PROLOGO.
Recitato dalla signoraAnnetta Campi-Piatti, la sera del 17 febbraio 1877, nel teatro Carignano di Torino, in occasione della prima recita della Compagnia Drammatica della Città di Torino, diretta da Cesare Rossi.
Signori amabilissimi! Se il nostro direttoreSi tolse il privilegio della parte migliorePer dirvi quanto ognuno di noi, nel cor, vi dice,Lasciate che del massimo grado di prima attriceIo mi valga a mia volta per ridir quel che sentoNel pormi a questo nobile e terribil cimento.E poi, se il tentativo attecchirà per beneE se invece del solito rimutare di sceneSu queste antiche tavole farem stabil dimora,È giusto ed opportuno il cominciar fin d'oraA conoscerci alquanto, poichè le buone inteseFanno l'attor voglioso e il pubblico cortese.La troppa timidezza non è di mia natura,Tuttavia, lo confesso, questa sera ho paura.Nè siete voi, signori, che paura mi fate.Anzi, da quelle seggiole così ben popolate,Da quei palchi ridenti per così vaghi fiori,Dalla platea, speranza e terror degli autori,Se non mi fa cadere in inganno la mia,Parmi qui salga un alito di vera simpatia,Che m'incuora, mi affascina e mi fa più graditaL'arte cui consacrammo, voi l'affetto, io la vita.M'impaurisce il cumulo delle grandi memorieChe in questa sala tornano così vive. Le glorieDel passato son stimolo ed inciampo ai presenti.I nomi che ci fanno pensosi e riverenti.Vanto dell'arte e lume di sogni orgoglïosi,Qui nacquero, qui crebbero, qui diventâr famosi.Giovinetta ed inconscia dei futuri splendori,Qui dei suoi primi applausi palpitò la Ristori.Qui passò la Marchionni, qui rise e pianse Vestri,Qui, studïoso insieme degli antichi maestriE dell'aperta vita, Rossi, nel suo secreto,Maturava le collere del pensieroso Amleto.Che splendida corona di glorie han queste scene!Alberto Nota in tele scorrevoli e serene,Pellico nella mite effusione del cuore,Brofferio nella satira, Marenco nel dolore,Giacometti nel fascino di favole involute,Stampavano il pensiero di queste genti arguteE oneste, e sopra tutti, irti il verso e i pensieri,Sfolgoreggiava il genio solitario d'Alfieri.Buon per noi che ci corsero degli anni e fur parecchi,Che gli uomini maturi d'allora ora son vecchi,Che i giovani d'allora son uomini maturi:Se no quel troppo grido ci farebbe più oscuriChe non siamo, e la luce di quel sole crudeleOffuscherebbe il raggio delle nostre candele.Chi succede ad un grande ingegno, in faccia ai milleDev'esser grande, a costo di parer imbecille.E quanto più l'altezza necessaria si vede,Tanto è il salir più arduo, tanto più lento è il piede.Io, per quanto mi tocca, vi domando licenzaDi non essere un genio in spirito e presenza.Sarò docile, assidua, piena di buon volere,Tenterò che sull'arte non soverchi il mestiere,E se dai vostri applausi avrò lena e coraggio,Se non le penne al dorso ed alla fronte il raggio,Me ne verrà maggiore fiducia di me stessaE di future glorie la feconda promessa.D'altronde, non vi pare che ormai troppo soventeNoi s'inneggi al passato a danno del presente?Questo povero onesto presente ha il grave tortoDi non essere ancora sotterrato.... nè mortoE noi ci adoperiamo coi piedi e colle maniA ucciderlo quest'oggi.... per cantarlo domani.È vecchia usanza: ai grandi che or vi ho nominatiSi oppose un dì il fulgore degli ingegni passatiE forse ai nostri figli un giorno si opporràIl senno e la grandezza dell'odïerna età.La memoria è una fata che coi suoi filtri arcaniFa più belli gli oggetti quanto più son lontani.Chi non vide talvolta tornar non evocatoSiccome un luminoso guizzo del suo passato?E da quella ideale vista chi non ha trattoMaggior compiacimento che non ebbe dal fatto?Chi non ricanta in mente qualche dolce canzoneUdita in giovinezza e schiva l'occasioneDi riudirla ancora, per non fugar la gaiaCoorte dei ricordi che a quell'uno si appaia?Tolga il Cielo che io voglia sminuire il rispettoDovuto a quei maestri che furono. Vi ho dettoQueste cose, temendo, nella mia reverenza,Che i morti non ci facciano soverchia concorrenza.Il proverbio egoista patisce un'eccezione:Gli assenti, in fatto d'arte, hanno sempre ragione.E poi, dacchè ci sono, confesso ingenuamenteChe alla stretta dei conti, voglio bene al presente.Il diavolo non parmi brutto come lo fanno.Non mi pare che il vizio sia peggiore tirannoChe non per lo passato, che madonna virtùInvecchi e si raggrinzi ogni giorno di più.L'arte nostra non parmi, come vogliono tanti,Che cammini alla cieca, con passi zoppicanti,In cerca di una forma idëal che non trova.Non credo all'arte vecchia e non credo alla nuova;Credo all'arte che il tempo senza danno accarezzaE cui splende nel volto l'eterna giovinezza.Mi han detto che se fosse mortal l'avrebbe uccisaIl soverchio discorrerne che fanno in varia guisaTanti dotti filosofi in veste di censore,Che vorrebbero imporle idea, forma, coloreE governarla a modo di un fantoccino in fasce.Ma si divien filosofo e poeta si nasceE la virtù nativa più che ogni altra conquide.Il filosofo brontola e il poeta sorride.Mi han detto che la guardano con occhio di livoreTanti arguti filosofi in veste di censore,I quali per ridurla alla propria portata,Predicandola vera, la vorrebber sguaiata.Ma la spada che impugnano, essi soltanto uccide.Il filosofo brontola e il poeta sorride.Mi han detto che ne provano salutare terroreTanti puri filosofi in veste di censore,I quali le contendono il vïaggio infinitoE la vorrebber sempre fanciulla da marito.Ma l'arte è donna saggia che molto visse e vide.Il filosofo brontola e il poeta sorride.Mi han detto che le negano i voli e lo splendoreTanti freddi filosofi in veste di censore,Che abborrono del verso la serena armonia,Che le oscure tempeste del cor chiaman pazzia.Per costoro Desdemona è pazza da catena,Amleto un forsennato, Fausto un scemo in pena,E se ne avesse tanta virtù l'animo basso,Legherebber Prometeo un'altra volta al sasso.Ma Dio per farli fiacchi, saggiamente provvide.Il filosofo brontola e il poeta sorride.Le idee sono di genere femminile. È destinoChe quanto è bello e instabile quaggiù, sia femminino.Il pensiero, che è maschio, è frutto del volere,Lo correggo, lo suscito, lo volgo a mio piacere.È di una pasta docile, tagliato alla carlona,Che fa quello che gli ordina la mente sua padrona.L'idea, per sua natura vagabonda, non vuolePatir nessun inciampo di metri o di parole.È una donnina fragile, vispa, fresca, imperiosa,Che sorride, che stuzzica, che fa la permalosa,Che vi arriva in un attimo, che fugge in un momento,Che non si lascia cogliere due volte ad un cimento,Che l'amante più assiduo corbella, e a chi s'avvedeDi sue grazie non curi, le sue grazie concede.Lasciamola padrona di far quello che vuole,Questa, che i nostri padri chiamâr: figlia del sole!Signori, perdonatemi il lungo chiacchierio,Benchè non figlia al sole, sono donna ancor io.Quel che vi ho detto, forse non lo saprei ridire,Ma lasciatemi aggiungere un motto per finire.Sono molto contenta di trovarmi fra voi.Se voi di me lo siate, me lo direte poi.Per ora l'impazienza de' miei compagni attoriMi chiama alla commedia. Buona sera, signori.
Signori amabilissimi! Se il nostro direttoreSi tolse il privilegio della parte migliorePer dirvi quanto ognuno di noi, nel cor, vi dice,Lasciate che del massimo grado di prima attriceIo mi valga a mia volta per ridir quel che sentoNel pormi a questo nobile e terribil cimento.E poi, se il tentativo attecchirà per beneE se invece del solito rimutare di sceneSu queste antiche tavole farem stabil dimora,È giusto ed opportuno il cominciar fin d'oraA conoscerci alquanto, poichè le buone inteseFanno l'attor voglioso e il pubblico cortese.La troppa timidezza non è di mia natura,Tuttavia, lo confesso, questa sera ho paura.Nè siete voi, signori, che paura mi fate.Anzi, da quelle seggiole così ben popolate,Da quei palchi ridenti per così vaghi fiori,Dalla platea, speranza e terror degli autori,Se non mi fa cadere in inganno la mia,Parmi qui salga un alito di vera simpatia,Che m'incuora, mi affascina e mi fa più graditaL'arte cui consacrammo, voi l'affetto, io la vita.
Signori amabilissimi! Se il nostro direttore
Si tolse il privilegio della parte migliore
Per dirvi quanto ognuno di noi, nel cor, vi dice,
Lasciate che del massimo grado di prima attrice
Io mi valga a mia volta per ridir quel che sento
Nel pormi a questo nobile e terribil cimento.
E poi, se il tentativo attecchirà per bene
E se invece del solito rimutare di scene
Su queste antiche tavole farem stabil dimora,
È giusto ed opportuno il cominciar fin d'ora
A conoscerci alquanto, poichè le buone intese
Fanno l'attor voglioso e il pubblico cortese.
La troppa timidezza non è di mia natura,
Tuttavia, lo confesso, questa sera ho paura.
Nè siete voi, signori, che paura mi fate.
Anzi, da quelle seggiole così ben popolate,
Da quei palchi ridenti per così vaghi fiori,
Dalla platea, speranza e terror degli autori,
Se non mi fa cadere in inganno la mia,
Parmi qui salga un alito di vera simpatia,
Che m'incuora, mi affascina e mi fa più gradita
L'arte cui consacrammo, voi l'affetto, io la vita.
M'impaurisce il cumulo delle grandi memorieChe in questa sala tornano così vive. Le glorieDel passato son stimolo ed inciampo ai presenti.I nomi che ci fanno pensosi e riverenti.Vanto dell'arte e lume di sogni orgoglïosi,Qui nacquero, qui crebbero, qui diventâr famosi.Giovinetta ed inconscia dei futuri splendori,Qui dei suoi primi applausi palpitò la Ristori.Qui passò la Marchionni, qui rise e pianse Vestri,Qui, studïoso insieme degli antichi maestriE dell'aperta vita, Rossi, nel suo secreto,Maturava le collere del pensieroso Amleto.Che splendida corona di glorie han queste scene!Alberto Nota in tele scorrevoli e serene,Pellico nella mite effusione del cuore,Brofferio nella satira, Marenco nel dolore,Giacometti nel fascino di favole involute,Stampavano il pensiero di queste genti arguteE oneste, e sopra tutti, irti il verso e i pensieri,Sfolgoreggiava il genio solitario d'Alfieri.
M'impaurisce il cumulo delle grandi memorie
Che in questa sala tornano così vive. Le glorie
Del passato son stimolo ed inciampo ai presenti.
I nomi che ci fanno pensosi e riverenti.
Vanto dell'arte e lume di sogni orgoglïosi,
Qui nacquero, qui crebbero, qui diventâr famosi.
Giovinetta ed inconscia dei futuri splendori,
Qui dei suoi primi applausi palpitò la Ristori.
Qui passò la Marchionni, qui rise e pianse Vestri,
Qui, studïoso insieme degli antichi maestri
E dell'aperta vita, Rossi, nel suo secreto,
Maturava le collere del pensieroso Amleto.
Che splendida corona di glorie han queste scene!
Alberto Nota in tele scorrevoli e serene,
Pellico nella mite effusione del cuore,
Brofferio nella satira, Marenco nel dolore,
Giacometti nel fascino di favole involute,
Stampavano il pensiero di queste genti argute
E oneste, e sopra tutti, irti il verso e i pensieri,
Sfolgoreggiava il genio solitario d'Alfieri.
Buon per noi che ci corsero degli anni e fur parecchi,Che gli uomini maturi d'allora ora son vecchi,Che i giovani d'allora son uomini maturi:Se no quel troppo grido ci farebbe più oscuriChe non siamo, e la luce di quel sole crudeleOffuscherebbe il raggio delle nostre candele.
Buon per noi che ci corsero degli anni e fur parecchi,
Che gli uomini maturi d'allora ora son vecchi,
Che i giovani d'allora son uomini maturi:
Se no quel troppo grido ci farebbe più oscuri
Che non siamo, e la luce di quel sole crudele
Offuscherebbe il raggio delle nostre candele.
Chi succede ad un grande ingegno, in faccia ai milleDev'esser grande, a costo di parer imbecille.E quanto più l'altezza necessaria si vede,Tanto è il salir più arduo, tanto più lento è il piede.Io, per quanto mi tocca, vi domando licenzaDi non essere un genio in spirito e presenza.Sarò docile, assidua, piena di buon volere,Tenterò che sull'arte non soverchi il mestiere,E se dai vostri applausi avrò lena e coraggio,Se non le penne al dorso ed alla fronte il raggio,Me ne verrà maggiore fiducia di me stessaE di future glorie la feconda promessa.
Chi succede ad un grande ingegno, in faccia ai mille
Dev'esser grande, a costo di parer imbecille.
E quanto più l'altezza necessaria si vede,
Tanto è il salir più arduo, tanto più lento è il piede.
Io, per quanto mi tocca, vi domando licenza
Di non essere un genio in spirito e presenza.
Sarò docile, assidua, piena di buon volere,
Tenterò che sull'arte non soverchi il mestiere,
E se dai vostri applausi avrò lena e coraggio,
Se non le penne al dorso ed alla fronte il raggio,
Me ne verrà maggiore fiducia di me stessa
E di future glorie la feconda promessa.
D'altronde, non vi pare che ormai troppo soventeNoi s'inneggi al passato a danno del presente?Questo povero onesto presente ha il grave tortoDi non essere ancora sotterrato.... nè mortoE noi ci adoperiamo coi piedi e colle maniA ucciderlo quest'oggi.... per cantarlo domani.È vecchia usanza: ai grandi che or vi ho nominatiSi oppose un dì il fulgore degli ingegni passatiE forse ai nostri figli un giorno si opporràIl senno e la grandezza dell'odïerna età.La memoria è una fata che coi suoi filtri arcaniFa più belli gli oggetti quanto più son lontani.Chi non vide talvolta tornar non evocatoSiccome un luminoso guizzo del suo passato?E da quella ideale vista chi non ha trattoMaggior compiacimento che non ebbe dal fatto?Chi non ricanta in mente qualche dolce canzoneUdita in giovinezza e schiva l'occasioneDi riudirla ancora, per non fugar la gaiaCoorte dei ricordi che a quell'uno si appaia?Tolga il Cielo che io voglia sminuire il rispettoDovuto a quei maestri che furono. Vi ho dettoQueste cose, temendo, nella mia reverenza,Che i morti non ci facciano soverchia concorrenza.Il proverbio egoista patisce un'eccezione:Gli assenti, in fatto d'arte, hanno sempre ragione.E poi, dacchè ci sono, confesso ingenuamenteChe alla stretta dei conti, voglio bene al presente.Il diavolo non parmi brutto come lo fanno.Non mi pare che il vizio sia peggiore tirannoChe non per lo passato, che madonna virtùInvecchi e si raggrinzi ogni giorno di più.L'arte nostra non parmi, come vogliono tanti,Che cammini alla cieca, con passi zoppicanti,In cerca di una forma idëal che non trova.Non credo all'arte vecchia e non credo alla nuova;Credo all'arte che il tempo senza danno accarezzaE cui splende nel volto l'eterna giovinezza.
D'altronde, non vi pare che ormai troppo sovente
Noi s'inneggi al passato a danno del presente?
Questo povero onesto presente ha il grave torto
Di non essere ancora sotterrato.... nè morto
E noi ci adoperiamo coi piedi e colle mani
A ucciderlo quest'oggi.... per cantarlo domani.
È vecchia usanza: ai grandi che or vi ho nominati
Si oppose un dì il fulgore degli ingegni passati
E forse ai nostri figli un giorno si opporrà
Il senno e la grandezza dell'odïerna età.
La memoria è una fata che coi suoi filtri arcani
Fa più belli gli oggetti quanto più son lontani.
Chi non vide talvolta tornar non evocato
Siccome un luminoso guizzo del suo passato?
E da quella ideale vista chi non ha tratto
Maggior compiacimento che non ebbe dal fatto?
Chi non ricanta in mente qualche dolce canzone
Udita in giovinezza e schiva l'occasione
Di riudirla ancora, per non fugar la gaia
Coorte dei ricordi che a quell'uno si appaia?
Tolga il Cielo che io voglia sminuire il rispetto
Dovuto a quei maestri che furono. Vi ho detto
Queste cose, temendo, nella mia reverenza,
Che i morti non ci facciano soverchia concorrenza.
Il proverbio egoista patisce un'eccezione:
Gli assenti, in fatto d'arte, hanno sempre ragione.
E poi, dacchè ci sono, confesso ingenuamente
Che alla stretta dei conti, voglio bene al presente.
Il diavolo non parmi brutto come lo fanno.
Non mi pare che il vizio sia peggiore tiranno
Che non per lo passato, che madonna virtù
Invecchi e si raggrinzi ogni giorno di più.
L'arte nostra non parmi, come vogliono tanti,
Che cammini alla cieca, con passi zoppicanti,
In cerca di una forma idëal che non trova.
Non credo all'arte vecchia e non credo alla nuova;
Credo all'arte che il tempo senza danno accarezza
E cui splende nel volto l'eterna giovinezza.
Mi han detto che se fosse mortal l'avrebbe uccisaIl soverchio discorrerne che fanno in varia guisaTanti dotti filosofi in veste di censore,Che vorrebbero imporle idea, forma, coloreE governarla a modo di un fantoccino in fasce.Ma si divien filosofo e poeta si nasceE la virtù nativa più che ogni altra conquide.Il filosofo brontola e il poeta sorride.
Mi han detto che se fosse mortal l'avrebbe uccisa
Il soverchio discorrerne che fanno in varia guisa
Tanti dotti filosofi in veste di censore,
Che vorrebbero imporle idea, forma, colore
E governarla a modo di un fantoccino in fasce.
Ma si divien filosofo e poeta si nasce
E la virtù nativa più che ogni altra conquide.
Il filosofo brontola e il poeta sorride.
Mi han detto che la guardano con occhio di livoreTanti arguti filosofi in veste di censore,I quali per ridurla alla propria portata,Predicandola vera, la vorrebber sguaiata.Ma la spada che impugnano, essi soltanto uccide.Il filosofo brontola e il poeta sorride.
Mi han detto che la guardano con occhio di livore
Tanti arguti filosofi in veste di censore,
I quali per ridurla alla propria portata,
Predicandola vera, la vorrebber sguaiata.
Ma la spada che impugnano, essi soltanto uccide.
Il filosofo brontola e il poeta sorride.
Mi han detto che ne provano salutare terroreTanti puri filosofi in veste di censore,I quali le contendono il vïaggio infinitoE la vorrebber sempre fanciulla da marito.Ma l'arte è donna saggia che molto visse e vide.Il filosofo brontola e il poeta sorride.
Mi han detto che ne provano salutare terrore
Tanti puri filosofi in veste di censore,
I quali le contendono il vïaggio infinito
E la vorrebber sempre fanciulla da marito.
Ma l'arte è donna saggia che molto visse e vide.
Il filosofo brontola e il poeta sorride.
Mi han detto che le negano i voli e lo splendoreTanti freddi filosofi in veste di censore,Che abborrono del verso la serena armonia,Che le oscure tempeste del cor chiaman pazzia.Per costoro Desdemona è pazza da catena,Amleto un forsennato, Fausto un scemo in pena,E se ne avesse tanta virtù l'animo basso,Legherebber Prometeo un'altra volta al sasso.Ma Dio per farli fiacchi, saggiamente provvide.Il filosofo brontola e il poeta sorride.
Mi han detto che le negano i voli e lo splendore
Tanti freddi filosofi in veste di censore,
Che abborrono del verso la serena armonia,
Che le oscure tempeste del cor chiaman pazzia.
Per costoro Desdemona è pazza da catena,
Amleto un forsennato, Fausto un scemo in pena,
E se ne avesse tanta virtù l'animo basso,
Legherebber Prometeo un'altra volta al sasso.
Ma Dio per farli fiacchi, saggiamente provvide.
Il filosofo brontola e il poeta sorride.
Le idee sono di genere femminile. È destinoChe quanto è bello e instabile quaggiù, sia femminino.Il pensiero, che è maschio, è frutto del volere,Lo correggo, lo suscito, lo volgo a mio piacere.È di una pasta docile, tagliato alla carlona,Che fa quello che gli ordina la mente sua padrona.L'idea, per sua natura vagabonda, non vuolePatir nessun inciampo di metri o di parole.È una donnina fragile, vispa, fresca, imperiosa,Che sorride, che stuzzica, che fa la permalosa,Che vi arriva in un attimo, che fugge in un momento,Che non si lascia cogliere due volte ad un cimento,Che l'amante più assiduo corbella, e a chi s'avvedeDi sue grazie non curi, le sue grazie concede.Lasciamola padrona di far quello che vuole,Questa, che i nostri padri chiamâr: figlia del sole!
Le idee sono di genere femminile. È destino
Che quanto è bello e instabile quaggiù, sia femminino.
Il pensiero, che è maschio, è frutto del volere,
Lo correggo, lo suscito, lo volgo a mio piacere.
È di una pasta docile, tagliato alla carlona,
Che fa quello che gli ordina la mente sua padrona.
L'idea, per sua natura vagabonda, non vuole
Patir nessun inciampo di metri o di parole.
È una donnina fragile, vispa, fresca, imperiosa,
Che sorride, che stuzzica, che fa la permalosa,
Che vi arriva in un attimo, che fugge in un momento,
Che non si lascia cogliere due volte ad un cimento,
Che l'amante più assiduo corbella, e a chi s'avvede
Di sue grazie non curi, le sue grazie concede.
Lasciamola padrona di far quello che vuole,
Questa, che i nostri padri chiamâr: figlia del sole!
Signori, perdonatemi il lungo chiacchierio,Benchè non figlia al sole, sono donna ancor io.Quel che vi ho detto, forse non lo saprei ridire,Ma lasciatemi aggiungere un motto per finire.Sono molto contenta di trovarmi fra voi.Se voi di me lo siate, me lo direte poi.Per ora l'impazienza de' miei compagni attoriMi chiama alla commedia. Buona sera, signori.
Signori, perdonatemi il lungo chiacchierio,
Benchè non figlia al sole, sono donna ancor io.
Quel che vi ho detto, forse non lo saprei ridire,
Ma lasciatemi aggiungere un motto per finire.
Sono molto contenta di trovarmi fra voi.
Se voi di me lo siate, me lo direte poi.
Per ora l'impazienza de' miei compagni attori
Mi chiama alla commedia. Buona sera, signori.