Vorrei, se fossi il Re delle magìe,Stender stanotte un bianco ampio mantelloDi neve sopra i tetti e per le vieE in ogni casa alzare un focherello.
Al suon di pastorali melodieAndrei pel mondo in groppa a un asinelloA scongiurar gli affanni e l'altre arpie,Che stridono l'ingiuria al poverello.
Tornar farei gli arcangeli dei mortiA rendere alle madri lagrimantiCon un sorriso i pargoli risorti;
E a quanti sono derelitti amanti,A quanti sono generosi e fortiFarei nel core gli amorosi incanti.
Allora, o verga magica, vorreiStender lunga una tavola imbanditaA fiori, a lumi, a lucidi trofei,Colma d'ogni allegrezza più squisita.
E Siri e Turchi ed Arabi e Giudei,Misti al popol di Cristo che ne invita,E ciechi e vecchi logori vedreiInebriarsi a una seconda vita.
O festa lunga fino all'orizzonte!Verrian dal mar le navi pellegrine,Verrian dai campi i miseri e dal monte,
Verrian gli afflitti e l'anime meschine,Ch'han la vergogna ed il delitto in fronte,A chieder grazia, disciogliendo il crine.
Al nuovo cenno si aprirebbe il coroDel paradiso e giù dagli sgabelliVedrei scendere i santi in veste d'oroLuminose le barbe ed i capelli.
In litania d'amor, nel concistoroS'udrian cantar cogli esuli fratelli:IN TERRA PAX, IN TERRA PAX… e a loroDal cimiter rispondere gli avelli.
E rose e perle e di mille coloriLe gioie spargerei sul mio cammino,Adornando di lauro ogni stamberga.
Quando il gallo cantasse a mattutino,Vedreste, o bimbi, un gran giardino a fiori,E tramutato il mondo in Norimberga.
Stanotte a mezzanotte, quando spuntaLa dicembrina luna,Andiam, devoti amici, sulla puntaDe' piedi a meditar presso una cuna.
Nel tenero sorrisoDe' bimbi che riposanoÈ in terra un luccicar di paradiso.
A mezzanotte fra tintinni e cantiPer una liscia scalinata d'oro,Scende nei sogni loroIddio con tutti i santi.
* * *
Se Dio tu cerchi invan nella morenteSperanza dei mortali,E stanche in ciel va dibattendo l'aliLa superba ragion che il dubbio espia,Oh credi almeno a questa poesia!Fin che sorride un piccol innocenteNei sogni della culla,È Dio che dolcementeColla ragion dei padri si trastulla.
Sul sasso ignuda sta, carca le spalleD'anni e di doglie la chiesetta antica;Dal fondo guarda a lei tutta la valle,Come tu pensi alla lontana amica.Apresi a stento un praticel davantiTra gli orli dell'abisso e il vecchio muro,Che le scosse sentì di non so quantiSecoli e sta di sua bontà sicuro,Una sola è la squilla, agli echi tuttiNota del monte e povero è l'altare;Un Cristo piange il suo dolor dai bruttiOcchi tra ceri stanchi d'aspettare.Aspetta stanco anch'esso un catalettoChe un qualche morto a scuoterlo si muova;Per l'ampia soglia luminoso e schiettoEntra il sol, entra il vento, entra la piova,Entra del fieno l'alito e dei fiori,Entran le rondinelle, entrano i cuori.
La bella primavera, o cittadini,Di violette adorna,Ecco tra noi ritorna.April l'accoglierà ne' suoi giardiniE sotto i pergolatiDi fresco inghirlandati,
Uscite ad incontrarla, o quanti sieteBelle fanciulle e quantiDesiderosi amanti:E voi, che vecchi stanchi, non poteteDiscendere le scale,Correte al davanzale.
Ella sen vien di molli aure vestitaNel rugiadosi umoriIl sen colmo di fiorì:E dove passa colle rosee ditaCrolla le siepi e scioglieDel mandorlo le foglie.
S'increspa il flutto e brillaBianco nel prato il torrentel; sul clivoS'illumina ogni villa.Andiamo ad incontrare,O cittadini, in lungo stuol giulivoLe rondini sul mare.
Di raggi d'oro il soleRallegra le finestre:E dalle stalle fuggono le fole,Che le comari al novellar maestreAllungan, quando fiocca,Sul filo della rocca.
S'apre il mattin. D'argento,Fanciulla, è l'alba e ride:Tu la mantiglia sciorinando al vento,Scoti la polve e le lusinghe infide,Che in mezzo a false roseIl carneval vi pose.
O mio dolore assorto,O miei pensieri bruni,Itene fuor, libratevi nell'ortoA far bisbiglio tra le siepi e i pruni:E vi trasformi il soleIn rose ed in viole.
Alle allieve del Collegio Bianchi-Morand l'ultimo giorno di scuola.
Apriamo le finestre oggi a costoro,Apriam la gabbia d'oro,Lasciamole volar queste figliuoleAll'aria, al verde, al sole.
Già troppo le vedemmo gli occhi inchiniSui vecchi libri e sui gualciti liniA tessere la vitaRinchiusa e scolorita.
Mal tornan le violeEntro il recinto oscuro,Lenta si svolge abbarbicata al muroL'edera senza sole.
Oggi le chiaman dall'erbose riveDai margini fioriti a larghi gridiDai numerosi lidiDel mar, dalle cascate fuggitive
Le liberali voci di naturaA respirar la puraEnergia della vita tutta quantaChe gioca, ride, canta.
Lasciamole volar. Le selve, i pianiHan bisogno di voci allegre e onesteAhimè! già troppo mesteSon le giornate dei lavori umani….
Queste alle selve, ai montiVadano, il crin fioritoDegli altri uccelli al gorgheggiante invitoA farsi belle a specchio delle fonti
Nel sangue che scintillaPiù vivo balza il cor che lo riceveDivina è la pupillaChe più lembi di ciel dischiude e beve:
Quanto rapì nella stagione oscuraIl pigro e curvo inverno,Col suo tesoro eternoA cento a cento renderà natura.
Il sol che pinge i fioriIl mar che mai non posaRitornerà sui languidi palloriIl bel color di rosa.
A lor che un giorno soffriran la guerraDei torbidi elementiGiovi produrre le radici in terraProfonde e dar tutta la chioma ai venti.
A lor che un giorno forniranno i nidiNei verdi amplessi ai teneri usignuoliTornin benigni i soliTornin le brezze degli aperti lidi.
Lieto trionfo nostroSarà quel dì che sulle belle goteVedrem stampato in rubiconde noteQuel che scriviamo in troppo nero inchiostro.
Volate dunque ad imparar la grandeStoria che parla e viveNelle libere cose. Iddìo la spandeNell'universo e in mezzo al cor la scrive.
Nell'ampia scuola ove il saper si stendeDel ciel, nel libro aperto di naturaRagiona una scritturaChe molte cose insegna a chi la intende;
Per gli stellati numeri si svolveUna dottrina arcanaChe tutta passa della scienza umanaLa radunata polve.
Questa dolce sapienza or dunque cadaA voi nel grembo e vi rinfreschi i cuoriSiccome la rugiadaChe rende sul mattin l'anima ai fiori
Volate dunque e sia festoso sciameDi rondinelle ai grandi voli esperte;Se del saper vi pungerà la fameQui troverete le finestre aperte.
Che la tua nave o figlio abbia buon legno,Che ben si regga sui fasciati fianchi,E scarsa all'uopo ove una cosa manchi:
Dico la forza natural del core,Che guarda le tempeste, e soffre, obliaLa noia e il male dell'incerta via.
Vero padron dell'acqua e degli scogliSolo è colui che nelvolerriponeDell'arrivar la scienza e la ragione.
Questo più che il timon, più che le vele,Più che la scienza delle astruse stelleTi caverà dal sen delle procelle.
Nè per rumor di ciel, nè per incantoChe dalle rive a te mandi l'invitoTu dalla rotta non piegar d'un dito,
Ma sempre va dentro la notte oscuraCol lume a prora della vecchia fede,Ch'oltre la notte e le tempeste vede.
Stolto è infierir coll'onda o contro i sassiO colle rauche spume. Avanti! aspettaA far dal lido una miglior vendetta!
L'agili brezze, i molli increspamentiE gli abbracci del mar, sono pei forti:Restano i cataletti agli altri morti.
È il mare, il mare il campo di battaglia;Morti ci culla e ci porta alla spondaL'irrequieto palpito dell'onda.
Il pigro no, meschin, nè il sonnecchianteNon l'incostante o il pazzo arrischi il mare,Ai vili resta il bere o l'affogare.
Sempre arriva chi vuole, e sempre vuoleChi sull'antenna innalza una speranzaE nel pensier di chi l'aspetta avanza.
Purchè d'inverno il fuoco non mi manchiE un botticel nell'angol del camino,Mi creda, professor, rinuncio ai banchiDove lei spiega il greco ed il latino.
Che vuole? l'aria è pura alla campagnaE sdrucciola dai monti imbalsamata:Il sole, grazia a Dio, non si sparagnaNell'abbaino un tanto la fiammata:
Ma schiara i muri ed entra da padroneAd asciugar i travicci tarlati,Scaldando l'ali d'oro a una legioneDi farfalle, che brillano sui prati.
Esco al mattin, ove qua e là si perdeUn sentierol che mena alla venturaFra due file di salici e nel verdeDelle foglie che fremon la frescura.
Vado lungo il sentier, la mente e il cuoreChe svolazzano via secondo l'estro,Finchè dal campanil, sonando, l'oreA scuola non invitino il maestro.
Ritorno e avvien talvolta che da un densoCespuglio io tragga i renitenti fuori.Ma del cespuglio, quando ben ci penso,Siam noi le spine ed essi sono i fiori.
Son cento insieme, ma trecento, milleSe parlano e fra tanto ondeggiamentoDi teste bionde spiccan le pupille,Come lucciole in campo di frumento.
E quando al cicalìo segue la piaCantilena al gran Padre dei bambini,È inutil, professor, ch'ella mi stiaA citarmi i suoi Greci e i suoi Latini;
Allora provo—e piango—un senso nuovoCome se navigassi in un gran mare….Un non so che, mi scusi, che non trovoNei libri che m'han fatto studiare.
Fra quei piccini dalle mani ladre,Dai musi tinti e che non taccion mai,Vi son di quei che chiamano la madreIta lontana, assai lontana, assai….
Vi son cervelli modellati a stampoDei crani d'una volta e ingegni viviIn cui divin guizza talora un lampo….È il pan che manca che li fa cattivi.
Io penso (se tra i banchi una lacunaRicorda un saggio che morì giocando)Che mal si resta a specular la brunaOra di morte e a ritardarne il quando.
Bello il morir, quando s'ignora il mondo,Piegando come un uccellin la testa.E il funeral, spettacolo giocondo,Si fa con fiori e le campane a festa.
Qui nel mio seggio in legno di castagnoIo sono quel che son, nè i birbi sannoChe sol trecento e trentatre guadagnoLirette magre quanto lungo è l'anno.
Non sanno i punti che nel vecchio temaDello sdruscito ferraiol ricamo:E note son che valgono il poema,Come fa lei coi classici, mettiamo.
A sera il luogo è bello entro un tranquilloVïal divago al cimiter pian piano;Brillan le stelle, si riscuote il grilloE dei fanciulli il chiasso da lontano.
Sì, quando un giorno essi diranno (il voltoFisso al cancello l'uno all'altro in spalla)—L'han sepolto laggiù, l'hanno sepolto….—Io dal cespuglio balzerò farfalla.
Chiusa e muta ogni finestraSta il casino abbandonatoNel giardin giallo di foglie:Il novembre sulle soglieE sul verde assideratoPioggia e neve insiem balestra.
La vagante e già si spessaDi profumi ampia lianaCade affranta lungo il muro:Nel bacin di marmo puroPiù non mesce la fontanaL'onda a specchio di sè stessa.
Freddo versa l'occidenteUn chiaror quasi lunareSul balcone delle rose:Stanno immemori le coseTra i lenzuoli ad aspettareNell'interno oscuro, algente.
Tornerà l'aprile in fiore,Sarà lieta ancor la grondaDe' tuoi gridi, o rondinella:Al balcone ancor più bellaTornerai, signora bionda,Al fiorir d'un nuovo amore.
Ma in un cuore già fiorito,Se il crudel dubbio si avanza,E la fe' muore di gelo,Più non torna amico il cielo,Più non si apre alla speranzaUn'amore intirizzito.
Fra i corni della Grigna apresi e pareUna scena di mare umido il ciel:E l'aria vaporosaCome sul corpo di novella sposaCinge alla vetta rugiadosa un vel.
Scendon le nubi che trasporta il vento,Lasciando un lento strascico regalChe s'imporpora al sole:Si screzia nel color delle violeIl trasparente lembo boreal.
Dentro le valli a corsa si allontanaE si rintana il carro aspro dei tuon.Qui salta ilare il fonteChe fa la barba bianca al vecchio monte,Empiendo il sasso d'un pazzo frastuon.
O ristorati dall'iniquo caldo,O di smeraldo prati, o vigne, o belPoggio di folti ulivi,Alfin vi vedo morbidi e giuliviDella frescura che a voi diede il ciel.
Io no, che sempre sitibondo e roco,Dall'alto invoco un refrigerio al cor;Ma per mutar di vento,Raccolto appena il desiderio, sentoChe torna in polve il desiderio ancor.
Il morto passa in mezzo al rumor grandeDella città, che brulica e non senteLa voce che dal feretro si spande…Ad altre cose ha da pensar la gente.
La gente?—butta la spregiata cretaNell'angolo dei cocci e passa via.Oh ch'io ti segua, io sol, zoppo poeta,Col mio rosario e colla fede mia:
"Ave, corpo mortal, in cui piangeaTra duri ceppi l'anima divina,O rozzo vaso d'un'eterna Idea,O diroccato altar, ave, o rovina!
"Ave, spirto immortale, che s'incielaA terger l'ali in più sereni amori.O sfuggita da sozza ragnatelaFarfalla nata per gli eterni fiori.
"Tu scendesti una notte al lume biancoDegli astri in mezzo ai campi, ove ti accolseLa madre poverina entro il suo fianco;Poi de' suoi baci tiepidi ti avvolse….
"Era di sangue e latte il picciol viso,La bocca era una frugola vermiglia:Il cor nel dolce mar degli occhi fiso,Tutta stringendo in te la sua famiglia,
"Contemplò la tua mamma una giocondaSerenità che valica i confiniDella mente e che i sensi umani innonda:Amor ti sprimacciò gli stracci lini.
"Di tua magrezza vergognoso al soleQuindi posando sul materno petto,Nel bel canto imparasti le paroleChe schiudono le porte all'intelletto.
"Poi corresti, fanciul, scalzo nel gialloFrumento a fare l'eco alla cicala,E a te dalla cascina ilare il galloRispondea starnazzando sulla scala.
"Natura, al poverin sempre gentile,T'empiè di bacche le siepi e di more,Nè ti rifiutò del lieto aprileUn bel raggio e d'un prato il più bel fiore.
"Te respinto dagli usci alfin raccoglieNelle sue braccia e t'offre un catalettoEntro un lettuccio squallido di fogliePur dianzi cadute a farti il letto.
"E ancora, o Madre pia, culli i tuoi mortiA un modo istesso e il nome non ne chiedi;Di pratoline e di virgulti smortiA tutti una ghirlanda alfin concedi.
"Ave, corpo mortal, in cui piangeaTra duri ceppi l'Anima divina,O rozzo vaso d'un'eterna Idea,O diroccato altar, ave, o rovina!
Tra i muti casolari odi frequenteil suono che rimbalza sull'incude:è Bellincion, che colle braccia nudebatte il ferro rovente.
Ei sta fosco Vulcan da mane a seraal mantice, al martel, alla tenaglia:batte, inchioda, arroventa, il ferro scagliarosso nell'acqua nera.
Copron serrami e toppe aspre e ferragliel'affumicata volta della muda:ansa la vampa sulla carne ignudale sue stridente scaglie.
Grida al compagno e cade in una duradanza la solfa delle salde braccia:tuona il martel, che rompere minacciale costole a natura.
Se il vino canta e scalda il sentimento,piomban sì giusti i colpi del martello,che la torre merlata del castelloballa sul fondamento.
Quindi egli siede ai caldi occhi del solesull'uscio e in così grasse risa il paneaccompagna che fuggono lontanele donne alle sue fole.
Oppur si piglia in braccio o sui ginocchiun suo vezzoso bambinel di latte:e le morbide incudini gli batte,soffiandogli negli occhi.
Dell'uom barbuto e nero il picciol fioremitiga i sensi e le parole audaci:scendon spesse carezze e scendon baciche fan rovente il cuore.
—Quanti anni son passati, Anselmo? ventitrent'anni che si viene insiem noi duea goder questo fresco?—Se ti sentiancor padrone delle gambe tue,o che importano i venti ed i trent'anni?ognun si aggiusta colle forze sue.—Sta ben! ma Giovannin non è Giovanni;e settant'anni sulla gobba un pesosono, che pesa settecento affanni.—Settanta è un bel fardello, ben inteso…—Or ti zoppica il pie'….—Ti manca il fiato:—L'occhio ti trema dalla luce offeso:—Lo ragazze non sanno che sei nato:—D'accordo…. le ragazze. Oh che vorrestiche inseguissero quello ch'è scappato?—Di dosso, gua', ti cascano le vesti:—E gli scalini? un sito non c'è dovenon sian tropp'alti, orribili, molesti.—Se fai di camminar tre o quattro prove,sudi in gennaio e ghiacci sotto il sole;è brutto quando è bello e quando piove.—Per me il difficil sta nelle parole:penso a curato e dico cardinale,e la gente non sa quel ch'uno vuole.—E le gazzette?—Se le stampan male!—E quel che stampan?—È l'ira di Diod'ogni ordine politico e morale.—Non è che un litigar sul tuo sul mio,di cani e gatti un odio vergognoso.—E le leggi?—Le leggi un arruffìo.—Davanti a questo vivere odioso,se l'impiccarsi un'eresia non fosse,cosa indegna d'un uomo religioso,guarda m'impicc…. uh! uh!—Gianni, che tosse!e che ci fai?—È un mese che la curo.—Provasti le pastiglie Delafosse?—Fanno bene?—È il rimedio più sicuro.—Dove si piglian?—Sai, quello spezialeche sta vicino a San Giovan sul Muro…—Corro. Non vo' che invecchi, io, questo male.
—Buon dì, signor Maestro. —Bravo, sei tu, Marcello? e a quando queste nozze? —A quando? Iddìo lo sa. Son disperato e temo già d'esser fritto e bello spacciato. —O che mi dici? —Che l'è un'iniquità. S'è messa sui puntigli, mi fa le brutte scene: dice che non mi vuole e non vuol dir perchè. —Un caso grave insomma. Però tu le vuoi bene. —Lo cerchi come il mio un altro ben, se c'è. —Ci vai? —La non mi guarda. —Scrivi una bella lettera, in cui le tue ragioni esponi come va. Le dici che tu l'ami, che sol disposto.. eccetera.. a far ogni promessa. —Sta bene, ma c'è un ma. Lei sa come si scrive noi dotti poverini: il nome o bene o male, un te lo mette giù; ma il core ti s'impiglia in mezzo a quegli uncini per poco che tu voglia estenderti di più. Se lei me la scrivesse la lettera? —Ti pare? e che le devo dire? —Ma scriverla per me. —S'intende, la tua Lisa non te la vo' rubare. —Le dica che fa male, che una ragion non c'è, Le dica che non dormo da dieci notti intere, che così non la posso durare un pezzo ancor; che se proprio si ostina e non mi vuol vedere io…. io…. per quanto è vero che credo nel Signor, io che ho già la febbre e l'anima avvilita uno di questi giorni una pazzia farò: o che mi ammazzo… —Aspetta che trovo una matita; —o ammazzo lei, capisce? —Lisa? ammazzarla? oibò! —Se buono sono e tenero, non c'è ragion, perdio, che come un can soffrire mi facciano così: e se c'è qualche terzo che tocca ciò ch'è mio, scriva pure che come mi vede adesso qui, non ho paura. Venga colle ragioni sue, foss'anche il brigadiere, in un campo quaggiù, Scriva che, se li trovo, li ammazzo tutti e due, come due can' li ammazzo. —È amor questo, Gesù? O falso è Metastasio od io son rimbambito senza capir un'acca di quel che sia l'amor. —Ora però ha capito. —Capito, arcicapito. —Li ammazzo tutt'e due. —Accetta, o bella, un fior!—Se non mi farà piangere, morir di crepacuore, se ancora la mi stende con cortesia la man, non più vino e bestemmie, ma sol casa ed amore sarò per lei, paziente, onesto cristian: dica che tutti gli angeli non valgono un capello della mia Lisa e un bacio di lei vale per me il sol, il paradiso…. —… la luna… Tu bel bello mi fai scrivere un libro. —Ma lei saprà cos'è questo tormento e a lei non manca la grammatica, E Dio la benedica, Maestro; tornerò. —Addio: ma in queste cose che conta è più la pratica, la pratica, la pratica, ahimè, che più non ho.
O divo Metastasio, ed io son rimbambito, credendo che una cosa fosse così così tra il chiaro della luna e il giùggiolo candito, Amore… C'ingannammo: e t'ingannai, Mimì. Perdona alla grammatica, perdona anche ai poeti, mia vecchia, e facciam voti che si rinasca ancor. Ma se si torna a nascere, restiamo analfabeti, perchè l'altra non guasti la poesia del cuor.
—Aiuto, aiuto, olà… di quà… correte,S'è buttata nell'acqua una ragazza.—O poverina! com'ha fatto? è pazza?—Sarà la storia solita, sapete.
—La portan fuori.—Bravo il bersagliere!—È morta?—Vuol spirare ogni momento.Indietro…. per di quà… fate piacere,Oh signor benedetto, che spavento!
—L'avete vista?—O Vergine dolorata,Ha un viso bianco come un pannolino.Fa la sartina ed era innamorataD'un zerbinotto.—È morta?—Il signorino,
Quando fu stufo ha dato un bel saluto(È la solita storia!) alla biondina.—Per divertirsi è buona la sartina,Ma si sposa il vestito di velluto.
—Gliel'ha scritto.—E la Clelia?—Nulla ha detto.Pareva anzi, a vederla, indifferente:Se il traditor le aveva il pugnalettoFiccato in core, che ci fa la gente?
—Stette tranquilla tutto il giorno. A scuolaAndò siccome il solito: non detteAlcun segno di smanie o di vendette,E a casa non ne disse una parola.
—Cenò colla sua mamma; e quando questaFu andata a letto, scese sullo spaltoCh'era già buio e raccolta la vesta,Si buttò dentro l'acqua con un salto.
Madonna, a cui degli Angeli è il bel nome e l'innocente riso, s'io possedessi il delicato stile, onde vanno lodate ancor le chiome di Laura e lo saranno eternamente, farìa di voi, Madonna innamorata, innamorar la gente.
Un lieto spiritel d'amor gentile saltò nel core a Quei che in voi si specchia come in sua dolce stella; mentre che passa il giovinetto aprile, ite al trionfo dell'amor, voi bella ed egli forte di virtute onesta; ite e vi accolga nel suo caldo raggio padre fecondo il Maggio.
Se ciò Ragione con Amor comanda, altro non resta a noi che il coglier fiori e fare una ghirlanda.
……………………………………O ridente Maria, picciolo albergocome alveare ove l'industria e l'artealzan piccioli lari, ove si accostail desiderio a mendicar sommessoe frettoloso vi fiammeggia il sole,queste le nostre case. Alla finestraove per uso sederai traendoil filo entro la chiara onda del giornol'ore vedrai discendere graziosecome foglie da scossi alberi al ventosulla tua testa e sul tuo cuor, Maria,e te beata!—il cielo innanzi apertouna picciola selva ivi raccoltasul davanzal e giù nel sottopostogiardin il verde tremulo che saledolce al guardo teatro e alla speranza:Il saltellar, il cicalar perdutodei passeri sul tetto allor che accadepien di pace il meriggio; e il suon d'un passoche ritorna improvviso a te le carequeste saranno ripetute gioieche, traboccando, non sa dar la spumadel profano piacer.
Altre dell'ara domestica languir lascian la fiamma vestali dissipate: ad altre il gioco piace e la mesta vanità di un'ora agitata ove più ferve il periglio men di pugnar che d'esser vinte altere: Tu, sacrata dal pio raggio materno, uscita or or dalle materne dita, farai tua festa il governar, succinta Penelope al mattin, in pria che l'ora entri a rider d'entrambi: e poi col canto non meno sgombrerai dagli occhi altrui che dagli angoli intorno la tristezza: finchè non torni ripercosso in molte labbra il tuo riso tenero nascente a far la casa risonar del padre, come al sol che li scalda alzano i nidi un mormorio che tutto agita il bosco.
Dice l'Acqua al Sasso:—Io garrulaRompo al monte gli aspri fianchi,Fresca scendo ai campi, agli aridiCespuglietti, ai fiori stanchi:Di mia voce apro il silenzioDelle valli e rido al cielo:Sempre lieta ad un'incognitaMeta io scivolo ed anelo.Quando mai tu muovi un passo?Nel mio corso io sono il simboloDel progresso che si avanza….
—Ed io sono la Costanza!—In suo cor brontola il Sasso.
(Duetto per Mandolino e Chitarra)
IL MANDOLINO - Ridi, sorridi, Carolina: il risoAl cuore è un elisir soave….LA CHITARRA - e buon.
IL MANDOLINO - Più dei colori di un lieto viso,Più che la pallida malinconia,Che l'occhio ottenebra talvolta a seraDella pensosa padrona mia,Più che la bionda treccia o la nera.O Carolina, amo il sorriso,Ridi, sorridi, mentre è primaveraLA CHITARRA - Chi tardi ride ride fuor di ton.
IL MANDOLINO - Se come morbide piume le nudeMani trascorrono alla carezzaE fanno spesso pallido il viso,Come sul mare vivida brezza,Che i flutti increspa, erra il SorrisoE il mar dell'anima agita, schiude.Ridi, sorridi e lascia che l'ebbrezzaDello spirito scorra..LA CHITARRA - in lieto suon.
IL MANDOLINO - Altri di Venere vanti le roseE il pie' che candido il marmo imita,O vanti i glauchi occhi di mare.Sol nel sorriso scorre la vitaE rider senti tutte e parlareQuante già furono donne amorose.Ridi, sorridi e lasciati adorare.LA CHITARRA - Chi non ride è una mummia od un birbon
—Sì, vivremo al di là, belle signore,Del ciel a tutti aperta è la gran strada,Ma non si deve credereChe bastino i rosari o che si vadaIn carrozza alla casa del Signore.
E non basta tienimeli, ve l'assicuro,Il far di magro e d'olio, o al Santo PadreMandar ricami e ninnoliO a rischio di parere più leggiadreVestirsi la quaresima di scuro.
Perchè possa al di là viver ciascunoÈ della fede mia primo argomentoChe è d'uopo saper vivereMolto bene al di quà, fare per centoIl bene e non vantarsene per uno.
Chi sè confronta spesso al poverelloE sol per sè non si condisce il paneCostui potrà risorgereNell'alba luminosa del domane,Che preludia ad un vivere più bello.
Chi si contenta perchè mai di piantoFe' spargere una stilla e tutto ha scioltoVerso il fratello il debitoIn fredda pace dormirà sepolto,Ma l'alba non vedrà del Giorno santo.
Sol chi dai cuori toglier sa le spineE ristorar gli inariditi steliO sa pietoso scorrereSull'umano fallir…. quei rompe i cieliE schiude il tempo che non ha più fine.
Voi non vivrete bigottine avare,Che offrendo alSacrè Coeurl'essenza e il fioreDei vostri oziosi spiriti,Or cercate all'altar, ora all'amoreUn passatempo che non sia volgare.
Chi troppo il corpo suo carezza e lodaNon andrà tra gli spiriti immortaliChe a Dio fan corte e gloria;All'alto volo si domandan aliChe Parigi non mise ancor di moda.
Stampiam nel vividoColor del vinoL'allegro brindisi;L'ore s'affoghinoDel reo destinoIn fondo al calice.
CoroStampiam col vino.
Un giorno i monaciSopra i salteriAlluminavanoI larghi marginiCurvi e severiCoi volti pallidi.
CoroSopra i salteri.
Taceano i goticiArchi, o soltantoLe malinconicheOre del vesperoRompeva il cantoTetro di Davide.
CoroSia lieto il canto.
Ecco di GuttembergL'arte risplende!Come dal SinaiIn nuove tavoleEcco discendeLa legge ai popoli.
CoroOnore a Guttemberg.
Scosse dal magicoSpirto inquïetoDal chiostro fuggonoSciolte le lettereDell'alfabetoIn nozze libere.
CoroDal chiostro fuggono
Si sbigottiroAlla malìaI vecchi secoli:E si difeseroCon una piaGiaculatoria.
CoroSi sbigottirono
Noi di fuligineSuffusi e forti,Urtiam le macchine,Che acute strillanoDestando i mortiDentro la polvere.
CoroSorgono i morti.
Ai colpi cedonoDella tempestaI monti. Ai ruderiCedono i ruderi:IllibrorestaTempio granitico.
CoroIl libro resta.
Cedono al vecchio,Che gli anni fila,Sfingi e Piramidi,Ed è l'IliadeDe' suoi tremilaAnni ancor giovane.
CoroCantiam l'Iliade
Stampiam nel vividoSangue latinoLa bella ItaliaCinta di lauro.Stampiam col vinoViva l'Italia.
CoroViva l'Italia!
Stampiam sugli angoliDel Bel PaeseDei nostri martiriChe trapassarono,Le sante imprese,Le glorie, il numero.
CoroOnore ai martiri!
Al lieto applausoL'ombre uscirannoDel vecchio Panfilo,Degli Aldi a bevereIl vin dell'annoNuovo in un brindisi.
CoroSia gloria a Panfilo
Dei nostri pargoliNel bel candoreStampiam la vergineFede coi teneriBaci.—L'amoreStampiam nell'anima.
CoroStampiam l'amore.
Anno 1885
Tu muori, o te felice, ultimo vate,A cui sorrise eterna giovinettaLa gloria, a cui sorride oggi la morte.
Bello è il morir ove chi passa incontriGià festeggianti sull'aperta viaLe create speranze pellegrine.
Ahi tristo se allo spegnersi del soleNon si ralluma una segreta lampaNella cella del cor! Piomba la creta
Negli abissi dell'umida speloncaOve regna la morte e si dissolveAnche l'amore al crepitar dell'ossa.
A Te i campi si schiudon della luce,A Te l'azzurro padiglion del cielo,E il fluttuante mar dell'infinito.
Dalla soglia del mondo anche dipartonoTeco i fantasmi del tuo santo core:E come nebbia in un baglior di sole
Volano teco ove in lor patria stannoI sogni e stanno l'anime fanciulleDelle belle fanciulle e degli eroi.
Ecco vengon dai gotici segretiDi_ Nostra Donna_ le vaganti istorie,Teco vengon le mitiche leggende
Cozzanti nel rumor aspro dell'armiE i regi e le fortune alte di FranciaE il pianto e il core dell'afflitto Reno.
A Te vengono incontro in un serenoNembo di fiori e di farfalle i bimbiCome a padre gentil—Salve—gridando,
—Candido vecchio, o coronato araldoDella pace, o signor del dolce canto,Che porti in ciel la voce della terra.
—Noi siamo i sogni, le speranze, gli astri,Che tu chiamavi coi notturni inviti,O poeta, noi siamo gl'Ideali.
—Noi, se ci prega un pio col mesto canto,Scendiam nei solchi arsi dal sol e siamoAi solchi la rugiada mattutina.
—Noi scendiamo alla culla ove sospiraL'orfanello ed entriam larve ridentiNella rete dei suoi teneri sonni.
—Obbedienti al delicato incantoDelle tue dita scorrerem di fioriA seminar la terra, e di sorrisi,
—Finchè ritornerà sopra i gradiniDel tempo l'armonia della tua cetraFinchè un sospir mandi dal cor Natura—
O vivi, o gente altera ed infeconda,Più amor non freme nell'umana selva?Ahi, la voce di Lui spinta dal vento
Come una voce d'organo si perdeNei silenzi del ciel!—Col suo poetaMuore un raggio di Dio sopra la terra.
Madre ritorna, Italia,Madre de' figli tuoi,Lascia l'amor de' fatuiEd adiposi eroi,Che di lor ciancie assordanoI monti, i lidi, i piani:Dai baci onde son viscideAsciugati le mani.
Non più rugosa suoceraDi trapassati tempiVantar ti senta i palpitiE gli ammuffiti esempi;Ma d'una gente liberaChe i campi suoi lavora,In guarnellin più semplice,Ringiovanita nuora,
Ti vegga al sole, all'ariaNude le spalle e brunaTra messi d'oro e pampiniCoglier la tua fortuna.Così forse pel TevereDi sangue ancor non reaVenne l'antica AusoniaAd incontrar Enea.
Il vecchio elmo di Scipio,Che ti stracciò la chioma,Lascia alla morta polvereDell'infeconda Roma.Sorgi, fanciulla, al teneroSospir d'un nuovo amoreDi nuove nozze a tessereLa veste tricolore.
Stesa la mano al vomero,Cinta di fiori e spiche,L'opere tue vendemmiaSulle memorie antiche:Forte dall'urne esausteDi mutola rovinaIl risonante spiritoAliti la fucina.
Se della lenta gondolaGià il dondolar ti piacque,Dal lido a lidi incognitiTi chiama il ciel dell'acqueNovellamente a stendereLe forti reti d'oro,Che ad asciugar VeneziaAppese al Bucintoro.
Più che del flauto il morbidoSuon della luna ai rai,Ti sia dolce la musicaDe' striduli telai,Sì che procace e caricheD'oro le mani, il rudeVicin non torni a ridereDi tue bellezze ignude;
Nè de' tuoi cenci, o misera,Schifi il tesoro immondo,Che il freddo aspro sparpagliaPer l'ampie vie del mondo:Nè più muoia di lagrimeSommersa la parola,Che lieta nasce a PorticiCanzone o barcarola.
Ch'io vegga, ove la querulaRana la morte insulta,Uscir dai rovi indomitiDella maremma incultaAl tocco della giovaneTua man gli aranci in fiore…Oh chi mi vieta un agileSogno, un sospir d'amore?
Voi no, nell'armi attonitiIrruginiti eroi,Voi no, rochi di fatueCiancie… Chi parla a voi?Ai baldi, ai forti, ai verginiCuori distende il cantoOggi il poeta e mormoraUn requie al camposanto.
Febbraio 1887.
Se ricordi, il luogo è questoDove un giorno al suon di spadeSaltellanti per le strade,E fra pali insanguinati,Dei CrociatiIntonasti il pio lamento,Che le centoDell'Italia torri scosse,Ed i morti sobbalzareFece all'orlo delle fosse.
Era pien di gridi il vento,Pieno il mare:E venìa per le lontaneTerre il suon delle campaneCalde ancor della battaglia.O momento!Il cader delle tue noteEra maglio che percote,Era incendio entro la paglia.
Morta è l'aria. Più non vieneDe' tuoi numeri prigioneMista al suon delle cateneD'Israello la canzone.Tace il monte e tace ScillaChe balzò, divino Araldo,Del tuo Vespero alla squilla.Chiuso è il cielo. Sui gradiniDell'altar spenta è la faceDell'IdeaChe agli italici destiniNel crepuscolo splendea.Nella cenere dei mortiVedi i gelidi risortiRicercar, se sopravanza,Una bracePer accender la speranza.
"Dare, avere—avere e dare"Ecco l'inno che borbottaOr la gente al santo AffareCurva e ghiottaSul messale a conteggiare;A noi figli di mercantiBella musica è il tintinnoDel marengo quando rotolaNella ciotola.
"Dare, avere—avere e dare"Questo è il santo intercalare,Questo è l'inno,Che prostrato gracchia il coroFra gl'incensi al vitel d'oro.
Già nel tempio, ove soleaSparger fiori ed ire santeLa bell'arte, una plateaFescennina adora inchinaL'Elefante.Cerco invan pudor di gotaOve ignuda salta e strillauna gallica sibillaA sè stessa sola ignota.
Se dal ciel ove dimoriNella luce benedettaDella gloria, in mezzo ai cuoriNon ci scagli una saetta,O Signor degli alti canti,Una gente di mercanti,Che non canta e che non prega,Farà tempio la bottega.
Ma tu puoi, tu che raccogli,Eco eterna di naturaNella manoIl fragor dell'uragano;Tu che togliAlle selve, al mar, all'etraL'armonia che scande i cieli;E tra i fili della cetraTu che Dio soffermi e sveli;Tu che cinto d'alti cantiQuest'errantiMuse ancor ritorni a noi;Sì, tu puoi,Stretta in man l'antica tromba,Trarne un suon aspro di rame,Che ci tolga dallo strame,Che ci svelga dalla tomba.
La coscienza antica e sordaPiù non ha che questa lentaDelle sette ultima corda:Se a temprar l'affetto e il cantoUna mano non si attenta,Onde scorra agile e piaDella vita l'armonia,Sul liuto, ahimè! del coreIl dolor va senza pianto,Senza voce erra l'amore.
Anno 1885
Vidi apparir sulla strada romanaChe le rovine del Foro discende,Su scalpitanti cavalli una stranaTorma di spirti, il fior delle leggende.
Uscian dall'urne ove giacciono i mortiQuale ciascuno il tempo seppellì:Chiusi nell'armi venivano e fortiEntro i sereni splendori del dì.
Quanti mietè paladini la spada,Quanti del Cedron riempion la valle,Quanti ne vide la bella contradaD'Adige e Po, Normandia, Roncisvalle.
Quanti portaron la lancia in torneoDell'armi degni e degli sproni d'or,Passano tutti in trionfal corteoSotto l'arco di Tito Imperator.
Viene con lor Carlo Magno di brunoFerro coperto, imperator sovrano,E secolui catafratto ciascunoChe strinse la quirina aquila in mano.
Cesare vidi e Traiano che tanteArmi distese e nel marmo effigiò,E molle nella porpora fiammanteQuei che all'Imperio le leggi dettò.
Viene con lor su tedeschi cavalliEzio terror dell'Unnica rapina,E Stilicon che sugli ultimi valliVide spirare la virtù latina.
E dietro ancor la selvaggia coorteSeguo sonando dei barbari re,Con Berengario primo a cui la sorteLa corona di ferro indarno diè.
Ecco sen vien Arduino d'IvreaDentro il cappuccio del suo mesto sajo,Ma le vive speranze ond'egli ardeaMandan dagli occhi bagliori d'acciajo.
Passano cento, ne seguono cento,Dai campi sorgono e dalle città:Passati gli elmetti d'or del cinquecento,Sforza, Ferruccio, Gaston di Foà.
Le variopinte tue divise ancoraVidi e le piume e i kolbacchi di pelo,Che scongiurar una terribil ora,Eugenio, quando respinta dal cielo
Roma tremò che non vedesse il cornoDella fatal mezzaluna e gridò.Ma da Belgrado non fe' più ritornoChi la tua spada, o Savoia, provò.
Ride di luce il ciel sopra la stradaChe le rovine del Foro discende,Ecco un rullo che par fulgor che cada,È la Gran Guardia che mai non si arrende.
Viene ancor esso e non agita il ciglioPlacido il Grande Imperator crudel:E il bel delle battaglie Angel vermiglioIncalza i Mille e ne fiammeggia il ciel.
Tanta immortale semenza di prodi,Che nel sol mattutin s'agita, parmiUn trionfo di Numi.—Lontan odiAl Panteon salir l'onda dell'armi.
E mille voci di sotterra usciteAlzano il grido: "Salute, o gran Re!Noi di tre storie larve impalliditeCome a signore ci prostriamo a te.
Salve, o gran Re, nella tomba securo,O dell'Italia paladino amante.Al suo dolor le tue lagrime furoNon men dell'opre gloriose e sante.
Per te fu vista una virtù risortaDistender l'ali cinta dell'allor,E d'una gente che pareva mortaSangue stillar l'inaridito cor.
Pria che l'amor del tuo popolo e primaChe cessi il verde onor della tua gloriaNel mar sommersa andrà l'ultima cimaDell'Appennin, o mentirà la Storia".
Mentre del canto ancor l'aer risona,Galoppa il bell'esercito pel ciel.Ma Carlo Magno lascia la coronaE la spada Bajardo sull'avel.
Per l'inaugurazione del monumento Cairoli in Pavia
Maggio 1900
Balzan dal bronzo squallidi com'ombreVaganti in aria brunaNel silenzio de' cuori e di fortuna.
Ma vermigli di sangue entro i fulgoriDell'armi, vivi passeggiar la terraA seminar la guerraDelle sorti fatali.
Italia, Italia, era il bel grido. A noiGente che taceGridan dal bronzo i giovani immortaliAh! non sia morte il sonno della Pace!