grata. Mio figlio cresceva come un fiore fra le due madri. Ora per ora sentivo di amarlo in modo sempre più delirante, comprendendo di aver accumulato in lui tutta la mia sostanza profonda. La mia vita si concentrava su quel piccolo essere.
Non notavo che mio marito m’era diventatoaffatto indifferente e che la mia psiche aveva cessato di occuparsene. L’indulgenza a suo riguardo era divenuta una forma d’abitudine. Egli era il padre della mia creatura, l’uomo che un giorno mio figlio avrebbe dovuto rispettare, ed io agivo verso me e verso gli altri ispirata dalla volontà di mantenere l’illusione intorno alla persona morale di lui, di farlo apparire degno di me, degno della sua paternità. Gli ero grata quando lo vedevo commuoversi ed allietarsi per qualche piccolo progresso del bimbo, quando partecipava in un certo grado alle mie incessanti apprensioni e sopportava, oltre ai fastidî notturni, le mie lagnanze contro tutto ciò che non era il sorriso di mio figlio.
Come se una jettatura pesasse sull’allevamento del piccino, verso il quinto mese alla nutrice morì una figlia e scemò il latte. Entrò in casa una nuova donna, bruna, sanguigna, formosa, di carattere opposto a quella che se ne andava. Non ho mai incontrato un temperamento più bislacco, assurdo e imperturbabile. Per mesi e mesi, mentre il bimbo sviluppava deliziosamente le sue grazie e le sue forze, io sostenni una lotta continua contro i miei impulsi per sopportare quella contadina che aveva un riso sonoro e fatuo nell’ossequio come nell’impertinenza, un riso che mi feriva sopratutto quando lo vedevo scoppiare ad un palmo di distanza dalla faccina di mio figlio.
Mio marito, rimproverandomi, acuiva la mia amarezza: non comprendeva che i difetti di quella donna m’irritavano in quanto deformavano la seconda madre ch’io volevo che fosse per mio figlio?... Temevo, sopratutto, che il bimbo potesse, col latte, succhiare i germi di quella natura goffa e biliosa. E vedendo mio marito insistere nel difenderla, mi attraversò la mente un sospetto che mi offendeva in quanto avevo di più sacro.
Tanto orrore m’incuteva quel sospetto, che rifuggii con tutte le mie forze dal verificarlo. In verità, al di fuori della somma di energie ch’io spendevo attorno al bambino, era in me un’incapacità sempre maggiore di vedere, di volere, di vivere: come una stanchezza morale si sovrapponeva a quella fisica, lo scontento di me stessa, il rimprovero della parte migliore di me che avevo trascurata, di quel mio io profondo e sincero, così a lungo represso, mascherato. Non era un’infermità, era la deficienza fondamentale della mia vita che si faceva sentire. In me la madre non s’integrava nella donna: e le gioie e le pene purissime in essenza che mi venivano da quella cosa palpitante e rosea, contrastavano con un’instabilità, un’alternazione di languori e di esaltamenti, di desiderii e di sconforti, di cui non conoscevo l’origine e che mi facevano giudicare da me stessa un essere squilibrato e incompleto.
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Su un libriccino segnavo le date maggiori dell’esistenza fragile e preziosa della quale vivevo e che respiravo come se fosse stata la sola aria per me vitale. Quegli appunti, insieme a qualche notazione rapida del primo destarsi dell’intelligenza nel bimbo e delle impressioni varie che ne risentivo, sono il mio esordio di scrittrice.
Rivedo il corpicino di mio figlio ignudo nel bagno, sorretto dalle mie mani trepide: bello, di una bellezza perfetta che consideravo senza orgoglio, con timore, immaginando possibili deformazioni, chiedendomi se avrei amato quella creatura quando avesse recato qualche marchio d’infelicità, e dicendomi che le avrei fatta bella la vita in qualsiasi condizione. Rivedo lo sguardo di lui, inesprimibile: uno sguardo luminoso come un lembo di cielo azzurro; e la bocca deliziosamente fiorita, e la testina coperta di fini capelli castani, e le mani irrequiete, prepotenti, sempre occupate. E vedo me stessa china sulla sua culla per ore e ore, di giorno e di notte, spesso affranta, col petto gonfio di una gioia grave, quasi mistica. Ero necessaria a mio figlio quanto egli a me; la mia vigilanza perenne faceva di lui un superbo esemplare d’infanzia fortunata; ero ben io che lo portavo avanti,senza posa, io sola, ostinatamente. Egli mi apparteneva, perchè io sola me gli davo; suo padre, sua nonna, tutti gli altri godevano lo spettacolo; ma io ero l’autrice; da me sola avrebbe dovuto riconoscere tutto ciò in avvenire.
La balia se ne andò prima che il bimbo compisse l’anno. La primavera e l’estate mi videro scaldarmi al sole insieme alla mia creatura. Sostenevo il piccino nel suo sgambettìo tentennante, poi lo prendevo in braccio, lo portavo attraverso i campi o in riva al mare, a lungo, ansando talvolta e sorridendo insieme per la fatica. Che cosa ci dicevamo mio figlio ed io, dalla mattina alla sera? Chi sa! Egli chiamava: Mamma! ed io dovevo rispondergli palpitando. Talora scrivevo tenendolo in grembo, lettere ad amiche, cifre per gli operai; o leggevo adagiata accanto a lui su un tappeto, fra i più strani oggetti. Negli occhi turchino cupi, vellutati fra le ciglia lunghe, splendeva a tratti un lampo di furberia, la coscienza dell’onnipotente sua volontà; e in me capitolavano tutte le energie, io non sapeva più esiger nulla da chi mi guardava con tale adorabile malizia.
Mia suocera aveva cessato di brontolare perchè non eseguivo le sue magiche ricette contro il malocchio e una quantità d’altri pericoli. Quando veniva a trovarmi, più piccola e sfinita nell’abito da lutto, il volto le si accendeva fugacemente scorgendo le grazie delnipotino. In paese si diceva ch’ella subisse ora chi sa quali maltrattamenti dalla figlia. Non si lagnava, ma era sempre più curva, più silenziosa: quali ombre di pensieri amari dovevano svolgersele nella mente?
Il bimbo aveva alquanto ravvivati i rapporti miei con le mie sorelle e mio fratello. L’istitutrice, partita da casa loro per un migliore impiego, non era stata sostituita. Ogni due mesi si andava a trovar nostra madre, che ormai non chiedeva più di tornare con noi, s’interessava sempre meno alle nostre frasi tremanti, acquistava progressivamente, con una pinguedine che impensieriva i medici, un linguaggio ed un’espressione infantili. Le figliuole principiavano a sentire intera la loro solitudine morale, a formular dei rimproveri concreti contro la condotta paterna. Ma si effondevano poco con me. Dovevano pensare che non ero felice: anche compiangendomi però, mi reputavano certo un essere poco sensibile. Ne soffrivo, ma non trovavo la forza di disingannarle, di conquistarle.
Qualche volta incontravo il babbo, non curante che di arricchire dacchè aveva preso in affitto la fabbrica, senza un pensiero per l’abbandono in cui si trovavano i figli malgrado l’agiatezza crescente che li circondava. Guardava il mio piccino come una graziosa bestiuola. Di mio marito continuava ad esser mediocremente soddisfatto, pur avendolo elevato a vicedirettore. Alla vita del paese eradivenuto del tutto estraneo; nelle sue critiche era troppa acredine perchè potessi rilevarne come in passato le note giuste; e tuttavia parlando con lui mi sentivo sempre portare come in un cerchio più spazioso d’idee, sì che tornando nelle mie stanzuccie avevo l’impressione di ripiombare in un pozzo angusto, soffocante. Neppure le conversazioni coll’amico dottore mi facevano un tal effetto di eccitare quanto v’era in me di più originale e forte.
Col dottore, pur divertendomi a discutere le sue opinioni temperate e in parte pessimiste, restavo perplessa, e spesso sconcertata. La nostra simpatia aveva forse radice in una differenza sostanziale della nostra educazione e in una somiglianza altrettanto profonda dei nostri gusti: ma io non possedevo me stessa intera ed egli non era lo spirito atto a suscitare una certezza qualsiasi nella mia anima.
D’altronde, che cosa pensava egli veramente di me? Come di fronte agli altri, anche di fronte a lui non avrei voluto apparire donna da compiangersi.
Sempre più gravosa intanto mi riusciva la missione che m’ero imposta verso mio marito. Ora anche il suo affetto egoistico mi pareva intepidito. Nuovi sospetti sulla sua fedeltà mi erano sorti a proposito d’una bella e sfrontata operaia ch’egli aveva difeso presso mio padre a torto. Per altro, l’istinto geloso perdurava in lui e si manifestava in modo sempre più tirannico.
Un giorno non so più bene dietro qual bisticcio futile, lo vidi per la prima volta montare in furore, gettarsi su un vestito nuovo che stavo per indossare, e lacerarlo.... Mi parve di venir io stessa malmenata. Egli si represse tosto, tentò scusarsi. Volli dimenticare, non dar importanza all’incidente....
Lo guardavo talora, sempre sicuro di sè, pago intimamente della sua situazione, debole e pauroso di fronte ai superiori e alla folla, privo di ogni intuizione, inetto nella carezza come nel rimprovero, inutile, estraneo alla mia vita. Egli non sentiva il mio esame, ed io riportavo lo sguardo su mio figlio, obliando istantaneamente il gelo ed il terrore di quell’involontaria analisi, scaldandomi e tranquillandomi al suo sorriso.
Sopraggiungendo l’inverno riprendemmo, una, due volte per settimana, le veglie in casa del nostro parente. Vi convenivano regolarmente, oltre al dottore, qualche commerciante ammogliato, il segretario comunale, un maestro con alcune figliuole e qualche volta mio fratello e un suo amico studente quasi sempre in vacanza: talora nello stanzone s’era più di venti ad ascoltar le canzonette napoletane del segretario fra un pettegolezzo, una disputa e un ragionamento sbilenco.
Mia cognata non mancava mai. Notavo in lei con un certo stupore delle velleità d’eleganza e come una preoccupazione di civetteria dacchè aveva smesso il lutto. Si mostravaapertamente invidiosa delle ragazze, più giovani di lei e un poco più affinate. Ma nessuno, per buona sorte, le badava troppo: solo il dottore, che l’aveva curata pochi mesi avanti per un’ostinata nevralgia, le lanciava qualche satira, con un sorriso fine, ed ella chinava il capo stranamente confusa e non ribatteva.
Il dottore mi mostrava la sua compiacenza nel vedermi partecipare a quelle riunioni serali ove pur tante cose mi urtavano. Ero così priva di distrazioni, che mi ci recavo abbastanza volentieri. Mi sentivo circondata, ora, da un rispetto che mi lusingava, venendo da individui generalmente sprezzanti verso la donna; più che la fama di geloso che mio marito s’era acquistata, era certo il mio aspetto di bimba pensosa e gentile, così differente dal tipo femminile del luogo, che frenava la parola e il pensiero di tutti quegli uomini, obbligandoli ad estrarre alla luce quanto di meno volgare ognuno possedeva.
Una sera, mentre il segretario suonava, vidi ad un tratto fissi sui miei, acutamente, singolarmente, gli occhi di uno della comitiva, seduto di fronte a me. Era un forestiero, come in paese chiamavano tutti coloro non nati lì. Egli diceva d’esser vissuto, sino a tre anni avanti, sempre all’estero, un po’ qua un po’ là, per gusto d’avventure. Sapeva infatti parecchie lingue ed era certo, dopo il dottore, il più intelligente ed istruitodi quanti conoscevo in paese. Viveva di una piccola rendita, con la moglie e un bambino dell’età stessa del mio, bellissimo.
Da poche settimane soltanto le relazioni tra le nostre due famiglie s’eran annodate: la giovane m’era apparsa alquanto ambigua, con un’espressione leggermente sarcastica su un pallido volto di consunta. Quanto all’uomo, di trent’anni, di media statura ma di forme atletiche, biondo, con una singolare voce calma e metallica, corretto nei modi ma impenetrabile nello sguardo, non mi suscitava interessamento speciale. Non avevo di lui alcuna opinione precisa, come del resto non ne avevano gli altri suoi conoscenti, perchè solo da poco egli s’era stabilito in paese, ove l’aria pareva dovesse giovare alla moglie.
Sotto il suo sguardo trasalii. Che voleva quell’uomo? Mi pareva che sorridesse in modo enigmatico, per la soddisfazione d’avermi fatto notare la sua occhiata, forse; e mi sentivo come schiaffeggiata da quel muto riso. Ma una sorta d’ipnotismo mi obbligò a ricercare di nuovo le sue pupille; non sorridevano più; erano cupe, imperiose, ardenti.
Quella notte mi coricai con una sorda agitazione nell’anima, quasi che un nemico mi avesse dichiarata una guerra dal motivo e dall’esito ignoti. Per la prima volta dacchè ero maritata, un uomo a due passi da me ardiva di guardarmi in tal modo, come obliandola mia fama di orgoglio e di austerità. E la sorpresa era pari all’indignazione.
Per alcune sere fui perseguitata da quegli occhi azzurro chiari, implacabili, ma che via via perdevano l’espressione di comando che mi aveva sgomentata, per assumere una dolcezza grande, quasi un’estasi di sogno. Colui parlava poco, abitualmente; potendo si isolava dall’uno o dall’altro gruppo, e dall’angolo in cui si poneva mi fissava lungamente, non scorto che da me. Al momento dei saluti, tratteneva un istante più del necessario la mia mano nella sua, in silenzio. Facevo con mio marito la strada fino a casa, nel rigore della notte invernale, fantasticando. A casa trovavo il bimbo addormentato, e a guardia di lui la donna di servizio, sfinita, che se ne andava subito verso la sua catapecchia. Una rapida punta al cuore. E sotto le lenzuola invocavo ansiosamente il sonno.
Al mattino, mi rialzavo col capo greve. Di là dai vetri della sala da pranzo scorgevo talora, giù nella strada, passar lenta una figura, che non mi salutava e mi guardava. Un attimo; e lasciavo la finestra. Mi ponevo a giocar col bimbo. La sera, prima di uscire, mi fermavo davanti allo specchio, come non avevo mai fatto.
Nel nostro convegno le tre figliole del maestro susurravano spesso a bassa voce tra loro quando mia cognata ascoltava il dottore con aria estatica. Mio fratello una volta, scorgendole in quell’atteggiamento, mi disse ridendo, a bassa voce: «Il segreto di tua cognatadiventa quello di Pulcinella.... Non ha da esser fiero il dottore della sua conquista!...» Avrei voluto chiedergli spiegazione e non osai. Che intendeva dire? Che rapporti potevano esistere fra il mio amico e quella creatura? Restai perplessa, mentre mi cresceva ad un tratto l’oscuro senso di malessere. E mi sentii più sola, inosservata fuor che da quell’unico....
Ormai non potevo ignorare il proposito di quell’uomo: io gli piacevo e voleva mostrarmelo. Poi?... Che attendeva, che immaginava? Talora, a notte, tornando dal consueto ritrovo e accompagnandoci per un tratto di strada insieme a sua moglie, egli mi gettava al disopra delle spalle di questa, piccolina, il suo sguardo penetrante, e io non distoglievo il mio che dopo un attimo, e per considerare le altre due figure che mi camminavano a lato, ignare. Mi chiedevo: «Dove vai? Sei tu, tu che accetti questo?»
Un semplice atto di energia sarebbe bastato, sì. Il pensiero di quell’uomo entrava ormai in tutte le occupazioni della mia giornata, le metteva tutte in seconda linea; financo mio figlio non valeva a liberarmi dall’ossessione; ma non era un pensiero appassionato, neppure simpatico. Il mio cuore non batteva, non poteva battere per chi mi era quasi sconosciuto, per chi non vedeva in me, certo, che un fiore degno d’essere carpito all’indifferente proprietario..... E colui doveva ben dirsi che il gioco non poteva prolungarsi molto.
Il capo d’anno passò: ricevetti, un dì che mio marito era assente dal paese, una lettera. Mi si pregava di una parola che convalidasse le speranze nate in un cuore in cui l’amore e il dolore tumultuavano. Sorrisi. Le frasi non mi persuadevano, e vidi annunziarsi l’atteso scioglimento. Perchè risposi?
Risposi, non rammento in quali termini, che quel cuore doveva riconquistare virilmente la calma, fugare le ombre d’un sogno, perdonare a chi aveva lasciato forse che vi spuntassero vane speranze per biasimevole debolezza... Era uno scritto sincero, con una punta d’ironia che non escludeva il sentimento della pietà per l’aridezza di entrambi; doveva balenarvi qualcosa di stanco e di amaro, traverso la rassegnazione al destino. Rileggendolo, prima di spedirlo, mi parve di avere scritto per me sola, d’aver sintetizzato la mia anima, e come uno sfacelo avvenne in me; io compresi per la prima volta tutto l’orrore della mia solitudine, sentii il gelo de’ miei vent’anni privi d’amore, e piansi un lungo pianto desolato e selvaggio, cessato il quale seppi la misura della mia miseria.
Spedita questa risposta, per qualche giorno restai in casa, lieta e triste insieme di non ricevere più segno di vita da chi, senza saperlo, mi aveva fatto gettare un tale sguardo su me stessa e mi aveva strappata una così disperata confidenza. Quell’immagine intanto non mi lasciava, ed io mi sentivo a grado a grado invadere da un languore mortale, che non era più rassegnazionee non era ancora ribellione, ma semplicemente l’ansia di qualche catastrofe impensata che mi togliesse alla coscienza del mio male.
Il suo silenzio mi divenne presto insostenibile. Dopo qualche sera tornai alla casa del nostro parente. Appena entrata vidi il volto temuto, che impallidiva leggermente, mentre gli occhi evitavano i miei; più tardi sentii la voce un po’ affiochita dire d’un malessere provato nei giorni precedenti. Al mattino dopo, con un sotterfugio, mi pervenne una seconda lettera. Era violenta. Mi diceva che l’amore non si doma, che la passione non si dissimula: nulla aveva da perdonarmi, ma tutto da implorare, ancora, sempre, per me, per il mio diritto alla felicità, più ancora che per sè, indegno....
Era tattica sapiente, o il caso? Era colui un abile conoscitore e calcolatore, o io attraversavo una crisi durante la quale una voce qualsiasi di riscossa era irresistibile?
Che cosa replicassi non so più. Mi sfogavo, certo, mi lagnavo miseramente, mi abbandonavo alla dolce fede di essere compresa, di aver trovata un’anima fraterna sotto apparenze taciturne. Dicevo che il domani compievano quattro anni dal dì delle mie nozze.... che la vita mia era sigillata, che solo per mio figlio avrei ancora potuto sorridere....
E sfuggivo ora l’analisi del mio sentimento giganteggiante, attendevo il precipitare dei fatti, senza che il cervello paralizzato mi permettesse di raffigurarmeli in qualche modo.
Io sapevo che sua moglie, votata ad una morte prossima, era di carattere molesto, freddo, impotente a dare e a ricevere affetto. Non credevo ciò una scusa per tradirla; anche verso mio marito non accampavo motivi di rappresaglia; mi sorprendevo anzi a nutrir per l’una e per l’altro una pietà sincera, pungente. Il pensiero del bimbo sopratutto incombeva sul mio spirito. Ma anche esso pareva affievolirsi: via via tutto si oscurava.... Ero pervenuta al sofisma di tutte le donne che conciliano l’amore dei figli colla menzogna maritale? Il mio spirito si raffigurava un avvenire di viltà felice fra le gioie materne e gli amplessi dell’amante?
Non credo. Cercavo di persuadermi che la vita mi offriva finalmente l’amore, il vero, e che dovevo accettarlo, portando all’uomo che mi meritava, tutta me stessa e l’altra parte della mia vita, il mio bimbo, semplicemente, lealmente. Oh, amare, amare, darmi volontariamente, sentirmi di un uomo, vivere, rinascere!
Quanti giorni di battaglia? Non so più: pochi. Quando lo rividi, ad una delle festicciuole da ballo che il gruppo degli amici aveva organizzate, ed egli mi cinse la vita trascinandomi in un turbine di giri e susurrandomi sul collo parole brevi di amore, di amore, e in tutta la sala ridicolmente addobbata, non vidi un solo essere che attingesse le vette del sogno ch’io facevo, e mi sentii nelle vene tumultuare un sangue giovane, ricco, e appresi in un balenoda cento occhi dimentichi, che confermavano le parole ardenti di lui, ch’io ero una donna bella, la sola bella, bella, bella; e mi dissi che un uomo s’era sentito capace di suscitare in me una fiamma che tutta mi travolgesse.... pensai che il mio destino si fissava, e assaporai la prima, l’unica ebbrezza della mia vita.
Mio marito dovette improvvisamente partire per alcuni giorni. Quando lo seppi, tremai. Era un pomeriggio grigiastro, gelido; egli sedeva al caminetto, e io me gli avvicinai, mi strinsi alle sue ginocchia come nei giorni lontani del nostro oscuro idillio, obliando in quell’istante ch’egli era l’autore della mia sventura, non ascoltando che l’avvertimento del cuore per cui vedevo la sua persona travolta colla mia nell’imminente bufera. Egli mi carezzò la testa, come da un pezzo non faceva, scorse l’alterazione del mio viso, si turbò, trovò, dinanzi alle mie lagrime irrompenti, parole di tenerezza. Mi voleva bene dunque ancora? Non sapevo: sapevo di non averlo, io, mai amato, poi che la donna solo allora in me si destava, la donna bramosa di un ignoto delirio che la ponesse, conscia del proprio valore, in balìa d’un forte....
Che potevo dirgli? Lo lasciai partire. L’altro mi seppe sola, audacemente e semplicemente mi pregò con un biglietto d’attenderlo per la sera dopo: avremmo parlato; io sapevo che avrei ricevuto un gentiluomo.
Venne. La situazione era singolare, e noi impacciati, quasi dimentichi del reciproco esaltamento dei giorni addietro. Non so perchè, lo trovavo quasi goffo, seduto di fronte a me col tavolo rotondo frapposto, scegliendo le parole dell’esordio, collo sguardo privo del consueto lampo temerario. E mi sentivo tutt’altro che commovente, così rigida e muta, coll’orecchio teso verso la stanza ove il piccino dormiva, la fronte ombrata di diffidenza.
Non ritenevo che qualche spunto di frase: «Certo.... abbiamo entrambi dei doveri, dei duplici doveri.... Ma al sentimento non si può mentire.... Il cuore ha i suoi bisogni.... Senza venir meno a quei doveri, senza far soffrire....»
Che altro? Non era di facile eloquio e io non lo incoraggiavo.
«Senza far soffrire nessuno.... Si può conciliare....»
Doveri? S’ingarbugliava. Si risolse, troncò le dimostrazioni, mi prese le mani, ravvivò gli occhi, mi disse che mi amava, ch’io pure l’amavo, che saremmo stati felici presto; mi dava del tu; si alzò, mi trasse a sè, improvvisamente mi baciò in bocca; e allontanandolo io con un gesto, di nuovo mi dichiarò che non voleva nulla da me ch’io non sentissi spontaneamente di concedergli; che gli bastava sapere che il mio cuore era suo, sentir dalle mie labbra ogni tanto e dalla mia penna le inebbrianti parole della passione. Mi attrasse di nuovo, e appoggiata al suopetto, la sua guancia accanto alla mia, provai per un attimo l’impressione di esser travolta, naufraga, da un naufrago.