Un grosso volume di capelli castani le avvolgevano in nodi semplici ed eleganti la graziosa testolina; aveva due occhi nerissimi circondati da folte sopracciglia di seta; lo sguardo languido, la bocca piccolissima, ed allorquando si componeva al sorriso lasciava vedere denti di meravigliosa bianchezza; il colore del volto era quello della rosa bianca, che ti lascia sempre incerto se sia pallido o tinto di debole vermiglio; le scorgevi nel mento una leggiera pozzetta; l'avreste creduta l'impronta del dito del Creatore, allorquando, presala pel mento, si compiacque dell'opera sua.
Il suo passo era incerto, e su tutta la persona stavale diffusa una tinta d'ineffabile malinconia.
S'internò in un boschetto di platani che trovavasi in un angolo solitario del giardino, e macchinalmente lasciossi sedere sur un banco d'erba.
Stette immobile, sembrava guardasse, ma non vedeva; sembrava ascoltasse, ma non udiva.
In questo punto una capinera venne a posarsi sul ramo d'un albero ed empì l'aria de' suoi gorgheggi.
Erminia parve ridestarsi a quegli accenti che armonizzavano tanto colla mestizia del suo cuore e cercava dello sguardo il vago augelletto.
—Oh! tu felice, esclamò, tu non conosci che l'azzurro dei cieli ed il raggio benefico del sole; la natura sorridente ti accoglie dovunque, e tu dovunque sorridi col tuo canto celeste. Anch'io una volta i miei giorni passava nel gaudio; ora quella gioia innocente esiliò per sempre dal mio cuore; esso ha perduto la sua pace, la sua tranquillità. Oh mio Flavio, io non doveva incontrarti mai! Tu mi fosti fatale!… Ti vidi; il tuo bell'ingegno mi destò ammirazione; l'alma nobile, stima; il volto soave, amore. Oh sì, io t'amo, Flavio, e tu, hai tu pure un palpito per la povera Erminia? Il tuo labbro non s'aprì mai a parole d'affetto, ma tu pensi a me, non è vero? Sì, sì, mel dice il cuore, mel dicono questi versi istessi.
E cavando dal seno un foglio, lo copriva di caldi baci.
—Lo trovai nascosto nei miei disegni; egli non può essere che tuo.Oh, la cara speranza! E lesse:
Allor che in melaconiciAccenti di doloreSembra la squilla piangereIl dì che lento muore,Quando la notte stendesiSulla natura ancor.
Sui vanni della fervidaArdente fantasia,Scuotendo il duro tramiteDall'esistenza miaPei vaghi campi aereiSorsi ad aleggiar.
Mesta m'accolse e pallidaLa luna in sen ad ella,Brilli di luce vividaLe stelle, e in lor favellaDel Cielo m'apprendevanoG'innumeri mister.
Oh Ciel, dell'InfallibileVaga città supernaCome rapir in estasiTu sai, che l'alma eternaLa vita ancor non fecelaSpoglia di santo ardor;
Tu mesto, meste paginiInspiri al pio poeta,Il genio sollevandosiAllor dell'umil cretaScioglie sovente canticiChe secoli vedran;
Tu bello, immenso, splendidoÈ a te che si rivolgeIl disperato misero,E allor fidente sorge,Soffre combatte e mormoraDio è lassù nel Ciel.Qui dolce un suon armonicoD'angelici instrumentiMi riportar sui tremoliVanni spiegati i venti,Sensi di mesto giubiloL'anima m'innondar.
Stetti spiar immobileL'orme dell'armonia,Oh con quell'ansia d'EoloIn braccio, l'alta viaCorsi veloce a scernereIl mistico gioir,
Qual veltro cui il placidoFido covil smarritoVaga fiutando l'aereDall'uno all'altro sitoSin che all'affetto riedereSuole del suo signor.
Un Eden, quale il fervidoImmaginar d'un Diosol sa ideare e compiereS'offerse al guardo mio;Degli astri il fido e solitoRitrovo genial,
Stretti fra lor in teneriEd amorosi amplessiConfusi in un sol fulgidoRaggio i rai istessi,Nuova una luce piovanoSplendente di pallor.
Pura scherzando l'auraInfra odorosi fiori,Lieve cullando i caliciDai varii colori,E gli aromati cespiti,Ed i frondosi albor,
Soave olezzo a spandereIntorno ognor veniva;Quando la vaga immagineD'una celeste DivaAssisa in trono splendidoIl guardo m'arrestò.
Mille vezzosi CherubiCon armoniosa cetraIntorno ad Ella danzanoDi suoni empiendo l'etra,E lieti in coro alternanoI cantici del Ciel.
Giù per i nitid'omeriPel sen le bionde chiomeLe discorrean in morbideAnella d'oro comeCirri di vite; vividoDi luce un nimbo ancor,
Quale corona tremolaLe posa in capo e splende…Ampia stellata clamideDai fianchi le discende…Splendeva d'ineffabileBeltade e di virtù.
Era quell'alma vergineIl bel somiglio d'EvaPria che all'empie insidieDel colubro cedeva,Era la primigeniaFigliuola del Signor.
La vidi: arcano fremitoLe fibre mi commosse,Il cor in dolci palpitiIgnoti ancor si scosse,Qual chi dubbioso e timidoVuole ad un tempo e svuol,La fiso; Ell'era l'animaDe' sogni miei d'amore,Oh quante volte indomitoLa desiava il coreE fra beltadi assiduoSempre cercarla invan.
Ma or ti raggiunsi, è l'esuleChe incontra un patrio volto,La vita è un tristo esiglioPer me, il gioir m'è tolto,Tu sola l'aspro, indocileDestin mi puoi cangiar.
Deh vieni! m'arde indomitaSete di santo affetto,Oh, come è dolce il piangereIn un amico petto,Trovare chi le lagrimeAccolga del doler.
Ma se codesto gaudioMi fosse anch'ei contesoQual colpa allor se gravidoD'un non portabil pesoLanciassi al Ciel quell'animaCh'esosa mi sorti?
Sotto la croce pallidoPur Lui il GenerosoRicadde, allor spontaneoUn cireneo pietosoBraccio robusto e validoGli stese e l'ajutò.
Deh! sii tu pur del miseroConforto, speme e vita,Rispondi con un palpitoA chi ad amar t'invita,Amor è Dio, oh credilo,Dio non è che amor.
Ama e ti sgombra il trepidoPensiero che ti fa incerta,Sovvienti che sol generaVirtudi e sempre mertaStima un affetto nobileCresciuto in nobil cor.
In questo mentre un uomo uscendo dal più folto degli alberi si ferma a pochi passi da Erminia e la sorprende nell'atto che animata dall'entusiasmo d'un nobile sentimento ribaciava affettuosamente quei versi.
Allora Flavio—ch'era lui—non sa più contenersi, risospinto da una forza incognita ma potente si precipita ai piedi della fanciulla.
—Oh signora, esclamò, quei baci, rinnovate quei baci! Se sapeste qual balsamo salutare essi stendono sull'anima mia! Voi non disprezzate adunque cui ha osato innalzare lo sguardo infino a voi, chi ha osato parlarvi d'amore, anzi il mio affetto ha forse trovato un eco nel vostro cuore! Oh ditemelo signora, toglietemi, ve ne supplico da un dubbio che mi strazia, che mi avvelena la vita.
—Signore che mai dite, mormorava la giovinetta commossa, io non posso ascoltarvi, partite, le vostre parole…
—Ebbene le mie parole sgorgano da un cuore che per lungo tempo ho represso ma che ora mi si versa per la bocca. Dal primo dì ch'io v'incontrai non vidi più che voi sulla terra. Attaccato fin d'allora alla vostra esistenza non era più al mondo che là ove eravate, non pensava più a Dio che ove pregavate, vi cercava dappertutto, come la pianta il sole, come l'occhio la luce. Avrei voluto vincere questo amore ma quando mi avvinsero le sue catene, quand'io volli misurarlo avevo già sulla fronte la sua corona di fuoco, gli apparteneva per sempre. Oh sì, io vi amo signora, vi amo colla passione, coll'ardore che s'ama per la prima volta, vi amo come una cosa sacra, come si ama Iddio. Il mio affetto è puro, gli angeli stessi l'accoglierebbero con un sorriso. Deh, non siate crudele, dite una parola eppoi a voi dovrò più ancora che a Dio, poichè se Lui mi ha data la vita voi mi darete la felicità.
E compreso da potente emozione cogli occhi gonfi di lagrime guardava la fanciulla con uno sguardo lungo, tenero, appassionato.
Le calde parole dell'amante avvolsero in un nembo di dolci emozioni, di soave languidezza l'anima ardente di Erminia.
Fu sul punto di confessare tutta ingenuamente la sua passione, ma un segreto senso di pudore le arrestava la parola sulle labbra.
—Per pietà, non siamo soli, supplicò la giovinetta.
—Ma non sapete che negarmi il vostro amore vuol dire lasciarmi solo, derelitto in questo mondo, piombato nella più orribile disperazione? Non sapete che voi siete necessaria alla mia vita, che senza di voi spogliandomi d'un'esistenza penosa la lancerei di mia mano all'eternità?
—Flavio!
—Sì, bisognerebbe morire, perchè mi sentirei privo d'aria, di luce, di stelle, di cielo…
—Lasciatemi…
—Ma prima dite che mi amate… oh Erminia! non è vero che tu comprendi il fremito di quest'anima mia, che tu non sei senza pietà?
V'era tanta dolcezza in queste parole che la fanciulla ne fu conquisa; fermò lo sguardo in volto al giovane; l'entusiamo l'aveva fatto ineffabilmente bello.
Da' suoi occhi essa vi lesse nel cuore e lo trovò sincero, leale, generoso.
—Sì vi amo Flavio! gli rispose piangendo. Ma quelle lagrime le brillavano sul ciglio come la rugiada del mattino ai raggi del sole; più eloquenti d'un sorriso parlavano della gioja soave, santa, riconoscente ond'era compresa quell'angelica creatura.
—Sì vi amo, continuò, ma forse il mio amore è colpa.
—Amore è Dio, tel dissi Erminia, perchè Dio non è che amore.
—Amore è Dio, ma allorquando è da lui benedetto.
—Ebbene, divina fanciulla, in nome di quel sentimento che gemello nacque nei nostri cuori, davanti al cielo che sarà sempre testimone delle nostre azioni, giuro di farti mia e sposo fedele consacrare alla tua felicità l'intera mia esistenza.
—Oh, se questo è un sogno ch'io non possa destarmi più mai!
Ed i due amanti si strinsero in un casto amplesso.
Pochi momenti prima, allorquando Flavio trovò Erminia nel boschetto dei platani, veniva suonato alla porta d'ingresso del collegio.
Entrava un uomo vestito con quella ricercatezza che si veste il popolo nei giorni festivi.
Il suo volto era pallido e coperto d'una barba fatta grigia forse, più da una vita di fatiche e di privazioni che dagli anni; la fronte rugosa, lo sguardo severo.
Camminava con fatica ed appoggiato ad un bastone; pareva che avesse sofferto o che soffrisse tuttavia qualche malanno ad una gamba.
Chiese di parlare alla Direttrice del collegio e la trovò in un gabinetto attiguo al giardino.
—Ah, siete voi papà Gervaso, le disse la Direttrice in tuono cortese ed invitandolo a sedere; vi mandano certamente i genitori di Erminia per avere notizie della loro figliuola. È sempre la stessa quella cara creatura, è sempre la più buona, la più intelligente delle mie educande, è sempre la mia protetta.
—Signora, favellò papà Gervaso con qualche ruvidezza, mi dispiace il dirvi ch'io non sono per niente affatto del vostro parere; Erminia da un mese a questa parte si è di molto cambiata, ha perduto quella pace, quella giocondità d'animo che costituivano il suo bel carattere. Ci scrive certe lettere che fanno venire le lagrime agli occhi. Erminia non è più felice, soffre e gli è per domandarvene una spiegazione che son venuto da voi.
—V'assicuro ch'io so nulla di tutto questo, rispose la Direttrice sorpresa.
—Ah, voi sapete nulla, continuò Gervaso; ve lo dirò io il motivo: perchè quella povera fanciulla non ha la fortuna di essere nobile e ricca come tutte le sue compagne e voi la trascurate e per lei non avete cure. Ma non vi paghiamo forse puntualmente la sua pensione? Ed i nostri danari non valgono essi quanto quelli dei ricchi?
—Siate calmo, buon uomo ed ascoltatemi, disse la Direttrice coll'abituale sua dolcezza, ma il vecchio non lasciolla parlare e continuò:
—Voi non sapete che cosa sia quella fanciulla per sua madre, voi non avete figliuoli e non potete comprendere fin dove può arrivare l'affetto materno. La povera donna, vedete, non ha che un pensiero, sua figlia; che un desiderio, vederla felice. Si è fissata in capo di darle una splendida educazione, ed ecco perchè l'ha posta nel vostro collegio e per mantenervela Dio solo sa i sacrifici, le privazioni cui volentieri si sottomette. Ingannando quell'ottima madre sarebbe il più infame dei tradimenti.
—Ascoltatemi adunque, disse la Direttrice e questa volta con un moto d'impazienza. Allorquando cinque anni or sono la signora Paglini mi condusse qui Erminia perchè l'ammettessi nel novero delle mie educande, io le mostrai tutta l'inconvenienza d'un tal passo. Le dissi come in mezzo a nobili e ricche donzelle sua figlia non avrebbe potuto tenersi al coperto da certe umiliazioni; o che avvezzandola ad una vita comoda in eletta società un giorno forse avrebbe arrossito de' suoi poveri natali. La signora Paglini si mostrò ferma sempre nel suo proposito. Ma però, mi soggiunse, io non voglio che mia figlia venga umiliata dalle sue compagne, essa non deve soffrire nessun insulto, voi me ne sarete garante. Allora non v'ha che un mezzo, le risposi, quello di presentarla in Collegio sotto un falso titolo di nobiltà, ma guardate che in tal caso voi non potete più farvi vedere in questo luogo. Quella buona donna era pronta a qualunque sacrificio purchè potesse realizzare il suo desiderio. In quel giorno Erminia entrò nel mio collegio. Co' suoi talenti, col suo mite carattere si cattivò ben presto la mia affezione e la stima di tutte le sue compagne. Son cinque anni ch'ella è felice con me, ecco perchè mi meravigliano cotanto le vostre parole.
—Avete ragione signora, esclamò papà Gervaso dopo un istante di silenzio, voi foste per lei una seconda madre, perdonatemi, vi prego.
—Non ho nulla da perdonarvi buon uomo, piuttosto ditemi, siete ben sicuro d'un cambiamento nella fanciulla?
—Oh di questo non ci siamo ingannati, rispose il vecchio, io vi posso assicurare che qualche grave cura turba in questi giorni la pace di Erminia.
—Ebbene aspettate, io la farò venir qui e noi la interrogheremo insieme; è tanto sincero quell'angioletto che ci confiderà ogni cosa.
—In allora, soggiunse Gervaso, permettete ch'io la veda da solo, avrà forse più confidenza in me. Sono l'unico amico ch'ella possegga e che le parli di sua madre.
—Come volete; Erminia è in giardino, voi siete libero d'entrarvi e rimanere con lei sin che vi piace.
—Vi ringrazio.
E papà Gervaso sorretto dal suo bastone strascinando con fatica la gamba inferma percorreva i viali del giardino cercando collo sguardo.
Il caso volle che entrasse proprio nel boschetto dei platani, e che sorprendesse Flavio nell'atto di stringersi al seno l'amante.
Gervaso s'arrestò; un rossore d'indignazione colorì le sue pallide gote e non potè soffocare un grido di minaccia.
I due giovani lo scorsero e trasalirono.
—Voi, gridò Erminia, e cedendo ad un primo impeto di timore e di vergogna, fuggì attraverso le piante.
—Chi siete o signore, tuonò Gervaso fulminando Flavio con uno sguardo, che cosa fate in questo luogo, rispondete.
Flavio rimase in piedi muto, annichilito, tremante.
La voce vibrata del vecchio gli parlava al cuore coll'autorità quasi d'un padre; l'espressione severa di quei lineamenti gl'incuteva rispetto; si sentiva soggiogato, vinto, umiliato dalla presenza di quell'uomo.
—Siete un miserabile, gridò Gervaso afferrando Flavio per un braccio, voi stavate per sedurre una povera fanciulla, sola, senz'altra guida che un cuore ardente, che un'anima di fuoco; ma adesso son quà io e mi renderete ragione della pace che le avete tolta e fors'anco dell'onore…
—Oh, vi giuro che la rispetto quanto l'amo, proruppe Flavio.
—E che cosa speravate adunque da lei?
—Il suo cuore, null'altro che il suo cuore.
Vi era tanta verità in queste parole, che disarmarono alquanto la giusta collera di Gervaso. Continuò ciò non ostante con voce imperiosa.
—Ora ditemi chi siete e come vi trovate io questo collegio.
—Ma signore, potrei sapere almeno con quale diritto?…
—Questo non si chiama rispondere, disse il vecchio in tuono risoluto.
—Io non sono…. io non sono che… un semplice maestro di disegno…. balbettò Flavio con imbarazzo.
Gervaso lo fissò con uno sguardo lungo, penetrante, scrutatore; il giovane arrossì.
—Voi mentite, gridò il vecchio, e la menzogna vi tradisce.
—Vi prego….
—Mentite, ho detto, ed io non partirò di qui se prima non ho saputo da voi la verità.
—Ebbene, sì, vi dirò tutto, mormorò Flavio dopo un istante d'incertezza, è un segreto che a nessuno avrei confidato, ma che a voi, cosa volete, non posso tacere. Io non vi conosco, non mi ricordo d'avervi veduto mai, eppure è strano, con voi bisogna che parli come davanti a mio padre istesso.
Ed il giovinotto interrogava il volto alterato del vecchio, ricercando invano nella sua memoria.
—Or bene? esclamò Gervaso bruscamente.
—Ascoltate. Io non sono come v'ho detto maestro di disegno, ma bensì appartengo ad una delle primarie famiglie di Milano per nobiltà e censo.
Pareva che queste parole facessero un'impressione penosissima suGervaso, ma il giovane non s'accorse e continuò:
—Un giorno, era una domenica di primavera, uscii a cavallo, desioso di godere il bel spettacolo della natura risorta, e spingendomi fuori della città galoppai infino a Monza. Fu allora ch'io vidi per la prima volta Erminia; si recava al tempio con tutte le sue compagne di collegio. Quella bellezza d'angelo, quell'espressione di santa innocenza che come aureola celeste traspare da tutto il suo corpo, mi toccarono soavemente. Mio malgrado la seguii ed entrai con essa in chiesa. Leggeva in ginocchio un libriccino di preghiere seguendo divota la celebrazione della Messa. Il riconcentramento, la maestà del luogo, la santità del mistero me la fecero apparire più che umana, divina. Il fumo dell'incenso, le melodie dell'organo, i canti religiosi che accompagnavano la sacra cerimonia, innalzavano, è vero, il mio spirito al cielo, ma il cuore s'affezionava, si univa indissolubilmente alla vergine genuflessa. Io sortii dal tempio pazzamente innamorato. Ma come avvicinarla, mi dissi, senza incogliere nella scrupolosa sorveglianza che si esercita su quelle fanciulle e comprometterla? Pensai allora di farmi accettare in collegio come maestro di disegno sotto il semplice nome di Flavio, e riuscii. Perdonate, ma i miei sentimenti erano puri, innocenti; volevo meritarmi il suo cuore per farla mia sposa.
—Ma conoscete, disgraziato, la sua famiglia?
—Non ancora, ma la nobiltà non è forse scolpita nel suo volto, nelle sue parole, in ogni suo gesto?
Gervaso parve riflettere; non potè a meno in cuor suo d'ammirare la purezza e la poesia di quel sentimento; indi, rialzato il volto venerando, con voce vibrata ad un tempo ed affettuosa disse:
—Giovinotto, voi lascerete immediatamente questo collegio, e non penserete più ad Erminia.
Flavio fece un atto di dolorosa sorpresa.
—Fate a mio modo, continuò il vecchio, ascoltate un consiglio suggerito dall'esperienza e dal cuore; voi non potete comprendere le amare delusioni cui andate incontro persistendo nel vostro amore ed i dolori che preparate a quella fanciulla. Vi dirò solo che non potrete mai domandare la sua mano.
In questo punto entrava nel boschetto la Direttrice del Collegio.
—Veniva in traccia di voi, signor Flavio, disse la Direttrice colla solita sua gentilezza; le mie signorine v'aspettano coi disegni, ansiose d'avere le vostre correzioni; fatemi adunque il favore a recarvi da loro; avrete certamente di che divertirvi.
—Gli è che il signor Flavio, favellò Gervaso, bisogna che rinunci da questo momento al suo impiego di maestro.
Flavio impallidì.
—Oh! e perchè mai? chiese meravigliata la Direttrice.
—Perchè, rispose Gervaso fissando severamente in volto il sedicente maestro, perchè egli non può fermarsi un minuto di più in questo Collegio.
—Ma davvero, signor Flavio, che ciò mi sorprende. E non potrei conoscere il motivo di tale improvvisa risoluzione?
—Scusate ma per ora non lo potete, rispose Gervaso.
—Almeno ditemi se involontariamente io ne fui la cagione…
—In quanto a questo state certa che il signor Flavio non ha ricevuto da voi che squisiti trattamenti. Anzi col mio mezzo ve ne fa i più sinceri ringraziamenti e vi prega ancora a perdonargli se è costretto a partireall'istante.
Gervaso calcolò su quest'ultima parola.
Flavio sbalordito rimaneva in piedi senza poter profferire una sillaba; si trattava d'abbandonare e forse per sempre la giovinetta ch'egli amava con verace passione e tale pensiero gli stringeva il cuore in una cerchia di ferro.
Indeciso non sapeva appigliarsi a nessun partito onde l'inesorabile vecchio cogliendo il destro gli sussurrò all'orecchio:
—Se non partite io svelo tutto e sarete scacciato.
Queste parole scossero il povero innamorato che guardò Gervaso come chi implora una grazia.
—Almeno ditemi voi se questo vostro proposito sia irrevocabile, disse la Direttrice interrogando Flavio.
—Lo è pur troppo signora, rispose questi facendo un immenso sforzo su sè stesso, bisogna che mi rechi in giornata da' miei parenti.
—In allora, esclamò la Direttrice con voce che pareva commossa, quantunque a malincuore, lo confesso, vi lascio libero della vostra volontà.
Flavio partì colla disperazione nell'anima.
—Ed ora a noi, o signora, proruppe Gervaso assumendosi un'aria severissima sapete chi sia quel giovinetto che da un mese ricoverate in Collegio ed al quale avete commessa l'istruzione delle vostre educande? Sapete qual'era il suo scopo in questa casa? Dite, povera illusa!…
—Mio Dio spiegatevi, le vostre parole mi spaventano.
—Nell'età in cui le passioni sono un torrente che non conosce argini che tutto trascina nel rapido suo corso, quel giovine vide una fanciulla bella come un angelo ed alle vostre cure affidata perchè lontana dal mondo crescesse pura, intemerata, nelle pratiche della virtù. Egli se ne invaghì; ardente giura di palesarle il suo cuore alla fanciulla, ma come riuscirvi? ella è rinchiusa nel vostro collegio. Non si perde d'animo; essendo ricco e nobile mette in opera tutto il suo ascendente e riesce a farsi accogliere da voi in qualità di maestro di disegno. Allora vedeva la fanciulla, s'intratteneva seco lei in amorosi colloqui e voi ignoravate tutto. Sapete signora chi era la povera inesperta che colla fiducia della vergine apriva il suo cuore alla seduzione? Era Erminia, la mia povera Erminia. Ecco s'io non aveva il diritto di domandarvi conto della sua felicità perduta.
—Possibile! esclamò la Direttrice; e quell'ottima donna ne fu tanto dolorosamente colpita che priva di sensi sarebbe caduta se papà Gervaso non s'affrettava a sorreggerla nelle sue braccia.—Ingannata, ingannata in un modo così indegno, ripeteva colle lagrime agli occhi, lasciar sedurre un angelo nella mia casa istessa e non accorgermi di nulla. Oh le infami seduzioni del mondo… oh il mio onore perduto.
—Voi con potete comprendere, disse Gervaso, le traccie indelebili che lasciano le passioni in quel cuore ardente. Essa ama quell'uomo e lui è ricco, è nobile capite, non potrà mai farla sua. Erminia io la conosco, soccombe ma non dimentica…
—Oh perdono, perdono, supplicava la Direttrice, la mia colpa fu una troppo cieca fiducia nella lealtà degli uomini… povera Erminia.
—Lascerà oggi stesso il collegio, io la restituirò a sua madre.
—Ma le tacete per carità questo orribile avvenimento, sarebbe troppo dolore per quell'ottima donna.
—Ella non saprà nulla, disse Gervaso minaccioso, ma il mondo deve conoscere in qual modo corrispondete alla fiducia che si ripone in voi, deve conoscere che cosa fate di quelle innocenti che vengono alle vostre cure, al vostro onore confidate.
—Oh no, fui vittima anch'io d'una inaudita perfidia; non crollate con uno scandalo quell'edificio di stima che mi costò così tante fatiche. Non sapete che cosa sia la riputazione per una donna! Eppoi palesando la mia inavvedutezza voi autorizzate la maldicenza a fabbricare sul conto di Erminia chissà quale trama di false supposizioni…
—È vero, è vero, mormorava il vecchio soprafatto dall'angoscioso pensiero; ed ora dov'è dessa?
—L'ho lasciata nel mio gabinetto, era pallida e piangente.
—Povero angelo!
Mezz'ora dopo papà Gervaso ed Erminia muti e tristi percorrevano in vettura la strada che da Monza conduce a Milano.
Quando sincero-nasce in un coreNe ottien l'impero-mai più non muoreQuel primo affetto che si provò.METASTASIO.
Immaginatevi la sorpresa e la gioja dei conjugi Paglini allorquando poterono abbracciare la loro cara figliuola.
I parenti d'Erminia erano portinaj di quella casa sul corso di Porta Nuova nella quale abbiamo fatto conoscenza diciott'anni or sono della biondina e del vecchio suo padre.
I Paglini un po' colle risorse del loro impiego, un po' col lavoro e coi frutti pure d'un capitaletto ch'erano riusciti mettersi in serbo godevano d'una vita tranquilla e comoda.
Bastiano, il capo di famiglia, esercitava la professione di calzolajo.
Chi l'avesse veduto al suo banchetto, la testa coperto d'un berretto ad ala tesa, gli occhiali sul naso, le guancie paffute e rase e l'ampio grembiale girargli attorno al suo grosso corpo, l'avrebbe creduto il vero tipo dei Pipélés.
D'indole semplice ed ingenua aveva un cuore eccellente; era sempre contento di tutto e di tutti e non voleva aver brighe con nessuno, nè cure, nè pensieri.
Gli è per questo che trovando troppo pesante per lui l'amministrazione domestica l'aveva ceduta alla moglie alla quale lasciava ampia libertà d'azione, purchè gli permettesse passare in santa pace la domenica ed il lunedì d'ogni settimana nella vicina osteria e non lo sgridasse allorquando alzato un po' il gomito ritornava a casa col naso rosso e le ginocchia malferme.
Maddalena la sua consorte era una bella donna in sui trentacinque anni.
I capelli d'un colore castano chiaro mostravano d'essere stati qualche anno addietro d'un biondo purissimo; gli occhi azzurri avevano uno sguardo intelligente; vestiva con semplicità, buon gusto e pulitezza.
Schietta, franca, leale, Maddalena non aveva riguardi per nessuno, diceva a tutti ciò che doveva dire come colei cui la pazienza non fosse la virtù principale.
Amava suo marito quantunque sovente lo rampognasse per inezie, ma il buon Bastiano chiudeva un occhio sul di lei carattere, poichè sapeva di possedere ad onta di ciò un tesoro di moglie ed un'ottima massaja.
Infatti ell'era attiva, economa, antiveggente.
La casa ov'erano allogati i Paglini apparteneva in allora al conteC*** che la occupava da solo.
Misantropo di natura egli menava una vita ritiratissima, non aveva amici e non sortiva mai.
La sua servitù si componeva soltanto d'una cameriera e d'un servo ch'era nello stesso tempo maggiordomo e segretario; come si vede i portinaj non dovevano aver molti disturbi.
Una volta un uomo era entrato dai conjugi Paglini; era vecchio e povero.
Strascinava a stento una gamba inferma ed i suoi lineamenti apparivano alterati dalla malattia e dal cordoglio.
Stese dubbioso la mano e domandò l'elemosina; Maddalena lo vide arrossire e nascondersi il volto nelle pieghe dell'abito.
Si sentì commossa la buona donna e cavando da tasca una moneta.
—Tenete, disse al mendicante, voi non siete nato per chieder l'elemosina, certamente la vostra gamba inferma e fors'anco qualch'altra malattia vi hanno reso impotente al lavoro o vi spingono ad un passo del quale voi pure arrossite.
—Pur troppo gli è come dite, esclamò il vecchio con un sospiro; ed il suo sguardo si fermò sulla portinaja con un'espressione di sincera riconoscenza.
—Povero uomo, vi compiango!
—Che Iddio vi benedica, voi che avete una parola di compassione per l'infelice!
La sua voce era piena di religiosa riconoscenza.
—Così fossi ricca e potessi fare di più, ripigliò Maddalena, ma anch'io ho una figlia e bisogna che pensi al suo avvenire.
—Oh voi avete una famiglia! sospirò il mendicante, a voi sorridono le dolci speranze dei figli! io, vedete, sono solo.
—Senza parenti, senza amici?
—Nessuno. Oh, se sapeste com'è amaro l'isolamento della miseria! E dover questuare una vita che si abbandonerebbe tanto volentieri!
—Mi fate pietà.
E la degna portinaja si terse col palmo della mano una lagrima che le scorreva giù per le guancie; Bastiano che dal suo banchetto aveva ascoltato in silenzio quelle parole si sentì pur lui profondamente commosso.
—Ebbene, saltò su Maddalena collo slancio del cuore rivolgendosi al poverello, voi non siete poi vecchio decrepito, avete una gamba inferma, è vero, ma con un po' di cura si potrà risanarla. Se voi adunque vi sentite ancora in grado di far qualche cosa, di guadagnarvi insomma co' vostri servigi onestamente la vita, io vi accolgo qui in casa mia; vi troverete una famiglia. Siamo noi due solamente, io e mio marito, abbiamo ancora una figliuola ma si trova in collegio e non sortirà tanto presto. Voi non farete altro che vegliare alla pulizia del palazzo cui il padrone n'è assai critico e se vi avanza tempo darci una mano nel disbrigare le nostre faccenduole domestiche. Via, se siete contento avrete in iscambio alloggio, vitto e tutto quello che vi abbisogna; nevvero Bastiano, che ne dici?
—Approvato; esclamò il Pipélé colla sua solita bonomia. Già è molto tempo che noi sentivamo il bisogno d'un altro paja di braccia, che io non sono S. Antonio io, non posso essere contemporaneamente in corte colla scopa in mano e qui al banchetto tirando lo spago. Se non altro avremo un supplente da lasciare alla porta quando mi terrai compagnia all'Aquila, eh! eh!… Se lui ci sta meglio lui d'un altro, ha tanto l'aria da galantuomo!
Pensate con quale riconoscenza accogliesse il mendicante la fattale proposta.
Da quel giorno papà Gervaso—ch'era lui—fece parte di quell'onesta famigliuola.
Erminia allora era a Monza in collegio; suo padre si recava sovente a prenderne notizie e passava pel di lei servo in faccia alle signorine dello stabilimento.
Fosse effetto d'una viziata costituzione, oppure conseguenza del mestiere, Bastiano amava molto la vita sedentaria, era nemicissimo del moto, s'immagini la fatica della povera moglie ogniqualvolta voleva mandarlo a Monza.
Non ch'egli non amasse la figliuola, ma forse un tantino egoista mal sapeva sacrificarle il suo privato benessere.
Accolto poi in famiglia papà Gervaso, Bastiano credette che potesse supplirlo in quelle gite per lui tanto moleste.
La portinaja in sulle prime diè nelle furie, ma poscia dovette rassegnata valersi dell'opera del vecchio, che docile e paziente faceva di tutto per rendersi degno delle cure veramente affettuose cui si vedeva fatto oggetto dagli ottimi Paglini.
Gervaso si guadagnò in poco tempo la confidenza e la simpatia diErminia.
Egli l'amava quella fanciulla d'amor paterno ed il bacio che la giovane educanda stampava sulle sue gote aggrinzite gli facevano dimenticare quei dolori, quei tristi ricordi che gli si potevano scorgere attraverso le rughe della fronte, nell'espressione austera de' suoi lineamenti.
Erminia un giorno gli confessava con amabile ingenuità che dopo i parenti e la Direttrice del collegio egli era la persona che più amasse in questo mondo.
Un fascino ignoto legava con vincoli d'affetto quelle due creature.
Erano circa tre anni che Gervaso si trovava presso i Paglini allorquando gli ricondusse a casa la figliuola.
Gervaso tacque a quella buona gente la vera ragione che l'indusse a tal passo; allegò solo a sua giustificazione l'antipatia che Erminia nutriva pel collegio, il raffreddamento di quei riguardi che le si usavano una volta, e quanto fosse stato immenso in lei il desiderio di ritornare vicino a' suoi cari parenti.
Fu più che bisognasse per avere la piena approvazione di Maddalena.
La povera donna fuor di sè dalla gioja in rivedendo sua figlia voleva soffocarla in amorosi amplessi, la copriva di baci, di carezze, le rivolgeva infinite domande senza neppur aspettarne la risposta, piangeva, rideva… sua figlia era tutto per lei.
Il calzolajo festeggiò quel giorno trincando all'Aquila ancora più del consueto.
Erminia venne condotta nella cameretta che sua madre ebbe la cura di prendere in affitto nella casa stessa e di ammobigliarla con molta proprietà.
Eravi una libreria che Maddalena aveva fornita d'ottimi libri fattisi indicare dalla stessa Direttrice del collegio, ed un pianoforte con buon corredo di scelta musica.
Voleva che sua figlia ritornata presso di sè non mancasse di quei comodi che aveva sempre goduti in pensione.
—Non sarà forse elegante la tua stanzetta come quella che hai finora abitata, le diceva amorosamente, ma qui ci sarò io a prevenire ogni tuo desiderio, a farti bella la vita colle mie premure, col mio amore. Povera bambina! e perchè non iscrivermi che ti era venuto in uggia il collegio, che volevi ritornare a casa tua? Oh io mi sono accorta subito della malinconia che ti struggeva, le tue lettere non erano più quelle d'una volta non avevi più per me quelle tenere espressioni che mi facevano pur tanto contenta. Tuo padre mi replicava di non badarci. Sarà qualche contrarietà, qualche freddura fra loro compagne, diceva lui; ma io non era quieta io, il cuore mi aveva convinta che tu soffrivi. Gli è per questo che una mattina mi son messo l'abito della domenica risoluta di venirti a vedere e parlarti; e se non c'era papà Gervaso ci veniva veh! Cosa vuoi, ha incominciato a dirmi che aveva fatto promessa di non porre piede in quel collegio, che l'avrei umiliata in faccia a tutte palesandoti figlia d'una povera donna… e mi sono rassegnata a lasciarlo partir lui. Che bravo Gervaso se ha fatto bene a ricondurti a casa; Oramai ti sei fatta grande, sei bella, ben educata, dunque è tempo che tu entri nel mondo. E qui sarai felice, lo devi essere, vedrai, vedrai la mia Erminia; andremo al corso, al teatro, tutto quello che ti piacerà… basta che tu ami la povera mamma!
—Ma come non amarti, rispondeva commossa la giovinetta, tu così buona, così amorosa!
E gettatesi contemporaneamente le braccia al collo madre e figlia, strette in un tenero amplesso piangevano insieme lacrime di tenerezza.
La madre! Oh i dolci ricordi che questo nome onninamente caro ci evoca nel nostro cuore!
Se noi riandiamo colla mente i begli anni della infanzia noi la vediamo ancora la madre china sulla nostra culla compiacersi del suo gentile portato, sorriderci l'ineffabile sorriso dell'amore.
Noi la vediamo, lieve cullandoci sulle ginocchia guidare le nostre manine al cielo, farcì conoscere Dio col mostrare le stupende sue opere e fra le carezze e i baci, insegnarci a balbettare quel nome che la empie di santa letizia,—mamma.
Chi non si sovviene le lagrime piante sul di lei seno, perchè tutti devono piangere quaggiù, i suoi amorevoli conforti e l'indulgenza, forse soverchia, nel perdonarci i primi falli e i germi d'una religiosa morale provvidamente sviluppati nei giovani nostri cuori?
Chi ha dimenticati i sacrifici durati, forse gli stenti patiti per porci all'elevatezza dei tempi con una completa istruzione, con una educazione completa?
E persino fatti adulti, quantunque la maligna nostra natura spesse fiate ci fe' ingrati ai tanti benefici, che la costringemmo nel segreto della notte versare lagrime amare sui tralignamenti nostri, quante volte non ci siamo destati sotto l'impressione soave de' suoi baci, quante volte ancora chiamati nelle sue braccia gustammo le sublimi dolcezze d'un amore divino.
Oh, solamente colui che non ha avuto una madre o che l'ha perduta troppo bambino può dire d'essere passato solitario nel monito come in un immenso deserto, può dire di non aver vissuto nè amato, gli altri tutti amarono e vissero, travidero dalla terra attraverso le azzurre pupille della madre gli azzurri infiniti del cielo.
Non è l'amante che divinizza la donna.
Allorquando nell'età degli amori incontriamo nella fanciulla raggiante di giovinezza, di virtù, d'innocenza, l'incarnazione dei nostri sogni, in allora ella ci sembra l'opera più bella di Dio, è quale aveva nella sua mente divina ideata la creatura pria che una colpa senza perdono la diseredasse dal paradiso terrestre.
Un fascino irresistibile esercita in allora la donna sul nostro cuore, e amiamo.
Ma col tempo, o lo splendore della bellezza si offusca, o la virtù dei nostri occhi decresce, avvegnachè possiamo guardarla senza che l'anima dentro ci tremi.
La madre invece è sempre una santa.
La felicità che Maddalena prometteva a sua figlia non poteva più sorridere alla povera giovinetta.
Sebbene Erminia tentasse ogni sforzo per stendere un velo sul suo passato e rincominciare una vita novella tutta pace e tranquillità presso i suoi parenti non lo poteva suo malgrado.
Le cure più affettuose che può prodigare un'affettuosissima madre non valevano a riempirle quel vuoto che l'abbandono di Flavio aveva lasciato nel suo cuore.
Erminia amava come poche sanno amare quaggiù; amava per la prima volta, ed un primo amore si può talvolta soffocare, non mai ispegnere.
Flavio le si era presentato povero, infelice, bello di volto, d'ingegno, di anima, e le aveva chiesto il di lei affetto.
La sincerità del giovane amante era manifestata dalle lagrime che bagnavano i suoi occhi, dall'espressione di soave mestizia de' suoi lineamenti, Erminia credette e fidente s'abbandonò agl'impulsi del cuore.
I due amanti si credevano destinati a percorrere insieme e felici l'increscioso cammino della vita, allorquando papà Gervaso venne a porsi fra loro.
Erminia nudriva verso Flavio troppa stima perchè potesse crederlo capace d'una bassezza; aveva avuto da lui troppo grandi prove d'amor puro, disinteressato, santo, per contaminare la sua memoria coll'ombra d'un sospetto.
Il dubbio però insinuandosi talvolta qual serpe velenosa nelle sue care rimembranze riusciva a porla per un istante in una dolorosa perplessità; allora piangeva amare lagrime… ma Flavio finiva sempre per riapparirle col suo sguardo soave, col suo dolce sorriso, ed anch'essa sorrideva e mormorava asciugandosi gli occhi: No, non m'ingannava.
Concentrata così nel suo amore, traeva una vita mestissima; non usciva mai dalla sua cameretta, i libri erano il suo passatempo, il pianoforte l'unico di lei amico.
Oh, com'era bella allorquando infiammata dal fuoco sacro dell'inspirazione, lo sguardo melanconico rivolto al cielo, la lesta leggermente inchinata sulla spalla, scorreva l'agili dita sull'eburnea tastiera.
Quanta poesia in quei suoni, come nella loro mesta espressione armonizzavano perfettamente colla tristezza del di lei cuore!
Papà Gervaso era il solo che comprendesse il dolore della povera Erminia e cercava consolarla; ma v'hanno tali angoscie che domandano solo una muta compassione.
—Voi l'amate ancora, prorompeva il buon vecchio stringendosi al seno la giovinetta; ed egli non è degno di voi! Pensate piuttosto a vostra madre, essa ignora tutto, sa soltanto che voi non siete felice, e ne soffre l'ottima donna!
—Oh, madre mia! esclamava la fanciulla colle lagrime agli occhi. E dopo un istante di silenzio continuava rivolgendosi al vecchio:
—Gli è perchè voi non sapete cosa sia sentirsi attratta incessantemente da una persona, amarla con tutta la forza d'un cuore ardente, con tutto l'entusiasmo della passione, amarla d'amore santo, ma immenso, ma indomito, ma irresistibile; sognare la felicità d'un'esistenza a lui consacrata, sognare l'unione di due cuori, di due anime, e vagheggiarla per lungo tempo questa felicità e compiacersene e crederla vicina, per dover rinunciare a tutto perchè non fu che illusione…. Oh, questo è troppo gran dolore!
—L'infame v'ingannava!
—Se vi ha un infame, gridava la giovinetta trasportata dall'esaltazione, voi lo foste che mi avete crudelmente strappata dal suo petto, voi che accecato forse da false apparenze l'avete umiliato, avvilito, scacciato…. egli era innocente!
—Mentiva.
—No, che non si mente un affetto allorquando lo si esprime come lui! Oh, voglia il cielo ch'io non abbia un giorno a maledire quei diritti che fatalmente vi siete arrogati sulla mia esistenza.
—Erminia, figlia mia!
E la misera giovinetta, rientrata in sè stessa dalla voce soave del buon vecchio, coprendosi il volto colle mani, si gettava sul suo letticciuolo rompendo in singhiozzi.
Gervaso era oppresso dall'angoscia.
Un giorno i coniugi Paglini stavano soli nel loro camerino.
Bastiano lavorava al banchetto, e Maddalena in un canto rattoppava le sgualciture d'una sottana.
Il volto della povera donna pallido più del consueto era di molto dimagrato; gli occhi rossi circondati da un'aureola turchiniccia dimostravano d'aver sparse molte lagrime.
Di tanto in tanto sospendendo il lavoro stava lungamente immobile, collo sguardo fisso, la bocca semiaperta, quale un'infelice cui avesse smarrita la ragione; fintantochè richiamata ai sensi da un singhiozzo che suo malgrado le prorompeva dal petto ritornava mesta al suo lavoro.
Bastiano osservava la moglie colla coda dell'occhio e come colui ch'era di cuore sensibilissimo si cuoceva internamente.
Ed il povero uomo provava la sua commozione in mille maniere; ora dando rabbiosi strappi allo spago più d'una volta spezzandolo a grave scapito della ciabatta; ora dando furiosamente del martello in sulla suola battendosi tal fiata il ginocchio e mordendosi poscia le labbra per vincerne lo spasimo; ora rimescolando i ferri sul suo banchetto a guisa di chi cerca qualcosa e sbuffando e bestemmiando per non trovare quello che neppur lui sapeva di cercare.
Il buon calzolajo era fuori di sè; fissò un'altra volta sua moglie e vedendola sempre pallida, smarrita, sofferente si alzò; stette un'istante dubbioso, incerto, indi si portò al di lei fianco.
—Insomma Maddalena è ora di finirla, proruppe con voce soffocata; credi forse ch'io possa permettere che tu ti affligga così, che ti rovini la salute con quella malinconia, con quel pensarci sempre? E per che cosa infine? Per delle idee che ti sei fitta in capo, per delle supposizioni che magari sono le mille miglia lontane del vero. Uh, se potevo indovinare che quella benedetta figliuola t'avrebbe dato tanti fastidi non l'avrei lasciata ritornare dal collegio, no veh!… Tu credi sempre ch'ella soffra, che non sia felice qui in casa nostra; forse perchè non la vedi allegra, burlona come siamo noi? Che diavolo! non tutti poi sono fatti ad uno stampo. Ella ha studiato e quando uno ha avuto dell'educazione diventa serio, meditabondo e preferisce passare il tempo co' suoi libri che colla gente. Eppoi non te l'ha detto ella stessa di non badarci ch'è suo carattere, che del resto è contenta, soddisfatissima di noi e di tutti? Sfido io a non esserlo; la lasciamo mancare di qualche cosa? non la trattiamo come una regina? Si sa già, assuefatta in collegio adesso si deve trovare un po' giù d'orizzonte, un po' perduta, ma non la è poi roba da prendersi così sul serio. Vedrai che la si avvezzerà…
—Erminia ha qualche cura segreta, esclamava la portinaja, qualche cosa che le turba la pace del cuore, che le allontana il sonno, che le consuma lentamente la vita. Guarda come si è fatta brutta in questi giorni, com'è impallidita! È un male che ha portato dal collegio, è la continuazione di quella malinconia sulla cui causa noi ci siamo tutti ingannati.
—Ma che malinconia, è suo carattere!
—Non si cangia di carattere da un momento all'altro; un giorno ell'era ben diversa da quella d'oggidì. Eppoi non l'ho sorpresa io forse più d'una volta a piangere?… Oh tu non l'ami, tu non puoi amarla come me, gli è per questo che non sai comprenderla.
—Senti Lena, mi fai torto parlare così, diceva Bastiano in tuono di dolce rimprovero, io credo di non avertene mai dato il diritto.
—È vero, è vero, oh mio Dio, divento anche ingiusta.
—Io l'amo quanto te quel caro angelo.
—Lo credo buon Bastiano.
—Ma d'un amore un po' diverso dal tuo, perchè invece di consumarmi come fai tu in un pianto sterile e inutile ho pensato al modo di guarirla dalla sua tristezza… sì, ho pensato e credo anche d'aver trovato.
—Dunque capisci ch'ella soffre!
—Cioè… ho capito che ha qualche inezia pel capo…
—Ah!
—Ma difetto di carattere, preoccupazioni giovanili te lo ripeto, che non meritano la pena di occuparsene, tuttavia ho voluto trovarci il rimedio, Lena mia.
La povera madre scosse il capo in segno di dubbio.
—Oh io conosco abbastanza voialtre donne, proseguì Bastiano con aria di mistero, per sapere cosa vi frulla pel capo all'età di Erminia.
—Ebbene parla.
—Sì parlerò, Lenuccia mia, ma prima asciugati gli occhi, non voglio vederti più a piangere. Guarda, sei invecchiata più di vent'anni in questi pochi giorni, tu che non faccio per dire, ma eri ancora una bella donnina… Fatti un po' in là, voglio sedermi qui, accanto a te, colle mie mani nelle tue, così… così… proprio come nei primi giorni del nostro matrimonio. Oh brava, sorridi pure, tu mi levi una macina dello stomaco.
E Bastiano emetteva un sospirone luogo e rumoroso.
—Senti adunque, continuava il Pipélé accarezzando le mani di sua moglie, tu sai bene che Erminia oramai ha diciott'anni, è proprio nel fiore della sua gioventù; è nostra figlia e quindi è robusta, ardente, perchè tale il ceppo, tali i rami, dice il proverbio. Dunque una fanciulla della sua età, della sua condizione… fisica deve sentire certi bisogni, provare certi desideri… non so se mi capisci moglie mia; insomma voglio dire che il suo cuore abbisogna di un affetto diverso dal nostro, di cure, di premure che solo può prodigare un buon marito. Oh sì senti, scommetto cento contro uno che il matrimonio è l'unica medicina che può guarirla, medicina che ha già fatte felicemente le sue prove in molte altre fanciulle malate. Troviamole uno sposo che le voglia bene, che la renda felice quanto meriti, quella povera tosa e vedrai che le ritorneranno le rose sul volto e ridiverrà vispa, festosa, sorridente come lo fu sempre.
—Tu credi adunque?… domandò Maddalena quasi convinta guardando suo marito con interesse.
—Io credo d'aver trovato il tocca e sana, rispose il Pipélé incoraggiato.
—Un marito, un marito si fa presto a dirlo ma…
—Ma che cosa se l'ho diggià!
—Chi?
—Il marito.
—Davvero?
—Sicuro; e che bel giovinotto, educato, elegante e non tutto fumo, sai? insomma ce l'han fatto apposta per Erminia.
—E credi tu che possano andar daccordo?
—Altro che; di lui non dubito punto, perchè nostra figlia, ohe! è un bocconcino da principe; e in quanto a lei appena che lo vedrà e che lo sentirà, che parla poi come un libro stampato, sono certo di vederci girare la testolina.
—Proveremo anche questa; già una volta o l'altra bisogna bene che la mariti la mia Erminia, dunque…
—Dunque tanto vale che lo facciamo subito, è quello che ho pensato anch'io.
—Ma non m'hai ancor detto chi sia?
—Lo sposo?
—Sì!
—Non l'indovini? Eppure lo conosci meglio di me.
—Veramente non saprei…
—È Nicodemo, il maggiordomo del nostro signor padrone che quando saprà quello che noi abbiamo combinato deve saltare come un matto dalla gioja.
—Nicodemo? proruppe la portinaja gratamente sorpresa.
—Già lui, che ne dici eh?
—To', sono contenta, bravo Bastiano mio, questa volta hai avuto del giudizio. Nicodemo è un buonissimo partito per nostra figlia, è un giovane dabbene, che ha qualche cosa ed un buon impiego,—maggiordomo del signor padrone!… eppoi praticando sempre coi signori ha imparato quell'aria elegante, civile, che deve molto piacere ad Erminia educata in collegio. Bravo Bastiano, quà la mano!
—Ma che mano, ti do un bacio io, prendi…
E il calzolajo scoccava un bacio sonoro sulle guancie di sua moglie.
—Brutto matto, se ci vedessero a far di queste cose, alla nostra età?
—Direbbero che noi siamo un'eccezione alla regola. Guarda son tanto contento d'essere riuscito a farti ridere che me ne farei un altro a me di bacio, se colle labbra potessi toccarmi le gote.
—Ora capisco che aveva torlo di rattristarmi in quel modo, le mie lagrime non potevano farla lieta al certo.
—Diavolo! bisognava indovinarla come ho fatto io giacchè vuol far la segreta!… Eh, ti pare, quando mi ci metto!…
E scherzando Bastiano puntava l'indice sulla fronte.
—Hai un cuore d'oro, ecco quello che ti dirò sempre, soggiungevaMaddalena guardando suo marito con affetto.
—Sì, ma senti Lena mia, affari di matrimonio bisogna combinarli il più presto possibile altrimenti, sai bene, se devono andar per le lunghe il più delle volte vanno a monte. Dunque io sarei di parere di parlarci subito a Nicodemo e così alla buona fra di noi mettere insieme la bisogna. Che te ne pare?
—Sicuro, sarebbe ben fatto.
—Alla buon'ora. Dimmi adunque, Nicodemo è in casa? lo chiamo subito io.
—È sortito stamane e non l'ho più veduto.
—So dove trovarlo; scommetto che è all'Aquila a sorbire il suo solito bicchiere. Vieni, ci andremo anche noi, all'osteria si combinano meglio i negozi.
—Ma ti pare Bastiano… all'osteria insieme… in giorno di lavoro.
—Che scrupoli d'egitto, sì all'osteria; e chi ci vuol proibire d'andarvi? Se beviamo pagheremo noi.
—Capisco, ma gli è che sono denari che si potrebbero risparmiare.
—Non mi far la spilorcia, quest'oggi dev'essere un giorno di festa, dobbiamo farla fuori.
—E alla porta chi ci starà?
—Ecco appunto Marta la cameriera del signor conte che scende le scale; vuoi che ci rifiuti di fermarsi qui un momento in vece nostra? Ehi Marta! signora Marta!
—Cosa volete? rispondeva una bella ragazzotta di vent'anni circa, entrando sorridente, fresca, snella, nello stanzino de' portinaj.
—Perdonate Martina, incominciava la Maddalena, ma venne tosto interrotta da suo marito che disse:
—Taci tu e lascia parlar a me che colla bella Martuccia vado sempre d'accordo.
Ed alzava le mani per pizzicarle le gote.
—Ohe, giù le mani, fece scherzando la cameriera, non vorrei ingelosire vostra moglie.
—Senti Lena, è tutto spirito la briccona!
—Con un po' di corpo; conchiudeva ridendo Marta. Ma infine poi si può sapere per qual ragione m'avete chiamata?
—Ecco quà, saltò su Bastiano, gli è che mia moglie ed io dobbiamo sortire un momento insieme; è una faccenda che sbrigheremo in poco tempo e volevamo pregar voi a fermarvi qui sino al nostro ritorno. Verrà magari nessuno, ma capirete per l'onore della casa bisogna che ci sia sempre qualcuno alla porta.
—Se avete tempo ci fareste proprio un favore, aggiungeva Maddalena.
—Ma altro che tempo, rispose Marta, di sopra non ho più nulla a fare e scendeva appunto per prendere una boccata d'aria. Fate pure le cose vostre con tutto comodo e senza pensieri, che son quà io.
—Brava la mia Martuccia!
E Bastiano dando braccio a sua moglie s'avviava alla vicina osteria in cerca di Nicodemo.
Nicodemo Panighetti ebbe i suoi natali nel paese di Magenta.
Egli è uno di quegli uomini che quantunque senza meriti, senza virtù straordinarie, col solo favore d'una fortuna mai sempre propizia si videro lanciati dall'umile tugurio in cui nacquero al ricco palazzo, dalla povertà all'agiatezza.
Nicodemo apparteneva ad una miserabile famiglia di contadini, quantunque egli si vanti l'ultimo rampollo d'illustre casato ridotto al nulla da funesti avvenimenti politici.
Giovinetto abbandonò il paese che lo vide nascere e sen venne a Milano in cerca d'una professione meno dura di quella che lo condannava a sudare sulla marra il pane quotidiano.
Venne ammesso in qualità di stalliere al servizio del conte C*** il padrone attuale dei Paglini, ove si mostrò, bisogna dirlo a sua lode, servo attivo, fedele ed affezionato.
Crescendo sempre più cogli anni nell'animo infermo del conte quell'avversione agli uomini che noi gli abbiamo già osservata, non volendo aver più nulla affatto di comune con loro, decise vendere cavalli e carrozze e vivere solo nella sua casa, concentrato in una bizzarra misantropia.
Nicodemo cessando la ragione del suo impiego doveva essere pur lui licenziato ma seppe così bene curvar la schiena che il conte se lo creò suo domestico.
Anche in questo nuovo impiego Nicodemo diede prove di buona volontà e d'un grande attaccamento al suo padrone, quantunque spessissimo la povertà dell'ingegno lo lasciasse imbarazzato, confuso nel disimpegno delle modeste incombenze.
Scorsero alcuni anni e moriva il vecchio maggiordomo e segretario del conte C***.
Nicodemo cui la fortuna s'era incaricata del suo avvenire venne pregato d'assumerne le poche mansioni ed eccolo divenuto in una volta domestico, segretario, maggiordomo, intascandosi regolarmente ogni mese il triplice suo assegno.
Pervenuto a codesta altezza ch'egli credeva enorme considerato il punto di partenza finì coll'attribuirsi tutta a sè stesso la rapidità della sua carriera; credette possedere meriti non comuni ed il buon uomo si stupiva di non essersene mai accorto.
Allora divenne un tantino superbo; sdegnava quasi di parlare co' suoi inferiori ed allorquando non poteva farne a meno adoperava frasi e maniere ch'egli credeva proprie alle persone d'alto affare.
Voleva darsi dell'importanza.
Camminava a tal uopo diritto nella persona, a passi gravi e misurati.
La natura per altro l'aveva dotato di buon cuore e d'una certa sensibilità; togliendo quel suo sciocco orgoglio, quella fatua ostentazione di serietà, quel suo frasario ridicolosamente ricercato, Nicodemo era l'uomo il più inoquo di questo mondo.
Erano pochi minuti che Marta si trovava nel camerino de' portinaj allorquando entrava Nicodemo.
—Buon giorno signor maggiordomo, saltò su la servetta col suo fare spigliato e non curante.
Il nostro personaggio s'inchinò maestosamente, indi fermato lo sguardo in volto alla bella giovinetta parve contemplarla con compiacenza.
Lo si capiva dalla sua bocca che dilatandosi a poco a poco si atteggiava ad un sorriso forse un po' sciocco.
La servetta non potè trattenere uno scoppio d'ilarità.
—Sempre di buon umore, eh! disse galantemente Nicodemo inchinandosi una seconda volta.
Poscia il maggiordomo aggrottando ad un tratto le sopracciglia soggiunse in tuono severo:
—Ma adesso che ci penso, dimmi un poco, come mai io ti trovo qui fungendo le funzioni di portinaja mentre il tuo posto dovrebbe essere disopra, presso l'illustrissimo signor conte? Mi vedrei io forse costretto con mio malanimo richiamarti al dovere, farti conoscere dico… le incombenze che gravitano ad una camerista saggia e devota?
—Oh la non s'inquieti signor maggiordomo, rispose Marta con un po' d'ironia, s'io mi fermo quì gli è col permesso del signor padrone.
—Ah, se la cosa è legale io non parlo più, disse Nicodemo cercando ancora colla bocca il suo primiero sorriso che gli riuscì questa volta un po' più malizioso.
—Ma sai dico… che se' bella Martina? Hai un visetto moltosignificante!
—Cosa vuol dire questo? domandò la servetta meravigliata.
—Vuol dire ch'io sento in me un ardentissimo desio di deporre per un istante l'autorità di tuo superiore perconfavolareteco confidenzialmente, come si farebbe dico… fra pari e pari.
—Signor maggiordomo, io non capisco niente.
—Intendo; quei moltipretiepellegriniond'io so condire il mio discorso proibiscono al tuo cervello grossolano edincivilitodi comprendermi. Ebbene mi farò più volgare.
—Sarà forse meglio signor maggiordomo.
—Dunque ascolti Marta?
—Sono tutta orecchi.
—Bisognerà dico… che impegni un tantino anche quell'altra parte del tuo corpo che i mortali chiamano cuore.
—Oh, oh, è una questione di cuore adunque che mi fa il signor maggiordomo, disse la servetta ridendo suo malgrado.
—Già è abbastanza seria perchè tu l'ascolti senza ridere.
—Ebbene non riderò.
—Sarà un po' difficile.
—Lo credo anch'io.
—Perchè voialtre donne creatureaereeefittizieridereste vedendo il volo naturalissimo d'un moscerino nello spazio.
—Ma c'è un proverbio signor maggiordomo che lei nulla sua sapienza lo conoscerà: che il riso fa buon sangue e bel viso.
—E ce n'è un altro, cara Martina che tu nella tua inscienza ignorerai:Risum abondantdico… non mi ricordo più..Risum abondant.
—Abbonda dove c'è dell'acqua il riso.
Nicodemo sbarrò tanto d'occhi in volto alla servetta che pareva prendersi giuoco un pochino del grave maggiordomo, indi proruppe:
—Sei una bestia, non è così.Risum abondant… ah, ecco qua, inhore stultorum. Hai capito?
—No.
—Fa niente. Dunque ritornando a bomba io diceva averti a fare rivelazioni di sommissima importanza unitamente a delle proposte che ti faranno molto onore.
—Sentiamo signor maggiordomo.
—Ecco; è dovere d'ogni mortale saggio eprovvidenteallorquando arriva ad un certo stadio della vita procrearsi una famiglia in seno alla quale passare tranquillo gli ultimirestantidella sua esistenza. Per avere questa famiglia è necessario prima di tutto cercarsi una moglie causa unica dellapropaginazionedella nostra razza e questa moglie, è naturale, la si desidera d'una certa formosità dico… ed appariscenza. Ebbene io sono fra codesti mortali, cerco una campagna onde a lei accoppiarmi legittimamente e credo d'averla trovata. Sarò breve; senza perdere il tempo—che agli uomini come noi è molto prezioso—in corteggiamenti inutili, tutte frascherie ch'io lascio ai gingillini della giornata, io ti dico schietto e netto: Marta, vuoi tu divenire mia moglie? io ti faccio l'onore di sposarti.
Marta avrebbe voluto prender tutto in ischerzo ma poscia vedendo che la fisonomia del maggiordomo aveva l'aria di chi parla sul serio e che vuole, gli si risponde pure seriamente, mutò consiglio. Riflettè in cuor suo:
—Si tratta d'accasarmi ed il partito che mi si presenta non mi pare del tutto da disprezzarsi. Il signor Nicodemo ha un buon impiego, costumi irreprensibili; ha una figura è vero… ma è un uomo e gli uomini sono sempre belli. Chissà che non riesca anche ad amarlo!
La furba servetta nondimeno finse d'abbassare gli occhi modesta e con piglio vezzosamente imbarazzato rispose:
—La sua proposta mi onora al certo, ma mi riesce cotanto inaspettata… ch'io non saprei risponderle subito qui… sui due piedi…
Voleva farsi un po' preziosa.
L'ingenuo maggiordomo parve stupirsi ed aggiunse colla sua sciocca vanità.
—Io credeva che la mia domanda non dovesse lasciarti menomamente dubbiosa, ma poichè lo vuoi ti concederò il tempo di pensarci. Io già non sono nè un nobile, dico… nè unacasa bancaria, ma posseggo qualche cosa al sole. Il mio morale lo sai è indiscutibile ed in quanto al fisico eccomi qua; il visibile lo puoi giudicar tu stessa e dell'invisibile te ne sono garante io. Ho trentacinque anni l'età propria pel connubio, è per questo che ho pensato a prender moglie. Ci eri tu e la figlia de' portinaj, belle egualmente, egualmente amabili e degne di me; chi maitrascegliere, diceva in cuor mio, sono due silfidi, questa casa è un verosifilicomio… Ho pensato seriamente infine ho risolto dianteporti. Sì, ho voluto chiamar te a dividere meco la mia vita, i frutti del mio ingegno ed il mio nome. Ti chiamerai signora Panighetti e tutti si chineranno alla metà del maggiordomo segretario dell'illustrissimo signor conte C***, alla metà dell'ultimo rampollo d'un casato famoso, perchè la mia famiglia era illustre;disgrazievoliavvenimenti politici l'hanno depredata pur troppo, ma un tempo ell'era fra le più grandi di Magenta, che dico, della Lombardia, dell'Italia…