CAPITOLO V.

—Oh, ma cessate una volta, interruppe Marco con dispetto, son parole codeste gettate ai vento, querele inutili, lamenti perduti! Diavolo, in fin dei conti non vi meno all'inferno! Anzi è un bel giovinotto che vi aspetta, galante quanto ricco, ricco quanto generoso. Egli vi ama e non cercherà altro che la vostra felicità. Diverrete sua moglie, sarete contessa, giacchè egli è conte, che volete di più? Eppoi a sentir voi si commette un delitto! Ma se v'ha delitto in questo caso è dal lato vostro, la mia fanciulla, che così ostinatamente vi rifiutate a migliorare la sorte di vostro padre che voi dite d'amare tanto. Ma immaginate la gioia del vecchio nel sapervi così superbamente collocata; egli finirà i suoi giorni tranquilli, benedicendo a sua figlia che ha saputo soccorrere i suoi anni cadenti e sollevarlo dalla miseria. Non è forse questa una bella soddisfazione per una brava figliuola? Oh ma lamentatevi ancora eppoi vi dirò che codesto amore per vostro padre è malinteso o che è semplice egoismo che voi fate giuocare a vostro capriccio.

—Credete pure ciò che volete ma lasciatemi in nome di Dio, supplicava la giovinetta disperata, lasciatemi, o vi ripeto, io grido al soccorso.

—Non griderete nulla, altrimenti il fazzoletto ritornerà donde l'ho tratto.

E protendendo le braccia minacciava d'imbavagliarle la bocca.

—Dio mio, Dio mio, tu mi hai abbandonato!—E la misera giovinetta comprendendo come pur troppo non potesse isfuggire all'inesorabilità del destino dava sfogo all'immenso affanno in versando silenziosa lagrime amare.

Nulla oramai le riusciva sperare, ella aveva tentata ogni via, aveva esaurito tutti i mezzi suggeritile dal cuore per scongiurare l'avverso fatto, ora non le rimaneva che abbandonarvisi rassegnata.

Crudele necessità per chi ha tutta la coscenza dell'abisso nel quale irremissibilmente lo si vuol travolgere!

Intanto i generosi destrieri colle narici dilatate e penosamente respirando avevano divorato in men d'un'ora i venti chilometri che separano Milano da Magenta.

Batteva un'ora di notte ed il paese era affatto deserto.

I buoni villici riposavano nei loro tuguri le fatiche d'una giornata trascorsa nei rustici lavori dei campi.

La vettura attraversò Magenta e si fermò davanti ad un castello fabbricato sopra una sensibile elevazione di terreno, a circa mezzo chilometro dal paese; ora non rimane più di quell'edificio nessuna traccia, ma in quel tempo, le sue alte torri, il fossato che lo girava intorno, ed il ponte levatoio che si ergeva davanti all'ampio portone, richiamava alla memoria quegl'antichi castelli del Medio Evo la cui vista faceva fremere i vassalli del superbo Feudatario.

Fermata la vettura, Franz gettò un fischio che fu ripetuto da tutti gli echi della campagna.

In allora si intesero nell'interno del castello delle voci chiamarsi e rispondersi; dei lumi vanno e vengono rompendo l'oscurità; finalmente il portone girando con fracasso sui cardini si spalanca, il ponte levatoio s'abbassa e manda un cupo suono sotto il peso della vettura.

Franz si ferma davanti ad un ampio scalone dal quale scendono frettolosi due uomini muniti di torcie accese; d'un salto si fanno allo sportello; un sorriso malizioso si disegna sulle loro labbra e ricevono dalle braccia di Marco la giovinetta svenuta; indi senza profferir parola ritornano d'onde sono venuti.

La povera biondina sulla soglia del castello era ricaduta, per la seconda volta priva di sensi.

Venne portata in una elegante cameretta il cui recente assetto dava a vedere che l'ospite gentile non era punto inaspettato.

Era illuminata da una ricca lucerna che posava nel mezzo d'un tavolo rotondo, su cui stava inoltre in un bacile d'argento una coppa d'acqua limpida; all'intorno elegantemente disposte eranvi sedie coperte di rosso damasco e la finestra, che guardava nel cortile, cinta da splendide cortine di seta.

La bionda fu adagiata sopra un letto e lasciata sola.

Rinvenne dopo qualche momento.

Nella disperazione dello spirito balzò dal letto e si spinse verso la porta.

Era chiusa.

Allora un orribile pensiero le balena nella mente, si slancia alla finestra, tenta sforzarne i serramenti ma questi pure resistono alle sue deboli forze.

Affranta dall'angoscia s'abbandona sopra una sedia, posando il capo sulle braccia e le braccia sul tavolo.

Le violenti commozioni di quella notte le avevano causata una febbre ardente; il sangue infiammato le correva rapido al cuore, e dal cuore al cervello, i suoi polsi battevano a rompersi e la di lei fronte era madida di sudore.

Arsa dalla sete agendo più per istinto che per forza di volontà afferrò la coppa che stavale davanti e sentendosi ristorare dalla frescura dell'acqua la trangugiò d'un fiato, indi girando smarrita lo sguardo intorno a sè.

—Oh, dove mai sono, proruppe con accento lamentevole, dove m'hanno condotta i crudeli persecutori della mia pace! Santo Iddio, qual colpa ho commessa mai per meritarmi sì crudeli angoscie, per aggravarmi sì pesante la tua mano sul capo! Non viveva rassegnata la vita del povero col vecchio padre mio! Non gli guadagnavo forse co' miei sudori un'onesta esistenza! Perchè adunque strapparmi dal suo fianco, per ucciderlo colla mia vergogna? Dio, tu non sei giusto, tu non sei quaggiù la guida della debole innocenza, tu non sei il consolatore degli afflitti, tu… Oh no, perdono… io bestemmio…………… ………………………………………………………….

«Ma la mia mente si smarrisce, una folta nebbia mi avvolge lo spirito, non posso più pensare, la ragione mi si offusca, le forze mi abbandonano… ma che è mai questo? Quale strano spossamento invade il mio corpo? le gambe rifiutano di sorreggermi, le braccia mi si fanno di ferro, le pupille pesanti, io non posso più camminare, non ci vedo più… tradimento… tradimento!»

E facendosi barcollante verso il letto vi si abbandonava inerte.

—È un sonno terribile che investe tutti i miei sensi, che mi uccide la volontà e mi annienta le forze; ma non mi lascierò vincere, no non voglio dormire, mi sarebbe un sonno troppo funesto, me lo predice il cuore… Oh, ma è impossibile, io sono sotto l'incubo d'una mano di piombo, ho il veleno in corpo, quell'acqua, ah! fu quell'acqua… tutto, tutto contro me… oh, è troppo Dio mio…

In questo punto una testa fa capolino dall'uscio; è il conte AlbertoSampieri.

L'infame per meglio riuscire nel suo tradimento aveva mescolato all'acqua trangugiata dalla biondina dell'oppio e delirante di gioia spiava dalla serratura i repentini ed ineluttabili effetti del narcotico.

Protendendo le mani tremanti muove verso la bella giacente che apre la bocca per gettare un grido, ma la voce le si spegne nella gola.

Ai deboli io soccorro, è la mia destraSchermo dei fiacchi.OSSIAN.

All'epoca del nostro racconto sull'angolo della via del Pontaccio verso piazza Castello prosperava l'albergo all'insegna dell'Ussero.

Era un vasto caseggiato alto due piani.

Nelle sale terrene il povero operajo di ritorno dall'officina chiedeva al generoso liquore un po' di sollievo alle forze abbattute.

Al piano superiore salivano i schifiltosi del contatto del popolo: agiati cittadini di quei contorni i quali ad un lauto banchetto solevano rompere la monotonia d'una vita sfaccendata ed inoperosa.

Le eleganti camerette del secondo piano poi, non venivano occupati che da qualche coppia amante desiosa d'abbandonarsi alla dolcezze d'intimi colloqui lontana dai rumori, dal mondo e da ogni sguardo indiscreto;—oppure qualche faccia sinistra che aveva i suoi giusti motivi per isfuggire il consorzio degli uomini.

L'albergo dell'Ussero era assai frequentato poichè tutti vi si trovavano comodamente ed a loro agio; la vicinanza inoltre del Castello e la numerosa guarnigione che in quei tempi di turbolenze l'Austria manteneva in Milano l'avevano fatto pure il geniale convegno di soldati d'orni arma e d'ogni grado.

Due giorni dopo i fatti da noi narrati tre ufficiali entrano nell'albergo e prendendo posto al primo piano comanda da cena.

Quantunque tutti e tre vestino l'uniforme e parlino l'idioma alemanno pure non appartengono alla istessa nazione; ciò non ostante compagni di reggimento s'amavano di vera amicizia forse in causa dei loro caratteri affatto diversi, cosa che per quanto strana ci sembra noi vediamo verificarsi spesso nelle affezioni degli uomini.

Il più giovane d'essi conta all'incirca venticinque anni; è polacco.

Educato in un'accademia militare della Germania era da quattro anni incorporato nell'esercito.

Bello di corpo e di cuore, si vedeva il sospiro delle donne e l'amore di tutti i suoi soldati, chè egli molto bene sapeva conciliare la rigadezza della disciplina coi sensi dell'umanità.

Caldo ancora d'entusiasmo giovanile era ammiratore ardente d'ogni fatto che sapesse di coraggio o di virtù ed animato pur lui d'un coraggio temerario in un momento d'esaltazione avrebbe affrontato impavido i più inauditi pericoli, purchè credesse di compiere un dovere o di far una bella azione.

È insomma polacco per eroismo, per generosità di sentimenti, per nobiltà d'animo.

Povera Polonia! Quantunque la tua terra sia sempre stata feconda d'eroi, Iddio ti diede troppo angusti recinti perchè tu possa rialzare superba la fronte e scuotere le catene del tuo duro servaggio.

Gli altri due ufficiali uno è francese, il secondo tedesco.

Il francese costretto da politici avvenimenti ad esiliare dalla patria sua erasi arruolato volontario nell'esercito austriaco.

Ha circa trentacinque anni e possiede tutti quei vizi e virtù che caratterizzano i figli di Francia.

D'indole impetuosa s'accende facilmente ed in allora bestemmiando tutti i dei dell'olimpo guai a coloro che osano opporsi a' suoi principii; è un vulcano in eruzione, se non che trovò sempre una certa difficoltà nel passare, dalle parole alle vie di fatto e ritornato in calma ritornava il più buon diavolo del mondo.

Il tedesco invece più avanzato di tutti in età, lo si conosceva per un uomo calmo, prudente e di poche parole, aveva però un difetto quello d'essere un po' troppo proclive ai piaceri della mensa e del vino.

Amava il polacco per le sue nobili aspirazioni, il francese pel suo carattere originale ed era da entrambi riamato per la di lui natura severa e nello stesso tempo flessibile ed affettuosa.

—Terremoto! proruppe il francese ponendosi il mantile sulle ginocchia ed accingendosi a divorare una bomba di fumante risotto. Non c'è che dire, allorquando si vuol essere prontamente serviti e serviticomme il fautbisogna proprio venire all'Ussero. È l'albergo migliore ch'io conosca in Milano. E che vino; si direbbe che Bacco ha degnato d'un suo sorriso la cantina dell'oste. E sì che di vini credo intendermene io! Quando si è nati in Francia, quando si sono percorsi i suoi dipartimenti vinicoli, si ha il diritto di crearsi giudice. Eppure guardate, se i vini italiani assomigliassero tutti a quelli che si bevono all'Ussero, sarei il primo a confessare che le viti d'Italia potrebbero gareggiare colle nostre, le prime del mondo. All'Ussero mi sento in patria, evviva l'Ussero!

Ed afferrando il colmo bicchiere lo vuotava avidamente d'un fiato.

—Havvi un fiume, amico mio, rispose pacificamente il tedesco fra una cucchiajata e l'altra di risotto, che nasce nel seno della Svizzera e che serpeggiando rapido fra fertili pianure e fioriti declivi forma colle sue acque un lago che, la natura rivestì de' più ridenti panorama. Quel fiume ne sorte dippoi più limpido, più maestosamente bello, corre la Prussia, l'Olanda e va a gettarsi in mare sempre lasciando dietro di sè la più variata vegetazione…

—Tu parli del Reno!

—Appunto. Ebbene il Reno presta il suo nome a certi vini che, caro mio, io bevo più volentieri del tuo Champagne e del tuo Bordeaux.

—Padronissimo; ciò non toglie che i vini del Reno stieno a quelli di Francia precisamente come un tedesco sta ad un francese. L'uno calmo, freddo e d'una vita penosa, l'altro invece pieno di brio, di slancio, di fuoco. Terremoto! giudica tu stesso se il confronto ci può lasciare in dubbio.

—Scioglierò io la grave questione, siccome colui alieno d'ogni spirito di parte, disse sorridendo il giovine polacco. Il paragone che tu hai fatto dei due vini è giustissimo; l'uno difatti è spirito, l'altro direi che è corpo, ambedue però egualmente squisiti. La questione adunque è puramente di gusto, chi preferisce l'uno e chi l'altro, perchè il mondo cammina per antitesi, cammina con inclinazioni, con gusti opposti. Bacco creò quei vini in due momenti diversi. Fiacco, spossato, volendo rinvigorire le sue forze e porre un po' di fuoco nelle vene, creò quelli del Reno. Già ubbriaco, bramando porre al colmo la misura, creò i spumanti francesi. Ambedue però sono perfetta opera della sua divina sapienza. Dunque in segno d'un'imparziale ammirazione, io propongo d'assaggiarli entrambi, ma dopo cena s'intende, vale a dire dopo d'aver rinnovato un paio di volte questo fiasco che pur cammina al suo fine con una rapidità incredibile.

—Evviva Bacco! fu la risposta dei due amici, e d'un fiato vuotarono i bicchieri.

Ma però un attento osservatore avrebbe notato che l'evviva del francese non era punto cordiale come quello dell'amico; scuotendo leggermente testa egli dava a vedere come la conclusione del polacco sui due vini non le andasse troppo a genio, e che avrebbe preferito sostenere all'ultimo sangue la sua opinione.

Quando un'altra cosa venne a toglierlo dalle sue meditazioni.

Egli s'accorse come la marmitta del risotto fosse vuota, e che pure il fiasco versasse in deplorabile stato.

—Terremoto! gridò allora con tutto il calore dell'anima; guardate, non abbiamo più niente, è scomparso tutto. Ehi, cameriere, il campo è sprovveduto, presto delle munizioni, che non venga meno l'ardore dei combattenti….

«Eh! ma io sento che ci vorrebbe qualche cosa d'altro per conservarci più validamente questo nostro ardore;—e guardò i compagni con aria maliziosa;—ci vorrebbe per esempio qui seduta in mezzo a noi una bella donnina, dagli occhietti furbi, dalle guancie di porpora e dalle forme rotonde…. Che ne dite, eh?»

—Oh la donna! proruppe il polacco con entusiasmo; creatura aerea, sorriso della natura, stilla di rugiada sul calice inaridito del cuore dell'uomo. Figlia primogenita di Dio, la donna fu creata per ispargere di rose l'arido cammino della vita, per mostrare all'uomo che la felicità non è solamente un nome, ma ch'essa ne possiede l'arcano.

—Verissimo, la donna possiede l'arcano della felicità!

—Sì, e lo trovi nella dolcezza del suo sguardo, nella poesia delle sue parole, nell'affetto d'un'alma tenera, sensitiva, ardente….

—Tutte cose ch'io ti cedo volontieri per una bottiglia di quel buono! interruppe il tedesco colmando il bicchiere.

—Tu diserti adunque la bandiera di Venere?

—E mi rifugio sotto quella di Bacco.

—Amico, te l'ho già detto, se dimenticassi il tuo nome chiamerei: chi vuol bere? e son certo che risponderesti: presente.

—Presente, presentissimo ai bacchici appelli.

—Eh, ma una donnina la ci voleva proprio, continuò il francese ritornando alla prima idea, ed a dire ch'io avrei potuto condurre la mia vezzosa Melitta, che si pone tanto volentieri a tavola. Ma guardate che peccato! Ecco cosa vuol dire combinar le cene sui due piedi, senza riflessioni di sorta! E non sono molti giorni che in un momento di confidenza quella cara fanciulla la mi diceva: Guarda il mio Adone,—la mi chiama sempre il suo Adone; dev'essere un nome che ha appreso allorquando in casa d'un certo dottore in teologia esercitava le funzioni di… governante.—Guarda, la mi diceva adunque, io porto alla cena un'affezione particolare, affezione che è in ragione diretta colla sua lautezza. E pur troppo in ragione inversa, le risposi, coll'esile complessione della mia borsa. Tuttavia la mia Melitta è una bella ragazzotta, piena di brio e di spirito, e che ci avrebbe divertiti moltissimo in questa sera….

—In allora un brindisi alla sua salute, disse il polacco.

—Evviva! gridarono in coro i convitati, e portarono le tazze alle labbra.

Il tedesco aveva impiegato meglio d'ogni altro il suo tempo.

Il corpo chino sulla mensa, gli occhi fissi nel piatto, mangiava e beveva di buonissimo appettito, se non che le troppo frequenti libazioni gli avevano diffuso sulle guancie una tinta vermiglia, la quale per un fenomeno bacchico notevolissimo s'innalzava a poco a poco, minacciando invadergli la fronte e la parte calva della testa.

Il polacco fu il primo ad accorgersene e gli disse:

—Amico all'erta! la marea del vino s'innalza!

—Terremoto, è vero, proruppe il francese, quando ne avrà fin sopra il capo sarà bell'e affogato.

—In allora calerò a fondo; e guardò sotto la tavola.

—Già, sempre così; cogli uomini taciturno, chiuso, severo; col vino il più gioviale compagnone del mondo. È questione di gusto.

—Vuol dire che il vino gl'inspira maggior confidenza degli uomini.

Il tedesco forse per fuorviare i compagni da considerazioni che non gli andavano troppo a verso rivoltosi al polacco come se afferrasse un'idea che in quel momento gli cadesse in mente domandò:

—A proposito, non ci racconti nulla della tua impresa amorosa? E sì che a quest'ora dev'essere a buon termine a meno che non abbia fatto fiasco.

Il polacco si morse le labbra.

—Terremoto! saltò su il francese, un'avventura amorosa? nulla di più interessante conoscendosi l'eroe. E tu volevi tenerci all'oscuro? Suvvia racconta, noi vogliamo saper tutto.

—Ha ragione, lo vogliamo!

Questa volta è il polacco che pensa al modo di deviare possibilmente la conversazione.

Bisognava che quella domanda lo molestasse alquanto.

Ma i fumi del vino salendogli alla testa gli avevano offuscate le facoltà dello spirito e per quanto si affaticasse non seppe trovare un mezzo qualunque, una scappatoja per sottrarsi al molesto invito.

Bisogna adunque improvvisare una favola, main vino veritas, dice il proverbio, ed il buon polacco di lieto umore preferì raccontare ingenuamente la verità, lasciar da parte le delicatezze e volgere tutto in riso.

—Ecco quà la mia impresa, incominciò, ma prima permettete che ne vuoti un'altro bicchiere, servirà a riscaldarmi vieppiù l'immaginazione ed a farmi più buon narratore. Ecco, la cosa è semplicissima ed io non ve n'ho mai parlato estesamente perchè credeva non ne valesse la pena. Incomincierò adunque dal principio quantunque tu lo conosci diggià.

E queste parole erano dirette al tedesco.

—Va bene, dal principio.

—Proprio di contro al mio alloggio, vale a dire sul corso di Porta Nuova, viveva una fanciulla dai capelli biondi e dal volto d'angelo. Notate ch'io non ho detto viveva a caso. Sebbene di oscuri natali, giacchè essa era la figlia d'un semplice portinajo, possedeva un'anima aperta ad ogni tesoro di virtù ed appariva poi così modesta, così santamente bella che bastava conoscerla appena per sentirsi preso da irresistibile simpatia.

—Terremoto, era una fata!

—Nella grotta d'un portinajo?

—Cosa volete, ne fui sedotto. La vedeva tutte le mattine recarsi al magazzeno ove povera ragazza vi rimaneva il giorno intero a lavorare per suo padre; qualche volta mio malgrado mi trovava sulla via allorquando di notte ritornava soletta a casa e… ed a dirvela in poche parole mi decisi tentarle il cuore. Eppure, quantunque io ne conti già qualcuna in vita mia di trionfi e pare che ne debba avere un po' di pratica, allorquando le era vicino non sapeva dirle una parola, mi sentiva confuso, imbarazzato come mi fanciullo e qualche volta credeva perfino di sentire rimorso a turbare la tranquillità d'un'anima che doveva essere tanto pura. Era insomma la prima donna che mi facesse soggezione.

—Oh, l'ingenuo!

—Continuai così per tre sere, cioè camminandole dietro timido e senza aprire la bocca. Diavolo, io dissi poi fra me, s'io seguito in questo modo finirà col credermi un'imbecille, e mi farà soggetto di risa nelle sue conversazioni colle amiche di magazzeno. Davvero che non la sarebbe una figura invidiabile. Infine non è che una povera fanciulla che si recherà ne son certo ad onore la mia preferenza a suo riguardo. Mi faccio adunque coraggio e risoluto mi ci porto al di lei fianco.

«—Bella fanciulla, lo dico io, è molto bujo stassera, le vie sono deserte e voi tutta sola; mi permettete d'accompagnarvi? La notte apparisce sempre ad una giovinetta, piena di timori, di vaghe apprensioni; di natura debole ella ha sempre bisogno d'un fedele protettore, ebbene io sarò il vostro, accettatemi come amico. D'altronde voi dovete conoscermi, almeno di vista. Sono tre sere che vi seguo, non ho mai osato avvicinarvi e parlarvi, voi m'avete fatto così timido…

«E credendo che chinato il capo non avrebbe aperto bocca in tutta la sera, mi era preparato a parlare un bel pezzo. Quando invece fissandomi in volto due occhioni azzurri come il cielo mi rispose:

«—Oh mi sono accorta che voi mi seguivate e ne aveva sommo dolore; io sarei stata costretta a non ritornare più alla sera dal povero padre mio, ma lavorando una parte della notte ottenere il permesso di vederlo di giorno. Vedete adunque che non poteva esservene grata.

«Quelle parole pronunciate con un'ingenuità infantile e in tuono melanconico mi commossero profondamente. Credetti d'essere al cospetto d'una creatura celeste.»

—Che ti fossi imbattuto davvero in una donna onesta?

—Pare impossibile, mormorò il tedesco.

Ella continuò: «Ora però sono contenta d'avervi parlato perchè voi mi sembrate molto buono. Vi prego adunque non seguirmi più oltre, io ritorno da mio padre, non mi può succedere nulla per via.—Allora le dissi che le mie intenzioni erano rette, che nessun pensiero disonesto mi spingeva verso lei, ma bensì la pura felicità di possedere un sì bel cuore, di possedere tanta virtù. E diceva il vero; ma non ci fu verso; ella fu irremovibile. Mi sembrava un sacrilegio il resisterle più oltre, ed alla bell'e meglio mi ritirai, Eppure quella fanciulla io non posso mai cancellarla dalla mente; mi è causa di dolci emozioni e sconosciute. Insomma, ridete pure, ma con lei sarei stato completamente felice.

«Passarono circa tre settimane, quando una mattina non la vedo uscire di casa all'ora consueta. Credendo che mi fosse casualmente sfuggita, aspetto ansioso l'indomani e non la scorgo ancora. Passano altri giorni, sempre nulla; infine, bramando averne una spiegazione, mando il mio servo dal di lei padre. Trovò il povero uomo, vecchio soldato invalido, concentrato nella più crudele angoscia. Sapete che cos'eragli accaduto? Gli avevano rapita la figlia.

—Un ratto! gridò il tedesco.

—La cosa è seria, terremoto!

Il polacco colmò la tazza e la trangugiò d'un fiato.

—Ma si conosce almeno l'autore d'un sì vile rapimento? chiese il tedesco.

—È un cotal conte Alberto Sampieri, che la fece condurre nel suo castello di Magenta.

—Allora non resta che denunciarlo all'autorità: ella farà il suo dovere.

—Denunziarlo? proruppe il polacco sdegnosamente; e che, siamo noi soldati o poliziotti?

—Non esageriamo, amico; è dovere d'ogni cittadino domandare l'intervento della legge laddove si scorgono tradimenti e delitti…. Havvi una giustizia le cui orecchie sono aperte per tutti; ella non aspetta che una parola per compiere inesorabilmente il suo dovere…. Pronunciamola codesta parola, e non vadi impunita un'azione infame… Che la giustizia sia per il conte la vendetta di Dio; la tua non arriverebbe infino a lui, o vi giungerebbe inefficace….

Queste parole venivano pronunciate a stento dal tedesco; il vino le aveva ingrossato la lingua, l'ubbriachezza stendeva su di lui il suo manto di piombo e vano riuscivagli ogni sforzo contro la potenza invincibile del generoso liquore.

Arso dalla sete dell'ebbro egli portò con mano tremante il fiasco alle labbra.

Fu il suo colpo di grazia; gli occhi gli si fecero di vetro, il volto di fuoco.

—Terremoto! gridò il francese alla sua volta mezzo brillo, che bell'idea! Oh, la mirabile fecondità della mia immaginazione! Sentite, noi siamo qui tre cavalieri, tre soldati d'onore e come tali pronti sempre a porgere ii nostro soccorso, la nostra vita, all'innocente perseguitato, al debole oppresso. Possiamo adunque sentire indifferenti il racconto d'una giovinetta rapita senza mandare al conte rapitore un cartello di sfida ed armati di scudo e lancia invitarlo a provarci in giostra s'egli è altrettanto fiero nel vincere uomini? Sarò io il primo a misurarmi con lui, voglio aver io l'onore di liberare la fanciulla dai capelli d'oro e dagli occhi azzurri. Corpo di mille terremoti, scommetto di mandar quel furfante in pochi colpi a mordere la polvere. Orsù compagni, in pellegrinaggio fino a Magenta, che ci preceda un araldo apportatore dell'ostile cartello e domani la bella rapita sarà ricoverata ancora sotto il tetto paterno. Beviamo adunque all'esito felice dell'impresa!

—Tu hai ragione per Iddio, esclamò il polacco con nobile entusiasmo, liberare la fanciulla ecco la nostra missione… voglio dire, ecco la mia missione.

—Tu vuoi scendere pel primo in lizza? soggiunse il francese, è giusto, sei la parte più impegnata. Ebbene, noi ti saremo di scorta, oh se foss'io il chiamato a fare al conte un'occhiello nel ventre!…

—Un momento, balbettò il tedesco ch'era riuscito a comprendere qualche cosa, pensate… un duello…

—Bevi, bevi amico, la tua prudenza questa volta devi spegnerla nel vino; gridò il polacco. Un duello, un duello a morte col conte Sampieri; egli ha rapito la donna de' miei pensieri, ha rapito una fanciulla ingenua, onesta, innocente; io le farò giustizia, ma io solo, è un affare che mi riguarda ed i miei affari soglio farli da me. Amico, continuò rivolgendosi al francese, ti ringrazio del consiglio, la mia mente fu tanto dappoca da non suggerirmi un dovere sacrosanto; ringrazio pure la tua generosità nell'offrirmi una destra invitta ma non posso accettarla; contro un uomo basta un uomo ed io ho troppa fiducia nella mia spada per aver paura. Domani mi recherò a Magenta e domani a sera, amici, beveremo alla salute della bella liberata ed all'eterna dannazione d'un'anima esecranda.

—Ebbene, se non mi vuoi compagno nella lotta mi avrai tuo padrino.

—Niente; al suo castello il conte è solo, non deve credere ch'io voglia intimidirlo presentandomi accompagnato. Te lo domando in favore, lasciami partir solo, è mio dovere; io vado ad arrestare, a punire un delitto, l'impresa è troppo nobile perchè non riesca secondo i miei voti.

—Il conte è traditore, terremoto!

—Il conte non lo temo.

—Sia fatta la tua volontà, già ne' tuoi panni farei lo stesso anch'io. L'avventura non può essere più bella, più degna d'un gentiluomo, più feconda di gloria. Noi ci rivedremo adunque domani qui, in questo istesso luogo e ci congratuleremo col giovine eroe. L'ultimo bicchiere alla tua salute!

—E tu non bevi? domandò il polacco sorridendo al tedesco ubbriaco fradicio.

Questi tentennò la testa, aprì la bocca per parlare ma non le uscirono che parole interrotte ed incomprensibili.

Era la mattina del 24 giugno 1778.

Il sole appariva luminoso sull'orizzonte ed i tremolanti raggi stavano per stringere il creato in un dolce ed amoroso amplesso.

Un giovine ufficiale vestito dalla divisa austriaca percorreva in una vettura da nolo lo stradone di Magenta.

Il suo volto era bello; un esame attento vi avrebbe scorto un leggiero sorriso di soddisfazione posarsi di tanto in tanto sulle di lui la labbra ed una ineffabile serenità diffondersi sui suoi lineamenti.

Era insomma il volto di colui che spinto da un'animo nobile e da generosi sentimenti credeva correre al compimento d'un sacro dovere.

Quel giovine è il nostro polacco; di natura ardente ed entusiasta si era lasciato vincere da una dolce simpatia verso la bella biondina, simpatia che col tempo sarebbesi cambiata in sincero amore.

La notizia del di lei ratto e dell'avvenire d'infamia che le si preparava, fu per lui un colpo terribile; si sentiva ferito, offeso nel profondo del cuore, poichè la persona amata fa parte di noi stessi; le sue gioie, le sue sventure sono gioie e sventure nostre.

Noi l'abbiamo veduto come accolse l'idea d'un duello; ora lo vediamo come pronto corre all'arrischiata impresa, e se gli leggessimo nel cuore vedremmo ancora con quanta abnegazione, con quanta gioia egli avrebbe data la sua vita purchè potesse giovare alla povera infelice.

Dopo due ore di viaggio entrava in Magenta.

La vettura si fermò ad un albergo, e l'ufficiale, tratta una lettera e consegnatala al cocchiere, gli disse in tuono pressochè solenne:

—Io deggio partire per alcuni affari. Qualora però entro due ore non fossi di ritorno, tu riederai prontamente a Milano e porterai questo foglio al suo indirizzo. Hai capito? fra due ore.

La lettera era diretta all'ufficiale francese suo amico.

Subito dopo il giovine polacco mosse verso il castello Sampieri.

Sebbene fosse di buonissima ora, pura nell'interno del castello tutti erano ritornati ai loro uffici consueti; i servi, sommessi schiavi, ad ubbidire; il conte, dispotico padrone, a comandare.

Il polacco passò il ponte levatoio, e si diresse a Tonio, che in quel giorno gli spettavano le funzioni di guardiano.

Tonio non potè trattenere un moto di stupore alla domanda dell'ufficiale d'un colloquio col conte; lo fece entrare in un salotto terreno e pregollo ad attendere finchè l'avesse annunziato.

Il giovane polacco rimase solo pochi minuti; il cuore gli batteva con violenza, non già per debolezza, ma per la brama impaziente di agire.

Tonio ritornò; un sogghigno malizioso gli errava sulle labbra; inchinossi forse con un po' d'ironia all'ufficiale, ed invitollo a seguirlo.

Attraversando un labirinto d'appartamenti, lo condusse in una magnifica sala d'arme, ove il conte Sampieri stava intento ad esaminare e provare le mille armature diverse che pendevano dalle pareti.

—Le domando perdono, disse il conte all'ufficiale con affettata noncuranza, se non lo ricevo in un luogo più degno dell'alta devozione ch'io professo sempre ai miei ospiti. Cosa vuole? io sono schiavo delle mie abitudini, e la più prepotente si è appunto quella di consacrare le ore mattutine alla mia sala d'arme, nella quale, guardi, ho tutto l'occorrente per divertirmi a mio bell'agio. Qui, lei vede, per esempio, un piccolo bersaglio e pistole d'ogni modello, le quali, non faccio per dire, ma di rado mi fanno il torto di non colpire a dovere. Qui appese stanno pure sciabole d'ogni specie, fioretti, guanti, maschere, che so io, mi servono a meraviglia ne' miei assalti di punta e sciabola che rinnovo spessissimo con un certo marchese mio amico. Oh, alle armi io ho sempre portata un'affezione ardentissima, e una prova appunto di questo, si è che per parlarne io la dimenticava lì in piedi senza neppur pregarla d'accomodarsi e spiegarmi il motivo della sua cara visita. Il signore mi vorrà compatire, spero.

L'ufficiale, che in questo tempo era rimasto in atto severo e contegnoso, s'inchinò leggermente alle ultime parole del conte ed incominciò:

—L'oggetto della mia visita è importante quanto egli è sacro; ascolti. Un povero padre, vecchio soldato invalido, viveva felice coll'unica figlia. Egli l'amava codesta figlia, perchè era il sostegno della sua tarda età, perchè col continuo lavoro teneva lontano dall'umile tugurio gli orrori della miseria; l'amava perchè, bella d'un'anima pura e d'un vergine cuore sapeva co' suoi sorrisi mitigare i dolori delle onorate sue ferite, colle sue consolanti parole spargere il conforto nell'animo triste; era insomma il suo angelo sfolgorante di celestiali virtù. Ebbene, una notte il padre infermo attese invano sua figlia, la fanciulla venne rapita. Signore, egli è da lei ch'io mi faccio a reclamarla.

—Non comprendo, rispose il conte ostentando meraviglia; se lei vuole ch'io unisca a' suoi i miei deboli sforzi per venire in aiuto alla povera giovinetta, allora non ha che pronunziarmi il nome dell'infame seduttore. L'opera è troppo degna d'un onesto gentiluomo perch'io rifugga d'associarmi volonteroso.

—Il nome dell'infame seduttore, conte, è il vostro, tuonò l'ufficiale spogliandosi d'ogni riguardo. Giù, giù una volta quel manto ipocrita sollo al quale volete nascondere le vostre enormezze, abbiate almeno il coraggio del delitto, e confessate lealmente quello che con tanta viltà sapete commettere. Conte, la fanciulla venne rapita da voi, voi l'avete in questo castello; in nome dell'umanità, in nome delle leggi sacre, dell'onore, restituitela al padre suo.

Il conte fissò l'ufficiale con sogghigno beffardo e continuò con fredda calma:

—Signor Paladino! con qual diritto mai v'introducete nelle case degli altri per immischiarvi in quello che non vi riguarda? Con qual diritto vi compiacete di controllare le azioni altrui per venir poi a dire in tuono più o meno comico: Non mi garbano, non voglio che facciate così, fate quello che dico…

—Col diritto della giustizia, coi diritto di colui che vuol prevenire una colpa o vendicarla.

—Ebbene sentiamo, s'io vi dicessi: la fanciulla che voi vi siete messo a proteggere non per sentimento generoso, disinteressato ma forse chissà, par qualche altro motivo più intimo, come per esempio, per vedervi prevenuto in una meta che invano tentaste di raggiungere…

—Signore!

—Se io vi dicessi adunque codesta fanciulla è mia, io la tengo nel mio castello, passo con lei i momenti più belli della vita, cosa mi rispondereste, sentiamo!

—Conte, vi pregherei ancora una volta di restituirla al tetto paterno, di non volere l'infamia d'una donna onesta, innocente.

—E se le vostre preghiere non valessero?

—Chi non ascolta la parola dell'onestà e della giustizia o che diventa infame o ch'egli lo è diggià. Voi Conte io conosco già per infame, non mi resterebbe che di trovarvi vigliacco ed allora vi chiamerei l'uomo il più esecrabile che l'inferno abbia vomitato in sulla terra. Suvvia ladro d'onore, assassino di deboli fanciulle, restituite la vostra vittima o difendetela col ferro…

Le guancie del giovane ufficiale erano vivamente infiammate, lo sguardo feroce, e la destra stringeva convulsa l'elsa della spada.

—Miserabile, proruppe il conte lasciando irrompere lo sdegno che a stento aveva fin'allora represso; miserabile! saprò ben io ammutolire quella lingua che incauto tu meni con troppa arroganza. È la morte che cerchi? Ebbene, l'avrai. Possa il tuo sangue ricadere sul capo a tutti quelli della tua schiatta, che nel delirio della temerità, dopo d'essere entrati padroni in terra altrui, si fanno diritto di violarne le case e dettarvi legge.

E furibondo, staccata dalle pareti una spada, a sbalzi proruppe dalla sala, percorse un lungo corritoio, ed aperto una porticina che metteva fuori del castello in un vicino bosco, vi s'internò pochi passi.

Cieco d'ira e smanioso di vendetta, il polacco lo seguiva fremendo.

Arrivati in un punto in cui la larga disposizione della piante concedeva uno spazio libero di terra, i due nemici si fermarono, e l'ufficiale, sguainata la spada, fu il primo a mettersi in guardia.

Qui succede una scena orribile.

Sono due uomini che, armati di ferro e d'indomabile sdegno si disputano a vicenda la vita.

È un continuo incalzarsi, retrocedere, rincalzarsi di nuovo e di nuovo ripiegare; i colpi cadono fitti e pesanti, e le lame accozzantesi aspramente gettano scintille.

Il volto dei combattenti è acceso, lo sguardo fiero, l'anelito affannoso; ambedue sono animati da un eguale pensiero, pensiero di sangue, e questo sangue colla destra vigorosa roteando la sciabola lo cercano in ogni colpo.

Ma il ferro vien sempre respinto dal ferro, pronto a colpire è prontissimo a parare.

E la natura par sorridere a codesta lotta accanita fra la vita e la morte.

Il sole, abbassando a poco a poco i suoi raggi, sembra piovere sulle piante una pioggia di luce, e queste, agitandosi dolcemente nel loro lieto mormorio, salutano l'astro del cielo.

Gli uccelli gorgheggiano soavi melodie, e la lucida serenità del cielo e l'aura pura e fragrante di primavera richiama in ogni cuore pensieri d'amore.

Ma le passioni degli uomini talvolta sono sorde alla voce affascinante della natura.

La lotta si protrae già d'alcuni minuti, feroce sempre; la fronte degl'avversari gronda sudore e sangue; prostrati di forze li sostiene lo sdegno diventato furore.

Abili spadaccini ambedue e di valore pressochè eguale, il combattimento saria continuato buona pezza indeciso, se il destino risparmiava il suo fatale intervento.

Un raggio di sole, rompendo a poco a poco le folte frondi delle piante, venne a battere sul volto dell'ufficiale, che in quel punto stava rivolto a levante.

Percosso all'improvviso e non potendo sostenerne la fulgida luce, tentò rimuoversi dal posto spingendo l'avversario; questi s'accorse e tenne fermo.

Il sole gli abbarbagliava la vista; ciò nullostante l'ufficiale provò vincerne la molestia e tentare disperati sforzi sopra il conte; ma fu invano.

Bentosto il suo sguardo si smarrì in mezzo a miriadi di stelle; credeva fissare un oceano di fuoco che gli ardesse le pupille.

Lo assale allora una dolorosa sensazione agli occhi, che gli si empiono di lagrime; incauto li chiude un'istante, un'istante solo… ma in questo mentre la spada del conte s'avanza rapida e gli trapassa il cuore.

Il giovane ufficiale stramazza a terra, spalanca due volte la bocca emettendo rivi di atro sangue, indi si ricompone come corpo morto.

Prorompendo in orribili bestemmie il conte getta il brando insanguinato e come spinto da furie infernali fugge precipitoso al castello.

Il polacco non era peranco spirato. Risospinto sulla soglia dell'eternità Iddio si compiacque arrestarlo un momento, non per rendergli più angoscioso il trapasso ma per dargli tempo di compiere un'opera che la divina prescienza comprese di quanta importanza doveva giungere un giorno nelle tempestose peripezie d'un'innocente creatura.

Infatti il ferito riaprendo gli occhi li girò attorno inquieto quasi molestato da un interno pensiero; tentò facendosi puntello colle mani risollevarsi sulla persona, ma l'estrema debolezza del corpo non glielo permise. Ricadde gemendo.

L'idea di dover morire solo, lungi da' suoi cari senza il conforto d'uno sguardo pietoso, d'una parola amica, senza neppur soddisfare un certo desiderio che l'anima leale gli aveva in quell'estremo momento suggerita, richiamò sul suo ciglio una lagrima, su quel ciglio che sarebbe rimasto asciutto ai soli tormenti d'una dolorosa agonia.

Quand'ecco lo sguardo fissa in un pezzo di carta che giace a pochi passi da lui discosta; un lampo di mesta gioja brilla ne' suoi occhi; vincendo dolori atroci con sforzi inauditi si trascina verso il foglio e lo ghermisce con mano tremante; indi con un legno ch'egli intinge nel proprio sangue vi scrive sopra poche parole.

Le forze lo abbandonano e si lascia cadere spossato.

Si diffonde sul suo volto una tinta verdastra, le labbra gli divengono paonazze, gli occhi di piombo ed uno scrollo convulso commuove le di lui membra.

Era l'anima che gli usciva dal corpo.

Un giovane contadino cantarellando l'usata canzone attraversa il bosco recandosi allegro al lavoro del campo.

Il sentiero ch'ei percorre lo conduce sul luogo funestato dal terribile duello ed egli vede l'ufficiale in terra immerso in un lago di sangue.

S'arresta inorridito il contadino. Il suo primo moto è di paura, indi di compassione; getta allora i rustici arnesi che porta in ispalla e si china sul cadavere.

È confuso, incerto sul partito da appigliarsi, allorquando una carta segnata di rosso che stretta tiene il morto fra le mani attira la di lui attenzione.

Fa per impadronirsene ma un senso di ribrezzo e fors'anco di timore lo arresta; mal si sa risolvere, finalmente la curiosità lo vince e protendendo risolutamente le mani strappa dalle dita contratte la carta desiderata.

La spiega e la legge.

La fina malizia che in gran copia possiede il villano e che talvolta gli giova nella notte della sua completa ignoranza, gli fece comprendere di quanto valore poteva essere un giorno quel foglio e cautamente se lo nascose in seno.

Indi gettato un ultimo sguardo al cadavere ritorna correndo a Magenta, a riferire l'incontro avuto.

Due giorni dopo si leggeva sui giornali di Milano:

«In un piccolo bosco poco lungi da Magenta venne trovato da un contadino il cadavere assassinato d'un nostro ufficiale, giovine polacco di distinta famiglia e di moltissimi meriti.

«Da una spada insanguinata rinvenuta sul luogo del delitto e su cui stava inciso un nome, la Giustizia potè riconoscere autore del misfatto il conte Alberto Sampieri di Milano, proprietario del bosco e d'un castello attiguo.

«Si procedette tosto al di lui arresto ma, il conte erasi già fatto latitante.

«Altamente commossa S. M. l'Imperatore, nell'intento di dare un esempio solenne della severità colla quale egli vuol punire ogni colpa di atroce natura, considerando pur anco gli antecedenti disonorevoli di tutto il casato Sampieri, condannò il conte Alberto alla pena di morte, bandì in perpetuo esiglio suo fratello Renato, confiscando in favore dell'impero gli aviti beni.

«Noi non possiamo che approvare la sentenza dell'augusto nostroSovrano.»

On parlera de sa gloireSous le chaume bien longtemps;L'humble toit, dans cinquante ansNe connaitra plus d'autre histoire.BÉRANGER.

Scorsero diciott'anni dall'epoca dei nostri avvenimenti; siamo nel 1796.

In questo tempo le ingiustizie perpetuate da secoli, le ineguaglianze sociali, il mal governo, prepararono in Francia quella grande rivoluzionaria di cui tutta Europa ne avrebbe sentite le conseguenze.

Il popolo illuminato dalle nuove idee che una schiera di eminenti scrittori avevano diffuse, affascinato dalle parole:libertà,eguaglianza,fraternità, non poteva più tollerare gli odiosi privilegi dell'aristocrazia e del clero.

Egli voleva sollevarsi da quel fango in cui lo avevano gettato, voleva che si riconoscesse in lui pure una mente ed un cuore.

Gli uffici più importanti alla milizia, nella magistratura, nell'amministrazione erano riserbati alla nobiltà e molti trasmessi di padre in figlio.

I Nobili ed il Clero possedevano due terzi dei terreni ed erano immuni da contribuzioni; il popolo invece pagava imposte all'erario, tributi feudali ai nobili, decime al clero.

Scoppiò la grande rivoluzione; quella rivoluzione che sebbene abbia fatte molte vittime, sebben si fosse contaminata in sanguinosi eccessi pure scolpiva quei solenni principi che sono il fondamento dei diritti e delle franchigie dei popoli: eguaglianza di tutti in faccia alla legge, inviolabilità delle persone, libertà di coscienza e di stampa.

Ma i progressi di questa rivoluzione avevano spaventate le potenze d'Europa alle quali premeva d'impedire che le nuove idee di libertà penetrassero nei loro stati e perciò Germania, Russia, Inghilterra, Olanda, Belgio, si confederarono contro la Francia e minacciarono d'invaderla.

Ecco l'Europa in guerra contro la civiltà; ma fu tanto l'accanimento con cui la Francia seppe lottare in difesa de' suoi principi che riportò da sola le due memorabili vittorie di Valmy e di Jammapes.

Pure un poderoso esercito tedesco passa il Reno allo scopo di ristabilire in Francia la monarchia assoluta; allora si proclama la Repubblica e Luigi XIV è condannato a morte.

Tutta l'Europa monarchica si leva in armi e nella Vandea scoppia la guerra civile.

Si ordina la leva in massa ed un prestito forzato di un miliardo sui ricchi.

Contro i pericoli interni si pubblica lalegge dei sospetti; Maria Antonietta d'Austria, vedova di Luigi XIV, Filippo Egalité duca d'Orleans cugino del re e molti altri insigni personaggi sono mandati alla ghigliottina, indi si muove risoluti contro i nemici.

La patria mercè una memorabile eroica difesa è salva dall'invasione straniera.

Si pone l'assedio a Tolone che si è ribellata ed è appunto in questo assedio che si distingue un giovine corso, ufficiale d'artiglieria.

Egli è Napoleone Bonaparte, quell'uomo fataleche alla testa d'un invincibile armata doveva correre vittorioso il mondo intiero.

Pacificata la Vandea e riordinata la Repubblica questa volendo vendicare l'invasione tentata, nominò Napoleone comandante supremo d'un esercito e lo mandò alla conquista d'Italia.

Napoleone rompe gli Austriaci e i Piemontesi collegati, a Montenotte, a Dego, a Millesino e conchiuse con Vittorio Amedeo III un armistizio che a Parigi fu tramutato in pace; indi prosegue la gloriosa campagna.

Si getta sugli austriaci, sforza il passo dell'Adda a Lodi ed il 14Maggio 1796 in mezzo ad una folla plaudente entrava in Milano.

Napoleone si fermò qualche tempo a Milano e si occupò nel dare una forma provvisoria di governo alla Lombardia.

Un giorno gli venne consegnato un plicco; era un ricorso firmato dalla principale nobiltà de Milano, ricorso che essendo importantissimo al nostro racconto, essendo anzi il perno su cui si devono svolgere quei fatti che andremo narrando lo trascriviamo per intero.

Eccolo:

«Al Generale Napoleone Bonaparte

«I sottoscritti appellandosi a quei sensi di equità dei quali già ci deste prove reiterate e che formano una sì bella aureola sulla fronte d'un eroe, osano chiedervi giustizia sopra uno dei mille abusi commessi dal cessato Governo Austriaco nel lungo tempo del suo dispotico dominio in Lombardia.

«Dicott'anni or sono il casato dei conti Sampieri era uno dei più illustri, per nobiltà e censo, della nostra Milano, ma per sentimenti patriottici che come una nobile tradizione passavano in quella famiglia di padre in figlio, fu sempre cordialmente odiata dall'Austria.

«Morto il vecchio conte Sampieri in Corsica, ove fu costretto esigliarsi per isfuggire a politiche persecuzioni, lasciava due figli superstiti, soli eredi del nome e delle ricchezze avite: Renato ed Alberto.

«Avvenne che Alberto, il minore dei fratelli, giovane poco più che ventenne e di carattere ardente ebbe un duello, vuolsi per una donna, con un ufficiale tedesco, in cui questi rimase ucciso.

«Sfortunatamente il duello avvenne senza testimoni e questo bastò perchè laclemenzadi S. M. l'Imperatore dichiarasse il conte Alberto Sampieri assassino, lo condannasse senza processo a morte ed i suoi beni confiscati a favore dell'Impero.

«Ma non ancora contento ilgenerosissimoSovranosi scagliò pure sul fratello Renato che nessuna parteaveva avuta nell'infausto duello, lo bandì in un collafamiglia in perenne esiglio, confiscandogli ancora leimmerse ricchezze.

«Egli è in vedendo un nobile membro di nobilissima stirpe andar ramingo senza pane, senza Letto, povero, in suolo straniero, di non altro colpevole che d'essere fratello a chi non commise infine che un perdonabile trascorso giovanile,—egli è in vedendo questo che i sottoscritti commossi si rivolgono a voi per averne giustizia.

«Il conte Renato Sampieri fu vittima innocente d'un odio implacabile che da lunghi anni si maturava su di lui; stendetegli adunque quella destra che già benefica porgeste al nostro paese e nella vostra munificenza restituitegli quell'onore e quei beni che tanto ingiustamente gli furono rapiti.

«Ch'egli ritorni in patria, ch'egli riposi i patimenti sofferti nella casa de' suoi padri; è quello che ossequiosi noi tutti imploriamo.

«E se voi credete, o Generale, che diciott'anni d'agonia possano espiare una colpa, perdonate ancora al fratello Alberto Sampieri.

«Voi siete munito d'ampi poteri, voi potete compiere i voti di tutti i nobili cuori milanesi, fatelo, voi—e con voi la Francia—avrete la benedizione d'una famiglia e l'eterna riconoscenza d'una nobile città.»

Seguivano le firme.

Tutti i giornali di Milano riprodussero questo ricorso e tutti ebbero lusinghiere parole per i poveri esigliati.

S'invocava dovunque la giustizia del Generale francese.

Napoleone comprese che quest'era un'opportunissima occasione per rinfrancarsi la simpatia degl'italiani.

S'egli venne accolto in Milano colle acclamazioni d'un liberatore, alcune città lombarde invece, instigate da segreti agenti tedeschi si erano sollevate ed imbrandite le armi contro i francesi.

Dall'Italia Napoleone doveva incominciare la sua marcia gloriosa per l'Europa ed aveva perciò bisogno di lasciar dietro di sè popoli amici.

Alcuni giorni dopo fra gli applausi di tutta Milano sortiva un decreto firmato da Napoleone a nome della Repubblica Francese, col quale: considerando l'ingiusta condanna del conte Renato Sampieri e sua famiglia, non credendo di compiere che un'atto di giustizia, gli si ritirava il bando d'esiglio a lui spiccato dal Governo Austriaco nel 1778, rimettendolo ancora nel pieno possesso di tutti i suoi beni.

S'aggiungeva inoltro che in quanto al fratello di lui Alberto Sampieri giacendo tuttavia sotto la grave accusa di omicida e non lo potendosi assolvere senza ledere quelle leggi la di cui maestà dev'essere sempre rigidamente rispettata, si permetteva di dar corso ad un regolare processo, qualora venisse chiesto dal delinquente col mettersi a disposizione dei tribunali.

Si obbligava poi il governo di passare ad una esatta restituzione dei beni confiscatigli allorquando venisse emanata sentenza favorevole; in ogni modo si doveva tener conto degli anni scontati in esiglio.

Dubita pur che brillinoDegli astri le carole,Dubita pur che il soleFulga, e che sulla roridaZolla germogli il fior;Dubita delle lagrime,Dubita del sorriso,E dubita degli angioliChe sono in paradiso,Ma credi nell'amor.BOITO.

Godeva di moltissima fama in quel tempo il Collegio Femminile diMonza.

Grazie ad una completa istruzione che da valenti istitutrici vi s'impartiva, era divenuto il ricovero delle fanciulli appartenenti alle più illustri famiglie lombarde per nobiltà e ricchezze.

Nell'alta società si credeva che una giovinetta non potesse mai possedere quelle cognizioni, quella compitezza di maniere, quella squisita educazione insomma necessaria a chi veniva chiamata a vivere fra le sublimi sfere sociali, se non usciva dal Collegio di Monza.

Esso occupava un ricchissimo palazzo, i di cui ampi locali capivano a meraviglia le innumerevoli educande; eravi annesso un delizioso giardino, in cui nelle ore destinate al sollievo si lasciavano libere ricrearsi quelle giovinette avide sempre di moto e d'aria.

Suona appunto l'ora della ricreazione; soffermiamoci un'istante e godremo d'un quadro che la gioventù, la vita e l'innocenza rendono aggradevole più che mai.

Da molte sale sortono in buon ordine schiere di educande, che percorrendo forse con una certa impazienza gli ampi corritoi, si raccolgono tutte nel cortile di fronte al cancello del giardino.

I loro occhi sono fissi in volto alla Direttrice, donna di molto sapere, di rigidi costumi e che ama le sue allieve d'amore materno; ed allorquando questa di propria mano, spalancando il cancello con dolce gesto le invita a ricrearsi, in allora la gioia prorompe, a sbalzi, quale gentili gazzelle, si disperdono pei verdeggianti prati.

E tutte corrono, ridono, folleggiano.

Chi con azzurra reticella insegue anelante la vispa farfalletta, finchè questa posando sul fiore, si lascia dolcemente cogliere al laccio di seta.

Chi scende, sale, ridiscende l'erbosa china colla leggerezza d'unaSilfide mozza donna e mezza nube.

Chi con agile piede corre pei lunghi viali in traccia dell'amica, che raggiunta le concede nascondersi ancora per ancora raggiungerla correndo.

Chi disposte in cerchia fanno a gara a raccorre la palla per lanciarsela poi con colpi gentili.

Chi con una benda agli occhi, le mani prostese in avanti s'ingegna afferrare la compagna, che colle compagne le fanno corona intorno martoriando con infantili sorprese la povera cieca.

E sempre correndo non s'arrestano neppure allorchè il piede incespicando, mal sa sostenere il gracile corpo, che cade sull'erba e sui fiori.

—Oh, come sono stanca! diceva affannata una vezzosa fanciullina dicirca dieci anni. Sapete, care mie, cosa dobbiamo fare adesso?Coglieremo insieme margheritine e viole, e comporremo un bel serto.Che ve ne pare?

—Brava, brava, esclamarono in coro le amiche; quattro angioletti che parevano staccati da un quadro di Raffaello.

E girando pel prato empirono ben presto di vaghi fiorelli il loro grembiule, e liete le bambine s'assisero sotto l'ombra di annosa quercia.

—Ecco, deponiamo qui la nostra raccolta, tornò ancora la piccina, voi mi farete tanti piccoli mazzolini, ed io intrecciandoli insieme comporrò la corona. Vi piace?

—Sì, sì!

E tutte si misero all'opera.

—Oh quanti bei fiori!

—E come sono olezzanti!

—Più di tutti le viole.

—Come piacciono a me le viole!

—Io ne vado pazza.

—Continuerei tutto il giorno a coglierne.

—Io pure.

—Non capisco perchè la violetta, che è un fiore così gentile se ne sta tutta timida nascosa in mezzo all'erba e non si mostra altera al nostro sguardo come la rosa ed il garofano.

—Sarei curiosa anch'io di saperlo. E sì che il suo profumo non la cede per fragranza a quello di nessun fiore. Non è vero?

—Sicuro, ripeterono tutte in coro.

—Imparate da lei, le mie bambine, disse con voce amorevole la Direttrice che nascosta dalla quercia aveva udito il dialogo di quelle innocenti; imparate dalla viola ad essere umili e modeste. Non vi lasciate mai sedurre dall'ambizione e dall'orgoglio; non vi lasciate mai vincere dalla funesta tentazione di distinguervi, di far sfoggio in faccia a tutti di quelle doti, di quei privilegi che il Signore vi ha donati; ma vivete sempre semplici e virtuose. Quel soave olezzo che tradisce la viola in mezzo all'erba additerà pur voi agli occhi del mondo; e tutti vi ameranno, tutti faranno plauso alla vostra virtù.

E dato un bacio a quelle carine che religiosamente avevano ascoltato le sue parole tentando di comprenderle, la Direttrice s'allontanò.

—Come ci vuoi bene la signora Direttrice!

—È tanto buona!

—Tieni; il mazzetto l'ho terminato. Va bene così!

—Va benissimo, brava.

—Ma ditemi un poco, a chi daremo poi questa bella corona?

—Ah è vero, bisogna pensarci!

—Se potessi mandargliela alla mamma che ci piacciono tanto i fiori!

—Vorremmo tutte fare lo stesso, ma… siamo in quattro e la corona è una sola.

—Sicuro!

—Bene, gliel'offriremo alla signora Direttrice che qui in collegio ci tien luogo a tutte della mamma. Che ve ne pare?

—Ma brava, faremo così.

E quelle ingenue creaturine intrecciando viole continuavano liete i loro infantili ragionamenti.

Oh la bell'età dell'innocenza!

Or avviciniamoci a quelle tre giovinette che strette famigliarmente al braccio passeggiano insieme i viali del giardino.

Hanno circa sedici anni, vale a dire quell'età in cui la donna comincia a sentire il bisogno di nuove aspirazioni, in cui l'affetto dei parenti e delle amiche pare che più non basti alle esigenze del cuore sensitivo, in cui insomma l'amore germogliandole in seno vi suscita molte volle l'ambizione e la civetteria.

Eccone una prova.

—Oh se mi sono divertita in queste vacanze in casa de' miei parenti! diceva una bella brunotta dagli occhi vivi e maliziosetti.

—Già è pur bella la nostra Milano, ci offre pur molti divertimenti! aggiungeva un'altra.

—Gli è per questo che sospiro il momento di lasciare il collegio che mi diventa odioso tutti i giorni; saltava su la terza. Dover vivere qui rinchiusa fra quattro mura, vestire così male, non sortire mai che per andare in chiesa, è una cosa insopportabile.

E la dispettosa batteva i piedi dalla collera.

—Grazie al cielo per me è l'ultimo anno codesto, tornava ancora la brunetta; l'ho pregata tanto la mamma che finalmente ha acconsentito a levarmi di qui. D'altronde voi sapete ch'io sono fidanzata e bisogna bene che abbia un po' di pratica del mondo prima d'entrarvi col bel nome disignora.

—Sei fortunata, tu.

—E chi è il tuo sposo?

—Un mio cugino.

—È bello?

—Bellissimo, ricco e nobile.

—Ah sì?

—Mi venne presentato la prima volta nel mio palchetto del Teatro allaScala. Assistevo co' miei parenti alla rappresentazione del Mitridate.Che bell'opera il Mitridate! Che musica! Ti tocca il cuore.

—Io la so quasi tutta a memoria. Furono le prime melodie che ho apprese sul piano.

—Ah! ti dico che sentendola cantare alla Scala Mitridate è qualche cosa di meraviglioso.

—Gran bel teatro la Scala!

—E come èchic. Vi si trovano tutte le nobiltà di Milano.

—Anch'io ci ho il mio palco e la mamma m'ha promesso, una volta sortita di collegio, di condurmi tutte le sere.

—Quando ci sono andata io, continuò la brunetta promessa sposa, vestivo un bell'abito di seta celeste, i capelli mi scendevano liberi sulle spalle e bisognava che stessi bene perchè tutti mi guardavano.

—E chi ti guardava?

—Per lo più bei giovinetti, rispose con una certa ingenuità.

—Ah sì?

—E come era contenta vedermi l'oggetto della loro ammirazione.

—Oh l'ambiziosa!

—Infine poi non c'è nulla di male. Ebbene fu appunto in quelli sera ch'io vidi per la prima volta mio cugino. Cosa volete, mi piace e tutto, mio cugino, ma però gli ho trovato un difetto.

—Quale?

—Quello d'essere troppo serio; parla assai poco, ride di rado, ha insomma la gravità d'un nonno.

—E tu sei così folle!

—Sarebbe adunque più adatto alla nostra Erminia che anche lei è sempre melanconica, sospira sovente ed ama il silenzio e la solitudine.

—Lasciamola in pace quella povera Erminia, è tanto buona!

—Mi piacerebbe però conoscere la causa della sua mestizia.

—Eh, io credo d'averla indovinata, disse la brunotta con piglio misterioso.

—Ah sì? di su.

—E scommetterei uno contro cento di cogliere nel segno.

—Parla adunque!

—L'Erminia vedete…

—Ebbene?

—È innamorata.

—Oh bello!

—Ma di chi?

—Oh mio Dio, non avete mai notate le infinite cure che le usa il signor Flavio nostro maestro di disegno; non li avete mai sorpresi in dolci colloqui, non mai osservato com'essa si confonde allorquando le parlate di lui e come la sua mano trema sul disegno quando Flavio si ferma a contemplarla? Ma bisogna ben essere ingenue!

—Possibile?

—Altro che possibile, è certo. Erminia lo ama in segreto e n'è da lui riamata.

—Fa adagio per carità, se ci udissero?

—Oh è un pezzo che me ne sono accorta.

—Ed è l'amore che la rende così mesta?

—Già, l'amore.

—Dev'essere una mestizia ben dolce allora.

—Il signor Flavio è un bel giovane…

—Bellissimo, ma non è nobile.

—È vero.

—Io già non lo degnerei d'uno sguardo; amare un semplice maestro di disegno che vende le sue lezioni a un tanto per ora!

—Zitto; ecco appunto l'Erminia che viene verso di noi. Come è pallida, pare che soffra.

—Voltiamo da questa parte e lasciamola sola. V'accerto che la nostra compagnia l'annojerebbe.

Infatti s'avanzava per uno dei viali del giardino una bella fanciulla di circa diciott'anni.

Sebbene i suoi lineamenti non avessero quella regolarità inappuntabile che si osserva in certe compassate bellezze, pure erano così aggraziali e gentili da conciliarsi l'interesse e la simpatia di tutti quelli che la vedevano.


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