CAPITOLO IX

—Magenta ha detto? io lo conosco quel bel paese posto sulla strada diNovara.

—Lo conosci? tanto meglio; ebbene io sono dell'orizzontediMagenta.

—Ella avrà certamente il castello de' suoi antenati, dei possedimenti…

—Non ho nulla, la politica si portò via tutto.

—Che peccato, mi piace così tanto la campagna!

—Cosa intendi dire Marta?

—Che ci avrei passato volentieri una parte dell'anno.

—In campagna?

—Già, con lei.

Nicodemo parve raccogliersi un istante e fare uno sforzo di riflessione, indi stralunando gli occhi e battendosi la fronte gridò:

—Ma sicuro che è così, oh non fallo io! Se tu, dico… pensi già al modo di vivere meco allorquando ti avrò solennemente impalmata è segnochiaroveggenteche non hai nessuna difficoltà a darmi la tua annuenza, non è vero? Ma allora noi possiamo dire che tutto èconcretatoesancito!

—No, non è così…. gli è che…. balbettava Marta arrossendo suo malgrado.

—Bene, bene, fanciulla mia, io non voglio sorprenderti, pensa pure con calma e vedrai che il vantaggio della nostra unione è tutto tuo, che tu non puoi pretendere di più.

La servetta fece un dispettuccio che sfuggì agli occhi del maggiordomo, e che si poteva tradurre così:

—Ih, quanta superbia! diventa mio marito, e te la farò dar giù io.

In questo punto si udì una lunga scampanellata che fece trasalire i nostri personaggi.

—È il signor conte che mi chiama, esclamò Marta.

—Accorri, accorri subito, disse il maggiordomo spaventato.

—E chi resterà a far la guardia alla porta?

—Ci resterò io.

—Lei?

—Sì, io, ma fa presto, che il signor conte non sappia che noi eravamo in discorsi confidenziali.

—Non dirò niente.

—Brava Martina.

—In quanto poi alla risposta….

—Sì, sì, hai tempo.

—No, gliela darò domani.

—Come vuoi.

E Marta, lanciata un'occhiatina amorosa al fidanzato, che lo fece andar in visibilio, ratta ascese lo scalone che doveva condurla negli appartamenti del conte.

Nicodemo, riavutosi dal turbamento che gli aveva cacciato addosso la improvvisa chiamata del padrone, s'accorse ch'era solo nello stanzino dei portinai.

Aggrottò le sopracciglia e riflettè:

—Diavolo, come ho fatto impegnarmi a restare in questo vil ricettacolo della bassamoltitudine. Se mi si vedesse supplire un portinaio sarei un uomo disonorato, perderei queldiscendentech'io esercito sugli altri, la mia posizionesocialisticasi vedrebbe compromessa…. ecco come si fa in frotta, dico…. a spregiudicarsi in un momento di debolezza; e tutto per quel diavoletto di Marta, che a dirla qui in confidenza mi ha fatto girare un poco il cervello. Adesso che ci penso, dicono che tante volte chi si lascia prendere dall'amore diventa sciocco; diavolo! con vorrei anch'io per niente affatto seguire codesta regola!… Oh, ma chi ha il mio ingegno non lo smarrisce tanto presto. Voglio prender moglie ed avere dei figli; i figli somigliano sempre al padre; dunque è mio dovere propagare una razza che deve essere illustrodel paese…. sarò ildecroteurd'Italia.

Nicodemo aveva finito il suo monologo allorquando udì il rumore di alcuni passi sotto l'atrio della porta.

Il povero uomo fremette; egli stava per essere sorpreso in un luogo che avrebbe macchiata la sua riputazione.

Il rumore s'avvicina sempre più, la porta di strada s'apre ed entrano… i conjugi Paglini.

Emise un sospiro il maggiordomo e proruppe:

—Ah, meno male, siete voi.

—Guardalo qui quel caro signor maggiordomo, gridò Bastiano colla sua cordiale bonarietà; e noi lo credevamo all'Aquila trincando il suo solito mezzino.

—Zitto dico… fate adagio, esclamò Nicodemo girando attorno gli occhi smarriti; in tutto l'orbe terraqueo l'uomo ha i suoi capricci, ma non per questo si devonoseminare al vento. Se qualcuno vi sentisse mi crederebbe un crapulone, un non so io…

—Cosa vuole, soggiunse Maddalena scusando suo marito; bisogna compatirlo, è il suo maledetto vizio di dire tutto quello che gli viene in mente.

—Guarda chi mi vuol correggere, ribattè Bastiano, mia moglie, lei che non sa tenere in gozzo quello che terrebbe un pulcino.

—Parlare va bene, disse la portinaja, ma a tempo debito.

—Ih, cosa ho detto infine? che credevo trovar il signor maggiordomo col mezzino in mano; è un delitto forse inumidirsi qualche volta la gola? corpo d'una ciabatta, se ciò fosse io sarei l'uomo il più malvagio di questo mondo.

—Bene, dico… non è nulla, conchiuse Nicodemo, un'altra volta abbiate più prudenza… e finiamola. Ora ditemi in che cosa io possa giovarvi, che salvo errore voi foste in traccia di me.

—Ecco qua, saltò su Bastiano, si tratterebbe… d'un matrimonio.

Nicodemo si scosse.

—Guarda, guarda, pensò egli in cuor suo, quella briccona di Marta certamente innamorata de' miei vezzi aveva già parlato ai portinaj perchè ci mettessero d'accordo.

Ed aggiunse ad alta voce:

—D'un matrimonio avete detto? e fra chi?

—Sarebbe fra due persone che pajono nate espressamente per accoppiarsi, disse il Pipélé sorridendo.

—Ah sì? ma chi sono dessi?

—Sono… eh, eh, signor maggiordomo, vorrei dirglielo d'un colpo, ma mi piacerebbe lasciarlo indovinare! Ecco, la sposina è una giovinetta bella come il sole, piena di grazia e di bontà, educata poi… nientemeno che in uno dei nostri migliori collegi…

—È la Marta certo, pensò il maggiordomo, ma però non mi sono accorto mai che avesse cotanta educazione in corpo.

—In quanto allo sposo, continuava il portinajo, è un uomo stimato da tutti per il posto eminente che occupa nella società, di profondo sapere, di molta dottrina, che parla come un libro e che scrive come… un avvocato.

—E questi son io, ripensò con compiacenza Nicodemo.

—E malgrado le sue eccellenti qualità, aggiunse Bastiano, il mio uomo è affabile con tutti e non isdegna neppure di trattare con della povera gente come per esempio saressimo noi… e figurarsi che tra noi e lui corre quella differenza che ci sarebbe fra… fra…

—Ve lo dirò io, buon Bastiano, fra il campanile della nostra parrocchia ed il famosopiccodella Mirandola.

—Bravo, proprio quello che voleva dir io; eh, che ne pensa signor maggiordomo, scommetto che mi ha già capito… gran bella cosa aver studiato, si piglia tutto al volo.

—Hai ragione Bastiano, noi abbiamo giàintuitoogni cosa.

E Nicodemo dava al suo sorriso un'aria di soddisfazione.

—Davvero, ebbene? chiese Maddalena che aveva ascoltato coll'ansia nel cuore, credendo sempre si trattasse di sua figlia.

—Vi posso dire sin da questo momento che tutto è già combinato.

—Combinato? gridarono insieme i conjugi Paglini.

—Combinato. Eh, eh, sono un uomo io che le mie cose me le faccio da solo, non ho bisogno, dico… d'intermediari. Ho favellato testè alla ragazza.

—E che le ha risposto? saltò su Maddalena con dolce impeto.

—Ha accolto la mia proposta di matrimonio conenfasi… condelirio. Soltanto che per salvare un po' la modestia mi disse che m'avrebbe data domani l'ultima, parola. Eh, ma io non ho paura io, un conjuge mio pari non faccio per dire…

—Vedi moglie mia s'io non ho colto nel segno! gridò Bastiano raggiante di gioja.

—Ma un momento, proruppe Maddalena alla quale pareva impossibile che tutto dovesse procedere così bene; di chi parla lei signor maggiordomo?

—Bella domanda in verità! di chi parlo io?

—Sì.

—Ma di Marta, dico… della camerista dell'illus…

—Oh!! interruppero i Paglini fulminati dalla sorpresa.

Quì successe un istante di silenzio nel quale i nostri tre personaggi si guardavano istupiditi senza sapere cosa aggiungere.

Finalmente Bastiano esclamò con voce velata:

—Ma non è dessa, capisce, non è Marta.

—Chi, la sposa? chiese il maggiordomo stordito.

—Sicuro, è di mia figlia ch'io le parlo.

—Vostra figlia!?

E gli occhi del maggiordomo volevano schizzar fuori dell'orbita.

—Si metta nei nostri panni, signor Nicodemo, disse la portinaja asciugandosi una lagrima e ci perdoni di aver osato farle simili proposte. Noi abbiamo un'unica figliuola che l'amiamo più ancora di noi stessi. Ci siamo sottomessi senza mormorare a stenti, a privazioni per farla crescere educata, nell'onore del mondo, onde avesse a benedir sempre la memoria de' suoi parenti ed ora, al momento di compiacersi dell'opera nostra, al momento di veder nostra figlia soddisfatta e felice un muto e misterioso dolore le avvelena ogni gioja, le consuma lentamente la vita. Vana ci rescì ogni richiesta, la poverella non sa risponderci che con lagrime. Credemmo che rimembrando gli agi e la vita signorilmente attiva del collegio le venisse a noja i costumi semplici e modesti della nostra casa e senza aver coraggio di lagnarsene si crucciasse segretamente. Bisogna dare adunque alla sua esistenza nuovo indirizzo, nuove cure, mi suggerì mio marito e queste non le può trovare che a fianco d'un compagno amato, che in mezzo ad una cara famigliuola. Allora pensammo a lei. La credemmo capace di rasserenare l'avvenire della nostra Erminia, di rifiorirle i suoi anni coll'affetto santo e cordiale di sposo. Perdoni signor Nicodemo, perdoni la mia franchezza, mia figlia è degna di lei, se lo può la faccia felice, è una madre che la supplica, una madre che non vive a questo mondo che per la sua diletta figliuola.

Il maggiordomo riavutosi appena dal primo stupore ricadde subito in un altro non meno profondo allorquando comprese chi gli veniva proposto in moglie.

Malgrado il suo ingenuo orgoglio egli non aveva mai osato sollevare gli occhi sino in volto ad Erminia.

Erminia con quella sua candida bellezza, con quella soave modestia, con quel piglio delicato e civile gli incuteva troppo rispetto e venerazione perchè potesse formar dei progetti su di lei.

Ma ora vedendo che dal lato de' suoi parenti non avrebbe incontrata alcuna difficoltà, anzi veniva da loro invitato a domandarla in isposa si ringaluzzì.

Finse nondimeno riflettere un istante ed invece pensò in cuor suo:

—Rinuncio subito a Marta; ed io bestia che non ebbi mai il coraggio… sono troppo modesto, già è il vizio di tutti gli uomini grandi.

Bastiano vedendolo indeciso gli sussurrò all'orecchio:

—Vadi là che non la sbaglia: Erminia è una brava tosa e poi non le verrà in casa a mani vuote.

—Non mi credete interessato, rispose Nicodemo; se mi vedete quìpensantegli è ch'io aveva, dico… degli altri castelli in aria, ma li abbandono da questo istante e prometto sagrificarmi solo a vostra figlia.

—Che Iddio vi benedica! disse Maddalena con riconoscenza.

La povera donna era accecata da un tenero amor figliale.

—Parlerò alla ragazza; aggiunse Nicodemo con importanza.

—Bravo signor maggiordomo, proruppe Bastiano, le parli come sa parlar lei, con delle belle parolone e vedrà che quell'agnellino si lascierà tosto ammansare.

—Che diavolo mi dite, qui non si tratta diammazzare, si tratta di far dell'effetto ed a questo ci penso io.

—Le facci vedere la tranquillità della vita conjugale, continuò il portinajo, l'amor tenero d'un marito, le cure soavi d'una famiglia, i figli… oh ma sa ben lei di meglio di me quello che dovrà dire.

—Vorrei vedere che mi deste una lezione dieloquenza!

—E mi dica, a quando il primo colloquio?

—Magari anche subito.

—Subito ha detto? Lo piglio in parola, saltò su Bastiano battendo ingenuamente le mani. Erminia è appunto sola nella sua cameretta, a lei adunque! non le mancheranno pretesti per introdurvisi.

—Lasciate fare a me e novello Cupido, senza che se ne accorga, saprò ben io piantarle la mia freccia nel bel mezzo di quel nido d'amore che si chiama, dico… cuore.

—Ma adagio però e con prudenza.

E Nicodemo con quella fiducia in sè stesso che hanno tutti gli sciocchi salì nella cameretta di Erminia.

La bella giovinetta sempre sofferente stava seduta al tavolino beandosi nella lettura di quei versi soavissimi che Petrarca scrisse nel suo Canzoniere.

Il maggiordomo bussò leggermente alla porta indi si fece avanti col cappello in mano ed inchinandosi con ossequiosa riverenza.

Erminia gli fissò in volto i suoi grandi occhi celesti e non lo conobbe; si alzò pertanto leggermente imbarazzata e mosse un passo verso il nuovo arrivato.

Nicodemo compose le labbra al suo solito sorriso e piantandosi ritto davanti alla giovinetta incominciò:

—Sicuramente io riesciròignotoalla signorina quantunque abbia l'onore di coabitare seco lei in questa medesima casa; incolperò solo il suo metodo di vita oscuro e solingo che non le permette tampoco di fare la conoscenza de' suoi umilissimi vicini. Mi permetta adunque che io mi presenti da me stesso in mancanza di persone all'uopo incaricate. Signorina, io sono il maggiordomo segretario dell'illustrissimo signor conte nostro padrone!

Erminia s'inchinò e disse:

—In che cosa io posso servire il signor maggiordomo segretario?

—Un po' per volta. Io conosco troppo le regole dell'incivilimento, e della galanteria per saltare d'un tratto a modo di locusta, nel centro della questione. Mi conceda adunque che per ora io la inviti ad assidersi. Prego, signorina, s'accomodi.

E le sporse galantemente una sedia.

Erminia oltremodo infastidita tornò a sedersi al suo tavolino e siccome Nicodemo pareva volersi porre al di lei fianco ella gentilmente gli mostrò un ottomana che le stava di fronte.

Il maggiordomo dovette rassegnarsi.

Tossì il buon uomo e si spurgò il naso, intanto mulinava in mente il modo di impiantare una conversazione. Finalmente incominciò.

—La signorina stava leggendo se non erro?

—Appunto signore, rispose asciutto.

—E potrei, dico… senza mostrarmi indiscreto sapere che cosa mai leggeva di bello?

—Il Canzoniere del Petrarca.

—Diavolo, ecco qua un libro che non conosco quantunque non faccia per dire ma di libri me n'intenda un pochino; si figuri che l'illustrissimo signor conte ne possiede d'ogni sorta e in foglio e legati e grandi e piccoli, ha una biblioteca ricchissima e sono io che gliela tengo in assetto. Dunque vede bene signorina che ho il diritto di esserne perito in materia di volumi! Eppure le confesso, quel suo libro, quel… come ha detto?…Carrozziere del Petrarcanon mi è mai capitato sotto il naso. Sarà forse di pubblicazione recente, oppure qualche libercolaccio di quelli che ne sortono a migliaia ogni giorno, che loro signorine leggono tanto volentieri e non fanno invece che suscitarleincendi di fuoconella testa, farle credere a certeautopsieimpossibili, desiderare d'essere la reina di certianedottinon del tutto moralissimi, stimolarle i sensi ed altre cose che io taccio per non saperle dire.

Questa tirata invece di disporre Erminia all'ilarità la stomacò completamente.

Dotata d'una fina squisitezza e di delicato sentire abborriva quell'ignoranza superba che vuol intendersi e parlare di tutto spacciando strafalcioni che non stanno nè in cielo nè in terra.

Da questo momento Nicodemo le divenne insopportabile; la rispose adunque in modo da lasciar scorgere il di lei malumore.

—Che lei non conosca, o signore, il Canzoniere non mi meraviglio punto, ma però se vuole accettare un buon consiglio si scopra il capo in segno di devoto rispetto tutte le volte che sente nominare questo libro. Poichè si ricordi che il suo autore nato cinquecento anni prima di noi fu quegli che cooperò a prepararci questa lingua così ricca, così soavemente bella, che è perfino peccato che certuni ne facciano un uso indegno.

Il maggiordomo non comprese niente e continuava a rimanere a bocca aperta cogli occhi fissi sulla bella giovinetta.

Dopo un istante di silenzio Erminia aggiunse con visibile impazienza.

—Infine, o signore, posso sapere lo scopo della sua visita?

Nicodemo si scosse e rispose:

—La signorina ha ragione. Ora che il cappello della conversazione è fatto noi possiamo con diritto procedere innanzi. Prima di tutto mi lasci premettere che quello che lei udrà dal mio organo vocale è cosanotoriamente pubblicaa' suoi genitori e che anzi io ebbi da loro preventiva e formale autorizzazione a parlargliene. Si tratterebbe insomma d'un matrimonio e siccome, dico… è mio carattere la franchezza così le parlerò senza tantiambagi; d'un matrimonio, dico… tra me e lei.

Erminia trasalì; volle credere tutto questo una burla di cattivo genere ed indignata stava per scacciare Nicodemo dalla sua presenza ma questi non gliene lasciò il tempo e continuò senza punto sconcertarsi.

—Lei è giovine e bella ed io pure; lei ha avuto dell'educazione ed io occupo un posto culminante nella società, dunque non sembriamo nati apposta per conjugarci? Veramente a dirle il vero questa non fu la mia prima intenzione. Io mi erainvacchitodella Marta, la camerista dell'illustrissimo signor conte e l'amava, dico… come l'asino ama il fieno. Avevo fissato di sposarla allorquando i parenti della signorina mi parlarono di lei. Alla buona come usano di solito con me mi dissero che per loro sarebbe stato un onore poter combinare un matrimonio fra noi due ed io ci pensai sopra. Ha messo al confronto la signorina con Marta ed ho trovato lei molto piùmeretrice; mi sono risolto adunque al gran passo. Eccomi qua in attesa d'una sua parola chesanciscatutto. Dica pure francamente come ho detto io, se le vado a sangue, come credo, non abbiamo che a trascegliere il giorno delle nozze. In quanto alla dote non sonotirannoio; soldo più, soldo meno non sarà quello che guasterà le uova nel paniere. D'altronde ho il mio impiego, esso può bastare a noi e ad un pajo di bambini se la signorina me ne vorrà regalare.

Questa seria proposta fatta nel modo il più comico mondo cadde sullo spirito di Erminia come un fulmine a ciel sereno; non si poteva più crederla uno scherzo dal momento ch'ella vi vedeva impegnato il nome de' suoi parenti. Pur troppo quella buona gente nella loro ingenua semplicità traviati per così dire dall'amore sviscerato che portavano alla figliuola, l'avevano avvilita credendo preparare la di lei felicità.

Ma come mai la povera Erminia poteva cancellare dal cuore quella soave memoria, quel vergine ricordo che indelebilmente lasciogli colui che primo la invitò ai godimenti puri d'un santo amore?

Come obbliar Flavio per sempre, egli ch'era l'unico suo conforto nella penosa prostrazione morale in cui stava totalmente immersa ed obbliarlo per sacrificarsi ad un uomo che non avrebbe amato mai, che solo le inspirerebbe disgusto, antipatia, odio?

Eppure era una cosa combinata dai parenti; vi aveva preso parte sua madre ch'ella tanto amava e che nondimeno involontariamente aveva cotanto afflitta.

Con qual coraggio arrecarle un nuovo dolore?

Tutti questi pensieri invadevano la mente dell'infelice giovinetta come un fiume che rotto gli argini si versa devastatore nelle sottoposte campagne.

Non potè trattenere le lagrime e pianse amaramente.

In questo punto s'apre l'uscio della stanzetta e vi entra papà Gervaso seguito dai conjugi Paglini.

Il volto dei parenti d'Erminia portava l'impronta d'un dubbio penoso. Appena la fanciulla scorse Gervaso farsi avanti con quella sua aria benevole e quasi veneranda diè un grido e si gettò nelle sue braccia.

Il vecchio l'accolse commosso.

—Oh salvatemi, proruppe la giovinetta soffocata dai singhiozzi, mi vogliono fare ancor più infelice.

—Povera figliuola! hanno errato per troppo amore.

—Perdono, perdono, mormorò Maddalena; e la povera madre eccessivamente pallida sarebbe caduta priva di sensi se Bastiano non s'affrettava a sorreggerla.

Il buon Pipélé si mordeva le labbra per trattenere uno scoppio di pianto. In mezzo alla generale commozione Nicodemo, indifferente sempre si rivolse a papà Gervaso e gli domandò con voce chiara:

—Potrei sapere infine cos'è successo?…

—Ve lo dirò dopo.

Viver con te, con te morir, l'estremaÈ questa de' miei voti unica meta.Le tue guancie, i tuoi occhi, le tue labbraCoprir di baci, come questo… e questo…E quest'altro…BYRON.

La pace ritornò presso i conjugi Paglini.

Erminia pallida sempre e sofferente pare nondimeno tranquillarsi rassegnata.

Sua madre con gran gioja la vede di tanto in tanto scendere nel suo stanzino ed intrattenersi serena in famigliari discorsi.

Papà Gervaso l'unico che conosca il segreto della tenera fanciulla l'ha dimenticato per non risvegliare nel di lui cuore reminiscenze provvidamente obbliate.

Nicodemo con stoica apatia abbandonò l'idea d'un matrimonio colla figlia dei portinaj e compiangendo in cuor suo la leggerezza della giovinetta nel ripudiare un partito che secondo lui l'era convenientissimo ritornò a' suoi antichi amori con Martina la servetta.

Era il dopopranzo d'un lunedì d'ottobre.

Il mite autunno non aveva peranco ceduto il posto al rigido inverno ed un bel sole temperato da freschi zeffiretti scendeva il limpido orizzonte in mezzo ad una nube di fuoco.

Bastiano devoto all'abitudine dei calzolaj di considerare il lunedì secondo giorno di festa erasi portato alla vicina osteria e trincava allegramente il suo fiasco fra una partita e l'altra di tresette.

Lasciamolo bere in pace, povero Bastiano!

È l'unica sua debolezza, e chi è senza debolezza a questo mondo, scagli la prima pietra.

Erano rimasti soli alla custodia della casa Maddalena e papà Gervaso; la prima agucchiava in un angolo cantarellando sottovoce un'arietta che soleva intuonare nei momenti di buon umore; il secondo riposava tranquillo gli acciacchi della vecchiezza.

Allorquando si fa udire in istrada lo scalpitare d'un cavallo che dai portoni di Porta Nuova slanciasi a carriera verso il centro della città.

Ad un tratto s'arresta imbizzarito, s'impenna, volteggia e caracolla con grave pericolo di chi lo cavalca.

Maddalena e Gervaso tendono l'orecchio e mossi da un medesimo istinto di curiosità si fanno sulla porta.

Il focoso animale non si lascia domare dalla voce nè dalle carezze del cavaliere e continua il pericoloso giuoco.

Ha le narici dilatate e la bocca coperta dì spuma sanguigna.

Nitrendo spicca voli o slanci arditissimi e sembra suo scopo liberarsi da chi lo stringe robusto fra le ginocchia.

Morde convulso il freno e dagli occhi getta scintille.

Gli sproni che gli lacerano le carni e lo scudiscio che lo batte ripetutamene l'infuriano sempre più, si rizza con tal forza sulle gambe posteriori da far credere che abbi a ricadere indietro.

Il cavaliere comincia a perdere la primitiva franchezza ed impallidisce; egli è un giovine in sui venticinque anni di aspetto simpatico e signorile.

Smarrito si aggrappa al collo del cavallo e collo sguardo cerca qualcuno che arditamente l'afferri e lo domi.

Ma in questo mentre la zampa ferrata del destriero, poggiata con isconsideratezza sul lastrico, scivolò, e l'animale cadde strascinando seco il giovine, che battuta la testa sui sassi, svenne facendosi una larga ferita.

Gli astanti che si erano assembrati numerosi emisero un grido e si copersero inorriditi il volto.

Solo papà Gervaso non perde tempo in inutili smanie; seguito da Maddalena, quanto più lesto glielo permette la sua gamba inferma, si getta sul caduto, lo raccoglie e lo pone nelle braccia della portinaia, indi afferra per le nari il puledro, che rizzatosi d'un tratto, stava già per slanciarsi sbrigliato giù per il corso.

Maddalena trasporta l'infelice nella propria abitazione; papà Gervaso lega per bene il cavallo intorno ad una colonna della corte, eppoi per tener lontano i curiosi che incominciavano diggià a farsi avanti, chiude quietamente la porta di strada.

Indi ritorna presso il ferito che stava adagiato sopra una sedia tuttora svenuto.

Gervaso lo guarda con crescente interesse; egli crede riconoscere quel sembiante, ma non sa bene dove cercarlo.

Finalmente esclama:

—Ma sì, è lui, non v'ha dubbio.—Ed aggiunse fra sè: E' il giovinotto del Collegio di Monza; fatalità!

—Voi lo conoscete? chiese Maddalena; e chi è desso? qualche gran signore.

—Animo, Maddalena, non è tempo di ciarle codesto; portate, dell'aceto, delle bende, bisogna ridonarlo ai sensi ed arrestargli il sangue dalla ferita.

E mentre quelle ottime persone sono tutte in faccende, una testa fa capolino dall'uscio: è Erminia.

Vide il giovine adagiato nell'atteggiamento di chi dorme; essa dà un grido e si precipita verso di lui.

Lo fissa con indicibile espressione d'interesse e di sorpresa, ed esclama:

—No, non m'inganno, è il mio Flavio ch'io piansi perduto, è lui che ritorna a me, che risponde finalmente alle lunghe chiamate del mio cuore. Oh, sii benedetto tu che mi riedi alla vita!

E nell'impeto della passione che in un attimo le si era ridestata ardentissima, si china su quel volto e lo copre di baci e di carezze.

Ma il sangue raggrumato della ferita gli sordida le mani e le labbra.

Erminia inorridisce, un pallore mortale le investe la faccia, gli occhi spalancati vagano smarriti; scuote il giacente, ma questi non dà segno di vita.

—Flavio, Flavio, gridò con voce straziante; Dio mio, me l'hanno ucciso! Flavio, son io che ti chiama, è la tua Erminia, no, tu non puoi abbandonare per sempre colei che per te ha pur sofferto cotanto. Riapri quegli occhi, specchio fedele d'un cuore generoso; dischiudi quelle labbra, fonte inesauribile di soavi proteste, di dolci promesse, d'ineffabili accenti. Oh, io t'amo ancora; t'amo come la terra ama il sole che la feconda, come il ruscello ama il mare che lo bacia, eppoi muore. Mi sono avvinta alla tua esistenza come l'edera intorno alla quercia; niuna forza umana mi vi può strappare. Ho i tuoi giuramenti, tu hai i miei, e che ci abbisogna di più per vivere santamente felici? Hanno cercato i barbari di lordarti nel fango della calunnia, nulla hanno risparmiato per soffocarmi un amore sincero, immenso, quanto puro e innocente; ed essi credono oramai leggere l'indifferenza sotto questa fronte forzatamente serena; illusi! È un vulcano ch'io tengo qui al posto del cuore, può tacere un momento, ma poscia bisogna che irrompa impetuoso, terribile. Chi non ha mai amato non può immaginare la forza d'un primo amore. V'hanno individui che Iddio ha creato con eguali destini; s'essi s'incontrano sulla terra non devono mai più disgiungersi, altrimenti di dolore in dolore travolgeranno infino alla tomba. Flavio, Flavio, odi il grido d'un cuore esasperato! Flavio! Dio, come è pallido, quanto sangue, egli muore!… Oh, perchè l'alme nostre non possono abbracciate volare insieme all'ultima dimora?

E spossata dal delirio la misera cadeva priva di sensi ai piedi dell'amante.

La pietosa Maddalena, piangendo a calde lagrime, prese sua figlia fra le braccia e la portò nella sua cameretta.

Rimasero soli papà Gervaso piombato nella più cupa mestizia, e Flavio sempre svenuto.

Finalmente le pallide guancie del giovine si colorirono d'un leggiero vermiglio e riaperse gli occhi.

Girò lo sguardo languido intorno a sè e mormorò:

—È strano, m'era parso di udire la sua voce. Povera fanciulla!

Indi scorse la figura di papà Gervaso immobile dinanzi a lui, la fronte curva sotto il peso del dolore.

Flavio trasalì.

—Ancora quell'uomo, mormorò…. ma dove sono adunque…. ah!

—Signore, disse papà Gervaso in tuono amorevole, vi siete fatta una ferita alla testa, che per fortuna non è tanto grave; permettete che ve la fascia con questi lini.

—Una ferita? esclamò Flavio…. Ah, mi ricordo, ritornavo da una gita sui bastioni ed il mio cavallo…. ed ora dov'è il mio cavallo?

—Non temete, è qui poco lontano da voi, che v'aspetta tranquillo per ricondurvi a casa.

Flavio chinò il capo e Gervaso si diè a curargli amorosamente la piaga.

Ma il giovine errava molto lungi coll'immaginazione; correva dietro ad un caro fantasma evocatogli dal cuore.

Emise un sospiro e ripetè:

—Eppure m'era parso di udirla!

—E l'avete udita difatti, aggiunse papà Gervaso.

—Cosa dite? domandò Flavio vivamente.

—Ch'ell'era qui un momento fa.

—Ma chi?

—Erminia.

—Oh, perchè non l'ho veduta!…

—L'amate ancora adunque?

—Se l'amo!

Ed in queste parole eravi concentrato tutto quanto sa esprimere di più caro, di più intimamente affezionato.

—Eppure vi ho detto che non avreste potuto mai farla vostra!

—È vero, ed allora ho creduto senza pure domandarvene la ragione; è strano, pareva che m'avesse parlato mio padre istesso, ch'egli in persona mi dissuadesse dal mio amore. Ho cercato infatti di dimenticarla; tutto tentai, e novelle passioni e bagordi e viaggi, ma la bella immagine della mia Erminia avevo sempre dinanzi a me raggiante di celestiale candore. Soffriva, m'indispettiva con me stesso, avrei voluto strapparmi il cuore dal petto, e forse allora solo sarei riuscito frenarne i palpiti. Ma mi stancai d'una vita di sacrifici continui, compresi che la mia felicità dipendeva da quella fanciulla, e mi diedi a cercarla per farla mia ad ogni costo. L'avrei disputata al mondo intero. Corsi a Monza dalla Direttrice dal Collegio, le mostrai le mie oneste intenzioni e la pregai colle lagrime agli occhi a dirmi dove poteva rinvenire Erminia. Ma quella donna si ostinò in un silenzio incomprensibile. Ritornai mesto ma non iscoraggiato, ed incominciai a Milano le mie ricerche; ma esse furono sempre vane. Oh, se voi la conoscete, parlate, toglietemi ve ne scongiuro, da un isolamento troppo penoso. S'io sono indegno di possedere quell'angelo, il suo amore mi nobiliterà, mi sagrificherò tutto intiero a lei, tutto porrò ai suoi piedi, le mie ricchezze, i miei titoli….

—Voi siete nobile e ricco, interruppe Gervaso commosso, ecco l'unico ostacolo che si frappone al vostro amore; disgraziatamente ella non vi è pari in nascimento.

—E che m'importa?

—Non è ricca.

—Lo sono io.

—Badate!

—Voi la conoscete adunque, oh parlate!…

—Eppoi?

—Eppoi vi giuro che chiunque ella sia diverrà mia sposa.

—Ebbene ella è figlia di codesti portinaj, voi siete quì in casa sua.

—Oh!

—Giovinotto, il vostro giuramento?

—Lo manterrò. Non mi sono mai lasciato vincere da pregiudizi umani, la nobiltà di nascita io non la credo un merito, la vera nobiltà consiste in un cuor leale e grande, in sentimenti generosi e magnanimi e da questo lato essa val più di me.

—Non vi aveva adunque mal giudicato. Ma dite e vostro padre?

—Ah, mio padre?

Era il grido di colui che vien destato alla realtà della vita nel momento di concepire un bel sogno.

—Egli mi ama, mormorò Flavio con tristezza, ma è troppo orgoglioso per rinunciare a' suoi diritti di sangue.

—E chi è desso? chiese Gervaso impensierito.

—Il conte Renato Sampieri.

—Chi? chi avete detto? proruppe il vecchio trasalendo.

Flavio ripetè quel nome che scosse papà Gervaso una seconda volta.

—Lo conoscete voi forse? domandò il giovine.

Gervaso rientrato in sè stesso parve riflettere profondamente; scosse la testa in segno di dubbio e mormorò:

—È impossibile, è impossibile.

Indi dopo un istante di silenzio, visibilmente commosso aggiunse rivolgendosi a Flavio.

—Ho conosciuto diciott'anni or sono un conte Renato Sampieri che abitava sul corso di Porta Tosa…

—Era mio padre! interruppe il giovane.

Il vecchio lo fissò con uno sguardo lungo, tenero, affettuoso e continuò:

—Aveva un fratello per nome Alberto.

—Mio zio!

—Che fu la ruina di quella povera famiglia.

—Pur troppo.

—Sì, perchè un giorno questo Alberto Sampieri giovine depravato e senza costumi assassinò un ufficiale tedesco nelle vicinanze del suo castello di Magenta. Gli vennero confiscati i beni e condannato a morte, ma riuscì porsi in salvo in paesi stranieri. Allora per inaudita ingiustizia si dannò pure all'esiglio il conte Renato reo soltanto d'essere fratello all'assassino.

—È vero.

—Renato senza mezzi di fortuna, che tutte le sue ricchezze erano passate nelle avide casse del dispotico governo, si recò in Ispagna colla giovine moglie ed un bambino ch'essi adoravano. Ma le incresciose peripezie dell'esilio trassero il povero conte ad una morte immatura.

—No, v'ingannate, esclamò Flavio commosso ad un tempo e sorridente, voi pure versate in un errore che noi trovammo con gran sorpresa assai diffuso al nostro ritorno in patria. Chi ho perduto in Ispagna nei tristi anni dell'esilio fu mia madre… eterno riposo a quella santa donna! Mio padre seppe con forte animo sopportare l'immeritata punizione; io bambino ancora m'avvezzai al dolore ed ingrandii rassegnato. Fintantochè Napoleone con uno di quei tratti di giustizia che improntano la sua luminosa carriera ci richiamò in Italia restituendoci gli aviti beni.

—Qual dubbio mio Dio, qual dubbio! mormorò Gervaso.

—Dell'infelice mio zio non avemmo più notizie, proseguì Flavio. S'egli sapesse che i tribunali sono autorizzati a ritornare sul suo passato, forse provocherebbe un processo, che io non posso crederlo colpevole.

—E non lo sarà, ma come provarla la sua innocenza! esclamava Gervaso con un grido d'angoscia, ma continuò tosto colla primitiva calma:

—E vostro padre non annuirà mai, voi dite, al vostro matrimonio?

—Lo temo, rispose il giovane abbattuto.

—Gli parlerò io.

—Voi?

—Sì.

—E sperate?

—Più di quello che credete.

—Davvero? Oh, la benedizione del cielo sul vostro capo!

—Domani sarò da lui.

—Ci sarò io pure, noi lo pregheremo insieme…

—No, bisogna che le parli da solo, mi è necessario un abboccamento segreto.

Gli occhi del giovine si fissarono in papà Gervaso; il mistero di quest'uomo lo stupiva, ma la di lui sicurezza gli richiamò sulle labbra un sorriso di speranza.

Gervaso continuò:

—Ed ora giovinetto potete rimontare il vostro cavallo e ricondurvi a casa.

—Partire! e senza vederla?

—Non è necessario.

—Eppure…

—Non è necessario vi ripeto. Il vecchio pronunciò queste parole in tuono così risoluto da mostrare come sarebbe stata inutile ogni ulteriore insistenza.

Flavio si alzò; strinse cordialmente la mano che Gervaso gli stendeva e disse:

—Parto, ma ricordatevi che le mie speranze sono tutte riposte in voi. Non vi dico altro perchè sento nel cuore che corrisponderete a quella fiducia che benigna m'inspirate.

E montato il cavallo che l'attendeva tranquillo, quasi pentito della colpevole insubordinazione commessa, Flavio attese che gli si aprisse il portone di strada per islanciarsi verso il centro della città.

Non erano scorsi che pochi minuti allorquando si fece udire sotto l'atrio della casa il passo d'un uomo ed una voce che cantava allegramente la seguente strofa:

Viva Bacco! Orsù inneggiamoAl dolcissimo licor,Nella botte soffochiamoTutti i triboli del cor!

Era Bastiano che lasciata l'osteria dopo d'aver alzato il gomito un po' più dell'ordinario ritornava a casa cogli occhi scintillanti e le ginocchia non troppo sicure.

Si fermò in mezzo alla stanza colle gambe piegate, il corpo curvo e lo sguardo fisso al suolo.

Papà Gervaso gli gettò un'occhiata di compassione.

—Ebbene, cosa fate adesso?

—Nulla, rispose il portinajo, gli è che un dopo l'altro mi vedo passare davanti tutti i mobili della casa, aspetto che mi venga a tiro il mio sgabellotto per sedermivi sopra.

—Aspettereste un po' troppo; venite quà che vi condurrò io… giù, sedete.

Bastiano si lasciava cadere con tutto il peso del corpo sur una sedia.

—Ah, così sto meglio. Corpo d'una ciabatta! è stato l'ultimo bicchiere che mi è andato alla testa, che fui sempre in gambe come un dragone io! Colpa vostra papà Gervaso, che mi avete chiusa la porta. Ho fatto io per ritornare a casa ma ho battuto il naso nel battente. M'hanno detto che avevate ricoverato un giovinetto caduto da cavallo… ed io allora indietro a berne un'altro boccale alla sua salute! E non l'ho pagato io, sapete? Gliel'ho ficcato in corpo al nostro maggiordomo illustrissimo con una partita alla mora. Evviva la mora! È il mio giuoco prediletto. E sempre col sei io vinco, sei… sei… sei… sfido il diavolo a resistermi.

Intanto Erminia calmatasi dalla sua alterazione cerebrale erasi abbandonata ad un sonno benefico.

Sua madre contemplò per un istante quel volto leggiadro su cui stava visibilmente impressa l'impronta del dolore, indi scese da papà Gervaso.

—Come sta? le domandò con premura il vecchio.

—Meglio, rispose la madre.

—Povera ragazza!

—Ho tutto compreso finalmente, aggiunse la povera donna asciugandosi una lagrima; essa ama quel giovine e l'ama alla follia; voi sapevate tutto e me n'avete sempre fatto un mistero.

Il vecchio scosse mestamente il capo e mormorò:

—Sperava che il tempo guarisse un amore che non potrà mai essere benedetto; e vi riusciva il tempo, ma il destino spingendo quell'uomo in questa casa ha distrutto in un attimo l'opera dolorosa di tanti giorni.

—Non vuol saperne lui forse della mia figliuola?

—Ma si può vedere quell'angelo senza sentirsi tocco il cuore? Egli l'ama e la farebbe felice, ma disgraziatamente è nobile e ricco ed ha un padre orgoglioso troppo de' suoi natali per permettergli il matrimonio con una figlia del popolo.

—La lascierò adunque morire sotto i miei occhi consunta dal dolore e dall'angoscia!… Oh mio Dio, la felicità sarà solo per i ricchi! I poveri non dovranno aprir gli occhi che per piangere!…

Bastiano che aveva tutto ascoltato attentamente, con quella rapidità di percezione che talvolta si osserva negli ubbriachi aveva indovinato di che si trattasse.

Articolando il meglio che poteva le parole proruppe:

—Ma voi non sapete nulla voialtri! mia figlia… cioè dirò meglio, Erminia, può sposare il suo innamorato poichè dessa è nobile quanto lui… sicuro, corpo d'un milione di ciabatte! È sangue patrizio che circola nelle sue vene!… Guarda che occhiacci mi fa mia moglie… va là, che tu non ne hai colpa, è quell'altro birbante… che mi rincresce d'aver dimenticato il nome. È una brutta istoria sapete papà Gervaso… ma venite quà che ve la voglio raccontare, sentirete che bel tiro ci hanno giuocato alla mia povera Maddalena. Diciottanni fa, vedete, ell'era molto bella, aveva gli occhi azzurri ed i capelli biondi e la chiamavano per questo la bella biondina. Conviveva tranquilla con suo padre, un uomo dal fegato sano, che aveva combattuto in Corsica, ma che le ferite toccategli sul campo l'invecchiarono innanzi tempo. Guardate che combinazione, era precisamente il portinajo di questa istessa casa! Un giorno un elegante che apparteneva ad una famiglia delle più notabili di Milano si innamora della biondina e tenta ogni mezzo per farla sua, promesse, denari… ma lei, ch'era onesta, tien duro. Non si scoraggia il damerino e non potendo averla colle buone ricorre alla violenza… e ci riesce… l'infame.

Maddalena che aveva seguito il racconto con ansietà penosa a questo punto getta un grido e si nasconde il volto nelle mani.

Papà Gervaso sembra profondamente turbato.

Bastiano non vede ne sente nulla e continua:

—Sentite in che modo. Una sera la biondina ritornava soletta dal magazzeno, l'ora era tarda e le vie deserte. Il giovinastro aveva fatto appostare la carrozza dietro l'angolo d'una via ed attende la colomba, che ignara del tradimento va a cadere nella rete. Allora le sono addosso due uomini che l'imbavagliano, la gettano nella carrozza e via. Per più giorni non si sa niente ed in questo frattempo il di lei padre muore di dolore e di rabbia. Oh come maledì le sue ferite che lo tenevano inchiodato sulla sedia! Finalmente un bel dì io la vedo la povera ragazza pallida e scarmigliata ritornare nella propria casa. Come rimase allorquando seppe la morte del padre suo non si può immaginare, credevano tutti che impazzisse. Sangue di Dio, ho un cuore quì!… e ne ebbi compassione. Il disonore di quella fanciulla, dissi fra me, deve ricadere tutto sull'infame che l'ha tradita e non su di lei e tenutala d'occhio fingendo d'ignorare il passato le feci un bel giorno la proposta di sposarla, ch'essa accettò. Ci allogammo in questa casa ed abbiamo vissuto sempre di buon accordo. Nacque Erminia, l'amai coll'amore di padre… ma io sapeva di non entrarci per niente; era figlia del nobilaccio… Eh, via non piangere Maddalena, vieni quà, lascia che t'abbracci… perdonami sai, se quel maledetto vino mi ha sciolto un po' troppo la lingua… era un segreto che aveva promesso non svelare giammai. Vieni quà adunque Lenuccia, mi vuoi forse tenere il broncio?

Maddalena si gettò nelle braccia di suo marito e proruppe singhiozzando:

—Tu sapevi tutto e mai una parola, mai un rimprovero!…

—Non sono ingiusto io… e nemmeno vigliacco.

Papà Gervaso erasi ritirato nell'angolo più oscuro della casa e pallido come la morte mormorava:

—Mio Dio, quale rivelazione!!

Una volta fra dodici apostoli appenasi trovava un Giuda; adesso fradodici uomini undici sono traditoried il dodicesimo un po' tarlato.GUERRAZZI.

All'indomani papà Gervaso si reca a Porta Tosa nel palazzo del conteRenato Sampieri.

La fisonomia del vecchio sembra aver deposto quel primitivo carattere di semplicità per assumere un'aria dignitosa, pressochè imponente.

Cammina a stento sempre travagliato dalla sua gamba inferma ma il portamento ha qualche cosa di nobilmente austero.

Entra nel palazzo Sampieri e prende da solo l'ampio scalone che conduce agli appartamenti.

Il suo sguardo gira all'intorno colla compiacenza di chi osserva oggetti ricchi di memorie ed il cuore gli batte palpiti precipitosi.

Dà il suo nome ad un servo ed attende in anticamera d'essere ammesso alla presenza del conte.

Ma il servo ritorna dicendo che per essere affatto sconosciuto il nome di papà Gervaso all'illustrissimo signor padrone egli lo prega a voler dichiarare che cosa abbisogni da lui.

Il rossore dell'indignazione colorisce lo guancie del vecchio, trae un biglietto su cui scrive poche parole, indi porgendolo al servo gli dice in tuono che non ammette osservazioni:

—Consegna questo al tuo illustrissimo signor padrone; ti attendo qui.

Il servo parte e non va molto che comparendo tutto rispettoso guidaGervaso nel gabinetto del conte.

—Ah, non mi sono ingannato; mormora il vecchio.

Il conte Renato Sampieri era un uomo in sui cinquant'anni grande e bello nella persona.

Stava seduto al tavolino cogli occhi fissi sul biglietto consegnatoli dal servo; vi si leggeva in volto un turbamento mal dissimulalo ed una grande sorpresa.

Gettò su Gervaso uno sguardo penetrante, indagatore, indi con affettata freddezza esclamò:

—Voi mi renderete ragione del nome ridicolo che mi avete dato;—e gli mostrava il biglietto.

—Quel nome mi valse però l'abboccamento ch'io chiesi invano al conteRenato Sampieri.

—Ho voluto veder in faccia chi s'introduceva in tal modo in casa mia.

—Eccovi adunque soddisfatto. E Gervaso si piantò diritto davanti al conte, calmo, freddo, imponente.

—Infine cosa volete da me? proruppe il conte alquanto sconcertato.

—Farvi una sola domanda.

—Sentiamo.

—È veramente al conte Renato Sampieri ch'io parlo in questo istante?

—Disgraziato! sclamò il conte arrossendo d'ira e girando attorno gli occhi quasi per accertarsi che nessuno aveva udito quella inchiesta.

—Rispondete! insistè Gervaso senza scomporsi.

—Voi siete qui nelle mie mani, badate! le vostre parole vi possono costare la vita.

Ed una truce espressione di sdegno si posò per un istante sui lineamenti del conte.

—Sono minaccie codeste che vi tradiscono, rispose Gervaso; se voi foste veramente quello che vi fate credere dopo il biglietto che vi ho scritto, dopo quello che vi dissi, in luogo d'adontarvi, m'aveste riso in faccia e trattato da povero pazzo.

—Ed io invece vi credo uno sfacciato impertinente e come tale vi scaccio da casa mia.

Il conte stese la mano sul campanello.

—Fate pure, riprese Gervaso, ma domani voi sarete smascherato eMilano avrà il piacere d'assistere ad un processo per falso.

Il conte restò annichilito col campanello in mano; comprese che bisognava mutar tuono, epperò soggiunse con piglio più dolce:

—Ma infine avete voi le prove di quanto dite?

—Le ho.

—Non lo credo.

—Non lo credete? E se vi dicessi che il vero conte Renato Sampieri bandito in esilio nel 1778 colla moglie ed un bambino morì a Barcellona in Ispagna un anno dopo e che io tengo il certificato autentico della sua morte? Se vi dicessi che passati pochi mesi morì pure sua moglie e che in allora un servo, uomo astuto ed ambizioso, impossessandosi delle di lui carte, grazie ad una fatale somiglianza ed al figlio ancora troppo bambino, si fece credere dovunque pel conte defunto nelle viste di rimpatriare un giorno ed usurparne gl'immensi beni? Se vi dicessi tutto questo, sentiamo, mi credereste in allora?

Il conte era pallido ed eccessivamente alterato; fissava Gervaso quasi volesse leggervi qualche cosa sotto quella fronte rugosa e tetra e proruppe con accento disperato.

—Ma chi siete voi adunque?… Ah!

Era il grido d'un uomo colpito da un'idea; lo sguardo del conte gettò un lampo di soddisfazione, si prese il capo fra le mani e parva riflettere un momento; indi riprese con calma ironica, pressochè insultante.

—Questo Renato Sampieri, dirò io pure alla mia volta, aveva un fratello per nome Alberto che sotto l'accusa d'assassino venne condannato a morte. Io lo potrei denunciare questo Alberto, capite signor… papà Gervaso, lo potrei denunciare oggi, subito ed autorizzare la giustizia a compiere il suo corso.

Suo malgrado Gervaso trasalì; al conte non isfuggì quel moto e continuò con un sogghigno infernale.

—Ah, ah, vedete adunque che noi dobbiamo vivere da buoni amici ed obbliare un brutto incidente che voi aveste in oggi la cattiva idea di sollevare. Lasciamo che l'acqua corri secondo la china, ci guadagneremo entrambi, forse più voi perchè avrete sempre in me un amico fedele pronto anche a qualche sagrificio per la vostra cara amicizia.

—Sono promesse che non mi lusingano, rispose Gervaso—e neppure m'intimoriscono le vostre minaccie. Non comporterò mai che un tristo viva impunemente sotto un nome ed un grado non suo, che si goda un patrimonio ch'egli ha usurpato, e che abusando infamemente del sacro nome di padre, chiami figlio colui che dovrebbe rispettare per suo padrone. Giù quelle spoglie mentite, e fuori da questa casa in cui non vi entraste che vilissimo servo.

—Ma se io esco di qui gli è per recarmi subito al tribunale, e sapete cosa romba sul capo a quel povero Alberto Sampieri? o la morte od una perpetua prigionia…. l'ignominia sempre.

—È una vendetta degna di voi, compitela pure, Alberto Sampieri non vi teme, subirà rassegnato il suo destino. Se la giustizia non crederà sufficienti i sagrifici patiti in diciott'anni di penoso esilio per espiare un fallo, non un assassinio, egli chinerà il capo davanti ai diritti degli uomini. Denunciatelo adunque, arriverà però sempre in tempo a strapparvi davanti Milano tutta quella maschera che vi siete così bene adattata sul volto.

—Sentite, rispose il conte senza perdere la sua calma, se Alberto Sampieri credesse di farmi rinunciare spontaneamente a quello che ho raggiunto con tante fatiche e pericoli, s'inganna. Io non so qual sia poi il suo scopo. Forse quello di trar profitto dalla mia rovina? Non lo credo, perchè gli è in fondo ad una carcere che dovrà assistere all'opera sua. Quello forse di trar d'inganno Flavio mio figlio, e porlo solo al possesso delle sue sostanze? Sia; ma non sa egli qual danno morale gli arreca nello stesso tempo? Col suo processo disonorevole Alberto Sampieri ridesta in Milano una memoria che certo non cade ad onore della famiglia, una memoria che gli anni sembrano ormai aver sepolta sotto un benigno oblio. Eppoi il ridicolo che in certa guisa egli getta su Flavio se riesce a provare che per molti anni ha rispettato e venerato qual padre un suo servo? Sapete cosa risponderà Flavio al povero zio? Giacchèluiprovvedendo alla mia infanzia in giorni difficili, aveva acquistato diritti paterni; giacchè isuoiprocedimenti non contaminavano punto il nome dei miei antenati; giacchè infine tutti lo rispettavano pel conte Sampieri, in luogo di provocare una scena che or viene ripetuta e commentata in mille modi, avreste fatto meglio lasciar vivere tutti nella loro illusione e salvar voi da una condanna che non torna certo a nostro decoro.

Gervaso era caduto in profonde riflessioni.

—Pure, continuò il sedicente conte, giacchè il caso ci ha fatti incontrare, signor…. Alberto Sampieri, noi non possiamo che vivere o in un amichevole accordo, ed a questo non sembrate molto disposto, oppure a quattr'occhi, senza scandalo, dirci: uno di noi è di troppo, bisogna che il caso ancora, pensi a far scomparire per sempre il superfluo. Sarete pur voi del mio parere.

Gervaso comprese trattarsi d'un duello a morte.

Smascherando pubblicamente il falso conte, Gervaso abilitava Flavio a compiere il voto ardente del suo cuore sposando Erminia, dolce cura pure del vecchio; ma il conte gli aveva fatte delle giuste osservazioni.

Un duello era adunque l'unico mezzo che gli restava per sbarazzarsi dell'audace che con tanta ostinazione persisteva a mantenersi ad un posto usurpato.

Si risolse alla trista partita.

Lanciò sul conte uno sguardo di fuoco e proruppe:

—Ebbene sì, o signore, voi l'avete detto, uno di noi deve scomparire per sempre. Ci batteremo.

—Benissimo, riprese il conte col massimo sangue freddo, allora se mi permettete farò io le condizioni.

—Fate pure.

—Due colpi di pistola ciascuno, a dieci passi di distanza; tireremo a piacimento movendoci incontro. Accettate?

—Accetto.

—Domani all'albeggiare, alla mia villa di Melzo; nessuno verrà a disturbarci.

—Ci sarò.

—Condurrete il vostro padrino, uno solo può bastare; provvederò il mio.

Ed il conte alzatosi licenziò Gervaso con un inchino.

La giustizia della causa cui si faceva difensore aveva infiammato papà Gervaso di nobile entusiasmo; egli si sentì ritornar il vigore della sua gioventù ed il duello terribile che aveva accettato non gli faceva punto fallire il cuore in petto.

—Bisogna che tenti tutto per quella fanciulla, andava ripetendo fra sè. Oh la rivelazione di jeri!

Ritornato a casa Maddalena gli si fece incontro e lo interrogò con uno sguardo; la povera donna credendo che si fosse recato dal conte Sampieri solo per indurlo al matrimonio di Flavio con Erminia, comprendendo quanta difficile fosse quella missione, non osava aprir bocca per tema d'un'amara delusione.

—Sperate ancora nella provvidenza, le disse papà Gervaso; domani saprete di più. Vado da vostra figlia, ho bisogno di vederla. Voi intanto chiedete di Nicodemo che gli debbo parlare.


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